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Creato da antropoetico il 05/11/2010

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poesia, romanzi, emozione

 

Il cuoco alla corte del re ep. 12

Post n°824 pubblicato il 22 Agosto 2014 da antropoetico
 

Una botta tanto violenta da fargli saltare via due denti e da lasciarlo esanime in mezzo alle foglie del sottobosco. Ermanno, guerriero improvvisato con pentole e coperchi usando l’astuzia aveva sconfitto la terribile minaccia per il re. Non perse tempo. Salì su di uno dei cavalli e portò con sé anche tutti gli altri. Quando il re e la regina lo videro arrivare, bardato di coperchio da pentolone come scudo e il mestolo al posto della spada non riuscirono a trattenere la risata. << Paolo, eccolo il cavaliere del futuro, il cuoco guerriero!>> La gioia prese tutti ma soprattutto Angela che corse verso il padre, rincuorata di vederlo sano e salvo. <<Per la miseria, Ermanno. Ci sei riuscito. Ma come hai fatto?>> Paolo aspettava con ansia la risposta da colui che era riuscito in poco tempo a sbaragliare i nemici del re. <<Il cervello. Ho usato solo qualche trucco e la fortuna della nebbia bassa>> Filippo Anacleto, il re lo abbracciò e lo invitò a salire in carrozza da lui. <<Vieni. Voglio che tu assaggi la grappa della mia riserva>> <<Mio sire, non merito tanto>> << Non fare complimenti, mi hai salvato e questo non ha prezzo>>. Un onore che imbarazzò il cuoco di campagna ma anche lo gratificò come mai prima nella sua vita. Il re versò nel bicchierino di cristallo raffinato il prezioso liquore, chiedendo subito dopo informazioni su chi fossero coloro che avevano attentato alla corona ed Ermanno spiattellò ciò che aveva udito. <<Luigi di Bersane. Guidava lui il manipolo dei mercenari>> << Un nobile dunque, la gente è incontentabile. Io cerco d’amministrare giustizia e onore ma c’è sempre chi desidera di più di ciò che ha. Solo il suo nome hai sentito?>> <<Solo il suo, ma credo che faccia parte di un gruppo di cospiratori. Il tradimento si alimenta nelle relazioni nascoste.>> <<Dovrò far tagliare la testa ai traditori, a volte il potere deve essere crudele.>> <<Capisco sire. L’onore comporta anche delle responsabilità gravose>> <<Niente è facile nella vita, dal cucinare un buon piatto come sai fare tu a governare un popolo. Adesso vai. Ho da meditare sul da farsi>>. Ermanno scese dalla carrozza ricevendo finalmente un lungo abbraccio dalla figlia. << Padre, sono orgogliosa di te. Sei un uomo bravo e coraggioso>> <<Più che altro sono stato fortunato, credimi. Spero proprio di non ritrovarmi più in una situazione del genere>> Il gruppo si rimise in viaggio con Paolo in avanscoperta sul magnifico destriero, la carrozza del re qualche centinaia i metri più indietro e per ultimo il carro scassato del cuoco di campagna. Il viaggio durò altri due giorni senza che accadesse più nulla e alla fine scorsero la capitale. Villamonte era il centro più abitato del regno. Un nugolo di case sparse lungo strade impolverate che era andato espandendosi con la crescita del regno attorno al cocuzzolo dove troneggiava il famoso castello del re. Una fortezza con muri spessi e alti circondata ai lati da torrioni di rara bellezza, frutto dell’intelligenza degli ingegneri di corte. Subito avvistati dalla sentinella di guardia ecco che uscirono al galoppo una dozzina di cavalieri a raggiungere il loro re. La voce dell’attentato al re si sparse veloce sulle ali del passa parola anche se le ipotesi su chi fosse stato ovviamente erano le più disparate. Il potere ha sempre diversi oppositori da cui deve costantemente difendersi. I cavalieri, comandati dal loro capitano si posizionarono  a difesa della carrozza del re. <<Ben tornato mio sire, osservo con dispiacere che avete avuto dei problemi lungo la via>>  <<Baldassarre,  abbiamo corso pericolo di morte se non fosse stato per il valore dell’ormai defunto maresciallo e di un cuoco- L’espressione tra lo stupore e la tristezza su suo volto la disse lunga. <<Non capisco…>> <<Ti dirò tutto più tardi. Ma ora non è tempo. Mia moglie è stanca e vuole riposare. L’uomo e sua figlia sul carretto dietro sono con noi, lui è il cuoco>>. Tanto il clamore fuori dal castello quanto grande fu l’animazione all’interno delle mura. I nobili e i ricchi avevano cortigiani messi lì con lo scopo di riferire le intenzioni del sovrano e il rischio di essere presi di mira dopo un attentato creava grande preoccupazione anche fra coloro che non ne erano coinvolti. Il re aveva potere assoluto su tutti e quindi il loro destino dipendeva dal volere incontestabile del monarca. Il malaffare era tollerato a corte, considerato un male necessario per il quieto vivere. In genere quindi il re lasciava che baroni e marchesi facessero i loro intrallazzi chiudendo spesso gli occhi ma adesso avevano attentato alla sua vita e stava dunque meditando  su come e quando usare il pugno di ferro. Il suo animo era nobile ma sapeva che anche una bronchite non curata per tempo avrebbe potuto uccidere. Il regno era febbricitante e l’esempio punitivo appariva come l’unica medicina possibile. In tutt’altri pensieri affaccendato Paolo, su indicazioni del maestro della servitù, indicò a Ermanno e sua figlia l’alloggio a loro riservato. Due modeste camere da letto in prossimità delle cucine. Il bagno non era molto distante, bastava attraversare parte del cortile. Gli occhi di Angela non sapevano più dove guardare. Tante facce intorno, tanti oggetti mai visti come le tende di pizzo raffinato sotto i bardati di velluto rosso, i lampadari di cristallo, oggetti che non aveva mai nemmeno immaginato nella sua misera dimora di paese. Paolo la scosse dal torpore facendo cenno di seguirlo dentro un portone. Il suo sorriso era magnetico, irresistibile a tal punto da vincere le resistenze di pudore. Quando girò l’angolo, il cavaliere del re la trasse a sé, guardandola con la gioia dell’amore. Un lungo sguardo tra i due e poi le sue labbra si sposarono con quelle di lei. Un bacio delicato, fine che raccontava la sincerità del sentimento di Paolo ma sufficiente a far sì che Angela si svincolasse e corresse via. Il piacere del peccato e la vergogna di aver concesso un bacio sulla bocca a un uomo. Voleva solo nascondersi nella sua stanza. Si buttò sul letto prima, andando subito dopo allo specchio per vedere l’espressione assunta dal suo viso. Toccarsi le labbra, riprovando l’emozione di quel fremito, cercando di sentire il profumo dell’uomo che le aveva colpito il cuore era il senso della vita, l’emozione che faceva pieno centro nella sede dei motivi.

