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Creato da antropoetico il 05/11/2010

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poesia, romanzi, emozione

 

Il cuoco alla corte del re ep. 08

Post n°813 pubblicato il 31 Luglio 2014 da antropoetico
 

 

Il bosco aveva quel nome dato la fitta vegetazione che in lui viveva e si animava lascando trasparire a fatica anche la luce del giorno ma era un passaggio obbligato per arrivare alla capitale, salvo che uno non avesse fatto una deviazione attraverso il valico a monte passando dalla “piana delle stelle alpine”. Molte storie raccontavano di presenze inquietanti al suo interno. Quale posto migliore per un attacco a tradimento? Luigi de Bersane era un abile soldato, la sorpresa e l’uso di armi in grado di colpire il nemico nascosti nella boscaglia, gli davano la certezza che l’operazione avrebbe avuto successo cambiando il corso della storia e il suo destino. Gli uomini si mossero, prima i briganti e pochi minuti dopo, a seguirli Il fido uomo di Massimo degli Amiotti. Veloci come il vento e silenziosi come serpenti guadagnarono la strada aggirando l’avanguardia del re. I cavalli sfiancati dalla fatica e madidi di sudore li lasciarono legati in una piccola radura. Presero le balestre e s’infilarono il cappuccio nero. Sembravano tanti boia in processione verso il patibolo, uno alla volta scelsero l’albero più adatto per colpire a tradimento. Luigi de Bersane, invece, con due scudieri si mise sulla vicina collina nascondendosi dietro alla quercia secolare che vi aveva messo radici. L’alto e largo fusto era l’ideale per osservare con il cannocchiale senza essere visti ma l’intricata vegetazione del bosco non gli permetteva una visione completa della zona prevista per l’imboscata. Aspettarono tre quarti ‘ora prima che s’intravedesse l’avanguardia del re, sentendo la tensione. <> disse il primo di loro in grado di osservare la strada <> disse il più esperto del gruppo cui erano stati deputati il comando e la direttiva dell’operazione <> I moschettieri non erano stupidi e i due uomini scesero da cavallo, sguainando le spade e incominciando a penetrare dentro la boscaglia. La loro missione era accertarsi proprio che non vi fossero sorprese inaspettate per il loro re <> disse uno all’altro <> I loro stivali spezzavano ramoscelli e foglie man mano che s’inoltravano e la luce si ritirava dalla strada. Tutto sembrava esattamente come doveva essere, non vi erano tracce di cavalli passati di recente, nessuno in vista e anche guardando verso l’alto gli uomini appostati erano così ben nascosti dal verde circostante e dalla penombra da essere difficilmente individuabili. <> <> <> <> gli rispose il suo compagno con l’espressione spavalda di chi sostiene di non temere niente e lo salutò con la mano sventolante per aria mentre lo vide sparire in direzione dei cavalli. In realtà era voluto restare lui perché sentiva l’impellente necessità di liberarsi dal peso che aveva sullo stomaco e quale posto poteva essere più adatto per defecare se non un bosco fitto? Si slacciò il cinturone, mettendo per terra la spada. Poi si calò le brache, cercando la concentrazione giusta per arrivare a un risultato soddisfacente. Quello fu l’ultimo suo pensiero, trafitto dall’entrata violenta di un dardo nella schiena. Non fece tempo nemmeno a gridare di dolore che stramazzò a terra, imbrattando il suo stesso deretano con l’evacuazione compiuta. <> <> Due dei briganti scesero velocemente dagli alberi su cui erano appollaiati e trascinarono il corpo più distante in una zona dove nessuno avrebbe potuto vederlo, poi lo spogliarono e uno di loro ne indossò l’uniforme andandosi a porre appena fuori dal bosco ben in vista. Da lontano sarebbe sembrato uno della scorta e avrebbe tratto in inganno gli uomini del Re. L’altro moschettiere andò dritto dal maresciallo autorizzando il procedere della comitiva. <> <> <> Lentamente la carrozza del re procedeva lungo il sentiero che s’infilava in mezzo alle campagne, pochi minuti e sarebbe arrivata in vista della boscaglia. Pietro e Paolo si guardarono come tante alte volte era già successo in precedenza <>disse Pietro al suo amico e compagno, rendendo acuto lo sguardo <> <> I due si portarono davanti alla comitiva, raggiungendo il maresciallo e facendolo fermare. Il re da dentro la carrozza provò un moto di disappunto e si affacciò dal finestrino laterale <> Paolo riferì al comandante delle guardie che sarebbe stato opportuno fare un’ulteriore esplorazione del bosco e lui, subito, lo riportò al re. <> <> <> Intanto dalla collina Luigi di Bersani si sentiva ansioso, questa pausa imprevista del re lasciava presagire che non tutto stava procedendo secondo quanto previsto. <> gridò con un gesto di stizza. Continuava a muovere il suo cannocchiale, scrutando in direzione del bosco dalla destra e dalla sinistra della quercia, cercando di capire cosa diavolo stesse accadendo. Pietro raggiunse il carro di Ermanno e gli chiese di andarsi a disporre davanti a tutti sorpassando, addirittura la carrozza reale e di fronte alla sua richiesta di spiegazioni non gli disse altro che <>. Angela, si sentì preoccupata <> <> Paolo non appena si rese conto di quanto stava accadendo, scalciò il suo purosangue andando a chiedere al Maresciallo il permesso di stare vicino al carro su cui sedeva Angela. Aveva uno strano presentimento e avrebbe fatto qualunque cosa perché la vita non gli spezzasse il sogno d’amore che covava nel profondo. <> Non appena autorizzato, egli mise le ali al suo puledro e si mise di fianco al carro dal lato dove era seduta Angela. <> <> <>. Lei sorrise, compiaciuta dell’interessamento di Paolo. Strane le donne, per un breve istante l’ansia e la paura erano state cancellate dal pensiero dell’amore. Poi, però, comprese la gravità della situazione e si mise seduta nella posizione più riparata sul carro.

Entrarono dunque, in quel groviglio di natura e vita pulsante, con fare circospetto e le spade sguainate, pronti a difendersi in caso di assalto. Sui volti, traspariva chiaramente dipinta la tensione e la paura, perdere la vita avrebbe potuto essere questione di un attimo. Dopo pochi minuti si ritrovarono proprio sotto la zona di tiro dei balestrieri. <> confessò uno dei moschettieri dell’avanguardia al suo compagno ma non fece tempo a finire la frase che venne trafitto da una freccia all’altezza della gola, facendolo cadere all’indietro dal cavallo. <> gridò l’altro, buttandosi a terra nel mentre che cercava riparo dietro a un grosso faggio. Una pioggia di dardi cominciò a cadere sulla carovana colpendo altre guardie e facendo imbizzarrire i cavalli. Le loro grida di dolore arrivarono fino al re e alla regina che si abbracciarono, preoccupati di tanta violenza. Paolo allora urlò a Ermanno di girare il carro come meglio poteva e di tornare indietro. Angela si stese per terra e sentì battere forte il cuore come non aveva mai provato prima. Il maresciallo anch’esso colpito a un braccio prese le briglie dei cavalli della carrozza reale e a tutta forza, dopo averne invertito la marcia, li lanciò al galoppo. <> <> <> Ad uno a uno i moschettieri rimasti nel bosco caddero colpiti a tradimento dai briganti. Paolo fu l’unico che riuscì a ucciderne uno lanciando il pugnale che aveva in dotazione. La situazione era davvero critica. Poi sparì nel bosco, subito seguito anche da Pietro. <> In un frenetico giro largo, i due fuoriuscirono dalla boscaglia, graffiandosi viso, gambe e braccia a causa dei fitti rami, ma erano scampati alla morte e questo era ciò che importava. Lanciarono dunque anch’essi i loro destrieri in una folle corsa per raggiungere velocemente i compagni di sventura. Sette dei loro colleghi della scorta giacevano per terra e non sarebbero più tornati alle loro case, alle loro famiglie. <> Luigi de Bersane era furibondo, vedendo il re scampato all’agguato. <> Al tempo stesso ce l’aveva anche con i suoi uomini <> Nella carrozza la regina, portati al grembo i figli, li strinse a sé ma non poté fare a meno di mettersi a piangere. Una corsa forsennata per oltre mezz’ora fino a quando il maresciallo non reputò di essere al sicuro, almeno nel breve periodo. <> Egli era un uomo d’armi abituato al dolore fisico. Si allontanò giusto una decina di metri per non essere visto dalle donne, poi prese con decisione la coda della freccia conficcata nel braccio sinistro e, tirando con forza, la estrasse emettendo un grido che parve quello di un indemoniato. <> Ermanno era rimasto senza parole fino allora, avendo subito tutto il peso della situazione psicologica. Non si era mai reputato un uomo d’azione, il suo unico desiderio era sempre stato quello di vivere una vita semplice e tranquilla ma adesso comprendeva di dover fare qualcosa di più. Scese dal carro e si avvicinò alla carrozza del re portando una bottiglia d’acqua e delle coppe di terracotta.

