
Al traverso di Capo Verde, Gianni disse al timoniere: "Vieni per 005", felice di questa accostata verso nordest, che sapeva già di casa. La lunga nave bulkcarrier, con il suo carico di cinquantamila tonnellate di carbone sudafricano lentamente mosse la sua prua cambiando la rotta.
Gianni, dall'aletta di dritta si voltò a guardare la scia di poppa che disegnava un arco nel mare; tra qualche giorno sarebbero arrivati a Genova, la sua città, per scaricare il carbone alle banchine dell'Italsider. Al sesto mese dell'imbarco era soddisfatto del lavoro che aveva assunto un aspetto quasi abitudinario: la compagnia amatoriale aveva sottoscritto un contratto per viaggi multipli tra il Sudafrica e l'Italia per il trasporto del carbone ed il noleggiatore aveva come porto principale di sbarco proprio Genova. Aveva passato gli ultimi mesi a fare su e giù tra l'Italia ed il Sudafrica, quasi come un tassista. Se non fosse incappato in due tempeste vicino al Capo di Buona Speranza che avevano fatto scricchiolare le giunture della nave quasi a torcerla, sarebbe stato un viaggio da crocerista. Contento del lavoro fatto e contento di arrivare a Genova giusto in periodo di vacanze. Anche se non sarebbe sbarcato, aveva fatto i conti che per scaricare il carbone i portuali avrebbero impiegato come minimo una settimana; considerate le turbolenze in banchina dovute agli scioperi dei portuali, dei rimorchiatori e degli operai Italsider le operazioni di discarica sarebbero potute durare anche due settimane o forse anche tre. Questa volta Gianni stava con gli operai: "Lotta dura, senza paura !" mormorava...Lui che non era per nulla sindacalizzato e stava con il portafogli a destra.
La ragione di questo insolito comportamento si chiamava Chiara: l'aveva conosciuta l'estate precedente al Lido, spiaggia alla moda dei genovesi. Lui era lì, solo, solitario ed un po' scornacchiato, invidioso di tutti quelli che stavano in compagnia a chiacchierare. Non conosceva quasi più nessuno dopo tanti anni, ma del resto era rassegnato alla sua solitudine. Lei stese il suo asciugamano da spiaggia vicino a quello di Gianni, e fu poi lei la prima, ad attaccare bottone; lui non avrebbe mai avuto il coraggio di fare il primo passo, non per timidezza ma per timore di venir scambiato per un vecchio pappagallo over-40 che si tampina le ragazzine. Quando si presentarono, una mezz'ora dopo che chiacchieravano, lui disse "piacere, Giovanni Battista Perasso" ed un istante si morse la lingua: non si presentava mai come Giovanni Battista ma era sempre stato per tutti "Gianni"; cosa gli era saltato in testa di presentarsi cosi ? ....quel nome gli aveva causato una infnilità di problemi, dalle battute scontate del tipo "Giovanni Battista Perasso...detto "Balilla ?" a cattiverie durante l'infanzia del tipo, che a ogni vetro infranto era colpa del "Balilla".....
Lei si presentò: Chiara Traverso, di professione medico. Gianni fu sorpreso e pensò che la ragazza stesse scherzando. Chiara dimostrava, all'occhio poco allenato di un ufficiale di marina che guardava solo orizzonti e navi, circa venticinque anni. Gianni poi scoprì che la ragazza di anni ne aveva trentaquattro ed era specializzata in cardiochirurgia, specialità in cui le donne si contavano sulla punta di una mano. Si era laureata con il massimo dei voti e aveva conseguito la specialità a tempo di record. Il posto in ospedale se lo era guadagnato sgomitando contro il colleghi maschi e soprattutto contro lo ius-primae-noctis imposto dai baroni di medicina. Una raccomandazione politica aveva comunque sostituito la prestazione sessuale a cui avrebbe dovuto probabilmente sottostare per vincere il concorso in ospedale. Lei lo ammise senza falsi pudori.
Chiacchierarono tutto il pomeriggio, fino a sera. Gianni era così affascinato che rimase sdraiato tutto il pomeriggio nella stessa posizione, procurandosi un eritema. Lei gli parlò del suo lavoro, totalmente sconosciuto a lui, e lui le racconto del suo lavoro in mare.
Al momento di salutarsi con il sole già basso, lui si fece forza e disse: "Andiamo a cena insieme ?"..Balilla aveva lanciato il sasso.
Lei disse di no.
Lui ci rimase malissimo.
Lei subito aggiunse che no, non poteva perché era di turno in ospedale per sostituire un collega che partiva per le ferie.
Lui tirò un silenzioso sospiro di sollievo e si misero d'accordo per la sera successiva.