 

 

 
 
 

Coccolati

Post n°823 pubblicato il 21 Agosto 2014 da antropoetico
 

Passa il tempo, finoscono i giorni, sfumano minuti e secondi.

La vita si muove e muta come cambi tu.

E allora amati, trova il momento per te, l'attimo, l'istante

per tenre per mano il tuo essere, cerca chi sei, scava come se fossi un minatore.

Il tesoro è nascosto, poco visibile ma c'è.

Ora è il giusto tempo per volerti bene senza aspettare che qualcuno si accorga di te.

Usa il cuore, la mente per capire chi sei, chi sei davvero nel profondo.

Non vivere della morale altrui, delle leggi di cuori diversi da tuo. Tu sei speciale. Unico e

irripetibile. Sei un sogno che cammina in una realtà che svanisce, sei presente in un

tempo che diverrà assente, sei gioia nel tuo esistere. Abbandona il velo di

pessimismo,

lascia andare alla deriva i problemi, i brutti pensieri, le immagini andate di com'eri ieri.

Non lasciarti andare, comincia qualcosa di nuovo, fai l'amore, respira il polline dei fiori,

grida al cielo il buon vino nel calice.

Amati per amare gli altri, scardina i fermi della prigione, le illusioni che passano, vivi

senza aspettare il bene placito altrui. Assapora il giorno, gusta la notte, viaggia

con la pace nel cuore. Tu vali, sei, esisti solo per essere felice. Butta via i legacci di

questo sistema che non capisce, che ti coinvolge in una gara a perdere. Gioca, ritorna

bambino, sorridi, leggi, pensa ma amati per Dio!

Nessuno potrà capirti, comprenderti meglio di te. Non nascondere il cuore alla tua

anima. Lascialo entrare.