 

 
 
 

Pre -

Post n°812 pubblicato il 30 Luglio 2014 da antropoetico
 

Predestinato
nel sottile ricamo di fiori ambrati.
abbracci sfilati dai lacci del cuore.
Predatore
di cuori al confino,
anime in dispersione dai fili dell'amore.
Preghiera
senza motivo se non l'iraconda ingiustizia
che tacque fin dal primo vagito.
Premonizione
avvertendo il dissiparsi delle acque
nella laguna dei ricordi.
Prevenuto
concettualmente cinico
nell'espressione gutturale
di quello che fa male.
Precoce
come un dolore che nasce e subito muore
croce che si cuce sul sentimento in penitenza
Prediletto
in quanto talmente imperfetto
da rimanere nell'ombra dell'eccelso,
del magnifico che diventa eterno.
Premestruale
come un male infetto
prima dell'aborto.
Prendere o lasciare

 
 
 

La stanza dei balocchi

Post n°811 pubblicato il 30 Luglio 2014 da antropoetico

Capo chino,

sfilando a lato vicino al muro

torsione nell'inchino.

Piegato in osmosi dell'impuro

lascio che passi il manichino

col suo passo deciso, sicuro.

La luce si spegne nella stanza dei balocchi,

luogo di giochi e sorriso biricchino

e vita brucia nel legno inanimato,

accende fiaccolate di pensiero

costruendo respiri dalla plastica.

Il gioco è la molla

che schioda e muove ciò che si scolla.

Giocattoli veri in un mondo di finzione

capaci di meccaniche emozioni.

 
 
 
 
 

Il cuoco alla corte del re ep. 07

Post n°809 pubblicato il 30 Luglio 2014 da antropoetico
 

Ermanno scese e girò la chiave nella serratura chiudendo i battenti, risalendo poi velocemente al suo posto di guida. Il maresciallo aprì un varco alla comitiva, spingendo con il cavallo le persone a spostarsi a destra e a sinistra della comitiva e non appena il re si fu accomodato in carrozza, quegli uomini presero la strada di ritorno verso la capitale. Per Ermanno e Angela cominciava una nuova esperienza profonda di vita.

 

Capitolo 2 il viaggio verso Villamonte

 

Circa mezz’ora dopo la partenza, Paolo scalò la sua posizione fino ad arretrare nell’ultima fila. Aveva in testa Angela, quasi fosse rimasto stregato dall’innocenza dei suoi occhi. Si guardò intorno, alcuni dei suoi compagni di ventura nascondevano sotto i baffi e la barba l’accenno di sorriso. L’amore, evento straordinario tra due anime e due corpi, come al solito, per gli altri, finiva per diventare oggetto di divertito ludibrio. <<Tutto bene signorina?>> chiese a quella meraviglia di giovanile femminilità. <<Adesso sì, mio cavaliere>> <<Buona giornata anche a lei Ermanno>> <<Che Dio benedica le vostre spade, Moschettiere>> Paolo sguainò la spada <<Anche se non mi benedice, nessuno vi toccherà o vi farà del male, lo giuro nel nome del mago della terra!>> Angela, sorrise e piegò lo sguardo verso i piedi, le sembrava così buffa la sua espressione dipinta in volto. <<Paolo, ci metteremo molto a giungere a Villamonte?>> <<Cuoco, almeno tutta la giornata e parte della notte, arriveremo intorno allo scoccar della mezza notte>> <<La strada è piena di briganti in cerca di denari e ricchezze, incerta la via, meno male che ci siete voi >> <<La spada vince ogni sortilegio, Ermanno>> <<Speriamo, me la cavo con mestoli e pentole, ma non son capace di duellare né di usar la polvere da sparo, al massimo posso uccidere qualcuno con i miei intrugli>> Paolo si mise a ridere, dando una carezza alla fluente criniera del suo cavallo nero. <<Non è il tuo compito, a tirar di spada ci penserò io assieme ai miei compagni di ventura, lo farò ancora meglio visto il carico prezioso che custodiamo>> <<Capisco, la famiglia reale è davvero un tesoro da difendere con massima forza e cura>> <<Cuoco, loro e non solo!>> Paolo colpì con i talloni i fianchi del suo puledro, sventolando il cappello piumato in aria e si allontanò, veloce come il vento. Ermanno rimase un tantino perplesso dalla risposta e chiese alla figlia di dargli spiegazioni di affermazioni di tal sorta. <<Nemmeno io so dirtelo>> rispose lei, nascondendo alla mente del padre ciò che nel suo cuore era chiarissimo. Paolo stava parlando di lei e il suo istinto femminile glielo diceva a gran voce. La corte del re si mise in moto lungo la strada sterrata, lentamente. Davanti due uomini a scrutar eventuali problemi e dietro altri due per esser sicuri di non avere alle calcagna nemici e trafficanti. Questa era la prassi militare per tutelare la sicurezza dei re e del carico. Tutto sembrava trascorrere serenamente nella tranquillità del giorno soleggiato che rendeva onore alla bellezza del regno su cui vigevano le leggi e i decreti di Filippo Anacleto. Ma era solo apparenza, fin dal momento della partenza da Caluzzo, occhi indiscreti seguivano le loro mosse. La lotta per il potere spingeva, in quei giorni, molti baroni a non essere d’accordo con le politiche del re. Essi avrebbero visto di buon occhio sul trono un loro esponente. Assoldare uomini senza scrupoli e soldati mercenari non era mai stato un problema ed è proprio ciò che avevano fatto. Chi guidava la “loggia segreta dei baroni” era il cugino del re, Massimo degli Amiotti, erede di un patrimonio terriero talmente vasto da essere bagnato dai due mari che lambivano le spiagge a oriente e occidente del regno. Alle costole del re, pronto a intervenire, c’era Luigi de Bersane, suo braccio destro, <<E’ arrivato, padrone>> <<Il colombo dal Castello Rossolambro?>> <<Sì>> <<Portamelo, allora>>. Il servitore uscì e tornò immediatamente consegnandoglielo nelle mani. Luigi slacciò il fiocco che teneva legato il messaggio alla zampa sinistra del pennuto e srotolò la risposta. Solo una parola “Attaccate ”. Era l’ordine atteso e non si poteva indugiare oltre. Luigi de Bersane mise in fila i tagliagole che aveva assoldato <<Uomini, pronti all’assalto, coprite il vostro volto e le vostre vergogne, dieci denari d’oro a chi mi porta la testa del re, cinque per i due figli>> <<E la regina? Cosa ci darai per la regina?>> <<La regina sarà vostra, prenderete la sua carne fino a soddisfacimento, la possederete, tenendola come cagna per qualche settimana e poi la porterete al padrone>>. Luigi disponeva di venti uomini contro i dodici della scorta del re e aveva inoltre il vantaggio strategico di poter scegliere dove compiere l’attacco. <<Dobbiamo superare la comitiva e aspettarli al bosco di “nero pesto”, salirete sugli alberi armati di balestre, quando saranno sotto di voi lancerete i dardi colpendone il più possibile, la spada lasciatela per ultimo, i moschettieri sono maestri, state lontani dalle loro punte affilate>>.

