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Creato da antropoetico il 05/11/2010

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poesia, romanzi, emozione

 

Getto l'ancora ( poesia rap)

Post n°737 pubblicato il 18 Aprile 2014 da antropoetico
 

Disteso,

questo letto e questo buio,

il vicino fa festa,

casino che ronza,

una zanzara infilata nella testa

e io a chiedermi perché,

perché, cos'è poi perché.

Giù la birra,

chiudo gli occhi

tanto il futuro non lo vedo,

sono tutti avanti sul pelo

zecche, pidocchi

mentre io son nessuno

in questo buio che cancella.

Carta carbone

senza una macchina a scrivere,

pezzo che mi gira in testa

ma si perde,

si sparge, scompare

sempre la solita minestra.

Bussa alla porta l'amico che fuori mi porta,

fai, vai, spacca tu che io ho le chiappe inchiodate.

Vacci tu nel bordello, fai il figo col coltello

io resto, sto, mi fermo, me le hanno già date.

Sto diventando grande, vecchio, fratello,

sono pronto per il salto, per l'approdo.

Getto l'ancora.

 
 
 

Poesia rap

Post n°736 pubblicato il 18 Aprile 2014 da antropoetico

Sono italiano,

distrutto, disfatto,

sempre stanco

in questo mondo che,

distratto,

cambia.

Il gioco è passato di mano,

abbiamo perso, ma di brutto,

il contatto

ogni giorno che alziamo la mano,

gridiamo, dissentiamo

e poi ci sediamo.

Basta una partita,

girdare governo ladro

l'agire dell'italiano

mentre ci rubano gli anni di dosso,

siamo all'osso,

non lo vedi,

appena prima della caduta nel fosso.

 

 
 
 

Le inquietudini del cuore ep. 53

Post n°735 pubblicato il 16 Aprile 2014 da antropoetico
 

L'arrivo delle feste pasquali porta subito nella mente l'idea di uova e agnello. Se da una parte la valenza è squisitamente religiosa dall'altra chiaramente invoglia alla tavola e a un particolare tipo di alimentazione. Due percorsi apparentemente in paralello ma in realtà divergenti che, negli ultimi anni, per molti sono diventati motivo di inquietudine. Non tanto per le uova il cui consumo sia letterale che di quelle di cioccolato appare lontano dal creare disturbi di di tipo morale ma per il rito del sacrificio dell'agnello. Immolare sulla tavola la carne di questo animale proprio nella sua giovane età riesce a contorcere le budella di molte persone sensibili dal punto di vista animalistico. La riflessione che viene spontanea fare è che siamo un società di "cannibali di esseri viventi", uso apposta questo termine inesatto per sottolinearlo. Non mangiamo altri esseri umani, almeno nella stragrande maggioranza dei casi ( alcune tribù cannibali pare esistano ancora in sperdute lande del pianeta ) ma abbiamo da tempo immemorabile commercializzato uno sterminio di massa pianificato delle altre specie viventi. Li abbiamo assimilati alle piante, li produciamo e a tempo debito ne facciamo raccolto. Era così prima di noi e probabilmente sarà così anche dopo che avremo lasciato l'esistenza in carne e ossa e pertanto siamo "abituati" a consumare carne. Singolare però l'alzata di scudi nei confronti del sacrificio dell'agnello che non è altro che uno dei tanti animali destinato all'alimentazione umana. Vitelli, polli, quaglie, maiali, capre solo per citarne alcun i dei più noti a cui si stanno aggiungendo struzzi, serpenti e anche scorpioni, questi ultimi tutti di provenienza orientale. Forse ciò che colpisce l'animo e intenerisce dell'agnello è la sua immagine di piccolo essere indifeso, forse la giovane età. L'uomo è irrazionale e abitudinario. Nessuno di noi si sognerebbe di mangiare carne di cane o di gatto: ci ripugnerebbe in quanto amici e convivneti dell'uomo; non mangeremmo neppure la carne dei topi perché ai più essi ricordano malattia e sporcizia. Eppure anche i ratti, almeno quelli di campagna, possono essere commestibili. E' un discorso ovviamente delicato capace di urtare la sensibilità trovarsi a metà del guado ma di fatto per mangiarli li uccidiamo. Almeno quelli che vengono universamente riconosciuti come cibo. Non lo facciamo noi che ne siamo solo i consumatori finali  e che ce li ritroviamo al supermercato in una vaschetta di polistirolo sotto una cellulosa trasparente.  Nessuno di noi ha mai assistito all'esecuzione di una mucca o di un maiale, alla lora macellazione però, di fatto, se ne esiste il commercio siamo complici. E allora mi chiedo: perché per alcuni diamo per scontato che sia così e per altri no? Siamo degli ipocriti? Sarebbe  più giusto affermare: o tutti o nessuno? Molte tendenze come quelle dei vegani o dei vegetariani e altre ancora noscondono dietro il primo impatto di alimentazione salutare anche la non condivisione della macellazione di altri esseri viventi. Vivere, si potrebbe vivere anche senza consumare la carne, questo è fuori di dubbio. Ho sempre mangiato carne, fin dall'infanzia, mi piace il sapore della carne e ne riconosco tutti i valori nutrizionali ma se inizio a pensare cosa c'è dietro alla bella bistecca fumante nel piatto o alla grigliata mista, non nascondo che a volte mi vengono i brividi. Non di meno, anche dal punto di vista religioso, da dopo il diluvio non vi è divieto di consumare carne e Gesù stesso in una occasione abbrustolì sul fuoco dei pesci pescati. Ognuno è libero di agire come crede, ovviamente, ma sta di fatto che una certa inquietudine, se ci si pensa bene, la si prova.