 
 
 

Libellula

Post n°822 pubblicato il 19 Agosto 2014 da antropoetico
 

In questa vita dove volano sorrisi di gioia,
attimi di prosecuzione mi sento libellula
al calar del sole.
Blu cobalto nell'ultimo caldo,
quello che conduce le tenebre a cacciar le nuvole.
Sospeso nell'aria sullo stagno dove in fuga volgono le rane
osservo, fermo il tempo che cambia,
avverto la pioggia in arrivo e subito fuggo in cerca di riparo.

 
 
 

Il cuoco alla corte del re ep. 11

Post n°821 pubblicato il 19 Agosto 2014 da antropoetico
 

Dopo un quarto d’ora di litigi e pugni, Luigi di Bersane riuscì a farli risalire in sella per riprendere l’inseguimento al re. L’adrenalina parve aver preso anche i cavalli lanciati di nuovo in una corsa folle. <<Altre cinquemila ghinee per il chi infilza il re! Che Dio maledica chi di voi muore oggi.>> Intanto la strada cominciava di nuovo a salire e di lì a poco la boscaglia prese a inghiottire di nuovo tutto e tutti. Una foschia causata dalle nuvole basse avvolse i carri del re e di Ermanno in un limbo fuori dal tempo. Paolo, dietro a loro, riusciva a malapena a intravedere la sagoma dei loro carri quando vide il cuoco fermare il carro e scendere. <<Che succede? Non abbiamo tempo per fermarci, ogni secondo è prezioso>> <<Porta in salvo mia figlia, a loro ci penso io>> <<Ma sei impazzito? Cosa puoi fare tu contro spade e balestre?>> Ermanno sfilò da sotto il carro un’accetta, delle corde, pentole e mestoli. <<Non ho tempo per spiegarti. Vai solo e se non dovessimo più vederci, giurami che rispetterai mia figlia>> <<La sposerò. Angela è già il destino dentro il mio cuore>> Paolo, legò il destriero dietro al carro e salì al posto di guida e dopo aver baciato la sua donna, sorpresa e gioiosa della rivelazione, lanciò il carro alla rincorsa della carrozza del re. Ermanno si ritrovò solo come un fantasma nella nebbia. Non poteva battere i suoi nemici con la forza, poteva solo mettere in campo astuzia e fantasia. Doveva approfittare  della nebbia sempre più fitta a causa della depressione climatica. Cercò dunque il posto in cui la visibilità era ridotta al minimo e legò la corda ad altezza di cavaliere a due alberi di grosso fusto posti come guardiani silenziosi uno al lato destro e l’altro a quello sinistro della strada tirandola il più possibile per le sue forze. Se non e ne fossero accorti in tempo, in un colpo solo li avrebbe disarcionati tutti. Poi prese a correre più in su cercando dove la strada si ristringesse in una curva e cominciò a buttare sul percorso ogni sasso che riuscisse a trovare, dal grosso al piccolo per rendere difficile il proseguimento ai cavalli. Tagliò anche rami appuntiti, infilandoli alla bell’e meglio lungo il tragitto nel tentativo di azzoppare in qualche modo i cavalli e infine si mise addosso rami di ogni tipo e fogliame per confondere la sagoma. Armato di grosso coperchio del pentolone a mo’ di scudo e di mestolo per colpire si nascose dietro  a un albero. Un quarto d’ora dopo il rumore degli zoccoli in grande corsa lo avvertirono dell’imminente arrivo dei manigoldi. Luigi di Bersane che non era certo uno stupido, in prossimità della boscaglia e in assenza d’una visuale pulita, rallentò, lasciandosi sorpassare dagli animi eccitati e avidi dei suoi uomini. Il tuffo nella nebbia a gran velocità e d’improvviso vennero disarcionati dai loro sudati cavalli. Un paio di loro, quelli che ebbero la sfortuna di ricevere la corda all’altezza del collo morirono sul colpo. Le urla e i tonfi sul terreno inquietarono il loro capo che arrivò a passo d’uomo. << Cosa è stato? Frecce? Pugnali?