 

 

 
 
 

Scarto di sartoria

Post n°808 pubblicato il 29 Luglio 2014 da antropoetico
 

Nobile tessuto di raffinato ricamo

impreziosito dalla seta di provenienza

pronto per il capo sopraffino.

L'attesa, con gioia, della forbice

che ne ritagli la sagoma

rifilando il modello immaginato.

Il taglio che divide il nobile portamento

e relativo connubio con scarpe e papillon

passa vicino e induce nella scelta.

Tessuto pregiato diventa scarto di sartoria

tagliato via dal corpo del vestito.

E' bastato uno zac a recidere il filo del destino

lungo la lama del sarto.

Semplice scarto di sartoria

giusto buono per il rammendo

fino a metterci una toppa

buttato nel cesto multicolore

di ciò che appare, subito, inutile.

Restando nell'angolo in attesa dell'artista,

di un novello arlecchino su cui esser cucito

con altri rammendi, aspetti una mano che ti raccolga

Semplice chiazza di colore

sfilacciato nel poco utilizzo.

Quale sarà la mano di ago e cucito

che riporterà in vita

 ciò che resta del vissuto?

 
 
 

L'attimo senza fine

Post n°807 pubblicato il 24 Luglio 2014 da antropoetico
 

Il tempo,

mentre la vita ti affianca e sorpassa

e tante domande svaniscono nel nulla.

Chiudere i pensieri dietro i portoni del cuore

e lasciarsi diventare castello abbandonato.

Rovine su cui solo fiori lontani dai campi

dell'amore trovano casa.

Pietre, cui basterà l'acqua,

giorno dopo giorno,

in un lento consumare

per tornare senza forma.

Sono le fratture del cuore

ad aprire il varco da cui volano via i sogni

portati lontani dal vento.

Sarà il sole della realtà

a rendere manifesto il destino

di ogni casa, di qualunque roccaforte.

Il tempo si dilata nel male

assumendo la forma dell'eternità

mentre, mentendo, s'accorcia nella gioia

perché non vi è felicità che duri

l'attimo senza fine.

 

"Ascoltando Private Investigations"  https://www.youtube.com/watch?v=P9K27HvhDxA

 
 
 

Buio

Post n°806 pubblicato il 23 Luglio 2014 da antropoetico
 

Ti avvolge, ti accoglie, ti cancella.

Il buio ha un suono, quello del silenzio.

Notti dove niente è visibile se non il pensiero

che danza nella testa.

Sai d'esistere, di essere lì sul letto

ma non vi è barlume di luce.

Ci sei tu, nero come il nero circostante

in una condivisione di spirito e corpo.

Buio pesto in un mondo cancellato

che puoi solo percepire con il ricordo.

Quadri appesi che nessuno può vedere

mentre le gente dorme.

Tu sei sempre lì con gli occhi aperti

e le mani dietro alla testa a fare da cuscino.

Ti fondi con il corvino dominare

e questo non contare nulla impera.

 
 
 

Sconcertante

Post n°805 pubblicato il 23 Luglio 2014 da antropoetico
 

Sconcertante. L'unica parola perfettamente coerente ed esplicativa del periodo storico che stiamo vivendo è questa. Sconcertante dal punto di vista culturale, esistenziale e non certo solo da quello economico. Un'apocalissi ( nella variante più catastrofica del termine) capace di cancellare in un solo colpo passato e futuro. L'Italia di un tempo, quella del talento in ogni campo, del benessere economico, dominatrice nel calcio come nello stile, nella cucina quanto nell'industria, di colpo si ritrova sulla via dell'Africa diventando di fatto l'ultima frontiera del terzo mondo. Da paese d'immigrazione, ricco d'opportunità, siamo diventati semplicemente la frontiera, la terra di mezzo, dove molti sono costretti a transitare per raggiungere il nord dell'Europa, la "nuova america" dove tentare, con fiducia la fortuna. Un terra dunque, sempre più di nessuno, con imprese in fuga, giovani costretti ad espatriare, negozi desolatamente vuoti, attraversata da frotte di disperati e delinquenti che non portano nulla, nessun valore ma, al contrario, fagocitano le ultime poche risorse rimaste. Inevitabile l'aumento dei reati dal furto per fame all'occupazione abusiva di alloggi. agli stupri. Un paese che appare, ormai, indifeso, alla mercè di chi non ha nulla da perdere e che proprio per questo se ne infischia delle leggi, della morale, della nostra cultura ma, anzi, pretende d'importare la sua. Gente che non viene qui per integrarsi, per armonizzarsi ma, al contrario, con la pretesa di disintegrare i cosiddetti valori occidentali. Africani, arabi, orientali, europei dell'est, ormai in così grande numero che è impossibile non sentirne le lingue incomprensibili nell'arco della giornata. Odori, sapori, abitudini che non rappresentano certo un miglioramento della qualità della vità ma uno schiacciamento verso il basso. Il valore della tolleranza trova il suo corrispettivo nel rispetto da mettere sul piatto della bilancia ma non avviene così. Sempre più si avverte il disprezzo, la voglia di prevaricare man mano che nelle città si formano i ghetti, quello dei neri, quello dei cinesi e così via. L'accoglienza non può essere ad oltranza, senza nessun limite perché a quel punto si trasforma in invasione incontrollata. Non si può continuare a regalare 35 euro al giorno a un disperato scappato dalla Libia a motivo della sua condizione, seppur deprecabile, mentre ci sono gli italiani che s'impiccano perché non riescono a pagare Equitalia. Non si può accogliere tutti senza adeguate verifiche di chi essi siano nel loro paese d'origine visto che, con i "miserabili" per condizione imposta dalla guerra, arrivano delinquenti della peggior specie. Insomma, l'ospitalità è opportuna, quando si è nelle condizioni migliori per offrirla ma, davanti allo scenario italiano di crisi, diventa un insopportabile schiaffo a chi ha sempre cercato di comportarsi bene, di "tirare avanti" con dignità, di creare opportunità per i propri figli. D'altronde la crisi è ben lungi dall'essere vicina al suo termine. Tutti i dati dimostrano l'esatto contrario: Il debito pubblico continua a salire, toccando nuovi record ( + 25 miliardi solo nel primo semestre 2014 ) nonostante lo Stato abbia tartassato su tutti i fronti: Benzina, iva, casa, servizi, bolli e accise varie. Da una parte il lavoro non c'è per i dipendenti o aspiranti tali e dall'altra aprire un'attività in proprio oggi appare sempre più una follia suicida a partire dalla burocrazia fino alla tassazione, assurda nella maggioranza dei casi. Un piccolo imprenditore deve rischiare tutto quello che ha mentre ormai le persone stringono la cinghia, tirano i remi in barca e le istituzioni non fanno altro che dargli dell'evasore.  Sconcertante ciò a cui stiamo assistendo. Appare evidente l'assoluta incapacità di formulare le ricette giuste per ripartire da parte della nostra classe politica che ha parlato, parla e continuerà a parlare molto ma che non ha saputo fare niente di concreto. Quale futuro possiamo immaginare? Che ne sarà di un giovane, una volta arrivato a quarant'anni senza aver mai lavorato? Oggi magari se la cava ancora, vivendo con la pensione dei genitori ma che farà alla soglia dei "suoi"sett'anni? Che mondo sarà questo con sempre meno italiani e sempre più stranieri? Quali lavori potranno sostituire quelli che non torneranno più? In questo paese sempre meno "Italia" il futuro mette i brividi.