Così si conobbero e si frequentarono per quasi quattro mesi.
Poi, come previsto arrivò il telegramma della compagnia che richiamava il capitano di lungo corso Giovanni Battista Perasso detto Gianni al suo lavoro.
Questa volta si sentì strappato via con violenza da qualcosa che non aveva mai provato: la sua casa, il suo terrazzo sopra i tetti, le serate con Chiara.
Avrebbe preso la nave a Genova, e Chiara insistette per accompagnarlo fino a sotto bordo con la propria auto. Così fu, in quella mattina piovosa che Chiara portò la sua macchina fin sotto lo scalandrone della nave e dall'alto Gianni si sentì osservato dal comandante Gastaldi e dall'equipaggio.
Scaricò i bagagli e Chiara insistette per salire a bordo a vedere la sua cabina. Lui non voleva, ma cedette alla prima richiesta di Chiara. Donna a bordo, mare di guai.. Si sentiva addosso tutti gli occhi dell'equipaggio, dal mozzo al comandante. Gianni condusse Chiara sul ponte degli alloggi, camallando le valigie e le borse.
Chiara entrò nella cabina e ne fu entusiasta: era una bellissima e spaziosa cabina, quella del primo ufficiale. Chiara si sdraiò sulla cuccetta, che era un letto vero e proprio e lo trascinò con se. Afferrandolo per la giacca gli fece giurare che nessuna altra donna sarebbe dovuta entrare in questo letto.
La nave partì dopo due ore; durante la manovra, Gianni vide l'automobile di Chiara parcheggiata in fondo alla banchina. Lei era li e Gianni la fissò fino a quando la diga foranea non la nascose alla vista. Il comandante Gastaldi lo fissò attraverso il fumo della sua sigaretta gialla perennemente accesa e capì che il suo primo ufficiale era fisicamente a bordo, ma il cervello era rimasto in banchina.
Così passarono i mesi, avanti e indietro attraverso la linea dell'equatore, su e giù per l'Africa, attraverso Gibilterra ed il mediterraneo occidentale.
Le settimane passarono abbastanza tranquille, e Gianni spese parecchi Rand sudafricani in telefonate dal porto di Durban a Genova. Non si spingeva molto lontano dalla nave durante la sosta a Durban: questa era stata la raccomandazione dell'agente marittimo per evitare che potesse restare coinvolto negli abituali incidenti dovuti alla repressione delle rivolte dei neri nell'apartheid sudafricano. L’aparthaid a Gianni non garbava e quindi evitava di scendere a terra durante le operazioni di carico. Nel viaggio verso sud scriveva parecchie lettere che poi avrebbe impostato a Durban. Nel viaggio verso nord, ovviamente, non scriveva:aveva scoperto un altro orizzonte da esplorare..
Il tempo libero lo trascorreva davanti ad un personal computer dell'IBM: era un modello AT con ben 512 kilobyte di ram ed un disco fisso da 10 megabyte. Era il modello di punta dell'IBM e costava carissimo. Gianni aveva chiesto al comandante di comprare un computer ed il comandante Gastaldi non aveva potuto dire di no, anche se a denti stretti. La vecchia ciminiera non era amante delle novità e volentieri avrebbe detto picche a Gianni, ma con l'affare della nafta venduta sottobanco ben noto a entrambi, il comandante non disse no: e fu quindi computer.
Lo installarono nella sala di carteggio, appena dietro al ponte di comando. Nessuno lo sapeva usare e comunque sarebbe toccato a Gianni imparare ad usarlo per primo. Si munì di una congrua dose di manuali (tutti in inglese) e si buttò a corpo morto nello studio.
Dopo due mesi, quella macchina non aveva più segreti, compreso i vari linguaggi di programmazione. Al terzo mese aveva computerizzato tutti calcoli del carico merci, rotte, ortodromie, lossodromie, tutti i problemi di navigazione e la retta d'altezza Saint Hilaire.
Il secondo ed il terzo di coperta erano disperati perché non ne potevano più di avere tra i piedi Gianni per tutto il giorno sul ponte. L'allievo era addirittura con l'encefalogramma piatto per il terrore di venire arronzato dal primo ufficiale al primo errore.
Cosi fu che Gianni divenne uno dei primi ufficiali informatizzati ed i suoi programmi furono al lungo scopiazzati su tutte le navi.
I suoi sottordine erano meno allegri del primo ufficiale e del suo giocattolo; c'era chi arrancava con le calcolatrici multifunzione, chi ancora con le tavole logaritmiche dell'Istituto Idrografico.
