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Creato da antropoetico il 05/11/2010

antropoetico, poesie

poesia, romanzi ed emozione

 

 

I miserabili episodio 24

Post n°364 pubblicato il 25 Maggio 2012 da antropoetico
 

Venne giù il diluvio, una pioggia fitta e battente, tipica in montagna, uno scroscio così potente da far sentire gli esseri umani poca cosa di fronte alla forza della natura. Per fortuna Roberto riuscì a infilarsi sotto un costone in pietra che assomigliava molto a un dente di coniglio per quanto stranamente sporgesse in fuori. Non restava che aspettare che la furia del temporale si esaurisse, una pausa salutare vista la fatica compiuta per arrivare fino lì con il peso in più dei sacchetti della spesa. L’odore circostante era piacevole come se la montagna godesse di quell’inzuppamento, l’erba più verde del solito rilasciava profumo selvaggio e la terra si lasciava penetrare fino nel suo più intimo incavo. Anche la mente di Roberto si placò lentamente, sedersi per terra e l’accucciarsi portando le ginocchia vicino al volto, stringendole forte  con le mani lo fecero stare meglio. Era una dolce melodia il picchiettare della pioggia, una nenia cullante da cui era sempre stato affascinato fin dall’infanzia. Nell’acqua c’era il senso stesso della vita ma anche quello del tornare, del ricominciare da capo. Per quanto il sole più bello ha bisogno di qualche giorno di pioggia per riequilibrare l’esistenza del pianeta.

 

- Siamo fatti di acqua, siamo acqua.

 

Istintivamente, parlandone, gli venne da allungare la mano all’infuori per sentire l’infrangersi delle gocce sul palmo e in quel momento gli venne naturale mettersi a piangere. Le sue lacrime si mischiarono con la pioggia in una sorta di condivisione, un matrimonio simbolico fra lui e la natura nel tentativo di liberarsi di tutti quei perché ai quali non riusciva a darsi una risposta. I nervi avevano ceduto e adesso che era solo, senza nessuno che lo giudicasse, non aveva più bisogno della maschera da uomo maturo, il bambino che era dentro di lui poteva liberare il pianto, un pianto liberatorio, mistico per certi versi. Ci volle una bella mezz’ora prima che l’acquazzone smettesse di dire la sua in quei monti sperduti, cacciato via da un sole che cominciava a fare capolino nel bianco delle nuvole. Era il momento giusto per rimettersi in marcia anche se la temperatura, abbassata da quel repentino nubifragio, gli aveva fatto venire la pelle d’oca. Il passo a salire adesso non era più carico di rabbia e di tensione ma pacato e riflessivo e il pianto aveva tolto dolore dall’anima lasciando in lui una dolce tenerezza emotiva. Roberto si rese conto della sua fragilità interiore, di non essere il classico uomo, romanzato in tanti libri, capace di affrontare ogni situazione e di tenere sotto controllo i sentimenti, anche quelli più devastanti. Non era un elefante ma una farfalla che ancora, dopo tanti anni di vita, non si era schiusa dalla crisalide, un’opera incompleta che però aveva bisogno di trovare la sua dimensione. Un uomo talmente concentrato nei suoi ragionamenti da ritrovarsi davanti alla baita con la sensazione di non saper come diavolo ci fosse arrivato, talmente assorto nei pensieri da non essere riuscito nemmeno a memorizzare i dettagli visti sul sentiero. Quella sera avrebbe finalmente cenato quasi da cristiano, sullo scassato tavolino che aveva rimesso in sesto a furia di picchiarci chiodi, quale gioia più grande poteva avere? Un tetto, un fuoco, insomma un posto dove esistere ancora per un po’. Appena la fiamma del camino lo consentì mise su una pentolaccia riempiendola di fagioli in scatola e poi uscì per andare a prendere l’acqua la torrente. La salita infatti gli aveva messo sete e poi doveva lavarsi le mani prima di cenare. Ancora una volta si sentì spiato, trapassato da uno sguardo che lo cercava dal buio di quei boschi e quando è l’anima che te lo dice difficilmente sbagli. Roberto fece finta di nulla, si chinò per terra, sciacquandosi faccia e braccia e infine riempì la bottiglia di acqua fresca. Il pensiero che gli venne naturale fu che ci dovesse essere un animale incuriosito dalla sua presenza, forse attratto dall’odore della sua presenza. Certamente un animale molto sospettoso visto che dopo una settimana ancora non si era mostrato, la questione però da chiarire stava nel movente per cui lo stava puntando perché se aveva a che fare con un predatore il rischio di essere assalito c’era eccome. Scappato dagli squali di città, dal rischio di prendersi a pugni con qualche automobilista super incazzato, dalla follia umana, anche in quel posto desolato c’era da fare i conti con qualcuno.

 

- Sarà un lupo.

 

Gli parve una idea plausibile pensarlo e non gli spiacque perché gli riportava in mente le scene del film “balla coi lupi” dove il protagonista, in uno sperduto deserto del west, aveva incontrato un lupo con il quale era addirittura diventato amico, il mitico “due calzini” a motivo delle zampe bianche. Probabilmente a tempo debito si sarebbe fatto avanti.

 
 
 

I miserabili episodio 23

Post n°363 pubblicato il 24 Maggio 2012 da antropoetico
 

L’amore era così complesso da decifrare. Una bestia con tante teste in continua trasformazione da alimentare continuamente capace di trasformare i sogni in realtà ma al tempo stesso di  distruggere la voglia di vivere. Poteva onestamente dire di essere stato trattato male? Certamente no, in quanto i genitori lo avevano accudito, fatto studiare, provveduto a lui per tantissimi anni. Quello che, in realtà, gli aveva fatto male era stata la loro inerzia, l’indifferenza tutte le volte che avevano visto la sua vita andare a rotoli. L’amore che si da e che si prende, il motore per la felicità. Forse avrebbe dovuto prendere qualche schiaffo in più dal padre, magari in tal modo ci sarebbe stata una vera comunicazione capace d’infrangere il muro di gomma di cultura contadino di cui si era circondato. Roberto prese a farfugliare delle parole senza senso, il cervello se ne stava andando per conto suo ma per lo meno non sentiva più addosso tutta la fatica. Un passo dietro l’altro per dimostrare a se stesso che ce l’avrebbe fatta, che avrebbe scalato la montagna. Sì, questa volta nemmeno il male ai piedi e il bastone sulle spalle potevano fermarlo. Anche la moglie alla fine lo aveva lasciato, rinnegando le promesse fatte sull’altare dopo una lunga lenta agonia di convivenza. Tutti quegli anni, soffocati dai problemi della quotidianità, dalla visione diversa degli obbiettivi di vita avevano schiantato i sogni alla base della loro unione. Anche lei aveva cercato di fare del suo meglio, di modellarsi in un’esistenza a due ma l’amore è anche fatica e sopportazione, una corsa sulla lunga distanza.

 

- Per la Madonna e Gesù, non eravamo compatibili. Non c’era incastro.

L’inesperienza aveva giocato un brutto scherzo ad entrambi , ragazzotti con gli occhi pieni dei falsi sogni che la televisione dispensava in grande quantità. La vita reale non era come nei film e spesso non sempre era destinata a finire con un bel “e vissero felici e contenti”. L’amore non poteva essere una conquista stabile, non era un trofeo da mettere in mostra sul balcone del cuore da lucidare di tanto in tanto perché richiedeva continuamente un impegno, una voglia di donarsi all’altro capace di spingere al sostegno e all’incoraggiamento nei momenti del vacillamento e al perdono negli inevitabili periodi di crisi e conflitto. Era chiaro che se aveva perso ogni partita, dalla prima all’ultima non ci poteva essere altra spiegazione se non quella di essere uno scarso giocatore. Per la prima volta, ormai uomo maturo, comprendeva che unasentimento così elevato, profondo come l’amore aveva la necessità di essere alimentato continuamente da piccoli gesti, da pensieri e parole che confermassero quelli che lui provava. Fu in quel momento che ricordò uno delle poche volte in cui aveva regalato dei fiori a sua moglie, il 4 giugno del 2000, molti anni prima. Un gesto che parlò per lui più di mille parole e fece sorridere la commessa del fiorista. Per certi versi un lampo di genio che a quel tempo aveva squarciato il grigiore asfittico del problemi coniugali. Si era fatto consegnare un bellissimo mazzo di rose gialle splendide come un raggio di sole ma anche dei fiori ormai rinsecchiti. Era passato da casa nel pomeriggio, sapendo che la moglie non ci sarebbe stata e li aveva lasciati sul tavolo della sala, uno di fianco all’altro con un biglietto per l’anniversario di nozze che ricorreva quel giorno. Lo aveva scritto con cura sia davanti che dietro. La prima parte recitava: “Quando litighiamo siamo fiori appassiti ma quando ci amiamo siamo uno spettacolo meraviglioso”. Nella parte retrostante aveva aggiunto: “La prima rosa per dirti che ti amo, le altre per tutte le volte che avrei voluto dirtelo e non l’ho fatto”.

Il gesto simbolico dei due mazzi aveva commosso la sua ex moglie, facendo centro nel suo io profondo per l’immediatezza dell’immagine e probabilmente aveva consegnato nelle mani di Roberto un’ulteriore possibilità di andare avanti. Ma non bastò quel gesto, un gesto non può mai bastare senza un comportamento coerente. Arrivarono infatti giorni bui, il destino, la malasorte, gli accadimenti della vita a prendere a martellate quel che restava dei loro sogni e la bella pianta dell’amore che avevano piantato nel giardino del cuore, lentamente, come se quell’episodio fosse stato in realtà una triste profezia, rinsecchì. Quando l’amore muore però non finisce, semplicemente smette di produrre frutti. Roberto non poteva cancellare i vent’anni passati assieme che ritornavano puntuali a infilargli una lama nel cuore ogni volta che gli capitava di passare in un posto dove era già stato con la sua ex. In un certo senso, benché la mente seguisse la logica e non ci fossero più i presupposti per ipotizzare un futuro, il cuore sembrava vivere in un limbo tutto suo di struggenti immagini, di ricordi in cui aveva rimosso i momenti peggiori e aveva tenuto solo le rappresentazioni di lei come amore della vita.

- Tutto a puttane, tutto a puttane, Cristo!

Gridò in un attimo di rabbia e il cielo ancora una volta sembrò ascoltarlo. Il cielo grigio fu trapassato dal lampo e qualche attimo dopo il rombo del tuono urlò grave e pesante come il suo stato d’animo. La pioggia stava arrivando, doveva abbattersi su quella miserabile vita. Roberto non aveva mai voluto ammetterlo, cercando in tutti  modi di giustificare quello che gli era accaduto dando la colpa agli altri ma adesso che era solo con se stesso non aveva senso mentire. Era lui che non aveva saputo amare, che non era stato in grado d’interpretare il ruolo, che in fondo si era comportato da stronzo.

 
 
 

I miserabili episodio 22

Post n°362 pubblicato il 23 Maggio 2012 da antropoetico

Roberto si allontanò con passo veloce sotto un cielo che cominciava a tingersi di grigio. Sembrava Aronne con i sacchetti della spesa e quel bastone nerboruto tra le mani. Una mezz’ora nella civiltà e già cominciava a sentirsi di nuovo uno scarto. Senza nemmeno rendersene conto si ritrovò ad inerpicarsi lungo il ripido sentiero. L’umore gli era cambiato e l’espressione della faccia era tornata dura e tesa. Era stato rinnegato da tutti quelli che erano venuti a contatto con lui. Rinnegato, questa la parola giusta per definire un vissuto senza senso. Cominciò a sudare per lo sforzo e la scomodità di tenere i due sacchetti rigonfi di provviste uno per ogni mano e dopo mezz’ora gli venne in testa il modo per faticare di meno. Si mise il bastone sulle spalle e ci appese i sacchetti come bilanciatori di peso a destra e sinistra.

- Mannaggia, mi tocca fare il mulo.

La sua mente colse la palla al balzo per farlo sentire un asino. Se era arrivato a quel punto voleva dire che era stato un vero incapace, se tutti lo avevano rinnegato a partire dai genitori la colpa era sua. Riprese a salire con la forza di quella rabbia che cominciava a bruciargli dentro. Forse la sua vita avrebbe preso un’altra direzione se solo i genitori avessero fatto con lui quello che avevano fatto con la sorella.  Perché gli avevano fatto una guerra spietata? Che cosa aveva mai combinato di così orribile da meritare il declassamento a stronzo di turno?

- Io volevo solo farmi una famiglia!

Lo gridò al vento sibilante intorno a lui.

I genitori non avevano mai condiviso la sua scelta, in particolare la madre e il loro comportamento era stato così subdolo, nascosto dietro una patina di perbenismo, che a ripensarci adesso gli faceva venire da vomitare. Roberto aveva passato anni cercando di avvicinare le loro posizioni, posizioni in realtà inconciliabili e adesso comprendeva di aver costretto la moglie a subire quella tortura psicologica fatta di sguardi, di atteggiamenti diffidenti e di parole taglienti. Se tutto era andato a puttane, anche i genitori avevano marchiato addosso  una bella fetta di colpa. Una vendetta sottile consumata con i gesti veri, quelli che lasciano il segno. Lui, una decina d’anni prima era stato costretto a vendersi la piccola casa che aveva comprato facendo un mutuo e adesso rivedeva l’indifferenza con cui loro avevano accolto quella notizia.