 
 
 

Le inquietudini del cuore ep. 52

Post n°734 pubblicato il 13 Aprile 2014 da antropoetico
 

 

In questo perenne mutamento dell’esistenza ci ritroviamo diversi dal modo in cui eravamo solo qualche anno prima. Nella stessa maniera in cui si cambia abito a seconda della stagione o del tempo così, con gli anni, rimaniamo sempre noi ma ci “vestiamo” di nuove sfumature e esigenze. Chi non ricorda i tempi delle partite all’oratorio o dei primi balli in discoteca? Viene da sorridere rivedendo le foto di allora. La prima macchina, magari usata, con cui scorazzavamo a destra e manca, la prima cotta e la bellezza di una tale acerba infatuazione. Poi si cresce, ci si carica delle responsabilità, finiamo per sovraccaricarci d’impegni e tutto questo nostro vissuto, questi anni andati è lo stesso percorso che vediamo fare di nuovo ai giovani d’oggi. Il carico dell’esperienza degli anziani che, a vent’anni non puoi comprendere, ora sta diventando parte importante del bagaglio esistenziale che ti porti dietro. Un tempo, una domenica a casa passata a riflettere, meditare o semplicemente a guardare la televisione ti appariva come una giornata sprecata, buttata via. Ogni scusa era buona per mettersi in macchina e prendere la prima autostrada disponibile per andare a caccia di avventure, d’esperienze. Tutto ciò serviva per farti sentire vivo. Muoversi magari senza meta, ma muoversi. Sono passati anni, decenni e oggi sei ancora dentro una domenica qualsiasi della tua vita anche se il modo di goderla è totalmente cambiato. Non che uno abbia smesso di muoversi, questo no, ma non è più l’unica soluzione possibile. E’ solo una delle tante cose che puoi fare. Quando sei giovane non valuti in modo corretto i pro e i contro ma adesso sì. Vale davvero la pena fare cinquecento chilometri per andare a respirare una boccata d’aria in montagna o per sentire la risacca del mare o fare ore e ore di coda per assistere, scomodo, a un concerto? Al blitz giornaliero cominci a preferire la fuga dalla città quando almeno riesci a mettere in fila due o tre giorni, per avere il tempo necessario ad ammortizzare il viaggio di andata e di ritorno. Il concerto te lo guardi in tv. Ecco che allora vedi il riposo domenicale in maniera diversa. Consideri piacevole l’alternativa di stare a casa, di mettere in ordine quei cassetti che sono lì da mesi, di guardare carte e bollette o t’appare seducente anche il semplice sonnecchiare distratto, dopo pranzo, sul divano con in sottofondo il vociare della televisione. Maturazione? Invecchiamento? Primi segnali di senilità? Cambio della scala dei valori? I motivi possono essere diversi ma, di fatto, tutti finiamo per rallentare i ritmi vitali. Indubbiamente anche la vita lavorativa di oggi, sempre più frenetica, impegnativa, ci “costringe” a una diversa concezione del riposo e del divertimento. Allora una bella passeggiata nei viali alberati, nei giardini pubblici si configura come un ristoro, un salutare momento di benessere fisico, un tuo momento di piacere. Ovviamente non esiste una regola generale capace di ricomprendere ogni singola esigenza. Ci sarà sempre colui che potrà vantarsi di non aver mai passato una domenica a casa in vita sua assieme a stuoli di donne capaci d’inorridire davanti alla visione dell’uomo “pantofolaio”. E’ intrigante questo viaggio personale perché adesso si è scesi dalla “Ferrari” della giovinezza e si guarda la vita, con altri occhi, dal finestrino del treno, borbottante che si diventa.  Ora è il viaggio che t’interessa più che la meta. La vita ha sempre i suoi ritmi ma tu la guardi sempre più da spettatore  che da protagonista.

 

 
 
 

Placido

Post n°733 pubblicato il 13 Aprile 2014 da antropoetico
 

Dolce mi è caro

questo passeggiar semplice

nelle cose della vita

mentre il tempo passa

a cullar le ore.

S'acquieta infine l'animo

come acqua di lago al tramonto

di un giorno d'estate

e placido ora accompagna il cuore.

Nel riverbero di ciò che sono

il tepore della luce

ai confini delle nuvole

e l'abbraccio alla calma interiore.

Tutto placa

il divenir ricco di anni

e povero d'illusioni,

resta l'uomo.

 
 
 

Dai balconi della vita

Post n°732 pubblicato il 08 Aprile 2014 da antropoetico
 

Ho guardato dai balconi della vita

tutti i sogni.

Ho visto la strada, il declino e poi la salita.

Nel cuore liberarsi il desiderio

portato in alto dal vento di timide emozioni,

questo ho visto e sono qui

a chiedermi perché.

L'intima congettura

di un'anima incompiuta

davanti a una finestra che non c'è.

Ho guardato dai balconi della vita

tutti i sogni.

La fioritura, la raccolta, il caldo autunno

la nascita e la fine, l'uomo al limite,

appena oltre il confine

in questo tempo che passa, sorpassa

e ti saluta in corsa.

L'intima congettura

di un'anima incompiuta

davanti a una finestra che non c'è.

Ho guardato te dai balconi della vita

che ancora sogni.

Ti ho visto ballare in un sorriso,

pregare sull'altare

come un fiore reciso,

ti ho visto andare via

soffocato da grido inascoltato.