 
 
 

Il cuoco alla corte del re -ep.06

Post n°804 pubblicato il 21 Luglio 2014 da antropoetico
 

 La cosa fece piacere ai moschettieri del re, abituati alla ferrea etichetta di corte o alla dissolutezza dei bordelli. Si sentirono felici anche in quella circostanza. Uno dopo l’altro fecero due giri con la bocca aperta per riempirsi il gargarozzo e sentire, poi, la botta al fondo dello stomaco.

Rimasero abbastanza sobrie solo le quattro guardie del turno di notte, due delle quali si appostarono all’esterno della locanda e lo fecero piuttosto a malincuore. La pioggia cominciò a rallentare nella sua corsa verso la terra, lasciando sperare in un viaggio all’asciutto per la mattina successiva. Ermanno e sua figlia sparecchiarono e presero a pulire la sala da pranzo e la cucina da cima a fondo. Per loro non ci sarebbe stato sonno quella notte in quanto avrebbero dovuto anche racimolare le loro cose e preparare i bagagli, ma il cuore di Angela non ne sentiva il peso, era così eccitata dall’idea di andare a vivere in città. Ne aveva sentito parlare tante volte dagli occasionali avventori dell’osteria e riusciva a visualizzare nella sua mente la descrizione dei palazzi che asserivano essere addirittura di tre piani, visualizzava le chiese maestose con i loro dipinti e affreschi, sognava le donne borghesi per le strade con i loro abiti pieni di merletti e ombrellini per proteggersi dal sole. Inoltre, non stava nella pelle pensando che avrebbe visto quasi tutti i giorni Paolo. Era il momento più bello della sua esistenza. Nel cuore dei giovani la vita è fascino, mistero, voglia di esplorare e tutte queste cose adesso Angela le avrebbe toccate con mano. IL sonnecchiante paese di Caluzzo fu risvegliato alle sei, come ogni mattina, dai rintocchi del vecchio campanile, cui facevano il verso i canti dei galli. Le prime luci dell’alba cominciavano a intrufolarsi tra le case lasciando intendere l’arrivo di una bellissima giornata di fine inverno. Il sole avrebbe guardato verso il mondo degli uomini, senza nuvole a ostacolarlo, cacciando a poco, a poco il vapor fumante della terra. <<Angela, porta i bagagli presto, qui in cucina e mettili vicino alla porta di fianco ai miei>> <<Padre, li porto subito>> rispose lei poco prima di uscire dalla piccola stanza della mansarda. Chiudendo la porta lanciò ancora uno struggente sguardo a quello che era stato, dall’inizio dei suoi giorni il piccolo nido. Il letto modesto in un angolo con l’intelaiatura di legno su cui aveva inciso il suo nome, il comodino con il lume a petrolio, le tendine di lino grezzo, le ultime che aveva realizzato la madre. Tutto sarebbe rimasto lì, come ricordo della vita passata. Fece un “ciao” con la mano e poi esclamò <<Chissà se ci rivedremo ancora!>>, dopo di che prese i due sacchi di juta e sollevandoli a fatica cominciò a scendere le scale. Paolo, il primo a svegliarsi della guardia reale, se ne accorse, abituato com’era a essere attento a ogni rumore anomalo. <<Signorina, lasci l’aiuto io>> le disse correndo nel corridoio per soccorrerla. <<Molto gentile, messer …?>> <<Sono Paolo della famiglia Guidobaldo, moschettiere al servizio del re da cinque anni>> <<Da ben cinque anni?>> <<Sì, signorina, nonostante battaglie, attacchi di predoni e caccia a ladruncoli di vario genere, sono ancora qui>> <<Deve essere in gamba dunque nel suo mestiere…>> Paolo le sorrise, piacevolmente lusingato dal complimento ricevuto e subito aggiunse <<Bravo senza dubbio, ma mai come suo padre a cucinare!>> <<Lo era anche la mamma…>> Lo sguardo di Angela in un attimo passò dal piacere di incrociare gli sguardi con quel giovanotto dai modi garbati, alla tristezza di aver perso la madre. <<Mi dispiace, Angela…, posso chiamarla con il suo nome?>> <<Certo>> <<Perdere un genitore è una delle sofferenze peggiori della vita>> disse lui <<Mia madre era speciale, ci coccolava >> Paolo volle sapere di più, mentre scendevano le scale. <<Com’è successo? Se posso chiedere…>> <<Tre anni fa, l’inverno più freddo degli ultimi vent’anni, mia madre andò come faceva sempre a lavare panni e tovaglie al fiume, un lupo la sorprese e per salvarsi lei si dovette buttare in acqua, aggrappandosi a un tronco che la trascinò più a valle>> <<Non ho mai visto un lupo in città, diavolo…>> <<Mio padre andò a cercarla un paio d’ore dopo, non vedendola tornare. La trovò prima di sera e fece tutto il possibile per farla rimettere in buona salute ma dopo due mesi i suoi polmoni cedettero, il freddo patito non le aveva dato scampo>> <<E’ una storia triste, ragazza, la vita continua per i vivi e tu meriti tanto dalla vita>> Angela si mise a piangere coprendosi il viso con la mano sinistra <<Messere mi lasci adesso, la ringrazio per il gesto gentile>> disse singhiozzando.