- Quando uno fa il passo deve avere la gamba abbastanza lunga.

Gli avevano detto con lo sguardo austero.

Il padre avrebbe potuto aiutarlo, sostenerlo, dargli almeno una speranza e invece non aveva mosso un dito mettendo la testa sotto la sabbia come uno struzzo. Insomma un bel “cazzi tuoi” da chi lo aveva messo al mondo. Tutt’altre scelte nei confronti della sorella. Per lei ogni cosa era stata possibile. La macchina, una casa, l’arredamento. Tutto pagato fino all’ultimo centesimo dagli amorevoli papà e mamma. In Roberto era scattato l’orgoglio fin dalla prima scenata della madre. Non poteva dimenticare la scena orribile a cui i suoi occhi avevano dovuto assistere. Prima di comprarsi la casa, infatti, era andato a convivere con la sua ex moglie in un appartamentino arredato. Il loro primo nido d’amore dove avevano cercato di dare ali per volare ai loro sogni. Quella maledetta sera che la madre venne a bussare alla sua porta e cominciò a ricoprire d’insulti Matilde. Un crescendo d’alterchi che lo avevano costretto ad invitarla ad andarsene.

- Mamma per favore. Ne parliamo un’altra volta.

- Torna a casa figlio mio. Noi ti vogliamo bene, lasciala questa sgualdrina.

- Vattene, non ragioni stasera.

Non erano ancora sposati, ma quella che sarebbe diventata la moglie cominciò a piangere e urlare.

Un odio talmente forte scattò allora nella madre che in un lampo le mise le mani addosso cercando di strapparle i capelli. Una scena dilaniante per Roberto costretto a mettersi in mezzo a madre e moglie, due amori entrambi forti allora. Una scena concitata con urla e schiaffi a cui non avrebbe mai voluto assistere e che fu costretto ad interrompere quando chi lo aveva messo al mondo, chissà come, riuscì a prendere un coltellaccio da cucina. Terrore, orrore, disgusto in un figlio costretto a prendere i polsi della madre fino a trascinarla con la forza fuori di casa. Era stata la cosa giusta prima che finisse nel sangue quella volta. Come dimenticare i lamenti della madre che rimase un’ora e passa a piangere sul pianerottolo della casa prima di andarsene sconsolata. Una devastazione che aveva segnato la loro vita. E’ vero che ognuno è responsabile della propria vita, delle scelte ma, per la miseria se contano i fattori ambientali, il gioco di squadra. Ci sono famiglie che costruiscono nel tempo, che crescono e che mantengono dei valori fondamentali.  Per gli anni successivi fino al declino finale della storia con la ex moglie. Roberto era sempre stato fra l’incudine e il martello, quella situazione difficilissima dove se accontenti l’una scontenti l’altra. Aveva cercato di darsi dei valori, quelli che non gli erano stati trasmessi per ignoranza e assenza da parte del padre, ma i genitori l’avevano ormai bollato come la pecora nera della famiglia. Rinnegato, benché ce l’avesse messa tutta per adempiere il suo ruolo di figlio, aiutandoli sempre nelle situazioni critiche. Se molte cose erano andate a posto anche dal punto di vista economico era stato grazie al suo intervento. In cambio gli avevano dato tante belle vuote parole,  nella vita contano i gesti e un figlio ha bisogno di sentire la sua appartenenza d’origine.

 
 
 

I miserabili episodio 21

Post n°361 pubblicato il 22 Maggio 2012 da antropoetico
 

La bottega del paese, l’unica per altro, vendeva un pò di tutto dal pane al filo di ferro. La prima cosa che balzava all’occhio era sicuramente il porticato in legno con le nicchie piene di oggetti di artigianato locale. Quadretti, stelle alpine essiccate, libri pieni della vita vissuta in quei posti a fianco di cartoline e contenitori colorati di plastica, perfino giocattoli e bocce. Roberto aveva pochi soldi e le idee chiare. Avrebbe comprato dello scatolame e delle sementi, un rasoio per farsi la barba, una bottiglia d’olio, sale e zucchero, della farina e una forma di pane casareccio e forse qualcos’altro se gli fossero avanzati dei soldi. Un campanellino annunciò il suo ingresso all’anziana proprietaria, la Mariuccia, una donna che sembrava la befana delle feste. Il suo volto, raggrinzito e spaccato dal sole e dall’inverno si affacciò dal retro con una specie di foulard nero in testa .

- Entri pure, arrivo subito.

Disse con la schiena piegata. Poveraccia, chissà cosa stava facendo.

- Faccia con comodo, posso dare un occhiata in giro intanto?

- Certamente, quello che prende lo metta sul bancone.

Evidentemente si fidava degli avventori, quasi tutti persone del luogo durante l’anno. Solo nel periodo estivo capitava di tanto in tanto qualche turista scalatore.

Roberto camminò lungo le scaffalature in modo attento. Un espositore vicino alla vetrina era carico di bustine di semi al costo di un euro una. Proprio quello gli serviva per fare l’orto. Prese una ventina di tipi d’ ortaggi   da piantare fra cui le cipolle, alcuni tipi d’insalata, i cavoli e la verza, anche del mais. Per terra un sacco di patate da piantare. Scelse con cura perché quelli sarebbero stati i pasti che avrebbe consumato dall’estate fino all’autunno.

Dall’altra parte del negozio i legumi, impilati a piramide. Prese tonno, piselli, fagioli.

 

- Arrivo, abbia pazienza non sono più una ragazzina.

- Posso chiederle quanti anni ha?

- Settantaquattro, figliolo, sette quattro uno di fianco all’altro compiuti giusto ieri.

- Auguri allora!

La vecchia ricurva su se stessa gli venne incontro mostrandogli uno sdentato sorriso sotto i piccoli baffi che facevano da cornice alle labbra.

- Che Dio ti benedica, quante cose che stai prendendo. Oggi l’incasso sarà buono.

Si vedeva quanto fosse soddisfatta vedendo la roba ammucchiarsi sopra l’impolverato bancone.

- Mi servirebbe anche un rasoio, uno del tipo usa e getta. Ah, pure una forma di pane, quello fatto alla vecchia maniera.

- Subito. Dunque il rasoio è là, sul ripiano  a destra assieme alla schiuma da barba, lo vedi? Il pane te lo prendo io. E’ buono, il migliore della valle.

- Ok, direi che quasi ci siamo. Prendo anche olio, zucchero, sale e farina.

Quando ebbe le mani piene tornò al bancone e poggiò sopra tutto.

- Mi dice quanto le devo gentilmente?

- Cinquantasette euro e ventiquattro centesimi ragazzo.

Roberto si sorprese della velocità di calcolo con cui Mariuccia gli aveva presentato il conto.

- Per la miseria! Complimenti. In meno di trenta secondi mi ha sparato la cifra da pagare. E’ meglio di una calcolatrice.

La vecchia si mise il dito sulla fronte picchiettandola.

- Sono vecchia ma questa funziona ancora.

Cacciare i soldi sul bancone fu un piacere vero. Quale modo migliore di spendere gli ultimi soldi? In fondo stava compiendo un’opera buona ad averli dati proprio a lei che certo conduceva una vita appena sopra la povertà

- Eccoli qua. Senta visto che ho ancora una quindicina di euro voglio scialare. Mi dia un bel pezzo di “raschera”. E’ formaggio del posto vero?

- Diavolo! Lo fanno nelle baite in altura ancora alla vecchia maniera. Fresco o stagionato?

 

- Meglio stagionato. Dove vado non ho il frigo.

- E dove vai?

- Su, in alta quota.

- Ho capito sei uno scalatore.

- Una specie. Ho bisogno di respirare dell’aria buona.

- E dove hai la baita?

- Perché dovrei avere una baita?

- Hai preso le sementi. Se fossi qui per un giorno o due non ti servirebbero.

Il cervello della vecchia in effetti era brillante come quello di una ragazzina di vent’anni e Roberto si sentì in difficoltà per darle una risposta. Gli dava fastidio far sapere i cazzi suoi.

- Sono con un amico. Piero.

- Piero? Il figlio del Demarchi?

- No.

- Allora di Giacomo Oreti?

- No. Devo andare. Le auguro una buona giornata. Mi stia bene.

 
 
 

I miserabili episodio 20

Post n°360 pubblicato il 20 Maggio 2012 da antropoetico
 

Fu in quel momento che per la prima volta si sentì gli occhi addosso di qualcuno. Non ne era sicuro, ma la percezione di essere osservato lo spinse a guardarsi intorno passando in rassegna la collina e il bosco adiacente. Chi altro ci poteva essere in un posto talmente isolato?

 

- Strano. C’è qualcuno là?

 

Chiese ad alta voce, ripetendolo una seconda volta senza ricevere, però, nessuna risposta. Pensò che si fosse trattato di semplice suggestione. Succede a volte. Era ora di scendere a valle, di tornare nel mondo civile per spendersi gli ultimi soldi rimasti e far provviste. La cosa non gli andava molto a genio ma senz’altro era la cosa più logica da fare. Non poteva continuare a mangiare solo erba. Roberto si diede dunque una lavata nelle acque fredde del torrente, togliendo il grosso dello sporco che aveva accumulato in quella settimana di duro lavoro e cercò di sistemarsi  con le mani l’arruffamento cespuglioso dei capelli  in testa. Adesso, nonostante la sgrassatura, conciato così e con la barba lunga sembrava sempre più un barbone. Ci volevano tre ore per raggiungere il primo avamposto di civiltà e una in più per tornare indietro. Un viaggio lungo e imprevedibile sui costoni della montagna dove il tempo era capace di girare al brutto in poco tempo. L’erba cominciava a crescere velocemente e nell’aria giocavano calabroni e vespe tutt’indaffarati a spartirsi le corolle dei primi fiori. Più scendeva verso il basso e più il verde cresceva d’ intensità  pennellato in tutte le tonalità che la natura aveva messo a disposizione dell’uomo. Anche la temperatura dopo un’ora  cominciava a salire, fino al punto di costringerlo a togliersi la maglia e ad allacciarsela intorno alla vita. Nel cielo, figlio del vento, volteggiava elegante un falco che lo seguì per un pezzo del cammino sparendo alla fine in picchiata sulla preda dentro il bosco secolare.

 

- Meglio che mi faccia un bastone, non si sa mai.

 

Lo spettacolo all’aria aperta di quei monti era indubbiamente piacevole e meraviglioso da gustare ma nascondeva anche tante insidie. Non li aveva mai visti, eppure sapeva che da quelle parti giravano anche famiglie di cinghiali, qualche lupo, perfino delle volpi. Il falco gli aveva ricordato di essere previdente, di non dare per scontato un rapporto sempre pacifico con la natura e le sue creature. Decise dunque di trovarsi un bel bastone.

 

-Questo mi sembra abbastanza nerboruto, ancora fresco come legno, resistente.

 

Tagliò il superfluo, il fogliame che ancora lo rivestiva, facendo in modo che alla fine risultasse lungo circa un metro e mezzo e poi lo fece roteare nell’aria come aveva visto fare nei film di Bruce Lee. Evoluzioni con le mani e con i piedi scimmiottando il suo idolo.  Quanti anni erano passati dall’ultima volta in cui lo aveva fatto? Almeno un quarto di secolo.  Tutti i pesi e i problemi che si era portato sul groppone per tanto tempo adesso sembrano spariti , lasciando il passo all’uomo che ancora ha voglia di sorridere. Il passo si fece più veloce, il respiro anche, a tal punto che quando arrivò in vista del paesino ormai grondava sudore come se fosse appena uscito dalla sauna. La prima cosa che notò in lontananza fu una macchina blu che transitava placida, placida vicino alla Chiesetta.

 

- Eccola la civiltà.

 

Benché fosse passata solo una settimana, gli sembrò una scena aliena vedere quel trabiccolo tecnologico scoreggiare smog tra le case in pietra. Anche l’aria sembrava puzzare di un insieme di odori fetidi. C’erano i tipici vecchi di montagna nella piazzetta della Chiesa, seduti sulla panchina. Roberto si rese conto che stavano parlando di lui, chiedendosi chi mai fosse.

 

- Buongiorno signori.

 

Lo scrutarono dalla testa ai piedi, indecisi se rispondere o no allo “straniero” fino a quando quello seduto in mezzo non alzò il braccio e rispose con lo sguardo ma senza parlare. Gli altri due si sentirono liberi a quel punto di chiedergli chi fosse. Gli occhi dentro quei volti scavati e rugosi erano vispi, interessati, sinceri come le montagne circostanti.

 

- Chi sei?

- Mi chiamo Roberto. Bella giornata oggi vero?

- Già, oggi pomeriggio però pioverà.

- Come pioverà?

I tre sorrisero tra di loro, forti dell’esperienza accumulata in tanti anni di vita sempre e solo in quel luogo.

- Lo dicono le nuvole, quelle che vedi avvicinarsi da nord.

- Sicuri, sicuri?

Il più conciato dei tre se la rise alla grande sotto i baffi e poi intervenne dicendo:

- Scommettiamo una bevuta al bar?

Erano talmente sicuri che avrebbe piovuto da mettere fretta a Roberto.

- No. Meglio di no. Anzi mi muovo subito perché ho delle cose da fare.

