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L'angolo di Jane

Tutto su Jane Austen e sui libri che mi piacciono!

L'ANGOLO DI JANE

Benvenuti nel mio blog!

Questo spazio è dedicato a recensioni di libri e film, ai miei racconti,  a riflessioni personali di varia natura e soprattutto a Jane Austen, una delle mie scrittrici preferite.

Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nella propria luce.
Sono il mare che di notte si infuria,
il mare che si lamenta, pesante di vittime
che ad antichi peccati, nuovi ne accumula.
Sono bandito dal vostro mondo
cresciuto nell'orgoglio e dall'orgoglio tradito,
sono il re senza terra.
Sono la passione muta
in casa senza camino, in guerra senza spada
e ammalato sono della propria forza.

(Hermann Hesse)

 


 

 

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La confraternita dell'uva – John Fante

Post n°942 pubblicato il 18 Dicembre 2012 da bluewillow
 

Titolo: La confraternita dell'uva Titolo originale: The Brotherhood of the Grape Autore: John Fante Traduzione: Francesco Durante Casa editrice: Einaudi pag: 228 costo: 10,50 €

Considero questo libro, che ho terminato diverso tempo fa,  uno tra i più belli che ho letto, ma per qualche motivo oscuro è per me molto più difficile scrivere dei libri che mi sono piaciuti in modo speciale rispetto a quelli che trovo solo moderatamente ben scritti o perfino brutti. Deve essere qualcosa che ha che fare con la natura stessa dei libri: i romanzi sono scritti per raccontare cose che non possono essere dette con poche e semplici parole, così quando un romanzo è davvero molto bello le parole stentano a definirlo, perché la verità è che per capire a fondo il libro bisognerebbe leggerlo, non leggerne la recensione.

Pubblicato nel 1977, cinque anni prima di morire e dopo aver appreso di essere ammalato di diabete, “La confraternita dell'uva” è un romanzo intensamente autobiografico, in cui alla storia personale di John Fante si mescola quella del padre, un italiano, originario dell'Abruzzo, un uomo dal carattere difficile, fonte di continue preoccupazioni e delusioni per lo scrittore.
Un po' come il padre del suo più grande estimatore, Charles Bukowski, che detestava il figlio, anche quello di Fante sembra aver giocato un ruolo nel far germogliare nell'autore il desiderio di trovare una valvola di sfogo nella scrittura.
In effetti, a ben guardare, la storia della letteratura è piena di pessimi genitori: Dickens fu spedito a nove anni in fabbrica perché il padre era in prigione per debiti, Bukowski fu cacciato di casa dal padre perché voleva fare lo scrittore, il padre di Dostoevskij era un dispotico ubriacone, Irène Némirovski era detestata dalla madre, che si rifiutò di accogliere le sue figlie durante la guerra, Jack London fu praticamente abbandonato dal padre, pochi mesi dopo la nascita, etc. Questa lista potrebbe essere lunghissima: a quanto pare i pessimi genitori stimolano la vena creativa.

In “La confraternita dell'uva” , Henry, uno scrittore di successo, alter ego di Fante, viene richiamato dai fratelli nella cittadina d'origine di San Elmo per una emergenza: gli anziani genitori hanno deciso di divorziare. Non è la prima volta che il vecchio Nick Molise combina guai: muratore emigrato dall'Italia, grande bevitore e traditore seriale, l'uomo ha solo due amici, Venere e la bottiglia.

“Non c'era nessuno che potesse avere a che fare con lui senza litigare. Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato. Né gli importava un fico secco del mondo intero, né del cielo, né delle stelle o dell'universo, né del paradiso né dell'inferno. Ma le donne, quelle gli piacevano.”

“Provava un grande disprezzo per se stesso, e tuttavia era orgoglioso, e perfino presuntuoso. Nick Molise era convinto che ogni mattone che aveva posato, ogni pietra che aveva modellato, ogni marciapiede o muro o caminetto che aveva costruito, ogni lastra tombale che aveva ideato appartenessero alla posterità.”

Questi due brani sono certamente il ritratto del padre di John Fante, ma questo libro in realtà intreccia alla vita del dispotico e testardo genitore, i timori per la propria sorte che appartengo invece allo scrittore.
Infatti Henry scoprirà che il padre ha il diabete in fase terminale, la stessa malattia di Fante, e l'uomo piuttosto che rinunciare alla bottiglia, che gli sarebbe fatale, decide di fare un'ultima colossale bevuta con gli amici e finire col botto, piuttosto che vivacchiare come non è mai stato capace di fare, lasciando il biglietto “E' meglio morire di bevute che morire di sete”.
Il ritorno alla famiglia d'origine è pieno di melodramma e situazioni tanto tristi quanto comiche: John Fante dà il meglio nel rielaborare episodi, probabilmente reali di vita personale, in materiale da romanzo, trasformando fratelli e madre in personaggi involontariamente buffi.
 L'ironia è il filtro che John Fante utilizza per attutire il dramma della vita, così anche le situazioni apparentemente più disperate finiscono per trasformarsi in commedia piuttosto che in tragedia e perfino la morte del genitore avviene su un palcoscenico capace di suscitare più il sorriso che non il pianto.
Un modo forse per alzare il calice con meno paura e brindare con il sorriso stampato in faccia anche alla più avversa delle sorti, come quella di uno scrittore che finisce per diventare cieco, come accadde proprio a Fante, a causa della sua malattia.

Note al testo: questa edizione ha una prefazione di Vinicio Capossela e una introduzione, che spiega la storia della nascita del romanzo, di Emanuele Trevi.

Di John Fante ho recensito anche:
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