Ermanno nel frattempo, aveva preparato la colazione con latte e biscotti fatti il giorno prima. <<Così li finiamo…>> <<Ma sì, sono buonissimi anche oggi, padre>> Lui la osservò, la capiva, essendo carne della sua carne <<Perché quella lacrima figlia mia?>> <<Ho ripensato alla mamma…, mi manca>> A quel punto l’oste abbassò lo sguardo, immergendo nella ciotola piena di latte caldo, un biscotto <<Anche a me>>. Nella sua mente si era cristallizzato il ricordo di lei, dei suoi capelli, dei giorni della giovinezza. Da un lato era bello portarla sempre con sé nel cuore, dall’altra però rimaneva una ferita senza guarigione, una piaga incapace di sanarsi completamente, un dolore incancellabile. Poi Ermanno, interpretando il ruolo di padre, si scrollò di dosso quel velo di malinconia e sorrise. <<Il passato è andato, non torna più, adesso inizia una nuova vita!>> disse ad Angela riempiendole la tazza di latte fumante e avvicinandole il barattolo di miele <<Non la dimenticheremo mai, ma credo che tua madre non vorrebbe vederci tristi e sconsolati per sempre>> <<Papà, la rivedremo?>> Ermanno accarezzò sua figlia sulla testa delicatamente e guardò verso la finestra da dove filtrava l’aria fresca del mattino e le prime frecce calde scagliate dal sole <<Forse, un giorno…>>. Un’ora più tardi, consumata la colazione, tutta la guardia era schierata per strada, messa in perfetto ordine dal maresciallo. <<Uomini, pronti alla partenza, Ermanno metta in fila il suo carro con i buoi, dietro, per ultimo>> Il cuoco di Caluzzo non si fece pregare e in buon ordine, mente la figlia era intenta a servire a tavola il re e la sua famiglia, ubbidì. Dovettero aspettare un’altra ora prima che la regina fosse pronta a mettersi in cammino. Angela pulì per bene, come le era stato insegnato negli anni e correndo, salì sul carro, andandosi a sedere di fianco al padre. Chiudere in modo definitivo l’osteria sarebbe spettato a lui, una volta che la famiglia reale fosse uscita. La carrozza del re era di legno raffinato, levigato e lucidato da mani esperte e nonostante, il fango, ispirava ammirazione in Ermanno, affascinato da sempre dalla tecnologia moderna. Quelle ruote con i raggi, la base a gradino per poterci salire comodamente, il sellino di guida dove potevano stare due persone una di fianco all’altra, il bagagliaio nella parte posteriore non lasciavano spazio a dubbi, soprattutto se confrontati con il misero carro di campagna. <<Un genio, chi l’ha progettata deve essere un genio>> Nella mente del cuoco di campagna la curiosità di ciò che avrebbe trovato a palazzo era davvero grande. Certe cose capitano una sola volta nella vita e adesso era il suo turno. Avrebbe dovuto cucinare meglio del solito e ingegnarsi per rimanere nel favore del re, altrimenti tutto sarebbe potuto svanire nel nulla e il suo destino sarebbe stato quello di ritornarsene nel buco da cui era partito. In pochi minuti la voce della sua partenza si sparse per tutto il paese e frotte di contadini curiosi cominciarono a girare intorno a quella comitiva in procinto di partire. <<Il cuoco se ne va? Ma come mai?>> qualcuno domandava. Altri, volevano a tutti i costi vedere da vicino il re e la regina. <<Il vedovo con il re? Per tutti gli almanacchi!>> I bambini si spinsero fino a toccare i cavalli, neri ed elegantissimi, incaricati di condurre la carrozza; uno cercò addirittura di salire sul gradino della carrozza, venendo subito ripreso da una delle guardie che lo rimproverò in modo severo ma dolce e comprensivo. E finalmente ecco il re affacciarsi acclamato dalle urla di gioia dei suoi sudditi. In effetti, fino a quel momento Filippo Anacleto, aveva governato il suo regno con pugno fermo ma morbido e aveva permesso a tutti di vivere in una povertà dignitosa. Per questo motivo il popolo ne aveva una buona opinione. <<Miei sudditi, il vostro re vi saluta e vi benedice!>> Intanto la regina, le damigelle e i bambini salirono, guardate a vista da guardie con la spada sguainata, dentro la comoda carrozza, accomodandosi ai posti designati. <<Mi porto via il vostro cuoco. Siatene contenti, ha portato lustro a questa landa desolata. A corte si parlerà del vostro paese!>> L’entusiasmo sembrava montare a vista d’occhio e coincise con il suono della campana che annunciava essere ormai la nona ora del mattino.

 
 
 

Primo mattino

Post n°803 pubblicato il 17 Luglio 2014 da antropoetico

L'aria fresca di prima mattina

inneggia alla vita che ricomincia,

si muove sulla pelle e scivola all'anima

nello sbatter d'ali del passero

sotto nuvole a sbiancar l'azzurro del cielo.

Scende il caffè in gola a ristorar l'inizio di giornata

nel silenzio che parla di cosa fare.

La vita intorno a me, il sole che s'affaccia timido

mentre tutto tinge di giallo paglierino.

Una mosca dispettosa gira intorno al letto

e si posa sulla porta aperta

felice del suo esistere.

Ronza  intorno e poi si ferma

osservando l'umano persistere,

testimone della beltà di creazione

nel minuscolo fino al minimo.

 
 
 

Un vero uomo

Post n°802 pubblicato il 16 Luglio 2014 da antropoetico

Quale che sia il giudizio

mentre ti siedi, in solitudine,

proprio nel momento in cui

lo specchio ti mostra chi sei

la vita ti ha già punito.

Senti la purezza dell'aver espiato

negli occhi di chi c'era e si è girato,

senti la gioia di chi è libero finalmente

dentro una tunica bianca e un fiore in mano.

Percepisci la gioia del calabrone,

osserva il volo a planare della vespa

e la fuga elegante della farfalla

nella polvere del suo colore.

Mentre ti siedi, comincia

ad essere un vero uomo.

 
 
 

Solo il tutto

Post n°801 pubblicato il 16 Luglio 2014 da antropoetico

Brilla luce e sento i raggi di colarata vita addosso

ma io sono il buio, la notte che non finisce

e allora cerco pietre dove nascondermi.

Rumore, musica, bambini che gridano

mentre mi tappo le orecchie per non udire.

Non voglio sentire il mistero della gioia,

la fiamma nelle parole che scalda il cuore

adesso che sono freddo nel gelo, ora

che il tempo comincia a fermarsi in questo silenzio.

Parole che non parlano più sullo spartito del destino.

Voglio l'anima tremare,

voglio continuare lungo il bordo di questa corda,

voglio. Non voglio più nulla. In me solo il tutto.

 
 
 

Elogio della sconfitta

Post n°800 pubblicato il 16 Luglio 2014 da antropoetico
 

Eppur conviene il lasciar andar di speme

allorquando tutto s'indirizza allo scatafascio

e cader appare tale quale allo scivolar su buccia.

Combattuto, lottato, tentato, tutto quel che il pensiero contiene

si e' provato  nel passar di tempo ingiusto che, ora, preme.

Seppur ancor abbiam davanti il cammino di nostra vita

sol lontano ricordo resta del fior di  rosea giovinezza,

vani paiono i sogni che dimora più non hanno in fra le dita.

Giunta la sconfitta vi è beltà nel perder tutto,

nell'osservar deperir questo e quello e restar seduto,

liberato dai fardelli non si ha voglia neppur d'armi e coltelli.

Basta il piegar di capo  dietro lo spigolo del muro

dove il sol non esce a capolino e vergogna non tanto manifesta appare.

Perso per perso, disperso ritrovi ancora il mondo d'assaporare

lento e la gioia di colui a cui nulla può venir più sottratto.

Al buio ecco che s'apre un sorriso tanto semplice quanto distratto.

 
 
 