Ho guardato dai balconi della vita.

 

 
 
 

Le inquietudini del cuore ep. 51

Post n°731 pubblicato il 08 Aprile 2014 da antropoetico
 

Gli isitinti primordiali sono sempre lì, a volte latenti, sopiti, nascosti, controllati ma in ogni caso incollati col bostik nella nostra scatola cranica. La civiltà, l'evoluzione, anche la convivenza sociale vista più come un vantaggio che un danno hanno forgiato il nostro abito comportamentale. Ci hanno insomma cucito addosso azioni e reazioni, riflessi condizionati per l'appunto che come legacci ci impediscono di dare sfogo alle nostre pulsioni più estreme. Di tanto in tanto, quando veniamo portati al llimite, riscopriamo l'origine animale del nostro io. Senza voler postulare teorie, ideologie o altre forme di credo resta il fatto che di fronte a certi comportamenti appariamo proprio null'altro che animali evoluti. Talvolta perfino evoluti male visto che una folta schiera di persone considera migliori gli animali rispetto all'uomo arrivando al punto di convincersi che il vero amore per sempre è solo quello che lega un cane al suo padrone. Una tale tesi estrema, tra l'altro, pare venir confermata da alcuni episodi eclatanti balzati alla ribalta delle cronache come quello del bastardino che andava tutti i giorni sulla tomba del suo padrone ormai passato a miglior vita. Da uomo è facile avvertire tutta la competizione per essere "il maschio dominante" che tra le righe della vita emerge continuamente. Pensiamo solo alla guida spericolata ed assurda a cui a volte siamo costretti ad assistere, nel tentativo di dimostrare una miglior capacità al volante che sfocia, talvolta, nel pestaggio per strada fra due galli senza pollaio. Atteggiamenti non logici, tanto meno razionali, sfoghi che rendono evidente la parte istintiva tale e quale a quella dei branchi di Macachi dove se le danno di santa ragione per comandare, per avere il diritto di riproduzione prima degli altri. Le regole imposte, se da un lato sono indispensabili per la quieta convivenza dall'altra schiacciano quello che siamo dentro e quindi generano ansia. A pensarci bene sembriamo, nei grossi agglomerati urbani, nient'altro che formiche intente a trafficare negli immensi formicai di cemento. Gli spazi sono sempre più stretti, gli "sfregamenti emozionali" inevitabili con il loro carico di rabbia, oppressione, compressione dell'io lasciando intravedere uno scenario futuro più complicato e contorto rispetto ai migliori film di fantascienza applicati al sociale. Il contesto ci impone di sopportare il capo sul posto del lavoro anche quando lo consideriamo incapace, scarso, a volte meno intelligente di noi, sempre il contesto ci costringe a tollerare gli atteggiamenti spinosi di colleghi, amici o conoscenti che sono più vicini al loro retaggio istintivo e quindi più spigolosi, meno gestibili. L'educazione ricevuta c'impedisce il più delle volte di ruttare quando invece lo stomaco ne troverebbe un grande giovamento, di strapparci i peli del naso in pubblico, di mostrarci nudi. Un cane invece fa i suoi bisogni nel momento in cui ne sente la necessità, abbaia quando vuole, si accoppia perfino senza barriere comportamentali. L'educazione non è sempre volta a renderci liberi di provare le nostre sensazioni, anzi quasi sempre è strumentale, viente utilizzata per raggiungere lo scopo. Ricevere un'educazione non è di per sé un valore positivo in assoluto ma relativo alla circostanza in cui essa viene impartita. L'educazione può essere buona o cattiva. Quella buona ricopre di smalto la parte istintiva ma non la cancella. La nostra parte anmale continuamente cerca le crepe emozionali da cui poter straripare.

 
 
 

Le inquietudini del cuore ep. 50

Post n°730 pubblicato il 05 Aprile 2014 da antropoetico
 

La domanda che ci si pone è se siamo sbagliati noi o il mondo che ci circonda. Solo una delle due ipotesi può essere giusta. Ci sono giorni che vorresti mandare a quel paese tutto e tutti, momenti in cui pensi alle scelte operate nella vita. Ti chiedi come sarebbe andata dentro un destino diverso. Il punto non è la scelta però ma l'incontentabilità del cuore umano. Se infatti non hai avuto figli e senti il tempo che passa, il fisico sempre meno adatto per generare vita, cresce forte l'inquietudine perché il declino inesorabile ti sta privando di una possibilità fra le più importanti e significative del genere umano. Vedi chi era bambino nella tua gioventù, coloro che sono cresciuti parte della tua epoca storica e parte subito il confronto. Lei che tiene in braccio il frutto del suo amore, che lo coccola, il gioco dei sorrisi e pensi a quanto sia rimasta vuota la tua vita. Una scatola vuota che non sei stato capace di riempire con altra vita. Parlano gli sguardi in assenza delle parole mentre ti monta dentro una struggente malinconia che, tuttavia, nascondi. Sono attimi, sensazioni e quando te ne vai con la mani in tasca pensi a quanti treni ti sei perso nella vita, a tutti quei bivi esistenziali dove, adesso, ti sembra ti aver preso la direzione sbagliata. Può benissimo succedere anche il contrario, cioè il sentirsi imprigionato dentro i legami della vita. E sì, perché chi ha generato figli magari oggi si sente obbligato a quel ruolo, prova comunque la sensazione di aver dovuto rinunciare a parte della sua personale, interiore libertà. Succede anche per il lavoro, per le amicizie, addiruttura per i luogo dove ci siamo stabiliti a vivere. Sarà il consuntivo che viene naturale fare con l'età, sarà la maturazione che ti fa vedere la vita e il tuo vissuto in modo sostanzialmente diverso, saremo noi, esseri umani, incontentabili e per tanto capaci solo di desiderare sempre ciò che non abbiamo, un atteggiamento ben sintetizzato nel classico detto "l'erba del vicino è sempre più verde". La mente viaggia in quei mari sconfinati che non hai potuto attraversare accompagnata dai ricordi dei momenti salienti in cui hai deciso e che ti hanno portato ad essere quello che sei oggi. Una fotografia interiore che quasi mai riesce a lasciare del tutto soddisfatti grazie alla nostra tendenza masochista a fissare nella mente più gli errori che i successi. Probabilmente, nella stragrande maggioranza dei casi abbiamo vissuto una vita normale, per quanto possa intendersi "normale" il fenomeno della vita. Siamo insomma una delle tanti variabili possibili sul tema e prevedibili dal punto di vista statistico e anche se avessimo fatto scelte assolutamente diverse il bilancio nostalgico e un po' retrò sarebbe arrivato comunque. Dobbiamo accettare l'imperfezione del cuore e l'impossibilità pratica di poter essere qualunque cosa in qualunque tempo. Siamo e cambiamo continuamente, l'istinto impone questa legge, alimentando gli stimoli a vivere.