>> Di colpo si ritrovò la corda tesa vicina al suo naso e comprese il motivo. <<Maledetti! Combattete da uomini! Questo sono trucchi, giochetti>> Sguainò la spada e, livido dalla rabbia, tagliò di netto la corda, liberandosi il passaggio. Preoccupato per la possibilità di altri inghippi sulla strada, radunò gli uomini e fece la conta. <<Due morti, uno con il braccio buono rotto. Siete dei buoni a nulla! Siamo rimasti in sei, possiamo ancora farcela.>> Indicò a quello più scalcinato dei suoi di andare avanti a piedi per evitare di cadere di nuovo in una trappola. <<Maledetta nebbia, non si vede alcunché>> Intorno il limbo se lo inghiottì. <<Ogni dieci metri, fatti sentire dicendo “tutto bene”>> Per Luigi di Bersane si trattava di una vera disdetta un tale rallentamento che gli stava portando fuori tiro il bersaglio regale. “Tutto bene” indicò qualche minuto dopo il brigante. Poi ancora e un’altra volta ancora fino a che dalla foresta non sentì l’eco di una padellata. Ermanno, da dietro una grossa quercia gliela aveva sbattuta proprio contro il faccione facendolo piombare nel mono dei sogni. La banda di mercenari ebbe un sussulto. Il rumore era insolito per la campagna, tanto quanto per le armi da combattimento. <<Capo, che succede? Non sento più il nostro amico>> <<Chiamalo>> << Mascellagrossa -questo era il soprannome di battaglia del tipo- tutto bene?>> Per risposta solo il silenzio. Gli uomini si fermarono e si volsero verso Luigi di Bersane aspettando indicazioni. <<Masnada di plebei, ci hanno teso un ‘imboscata! Proprio a noi che dovremmo essere maestri in questo. Mi pare chiaro. E allora giochiamo con le stesse regole.>> <<Quali messere?>> Tutti a piedi, fuori le spade e avanziamo, allargandoci sulla stessa fila a distanza di tre metri uno dall’altro. Per proseguire veloci dobbiamo ammazzare il cane rognoso di questo bosco.>> Gli uomini eseguirono, posizionandosi secondo le indicazioni. <<E lei capo?>> << Io vi seguo, tenendo le briglie dei cavalli.>> L’ignoto spaventa sempre e anche gli spregiudicati in certe occasioni sentono un brivido lungo la schiena. Gli alberi comparivano spettrali dalla foschia e i rami a volte si presentavano troppo vicini agli occhi. Di nuovo un colpo violento e un altro di loro cadde al terreno colpito sul naso da un ramo lasciato partire come una fionda da colui che stavano inseguendo.      <<Qua! Deve essere a breve distanza, correte!>> Ma il rompere le righe si rivelò più uno svantaggio che un vantaggio tanto è vero che altri due si ritrovarono a terra dopo essere andati a sbattere incautamente, per la fretta, contro intrecci ramosi sbucati all’improvviso davanti a loro. Tant’è che il panico si diffuse sui pochi rimasti  in piedi che se la diedero a gambe levate, lasciando il loro padrone da solo. <<Spiriti! Il bosco è abitato dagli spiriti e contro di loro non si può nulla>>. In pochi secondi Luigi di Bersane si ritrovò solo nel limbo imprecando contro i soldati i ventura. A fargli compagnia solo i cavalli. Non fece tempo a ragionare sul a farsi che si ritrovò un mestolo sbucare dal nulla a colpirlo sulla mascella.