 
 
 

I miserabili episodio 19

Post n°359 pubblicato il 19 Maggio 2012 da antropoetico

A partire dalla mattina successiva il tempo divenne splendido e durò tutta la settimana facendo gridare di gioia l’intera foresta. Vi era un’armonia inconcepibile nelle caotiche città, veri formicai intossicati dallo smog delle auto, un incontro piacevole e in equilibrio fra le varie forme di vita. Roberto avvertì come se ci fosse in atto dentro di se una disintossicazione che non riguardava solo il fisico ma anche lo spirito. Cominciava a sentire il suo corpo più vitale, benché sembrasse un paradosso. La sua alimentazione infatti era stata tagliata drasticamente. Niente vino, olio, pane e nemmeno la carne, eppure la dieta vegetariana lo aveva reso più forte come se in realtà i cibi troppo saporiti ingurgitati in tanti anni avessero accumulato nel fisico tossine pesanti e solo adesso cominciasse a carburare nel modo giusto. La pancia stava rientrando, almeno tre chili in meno di una settimana  e i pantaloni cominciavano ad andargli largi con suo immenso piacere.  Parallelamente anche il cervello aveva acquistato ragionamento e buon umore a tal punto che cominciava a darsi spiegazioni profonde sul perché esistesse.

 

- Ho capito. Quando veniamo al mondo non abbiamo in dono solo il corpo fisico. Era così chiaro eppure non ci avevo mai pensato. Riceviamo anche un corpo spirituale e uno emotivo.

 

Roberto seguì la logica di quel ragionamento.  Non succedeva soltanto di rompersi una gamba o una braccio, le ferite ce le si procurava anche nella mente e nel cuore. Tagli e fratture che bisognava aggiustare per poter ricominciare ad avere una vita normale e felice. La cosa più difficile era trovare il bisturi giusto, la chiave con cui poter intervenire e pensò a tutti quegli anni in cui aveva vissuto una vita che non sentiva sua, intrappolato senza un perché nel ruolo secondario assegnatogli dalla vita. Bisognava avere tenera cura di ogni corpo di cui siamo fatti, alimentandoli nella maniera giusta, coccolando la mente, facendo crescere i buoni motivi del cuore. Solo così la vita avrebbe acquisito senso. L’egoismo, l’avidità, la cattiveria, ogni pensiero negativo infliggevano colpi all’anima, arrivando a renderla arida e inutile. Comprese infine che solo adesso cominciava a guardarsi dentro. Quello era il primo passo. Se non si piaceva come avrebbe fatto a piacere agli altri? Molto spesso il primo detrattore di se stesso si era rivelato proprio lui, altre volte aveva strozzato i sentimenti con un cinismo spietato e ingiusto, non voleva più essere un certo tipo di persona. Quello era il tempo di leccarsi le ferite e proprio come un vecchio leone era andato a cercarsi la tana giusta dove sparire per un po’. Sorrise, diviso tra la fatica fisica che provava e quei piacevoli pensieri che stava intrattenendo con la sua anima interiore. Non aveva mai faticato tanto fisicamente come in quei giorni perché la legna costava fatica. Bisognava tagliarla, trascinarla, sollevarla. Più volte dovette stringere i denti e fare vari tentativi per sistemare la casa tuttavia si sentiva  felice per aver avuto la fortuna  di trovare la segheria vicino al torrente la quale si era rivelata  una vera miniera d’attrezzi. Adesso guardava orgoglioso la casa rappezzata alla bell’e meglio nello stesso modo in cui un comandante passa in rassegna le sue truppe a fine battaglia. Aveva fatto qualcosa di buono con le  mani, lavorando con umiltà. La natura gli stava dicendo: “se vuoi riuscire devi lottare, faticare e provare piacere in ciò che fai, dev’essere lo scopo che vuoi raggiungere”.  L’energia più grande è insita nella motivazione. Ecco adesso il passo successivo sarebbe stato chiedersi cosa voleva dalla vita, quali cose erano davvero importanti per lui. Il torpore cerebrale sembrava dissiparsi come la nebbia al primo sole del mattino. Non era sicuro che la medicina fosse quella giusta ma di sicuro un passo avanti in qualche direzione lo aveva fatto. Aveva ancora con se il telefonino, ormai scarico di energia e soldi, anch’esso una specie di guinzaglio che tutti ci portiamo dietro, capace nell’era della comunicazione di distruggere un vero dialogo. Quante volte aveva iniziato un bel discorso e chi era davanti a lui aveva interrotto bruscamente la comunicazione per rispondere al rompicoglioni di turno. Cellulare a mangiare, in vacanza, a letto, perfino al cesso. Un vero simbolo fallimentare dell’era del progresso. Decise di scavargli la fossa, il più lontano possibile da casa e di seppellirlo compiendo un vero rito funebre. Sembrava una stronzata adolescenziale ma la sua testa non ebbe dubbi. Pala in spalla raggiunse la vecchia quercia sulla collinetta e dopo aver scavato e richiuso con cura ci mise pure una croce sopra, sia in senso letterale che figurato dicendo sue parole:

 

- Posso solo dirti che sei stato uno stronzo e finché mi sei stato vicino mi hai fatto innervosire parecchio.  Addio.

 

Roberto si mise a ridere sguaitamente, lasciandosi cadere per terra.

 

-Certo che sono proprio scemo!

 
 
 

La bestia

Post n°358 pubblicato il 17 Maggio 2012 da antropoetico
 

E' la bestia che mi viene a cercare,

cresce nel labirnto in cui l'ho chiusa,

circoncisa nella bestemmia di una promessa

sento i suoi passi a calpestare il cuore,

tacchi a spillo che bucano l'onore.

Nel silenzio lancia il suo grido violento

e mi vieni incontro con un movimento lento

spaccando la croce dietro alla quale con fatica mi difendo.

Artigli che tagliano, righe nell'inespresso mondo dell'anima,

come vetro frantumano l'immateriale,

l'ultima corazza prima del vento che entra nel profondo.

L'animale sente il mio odore, sa che sono ferito,

adesso che cado senza più difese, mi gira intorno

nel gocciolar di sangue, sorride vincitrice di quel che resta.

 
 
 

I miserabili episodio 18

Post n°357 pubblicato il 17 Maggio 2012 da antropoetico
 

Approfittò della pausa pranzo per mettere ordine sulle cose da fare. Non era casa sua quella baita, ci era entrato abusivamente e si chiese se ci potesse metter mano.

 

- Ma chi vuoi che venga ancora fin qua su. E’ una catapecchia abbandonata, occhio e croce risalirà al dopoguerra. Vecchia mia, adesso a te ci penso io. Oh sì.

 

Più facile a dirsi che a realizzare. Mancava infatti quasi tutto il tetto crollato sotto il peso della neve. La trave portante si era spezzata a metà e non la si poteva riutilizzare. E poi come tagliare il legno? Mancava anche una parte delle mura laterali ma nulla di impossibile da aggiustare, il vero problema era il tetto. Lo studiò per qualche minuto chiedendosi cosa sarebbe stato necessario.

 

- Dunque una trave portante lunga più o meno quattro metri, otto travetti laterali e l’intelaiatura, questo devo cercare di recuperare da qualche parte.

 

Le tegole invece non sarebbero state un problema, visto che in montagna si usano delle lastre di ardesia e per terra sparse ce n’erano  parecchie di ogni dimensione. Fece un altro giro intorno alla casa per controllare se ci fosse appesa da qualche parte una sega o una accetta. Non doveva fare un lavoro perfetto, nemmeno realizzare un’opera d’arte, però senza attrezzi come diavolo avrebbe potuto fare?

 

- Nulla. Solo qualche chiodo e un pentolone diventato marrone dalla ruggine accumulata. Per la miseria di mia nonna, siamo messi male!

Decise di andare verso il lato nord della montagna, esattamente in direzione opposta da quella da cui era salito nella speranza di trovare qualche altro rudere. Un pò come fanno gli sfasciacarrozze  con le auto che da tre o quattro scassate ne tirano fuori una sana. Caricò il camino con la legna rimasta e calcolò di avere più o meno un paio d’ore prima che si spegnesse. La temperatura era diventata nel frattempo gradevole e i piccoli fiori cominciavano ad aprire i loro petali al sole e alla vita. Roberto, nella boscaglia intravide una specie di sentiero  dove i rami dei cespugli  sembravano essersi alleati  per impedire il passaggio. Se esisteva davvero quel percorso, seppur abbandonato da tempo immemorabile, doveva condurre da qualche parte. Non rimaneva che usare i piedi e le mani per farsi largo nel groviglio. Dopo diversi tagli e graffi finalmente il sentiero, degradando nella boscaglia più fitta e con poca luce, si fece più percorribile. In effetti scendeva verso valle girando intorno alla montagna nel lato più ombroso.  In lontananza un brusio che a poco a poco divenne sempre più forte, gli segnalò chiaramente la presenza di un torrente.

- Che culo, ho trovato l’acqua, speriamo sia potabile.

 

Una domanda praticamente inutile poiché la fonte sgorgava dalla montagna qualche centinaio di metri più in su e quell’acqua poteva essere solo migliore di quella che la gente di città  si è  abituata a bere imbottigliata nella plastica  magari rimasta parcheggiata settimane sotto il sole nei depositi a cielo aperto della grande distribuzione. Ci si avvicinò con circospezione e volle subito assaggiarla, raccogliendola con le mani. Era così fredda da sembrare appena uscita dal frigo.

 

- Buona, meglio della “Brio blu”.

 

E proprio mentre era chinato a sorseggiare, notò una specie di sporgenza. Gli sembrò ci fosse una costruzione un centinaio di metri più in basso che sembrava finire direttamente nel letto del torrente.

 

- Che ci fa una casa nell’acqua? Strano.

 

Una volta arrivato, il perché fosse lì fu subito chiaro vista la grossa ruota semi distrutta che faceva capolino dall’acqua. Si trattava di una segheria, probabilmente risalente ai primi del secolo. Chissà quanti boscaioli avevano sudato in quei boschi in un tempo  ormai passato. Quale posto migliore dove poter trovare una sega? O almeno qualche strumento idoneo per lavorare il legno? Entrò come un ladro anche se non c’era nemmeno più una porta a cui bussare, camminando con molta attenzione sopra al pavimento  pronto a cedere da un momento all’altro  e a quel punto notò subito una cosa che avrebbe potuto essergli utile. Un vecchio lume a petrolio. Il vetro era rotto ma il resto appariva in buone condizioni. Sarebbe stata la luce delle sue notti almeno fino alla fine del suo nero contenuto. E’ incredibile quante cose la gente abbandona perché reputa ormai inutili e quanto vita rappresentano quegli stessi oggetti. In qualche modo prendendoli in mano li stava riportando a nuova vita, una specie di ritorno dal mondo dei morti. Due bicchieri, un coltello, una bottiglia di vetro. Cose semplici ma che diventano preziose quando non hai più nulla, anche una zappa senza manico. Perfino la vecchia foto consumata di un uomo su di un mulo con tanto di baffoni che si era infilata dietro una specie di cassapanca polverizzata dai  tarli.

 

- Dio mi vuole bene in questi giorni!

 

Raccolse quegli oggetti e decise di tornare verso quella che ormai considerava casa sua, prima di essere sorpreso dalla notte. Doveva ancora raccattare della legna per mantenere accesso il fuoco, la cosa più importante quella sera.  Al resto ci avrebbe pensato il giorno dopo. Camminare in salita si rivelò faticoso e impegnativo perché il dislivello tra un posto e l’altro non era poco e se non ci sei abituato viene un fiatone da strisciare la lingua per terra. Si rincuorò tantissimo quando nel tornare a casa vide ad accoglierlo il crepitio del fuoco e il colore rosso ambrato della brace. Non faceva freddo, anzi c’era un bel tepore. Lasciò dunque le cose che aveva trovato sul pavimento e tornò nel bosco a raccattare della legna.

 

- Meno male che ho finito, sono a pezzi, sfatto come la merda.

Era giunto il tempo del meritato riposo, egli sprofondò dunque in un profondo sonno favorito dal calore e dalla musica piacevole dello scoppiettio della legna di tanto in tanto. Quando sei molto stanco, in genere dormi meglio, forse perché è il corpo che te lo chiede. Roberto lo fece senza nemmeno mangiare visto che no c’era nulla da mettere sotto i denti. La pace della montagna e la calma della notte furono i suoi due guardiani assieme al fuoco, vigilanti attenti di quel luogo sperduto.

 
 
 
 
 

I miserabili episodio 17

Post n°355 pubblicato il 15 Maggio 2012 da antropoetico
 

Fuori il tempo si stava schiarendo, la pioggia andava a morire cacciata dall’arrivo di un sole vispo e frizzante. Tipico della montagna quel repentino mutamento di umore. Per certi versi Roberto ci aveva sempre intravisto l’atteggiamento femminile, capace in pochi minuti di passare dalla rabbia più feroce alla tenerezza estrema. Le donne sono volubili,si sa, in un modo inconcepibile per la maggior parte dei maschi, alimentate dal loro io, istintivo ed immediato. Sentirsi nudo completamente e all’aria aperta diede strane e nuove sensazioni a Roberto. Per la prima volta, sganciato dalle regole del buon costume della società civile, poteva andarsene in giro lasciando ballonzolare liberamente le palle e il pisellino. Si sentì come un uomo delle caverne che deve organizzare la sua vita da zero. La prima cosa era recuperare altra legna per mantenere acceso il fuoco. Pensò bene che fosse il caso almeno di rimettersi le scarpe; tra sassi, sterpi, ortiche una precauzione indispensabile. A vederlo era ridicolo, con la sua pancia pienotta e le maniglie di lardo ai lati che continuavano a rimbalzare. Mentre la donna nuda con solo le scarpine addosso può avere un certo fascino, un maschio con le scarpe ai piedi è davvero uno spettacolo indegno. D’altronde dopo la prima fase in cui si sentì strano, Roberto cominciò a gustarne tutto il senso di libertà. Anche fare la pipì fu per lui un rito di comunione con la natura, un gesto liberatorio al quale sembravano assistere con gioia grilli e uccellini. Diverso fu il caso quando, per completare l’opera  di evacuazione corporea cercò un posticino nascosto dove svuotare il pancino dagli accumuli di cacca. Imparò come lezione numero uno che, prima di espletare l’ indispensabile funzione biologica, era opportuno verificare che non ci fossero ortiche nei paraggi! Quel giorno gli bruciò il culo fino a sera.

