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antropoetico
   
 
Creato da antropoetico il 05/11/2010

antropoetico

poesia, romanzi, emozione

 

Solventi

Post n°835 pubblicato il 02 Settembre 2014 da antropoetico
 

Umori solventi.

idee alla deriva

gira piano la ruota del carro.

Sotto il sole procede lento il carretto,

rumore di zoccoli sul sentiero ciotolato

che fugge e si perde in campi biondi.

Caldo, dentro un filo di vento freddo

alle porte dell'autunno.

L'estate che finisce, la pietra ancora calda

mente il verde stinge al bruno

dentro stati d'animo all'inchino

in attesa del rosso serale.

 
 
 

Il cuoco alla corte del re ep. 14 romanzo

Post n°834 pubblicato il 02 Settembre 2014 da antropoetico

Nella cittadina, fra le tante botteghe, vi era una fiorente produzione di vasi in terracotta e ceramiche di raffinata porcellana. Senza nemmeno accorgersene, Angela si ritrovò con il viso appiccicato alla vetrina di uno di questi. Un vaso, floreale nel decoro, con i bordi impreziositi in oro le aveva rapito la mente. <<Dobbiamo affrettarci figlia o non faremo in tempo>> La richiamò alla realtà Ermanno. I due presero a camminare con passo veloce fino a raggiungere le prime campagne fuori dall’abitato. Terre gravide di raccolto strappate alla natura selvaggia dall’ingegno dell’uomo che costrinsero il cuoco e sua figlia a camminare per un’altra ora e mezza abbondante prima di giungere in vista delle sterpaglie e dei campi incolti. Il “buonenrico” era una pianta infestante molto diffusa nel nord del regno ma solo pochi ne conoscevano le proprietà alimentari. Ermanno lo aveva appreso dal padre capace di tramandare la tradizione ricevuta dagli antenati. Ne trovarono a volontà alle pendici di una montagna riempiendo nel giro di pochi minuti la gerla con piena soddisfazione. L’aria era attraversata dal vento e da est s’intravedevano nuvole grigiastre in rapido avvicinamento. Il temporale era alle porte e, certo, trovarsi in aperta campagna, senza alcuna protezione non era il massimo. Nemmeno il tempo di riposarsi che dovettero rimettersi in marcia per tornare al castello accompagnati dai primi tuoni in lontananza. Prima della tempesta il cielo assume il vestito di regale importanza, si tinge di sfumatura di grigio dentro cui i bagliori dei lampi ricordano all’uomo la pochezza della sua esistenza. Mezz’ora dopo la prima pioggia cominciò a irrorare la terra fino a diventare acquazzone costringendo Ermanno e sua figlia ad accucciarsi sotto una grossa quercia e i suoi grossi rami pieni di foglie. Non restava che aspettare che l’ira del dio dell’acqua si placasse. Vedere la pioggia battente creare rivoli improvvisati d’acqua sul terreno lasciava senza parole. Finalmente la pioggia rallentò la sua folle corsa, permettendo di rimettersi in marcia. Un’ora dopo fradici e sudici di fango Angela e suo padre fecero rientro al castello. Il primo a vederla fu Paolo che smontò immediatamente dal suo cavallo e, dopo essersi tolto il mantello l’avvolse in esso. <<Grazie, sono lusingata dalle tue attenzioni>> Ermanno salutò e corse nelle cucine, mancavano infatti meno di due ore alla cena, lasciando così gli innamorati alle loro effusioni. Questa volta fu Angela ad allungare un bacio al suo cavaliere preferito e il bacio si fece appassionato a tal punto da far fischiare un paio di uomini della guardia, grandi amici di Paolo. L’amore ascolta solo il cuore e il mondo sparisce intorno a chi vive la sua passione. Istanti lunghi in cui i due amanti stavano vivendo la loro vita dentro al sogno. Poi Paolo l’accompagnò fino all’ingresso dell’ala del castello che conduceva alla sua stanza. Si tolse il cappello e fece l’inchino galante alla sua dama. << Per servirti! Io ci sarò sempre, mia diletta.>> Le guance di Angela si tinsero di rosso acceso. Il fuoco della passione le bruciava dentro e chiamava le sue carni alle armi. L’istinto le gridava nella testa la voglia di consumare l’amore con l’uomo del destino. Il corpo sentiva l’attrazione per lui. Scappò di nuovo, presa dai suoi pensieri impuri per la morale ma purissimi per il cuore. Per lei l’amore avrebbe dovuto essere il dono supremo, il frutto proibito da concedere solo a colui che avrebbe scelto come marito. La lotta con la carne si stava facendo sempre più dura sotto i colpi di un sentimento che cominciava a sconfinare oltre il pudore. D’altronde anche Paolo stava pensano seriamente ad accasarsi e l’idea di sposare Angela aveva preso molto spazio nella sua testa. Di donne da una notte ne aveva abbastanza perché il sesso era solo un sasso tirato nello stagno, l’attimo che subito fugge via. Per la figlia del cuoco sentiva un’attrazione diversa, completa. Avvertiva per la prima volta il desiderio di fare dei figli, la voglia di condividere sogni e progetti. Prima o poi, nella vita di un uomo, capita una donna così capace di far cambiare il baricentro esistenziale. Ermanno, assolutamente immerso in altri pensieri si sciacquò velocemente la faccia, si lavò le mani e cominciò a lavare foglia per foglia, l’erba raccolta avendo cura di eliminare gli steli più grossi, legnosi e i cupolini fioriti. Il lavoro doveva essere accurato per donare ai sovrani il miglior risultato possibile. Intanto mise sul fuoco un grosso pentolone a portare in ebollizione l’acqua ricevendo la visita di Artidoro, curioso di vedere l’erba prodigiosa che tanto aveva acceso le voglie della regina. << E’ questa?>> <<Certo.>> <<Non mi pare abbia nulla di speciale>> Nel dirlo si chinò fino ad annusarne l’odore con le narici. <<All’apparenza è solo un’erbaccia.>> <<Sei sicuro che non sia velonosa?>> << L’ho mangiata più volte e l’ho servita a molta gente>> << Il re ha il suo assaggiatore, il nuovo maresciallo, quello che ha sostituito Il Baldassari, pace all’anima sua>> <<Meglio, così non ci sarà alcun dubbio.>> <<E con quale artifizio la rendi una prelibatezza?>> <<Con niente! Faccio bollire l’erba e quando è cotta la salto in padella con olio, sale e aglio.>> Artidoro si batté le mani sui fianchi e poi sulle guance. <<Semplice, semplice, così? Nemmeno della pancetta o del burro?>> <<Servirò a parte una ciotola con del formaggio stagionato e grattugiato da mettere a piacere.>> <<Poffarbacco! Prima di servire il re voglio assaggiare.>> Lavorare in cucina con uno che ti guarda addosso non piaceva ad Ermanno, abituato com’era a lavorare in solitario o al massimo con la figlia. Tuttavia si rendeva conto dell’importanza di andare d’accordo con Artidoro e lasciò che seguisse passo, passo, tutte le fasi della preparazione. <<L’aglio non lo fai soffriggere? Vedo che l’hai spelato e schiacciato ma non l’hai ancora messo nell’olio>> <<Preferisco metterlo “crudo” alla fine, una volta spento il fuoco. Rimane molto più aromatico perché il sapore è accompagnato anche dal profumo.>> << Questa poi! In trent’anni di onorato servizio non l’avevo ancora vista!>> La curiosità del vecchio capo cuoco era ormai vicina a traboccare e quando Ermanno gli sottopose il piatto con dentro la strana erba, ci affondò dentro la forchetta facendola passare da destra a sinistra davanti al suo nasone. <<Profumo intenso è vero. Anche l’aglio si sposa bene.>> Quando poi cominciò a masticarla, i suoi occhi s’illuminarono come candele. << Per il Signore e tutti i Santi! Alla vista sembra spinacio ma il sapore è diverso, leggermente diverso. Si sente tutto il gusto della natura!>> <<Felice e onorato che sia di tuo gusto, capo!>> <<Inpensabile. Non avrei mai detto che dell’erbaccia potesse diventare un piatto del re.>> In quell’istante fecero l’ingresso i servitori della tavola del re pronti a portare in tavola le carni preparate da Artidoro e gli altri contorni.