 
 
 

Nella notte

Post n°729 pubblicato il 04 Aprile 2014 da antropoetico
 

Sussurra lieve la notte

parole nei sospiri,

accompagna

il buio di lupi e vampiri.

Spicchio di luna

che riflette

mentre un altro giorno

alla porta del cielo

batte forte.

Sussurra il sangue che scorre

forte nelle vene

mentre questi occhi si trasformano

e l'animale torna uomo.

 
 
 

Scivola

Post n°728 pubblicato il 03 Aprile 2014 da antropoetico
 

Scivola,

scivola sulla pelle

la vita

bagnata dai flussi del cuore,

sono le tue mani che

scendono

lungo le pieghe dell'io.

Scivoliamo

mentre

liberi adesso voliamo,

scende la tua mano

all'origine,

al tempo in cui ero vergine.

Lacrime di passione

dentro le vene,

pianto degli dei

questo tuo lasciarti andare.

Scivola via

il tempo mischiato con il rimpianto.

Ti vedo,

osservo il sorriso

acceso di fiamma e colore

mentre bruci

e ti vesti di luce.

Scivola su questo corpo nudo

il succo della vita.

 
 
 

Le inquietudini del cuore ep. 49

Post n°727 pubblicato il 02 Aprile 2014 da antropoetico
 

A volte basta una parola, solo una per cambiare l'umore della giornata. Il potere straordinario della comunicazione racchiuso dentro un suono, un fonema è capace di modificare lo stato d'animo. Per quanto illogico all'apparenza o superficiale eppure il verbo è capace di bucarci l'animo, di violare le resistenze più ostinate, di farci ricredere su di un argomento o su di una persona. Un potere che viaggia con la stessa potenza e determinazione in entrambi le direzioni sia verso il bene che il male. A volte succede anche con le canzoni che sembrano rimanere in testa appese a chissà quale chiodo dal primo momento che le sentiamo fino a sera. La questione lascia spazio a molte considerazioni determinanti ai fini della qualità della nostra esistenza attraverso l'interazione quotidiana. La prima è senza ombra di dubbio che la parola  richiede un corretto utilizzo proprio come un arnese. Non si può dire tutto, non si può esprimersi in un linguaggio inappropriato alla situazione. Con buona pace degli iracondi l'autocontrollo non tanto su quello che si dice ma sul modo con cui si comunica finisce per essere assolutamente un valore primario sia per la propria pace interiore che per quella di chi abbiamo di fronte. Una parola sbagliata, un atteggiamento fuorviante e potremmo riuscire a rovinare 24 ore di vita di un nostro simile. Ci sono parole che lasciano un segno così profondo da spezzare relazioni, amicizie, amori, carriere addirittura per mesi, anni o una vita intera. Come un martello è perfetto per picchiare chiodi ma non lo è per avvitare una vite nel legno così la parola può servire in taluni casi ma in altri no. L'ascolto a volte è il miglior atteggiamento da tenere piuttosto che sfornare un fiume di parole dalla brace che ci rode dentro. La parola è uno strumento e come in tutti i lavori diventa fondamentale la sapienza dell'uso per discernere quello più appropriato alla situazione. Ci si può anche far del male da soli dicendo, affermando, sostenendo tesi e opinioni spinti solo dall'orgoglio o dall'insana soddisfazione di "non dar soddisfazione" a chi replica insistentemente. Sono battaglie perse, tempo sprecato e dolori al fegato.