La seconda fu che, se non hai carta a portata di mano, bisogna mettersi vicino alle piante di nocciolo dove le foglie hanno una consistenza accettabile per detergere il deretano e sono letteralmente a portata di mano.

- Tutta roba riciclabile. La natura è incredibile, non si butta via niente e quello che lasci tu serve a qualcun altro. –Esclamò.

Il pensiero di quante cose, in città indispensabili, come un semplice sacchetto di plastica o le strade o ancora le auto, lì nel 2012 non servissero a nulla cominciava a farlo sentire meglio. Forse una vita naturale, per quanto semplice, dava più libertà che l’agognato progresso.  Anche l’ansia accompagnata di solito dalla voglia di bere vino per assopire la coscienza, per intorpidire le percezioni del cervello, in poche ore sembrava aver sgomberato il campo. Finalmente contava il presente, il vivere dentro quell’istante con calma, in pace e soprattutto in armonia con la natura. Fu in quel momento di godimento psicologico che una certa fame prese a solleticargli il pancino svuotato e libero. Non rimaneva che rivestirsi con gli abiti, ormai asciutti e cominciare a esplorare il territorio.

- Vediamo se c’è qualche pianta che si può mettere sotto i denti in giro o delle fragoline di bosco.

Certo, essendo  ai primi di maggio, nel sottobosco il tempo di distribuire bacche e mirtilli non era ancora giunto. Camminando intorno alla baita, però, poco più in basso Roberto notò un pianoro molto soleggiato che pareva una piazzetta circondata da una piccola foresta di larici, faggi e abeti. Vedere il giallo brillante dei fiori di tarassaco lo fece sorridere. Si tolse la maglia e, strappando le foglie ad una ad una con le mani, fece il suo primo raccolto d’erba commestibile e per giunta gratis. Gli sembrava incredibile poter prendere qualcosa senza pagare nulla, senza dover passare in cassa e tirare fuori il bancomat. La natura dava spontaneamente da mangiare alle sue piccole creature. Nessuna di loro, dal ragno, con la sua tela luccicante, alle mosche nei loro ronzii, dal corvo centenario all’aquila nel cielo, dalla formica silenziosa al grillo e i suoi versi, nessuna lavorava, nessuna aveva un vestito. Inoltre era difficile immaginare quelle bestiole tristi o infelici come se la gioia fosse scritta nel loro dna, impressa nel destino della vita. Rincasò, giusto in tempo per aggiungere della legna sul fuoco e si mise a smangiucchiare l’amarognolo delle foglie.

- Ci vorrebbe dell’olio, del sale e il limone. E anche un buon bicchiere di Barbera.

Certo la voglia di un bel pasto si faceva sentire. Dopo anni di pasti supercalorici trovarsi a mangiare erba non era il massimo. Sono le abitudini che rendono schiavi a tavola. A un certo orario scatta un non so che nel cervello e sembra che se non hai il vino o il pane ad accompagnare non è un vero pasto. Riflessi condizionati figli dell’abbondanza del sistema che lo aveva ingozzato di cibi e cose materiali ma che lo aveva reso vuoto dentro i sentimenti e i valori.

 
 
 

I miserabili episodio 16

Post n°354 pubblicato il 14 Maggio 2012 da antropoetico
 

L’odore dell’erba si mischiava con quello dei muri umidi e ammuffiti e il cuore prese a pulsare più forte. Inzuppato così, una polmonite non gliel’avrebbe levata nessuno. Si lasciò scivolare sul pavimento di pietra e cominciò a passare in rassegna ogni centimetro di quel luogo sperduto. Esso rappresentava pienamente il suo stato d’animo. Le intemperie di anni gli si erano abbattute contro fino a demolirlo, a sfasciarlo, a sfondarlo.

- Dove lo trovo un fiammifero? Per la malora!

Dopo cinque minuti buoni Roberto prese a strisciare lungo il perimetro interno fino a raggiungere uno scassato mobiletto. I tre cassetti erano sfilati, segno evidente che qualcuno era già passato a rovistare e quello conciato peggio giaceva, rigirato verso il basso, proprio sotto la finestra. Fu lì che trovò, miracolosamente asciutti gli ultimi due fiammiferi.

- Un pochino di culo nella vita ci vuole. Grazie Signore!

In tali condizioni era bastato un semplice fiammifero da tenere nelle mani a cambiare l’umore. Li posò con cura nella parte asciutta della casa devastata e uscì in cerca di legna. In genere le case di montagna hanno un posto dove la tengono già preparata per l’inverno, un sottoscala, un fienile dove viene accumulata a seccare , un luogo asciutto al riparo della pioggia.

- Vediamo se oggi è davvero il mio giorno fortunato e ho un’altra botta di culo.

Forse pretendeva troppo ma con i vestiti così inzuppati da poterli strizzare ogni minima speranza andava adottata per sopravvivere. Sorrise quando vide la legna, tagliata piccola e grossa, sotto quello che restava di un vecchio balcone in legno. Non ce n’era molta per la verità, non sarebbe bastata per tutto il giorno, ma almeno poteva accendere il fuoco. La prese facendo  un paio di volte avanti e indietro e la portò proprio di fianco al camino. Sapeva come accendere il fuoco. Lo aveva imparato nella casa del padre, contadino d’origine trasferitosi a Milano nel dopo guerra. Mise due pezzi di legna più grossi a una distanza di quindici centimetri uno dall’altro in modo da creare una base su cui poggiare i ramoscelli più piccoli, lasciando così lo spazio necessario al circolo dell’aria. C’era tutto, anzi no.

- Carta, mi ci vuole della carta.

Ma dove trovarla? E poi in ogni caso avrebbe dovuto essere asciutta, difficilmente il fiammifero da solo sarebbe durato abbastanza da far montare le fiamme nel caminetto. L’unica carta, asciutta o quasi, reperibile poteva essere solo nel suo portafoglio.

- Che faccio? Brucio la patente? La carta d’identità? Quasi, quasi, visto che sono diventato il signor nessuno. No. Brucio la lettera di quella stronza.

Ripiegato con cura aveva conservato lo scritto usato dalla sua ex per dargli il benservito. La carta rosa, permeata dal profumo che lei era solita indossare e quella frase in mezzo a tutte le altre parole. “Non ti amo più”, una coltellata dopo vent’anni di convivenza, di sogni, di lotta, di litigi e incomprensioni. Una coltellata con cui di tanto in tanto si ricordava di essere una merda.

- Che cazzo me ne frega ancora?

L’accartocciò con foga, con l’isteria di chi è sul punto di diventare rabbioso e la mise esattamente sotto i ramoscelli del camino. Adesso cominciava il lavoro più delicato, da cui forse sarebbe dipesa la sua vita. I fiammiferi sono delle brutte bestie con l’umidità. Se non gli dai il colpetto giusto, rischi che la capocchia di zolfo si sfili e allora addio fuoco. Roberto aveva solo due possibilità. Passò dunque la mano con cura sul muro cercando un posto adeguatamente asciutto e ruvido. S’inginocchiò come un sacerdote sull’altare a pregare e poggiò la capocchia del primo dei due, tenendoci l’indice sopra. Poi lo strappo veloce, secco. Il fiammifero si spezzò in due e dopo un brevissimo accenno di accensione morì cadendo nell’umido del pavimento.

- Merda di vacca!

La tensione aumentò, il freddo e l’umido facevano bisboccia nel suo corpo e gli venne da tossire. Era giunto il momento del dentro o fuori, del vincere o perdere.

- Piccolo mio non mi deludere, ti prego, non mi deludere.

Stesso rituale, stesso indice sulla capocchia e questa volta la fiamma illuminò i suoi occhi attentissimi a non farlo spegnere. Ci mise subito vicino l’altra mano a ripararlo da eventuali spifferi vigliacchi e l’accompagnò verso la carta. Delicatamente, in modo prima fragile e inconsistente e poi via, via più potente e aggressivo la fiamma prese a consumare il suo destino.

- Dai, bello dai!

Roberto, preparò a portata di mano rami e rametti di dimensioni diverse. Gradualmente avrebbe aumentato lo spessore dei pezzi. Il fuoco funziona così, bruciano prima e più velocemente i piccoli e la legna grossa la puoi mettere solo quando le fiamme hanno già una certa consistenza. Come un bambino lo vide crescere quel fuoco e mezz’ora dopo le lingue di fuoco raggiungevano i trenta centimetri d’altezza. Caldo, finalmente caldo dove allungare le mani, sfregarle una con l’altra. Non rimaneva che togliersi tutto quello che aveva addosso, compreso mutande e calze. Prese una sedia e la mise a una distanza di un metro dal camino, poggiandoci sopra tutto ciò che aveva fino a quel momento indossato.

 
 
 

I miserabili episodio 15

Post n°353 pubblicato il 12 Maggio 2012 da antropoetico
 

Roberto cominciò a chiedersi che cosa avesse imparato dall’uomo che lo aveva messo al mondo. La camminata si fece più veloce lungo la salita nell’istintivo bisogno di sentirsi impegnato. Ecco, camminare era una delle cose che aveva imparato da lui, lo rivide nelle lunghe passeggiate nel giardino di casa con le mani dietro la schiena e la testa china a guadare il terreno. Quello era il suo modo di trovare le risposte, lo strumento per concentrarsi e riflettere. Un uomo chiuso nel suo mondo interiore custodito gelosamente come dentro un castello inaccessibile, incapace di comunicare significativamente con il mondo esterno che probabilmente aveva considerato esaurito il suo ruolo di padre al concepimento. Avere un figlio è una delle missioni più straordinarie da compiere nella propria vita, un’avventura che non si esaurisce alla scadenza della maggiore età ma prosegue fino all’ultimo giorno d’esistenza. Roberto immaginò come si sarebbe comportato se fosse diventato padre. Un figlio lo avrebbe seguito, coccolato, mantenuto ma anche indirizzato su modo di affrontare la vita cercando di trasmettere valori, strategie e soprattutto sicurezza. Tutto ciò che non aveva ricevuto dal padre sempre assente perfino nelle parole a tavola. Mai un apprezzamento, mai un “ti voglio bene” neanche di sfuggita, mai nemmeno un regalo. Se non fosse stato per la madre forse già molto tempo primo le loro strade si sarebbero divise. A volte l’indifferenza, il sentire di non contare nulla ferisce molto più di uno schiaffo a tempo debito. Ormai, il buio intorno a lui era così pesto da non vedere più nulla, non c’era nemmeno l’aiuto della luna, segno evidente che il cielo era coperto da una fitta coltre di nubi grigiastre. L’indomani la probabilità di pioggia gli parve quasi una certezza. In fondo era proprio quello che Roberto voleva. Sparire nel nulla e la notte lo aveva accontentato. Non faceva freddo, non tanto almeno e il sentiero pieno di foglie aveva creato un materassino morbido su cui lasciarsi andare. Non restava che rannicchiarsi alla bell’e meglio, trovando a tastoni il sasso giusto, senza troppe spigolature dove posare la testa. Per molti la sensazione del buio totale intorno, accompagnata dal suono di gufi e civette, crea un paura istintiva capace di montare fino a diventare vero terrore ma per Roberto era la coperta per nascondersi agli occhi del mondo. Si sentì protetto da madre natura. La mattina dopo, presto, verso le sette, fu la pioggia a svegliarlo. Lieve, una pioggerellina fine, portata da delle nubi basse che sembravano accarezzare le cime delle montagne circostanti gli bussò sulle palpebre. Intorno si stava già diffondendo la luce del mattino accompagnata dai gioiosi cinguettii degli uccelli a caccia di cibo. Dopo il canonico primo sbadiglio, Roberto si stiracchiò le braccia allungandole verso l’alto. Era ormai ora di alzarsi e di cercare un rifugio, un luogo dove stare almeno all’asciutto. Proseguì dunque, continuando la sua scalata verso l’alto, per uscire fuori dai confini del mondo civilizzato. Era bello guardare il mondo dall’alto in particolar modo perché quello che vedeva appariva completamente diverso dal frenetico e assurdo mondo di città. A quell’ora, in prossimità delle otto di mattina, le strade sarebbero state intasate di traffico, di gas, di bambini con la cartella, di autobus. Tanta vita ma anche un immenso stress. Essere lì aggrappato al viottolo in sterrato circondato da un verde rigoglioso e vedere in lontananza le piccole case degli uomini lo fece gioire. Per vivere nella civiltà devi accettare le regole, non sempre corrette e giuste, imposte da altri, l’equilibrio necessario per una “serena” convivenza.