 
 
 

Tapparella

Post n°820 pubblicato il 12 Agosto 2014 da antropoetico
 

Ladri di buio

raggi di luce

perforano il silenzio.

Nel pertugio defilato

delle tapparella

sorgono sulla pelle,

disegnano il nuovo giorno alle porte.

Colori trafiggono le lenzuola

nel mentre che mosca biricchina

cerca il naso per l'atteraggio.

Dispettosa!

Dispensa sveglia

con il ronzare senza motore

mosso d'ali invisibili.

Ladri di buio

muovono a gioia i pensieri

nel dormiveglia che è magia,

sonnecchiando tra sogni in avaria

e luci della ribalta.

E' ora di tirare su la tapparella!

 

 
 
 

Ricami di vapore

Post n°819 pubblicato il 12 Agosto 2014 da antropoetico
 

Affondare,

scivolare lentamente,

lasciarsi infine andare

nella nuvola della vita.

Sospiri in ricami di vapore,

desideri scritti nel vento

appena prima della pioggia.

Affondare nel pieno senso di vuoto

circondato da parole in confusione,

meditare senza comprendere,

pensare e presagire l'errore

senza muovere le mani.

Disegnare con le dita

parabole esistenziali

sul collo di una bottiglia scura,

sentire dentro la paura,

avvertire la vita sincera

solo in prossimità della morte.

Affondare e tornare a galla

appeso ai legni fradici

senza idee chiare

nell'acqua invasa dalla sabbia

così torbida, scura.

Avvertire la gabbia,

le sbarre all'io cognitivo

mente sorge istintiva la rabbia

del non poterci fare niente.

Assaporare il nulla in questo calice di grappa.

 

 

 
 
 