 
 
 

Le inquietudini del cuore ep. 48

Post n°726 pubblicato il 01 Aprile 2014 da antropoetico
 

Capita di non sentirsi compresi dal mondo. La sensazione è che ogni avvenimento succeda solo per portare vento contrario alla tua vela. Più ti metti a testa bassa e con forza spingi per andare in una direzione e maggiormente ti senti respinto o spinto di lato proprio dove non vuoi approdare. Ti senti diverso, diverso ma con una forte componente di energia negativa. Non un essere speciale ma l'ultima ruota del carro più scassato. La sensazione di non essere accettati, individuati, percepiti dagli altri crea un vortice negativo e vizioso tale per cui più si pensa di essere incompresi e più è ciò che accade. Insomma, forse la sfiga ce la tiriamo addossi da soli. Non di meno la sensazione è talmente forte da oscurare gli altri aspetti della vita, da rendere inerti e sostanzialmente prevenuti su tutto. Inutile provarci, assurdo crederci, tanto vale accettare passivamente la situazione per quello che è. D'altronde se nessuno di coloro che ci circonda ci stima l'unica spiegazione possibile è che forse siamo noi a dover cambiare cercando una diversa visione della vita. La logica afferma che l'atteggiamento prevalente di regola è quello più corretto, più accettabile, la scelta migliore e quindi se tutto il mondo paragona la tua personalità a una scatola vuota probabilmente è vero. Lungi dal voler piangersi addosso, resta il fatto che l'analisi di noi stessi ha senso quando è volta a trovare soluzioni, a definire una via più diretta. Anche se la percezione che il ruolo che interpretiamo ci capiti addosso più che essere una nostra scelta cosciente non di meno resta il fatto che possiamo tentare una variazione sul tema. A maggior ragione osservando che, spesso chi emerge non appare meglio di noi. La politica, in modo lampante insegna, che le capacità vengono spesso superate grazie all'astuzia dell'intrigo, che l'intrallazzo a volte vale di più del talento e così in tutti gli altri campi della vita. Non è il mondo che non ci vuole, che respinge la nostra essenza ma siamo noi che non ne abbiamo appreso completamente le regole, che non ci siamo integrati con il sistema, che forse non sappiamo usare la "giusta furbizia".

 
 
 

Cade il cielo ep. 19 ( Male necessario 2)

Post n°725 pubblicato il 31 Marzo 2014 da antropoetico
 

Blastar aveva strappato il cuore di un animale e si era impossessato della femminilità innata di Magdalena. Adesso la sua strada per diventare un Dio appariva più facile nonostante il percorso fosse ancora angusto e tortuoso. Nerone gioì nel vederlo tornare a passo lento. Una felicità talmente incontenibile che fece rombare tutti i motori di cui era composto.

- Padre, infinito il piacere in me si manifesta nel vederti. Sei vivo.

- Vivo, sì ma non più la stessa persona.

- Puoi spiegarmelo in modo che io possa comprenderlo?

- La vita è un viaggio, si cambia ogni secondo. Diciamo che io ho preso delle scorciatoie che la mia capacità logica mi ha suggerito.

Le luci dell'astronave cominciarono a danzare veloci, a roteare.

- Perchè tu vuoi diventare ciò che non sei?

- Sono nato per questo, per esplorare mondi, trovare luoghi e l'infinito più grande è proprio dentro di noi.

Nerone spense tutto all'improvviso.

- Blastar ecco io...

- So quello che vuoi sapere e la risposta è sì. Questo percorso non è riservato solo agli esseri "biologici". In cima alla scala evolutiva tu potrai mutare completamente anche se non so se ti conviene.

Le parole del viaggiatore delle galassie apparivano alquanto sibilline. Anche per le macchina il cambiamento era possibile ma forse non conveniente.

- Mi aiuterai a crescere?

- Lo sto già facendo, ora andiamo verso Mezaflog, il continente perduto nella costellazione del Minotauro.

Avviati i motori, Blastar entrò in una stasi esistenziale lasciandosi rivestire lentamente dentro un bozzolo di tela bianco e consistente come la seta . Alla fine ne fu completamente avvolto. Il viaggio sarebbe stato lungo un paio di giorni secondo il calendario dei Gurguma e voleva arrivare a destinazione in perfette condizioni. Sapeva che la vita non regala mai nulla, che nulla si conquista facilmente e che il suo era solo l'inzio di un lungo percorso dove l'unica certezza sarebbe stato il combattimento. Nessuno aveva mai fatto ritorno indenne da quel pianeta dove l'evoluzione aveva preso un tragitto diverso. Il pensiero andò veloce ma delicato come un respiro ai figli da cui però cercava di non essere percepito.

- Anche per loro deve accadere.

Sul pianeta kalegon nel frattempo avevano ripreso vita e coscienza, dopo Morgan, anche Paride, Cesare e Menelao, increduli dell'accaduto.

- Il padre ha pianificato tutto ciò, sapeva che sareste morti nello scontro con Gemini e ha lasciato fare per poter battere i suoi nemici.

Menelao pose l'accento sul gesto eroico di Blastar:

- Insomma, ha sacrificato la sua vita perché noi potessimo tornare a vivere.

- Ha sconfitto la maledizione di Medea.

 
 
 