- Libero! Sono libero!

Per la prima volta Roberto sentì la schiena sganciata dai tanti pesi e fardelli che nel tempo si era messo sulle spalle. Non aveva più una casa da difendere e mantenere a suon di bollette e ore di lavoro, nemmeno una moglie a cui pensare, neanche una famiglia con cui mantenere rapporti. Tutto ciò che possedeva adesso era con lui, facile da portare. Di colpo molte delle preoccupazioni sembravano essere andate a farsi fottere. Certo, l’umidità cominciava a penetrare nelle ossa e dopo anni di risveglio con una bella tazza di caffè latte, il non fare colazione si fece sentire con un boato proveniente dal fondo dello stomaco. Camminò fuori dai sentieri salendo in modo obliquo rispetto al pendio come gli avevano insegnato i vecchi contadini della zona. Ciò serviva per fare meno fatica anche se si trattava comunque di una sfacchinata pazzesca per uno di città. Per una mezz’ora buona la pioggia lo aveva inzuppato da capo a piedi in modo dolce, goccia a goccia ma adesso lampi e tuoni avevano rincarato la dose e il cielo buttava giù acqua a catinelle. Roberto ebbe un attimo di sconforto, anche il pane che si era portato dietro appariva ormai una poltiglia informe e sporca. Si appoggiò al primo tronco di faggio che trovò lasciandolo cadere per terra. Dio lo stava maledicendo ancora una volta scagliando su di lui tutte le forze della natura.

- Ti stai divertendo?

Gridò con tutta la forza  in corpo, ribadito dall’eco nella valle.

- Ti stai divertendo vero? Che figo che sei, tu puoi tutto e non fai niente per me. Vuoi giocare? Dimostrare che sono una merda?  Ti accontento. Sì, sono una merda. Dio, dove cazzo sei quando uno ne ha bisogno?

Gridò ancora e ancora fino a sentirsi una strozzatura in gola.

Per tutta risposta un fulmine cadde più vicino rispetto agli altri provocando in lui una grande paura. Quando la morte ti sfiora di colpo reagisci e la sua reazione fu quella di correre verso il grosso abete che si stagliava sulla cima della montagna. Quando ci arrivò non ci poteva credere. Proprio appena al di là del colmo avvistò una baita, o almeno quello che ne restava. Il tetto era sfondato, trascinato a terra dalla neve dell’ultimo inverno o forse da quella ancora del precedente. La porta di legno scricchiolante cigolò come nei film del terrore e Roberto ci entrò con circospezione. Che fosse stato Dio a indirizzarlo lì?

- Cazzate, è solo la mia suggestione. Con questo tempo potrebbe anche apparirmi il diavolo.

L’interno era rivestito di legno grezzo e trovava spazio anche un camino molto spartano proprio in quell’angolo dove il tetto aveva resistito, finalmente un posto asciutto. Qua e la delle tazze di latta, un paio di sedie di cui una completamente sfasciata dal crollo e poche altre cose. Roberto si accasciò per riprendersi un attimo. Forse, in giro poteva esserci qualche fiammifero, sarebbe stata una bella fortuna potersi accendere il fuoco e d’altronde chi aveva utilizzato quella baita sperduta di sicuro ci doveva aver pensato.

 
 
 

Regole per farsi pubblicare un libro

Post n°352 pubblicato il 11 Maggio 2012 da antropoetico
 

Breve decalogo per non farsi ingannare dai tanti editori poco seri che ci sono in giro:

 

1) Non stipulare contratti che prevedano il pagamento di una somma o il ritiro obbligatorio di un elevato numero di copie. Le case che pubblicano senza contributo esistono.

 

Il bussines di questi peudoeditori consiste proprio nella differenza fra il costo di stampa e quanto gli date voi. In sostanza pubblicandovi hanno già il guadagno dei vostri soldi, non gli interessa che il vostro libro abbia qualcosa da dire.

 

2) Richiedere da subito l'apposizione del bollino siae.

 

Seve per sapere esattamente il numero di copie vendute, costa una scemata. Gli editori cercano in tutti imodi di non farti sapere quante ne hanno piazzate. Generalmente sono molto vaghi. "Qualche copia" e adesso gettonatissimo "il mercato è in crisi".

 

3) Nel contratto deve essere specificato esattamente quante copie verrano stampate e il quando e il come.

 

Se un editore ti promette di stampare mille copie e poi ne stampa 100 ha ovviamente un costo molto più basso e nessun interesse a contattare le librerie per piazzarlo.

 

4) Definisci i compensi sulle copie vendute.

 

Normalmente vanno dal 10% al 20% del prezzo di copertina

 

5) Pretendi che ti venga fatto pervenire un report SCRITTO almeno trimestrale in cui sia specificato il numero di copie vendute, su quali canali, quelle inviate in omaggio ecc. ecc e che nel report finale ci sia indicato il numero esatto di copie che andranno al macero perché invendute.

 

6) Chiedi all'editore un elenco di librerie reali ( negozi su strada ) dove il tuo libro può essere acquistato.

 

Pochissimi comprano on-line in Italia. Se il libro non ha una distribuzione cartacea non andrà da nessuna parte. Sappi che tutte le librerie accettano i libri se vengono forniti loro in conto vendita. Tutte le copie che ho portato personalmente in libreria sono state vendute.

 

7) Fai in modo che il piano di vendita commerciale del tuo libro sia il più dettagliato possibile con la specifica dei siti dove verrà pubblicizzato, delle librerie on line ( ibs, libreria universitaria, ecc. ), dei comunicati stampa, dei giornali dove verrà inserito, la presenza alle fiere come quella di Torino. ( Clausole generiche sono solo parole al vento ).

 

8) Stabilisci almeno ogni tre mesi una presentazione o un evento per promuovere il tuo libro e che a organizzare il tutto sia l'editore. Ti sei rivolto ad un professionista e quindi è lui che sa le strategie migliori. Diffida da quelli che sostengono che è l'autore il primo a dover muovere il culo per piazzare i libri. O sei uno scrittore o un vednitore.

 

9) Pretendi che il libro venga corretto. Sei un dilettante e per quanto bravo ti risulterà impossibile scrivere correttamente in italiano. L'editing e la correzione della bozza sono fondamentali  per la riuscita del libro. Se no, avrai un prodotto scadente, pieno di refusi. Fatti preparare almeno due o tre copertine e scegli con cura. Più è azzeccata la copertina e più facilmente il libro venderà.

 

10) Cerca di avere una prefazione adeguata. Per i letori accaniti è una vera ghiottoneria con cui valutare l'eventuale acquisto del libro. Esso acquisterà importanza. Pretendi che sia inserita anche nelle librerie on-line. Chi va sui siti deve capire di cosa parla il tuo libro.

 

Ovviamente ci sarebbero mille altre cose da scrivere. Io ci sono già passato trovando buoni editori e pessimi approfittatori, adesso la scelta è vostra. E' abominevole a volte la grettezza di alcune case editrici che speculano sui sogni e e le emozioni ingrassando il loro portafoglio.

 
 
 

I miserabili episodio 14

Post n°351 pubblicato il 11 Maggio 2012 da antropoetico
 

Non ci voleva proprio l’arrivo del controllore nel bel mezzo della discussione.

- Biglietti prego.

Le donne subito si misero a rovistare nelle borse piene di ogni cosa custodi silenziose di chissà quali segreti.

- Io non ce l’ho.

Che altro avrebbe dovuto fare Roberto se non ammettere l’evidenza dei fatti.

- Come non ce l’ha? Non mi sembra un ragazzino e nemmeno uno sbandato.

Le donne, consegnando i biglietti all’uomo, scambiarono tra di loro uno sguardo di sottile compiacimento come a dire: “gli sta bene a questo pirla”.

- Ho perso lavoro, casa, moglie. Sono uno spiantato che sta cercando un buco di merda dove andarsi a infilare.

- Nemmeno 10 euro per il biglietto?

- O pagavo il biglietto o mangiavo. La scelta è stata semplice e ovvia.

- Mi mostri allora un documento. Devo elevarle una multa, è il regolamento.

- E adesso dove sta tutta la tua boria da maschilista?

Rimarcò con voce intensa e profonda Marcella.

- Ma che cazzo vuoi dalla mia vita? Non vedi che sono ormai uno alla deriva?

Il controllore, dopo averla compilata, staccò la copia del verbale e gliela mise in mano.

- Ha tempo sessanta giorni per pagarlo, poi passa all’Equitalia con relative sanzioni, more e interessi. Mi spiace, la prossima volta paghi oppure vada a piedi.

Che figura di merda. Ormai aveva rotto gli argini dell’essere il classico bravo ragazzo, quello socialmente integrato, era passato dall’altra parte, la zona grigia degli scarti. Adesso le tre vacche lo guardavano sorridenti e solari, felici che fosse stato umiliato proprio nel momento in cui la sua bocca sembrava inarrestabile ed egli scoppiò in un liberatorio:

- Ma andatevene affanculo!

Dopo averlo detto si alzò di scatto infilandosi nel corridoio alla ricerca di un pò di pace, tanto adesso la sua bella multa se l’era presa e poteva girare ovunque senza più nascondersi. Le ragazze si strinsero la mano una con l’altra e via che iniziarono a spettegolargli dietro. “Questo non è normale” “Un pezzente, io uno così non calcolerei mai” “Fallito del cavolo”. Un vocio tanto fastidioso quanto rutilante negli scomparti attigui che sembrò seguire Roberto fino alla carrozza adiacente.

- Tanto non la pago. Al massimo possono portarmi via ancora solo le mutande.

Esclamò ad alta voce, continuando a camminare in direzione contraria a quella del treno.

Il finestrino aperto trovato poco più in là si rivelò un sollievo per i bollenti spiriti che gli salivano dentro. Il senso d’incazzatura era davvero senza precedenti dandogli la consapevolezza di essere una bomba sul punto d’esplodere. Il vaso era colmo, il sistema bastardo e ingiusto. Comprese perché a volte si legge di gente normale che sbrocca, che commette cose insensate e che a volte arriva anche al suicidio. C’è un limite a tutto e il suo punto di rottura era ormai dietro l’angolo. La sensazione era che il sistema gli giocasse contro, che la sfiga gli si fosse incollata al culo e qualunque cosa non poteva far altro che finire male. Certo bisognerebbe pensare positivo nella vita, ragionare correttamente ma quando ti senti uno straccio inutile, un pezzo d’antiquariato polveroso è dura essere logici. Finalmente meno di un’ora dopo il treno giunse a destinazione. Un’aria pungente, scendendo dal treno lo accolse. La temperatura era decisamente diversa da quella di città. Si sa, salendo verso i monti essa è più ossigenata  e fresca. Roberto sorrise, quei posti erano familiari in quanto tante volte da bambino ci era venuto a giocare, ospitato talvolta, anche dalla zia. Ormai lei era morta ma il paesaggio era cambiato davvero poco. Condomini di alcuni piani in strullato bianco si ergevano a fianco di ville tipiche di montagna e i loro bei giardini. La gente camminava per le salite che portavano da un quartiere all’altro nei loro bei vestitini firmati. La crisi qui sembrava non essere ancora arrivata e forse non ci sarebbe mai giunta davvero. Solo persone di classe con macchine di lusso e portafogli gonfi. Bambini accompagnati dalle colf, anziani con il cappello di pelliccia e tanti volti abbronzati su cui spiccavano denti e dentiere rifatte a suon di migliaia di euro. Roberto, nell’approssimarsi del tramonto, attraversò il paese fermandosi solo dal panettiere per prendere un chilo di pane, quello comune, il meno costoso. Era arrivato ormai al sentiero che conduceva verso l’alta montagna. Tutti per le scampagnate partivano da lì o da quello all’estremità opposta del paese. Vi erano molto percorsi guidati e “sicuri”. Almeno per un’ora avrebbe avuto intorno i segni della civiltà, quella civiltà che voleva rinnegare ad ogni costo. Usavano mettere dei pali alla cui cima, sempre sopra un’asse di legno, c’erano le indicazioni delle località raggiungibili e del tempo stimato per arrivarci, con alcuni semplici intarsi nel legno. Il piacere di camminare Roberto lo aveva dentro fin dall’infanzia, d’altronde essendo figlio di un piemontese non poteva essere altrimenti. Passo dopo passo sentiva la vita scorrergli dentro e l’andare dava senso all’esistere perché voleva dire avere una meta da raggiungere ma non solo, all’attività fisica, in particolar modo nei posti isolati, si aggiungeva il vagare della mente, talvolta, al passato e in altri casi al futuro. Ancora una volta cominciò a ragionare su quanto e come avesse vissuto. La prima considerazione che fece fu che ognuno è responsabile delle sue scelte, l’unico vero responsabile. Tuttavia certe situazioni favoriscono e indirizzano sulla strada giusta, altre rendono tutto così aggrovigliato che uscirne alla fine diventa difficile se non impossibile. Come le piante se, sono curate e accudite, dentro un orto, tenuto pulito e regolarmente bagnato, producono molto frutto, così era fondamentale l’ambiente e la famiglia che la sorte assegnava ad un uomo per la sua riuscita nella vita. Ma anche questo ragionamento apparentemente corretto vacillava di fronte all’ortica e la gramigna. Piante selvatiche che prosperavano nonostante condizioni ambientali incerte o addirittura proibitive, capaci di superare i periodi di secca dell’estate e quelli quasi glaciali dell’inverno, senza bisogno di nessun intervento esterno. Ciò voleva forse dire che chi viene su dalla strada è più predisposto ad affrontare i problemi della vita e a vincerli? Che fosse stata un’infanzia troppo nella bambagia, la causa di quel suo malessere e incapacità di affrontare la vita? Oppure per ogni essere vivente esiste già un destino stampato dentro il codice genetico in modo così indelebile da determinare già in partenza quello che uno avrebbe combinato nella vita?