 
 
 

Cane

Post n°833 pubblicato il 31 Agosto 2014 da antropoetico

Lasciami un bacio

e lasciami dentro lo stesso bacio.

Sai l'inutilità di questa vita che non puoi salvare.

Lo sai che arriverà il giorno. Quel giorno che già immagini.

Non voglio tu condivida questo sentiero ingiusto.

Non sei dentro queste labbra,

non puoi davvero scalfire la corazza,

non puoi sentire i vermi dilaniare la carcassa.

Lasciami nell'abbraccio

a questo tempo che non sento mio,

al collasso che riempie gli spazi vuoti.

Lascia che sia un bacio a suggellare il ricordo.

Ricordati che sono un cane.

 
 
 

Chianti

Post n°832 pubblicato il 31 Agosto 2014 da antropoetico
 

Lascio che mi schianti,

profumato,

rosso,

perlato alcolico,

mando giù un altro goccio di Chianti.

L'assaporo,  lo gusto, scende

nello stomaco e al cuore

rendendo bello questo vascello in avaria.

L'anima s'assopisce e sfuma

sul divano accattivante

mentre tolgo l'audio al telegiornale.

Chiudo gli occhi cercando stelle,

questa sera non ho voglia di brutte notizie

ma di un calice armonioso.

Un goccio, un altro goccio

aspettando la notte e il sonno.

 
 
 

Pensare, camminare, sentire

Post n°831 pubblicato il 29 Agosto 2014 da antropoetico
 

Camminare, pensare, sentire.

Attimi nel tempo, respiri in frazione

avvolti nel nulla che cancella il circostante.

Strade sempre uguali, case come guardiani,

auto in corsa verso sconosciute destinazioni,

marciapiedi, il grigio sporco sui muri, cemento e umanità.

Pensare, camminare, sentire.

Senza meta, senza fretta, senza aspettative.

Una marcia silente senza appartenere a un esercito

tra gli sguardi in fuga di sconosciuti.

Anime in viaggio per bucare il tempo

con in tasca le monete del cuore.

Sentire, pensare, camminare

dentro il fiato corto e con in testa

una musica lontana quando sono le immagini

ad apparire nel cervello.

Ricami e richiami di ciò che si è vissuto

con le mani in tasca e una stringa slacciata

che ti riporta al presente.

 
 
 

La vita e i nostri perché -poesia -

Post n°830 pubblicato il 29 Agosto 2014 da antropoetico

La vita, questo groviglio d'anime.

Incastri spezzati, disastri annunciati

giorni latenti nel limbo, giorni bui,

momenti solo tuoi.

La vita con i suoi giorni e i tuoi pensieri.

Oggi come ieri, domani come non sai

eppur si va avanti,  di tanto in tanto,

investiti da un fascio di luce, dal sole che arriva sul cuscino,

tutti a cucire i fili del destino.

La vita che non sai, che non vuoi,

giorni sul filo in equilibrio fra una smorfia e un sorriso.

Percorsi che s'intrecciano e si lasciano in direzioni divergenti,

percorsi per trovare le ragioni, i motivi oltre le ossessioni.

La vita che si recita, che s'interpreta, la vita di cui scriviamo il copione.

Viaggiatori in cerca d'amore, in lotta con le ferite, viaggiatori senza meta

e altri per cui conta il tragitto, il movimento senza fine.

La vita e i nostri perché.

 
 
 

Piccole meraviglie - poesia -

Post n°829 pubblicato il 28 Agosto 2014 da antropoetico
 

Siamo fiori nei giardini di un giorno qualunque

pronti all'apertura per ricevere rugiada,

piccole stelle colorate nel passar d'infinito.

Fragili di fronte al vento impetuoso

pronti a chiudere i petali all'arrivo di nubi tempestose

fino al primo rischiarare d'aria umida.

Ma poi la vita chiama, la vita torna fradicia di gioia

e allora ci sentiamo

piccole meraviglie in cerca di sole.

Nel volo di api e farfalle, colore in volo,

il rumore in lontananza del temporale

che fugge mentre il profumo dell'erba

inebria di verde acceso.

Cantano i grilli e rombano i calabroni

prima che sia il calar della sera

e arrivi il cambio della guardia con le lucciole.

Il cuore in pace, finalmente, sotto la luna.

 
 
 

Perduto - poesia -

Post n°828 pubblicato il 27 Agosto 2014 da antropoetico
 

Sappi che ciò che lasci è perduto,

non rimane fermo ad aspettare, ad aspettare te.

Lo porta via il vento dentro altri sogni,

lo inaridisce il sole dell'estate, non è più la stessa cosa.

Se anche lo ritrovassi, all'apparenza uguale,

il tempo gli ha lasciato segni lungo percorsi che non immagini.

Quello che è sfuggito, scappato, vive solo nei ricordi,

nell'ideale a cui hai affidato il cuore. La vita cambia, ci cambia.

Anche tu non sei più lo stesso e il mondo andato è sparito

dal reale circostante, non esiste più. Ciò che finisce è lettera morta,

cenere di un fuoco che non può bruciare ancora, perciò

tienti stretto ciò che ami, i motivi della tua anima;

ravviva la gioia di esserci nel tempo deputato, adesso è il tempo

prima che arrivi il vento.

 

 
 
 