La bugna scoppiò una sera crepuscolare, quando il comandante Gastaldi, mise mano al suo sestante Plath e costrinse lo staff degli ufficiali al solito rito del punto nave serale, rito di cui avrebbero sempre fatto a meno. In quella sera sul finire degli anni '80 il punto nave con il sestante era sicuramente un "divertissement" considerando che i navigatori loran e decca facevano un punto nave sufficientemente esatto. Ma non c'era santo che tenesse: sigaretta gialla in bocca, sestante in mano, l'allievo al cronometro, le effemeridi pronte, Via ! Stop! Una stella via l'altra. Per inciso Gianni odiava la volta celeste dell'emisfero sud e quindi era ben contento che fosse il comandante a dirigere l'orchestra, sestante alla mano. Completate le osservazioni dei cinque astri, venne il momento dei calcoli, complicati problemi di trigonometria sferica. Ciascuno risolveva i problemi di calcolo con gli strumenti con cui si trovava a proprio agio: l'essenziale era fare presto e bene. In qualunque caso e con qualunque strumento, era sempre un lavoraccio. Gianni introdusse i dati degli astri osservati dal comandante e pochi minuti dopo (due ? tre ?) sfornò il risultato: troppo presto, troppo in fretta, troppo veloce, troppo tutto.
Gli altri arrancavano con il fiatone e le matite in mano e lui aveva già finito.
All'inizio fu un borbottio di malcontento, quello che si udì in sala carteggio, divenne poi un muggito di disperazione e rabbia che attraversò il ponte di comando, da sinistra a dritta e da dritta a sinistra, così forte da far accorrere il marinaio e ed il nostromo che stavano chiacchierando di figa, appartati in un angolo del ponte. Anche l'allievo, taciturno ed introverso emise una nota di dolore. L'afflato fu spento da una occhiataccia del comandante che trafisse i presenti attraverso il fumo della sua sigaretta.
Nessuno parlò più per svariati giorni, il silenzio cadde sulla coperta della nave e Gianni capì che per sanare la ferita sarebbe stato meglio condividere il know-how del personal computer; parlò con il comandante e stabilirono che a turno, tutti avrebbero imparato ad usare il personal computer, escluso il comandante che ne aveva per il belino (frase sua) di toccare quelle cose.
Cosi fu, piano piano per tutti: Gianni molto pazientemente insegnò i rudimenti dell'informatica, l'uso della tastiera, del floppy da 5'' ed il funzionamento dei programmi che aveva scritto. Dopo qualche lezione, le tavole logaritmiche furono usate per tenere fermi i libri sugli scaffali. Era iniziata una nuova era: era nata l'informatica di bordo. Gianni era soddisfatto del lavoro portato a compimento ed era convinto di aver investito bene il suo tempo ed i suoi soldi nell'acquisto di tutti quei libri di informatica. Era portato per i numeri, ma non aveva ancora preso conoscenza delle proprie potenzialità che poteva applicare in campi diversi da quelli strettamente inerenti alla vita quotidiana della nave. Chiese al comandante di comprare un secondo computer la risposta fu picche; appena Gianni disse che sentiva odore di "nafta", i computer si materializzò allo scalo successivo.
Praticamente Gianni aveva il comando della nave senza averlo e sorrideva pensando ai contabili della compagnia amatoriale che si sarebbero chiesti se il vecchio non fosse impazzito tutto d'un colpo.
Mancavano pochi giorni all'arrivo a Genova e Gianni si sentiva particolarmente di buon umore.
Attraversò lo stretto di Gibilterra in un'alba di cristallo solcando un mare che era una tavola. Il traffico marittimo, insolitamente rarefatto, gli permise di gustarsi il panorama. Ancora poco e sarebbe arrivato a destinazione.
Non aveva detto niente a Chiara circa l'ETA della nave, la data e l'ora di arrivo. Si avvicinarono a Genova con il buio, guidati dalle luci dei fari costieri e della Lanterna. Le disposizioni erano di arrivare all'alba ed andare subito alla banchina. Entrarono dalla diga foranea e poco dopo arrivarono alla banchina Italsider, giusto accanto alla pista dell'aeroporto , dove gli aerei passavano così bassi che sembravano volergli strappare con i carrelli le antenne dei radar.
Si affacciò dall'aletta del ponte, sporgendosi verso l'esterno per vedere i cavi d'ormeggio e con la coda dell'occhio vide la macchina rossa di Chiara, con lei seduta sul cofano. Era rimasta nella stessa posizione in cui l'aveva lasciata l'ultima volta.
Come aveva fatto a sapere quando sarebbe arrivato ?
Glielo avrebbe chiesto, dopo.
Intanto i portuali iniziarono un duro sciopero.
Gianni iniziava una vacanza con Chiara.
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