- Non può esistere un destino prestabilito al millesimo, ciò vorrebbe dire non avere nessuna colpa degli insuccessi ma nemmeno merito per le vittorie e poi escluderebbe la responsabilità dell’ uomo nelle sue decisioni. Ci sono padri che sono esempi da seguire, capaci di formare e preparare alla vita un figlio, non tanto con le parole, ma con i fatti. 

 
 
 

I miserabili episodio 13

Post n°350 pubblicato il 08 Maggio 2012 da antropoetico

Gli sembrò una buona idea tapparsi dentro il cesso per le due ore e mezza che lo separavano dalla meta. Sfiga volle che dopo una mezz’ora di viaggio sembrava che tutti volessero usare proprio quel cesso. Uno fu così insistente che alla fine Roberto aprì per la paura che il casino avrebbe attirato il controllore di viaggio.

-Ma ti sei cagato addosso?

Gli disse quell’energumeno con l’accento del sud e quando hai davanti una tale montagna di carne c’è poco da rispondergli.

- Prego, è tutto suo adesso.

L’uomo lo squadrò dall’alto al basso con aria di sfida come se fosse un pezzente. Probabilmente sarebbe bastato un piccolo diverbio per scatenare la sua ira. Sbatté la porta e girò la serratura in modo da far comparire il rosso dell’occupato all’esterno. Da quel momento in poi cominciò un concerto di flatulenze rumorose in serie talmente odorose da impestare l’aria del disimpegno della carrozza, costringendo Roberto e gli astanti a cercarsi un posto migliore per proseguire il viaggio.

- E poi sarei io quello che si è cagato addosso!

Non restava che spostarsi qualche vagone più indietro e sperare di non incontrare il controllore. Riuscì ad accomodarsi nella terz’ultima carrozza. Si mise in un angolino vicino al finestrino e prese a guardare fuori il correre lento del paesaggio. Si era seduto proprio in quell’alloggiamento perché vi erano solo donne. La prima, una bella quarantenne indossava un tailleur grigio e aveva fra le gambe la classica valigetta ventiquattr’ore, appariva chiaro che dovesse essere una venditrice di qualche prodotto. E da buona “commerciale” il suo sguardo era stato accogliente e benevolo. Roberto pensò subito che la tipa alla prima occasione avrebbe cercato di rifilargli qualche diavoleria e per tale motivo non le diede troppo spago. La seconda era una ventenne con la tuta da ginnastica. Certo che quel viola risultava un pugno in un occhio e la fascia di spugna che le fasciava la fronte la rendeva un tantino ridicola. La terza infine, aveva un seno generoso e un decolté così magro che ad ogni sussulto del treno c’era la speranza che  una tetta uscisse a farsi vedere. Gli occhi di Roberto passavano in continuazione dal fissare il verde delle campagne e quel top color avorio, ultima barriera tra i suoi occhi e i meloni della signora. Non poteva guardargliele così come avrebbe voluto perché le altre due lo controllavano. Sì, la cosa dava loro fastidio al punto tale chelo tenevano d’occhio come due marescialli. La giovane addirittura cominciò a guardarlo con aria di rimprovero ma Roberto fece finta di nulla. Non ci volle molto perché cominciasse fra le tipe una discussione contro il maschilismo. Il tutto partì, ovviamente, dall’attaccar bottone fu della “venditrice” che rivelò alla ragazza in tuta di essere un agente assicurativo.

- Margherita –fu questo il nome del tipo atletico- piacere. Io sono Marcella. Dovresti pensare al tuo futuro. Con l’aria che tira non so se fra quarant’anni avrai ancora la pensione. Io ti consiglierei vivamente di stipulare polizza assicurativa con un piano d’accumulo in modo tale di ricavarne a scadenza, una rendita vitalizia.

Le due cominciarono a dialogare e come gliela stava contando bene alla ragazzina la smaliziata nel gessato grigio.

- Tutte cazzate.

Intervenne secco come un sparo di pistola, Roberto.

Gli occhi di tutte e tre le femmine si girarono verso di lui, curiose. Finalmente aveva aperto bocca.

- Prego?

Marcella gli rispose in tono serio. In fondo stava ficcando il naso nel suo tentativo di piazzare una bella polizza vita.

- Lo sa. Sono solo una fregatura  quel tipo di investimenti. Vent’anni fa stipulai un’assicurazione del genere. Il primo anno si ciucciarono via metà del premio per le commissioni e dopo cinque anni di regolare versamento, quando fui costretto ad uscire, presi  addirittura cinquecentomila lire in meno di quanto avevo versato. Una fregatura pazzesca.

Non lo avesse mai detto. L’agente assicurativo si lanciò in un’accorata filippica, spiegando in sostanza che quel tipo di polizze rendono se le si porta a scadenza e manifestando tutto l’orgoglio che provava a svolgere il suo lavoro, benefico, a suo dire, per la società. Roberto alla fine fece la figura dell’antipatico rompicoglioni.

La signora dalle tette grosse, sbottò portando la discussione dall’ambito lavorativo a quello relazionale.

- Lei è un gran maschilista! Ma come si permette ad avere quel tono con Marcella?

- Io uso il tono che meglio credo. Mi da fastidio che si prenda in giro una giovane, che, con tutto il rispetto, non ne capisce un cazzo della vita. E poi avete voluto la parità no? Ci rimanete male perché ho parlato come avrei parlato con un uomo? Siete ipocrite!

- E tu un gran porco! Ho visto come guardavi il seno alla signora.

La ragazzina, nella freschezza dei suoi vent’anni , lo vedeva come un vecchio bavoso e forte del sostegno delle altre due ci era andata giù pesante.

- In effetti la signora ha un gran bel paio di tette.

- Scostumato! Ci fosse qui mio marito, vedresti.

Marcella si accese una sigaretta dal nervoso. Poteva farlo perché si era nel reparto fumatori.

- Ragazze lasciate perdere, questo è acido come non so cosa. Chissà cosa devono avergli fatto le donne! Non accetta che non siamo più sottomesse ai maschietti.

- Ma quale sottomissione d’Egitto? Diciamoci la verità. La parità la tirate fuori solo quando vi conviene. Se uscite a cena con un uomo difficilmente mettete mano al portafoglio per pagare il conto. O quando avere le vostre cosette, si quelle che vengono ogni mese, pretendete di essere trattate come fragili fiorellini.

- Tu dovresti diventare mussulmano allora, le donne lì vanno in giro ancora con il velo.

- Non solo camminano un metro dietro all’uomo per strada e possono palare con un dell’altro sesso solo se interpellate. Che meraviglia!

Roberto ci stava prendendo gusto a farle incazzare, raccontando sfacciatamente tanti stereotipi superficiali presi a casaccio dalla cultura medio-orientale.

-Scemo!

Esclamò Marcella, seguita e ruota dalle altre due in coro. Adesso tutte e tre lo guardavano stizzite, sembravano cani pronti a mordere.

 
 
 

I miserabili episodio 12

Post n°349 pubblicato il 07 Maggio 2012 da antropoetico
 

Certo tra il dire e il fare c’è sempre il mare. Una volta piazzata l’auto in una via laterale secondaria e aver raggiunto la stazione di Porta Nuova, il tabellone gli confermò che avrebbe dovuto aspettare. Il primo treno per Limone Piemonte sarebbe partito solo un’ora più tardi.

- Lo faccio o non lo faccio il biglietto? Per la miseria ladra non lo faccio. Con quei soldi ci mangio stasera e forse anche domani.

Le difficoltà economiche sono capaci di piegare anche la più rigida correttezza sociale e lui adesso non vedeva  più con sarcastico disprezzo quelli che non pagavano. E già, uno non pagava, molto spesso, spinto dalla disperazione e dall’istinto di sopravvivenza. Questo voleva dire che i veri ladri non erano i rubagalline o i borseggiatori, scarti sociali che in qualche modo dovevano pur mangiare ma i ricchi banchieri adorni di camice bianche e lussuose cravatte che in un colpo solo si fottevano milioni di euro alla faccia della moltitudine di schiavi miserabili. Era molto diverso vedere le cose attraverso il filtro della televisione rispetto a provarle sulla propria pelle. Cambiava completamente la prospettiva del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto mettendo in discussione il senso stesso della giustizia, di ciò che avrebbe dovuto essere  moralmente corretto. Non esisteva più un’unica verità assoluta ma una moltitudine di piccole verità, di valori in contrapposizione a volte entrambi giusti a seconda dell’ottica di chi li guardava.

- Mi sto rincoglionendo, comincio a filosofeggiare. La verità adesso, in questo momento è che devo fare lo stronzo per tirare a campare.

Roberto si accomodò nella sala d’aspetto dove le pareti rivestite di marmo erano piene di scritte e d’imbrattamenti. Frasi di tifosi del Torino inneggianti la squadra accompagnate dal classico “Juve merda” in compagnia di inviti più o meno veri ad approcci sessuali nei bagni della stazione. Spiccavano in quel marasma i cuoricini trafitti da una freccia di una coppietta, tali Simone e Francesca.

- “13 marzo 2012, noi per sempre”. Che bello essere innamorati.

Senza rendersene conto aveva letto ad alta voce quella dichiarazione tanto bella e intensa che spesso la vita rendeva maledettamente una menzogna. Essere innamorati voleva dire, in qualche modo e per un certo tempo volare in un'altra dimensione, rappresentava il decollare da una realtà altrimenti sterile imbrattata dal volere di pochi uomini cinici e potenti. Forse senza amare ed essere amati la vita non aveva significato. Fu in quel momento che notò il vecchio seduto davanti a lui, aveva il bastone, uno di quelli con il manico ricurvo, lo stava tenendo in mezzo alle gambe a mò di poggiolo e ci aveva messo sopra entrambi le mani. Dall’aspetto e dai capelli bianchi doveva aver già superato abbondantemente gli ottont’anni, una gamba tremolava, figlia di un probabile alzaimer in arrivo, però almeno era sorridente. I due si guardarono senza dire una parola per cinque minuti buoni ma senza acredine, anzi con una certa istintiva simpatia a pelle, crescente. Roberto non aveva voglia proferir parola e si sarebbe accontentato di quel blando contatto se che fu lui a cominciare a parlare.

- Ragazzo, posso chiederti una cosa?

- Dipende, può darsi.

- Sei così triste. Te lo leggo negli occhi. Hai la vita nelle mani.

-Triste dici? Certo non ho molto da essere allegro. Hai ragione, sono triste, anzi direi di più: assolutamente deluso dalla vita.

- La vita è complicata, figliolo, faticosa a volte ci si scoraggia ma io credo che quando si ha salute, si ha tutto ciò che serve.

- Un tantino riduttivo direi. Non crede?

- Sarà perché io ho passato la guerra e ho visto cose talmente orribili che adesso ogni cosa mi va bene.

- Glielo dico perché sono giù di morale. Fallito per la famiglia, marito fallito e cornuto, licenziato, senza casa, senza lavoro e con poche decine di euro in tasca. A cinquant’anni suonati è difficile ricominciare da zero.

- Questi tempi sono difficile, ragazzo, diavolo se hai ragione, ma non puoi paragonarli alle bombe  che ti cadono in testa, ai cannoni che sparano tutto il giorno, al non aver nulla da mangiare.

Roberto cominciò a innervosirsi per la logica del ragionamento dell’anziano per certi versi inoppugnabile.

- Lei crede che oggi sia molto meglio vero? Io penso invece il contrario.

Il nonnino aprì gli occhi e lasciandosi andare sul poggia schiena della panchina, anche le cosce.

- Quello che voglio farle comprendere è questo: durante la guerra, qualunque guerra la gente ha comunque una speranza incrollabile e sicura. Quella che un giorno più o meno lontano comunque finirà. Lotta per rimanere in vita, nonostante l’immane sofferenza. A noi oggi tutto quello che è successo e succederà ancora da adesso in avanti ci ha privati del futuro, della speranza nel futuro. Io credo che molti si sentano arrivati ad un punto morto, per quello sentiamo in televisione ogni giorno di suicidi.

- Ma tu sei depresso! Sai cosa diceva mio padre? Morto un Papa se ne fa un altro. Hai perso il lavoro? Pazienza, ne troverai un altro. Tua moglie ti ha lasciato? Che ne sai che non troverai una donna migliore che ti voglia dieci volte meglio della prima? Hai un cervello, due gambe, due braccia, puoi fare qualunque cosa, qualunque cosa.

-La vediamo da due angolazioni diverse.  Lei per avere questa visione prenderà sicuramente una bella pensione.

- Per questo hai ragione. Io sono uscito dal mondo del lavoro venti anni fa e prendo una somma discreta. Non posso fare follie ma da mangiare e bere non mi mancherà finché reggono queste gambe

- Vent’anni che è mantenuto dallo stato.

- Certo. Però ho anche pagato contributi per quarant’anni.