il cuoco alla corte del re ep. 13 - romanzo -

Post n°827 pubblicato il 27 Agosto 2014 da antropoetico
 
Tag: corte, cuoco, re

Pensieri diversi da quelli di Ermanno preso a visitare le cucine del castello. A riceverlo, impettito come un gallo davanti al pollaio, vi era Artidoro, un omone più tondo che alto, ormai sessantenne. Lo sguardo severo, accigliato non lasciava certo presagire un’accoglienza delle migliori. Fece un inchino vedendo che Ermanno se ne stava lì impalato senza dire una parola. <> <> <> Ermanno si prostrò con un lungo inchino, in segno di rispetto. << Sono ai suoi ordini maestro. Di certo non possiedo la sua esperienza. >> Il capo cuoco lo fece accomodare nei locali della cucina. << Il fuoco è sempre acceso. Dobbiamo essere pronti per ogni evenienza. In genere la colazione è pronta per le sette del mattino, il pranzo allo scoccare del mezzodì e la cena dopo il calar del sole. Il re e la regina possono ordinare in ogni momento. >> Pentolame di ogni tipo era appeso a dei grossi ganci su due pareti, quelle più nascoste, mentre un intero salone, nel seminterrato, era adibito a dispensa. Ermanno non aveva mai visto tanti salumi e formaggi appesi al soffitto. << Quant’abbondanza! Montagne di cibarie. >> Sentendolo Artidoro fermò la sua andatura ciondolante a motivo dei tanti chili di troppo che si ritrova sulla pancia e lo squadrò dalla testa ai piedi. << Figliolo, siamo nella casa del re, non in una bettola di campagna. Spesso abbiamo invitati in gran numero.>> << Capisco. Il re deve relazionarsi con molte persone per i doveri di stato e di diplomazia. >> << Esatto e noi dobbiamo solo fare in modo di accontentare gole spesso incontentabili. Non aspettarti ringraziamenti o roba del genere. >> <> << Sono solo realista. Noi siamo parte della plebe, non certo dei nobili. Operai che oggi ci sono e domani possono essere sostituiti senza problema.>> Ermanno intuì che il capo cuoco era molto preoccupato dal pensiero di perdere il suo posto e che lo considerava una minaccia proprio per la sua capacità di cucinare. << Sono qui per aiutare dove posso e come posso in modo molto umile. Non ho pretese né aspirazioni. >> Artidoro sorrise mostrando una bella finestrella fra i denti incisivi. << Allora andremo d’accordo ma ti terrò d’occhio, sappilo >> << Parlami delle persone del castello, non conosco nessuno. >> <> << Tu sfami dal primo all’ultimo del personale del castello? >> <> << Insegnami quello che c’è da sapere, ti prego.>> <> Parole inquietanti che, di tanto in tanto, Artidoro tirò fuori nuovamente nel giro che fecero. Nei giorni seguenti Ermanno prese dimestichezza con i luoghi e gli attrezzi da cucina e sbrigò solo le faccende di routine che gli venivano affidate dal capo cuoco. Non aveva aspirazioni, né tanto meno la voglia di “fare le scarpe” al vecchio Artidoro. Piuttosto era curioso della vita di corte e dei vari personaggi che vedeva frequentare quei luoghi. All’inizio della settimana successiva sentì dei falegnami battere chiodi su del legno intenti a preparare un palco proprio al centro del cortile del castello. Il capo cuoco gli corse incontro saltellando come una palla. <> <> <> << L’attentatore del re…>> << Proprio lui, Il tribunale ci ha messo poco a condannarlo. E’ bastata la parola del nostro sovrano.>> <> <> La notizia si diffuse in men che non si dica creando stupore nella comunità. La morte era uno spettacolo nella sua triste esecuzione, il momento di riflessione che spingeva la massa a rispettare le regole e i decreti del re. Anche Angela, seppur terrorizzata dall’idea di veder mozzare la testa a un uomo, era spinta dalla curiosità a voler assistere all’episodio nonostante il tentativo di impedirglielo di Paolo e di suo padre. << Ma sei impazzita?>> <> <> << Prima o poi dovrò crescere, ti prego concedimi di assistere al tuo fianco.>> Ermanno prese tempo. La risposta gliela avrebbe data il giorno dopo, alla vigilia dell’esecuzione. In fondo non aveva tutti i torti. I giovani devono fare le loro esperienze. Essere troppo protettivi alla fine produce l’effetto contrario. Anziché “tirare su” persone capaci di affrontare la vita spesso si finisce per ridurli ad “aborti” esistenziali, incapaci di far fronte alle difficoltà. Pensò a che scelta avrebbe fatto sua moglie in quella circostanza. <> Tagliò tutta la montagna di patate senza nemmeno rendersene conto tanto era preso dai suoi ragionamenti fino a quando non vide Artidoro agitarsi e sbuffare con tanto di cucchiaio e coltello nelle mani. Non vi erano dubbi, ce l’aveva proprio con lui. Si mise le mani sui fianchi. << La regina si è ricordata che avevi raccolto delle erbe selvatiche, una specie di spinacio credo che però non ha potuto assaggiare perché siete dovuti scappare via e adesso vuole che sia tu a cucinarla>> <> <> Lo sguardo di Artidoro si fece truce manifestando tutta la sua gelosia per la richiesta fatta al suo sottoposto dalla regina. Iniziò a imprecare e a maledire a gran voce il giorno dell’arrivo di Ermanno alla corte. Non restava che recuperare la gerla e avviarsi fuori dalle mura.  Non si poteva discutere l’ordine della regina, solo eseguirlo nel migliore dei modi. Angela gli corse incontro e saputa la cosa, si unì a lui. Uscire, era l’occasione giusta per vedere la vita del borgo. Avrebbero dovuto transitare fra case e botteghe e poi inerpicarsi lungo il sentiero a sud della fortezza. << Allora, mi consenti di assistere dopodomani all’esecuzione? >> <> <> Sua figlia sapeva essere convincente, come la madre d’altronde, quando si metteva in testa una cosa. Il suo faccino dolce, le labbra a implorare e le mani giunte in segno di preghiera. Ermanno ebbe un’espressione di compiacimento. <> Il valore di una famiglia non è nel numero dei componenti ma nella qualità dei rapporti. Specie per i giovani è importante avere dei punti di riferimento stabili, positivi, concreti. Il futuro si costruisce sempre con il presente e il padre di Angela aveva ben chiaro che il destino aveva assegnato a lui un doppio ruolo. Per certi versi, prima di prendere una decisione si confrontava con il ricordo della moglie. <> <> Angela si piegò come gli era stato insegnato dalle damigelle di corte e fece un bell’inchino. << Come tu vuoi, così sia.>> Il suo era un carattere docile, rispettoso, anche timido in talune circostanze con bagliori di gioia che, di tanto in tanto, illuminavano la vita di chi le era vicino.

 
 
 

Solitudini - poesia introspettiva -

Post n°826 pubblicato il 26 Agosto 2014 da antropoetico
 

Solitudini a incastro

nel percorso dei pensieri

verso l'ignoto futuro,

muta in beltà il camminar solo

lungo il viale dagli alberi dipinto.

Diventa gioia la fuga dagli altri,

l'introspettivo incedere verso l'io,

il ritorno all'arcano inizio.

Staccato il biglietto,

rimango sul treno in corsa senza giudizio.

Ed è il silenzio il presente compagno,

l'uomo assente con il giornale in mano,

che lascia siano i pensieri a parlare.

Il cuore si ritrova nell'impercettibile cambiamento

della visione.

Moltitudini di solitudini intersecano la via,

incrociano le strade del fato

lasciando sogni volare via

con la mano che adesso, solo, mi lascia.

 

 
 
 

Povero diavolo

Post n°825 pubblicato il 23 Agosto 2014 da antropoetico
 

Non ci sono santi

per un povero cristo

senza croce.

Non ci sono chiodi

nelle mani e buchi ai piedi

quando cade nel suo abisso.

Scivola nella follia del mondo,

scende, povero diavolo,

agli inferi dell'esistere.

Sorride l'ultimo Caronte

pronto a traghettarlo

nella terra da cui non c'è ritorno.

Preti in incerta processione

pregano in lingue del passato,

assenti, per essere credenti,

l'inutile litania, la fucina di parole,

chiudono la bibbia e benedicono,

funesti, l'ennesima dipartita.

 
 
 