Il cuoco alla corte del re ep. 10

Post n°818 pubblicato il 09 Agosto 2014 da antropoetico
 

<<Ecco qua>> disse, posando la prelibatezza che aveva cucinato al centro del tavolaccio improvvisato. <<Prima mangino il re e la sua famiglia, soldati!>> Esclamò il maresciallo lanciando lo sguardo a quello che era rimasto della guardia reale; ma subito il re, con grande magnanimità, mosse frettolosamente il fazzoletto che teneva nella mano sinistra. <<Niente etichetta, mio fedele servitore, siamo così in pochi, anzi chiami a tavola anche il moschettiere di guardia in cima alla collina>> <<Ma sire…>> <<Niente ma, che anche lui goda di questi piatti che Ermanno ha avuto il piacere di prepararci>> Il maresciallo si alzò in piedi sulla sedia e ruotò la spada in aria, il tipico segnale per richiamare alla base il suo uomo e Pietro, pur stupito, non se lo fece ripetere due volte. La fame era fame e il suo stomaco non faceva eccezione. La regina fu la prima a essere servita da Angela e ad affondare la sua posata nel riso caldo fumante. Il profumo era così strano, sapeva di selvatico ma addomesticato sapientemente, di erba piegata ai piaceri della tavola. <<Buonissimo riso, Ermanno, ma non riesco a capire con cosa è fatto, sento della cipolla, del formaggio, un pizzico di sale ma la verdura… non assomiglia né alle coste e nemmeno agli spinaci…>> <<Sono ortiche milady!>>sorrise Ermanno. Il Re assieme agli uomini della scorta rimase stupito. Mai si era sentito parlare di ciò nei lunghi anni trascorsi in città. <<Ma non pizzicano, anzi sono dolcissime>> lo sguardo compiaciuto della regina spinse tutti gli altri ad affondar la forchetta nel riso e a portarlo velocemente alla bocca. La curiosità era forte come l’assaporar un rhum appena arrivato dall’estero. <<Poffarbacco, ma l’amalgama è raffinato e gustoso>> sentenziò il maresciallo, subito seguito dai commenti divertiti di Paolo e Pietro <<Incredibile!>> <<Se non lo sentissi con la mia lingua non ci crederei.>> Anche i figli di Filippo Anacleto cominciarono a mangiarlo con gusto. Il vino sciolse la lingua un po’ a tutti. Il re si sentì incuriosito da quei piatti strani e volle conoscere meglio il cuoco. <<Ermanno, mi spiace che anche tu sia coinvolto in questo pazzo viaggio e subisca le condizioni di quello che è successo>> <<Sono al suo servizio e lei è un buon re, la seguirò ogni volta che me lo chiederà>> <<Grazie, non ho mai incontrato un uomo che fosse capace di cucinare anche semplice erba…>> <<Forse perché sua maestà non ha mai abitato in campagna, qui ci si arrangia con quello che c’è>> A quel punto intervenne Paolo, trangugiando di fretta il boccone di riso <<Non ti tratti davvero male, cuoco se questo è il risultato!>> Angela sorrise e si alzò andando a versare altro vino nel calice del suo amato. <<Poco, ragazza, poco…, dobbiamo stare desti, siamo in pericolo, non voglio ubriacarmi>> <<Un po’ di forza per i muscoli e calore per il tuo cuore coraggioso>> rispose lei, mentre le guance le si accesero per imbarazzo. Il re cercò di sapere di più sul cuoco: <<Sei senza moglie, eppure sei ancora un uomo pieno di potenza, perché dunque non hai ripreso una compagna?>> Ermanno ci mise qualche secondo a rispondere, non era facile raccontare di sé, da uomo schivo e silenzioso faceva fatica ad aprirsi, figuriamoci di fronte al re e alla sua unica figlia che, curiosa, gli girò contro gli occhi. <<E’ il mio cuore che non me lo permette, lei non se ne è mai andata>> La regina intervenne, asciugandosi il palato unto con un tovagliolo di lino grezzo <<Devi davvero averla amata molto>> <<Era i miei giorni, la mia carne, il sorriso e il pianto, la vita dura sembrava essere comunque favola da vivere>> <<Quanti anni hai Ermanno?>> chiese ancora il re. <<quaranta, mio sire>> <<Sei contento di venire a corte?>> <<Lo sono per me, dopo la morte di mia moglie, forse cambiare casa e abitudini mi aiuterà a star meglio, ma di più per mia figlia, lei vedrà tutte quelle che cose che la madre non ha potuto vedere>> Il re sorseggiò un sorso di vino dal suo calice, inclinando poi la testa verso destra e puntando, di nuovo, la mano in direzione di Ermanno. <<Mi sembra giusto, tieni presente, però che non è tutto oro quello che luccica, spero che tu ti abituerai alla città, ai suoi ritmi, alle regole>> <<Ce la metterò tutta, non mi piace lasciarmi andare>> Concluse Ermanno, facendo cenno con il sopracciglio alla figlia di andare a prendere il salame, la pancetta assieme agli “spinaci di campagna” bolliti e saltati con olio d’oliva e l’aglio ruspante. <<Sire di secondo ho preparato solo questo, mi deve scusare, è ciò che ho potuto fare>> Il maresciallo intanto continuava a grattare con il pane i resti del riso attaccati alla terracotta e anche se non si era pronunciato più di tanto, bastava vedere i suoi baffi per rendersi conto che aveva apprezzato. Eccome se lo aveva fatto. Piero fu il primo ad alzarsi per andare a scrutare al di là della collina. Il batter di zoccoli in lontananza era il presagio atteso. Il branco di assassini stava arrivando. Lanciò quindi il cavallo alla corsa e tornò verso il suo re. <<Maresciallo, arrivano, dieci, forse dodici uomini>> Sentendolo il capo della guardia esclamò <<Che Dio sia con noi! Sire dovete inerpicarvi su per i monti, seguite le tracce lasciate dal passaggio dei carri>> <<E tu?