- Certo, certo. Non lo discuto. Ma pensi ai giovani d’oggi che non trovano lavoro, una generazione bruciata. Loro che speranza hanno davanti se non quella di farsi mantenere dai genitori? Quanta difficoltà a crearsi una famiglia, a pianificare un figlio. Un’impresa titanica. E che dire di quelli come me, licenziati prima di finire il ciclo lavorativo? Chi assume gente come noi in questa crisi mondiale dell’economia?

- Vorresti dunque dire che la colpa di tutto è il capitalismo? La globalizzazione dei commerci?

Il tempo volò in un baleno in quella serie di botta e risposta tra due generazioni a confronto, mancavano pochi minuti all’arrivo del treno e Roberto si alzò in piedi indicando con il dito il tabellone degli arrivi.

- Sì, signore, la penso esattamente così. Pochi ricchi e potenti che se ne fregano di portare alla miseria intere popolazioni pur di lucrare. Ma non vede? Anche la Fiat se la sta filando dall’Italia per andare a produrre dove la mano d’opera costa la metà. “Delocalizzazione” dicono. Io la chiamo con il suo vero nome: Migliaia di famiglie senza più uno stipendio per campare.

- Figliolo, abbi fede allora. Il Signore aiuta sempre i suoi figli.

- Devo andare. La ringrazio per la sua benedizione ma con la fede, oggi come oggi, ci si pulisce il culo.

Il tono grezzo, duro, veramente incazzato con cui lo disse freddò il vecchietto che rimase basito.

Roberto si mischiò tra la folla e nel via vai di chi saliva e scendeva  dal treno  e s’infilò nel primo bagno disponibile.

 
 
 

I miserabili episodio 11

Post n°348 pubblicato il 06 Maggio 2012 da antropoetico
 

Era talmente fra le nuvole, che arrivò in un attimo davanti casa, come se non avesse memorizzato la strada percorsa. Era imbarazzato visto che poco più di un’ora dopo avrebbe dovuto guardare in faccia la padrona di casa e dirle che non poteva pagare il mezzo mese mancante dell’affitto. Decise, allora, di anticipare la partenza. Salì, quasi in punta di piedi, cercando di non fare rumore, come un clandestino. Si precipitò in camera da letto e trasse fuori la valigia da viaggio fermandosi di colpo alla comparsa della scritta che conosceva molto bene. Sulla custodia gialla e rigida infatti c’era ancora stampigliato il nome dell’ex moglie. Non l’aveva mai tolto, forse, nell’inconscio desiderio che tutto sarebbe tornato come ai giorni del viaggio di nozze, l’unico che si era potuto permettere, ma non c’era tempo per i sentimentalismi. La buttò sul letto e l’aprì cacciando dentro i quattro stracci che ancora aveva,  la cassetta con le foto impregnate del suo passato, le scarpe da ginnastica avvolte dentro un sacchetto di plastica e da ultimo lo spazzolino da denti assieme a dentifricio.

- Eh, mancano anche il rasoio e la schiuma da barba. Meno male che me ne sono ricordato. Barbone sì, ma almeno un po’ curato!

Un ultimo giro in cucina, giusto per prendere i biscotti rimasti nella madia.

- Cristo, non posso lasciare l’alloggio conciato così. Sembra un letamaio.

Roberto ci si mise di lena, come non aveva mai fatto negli ultimi tre anni per riordinare e spolverare e dopo una mezz’ora l’appartamento aveva ripreso, se non una nuova verginità, almeno una decorosa decenza!

Non se la sentì di affrontare Teresa, aveva torto marcio e sapeva di lasciarle un grosso problema. Ci pensò un attimo, lì per lì stava per andarsene senza lasciare nemmeno un euro di quei pochi soldi che gli erano rimasti. Essi rappresentavano tutta la sua ricchezza a parte la macchina.

- Non posso fare lo stronzo, non fino a questo punto.

Alla fine decise di infilare 600 euro in una busta con un biglietto di scuse per la figura di merda e la promessa che un giorno sarebbe tornato a darle la differenza. Ci passò la lingua un paio di volte per essere sicuro che venisse adeguatamente sigillata dopo di che sgattaiolò via come un ladro fino al portone d’ingresso, lanciando lo sguardo a destra e sinistra per non essere visto e gliela lasciò nella casella della posta assieme alle chiavi. Si sentiva come uno della banda bassotti, appena dopo aver compiuto il furto, quello più stupido della cricca e gli venne pure da ridere salendo in macchina al momento di partire in sordina,  infatti la marcia slittò sparando nell’aria una sgrattata che non poteva passare inosservata  a quell’ora. Quasi tutti gli inquilini del palazzo si affacciarono per vedere chi fosse il pirla di turno.  Fra i tanti, si accorse anche di Teresa e la osservò guardarlo andare via dallo specchietto retrovisore.

- Una cazzata in più, ne ho fatte tante di figure di cacca, che me frega.

Disse nel vano tentativo di consolarsi ma in realtà quella era molto più che una cazzata, per la prima volta non aveva pagato un debito e dal punto di vista morale si trattava di una mazzata senza precedenti, un graffio profondo sul petto del suo onore. Fosse stato un politico si sarebbe fatto una bella risata. Loro, ormai era palese nei telegiornali, sì che ci sapevano fare a rubare, avevano tanto pelo sullo stomaco da poter essere sembrare scimmie e nessun rispetto per la coscienza altrui.

Non aveva una meta precisa dove andare, l’stinto lo portò sull’autostrada in direzione di Torino.

 

CAPITOLO TRE UNA NUOVA VITA

 

Viaggiando si chiese cosa potesse fare con ottanta euro in tasca e mezzo pieno nel serbatoio dell’auto. Convenne con se stesso che sarebbe stato meglio cercare un paesino in montagna, lontano dal caos della città. Torino era una metropoli come Milano e in città se non hai un centesimo fai fatica a sopravvivere. Nei campi invece, visto che si era già alle porte dell’estate, qualcosa da mangiare lo avrebbe trovato di sicuro. Gli sembrò anche il posto ideale per nascondere le sue miserie. Non voleva più vedere nessuno, semplicemente diventare irreperibile, sparire nella notte trascinato dal senso di vergogna. Certo, lo sarebbero venuti a cercare per le rate della macchina che da quel momento in poi non avrebbe più potuto pagare, quello era inevitabile. Roberto decise allora che la cosa più sensata sarebbe stata quella di picchiare la macchina in un parcheggio, vicino alla stazione dei treni in centro città e poi prendere il primo treno per Limone Piemonte. Conosceva bene quella ridente località di villeggiatura, ci era stato spesso da giovane, gli piaceva un sacco, molto meno le persone che la frequentavano, quasi tutti ricconi snob provenienti dalla Francia e dalla borghesia piemontese. Da lì si sarebbe inerpicato fino alle vette più alte e sperdute per guardare il mondo dall’alto.

 
 
 

I miserabili episodio 10

Post n°347 pubblicato il 03 Maggio 2012 da antropoetico
 

Alla fine fu invitato “cortesemente” ad uscire dall’addetto alla vigilanza con preghiera  in napoletano stretto di non fa rivedere il suo brutto muso. Già, senza un soldo per la banca non era nemmeno più un essere umano ma semplice scarto sociale.

- E adesso con Teresa? Che figura di merda.

Non aveva nemmeno i soldi per arrivare a metà mese ma soprattutto gli dispiaceva di non poter mantenere la sua parola. Che mattinata quella, visto che di lì a poco sarebbe dovuto passare anche dalla ex moglie. Decise che avrebbe parlato chiaro anche con lei, i soldi erano finiti e non poteva più mantenerla. Aveva addosso sempre una sensazione di strano disagio ogni qualvolta tornava nella casa dove avevano abitato per oltre 10 anni. Lei lo vide arrivare dal balcone, lo salutò con la mano e aprì il cancello della palazzina. Roberto sentì l’aprirsi della porta mentre era ancora sulle scale. Usava fare così, l’apriva e l’accostava, senza nemmeno affacciarsi.

- Entra.

- Ciao Matilde, come stai?

Lei stava rassettando la cucina, girò la faccia e lo squadrò dalla testa ai piedi per capire il suo stato umorale. Lo conosceva bene.

- Cos’hai? Guarda se sei venuto per litigare è meglio che te ne vai.

Forse aveva affinato una tecnica raffinata per impedirgli di sfogarsi e in modo preventivo lo stoppava. Non li voleva sentire i suoi problemi.

- Come vuoi che vada? E’ andato tutto a puttane.

- Senti non è certo colpa mia, con te ho fatto una vita di merda.

- Già, ma chi ha cacciato i soldi finora sono stato io. Quelli ti sono sempre piaciuti.

- Ma allora? Se vuoi insultarmi vattene che è meglio.

- Me ne vado sì. Questa è l’ultima volta che mi vedi. Volevo solo salutarti scusami.

- Hai portato i soldi del mese?

- No.

Lei incrociò le braccia e si mise vicino al muro.

- Chi è la puttana? Chi è la troia con cui adesso te la fai? Te l’ha detto lei di non darmi i soldi?

Acidissima prese a penetrarlo con lo sguardo, le donne quando vogliono sanno essere taglienti  meglio di un coltello dentato.

- Nessuna donna. Mi hanno licenziato e ho finito i soldi.

- E me lo dici così?

- Non ti ho detto nulla prima per non farti preoccupare inutilmente.

- Il solito fallito! – rispose lei sarcastica- Bè, sappi che comunque non ho più bisogno della tua elemosina.

Roberto la guardò stranito. Da oltre un ventennio e anche dopo la separazione aveva continuato a mantenerla, visto che non riusciva a trovarsi n lavoro stabile. In fondo era stata la sua compagna di sogni e di vita per tanto tempo.

- Non capisco. Cosa vuoi dire?

- Francesco, ci ha pensato lui.

- Ah. Il tuo ultimo uomo, quello tutto infrichettato che lavora al Credito Romagnolo. Cos’ ha fatto per te il genio? Ti sposa?

Adesso era Roberto a mostrarsi molto sarcastico.

- Mi ha fatto assumere dalla banca, visto che lui è il direttore.

- Chissà che bei servizi che gli farai adesso sul posto di lavoro.

- Piantala! A te poi cazzo te ne frega?

- Nulla, nulla. In fondo mi sollevi l’animo. Ero preoccupato per come avresti tirato avanti.

- Dovevi preoccuparti per me quando ti facevo la serva a casa.

- Hai ragione tu. Hai sempre avuto ragione tu.

- Tu e la tua famiglia, tutti mi avete fatto vivere un calvario.

- Credo di avertelo ben pagato quel danno, sono dieci anni che ti mantengo anche se non vivi più con me.

Gli occhi di lei si riempirono di rabbia e sottile rancore e poi sbottò senza controllo.

- Tu mi hai rovinato la vita te ne rendi conto? Hai preso la mia giovinezza, i miei sogni di bambina e li hai fatti diventare spazzatura. I tuoi poi non vedevano l’ora di torturarmi con tutte le paranoie di tua madre. Eri diverso quando ti ho conosciuto, un altro uomo.

- Certo. Tutte le colpe sono mie.

- Sì. Solo colpa tua. Cosa mi è rimasto adesso nella vita? Sto con quest’ uomo solo perché in due è meglio che da sola, mi vuole bene ma l’amore che provai un tempo per te era un’altra cosa.

- Tutto finisce. Semplicemente non eravamo compatibili, l’incastro non ha mai funzionato.

Lei prese a piangere.

- Io volevo solo una vita normale, non hai voluto darmi nemmeno un figlio.

- Cazzo, cazzo e cazzo. Non ho mai avuto una vita normale io. Sempre qualche problema. Per fare un figlio bisogna avere una situazione stabile.

- No, Roberto ti sbagli. Per avere un figlio ci vuole coraggio e tu hai rinunciato a vivere tanto tempo fa.

- Già. Forse hai ragione tu. Mi chiedo che cosa ho vissuto a fare fino ad oggi. Sai quante volte ho pensato che ci avremmo potuto riprovare?

- No, Roberto. Il passato non torna.

- Abbiamo buttato via tutto quello che avevamo costruito.

- Non noi. Tu.

- Quindi tu pensi di non avere nessuna colpa? Nemmeno una? Non farmi ridere.

- Tu non mi capisci. Non mi hai mai capito. Bastava solo che fossi dolce, ma tu eri sempre così nervoso, incazzato con la vita. Mi cercavi solo a letto.

- Ok. L’uomo di merda è venuto a dirti che va via. Non posso più pagarmi nemmeno l’affitto. Visto che adesso lavori posso chiederti un favore? Potresti portare 300 euro a fine mese alla mia padrona di casa?

- Tu sei scemo. Io non tiro fuori un euro.

- Ma come, io ho cacciato decine di migliaia di euro in questi anni e tu manco quattro soldi mi vuoi prestare? Stai tranquilla che poi te li darò.

- Manco un euro per te, devo pensare a me stessa.

- Che mi potevo aspettare da te? Ok, sia come vuoi. Posso abbracciarti? Non so dove andrò ma sicuramente lontano da qui. Ho bisogno d’aria.

Matilde gli si avvicinò rigida come un pezzo di legno, con gli occhi bassi e si lasciò baciare in fronte. Pochi secondi per sentire ancora il suo profumo, poi Roberto uscì di casa infilando di corsa la tromba delle scale. Voleva correre, scappare, sparire.