Il cuoco alla corte del re ep. 12

Post n°824 pubblicato il 22 Agosto 2014 da antropoetico
 

Una botta tanto violenta da fargli saltare via due denti e da lasciarlo esanime in mezzo alle foglie del sottobosco. Ermanno, guerriero improvvisato con pentole e coperchi usando l’astuzia aveva sconfitto la terribile minaccia per il re. Non perse tempo. Salì su di uno dei cavalli e portò con sé anche tutti gli altri. Quando il re e la regina lo videro arrivare, bardato di coperchio da pentolone come scudo e il mestolo al posto della spada non riuscirono a trattenere la risata. << Paolo, eccolo il cavaliere del futuro, il cuoco guerriero!>> La gioia prese tutti ma soprattutto Angela che corse verso il padre, rincuorata di vederlo sano e salvo. <<Per la miseria, Ermanno. Ci sei riuscito. Ma come hai fatto?>> Paolo aspettava con ansia la risposta da colui che era riuscito in poco tempo a sbaragliare i nemici del re. <<Il cervello. Ho usato solo qualche trucco e la fortuna della nebbia bassa>> Filippo Anacleto, il re lo abbracciò e lo invitò a salire in carrozza da lui. <<Vieni. Voglio che tu assaggi la grappa della mia riserva>> <<Mio sire, non merito tanto>> << Non fare complimenti, mi hai salvato e questo non ha prezzo>>. Un onore che imbarazzò il cuoco di campagna ma anche lo gratificò come mai prima nella sua vita. Il re versò nel bicchierino di cristallo raffinato il prezioso liquore, chiedendo subito dopo informazioni su chi fossero coloro che avevano attentato alla corona ed Ermanno spiattellò ciò che aveva udito. <<Luigi di Bersane. Guidava lui il manipolo dei mercenari>> << Un nobile dunque, la gente è incontentabile. Io cerco d’amministrare giustizia e onore ma c’è sempre chi desidera di più di ciò che ha. Solo il suo nome hai sentito?>> <<Solo il suo, ma credo che faccia parte di un gruppo di cospiratori. Il tradimento si alimenta nelle relazioni nascoste.>> <<Dovrò far tagliare la testa ai traditori, a volte il potere deve essere crudele.>> <<Capisco sire. L’onore comporta anche delle responsabilità gravose>> <<Niente è facile nella vita, dal cucinare un buon piatto come sai fare tu a governare un popolo. Adesso vai. Ho da meditare sul da farsi>>. Ermanno scese dalla carrozza ricevendo finalmente un lungo abbraccio dalla figlia. << Padre, sono orgogliosa di te. Sei un uomo bravo e coraggioso>> <<Più che altro sono stato fortunato, credimi. Spero proprio di non ritrovarmi più in una situazione del genere>> Il gruppo si rimise in viaggio con Paolo in avanscoperta sul magnifico destriero, la carrozza del re qualche centinaia i metri più indietro e per ultimo il carro scassato del cuoco di campagna. Il viaggio durò altri due giorni senza che accadesse più nulla e alla fine scorsero la capitale. Villamonte era il centro più abitato del regno. Un nugolo di case sparse lungo strade impolverate che era andato espandendosi con la crescita del regno attorno al cocuzzolo dove troneggiava il famoso castello del re. Una fortezza con muri spessi e alti circondata ai lati da torrioni di rara bellezza, frutto dell’intelligenza degli ingegneri di corte. Subito avvistati dalla sentinella di guardia ecco che uscirono al galoppo una dozzina di cavalieri a raggiungere il loro re. La voce dell’attentato al re si sparse veloce sulle ali del passa parola anche se le ipotesi su chi fosse stato ovviamente erano le più disparate. Il potere ha sempre diversi oppositori da cui deve costantemente difendersi. I cavalieri, comandati dal loro capitano si posizionarono  a difesa della carrozza del re. <<Ben tornato mio sire, osservo con dispiacere che avete avuto dei problemi lungo la via>>  <<Baldassarre,  abbiamo corso pericolo di morte se non fosse stato per il valore dell’ormai defunto maresciallo e di un cuoco- L’espressione tra lo stupore e la tristezza su suo volto la disse lunga. <<Non capisco…>> <<Ti dirò tutto più tardi. Ma ora non è tempo. Mia moglie è stanca e vuole riposare. L’uomo e sua figlia sul carretto dietro sono con noi, lui è il cuoco>>. Tanto il clamore fuori dal castello quanto grande fu l’animazione all’interno delle mura. I nobili e i ricchi avevano cortigiani messi lì con lo scopo di riferire le intenzioni del sovrano e il rischio di essere presi di mira dopo un attentato creava grande preoccupazione anche fra coloro che non ne erano coinvolti. Il re aveva potere assoluto su tutti e quindi il loro destino dipendeva dal volere incontestabile del monarca. Il malaffare era tollerato a corte, considerato un male necessario per il quieto vivere. In genere quindi il re lasciava che baroni e marchesi facessero i loro intrallazzi chiudendo spesso gli occhi ma adesso avevano attentato alla sua vita e stava dunque meditando  su come e quando usare il pugno di ferro. Il suo animo era nobile ma sapeva che anche una bronchite non curata per tempo avrebbe potuto uccidere. Il regno era febbricitante e l’esempio punitivo appariva come l’unica medicina possibile. In tutt’altri pensieri affaccendato Paolo, su indicazioni del maestro della servitù, indicò a Ermanno e sua figlia l’alloggio a loro riservato. Due modeste camere da letto in prossimità delle cucine. Il bagno non era molto distante, bastava attraversare parte del cortile. Gli occhi di Angela non sapevano più dove guardare. Tante facce intorno, tanti oggetti mai visti come le tende di pizzo raffinato sotto i bardati di velluto rosso, i lampadari di cristallo, oggetti che non aveva mai nemmeno immaginato nella sua misera dimora di paese. Paolo la scosse dal torpore facendo cenno di seguirlo dentro un portone. Il suo sorriso era magnetico, irresistibile a tal punto da vincere le resistenze di pudore. Quando girò l’angolo, il cavaliere del re la trasse a sé, guardandola con la gioia dell’amore. Un lungo sguardo tra i due e poi le sue labbra si sposarono con quelle di lei. Un bacio delicato, fine che raccontava la sincerità del sentimento di Paolo ma sufficiente a far sì che Angela si svincolasse e corresse via. Il piacere del peccato e la vergogna di aver concesso un bacio sulla bocca a un uomo. Voleva solo nascondersi nella sua stanza. Si buttò sul letto prima, andando subito dopo allo specchio per vedere l’espressione assunta dal suo viso. Toccarsi le labbra, riprovando l’emozione di quel fremito, cercando di sentire il profumo dell’uomo che le aveva colpito il cuore era il senso della vita, l’emozione che faceva pieno centro nella sede dei motivi.

 

 

 
 
 

Coccolati

Post n°823 pubblicato il 21 Agosto 2014 da antropoetico
 

Passa il tempo, finoscono i giorni, sfumano minuti e secondi.

La vita si muove e muta come cambi tu.

E allora amati, trova il momento per te, l'attimo, l'istante

per tenre per mano il tuo essere, cerca chi sei, scava come se fossi un minatore.

Il tesoro è nascosto, poco visibile ma c'è.

Ora è il giusto tempo per volerti bene senza aspettare che qualcuno si accorga di te.

Usa il cuore, la mente per capire chi sei, chi sei davvero nel profondo.

Non vivere della morale altrui, delle leggi di cuori diversi da tuo. Tu sei speciale. Unico e

irripetibile. Sei un sogno che cammina in una realtà che svanisce, sei presente in un

tempo che diverrà assente, sei gioia nel tuo esistere. Abbandona il velo di

pessimismo,

lascia andare alla deriva i problemi, i brutti pensieri, le immagini andate di com'eri ieri.

Non lasciarti andare, comincia qualcosa di nuovo, fai l'amore, respira il polline dei fiori,

grida al cielo il buon vino nel calice.

Amati per amare gli altri, scardina i fermi della prigione, le illusioni che passano, vivi

senza aspettare il bene placito altrui. Assapora il giorno, gusta la notte, viaggia

con la pace nel cuore. Tu vali, sei, esisti solo per essere felice. Butta via i legacci di

questo sistema che non capisce, che ti coinvolge in una gara a perdere. Gioca, ritorna

bambino, sorridi, leggi, pensa ma amati per Dio!

Nessuno potrà capirti, comprenderti meglio di te. Non nascondere il cuore alla tua

anima. Lascialo entrare.

 
 
 

Libellula

Post n°822 pubblicato il 19 Agosto 2014 da antropoetico
 

In questa vita dove volano sorrisi di gioia,
attimi di prosecuzione mi sento libellula
al calar del sole.
Blu cobalto nell'ultimo caldo,
quello che conduce le tenebre a cacciar le nuvole.
Sospeso nell'aria sullo stagno dove in fuga volgono le rane
osservo, fermo il tempo che cambia,
avverto la pioggia in arrivo e subito fuggo in cerca di riparo.

 
 
 