Le inquietudini del cuore ep. 47

Post n°724 pubblicato il 29 Marzo 2014 da antropoetico
 

L'amore non è sempre e solo un sentimento piacevole. Nelle sue pieghe le variabili sono talmente imprevedibili da essere in grado di generare profonde lacerazioni dell'anima. Può succedere di voler bene, seppur in modo diverso, a più di una persona, a coloro che fanno parte del nostro mondo, del contesto che ci siamo costruiti nel tempo. L'amore per un genitore, per i figli, per la compagna, l'amicizia, l'affetto tenero per un animale sono solo alcune delle sfaccettature possibili. Tu vorresti chiudere un cerchio perfetto ed armonico intorno a te, una bolla di felicità dove tutti si amano e condividono al vita in modo gioioso ma la realtà è quasi sempre un altra cosa. Non parlo di screzi, di momenti conflittuali, ovviamente inevitabili, ma del "muro contro muro" che a volte si viene a creare. Il più classsico dei casi che crea inquietudine è quello in cui una madre si contrappone alla compagna che si è scelto o l'esatto contrario. Il tuo amore per loro viaggia su due piani diversi ma i legacci del cuore corrono in entrambe le direzioni. Ami sia l'una che l'altra ma tra di loro scatta una guerra di competizione e di nervi per avere l'esclusiva di ciò che provi. Un conflitto senza esclusione di colpi generato dall'impossibilità o meglio dalla non volontà di conciliare le posizioni ed è qui che comprendi il grande valore della mediazione emotiva. Essere circondati da persone che vedono solo la loro versione della vita senza percepire la "differente essenza dell'altro" lavora come una cancrena e a piccoli passi logora i rapporti fino alla loro distruzione. Al posto di persone che si integrano nel tuo mondo arricchendolo di valori e di contenuti la maggior parte delle volte trovi quelle che non accettano i cambiamenti e il diverso modo di vedere la vita. Il conflitto riguarda anche figli e genitori messi a dura prova dalla vita. E' chiaro che la separazione di padre e madre lascia segni in chi hanno messo al mondo. E' la squadra, il gruppo, il branco che si rompe mgari dopo anni di consuetudini ed ecco che il dover scegliere, il dover soppesare in maniera diversa l'amore per l'uno o per l'altro lascia aperte le ferite del cuore che, con tanta fatica uno cerca di ricucire. Può darsi che sia una visione limitata e forse un tantino retrò quella della famiglia che rimane tale tutta la vita contrapposta ai fenomeni moderni, alla famiglia allargata. Essere tra l'incudine e il martello dal punto di vista emotivo diventa assolutamente motivo di sofferenza per le persone più fragili. Non vi è giustizia, non vi è un'unica giustizia, non si può pretendere che ognuno interpreti la vita a seconda del nostro punto di vista. Tuttavia rimane ostico vivere nell'altalena continua di sentimenti che vanno e vengono schiacciati dall'inconciliabilità delle situazioni.

 
 
 

Clandestino

Post n°722 pubblicato il 26 Marzo 2014 da antropoetico

Verrà la notte

lunga come un respiro

e io mi vestirò di stelle

per te che sei destino,

per te che sei il sangue che scorre

sottopelle,

per te che sai le parole

di quest'amore clandestino.

Verrà la notte

sopra la città del cuore

e nel buio mi farò libellula

sospesa nel vento

per te che sei destino,

per te che sei il sangue che scorre

sottopelle,

per te che sai le parole

di quest'amore clandestino.

Verrà la notte

e sarò bacio maturo

sull'anima indifesa

fino ai bagliori dell'alba

per te che sei destino,

per te che sei il sangue che scorre

sottopelle,

per te che sai le parole

di quest'amore clandestino.

Per te che sei luce al mattino,

per te angelo ribelle.

 

 

 
 
 

Le inquietudini del cuore ep. 46

Post n°721 pubblicato il 25 Marzo 2014 da antropoetico
 

Il viaggio dentro l'anima è un'esperienza unica che dura tutta la vita. Ci navighiamo nei nostri pensieri, naufraghiamo a volte travolti dalle tempeste della vita oppure finiamo per trovare la solitaria spiaggia delle nostre più intime emozioni. E in questo turbinio esistenziale che traccia in maniera indelebile il nostro percorso nel sangue e nella carne, alla fine troviamo chi siamo veramente. Un tragitto che s'inerpica lungo la via delle domande fondamentali della vita, quelle che da giovane non ti poni perché ancora troppo lontano dalla vetta e che da vecchio rinunci a cercare perché ormai ininfluenti nella tua vita. In mezzo ci sta la vita, la tua, la mia, la nostra, tutto questo tempo che passa tra il giorno e la notte. Chiedersi chi siamo, perché siamo, dove stiamo andando, srotolando le pagine della nostra vita è di fatto la cosa di maggior importanza nei nostri giorni nella cane. Siamo un miracolo pur nelle nostre imperfezioni, un miscuglio di materia impastata con l'anima dentro cui pulsa un cuore che non è solo il tamburo battente della vita ma la forza con cui prendiamo le nostre decisioni fondamentali. "Vai dove ti porta il cuore", visione romantica che assegna la prevalenza emotiva e in fondo morale a ciò che accetti e avverti in modo istintivo, visione che finisce per guidarti alla ricerca del tuo destino ma che può anche farti sbagliare, indurre in tentazione, traviare se non mitigata ed integrata dalla ragione. Se il cuore rappresenta l'acceleratore, la mente è il freno e la logica finisce per diventare la frizione della macchina esistenziale con cui viaggiamo nel nostro spazio tempo. Un viaggio, quello dentro di noi, che forse non arriverà a destinazione, non ci porterà alla vittoria interiore sulle cose della vita e tuttavia sarà stato il senso vero dell'esistenza perché fondamentale non è arrivare alla meta ma gustarsi il viaggio e i luoghi cerbrali ed emotivi che incontreremo nelle tappe che da piccoli bambini, da teneri virgulti ci porteranno alle porte della morte. In tutti gli sbagli che avremmo fatto, nelle scelte che hanno cambiato la nostra vita e quella di chi ci ha incrociato, negli attimi in cui ci siamo commossi, nei momenti di gioia noi saremo stati vivi e presenti sul pazzo treno in corsa della vita lì avremo vissuto davvero. Una giostra creata per il nostro godimento, per lasciarci addosso il gusto della scoperta, l'invenzione di qualcosa che non esiste, per farci incontrare e scontrare con le cose della vita, una benedizione con al suo interno la maledizione della nostra imperfezione capace, spesso, di farci brancolare nel buio su ciò che siamo, che ci lascia stanchi davanti agli insuccessi, che ci porta fuori strada. Lasciamoci attraversare dai sogni, dalle buone intenzioni, alimentiamo la lampada della speranza con il petrolio dell'ottimismo. Viviamo insomma guardando ciò che accade dietro al finestrino.

