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« Alfredo Fiorani e il suo...L'amore come sofferenza... »

La memoria impura

Post n°41 pubblicato il 29 Gennaio 2008 da alfredofiorani
 

Con La memoria impura Alfredo Fiorani ritorna al romanzo dopo L’incantatrice orientale (1994) e L’orizzonte di Cheope (1998), mostrando una vocazione narrativa che va al di là dello stesso genere letterario, nel senso che si offre come un luogo di metaforizzazione dell’esistenza e delle sue implicazioni sociologiche, etiche, religiose.
La memoria impura è la storia di un uomo che ha ucciso, dopo averle violentate, una piccola folla di bambine.
Sul punto di essere scarcerato dopo una condanna a venticinque anni, ripercorre con la memoria tutte le tappe della sua storia personale nell’intento di fare chiarezza dentro di sé in vista del suo rientro nella società civile.
Ma questo esame retrospettivo, questa angosciosa e per certi versi spietata autoriflessione, non lo porta da nessuna parte: lo lascia con gli stessi dubbi, gli stessi timori, le stesse tentazioni, la stessa inerzia morale di cui è stata condita la sua esistenza, per cui, una volta fuori dal carcere, egli non soltanto non ha maturato nessun proposito di riscatto, ma è riassalito dalla stessa febbre di violenza che ne aveva fatto un criminale; convinto, pertanto, che per lui non c’è alcuna speranza di salvezza, decide di porre fine ai propri giorni.
E’ una forma di redenzione (ossia il sacrificio di sé con cancellazione del male perpetrato agli altri) oppure, più verosimilmente, egli non se l’è sentita di confrontarsi con una società ostile e quindi incapace di offrirgli una qualsiasi forma di redenzione?
In altre parole, il protagonista della storia è un eroe che sacrifica se stesso per il bene degli altri o un vigliacco che rinuncia ad affrontare le difficoltà dell’esistenza?
Ed ancora: è la vittima di un’educazione famigliare e sociale o un caso patologico irrimediabile?
Di primo acchito, La memoria impura sembrerebbe la registrazione clinica di uno dei tanti delitti a sfondo sessuale  di cui sono piene le cronache del nostro tempo; sennonché, ad una più profonda lettura, ci si accorge che la storia che Alfredo Fiorani ci racconta è solo una metafora per denunciare, da un lato, le carenze di una società incapace di offrire un’opportunità di recupero a che, per una ragione o per l’altra, si trova a dover fare i conti con la giustizia e, dall’altro, per suggerirci che il male non è soggettivamente una scelta sbagliata o un giudizio sbagliato: non ha, come dire, un’ontogenesi storica, ma un’ontogenesi metastorica con implicazioni fortemente religiose.
In altri termini, Alvaro, il protagonista del romanzo, non è tanto un criminale nel senso strettamente giuridico del termine, quanto un peccatore, un predestinato alla dannazione esistenziale, e, come tale, tende pertanto ad una impossibile redenzione.
Dal male nessuno è immune afferma l’autore (p.44) e le domande non sono la salvezza dell’uomo giacché non esistono risposte sulla verità vera dell’esistenza.
Da qualche parte tutto già esiste.
Non si inventa nulla (p.66).
La sola risposta è l’amore, la fede, la capacità di mettere in ascolto, in attesa della luce, perché solo la luce ha la certezza della sua venuta.
In tutto il libro infatti aleggia una sorta di concezione deterministica: la gioia dell’uno bilanciata dal dolore dell’altro, il bene dal male, la fortuna dalla sfortuna, come se la realtà delle cose fosse un ambito chiuso, dove tutto è già stato deciso e stabilito dal principio dei tempi. Sotto questo aspetto, il romanzo si offre come un viaggio attraverso il mistero dell’esistenza, attraverso le zone oscure dell’anima dell’uomo, attraverso quei territori insondabili dell’inconscio, in cui tutto si confonde, gli opposti si azzerano e identità si contraddicono.
Allora anche il dubbio, in mancanza dall’altro, diventa la sola certezza possibile e la sofferenza l’unica via che conduce alla conoscenza profonda delle cose, al centro segreto di esse (p.89).
Da qui l’invito a riflettere, a riflettere bene prima di condannare, a capire, a mettersi nei panni del colpevole, anche perché in ognuno di noi c’è una memoria impura di errori, di omissioni, di egoismi, di indifferenza, di complicità (insomma di mali commessi anche senza volerlo); una memoria che ci accusa, che ci dice che il peccato non è mai completamente individuale, ma chiama in causa la responsabilità di tutti.

Pietro Civitareale
in Rivista Abruzzese, Anno LVI, n.1, Gen/Mar 2003

 
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