 
 
 

I miserabili episodio 9

Post n°346 pubblicato il 01 Maggio 2012 da antropoetico
 

Non rimaneva che tornarsene a letto nella speranza d riuscire a tirare fino alla mattina senza altri incubi. Roberto fondamentalmente cercava  un momento di pace interiore ma il sonno arrivò solo alle prime luci dell’alba quando da fuori cominci a sentire la città che si risveglia, il campanile della chiesa battere le ore e invitare alla messa, la gente strombazzare nel traffico. Durò poco però quel sonno perché qualcuno era alla porta e stava suonando il campanello.

- Arrivo! Un attimo, sono in mutande.

Roberto s’infilò il pigiama alla bell’ e meglio, dandosi subito dopo un’occhiata allo specchio per controllare che i capelli non sparassero troppo per aria.

- Speriamo non siano i testimoni di Geova, quelli rompono a qualunque ora con i loro libretti sul Signore.

Il campanello gracchiò di nuovo, proprio mentre stava girando la chiave nella toppa.

- Teresa, buongiorno. A qual buon vento devo la sua visita?

Si trattava della padrona di casa. Una signora meridionale, piccola e rotondetta che abitava nell’appartamento di sotto. Una donna semplice e umile che non gli aveva mai dato noia.

- Oggi è il cinque del mese e non mi hai ancora pagato l’affitto.

- Caspita, già il cinque. Mi è passato proprio di mente, lunedì le porto i soldi.

Lei abbassò lo sguardo sulla ricevuta già compilata e poi di nuovo mise gli occhi in quelli del suo inquilino.

- Me li devi dare oggi.

Non capisco, che differenza passi tra oggi e lunedì.

- Ho i soldi contati per vivere. E ‘aumentato tutto e oggi mi scade la rata del mutuo,  mi servono altrimenti finisco nei casini.

In tutti quegli anni che aveva vissuto lì non aveva mai visto quell’espressione sul volto della  padrona di casa. Intuiva chiaramente che essa si stava vergognando di esserglieli venuta a chiedere così sfacciatamente ma anche la sua determinazione ad incassarli. La crisi, ma soprattutto la bieca gestione del governo e della cosa pubblica stava portando a una lotta tra poveri. Al “Mors tua, vita mea” incondizionato.

- Capisco. D’altronde sono io che sono in ritardo. Teresa voglio essere sincero con te. Mi hai sempre trattato bene, come un figlio. Ho perso il posto di lavoro. Andrà di culo se riesco a pagarti il mese scorso e forse una decina di giorni per tirare fino al 15.

- Gesù, anche tu.

A Teresa vennero i goccioloni negli occhi pensando al futuro di entrambi ma si trattenne.

- Sì, anch’io. La ditta sta tagliando posti e probabilmente si sposta all’estero. E’ finito il contratto di subappalto che aveva con l’Alfa Romeo.

- Te ne devi andare allora. Avresti dovuto preavvisarmi almeno sei mesi prima. Adesso come farò a pagare il mutuo?

- Lo so, hai ragione da vendere ma la raccomandata mi è giunta solo ieri. L’unica cosa che posso fare è lasciarti i tre mesi della cauzione. Sono sempre 1800 euro che avresti dovuto restituirmi.

- Che periodo schifoso. E se poi non trovo un altro inquilino? Non ci voleva proprio adesso che arriva anche l’IMU da pagare.

Quella donna semplice e umana cominciò a vacillare. Tutte le sue certezze stavano sgretolandosi sotto i colpi della recessione e la mano grande e ladra dell’erario.

- Mi dispiace davvero. La stanno facendo pagare a noi la crisi delle banche. E’ una vergogna.

- Me li porti oggi pomeriggio allora? Ti prego vieni alle due.

- Certo, ci sarò, magari passo anche prima. Vado in banca prelevo i quattro soldi che mi sono rimasti tanto devo anche  chiudere il conto.

- E tu che farai ragazzo mio?

- Qualcosa farò. Lo spero almeno.

Teresa gli diede la mano e poi se ne tornò mesta verso l’uscio di casa con la testa bassa tipica di chi ha preso una legnata sul groppone e Roberto ci rimase male pensando che ancora una volta aveva creato un problema a una persona che non c’entrava assolutamente nulla coi suoi cazzi. Un’ora dopo, una volta ripulito e vestito, si ritrovò in banca a fare la sua bella coda. Per entrare adesso avevano inventato un simpatico giochino in quella specie di cilindro dove ti tocca sostare intanto che il metaldetector controlla per vedere se tieni una pistola da qualche parte. Una voce registrata femminile diceva: “Posare il dito e guardare la luce verde” Una nuova diavoleria delle banche. Adesso ogni volta che avevi bisogno di andare a ritirare i tuoi soldi ti facevano la foto ricordo e ti rilevano le impronte come ai delinquenti. “Prego, entrare”.

- Siamo trattati come bestie. Bestie da lavoro.

La mattinata era già partita male e sembrava proseguire peggio. Finalmente dopo un quarto ‘ora buono venne il suo turno di accomodarsi alla cassa.

- Buongiorno, mi dica.

La cassiera lo guardava senza alcuna espressione amichevole. Fredda, distaccata come se non gliene fregasse un cazzo di lui. Roberto ci si mise d’impegno per addolcire la situazione sforzandosi di fare un sorriso.

- Vorrei chiudere il conto e prelevare i soldi.

- Come mai?

La domanda non gli piaceva e l’espressione della donna nemmeno.

- Fatti miei.

- Numero di conto?

- 14356

- Lei è il signor?

- Roberto Perri nato il primo luglio del 1962.

- Ha portato il libretto degli assegni e il bancomat? Deve restituirli.

- Certo. Libretto e bancomat, voilà signorina. –Glieli allungò dallo sportello-

Con tutta la calma possibile la ragazza prese a digitare sulla tastiera per espletare la procedura burocratica e poi tagliò  entrambi con la forbice. In quel momento Roberto si sentì un miserabile. Con quel taglio lo stavano spurgando dalla società. Senza soldi era una merda qualunque, appena sopra il barbone di strada.

- Ecco qua i suoi soldi, sono seicentoottantaquattro euro e 25 centesimi.

La cassiera  senza a guardarlo prese a contarglieli sotto il naso partendo dai pezzi piccoli.

- Signorina, ci deve essere un errore, dall’ultimo estratto conto mi risultavano quasi ottocento euro.

- Il computer fa i conti in automatico e non sbaglia. Ha detratto i bolli, gli interessi passivi, le spese per le operazioni non ancora contabilizzate e quelle di chiusura conto.

- Ma sono 120 euro in meno!

- Senta, io non mi occupo di queste cose, c’è gente dopo di lei. Se vuole s’accomodi allo sportello della cconsulenza  ai privati e il mio collega le spiegherà tutto.

- Fanculo, siete dei ladri! Ecco cosa siete.

- Moderi il linguaggio per cortesia. Io sono qui a lavorare.

- Sanguisughe sulla pelle della gente.

Roberto sbraitò qualche minuto, dividendo il popolo di quelli che erano in fila dopo di lui tra sostenitori e i frettolosi che, al contrario, lo guardavano male perché stava facendo perdere il loro prezioso tempo.

 
 
 

I miserabili episodio 8

Post n°345 pubblicato il 01 Maggio 2012 da antropoetico
 

Prese a sudare come una spugna inzuppata d’acqua, trascinato sempre più avanti nel tempo dall’avidità della mente. Correvano veloci le immagini della scuola, gli anni delle medie e poi quelli del liceo come se quella notte per lui fossero ricordi poco importanti. Amici, quelli nel vero senso della parola e i compagni di classe , gli altri, quelli che non lo avevano mai amato. Un secchione finisce sempre per essere isolato, ghettizzato dalla gioventù che conta, quella che si diverte, quella che matura a tempo debito. Non veniva mai invitato alle feste e anche se lo avessero fatto non ci sarebbe comunque andato per non essere considerato uno sfigato. La timidezza con le donne, i forti richiami dei genitori a non frequentare “cattive compagnie” lo aveva reso un border-line, un solitario prigioniero della sua apparente normalità.  A che era servito essere il primo della classe in quegli anni? A nulla, la sua fragilità emotiva compromise addirittura le prove d’esame alla maturità e fu promosso per il rotto della cuffia. Anche lì aveva fallito, nel momento dell’evento decisivo si ritrovò con la mente vuota. Un disastro evitato solo dall’intervento degli insegnanti che conoscevano bene quanto avesse studiato e si fosse impegnato durante tutto il quinquennio. Ormai il sogno stava diventando un incubo e i pensieri avevano preso ad elaborare l’autodistruzione della considerazione che aveva di se stesso, ma non poteva staccare, doveva proseguire, strinse con i pugni le lenzuola e le tirò rigirandosi da una parte all’altra del letto. Il meglio doveva ancora venire. Non trovando un’occupazione seria , dopo vari tentativi di diventare impiegato in banca o alle poste, questi erano i sogni inculcati dai genitori, si era dovuto accontentare della catena di montaggio all’Alfa Romeo. I colleghi, le prese per il culo, gl’intrighi amorosi dei compagni di lavoro, svegli che intuivano subito quando una donna ci stava e approfittavano ghiotti delle occasioni della vita, venendo poi a vantarsene, cacciatori di figa con una tacca in più sul manico del fucile. Tutto gli sembrava già così assurdo ma il sistema premeva fortissimo, assegnava a ognuno un ruolo e lui era sempre il bamboccio bravo incapace di dire una parola fuori posto, quello che si vergognava anche solo di chiedere a una ragazza di uscire a cena e che passava il sabato sera a vedere “C’è posta per te”. Fu qualche anno dopo che incontrò  casualmente l’ ex moglie e in quel fiume in pieno di ricordi vide anche lei. Il dolce dell’inizio, l’agro del tempo in cui ci avevano provato a essere una famiglia e l’amara conclusione in tribunale a firmare la separazione.

- Tutto in merda! Tutto in merda!

Preso da un’isteria incontrollabile a metà tra il sonnambulismo e la rabbia in corpo, Roberto si tirò su con la schiena e sbarrò gli occhi nel buio. Era notte fonda e il letto sembrava un lago.

- Dio mio! Guarda come mi sono ridotto. Se non mi sparo una camomilla, qui è dura come il ferro.

Già ci voleva pure Dio. Ci aveva provato ad essere un buon cristiano. Lavoro, casa chiesa. Tutto normale nell’assoluta anormalità. Da ultimo aveva cominciato, iinfatti, anche ad imprecare, addossando al Padre Eterno colpeche non si meritava. S’infilò le ciabatte di pezza grigie, metteva sempre quelle da anni e le aveva consumate fino a poter far uscire il pollicione. Vecchie, sudice ma familiari, ci si era affezionato perché erano sempre lì ad aspettarlo alla sera, rappresentavano l’aria di casa. Scese in cucina e cominciò il rito degli ultimi anni. Quando la tensione lo appendeva al muro con forza, il suo rimedio consisteva nel prepararsi una camomilla tripla e di versarlo nel  tazzone che gli aveva regalato la nonna sedendosi poi a  guardare uno di quei programmi cazzosi che trasmettono a notte fonda.  Sorseggiava poi  piano, piano, seduto sul divano il bollente calmante. Comprese che ormai non bastava più quel rimedio casareccio perché la sua mente stava peggiorando, stava scendendo nel baratro che dall’infelicità porta verso la depressione e poi all’autodistruzione. Capiva quello che gli stava accadendo ma non riusciva a fermare quella disastrosa discesa verso l’abisso o forse cominciava a provarci gusto. Lasciarsi andare aveva un suo fascino perverso molto spesso esaltato nei film. Quella vena di romanticismo struggente che vuole l’uomo malinconico verso il suo passato, sconfitto dall’amore impossibile e la visione della felicità come della chimera degli stupidi o dei semplici di cuore.

- Se vado avanti così, andrò al manicomio, devo intervenire.

Gridava adesso forte la sua parte razionale, terrorizzata da come si era comportato il lato emotivo, cercando d’imporsi sulla parte istintiva. La domanda che Roberto si pose fu:

- Che cazzo faccio adesso?

Ogni cosa sembrava avvolta in una specie di fumo, non riusciva ad avere degli obbiettivi chiari di fronte a se. Tante volte già aveva preso carta e penna mettendo nero su bianco cosa andava e cosa no. Progetti, idee che però non riuscivano mai a staccarsi da quel maledetti fogli. Ai buoni propositi seguiva sempre uno stato di apatia, di malessere, d’intontimento che lo facevano adagiare e restare per ore come uno zombi sul divano. Più volte aveva pensato di sbaraccare quelle quattro cose che ancora aveva in piedi per andarsene all’estero, ma quando hai sole pezze al culo è difficile riuscirci a meno che uno non voglia fare come gli hippies degli anni settanta che con uno zaino in spalla, un paio d’occhiali scuri e il pollicione alzato, si spostavano da una parte all’altra del globo in cerca della loro identità. Che invidia pensare a quel tipo di persona capaci fondamentalmente di fregarsene delle regole. Il capitalismo a cavallo degli anni ottanta aveva brutalmente imposto le sue regole e reso schiavi gli uomini più di prima dello stipendio e dell’inquadramento sociale. Non a caso anche i grandi pensatori sembravano essere stati sterilizzati, ormai incapaci di andare controcorrente. La devastazione dei valori morali e comportamentali piegati alla necessità della busta paga.

 
 
 
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