Il cuoco alla corte del re -ep. 05

Post n°799 pubblicato il 16 Luglio 2014 da antropoetico
 

La sua bocca cominciò a muoversi tra mascella e mandibola e gli occhi ad appiattirsi sui lati a causa del sorriso di piacere che cominciava ad allargarsi tra le gote. <<Cosa gliene pare?>> Chiese Ermanno, in trepidante attesa del giudizio, ma il Maresciallo, contro l’uso abituale, infilò di nuovo la forchetta in quell’arancione saporito. <<Dovevo sentire di nuovo>> esclamò. <<Maresciallo!>> Si fece sentire il re infastidito dalla mancanza di rispetto <<Che dice, vuole finirlo tutto lei?>> <<Mio re, mi vergogno, ma una tal crema morbida e gustosa risveglierebbe anche un morto>> <<Suvvia allora, lasci che il cuoco avanzi e serva me e la mia famiglia>> Ordinò, tornando a rosicchiarsi la coscia di pollo fino a grattarne l’osso. La regina sorrise, sorpresa da tanto apprezzamento per il cibo, ma in cuor suo non poteva che essere d’accordo. Il re, infine usando il cucchiaio s’infilò la delizia in bocca, rimanendo poi alcuni secondi fermo, in silenzio. Sembrava in contemplazione, solo gli occhi vispi e divertiti giravano da una parte all’altra del cranio; infine allargò le braccia, quasi in segno di resa, lasciando uscire un complimento per Ermanno <<Buon uomo, mille volte il tuo re ha mangiato alla tavola di altri sovrani e nobili, ma ti assicuro che il piacere ricevuto questa sera supera notevolmente quelle tavolate! Qual è il tuo segreto? Sei, per caso un mago, in grado di confezionare potenti intrugli?>> Lui si abbassò, facendo l’ennesimo inchino. <<L’unico segreto è la semplicità e l’amore che ci metto per far accendere il sorriso sui volti dei miei avventori, la vita è già così dura…, un buon piatto conforta>> <<Parole sante, sapessi il tuo re quanto ha bisogno di essere consolato e ricevere conforto! Adesso vai, voglio finire ogni cosa con calma>> <<Marito! Guarda i tuoi figli, mangiano la verdura e giocano con i cucchiai, questo sì che è un miracolo!>> Ermanno e la figlia si ritirarono in cucina lasciando liberi di finire la cena i commensali. Lei sorrise, compiaciuta di aver potuto far bella figura con il re e lui la comprese perfettamente. Era così in sintonia con sua figlia da capirla al volo. Volle dunque abbracciarla, aprendo le braccia assieme al cuore, stringendola a sé forte, forte. <<Dovresti assumerlo alla corte come cuoco personale>> disse la regina al re, appena dopo essersi succhiata le dita sporche di sugo di pollo mischiato con il purè. <<E Artidoro? Lo sai che era il cuoco di mio padre, sono anni che vive a palazzo>> <<Caro, non devi mandare via lui, può restare come assistente>> <<Lo prenderà come un declassamento a inserviente>> Il re era perplesso ma lo stomaco dava ragione a sua moglie. <<Pensa a come ti aiuterà negli affari, la gente che mangia bene è più disponibile a ragionare>> <<Questo è vero, io ho mangiato un sacco e bevuto fino a compiacimento, eppure non mi sento pieno, giuro, mia regina, mangerei ancora!>> Alla fine rimasero sulla tavola solo piatti vuoti e ossa pulite a puntino. I bambini cominciarono ad assopirsi, ristorati dal caldo morbido del camino acceso e la regina prese in braccio il primogenito chiedendo alla sua damigella di corte più fidata di fare altrettanto con il secondo. <<Marito io salgo in camera a dormire>> <<Tra poco arrivo anch’io>> Il re si fece accompagnare in cucina dal maresciallo per ringraziare personalmente chi lo aveva reso felice quella sera. <<Ermanno, tu sei davvero un cuoco dalle mani d’artista!>> <<Mio re, lei è troppo generoso…>> rispose lui, evidentemente impacciato. <<Il re è compiaciuto>> intervenne il maresciallo sottolineando l’importanza della cosa, ma Ermanno ne fu completamente convinto allor quando vide il re estrarre dal taschino un sacchetto con delle monete. <<Ecco, qui ci sono dieci pezzi d’argento per la tua maestria e la cortese ospitalità>> Ermanno quasi s’inginocchiò davanti ad un’offerta tanto generosa, molto al di sopra dei pochi centesimi che gli elargivano i contadini assieme a uova fresche e prodotti dell’orto. <<Sua Maestà mi rende ricco, domani accenderò dieci ceri in chiesa pregando per una benedizione>> <<No, domani tu non lo farai. >> <<Non capisco, è sbagliato invocare il bene sulla famiglia reale?>> Il re sorrise, portandosi le mani al girovita abbondantemente arrotondato. <<Al contrario, solo che domani tu verrai con me a palazzo>> Il Maresciallo strabuzzò gli occhi per quella richiesta inaspettata che reputò inappropriata. <<Mio re, si tratta pur sempre di un bifolco!>> <<Calmati, su, sarà rozzo ma ha talento e il talento emerge sempre>> <<Sire, non so che dire, come ringraziarla, mi sembra troppa fortuna per il mio destino>> rispose Ermanno <<Allora non dire nulla, vieni e basta…, ovviamente porta tua figlia, è così graziosa! Mi ritiro nelle mie stanze, a domani>> Il maresciallo prese ad andare avanti e indietro nervosamente e, vedendola abbandonato nel lavello, insieme a pomodori e finocchi, prese e si mise a sgranocchiare un gambo di sedano verde, poi lanciò un’occhiata severa e ironica al tempo stesso a Ermanno <<Non t’illudere, il desiderio del re è volubile, secondo solo a quello del Papa>> <<Comprendo, maresciallo, comprendo>> <<Anche la vita di corte è molto diversa da quella che fai qui>> <<Io conto che lei mi dia una mano, sono solo un umile servo>> Il maresciallo si portò le mani dietro la schiena e s’incamminò in direzione della tavola <<Dai, adesso dai da mangiare ai miei uomini, quel che è rimasto, sono affamati e stanchi>>.