Il cuoco alla corte del re ep. 11

Post n°821 pubblicato il 19 Agosto 2014 da antropoetico
 

Dopo un quarto d’ora di litigi e pugni, Luigi di Bersane riuscì a farli risalire in sella per riprendere l’inseguimento al re. L’adrenalina parve aver preso anche i cavalli lanciati di nuovo in una corsa folle. <<Altre cinquemila ghinee per il chi infilza il re! Che Dio maledica chi di voi muore oggi.>> Intanto la strada cominciava di nuovo a salire e di lì a poco la boscaglia prese a inghiottire di nuovo tutto e tutti. Una foschia causata dalle nuvole basse avvolse i carri del re e di Ermanno in un limbo fuori dal tempo. Paolo, dietro a loro, riusciva a malapena a intravedere la sagoma dei loro carri quando vide il cuoco fermare il carro e scendere. <<Che succede? Non abbiamo tempo per fermarci, ogni secondo è prezioso>> <<Porta in salvo mia figlia, a loro ci penso io>> <<Ma sei impazzito? Cosa puoi fare tu contro spade e balestre?>> Ermanno sfilò da sotto il carro un’accetta, delle corde, pentole e mestoli. <<Non ho tempo per spiegarti. Vai solo e se non dovessimo più vederci, giurami che rispetterai mia figlia>> <<La sposerò. Angela è già il destino dentro il mio cuore>> Paolo, legò il destriero dietro al carro e salì al posto di guida e dopo aver baciato la sua donna, sorpresa e gioiosa della rivelazione, lanciò il carro alla rincorsa della carrozza del re. Ermanno si ritrovò solo come un fantasma nella nebbia. Non poteva battere i suoi nemici con la forza, poteva solo mettere in campo astuzia e fantasia. Doveva approfittare  della nebbia sempre più fitta a causa della depressione climatica. Cercò dunque il posto in cui la visibilità era ridotta al minimo e legò la corda ad altezza di cavaliere a due alberi di grosso fusto posti come guardiani silenziosi uno al lato destro e l’altro a quello sinistro della strada tirandola il più possibile per le sue forze. Se non e ne fossero accorti in tempo, in un colpo solo li avrebbe disarcionati tutti. Poi prese a correre più in su cercando dove la strada si ristringesse in una curva e cominciò a buttare sul percorso ogni sasso che riuscisse a trovare, dal grosso al piccolo per rendere difficile il proseguimento ai cavalli. Tagliò anche rami appuntiti, infilandoli alla bell’e meglio lungo il tragitto nel tentativo di azzoppare in qualche modo i cavalli e infine si mise addosso rami di ogni tipo e fogliame per confondere la sagoma. Armato di grosso coperchio del pentolone a mo’ di scudo e di mestolo per colpire si nascose dietro  a un albero. Un quarto d’ora dopo il rumore degli zoccoli in grande corsa lo avvertirono dell’imminente arrivo dei manigoldi. Luigi di Bersane che non era certo uno stupido, in prossimità della boscaglia e in assenza d’una visuale pulita, rallentò, lasciandosi sorpassare dagli animi eccitati e avidi dei suoi uomini. Il tuffo nella nebbia a gran velocità e d’improvviso vennero disarcionati dai loro sudati cavalli. Un paio di loro, quelli che ebbero la sfortuna di ricevere la corda all’altezza del collo morirono sul colpo. Le urla e i tonfi sul terreno inquietarono il loro capo che arrivò a passo d’uomo. << Cosa è stato? Frecce? Pugnali?>> Di colpo si ritrovò la corda tesa vicina al suo naso e comprese il motivo. <<Maledetti! Combattete da uomini! Questo sono trucchi, giochetti>> Sguainò la spada e, livido dalla rabbia, tagliò di netto la corda, liberandosi il passaggio. Preoccupato per la possibilità di altri inghippi sulla strada, radunò gli uomini e fece la conta. <<Due morti, uno con il braccio buono rotto. Siete dei buoni a nulla! Siamo rimasti in sei, possiamo ancora farcela.>> Indicò a quello più scalcinato dei suoi di andare avanti a piedi per evitare di cadere di nuovo in una trappola. <<Maledetta nebbia, non si vede alcunché>> Intorno il limbo se lo inghiottì. <<Ogni dieci metri, fatti sentire dicendo “tutto bene”>> Per Luigi di Bersane si trattava di una vera disdetta un tale rallentamento che gli stava portando fuori tiro il bersaglio regale. “Tutto bene” indicò qualche minuto dopo il brigante. Poi ancora e un’altra volta ancora fino a che dalla foresta non sentì l’eco di una padellata. Ermanno, da dietro una grossa quercia gliela aveva sbattuta proprio contro il faccione facendolo piombare nel mono dei sogni. La banda di mercenari ebbe un sussulto. Il rumore era insolito per la campagna, tanto quanto per le armi da combattimento. <<Capo, che succede? Non sento più il nostro amico>> <<Chiamalo>> << Mascellagrossa -questo era il soprannome di battaglia del tipo- tutto bene?>> Per risposta solo il silenzio. Gli uomini si fermarono e si volsero verso Luigi di Bersane aspettando indicazioni. <<Masnada di plebei, ci hanno teso un ‘imboscata! Proprio a noi che dovremmo essere maestri in questo. Mi pare chiaro. E allora giochiamo con le stesse regole.>> <<Quali messere?>> Tutti a piedi, fuori le spade e avanziamo, allargandoci sulla stessa fila a distanza di tre metri uno dall’altro. Per proseguire veloci dobbiamo ammazzare il cane rognoso di questo bosco.>> Gli uomini eseguirono, posizionandosi secondo le indicazioni. <<E lei capo?>> << Io vi seguo, tenendo le briglie dei cavalli.>> L’ignoto spaventa sempre e anche gli spregiudicati in certe occasioni sentono un brivido lungo la schiena. Gli alberi comparivano spettrali dalla foschia e i rami a volte si presentavano troppo vicini agli occhi. Di nuovo un colpo violento e un altro di loro cadde al terreno colpito sul naso da un ramo lasciato partire come una fionda da colui che stavano inseguendo.      <<Qua! Deve essere a breve distanza, correte!>> Ma il rompere le righe si rivelò più uno svantaggio che un vantaggio tanto è vero che altri due si ritrovarono a terra dopo essere andati a sbattere incautamente, per la fretta, contro intrecci ramosi sbucati all’improvviso davanti a loro. Tant’è che il panico si diffuse sui pochi rimasti  in piedi che se la diedero a gambe levate, lasciando il loro padrone da solo. <<Spiriti! Il bosco è abitato dagli spiriti e contro di loro non si può nulla>>. In pochi secondi Luigi di Bersane si ritrovò solo nel limbo imprecando contro i soldati i ventura. A fargli compagnia solo i cavalli. Non fece tempo a ragionare sul a farsi che si ritrovò un mestolo sbucare dal nulla a colpirlo sulla mascella.

 
 
 

Tapparella

Post n°820 pubblicato il 12 Agosto 2014 da antropoetico
 

Ladri di buio

raggi di luce

perforano il silenzio.

Nel pertugio defilato

delle tapparella

sorgono sulla pelle,

disegnano il nuovo giorno alle porte.

Colori trafiggono le lenzuola

nel mentre che mosca biricchina

cerca il naso per l'atteraggio.

Dispettosa!

Dispensa sveglia

con il ronzare senza motore

mosso d'ali invisibili.

Ladri di buio

muovono a gioia i pensieri

nel dormiveglia che è magia,

sonnecchiando tra sogni in avaria

e luci della ribalta.

E' ora di tirare su la tapparella!

 

 
 
 

Ricami di vapore

Post n°819 pubblicato il 12 Agosto 2014 da antropoetico
 

Affondare,

scivolare lentamente,

lasciarsi infine andare

nella nuvola della vita.

Sospiri in ricami di vapore,

desideri scritti nel vento

appena prima della pioggia.

Affondare nel pieno senso di vuoto

circondato da parole in confusione,

meditare senza comprendere,

pensare e presagire l'errore

senza muovere le mani.

Disegnare con le dita

parabole esistenziali

sul collo di una bottiglia scura,

sentire dentro la paura,

avvertire la vita sincera

solo in prossimità della morte.

Affondare e tornare a galla

appeso ai legni fradici

senza idee chiare

nell'acqua invasa dalla sabbia

così torbida, scura.

Avvertire la gabbia,

le sbarre all'io cognitivo

mente sorge istintiva la rabbia

del non poterci fare niente.

Assaporare il nulla in questo calice di grappa.