 
 
 

Cuore a planare

Post n°720 pubblicato il 23 Marzo 2014 da antropoetico

Muta l'idea

trascinata via

nel fiume dei pensieri

e l'anima leggera

spicca il salto.

Un volo

sulle ali dei sogni

in cieli

finalmente sconosciuti,

in mondi mai incontrati

dove far planare il cuore

 
 
 

Le inquietudini del cuore ep. 45

Post n°719 pubblicato il 23 Marzo 2014 da antropoetico
 

E poi arriva la domenica. Una settimana sul fronte, quello lavorativo, che ti lascia stravolto, ritmi e relazioni da gestire che mettono a dura prova il nostro cervello emotivo ma anche che danno significato al nostro esistere. Di regola il settimo giorno della settimana concede più libertà d'azione e allora, dopo esserti svegliato con calma, assonnato, gustato il caffè con ancora le pantofole indosso, fai tutte quelle cose che hai tralasciato dal lunedì al sabato. Le pulizie di casa sono la priorità per molte donne, la revisione dei conti, il lavaggio dell'auto, i bambini al campo da calcio magari un pranzo più curato e ricco per gratificarsi. Questo nella maggioranza dei casi dove ci si è formati una famiglia, dove il gioco è di squadra. Ma non per tutti la domenica ha una valenza positiva diventando uno spazio vuoto difficile da riempire e anche quando lo si fa lascia un senso di diversa appartenenza. Per chi è da solo, essendolo sempre stato o lo è diventato dopo uno scatafascio esistenziale, la routine è un ammortizzatore morale, il tran-tran dal lunedì al venerdì definisce il ruolo, il compito assegnato dalla vita . Può non piacerti, poi rodere dentro ma in sostanza ti fa sentire "normale", lo devi fare, lo fai. La domenica, invece, rappresenta un vuoto temporale perché non sanno che cosa fare se non i lavori domestici, perché non programmano, perchè in fondo non hanno relazioni sociali che possano definirsi amicizie. Le esperienze vissute, la formazione ricevuta, a volte anche problematiche psicologiche li hanno fatti diventare persone ai bordi della società. A volte possono essere anche pigrizia, stanchezza a spingere alla non azione, a rimanere lì, seduto a guardare fuori dalla finestra oppure attaccato al telecomando della televisione a far passare le ore osservando programmi inutili che parlano della vita degli altri, che raccontano le cose che si è perso l'abitudine di fare. Per alcuni il calar del sole domenicale rappresenta la liberazione dai pensieri che, essendo disimpegnati dai lavori, fanno breccia nella mente. Il giorno del riposo proposto dalla religione induce a pensare, a meditare generando, a volte, sofferenza. Il passato che ripassi nelle vecchie foto che ti sono rimaste impresse nella mente o l'insoddisfazione diametralmente opposta per ciò che non è accaduto nella vita prendono forma e spazio nel cervello e scavano dove non c'è più terra. La domenica diventa sgradevole se ci sei solo tu a farti compagnia. La solitudine indica la sconfitta subita dalla vita, l'incapacità ad elaborare un diverso modello esistenziale, la fatica del cambiamento. Vorresti modificare tutto, ci pensi, ti arrabbi e alla fine della giornata sai che lunedì ricomincierai tutto da capo.

 
 
 

Le inquietudini del cuore ep.44

Post n°718 pubblicato il 21 Marzo 2014 da antropoetico
 

Ecco, questo è uno di quei giorni che lascerei volentieri andare il cuore dove vuole. Il tepore del cielo in attesa della pioggia serale, la trasparenza lenta delle cose come un fermo immagine che fa sentire in sospensione dentro una bolla. Un attimo sospeso nell'infinito della vita che ti corre intorno. Un momento così personale che non è gioia, nemmeno dolore, tanto meno indifferenza. Sei tu, improvvisamente piombato dentro una pace senza spiegazione ma talmente reale da farti sentire coccolato, protetto, avulso dal sistema. Un piacere sottile, raffinato, inusuale, forte e debole come la quiete prima del temporale. La sedia dell'ufficio diventa improvvisamente il trono, il posto di comando da cui osservare le giravolte pirotecniche del mondo. L'esserci senza partecipare di una decadente interiore bellezza. Il cuore vola in cieli dolci e accoglienti, l'anima assapora il respiro senza pregiudizi nell'abbraccio che, consapevole, ti doni. Tutto non è più poi così importante se non l'attimo stesso. L'oblio è assorbente, intrigante ma soprattutto libero. L'improvviso scollegamento con la realtà anima lo spirito riempiedolo di immagini piacevoli attraverso l'incastro perfetto e sostenibile con la vera dimensione dell'uomo. Fatti non fummo per vivere ogni giorno la guerra dell'io con i suoi motivi, non fummo creati per alimentare sofferenze interiori ma per godere della vita e della sua incantevole meraviglia. Eccolo, dolce, l'ascolto del respiro con il battito vitale del pianeta, il rumore piacevole della cascata dei nostri sentimenti capace di spingerci ai confini della realtà che, poi, forse così reale non è, al punto da chiedersi se davvero stiamo vivendo o siamo stati per troppo tempo, immersi in un sogno da incubo. La calma, il silenzio intorno che ti avvolge come una coperta e ti ritrovi in compagnia di te stesso, accorgendoti con stupore di chi sei, di chi sei veramente, liberato dagli stereotipi obsoleti di una società in avaria. Un lampo nel buio ma talmente potente da riportarti alle origini, da rimetterti in gioco, da condurti nella giusta direzione.