>> <<La mia vita non ha importanza, io e Piero li aspettiamo per incrociar di spada, con voi verrà Paolo>> <<Non posso accettarlo! Tu mi sei stato vicino in tutti questi anni, sei della famiglia >> <<Grazie mio re, ma non c’è tempo, dovete scappare di corsa >> Rispose il fedele servitore di tanti anni. <<Ermanno via, presto! Prima il carro della famiglia reale e poi il tuo!>> Il cuoco non se lo fece ripetere due volte, c’era in ballo anche la vita di sua figlia. Fecero volare le vettovaglie per terra, abbandonando tutto. La regina si portò i figli vicini al ventre materno e si mise a pregare guardando suo marito prendere il posto del cocchiere e dare il via, con le briglie, ai cavalli. Paolo lasciò loro prendere qualche centinaia di metri di vantaggio e si accodò, osservando con la coda dell’occhio i due uomini coraggiosi. Non aveva nemmeno potuto salutarli, visto il trambusto e l’emergenza di fuga. Sapeva però che erano valorosi e grandi combattenti, immuni dal comune senso di paura e sopravvivenza. Quello sarebbe stato il loro ultimo duello. <<Piero, qui di fianco a me>> ordinò il Maresciallo <<facciamo vedere a questi bifolchi chi siamo!>> <<Eccomi, capo>>. I due compagni d’armi sguainarono a quel punto le spade proprio nel momento in cui all’orizzonte comparirono le prime sagome di uomini e cavalli. <<Sai una cosa maresciallo?>>saltò su, inaspettatamente, Piero, lasciandolo sorpreso. <<Quale cosa?>>  <<Come capo della guardia e come uomo ti abbiamo sempre rispettato, hai amministrato giustizia e rispetto, sei un capo che è stato facile rispettare, volevo dirtelo perché non so se ne avrò un’altra occasione>> Sorrise il maresciallo, li aveva saputi scegliere bene i suoi uomini, pensando che in fondo non conta quanto si vive ma come si vive. La correttezza e la serietà mostrati negli anni lo stavano ripagando appieno proprio adesso che erano ormai a pochi metri i nemici. Subito mostrò il suo brutto muso Luigi di Bersane allungando verso la fronte il sopracciglio destro. <<Cosa pensate di fare voi due? Toglietevi dalla strada, abbiamo un bel regalo per il re e suoi figli>> <<Messere, prima dovete cimentarvi di spada con me se non siete un vigliacco!>> <<Vigliacco io? Ma non fatemi ridere. Non sono stupido, la vostra bravura nella scherma è nota fino in provincia, se proprio lo volete vi batterete con i miei uomini, a voi la scelta se vi conviene>> <<Di dove siete cavaliere?>> rispose il maresciallo cercando di prender tempo. <<Della provincia di Carnabì, sono il signore di Bersane>> <<Luigi allora, il marchese dallo stemma rosso>> <<Vedo che la mia fama mi precede, colloquiar è piacevole ma ho poco tempo. Bifolchi, scendete e uccidete questi due miserabili!>> Sogghignò, aspro e contorto. <<Piero, dietro a me>> i due uomini si misero spalla contro spalla per proteggersi meglio dal vergognoso attacco. Li circondarono e sguainarono le spade come un plotone d’esecuzione, pronti a fare il loro sporco lavoro. Sapevano però che qualcuno ci avrebbe lasciato la pelle, la guardia reale non scherzava per bravura e strategia. <<Che aspettate? Siete in undici contro due e uno è ferito al braccio!>> <<Branco di pela galline, fatevi sotto>> urlò Piero, impaziente di infilzarne qualcuno. Le spade cominciarono a toccarsi in un rituale di progressivo avvicinamento e il rumor di ferraglia riempì il silenzio del pomeriggio. Luigi di Bersane era incredulo e infastidito, comprese dunque che ci voleva qualcosa di più per spingere i suoi uomini all’offesa: <<Bastardi, mille ghinee a chi fa secco il maresciallo e 500 a chi sbudella l’altro.>> Adesso sì che i disperati avevano un buon motivo per mettere a repentaglio la loro vita di poco valore. In un cumulo di polvere l’incrociar di spade si fece intenso fino a spinger i corvi e le quaglie dei boschi a spiccar il volo lontano. Come leoni i due uomini del re combatterono fino a lasciarne quattro sul terreno ma alla fine furono infilzati come tordi, cadendo a terra stremati dopo dieci minuti d’intenso combattimento. Il maresciallo ebbe ancora un filo di vita in corpo e prima di tirar le cuoia invocò Dio. <<Finiteli, questi due cialtroni vestiti a festa ecco le ghinee!>> Gli uomini sopravvissuti cominciarono a litigare tra di loro su chi avesse diritto al premio concedendo così altro prezioso tempo agli uomini in fuga. Rovistarono pure nelle tasche dei vestiti alla ricerca di qualche soldo. <<Ma guarda sto panzone, trecento denari, stasera berrò e prenderò due baldracche!>> gridò uno dei sicari, contento, mettendosi a correre per non farsi raggiungere dagli altri compari.