 

 

 
 
 

Il cuoco alla corte del re ep. 10

Post n°818 pubblicato il 09 Agosto 2014 da antropoetico
 

<<Ecco qua>> disse, posando la prelibatezza che aveva cucinato al centro del tavolaccio improvvisato. <<Prima mangino il re e la sua famiglia, soldati!>> Esclamò il maresciallo lanciando lo sguardo a quello che era rimasto della guardia reale; ma subito il re, con grande magnanimità, mosse frettolosamente il fazzoletto che teneva nella mano sinistra. <<Niente etichetta, mio fedele servitore, siamo così in pochi, anzi chiami a tavola anche il moschettiere di guardia in cima alla collina>> <<Ma sire…>> <<Niente ma, che anche lui goda di questi piatti che Ermanno ha avuto il piacere di prepararci>> Il maresciallo si alzò in piedi sulla sedia e ruotò la spada in aria, il tipico segnale per richiamare alla base il suo uomo e Pietro, pur stupito, non se lo fece ripetere due volte. La fame era fame e il suo stomaco non faceva eccezione. La regina fu la prima a essere servita da Angela e ad affondare la sua posata nel riso caldo fumante. Il profumo era così strano, sapeva di selvatico ma addomesticato sapientemente, di erba piegata ai piaceri della tavola. <<Buonissimo riso, Ermanno, ma non riesco a capire con cosa è fatto, sento della cipolla, del formaggio, un pizzico di sale ma la verdura… non assomiglia né alle coste e nemmeno agli spinaci…>> <<Sono ortiche milady!>>sorrise Ermanno. Il Re assieme agli uomini della scorta rimase stupito. Mai si era sentito parlare di ciò nei lunghi anni trascorsi in città. <<Ma non pizzicano, anzi sono dolcissime>> lo sguardo compiaciuto della regina spinse tutti gli altri ad affondar la forchetta nel riso e a portarlo velocemente alla bocca. La curiosità era forte come l’assaporar un rhum appena arrivato dall’estero. <<Poffarbacco, ma l’amalgama è raffinato e gustoso>> sentenziò il maresciallo, subito seguito dai commenti divertiti di Paolo e Pietro <<Incredibile!>> <<Se non lo sentissi con la mia lingua non ci crederei.>> Anche i figli di Filippo Anacleto cominciarono a mangiarlo con gusto. Il vino sciolse la lingua un po’ a tutti. Il re si sentì incuriosito da quei piatti strani e volle conoscere meglio il cuoco. <<Ermanno, mi spiace che anche tu sia coinvolto in questo pazzo viaggio e subisca le condizioni di quello che è successo>> <<Sono al suo servizio e lei è un buon re, la seguirò ogni volta che me lo chiederà>> <<Grazie, non ho mai incontrato un uomo che fosse capace di cucinare anche semplice erba…>> <<Forse perché sua maestà non ha mai abitato in campagna, qui ci si arrangia con quello che c’è>> A quel punto intervenne Paolo, trangugiando di fretta il boccone di riso <<Non ti tratti davvero male, cuoco se questo è il risultato!>> Angela sorrise e si alzò andando a versare altro vino nel calice del suo amato. <<Poco, ragazza, poco…, dobbiamo stare desti, siamo in pericolo, non voglio ubriacarmi>> <<Un po’ di forza per i muscoli e calore per il tuo cuore coraggioso>> rispose lei, mentre le guance le si accesero per imbarazzo. Il re cercò di sapere di più sul cuoco: <<Sei senza moglie, eppure sei ancora un uomo pieno di potenza, perché dunque non hai ripreso una compagna?>> Ermanno ci mise qualche secondo a rispondere, non era facile raccontare di sé, da uomo schivo e silenzioso faceva fatica ad aprirsi, figuriamoci di fronte al re e alla sua unica figlia che, curiosa, gli girò contro gli occhi. <<E’ il mio cuore che non me lo permette, lei non se ne è mai andata>> La regina intervenne, asciugandosi il palato unto con un tovagliolo di lino grezzo <<Devi davvero averla amata molto>> <<Era i miei giorni, la mia carne, il sorriso e il pianto, la vita dura sembrava essere comunque favola da vivere>> <<Quanti anni hai Ermanno?>> chiese ancora il re. <<quaranta, mio sire>> <<Sei contento di venire a corte?>> <<Lo sono per me, dopo la morte di mia moglie, forse cambiare casa e abitudini mi aiuterà a star meglio, ma di più per mia figlia, lei vedrà tutte quelle che cose che la madre non ha potuto vedere>> Il re sorseggiò un sorso di vino dal suo calice, inclinando poi la testa verso destra e puntando, di nuovo, la mano in direzione di Ermanno. <<Mi sembra giusto, tieni presente, però che non è tutto oro quello che luccica, spero che tu ti abituerai alla città, ai suoi ritmi, alle regole>> <<Ce la metterò tutta, non mi piace lasciarmi andare>> Concluse Ermanno, facendo cenno con il sopracciglio alla figlia di andare a prendere il salame, la pancetta assieme agli “spinaci di campagna” bolliti e saltati con olio d’oliva e l’aglio ruspante. <<Sire di secondo ho preparato solo questo, mi deve scusare, è ciò che ho potuto fare>> Il maresciallo intanto continuava a grattare con il pane i resti del riso attaccati alla terracotta e anche se non si era pronunciato più di tanto, bastava vedere i suoi baffi per rendersi conto che aveva apprezzato. Eccome se lo aveva fatto. Piero fu il primo ad alzarsi per andare a scrutare al di là della collina. Il batter di zoccoli in lontananza era il presagio atteso. Il branco di assassini stava arrivando. Lanciò quindi il cavallo alla corsa e tornò verso il suo re. <<Maresciallo, arrivano, dieci, forse dodici uomini>> Sentendolo il capo della guardia esclamò <<Che Dio sia con noi! Sire dovete inerpicarvi su per i monti, seguite le tracce lasciate dal passaggio dei carri>> <<E tu?>> <<La mia vita non ha importanza, io e Piero li aspettiamo per incrociar di spada, con voi verrà Paolo>> <<Non posso accettarlo! Tu mi sei stato vicino in tutti questi anni, sei della famiglia >> <<Grazie mio re, ma non c’è tempo, dovete scappare di corsa >> Rispose il fedele servitore di tanti anni. <<Ermanno via, presto! Prima il carro della famiglia reale e poi il tuo!>> Il cuoco non se lo fece ripetere due volte, c’era in ballo anche la vita di sua figlia. Fecero volare le vettovaglie per terra, abbandonando tutto. La regina si portò i figli vicini al ventre materno e si mise a pregare guardando suo marito prendere il posto del cocchiere e dare il via, con le briglie, ai cavalli. Paolo lasciò loro prendere qualche centinaia di metri di vantaggio e si accodò, osservando con la coda dell’occhio i due uomini coraggiosi. Non aveva nemmeno potuto salutarli, visto il trambusto e l’emergenza di fuga. Sapeva però che erano valorosi e grandi combattenti, immuni dal comune senso di paura e sopravvivenza. Quello sarebbe stato il loro ultimo duello. <<Piero, qui di fianco a me>> ordinò il Maresciallo <<facciamo vedere a questi bifolchi chi siamo!>> <<Eccomi, capo>>. I due compagni d’armi sguainarono a quel punto le spade proprio nel momento in cui all’orizzonte comparirono le prime sagome di uomini e cavalli. <<Sai una cosa maresciallo?>>saltò su, inaspettatamente, Piero, lasciandolo sorpreso. <<Quale cosa?>>  <<Come capo della guardia e come uomo ti abbiamo sempre rispettato, hai amministrato giustizia e rispetto, sei un capo che è stato facile rispettare, volevo dirtelo perché non so se ne avrò un’altra occasione>> Sorrise il maresciallo, li aveva saputi scegliere bene i suoi uomini, pensando che in fondo non conta quanto si vive ma come si vive. La correttezza e la serietà mostrati negli anni lo stavano ripagando appieno proprio adesso che erano ormai a pochi metri i nemici. Subito mostrò il suo brutto muso Luigi di Bersane allungando verso la fronte il sopracciglio destro. <<Cosa pensate di fare voi due? Toglietevi dalla strada, abbiamo un bel regalo per il re e suoi figli>> <<Messere, prima dovete cimentarvi di spada con me se non siete un vigliacco!>> <<Vigliacco io? Ma non fatemi ridere. Non sono stupido, la vostra bravura nella scherma è nota fino in provincia, se proprio lo volete vi batterete con i miei uomini, a voi la scelta se vi conviene>> <<Di dove siete cavaliere?>> rispose il maresciallo cercando di prender tempo. <<Della provincia di Carnabì, sono il signore di Bersane>> <<Luigi allora, il marchese dallo stemma rosso>> <<Vedo che la mia fama mi precede, colloquiar è piacevole ma ho poco tempo. Bifolchi, scendete e uccidete questi due miserabili!>> Sogghignò, aspro e contorto. <<Piero, dietro a me>> i due uomini si misero spalla contro spalla per proteggersi meglio dal vergognoso attacco. Li circondarono e sguainarono le spade come un plotone d’esecuzione, pronti a fare il loro sporco lavoro. Sapevano però che qualcuno ci avrebbe lasciato la pelle, la guardia reale non scherzava per bravura e strategia. <<Che aspettate? Siete in undici contro due e uno è ferito al braccio!>> <<Branco di pela galline, fatevi sotto>> urlò Piero, impaziente di infilzarne qualcuno. Le spade cominciarono a toccarsi in un rituale di progressivo avvicinamento e il rumor di ferraglia riempì il silenzio del pomeriggio. Luigi di Bersane era incredulo e infastidito, comprese dunque che ci voleva qualcosa di più per spingere i suoi uomini all’offesa: <<Bastardi, mille ghinee a chi fa secco il maresciallo e 500 a chi sbudella l’altro.>> Adesso sì che i disperati avevano un buon motivo per mettere a repentaglio la loro vita di poco valore. In un cumulo di polvere l’incrociar di spade si fece intenso fino a spinger i corvi e le quaglie dei boschi a spiccar il volo lontano. Come leoni i due uomini del re combatterono fino a lasciarne quattro sul terreno ma alla fine furono infilzati come tordi, cadendo a terra stremati dopo dieci minuti d’intenso combattimento. Il maresciallo ebbe ancora un filo di vita in corpo e prima di tirar le cuoia invocò Dio. <<Finiteli, questi due cialtroni vestiti a festa ecco le ghinee!>> Gli uomini sopravvissuti cominciarono a litigare tra di loro su chi avesse diritto al premio concedendo così altro prezioso tempo agli uomini in fuga. Rovistarono pure nelle tasche dei vestiti alla ricerca di qualche soldo. <<Ma guarda sto panzone, trecento denari, stasera berrò e prenderò due baldracche!>> gridò uno dei sicari, contento, mettendosi a correre per non farsi raggiungere dagli altri compari.