 
 
 

Le inquietudini del cuore ep. 43

Post n°717 pubblicato il 20 Marzo 2014 da antropoetico
 

Non sempre immaginare il futuro è positivo, Da piccolo vedi gli anziani in un' ottica diversa, quasi compiacente alla tua situazione. I nonni, gli zii e le loro storie sul passato, su di una vita che non esiste più, quegli sguardi buffi mentre camminano appoggiandosi al loro bastone, regalo dell'età, sembrano creati apposta per essere il contorno della tua vita che trasuda energia. Li osservi appisolati o quando, con i loro rituali, preparano piatti alla vecchia maniera e poi sgattaioli via a giocare. In quel momento non ti rendi conto che diventerai come loro perché li hai sempre visti vecchi. Sono la tua radice, sembrano robusti, forti, immutabili ma poi le malattie, gli acciacchi a poco a poco li demoliscono e il momento del brusco risveglio, in genere, si verifica quando si è costretti ad assistere al primo funerale. Tutto appare così strano a partire dalla chiesa, addobbata per la cerimonia. Sei lì con tante persone che vedi intrecciarsi continuamente nei loro abbracci consolatori, qualcuno viene verso di te, ti guarda, esprime un sorriso dolce di conforto e ti passa una mano nei capelli ma nessuno ha la voglia o la capacità di spiegarti l'accaduto. Ci penserà il prete ricordando chi era colui che se ne è andato. La morte di una persona cara lascia senza parole letteralmente ma riempie il cuore e la mente di domande. Tu non capisci quel mondo imbastito a funerale che rappresenta la negazione della vita o meglio la sua contraddizione. Ti fanno entrare in processione nella camera ardente per dare l'ultimo saluto al defunto. Osservi, timoroso ma curioso quel che resta di una vita. L'anima se ne è andata e adesso il morto assomiglia di più a una statua di cera nel suo giallastro pallore. Sta lì, disteso come se dormisse solo che è vestito. provi un brivido. Ti viene da piangere e a volte riesci a liberarti del dolore dentro la sacralità dei ceri accesi, la luce che veglia sulla morte di chi non c'è più. Sono come stelle nella notte quelle fiammelle. Gli ultimi istanti prima del viatico al cimitero. Tutto stabilito, determinato, reso asettico. Il prete seguito da tutti i corvi neri piangenti fino al loculo già aperto poi l'ultima preghiera, l'ultimo saluto. Il muratore aspetta in un angolo armato di cazzuola  per sigillare la bara con la fila di mattoni su cui verrà apposta la lapide commemorativa. Sono momenti che ti segnano in modo direttamente proporzionale alla vicinanza emotiva di chi se ne è andato. Cambia la vita, la percezione della vita ma sei giovane e il tempo ci mette una pezza. Il tempo passa. Sembra lontano quel momento però , di fatto, intorno a te le morti aumentano in modo esponenziale. Diventi grande, i tuo genitori anziani come gli zii e i conoscenti. I nonni ti hanno lasciato e sai che sarà inevitabile partecipare ad altri funerali. "E' una ruota che gira" alla fine ci si dice, almeno per i più fortunati che non moriranno a seguito di incidenti ed eventi imprevedibili. Ed ecco che adesso che sei adulto pensi al futuro,  e diventa inevitabile tornare con la mente a quelle immagini del primo funerale. Prima o poi toccherà a qualcun altro della tua famiglia e dovrai di nuovo indossare l'abito nero, chiedendoti, in quella tempesta emotiva, il senso della vita. Comprendi allora che tutto quello che si costruisce, per quanto grande e importante, è relativo trascinato dentro questo gioco ad eliminazione che è la vita. Ad uno ad uno vengono cancellati i punti di riferimento, tutti i cardini su cui hai ancorato le tue certezze. Comprendi che quei vecchiettini che da piccolo ti apparivano così buffi e rassicuranti lo facevano per te. Con l'età è più facile essere preda del pessimismo, attraversati dal senso di sconfitta che, qualunque esistenza, anche la più ricca e significativa ti lascia cucito addosso. Gli occhi di un anziano guardano il mondo in modo diverso, percepiscono l'avvicinarsi del traguardo e le domande in loro crescono. L'idea che alla fine si rimarrà soli, che perderemo tutti alimenta l'inquietudine e contrasta l'istintiva voglia di giocarsela fino alla fine. L'unica mitigazione morale può arrivare dall'aspettativa del dopo, del post-mortem. L'idea che l'anima non muoia, che rinasceremo, che ci sia qualcosa al di là, rappresenta la speranza prima del tuffo nell'ignoto. Probabilmente è sbagliato immaginare anticipatamente il futuro in maniera così triste in quanto corrisponde a un "fasciarsi la testa prima di essersela rotta" ma ciò non toglie che una certa inquietudine la si provi. Sono momenti che vanno e vengono nella vita.

 
 
 
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