Gli uomini erano provati, ancora inzuppati d’acqua e non appena il re si fu ritirato dal salone, si misero vicino al fuoco con le mani protese in avanti per riceverne l’intenso calore. <<Mi mangerei un bue questa notte e berrei del buon cognac>> Disse Pietro, buttando i guanti sul tavolaccio di legno. <<Non t’illudere, se ci andrà bene mangeremo zuppa di cavolo e pane raffermo come l’ultima volta al Monte Travo>> gli risposero in coro i suoi soldati. Il tempo dell’attesa sembrava più lungo del solito e l’arrivo di Angela con le caraffe di vino in mano scatenò una serie di “evviva” subito seguito da un brindisi. <<Alla salute del re e alle nostre spade>>. La figlia dell’oste, davvero graziosa nella sua giovanile beltà, rallegrava loro il cuore di uomini, eccitando fantasie a dir poco licenziose ma essi avevano imparato a memoria il codice di corte, il quale prevedeva il non lasciarsi andare a facili corteggiamenti di dame e damigelle durante le ore di servizio per non correre il rischio di portare biasimo alla casata reale. Lo avrebbero rispettato a qualunque costo, pena l’espulsione dalla scorta del re. Ermanno si presentò di lì a poco, con un grosso salame casareccio, diventato duro per la lunga stagionatura cui era stato sottoposto. Lo portò proprio in mezzo a loro, posandolo sul tavolaccio, un attimo dopo che sua figlia ebbe steso la tovaglia. <<Per la miseria più nera, oste!>> Il maresciallo e i suoi uomini erano basiti dalla vista di un pezzo di carne del genere e completamente invasi dal suo profumo. Ansiosi d’infilarci i denti, si sedettero tutt’intorno a lui, mentre Angela finiva d'apparecchiare la tavola. Ermanno prese il suo coltellaccio migliore, dalla lama tagliente più di un rasoio e cominciò a darci dentro con il taglio. Le fette sfilavano una dietro l’altra cadendo dal lato opposto, facendo scendere la saliva nelle gole di quegli uomini stanchi e affamati. Il cuoco era davvero un artista anche nel taglio, le fette scendevano tutte uguali; le aveva tagliate con una precisione da medico chirurgo. Poi finalmente arrivò Angela con il pane e dei grissini che il padre usava fare impastati col sesamo, ultima novità arrivata dall’oriente e che era costata alla famiglia il vitello più grasso dell’anno precedente. <<Uomini, tutto questo è per voi, fino all’ultima fetta! Poi vi servirò la polenta e formaggio che è avanzata. Vi meritate un buon pasto dopo tanta fatica!>> Paolo lanciò l’urlo a quel punto <<Per Ermanno, alziamo le coppe, viva la sua generosità!>> Gli uomini lo seguirono facendo il brindisi verso l’alto, tutti compreso il maresciallo. Angela continuava a guardare di sfuggita, nel suo andare avanti e indietro, quel ragazzo dagli occhi profondi ma dolci. Era alto, i riccioli fuoriuscivano dal suo cappello di moschettiere e, certo, la divisa esercitava un fascino per lei magnetico, poteva essere anche un ottimo padre. Per lo meno nella sua visione ancora ingenua della vita, inzuppata dalle fiabe che le aveva narrato la madre, prima di morire, desiderava trovare non solo un uomo da amare ma un compagno fedele con cui costruire una famiglia piena di bambini. L’atmosfera divenne gioviale e goliardica alimentata dalla voglia di scherzare e ridere in allegria a tal punto che il Maresciallo fu costretto ad alzarsi in piedi per rammentare alle guardie che sopra le loro teste il re voleva dormire. Passò velocemente una mezz’ora, lasciando la tavola completamente priva di qualunque cosa ancora mangiabile ed ecco che Ermanno fece un’altra magia uscendo dalla cucina con un vassoio di patate apparentemente carbonizzate e l’olio prezioso con cui aveva servito il re. <<Oste, ma sono nere come la pece, il profumo è buono ma non possiamo certo mangiare cenere!>> <<Una mia specialità, aspettate e vedrete>> rispose lui, invitando tutti a seguirlo con lo sguardo. Prese un piatto, mettendolo proprio sotto il loro naso, dopo di ché infilò una forchetta fino al suo morbido contenuto e con il coltello la tagliò in due. <<Ma questo è un miracolo!>> esclamò il Maresciallo vedendo il giallo morbido all’interno della crosta bruciata, formatasi all’esterno. Ermanno pulì la patata togliendo quasi tutto il carbone che la rivestiva e ci mise un goccio d’olio d’oliva extra vergine sopra facendo girare l’ampolla con la mano. <<Assaggi, maresciallo…>> Lui guardò gli altri astanti e, non facendoselo ripetere due volte, infilò la forchetta portandosi il morbido tubero in bocca. <<Ma è buonissimo, meglio di quelle bollite!>> <<Servitevi tutti, amici miei. Posso chiamarvi amici vero?>>. Tutti si girarono in direzione del maresciallo e rimasero in silenzio, attendendone la reazione. <<E sia, bifolco, chiamaci amici! Uomini, lui domani verrà con noi a palazzo, da contadino diverrà cittadino… Ve lo immaginate?>> Tutti si misero a ridere, squadrando la miseria degli abiti addosso al cuoco e immaginandolo per le vie cittadine dove tutti come minimo indossavano le scarpe e non gli zoccoli. Tra un boccone e l’altro gli uomini acconsentirono, quelle patate erano davvero così buone da valer pure l’amicizia con un bifolco. <<E sia! Ermanno ti daremo una mano noi ad ambientarti>> Urlò Paolo, felice come una pasqua, perché ciò significava che non avrebbe perso i contatti con Angela e anche lei si sentì leggera come una delle colombe con cui arrivano le notizie in paese. <<Padre, non mi avevi detto nulla…>> <<Figlia ne ero all’oscuro fino a un’ora fa, da domani si cambia vita!>> I due si abbracciarono poi Ermanno chiese ad Angela di andare a prendere la bottiglia di cognac, regalo ricevuto dal prelato a capo del territorio in cui era incluso il paese di Caluzzo alla fine di una memorabile cena in canonica. A fine pasto la mostrò a tutti <<Direi che dobbiamo festeggiare amici!>> <<Cuoco, tu sai come farti voler bene>> rispose Pietro. <<Ti ho sentito prima, volevi del cognac, vero?>> <<Per tutti i satrapi! Sarebbe gioia per il mio stomaco, ho voglia di sentirle bruciare queste budella!>> Ermanno si mise in piedi su una sedia mentre Angela gli passò la bottiglia. <<E allora sia! Tu e i tuoi uomini mettevi in fila e passate sotto di me>> disse quel diavolo di cuoco, facendo segno con la mano che avrebbe versato il contenuto direttamente nelle loro gole.

 
 
 

Faro

Post n°798 pubblicato il 12 Luglio 2014 da antropoetico
 

Poetar m'è triste sul calar della sera

in sublime abbandono del desio

rimenbrando d'animo tal bassa condizione.

Mi lascio andar al verso che corre, impatta, ammalia

e spesso finisce, al rovescio, di traverso.

Di speme dispersa e amor perduto

la descrizione impera a coprir tutto l'universo

amplificando vittoria  d'onor inespresso con la sconfitta.

Racconto il milite  ignoto che, sotto il cipresso, è caduto

in su la nuda terra, rapito al ciel di patria

da un colpo di fucile. Con grazia strappato al futuro

di normale cittadino, quel che par sia il mio destino.

Ignoto come lui, ignaro, invisibile nel pertugio del valore,

campo nel passar di tempo.

Qual sia ciò che ancora il velo del fato ciela, tiro innanzi

tra un bicchiere e l'altro, scrivendo sogni nell'ultimo capoverso.

Poetar m'è triste su questo faro.

 
 
 

La tua anima

Post n°797 pubblicato il 10 Luglio 2014 da antropoetico

Mi è stato concesso il dono di sentire la tua anima.

Percepisco le movenze, l'istinto, il battito del cuore.

Precipito in te senza vederti

ma toccando le vibrazioni che emani.

Sei luce nel buio che tutto avvolge,

sei motivo di gioiosa bellezza,

sei il sogno dentro la bottiglia

che hai buttato nel mare del mondo.

Ti sento come una scarica elettrica che viola

i segreti che custodisco.

Sei il lampo che fa saltare la corrente

in un giorno di temporale

con la grazia innata che manifesti.

Sei anche e non ci sei. Sei e basta

nel fondale di sabbia della mia vita.

Quando la tempesta si calma io ti vedo.

 
 
 

SarÓ buono

Post n°796 pubblicato il 10 Luglio 2014 da antropoetico

Il bianco casolare sulla collina,

d'uliveti vestito a festa,

guarda i sentieri a salire.

Gioia d'uccelli al fontanile

seduto sulla panchina ad ascoltar

le fresche acque gocciolare dal rubinetto,

mi alzo e cammino verso la vigna

ormai al calare della sera che anima di ombre

gli spigoli dei granai.

Sento la terra sotto i calzari da campagna,

l'uva si tinge di scuro fra le verdi foglie

e l'acino è dolce in bocca.

Tra un filare e l'altro aspettando lo spegnersi del giorno

con la pace nel cuore.

Il vino sarà buono.

 
 
 