 
 
 

Media nazionali: Pessimismo indotto?

Post n°817 pubblicato il 07 Agosto 2014 da antropoetico
 

Sicuramente l'Italia non sta attraversando un bel periodo storico. Questo è fuori discussione. Tuttavia mi chiedo se l'esasperazione e l'esagerazione nel dare enfasi alle "brutte notizie" sia davvero informazione. Se, infatti, cerchiamo di avere un'ottica più razionale e una visione "globale" nel vero senso della parola, assieme alle notizie pessime dovremmo ricevere per una sorta di "par condicio" umorale anche quelle positive e cariche di speranza. D'altronde nel corso dei secoli, a fianco della morte c'è sempre stata la vita e la rinascita, l'inizio e la fine, il bello mischiato e miscelato con il brutto. Ora io mi chiedo: ma è davvero assolutamente necessario riempire il  cervello in maniera maniacale esclusivamente di assassini, stragi, guerre, stupri, malattie aberranti e clima dove anche la neve sempra aver ormai qualcosa d'insano e catastrofico? Passino i problemi di casa nostra, quelli sì che ci toccano direttamente ma si ha l'impressione che, quando non via sia una sufficiente dose di notizie negative nei nostri confini, le si vada a cercare con precisione da certosino in altre parti del pianeta. L'abuso dell'informazione in tal senso a quale pro' viene perpetrata? Di primo acchito viene da pensare che, forse, sia un metodo politico per mantenere un sufficiente controllo sul territorio e sulla nazione perché fino a quando si vede che in altre parti del mondo si sta peggio, molto peggio viene naturale consolarsi della propria normalità non così disastrosa. Un ammortizzatore morale e umorale che porta la mente a non reagire più di tanto alle tante ingiustizie ormai apertamente evidenti nel nostro paese. La morale è di accontentarsi perché alla fine non siamo in guerra, non moriamo di aids o di ebola e, per quanto le tasse siano asfissianti, abbiamo ancora i risparmi e le proprietà dei vecchi da consumare prima di arrivare a non avere i soldi per comprare un pezzo di pane. Tutto ciò è perfettamente plausibile fin quando ci viene presentato uno scenario simil apocalittico all'estero. In realtà esistono molti paesi dove l'economia è in forte crescita, dove i modelli culturali ed esistenziali hanno creato e stanno creando  condizioni migliori per tutti ad esempi attraverso l'uso della tecnologia, dove la vita non appare semplce sopravvivenza. Onestamente credo che la maggioranza delle persone sia stufa di ricevere propinata ad arte sempre la stessa pappina ormai trita e ritrita di magagne e brutture. Si avverte il bisogno di una nuova informazione più concreta e in equilibrio fra negatività e positività. Non si tratta di un discorso cinico o da "menefreghista" ma piuttosto realistico. Infarcire la testa di nefandezze di ogni tipo che non dipendono da noi incide sul quotidiano, sulla nostra vita personale senza che si possa davvero intervenire. E allora a che serve? E' ormai ampliamente dimostrato l'approfittarsi improprio dietro le brutte notizie. Dietro le catastrofi come terremoti e uragani e in questo L'Aquila insegna, ferve il malaffare e spesso l'allarme sociale è solo il mezzo per far arrivare palate di soldi pubblici in un determinato ambiente. Uomini corrotti a ogni livello che sono contenti dei disastri  e che se ne parli. Fateci caso. C'è sempre una raccolta fondi che parte, immediatamente dopo gli accadimenti. Trent'anni fa i soldi per l'africa, oggi per i terremotati dell'Emilia e spesso questi incassi si perdono nel tempo mentre case e aziende la gente se li ricostruisce da sola. Malattie di cui non si troverà mai una cura perché se accadesse finirebbe la pacchia di raccolte di denaro con iniziative anche nazionali. La realtà è che le notizie cattive vengono utilizzate  ad arte dai poteri forti nn solo politici per generare un flusso di cassa, spremendo sempre e solo la bontà di cuore delle persone. Gradirei telegiornali che parlassero di cose vere, di situazioni interessanti, di scienza e di cultura sempre, non solo negli striminziti telegiornali balneari di mezz'estate ma forse pretendo troppo.

 
 
 

Il cuoco alla corte del re ep.09

Post n°816 pubblicato il 07 Agosto 2014 da antropoetico
 

<<Sire, tutto bene? Bevete qualcosa, lei e la sua signora>> <<Grazie Ermanno, siamo sopravvissuti, ma che paura, il tuo re ha rischiato grosso questa volta>> <<Siamo vivi e questo è quello che importa>> Poco distante, Angela, da supina, si mise in ginocchio sbirciando fuori dal carro, il cuore le batteva ancora forte. Finalmente arrivò Paolo a rapporto. <<Maresciallo sembra che non ci siano venuti dietro, ma di certo dal bosco non possiamo passare>> <<Faremo il valico passando dalla “piana delle stelle alpine”, ci vorrà un giorno in più ma almeno viaggeremo sempre allo scoperto, non potranno coglierci di sorpresa>> <<Siamo rimasti in pochi>> obiettò Paolo. <<Ci riusciremo, non ci fermeranno certo quattro briganti!>> <<Vi darò una mano anch’io>> saltò su Ermanno. <<Tu? Vuoi dire che te la cavi con le armi? Che sai tirar di spada?>> <<No, ma posso imparare>> Il maresciallo sorrise poi diede il suo assenso all’idea. <<Paolo, questa sera prima del tramonto, quando ci fermeremo, tira qualche colpo con il cuoco e speriamo in Dio!>> <<Agli ordini, sarà fatto>>. Nel frattempo Angela, resasi conto di quanto fosse sanguinante il braccio del capo delle guardie, impugnò un coltello e tagliò una striscia del suo lenzuolo migliore, dopo di che prese una bacinella d’acqua e gli andò incontro per fasciarlo alla meglio. <<Grazie mille signorina>> Lei sorrise con grazia, e una volta fattogli togliere la casacca della divisa lo pulì e lo fasciò abbastanza stretto nella speranza di contenere l’emorragia. <<In cammino!>> ordinò il Maresciallo infine la ripartenza e la comitiva si mise in viaggio verso il suo destino. Degli uomini erano morti, vittime della vigliacca aggressione e la meta purtroppo appariva ancora molto distante. Il re però confidava in quegli uomini e nella loro fedeltà. Sapeva che gli volevano bene e che si sarebbero battuti fino alla morte per lui e la sua famiglia e ciò mitigava molto la paura istintiva dovuta alla situazione. Il cielo cominciò ad annuvolarsi, ormai era quasi ora di pranzo, tuttavia decisero di proseguire ancora per allontanarsi il più possibile da luogo dell’agguato e per raggiungere un luogo più facilmente difendibile. Nel bosco, nel frattempo, i briganti erano, scesi sul sentiero a prendersi il bottino custodito nelle tasche dei moschettieri uccisi. <<Che schifo, questo manco tre denari aveva in tasca>> disse uno di loro facendo la conta dei morti. <<Sette, ne abbiamo infilzati sette>>. Ridevano tra di loro soddisfatti della bravata commessa e continuarono a farlo fino a quando non videro il volto di Luigi di Bersane. Una maschera di disprezzo che lo costringeva a storcere tutto il viso. <<Che avete da sghignazzare? Il re è fuggito, avete fallito, dovrei impiccarvi tutti!>> Il più sveglio del manipolo di manigoldi saltò su:<<Sono rimasti in pochi, li prenderemo>> <<In marcia subito, dobbiamo raggiungerli stanotte, sicuramente tenteranno di passare il valico>>.

