Roma - Mentre è allarme rosso sull’intolleranza (dagli
ultimi episodi razzisti al bullismo diffuso in ogni ambito sociale, il
nostro Paese preoccupa), arriva un «noir» con tutto quello che avreste
voluto sapere sulle cattive ragazze e non avete mai osato chiedere.
Atteso al Festival di Roma, sezione «Opere prime», dove quasi
certamente farà discutere per il crudo realismo di alcune scene, Un
gioco da ragazze di Matteo Rovere, venticinquenne romano al suo esordio
(nel settore «corti» ha vinto un Nastro d’Argento e ottenuto diversi
riconoscimenti), racconta le adolescenti d’oggi (non tutte, per
fortuna), così come sono e non come le vorrebbero certe anime belle
alla Moccia. Ciniche e griffate, arroganti e pronte a ogni nequizia,
esperte seduttrici a scopo manipolatorio, è meglio non stare al loro
gioco: ci si potrebbe far male, morire, addirittura. Lo choc, stavolta,
sembra assicurato, perché un conto è apprendere, dai media, che un
pugno di minorenni romani, del degradato quartiere di Tor Bella Monaca,
manda all’ospedale un cinese per via della sua pelle gialla; un altro
paio di maniche è vedere in azione, come in questa produzione Rai
Cinema e Colorado Film (budget: 2 milioni, nelle sale dal 7 novembre),
tre adolescenti-bene di Lucca, riprese mentre fanno soffrire, con
perizia e sadismo, chiunque capiti loro a tiro, così, per sottrarsi
alla noia. La banalità del male, insomma, declinata al femminile e
incarnata sul grande schermo da tre sconosciute: Chiara Chiti (la
«capobranco» Elena), Nadir Caselli (la sua amica Alice) e Desirée
Noferini, alias Michela, mentre il professor Landi, tipico idealista
pronto a correre il rischio, pur di redimerle, è Filippo Nigro.
Ispirato all’omonimo romanzo di Andrea Cotti (Colorado Noir), che qui
firma pure la sceneggiatura, assieme a Teresa Ciabatti, Sandrone
Dazieri e allo stesso regista, Un gioco da ragazze comincia con una
madre assente, perciò ipocrita, che alla figlia, in procinto di uscire,
raccomanda di tornare a casa entro l’una e di non bere alcolici.
«Naturalmente - rivela Rovere, che nel regista Gus van Sant ha il
riferimento artistico - la ragazza vivrà una notte “estrema”, ai limiti
della decenza, dove spadroneggiano droga e riti d’iniziazione,
all’interno del branco giovanile. Per le ragazze, infatti, la droga è
uno strumento di potere: per far andare su di giri chi vuole entrare
nel gruppo, la protagonista, Elena, la cede o la nega in un malvagio
gioco di sopraffazione». Un po’ Garlasco, con le recenti cronache nere
di gemelline, leste ai trucchi fotografici, pur di andare sui giornali,
in foto-ritocco accanto alla cugina morta; un po’ qualunque provincia
ricca del nord («Lucca non è riconoscibile, nel film: potrebbe essere
Treviso, o Verona, o Bergamo; in ogni caso, è nord affluente», commenta
il regista), il contesto di Un gioco da ragazze è importante. «Le mie
protagoniste minorenni, scelte tra volti sconosciuti perché non volevo
si sovrapponessero al racconto con la loro notorietà, negano il mondo
degli adulti, retto da situazioni più sane. Con un risultato davvero
drammatico». Niente Laura Chiatti, o Cristiana Capotondi, dunque,
mentre le giovani interpreti di questo «noir» anti-Moccia (è per
teen-ager, ma non è un caramello) si rivelano mantidi assatanate. Di
sesso e di potere.
Inviato da: NO_DOUBT78
il 17/09/2009 alle 16:16
Inviato da: NO_DOUBT78
il 16/09/2009 alle 08:48
Inviato da: NO_DOUBT78
il 16/09/2009 alle 08:44
Inviato da: anekh2004
il 29/08/2009 alle 14:34
Inviato da: DiosII
il 26/08/2009 alle 21:17