Il cuoco alla corte del re -ep.04

Post n°795 pubblicato il 09 Luglio 2014 da antropoetico
 

Lo fece proprio mentre la regina stava discendendo dalle camere con i pargoli e le donzelle al suo fianco, affamata e sinceramente grata per l’accoglienza ricevuta. Ermanno servì la fonduta al re e con gli occhi ordinò alla figlia di porgere immediatamente alla regina la polenta. Le guardie, nel frattempo, aspettavano con l’acquolina in bocca, che la famiglia reale consumasse il pasto, per poter a loro volta soddisfare il buco nello stomaco. <<Per la fame dell’africa! Ermanno! Questa polenta e questa fonduta si sposano come un uomo e una donna nel talamo la prima notte di matrimonio!>> Il cuoco della misera osteria di paese si buttò ai piedi del re e chinò il volto, piacevolmente sorpreso dall’apprezzamento ricevuto. <<Sire, è solo l’opera delle mani di uno dei tuoi servitori i del regno!>> <<Mani d’oro, figliolo! Moglie assaggia anche tu e danne ai pargoli, diverranno più forti e paffutelli!>>.  La regina non si fece pregare, si accomodò mettendo al suo fianco gli eredi al trono, uno alla destra e l’altro sulla sinistra, immediatamente raggiunta da Angela che prese a versare nei piatti di terracotta il ghiotto cibo. Subito dopo si mise in un angolo osservando minuziosamente l’espressione della regina per comprendere se anche lei gradisse il cibo preparato dal padre. <<Che bella donna>> pensò in cuor suo. Più la osservava e meno riusciva a trovare un difetto in quel viso bianco e privo di rughe. Si notava che proveniva da un contesto agiato, bastava guardarle le mani; tali e quali a quelle viste nei quadri appesi in chiesa, tanto erano affusolate e curate. << Davvero gustosa, mio sire, sento una spezia profumata che armonizza i sapori, ma non riesco a capire di cosa si tratti>> Ermanno, normalmente geloso dei suoi segreti di cucina fece per svelare il segreto: <<Si tratta del…>> Ma la regina lo fermò subito <<Non dirmelo! Ti prego non dirmelo! Voglio indovinarlo da sola se ci riesco>> <<Come desidera, ogni suo desiderio è un ordine per me, intanto vado a prendere il resto. Con permesso>>. Dalla cucina il miscuglio dell’odor di carne con il rosmarino invase tutta la stanza e gli stomaci delle guardie cominciarono a brontolare come sacchi vuoti. Ermanno ricomparve poco dopo con un asse di legno e andò a porla sul tavolo alla sinistra del re com’era consuetudine fare intanto che lui lo osservava divertito e compiaciuto, visto che ormai la polenta che aveva nel piatto era finita. <<Poffarbacco!>> esclamò di nuovo, passandosi con fare regale il tovagliolo sui baffi. Tutti rimasero a bocca aperta quando videro Ermanno, recatosi di nuovo in cucina, tornare con in mano il padellone largo. Si vedeva solo una montagna di sale grosso e la cosa indusse il Maresciallo a intervenire immediatamente <<Bifolco! Cos’è? Vuoi prenderti gioco del re? Sale, vedo solo una montagna di sale abbrustolito>> <<Per nulla, si tratta di una mia ricetta, un modo per cucinare la carne senza strutto né olio>>. Tutti si guardarono l’un altro, increduli, non si era mai sentita una cosa simile. <<Cucinare la carne senza grassi? E’ quasi una bestemmia!>> saltò su Piero. <<Mostraci  la faccia di questi polli>> <<Preferirei liberare le carni dal sale davanti al re>> <<Che il cuoco faccia, Maresciallo, la mia curiosità vuole vedere, vieni Ermanno, mostrami ogni cosa>>. Ermanno passò in mezzo a tutti che, da destra e sinistra, buttavano gli occhi nel padellone fumante e delicatamente lo posò a pochi centimetri dal re>> <<Il profumo è delizioso ma vedo solo sale!>> disse, curioso. <<Aspetti sire e vedrà il miracolo>> Ermanno prese un cucchiaio e una forchetta di legno e cominciò a picchiettare con piccoli ma decisi colpi in più parti la crosta formatasi, procurandone la rottura. Anche la regina si alzò dal suo posto e si avvicinò curiosa di vedere questa strana pratica di cucina. A poco, a poco, si cominciarono a vedere i polli, ben arrostiti con una colorazione giallo arancione come se fossero stati rosolati sul fuoco. La regina, incredula, chiese di nuovo <<Lo hai fatto senza olio e burro?>> <<Sì, solo del rosmarino messo all’interno>> <<Interessante, piatto leggero, dunque>> <<Perché il mangiare abbia sapore non è necessario caricarlo troppo, almeno io ho riscontrato che piace anche così il pollo, adesso li tiro fuori, Angela portami il vassoio>> La figlia si recò di corsa in cucina e uscì con il vassoio da portata. <<Eccolo padre>> <<Presto, presto, non vedo l’ora di assaggiare questa delizia!>> Il re si fece sentire, non era abituato ad aspettare, il suo naso respirava il profumo della carne arrostita. Ermanno infilò la forchetta nel sedere del pollo e il coltello dalla parte del collo, liberando definitivamente la pietanza dalla prigione di sale in cui l’aveva sistemata all’inizio della cottura. <<Questo per il nostro sovrano!>> Gridò, tagliando il pollo in due. << E questo per la regina!>> Aggiunse subito dopo. <<Servi anche i miei figli, per cortesia>> Chiese gentilmente la moglie del re. <<A questo ci penserà mia figlia, io vado a prendere il purè>> Angela adorava i bambini e in modo giocoso, quasi ballasse nella stanza, portò il vassoio di fianco ai piccoli uomini. Non aveva ancora un uomo, ma sognava un marito e tanti marmocchi, in tal modo sarebbe stata una povera felice. I suoi occhi luccicavano dentro la lacrima di gioia che le si accese sul volto vedendo l’espressione dei figli del re. Sorrise, cercando di nascondere questa intima emozione agli occhi di Paolo che non le toglieva gli occhi di dosso.  Anche lui provava qualcosa che non capiva, ma che lo faceva comunque sentire diverso dal solito. Piero se ne accorse <<Amico mio, i tuoi occhi luccicano e sei silenzioso>> <<Nulla di particolare>> <<Paolo, ci conosciamo da dieci anni, so come sei fatto, non ti starai innamorando di questa campagnola, figlia di bifolchi?>> Piero aveva un tono di rimprovero; nei ranghi dei cavalieri, avvezzi a frequentare bordelli e cortigiane, il matrimonio era considerato fattibile solo con le nobildonne. Paolo si girò verso di lui, stizzito, in un modo che non aveva mai fatto. Evidentemente quella frase lo aveva toccato nel vivo. <<Non parlare di lei come di una bifolca, chiaro?>> << Lo dico per te, amico mio, solo per darti un consiglio>> concluse sottovoce Piero, avvicinandosi alla porta giacché aveva compreso che era arrivata l’ora di levare i tacchi e cambiare aria. <<Tu…, vieni come!>> disse ad alta voce, puntando con il dito, l’ultimo pivellino della scorta. <<Andiamo a fare un giro qua fuori>> Nel frattempo il re aveva preso a strappare la coscia del pollo dal resto della carne con le mani e aveva cominciato a rosicchiarla. <<Incredibile! E’ così saporito, gustoso! Quest’uomo deve essere il cuoco del Diavolo>> urlò ad alta voce per farsi sentire dalla moglie che, intenta anche lei, a riempirsi bocca e pancia ribatté <<Più che il cuoco del Diavolo mi pare quello del Papa!>> La carne del pollo si scioglieva in bocca, mentre la pelle croccante ma non bruciata si sfilava facilmente. E, naturalmente, anche i bambini sembrarono gradire parecchio la cosa. Fu proprio in quell’istante che Ermanno, come un sacerdote dei tempi andati, comparve in sala con il suo purè. << Per tutti i fulmini ma è arancione!>> Ancora una volta intervenne il Maresciallo, più che altro per poterne assaggiare almeno una forchettata. <<Una cosa speciale per la famiglia reale…>> <<Prima assaggio io, mai si vide pietanza simile>> rispose lui infilando a fondo la posata . <<Vediamo, cos’è>> disse appena prima di portarsi alla bocca la delizia ancora fumante.

 
 
 

Fine concerto

Post n°794 pubblicato il 08 Luglio 2014 da antropoetico

Sublime aspersione dell'anima,

libero il poeta dentro.

Colui che racconta ciò che non dico,

le parole compresse, soppresse

che sono lì dove batte il cuore.

Non sono io a decifrare il sentimento

ma l'anima che nascondo come

soldato in trincea.

Rompo le acque e dilago oltre l'umano

per irrorare campi incolti e radici ormai a secco.

Sublime implosione nel cosmo dei motivi,

esplosione silenziosa  di ciò che senti dentro.

Io, tu, noi, loro all'unisono

nella melodia di fine concerto.

 
 
 
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