Luigi di Bersane, uomo molto ambizioso, sapeva che se avesse portato a termine il suo compito Massimo degli Amiotti, una volta preso il potere della corona, gli avrebbe concesso fama e terre, molte terre,. L’avidità era diffusa fra i nobili di corte sempre pronti a cercare di trarre vantaggio da ogni situazione ma lui si distingueva per la sua insaziabile fame dei peccati della vita. Luigi era davvero un uomo in vendita al miglior offerente e non ci avrebbe sicuramente messo molto a passare sotto un’altra bandiera se il vento fosse cambiato. I briganti presero la via, seguendo le tracce lasciate dalla carrozza del re e tirando il cuore ai cavalli per cercare di raggiungerli, al più tardi, alle soglie della notte. Ermanno, nel frattempo, era alle prese con il bivacco improvvisato sul colle delle “aquile pensanti”, così soprannominato per l’intravedersi spesso del volare alto e in circolo di questi predatori. Doveva trattarsi, di una zona di caccia particolarmente ricca e vicina a dove i rapaci erano soliti nidificare. Spettacolare risultava la vista degradante sulle campagne e sui boschi sottostanti, ma soprattutto si trattava di un posto senza nascondigli per un centinaio di metri all’intorno. Difficilmente qualcuno si sarebbe potuto avvicinare senza essere notato. <<Che preparo al re adesso qua in mezzo alla campagna?>> Ermanno prese a grattarsi la testa cercando un’idea che non fosse il solito pane, salame e formaggi. Tutti erano provati e per certi versi, presi da sconforto e sicuramente una cena, degna di questo nome, avrebbe potuto rasserenare gli animi. Fu proprio in quel momento che Angela venne a rapporto chiedendo quali incombenze avrebbe dovuto sbrigare. <<Padre, tua figlia è qui per osservare le indicazioni che vorrai impartirle>> <<Grazie tesoro, inizia a mettere sul fuoco il pentolone dell’acqua, mentre faccio un giro qua intorno in cerca di erbe selvatiche>> Salendo, infatti, a Ermanno era caduto l’occhio su dei germogli familiari, mischiati con il verde e il giallo della gramigna e adesso voleva averne la certezza. Prese dunque un cestino di paglia intrecciata e si allontanò, seguito con lo sguardo da quello che era rimasto della guardia reale. La regina, dal canto suo, aiutò a scendere dalla carrozza i piccoli eredi, il frutto dell’amor di carne con il re. Prima uno e poi l’altro e infine lasciò sfilare le sue lunghe gambe fino a sentire il terreno sotto i piedi andando in direzione della vicina betulla i cui rami cadenti erano attraversati da un lieve vento. Ogni tanto traspariva un raggio di sole pallido ma comunque sufficiente per spingere i bambini al gioco. Il re invece non scese, ma si mise a leggere, brani della bibbia che raccontavano versi di Davide all’Iddio Onnipotente. Lo fece ad alta voce, per sfogare la tensione patita e per incoraggiare gli animi. Probabilmente, in cuor suo, pregava, chiedendo aiuto a un re più grande di sé. Ermanno, inspirò aria nei polmoni per avvertire gli odori sparsi nell’aria. La natura era lì a portata di mano, quasi a manifestare la grandezza e la generosità di un creatore che aveva sparso cibo in ogni dove e la cosa lo inebriava. Il suo sguardo si accese di piacere quando notò, fra le altre, un’erba verde dalle foglie abbastanza larghe aggrappate lungo una spina centrale e un picciolo poroso. <<Ti ho trovato, Buonenrico>> La sua esperienza e la povertà subita negli anni della giovinezza, unita ai ricordi dei vecchi avevano lasciato, da sempre, impresso nella sua mente quanto quell’erba fosse commestibile e buona con un sapore molto simile a quello dei più nobili spinaci. Con delicatezza e rispetto, impugnò il coltello a serramanico e iniziò a tagliare i gambi più teneri e più giovani riponendoli con la grazia di un raccoglitore di rose nel suo cestino. <<Avessi più tempo, ne farei scorta da portare al palazzo>> Poi, un lampo nella mente, il ricordo improvviso del pizzicore delle ortiche quando la mamma lo mandava a raccoglierle lungo i sentieri dei campi. Si ricordò di un’antichissima usanza che si praticava nei giorni di festa della sua infanzia; i bambini del paese venivano mandati dai genitori a raccogliere la pungente pianta selvatica ed essi tornavano con le mani piene di bolle, continuando a grattarsi le dita tutto il giorno. I racconti dei vecchi sostenevano che le punture fossero una sorta di vaccinazione contro le malattie e che il dolore si sarebbe trasformato in benessere. Allora Ermanno osservava le donne del paese, pulire e poi buttare nei pentoloni le verdi erbe urticanti raccolte, le quali come per magia, nel ribollir della cottura finivano per diventare compagne saporite del risotto campagnolo. Adesso erano lì davanti a lui e non avrebbe avuto particolare importanza sentire di nuovo quel pizzicore della giovinezza. <<Ci farò un risotto con il formaggio stagionato da più di un anno, ne ho ancora un pezzo>> Provò  piacere sentendo sulle dita di nuovo il dolore antico impresso nella memoria; ci si buttò proprio dentro le chiazze di verde più scuro delle ortiche con l’impeto e la determinazione della giovinezza. Paolo lo vide rientrare con tutto il fascio d’erba raccolta e curioso, gli andò incontro. <<Ma  sono ortiche!>> <<Sì, cavaliere>> <<Diamine! Pungono! Non vorrai che stiamo male questa notte con i sicari a correrci dietro>> <<Farò un miracolo e assaggerai con il tuo re una vera prelibatezza>> Era così convinto e determinato Ermanno nella sua affermazione, da impedire qualsiasi obiezione contraria da parte di Paolo. Il tempo stingeva, il sole era al di là della metà del cielo e puntava dritto verso l’occidente, ma le mani del cuoco erano esperte e rapide. In una trentina di minuti, spiegata la tavolaccia dei moschettieri sotto un cielo tra il blu e il grigio si ritrovarono alla stessa tavola il re e la sua famiglia assieme a quello che restava della guardia e la figlia del cuoco. L’ultimo ad arrivare con la pentolaccia bollente tra le mani fu proprio Ermanno. In quel momento, vedendo i volti affamati e curiosi dei commensali, si sentì felice quasi come se il re, per un breve attimo, fosse diventato lui. Nelle sue mani, un risotto giallo e verde, fumante e ben mantecato con olio casareccio, invogliava ad annusare l’aria per pregustarne il sapore.

 
 
 
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