 
 
 

Media nazionali: Pessimismo indotto?

Post n°817 pubblicato il 07 Agosto 2014 da antropoetico
 

Sicuramente l'Italia non sta attraversando un bel periodo storico. Questo è fuori discussione. Tuttavia mi chiedo se l'esasperazione e l'esagerazione nel dare enfasi alle "brutte notizie" sia davvero informazione. Se, infatti, cerchiamo di avere un'ottica più razionale e una visione "globale" nel vero senso della parola, assieme alle notizie pessime dovremmo ricevere per una sorta di "par condicio" umorale anche quelle positive e cariche di speranza. D'altronde nel corso dei secoli, a fianco della morte c'è sempre stata la vita e la rinascita, l'inizio e la fine, il bello mischiato e miscelato con il brutto. Ora io mi chiedo: ma è davvero assolutamente necessario riempire il  cervello in maniera maniacale esclusivamente di assassini, stragi, guerre, stupri, malattie aberranti e clima dove anche la neve sempra aver ormai qualcosa d'insano e catastrofico? Passino i problemi di casa nostra, quelli sì che ci toccano direttamente ma si ha l'impressione che, quando non via sia una sufficiente dose di notizie negative nei nostri confini, le si vada a cercare con precisione da certosino in altre parti del pianeta. L'abuso dell'informazione in tal senso a quale pro' viene perpetrata? Di primo acchito viene da pensare che, forse, sia un metodo politico per mantenere un sufficiente controllo sul territorio e sulla nazione perché fino a quando si vede che in altre parti del mondo si sta peggio, molto peggio viene naturale consolarsi della propria normalità non così disastrosa. Un ammortizzatore morale e umorale che porta la mente a non reagire più di tanto alle tante ingiustizie ormai apertamente evidenti nel nostro paese. La morale è di accontentarsi perché alla fine non siamo in guerra, non moriamo di aids o di ebola e, per quanto le tasse siano asfissianti, abbiamo ancora i risparmi e le proprietà dei vecchi da consumare prima di arrivare a non avere i soldi per comprare un pezzo di pane. Tutto ciò è perfettamente plausibile fin quando ci viene presentato uno scenario simil apocalittico all'estero. In realtà esistono molti paesi dove l'economia è in forte crescita, dove i modelli culturali ed esistenziali hanno creato e stanno creando  condizioni migliori per tutti ad esempi attraverso l'uso della tecnologia, dove la vita non appare semplce sopravvivenza. Onestamente credo che la maggioranza delle persone sia stufa di ricevere propinata ad arte sempre la stessa pappina ormai trita e ritrita di magagne e brutture. Si avverte il bisogno di una nuova informazione più concreta e in equilibrio fra negatività e positività. Non si tratta di un discorso cinico o da "menefreghista" ma piuttosto realistico. Infarcire la testa di nefandezze di ogni tipo che non dipendono da noi incide sul quotidiano, sulla nostra vita personale senza che si possa davvero intervenire. E allora a che serve? E' ormai ampliamente dimostrato l'approfittarsi improprio dietro le brutte notizie. Dietro le catastrofi come terremoti e uragani e in questo L'Aquila insegna, ferve il malaffare e spesso l'allarme sociale è solo il mezzo per far arrivare palate di soldi pubblici in un determinato ambiente. Uomini corrotti a ogni livello che sono contenti dei disastri  e che se ne parli. Fateci caso. C'è sempre una raccolta fondi che parte, immediatamente dopo gli accadimenti. Trent'anni fa i soldi per l'africa, oggi per i terremotati dell'Emilia e spesso questi incassi si perdono nel tempo mentre case e aziende la gente se li ricostruisce da sola. Malattie di cui non si troverà mai una cura perché se accadesse finirebbe la pacchia di raccolte di denaro con iniziative anche nazionali. La realtà è che le notizie cattive vengono utilizzate  ad arte dai poteri forti nn solo politici per generare un flusso di cassa, spremendo sempre e solo la bontà di cuore delle persone. Gradirei telegiornali che parlassero di cose vere, di situazioni interessanti, di scienza e di cultura sempre, non solo negli striminziti telegiornali balneari di mezz'estate ma forse pretendo troppo.

 
 
 

Il cuoco alla corte del re ep.09

Post n°816 pubblicato il 07 Agosto 2014 da antropoetico
 

<<Sire, tutto bene? Bevete qualcosa, lei e la sua signora>> <<Grazie Ermanno, siamo sopravvissuti, ma che paura, il tuo re ha rischiato grosso questa volta>> <<Siamo vivi e questo è quello che importa>> Poco distante, Angela, da supina, si mise in ginocchio sbirciando fuori dal carro, il cuore le batteva ancora forte. Finalmente arrivò Paolo a rapporto. <<Maresciallo sembra che non ci siano venuti dietro, ma di certo dal bosco non possiamo passare>> <<Faremo il valico passando dalla “piana delle stelle alpine”, ci vorrà un giorno in più ma almeno viaggeremo sempre allo scoperto, non potranno coglierci di sorpresa>> <<Siamo rimasti in pochi>> obiettò Paolo. <<Ci riusciremo, non ci fermeranno certo quattro briganti!>> <<Vi darò una mano anch’io>> saltò su Ermanno. <<Tu? Vuoi dire che te la cavi con le armi? Che sai tirar di spada?>> <<No, ma posso imparare>> Il maresciallo sorrise poi diede il suo assenso all’idea. <<Paolo, questa sera prima del tramonto, quando ci fermeremo, tira qualche colpo con il cuoco e speriamo in Dio!>> <<Agli ordini, sarà fatto>>. Nel frattempo Angela, resasi conto di quanto fosse sanguinante il braccio del capo delle guardie, impugnò un coltello e tagliò una striscia del suo lenzuolo migliore, dopo di che prese una bacinella d’acqua e gli andò incontro per fasciarlo alla meglio. <<Grazie mille signorina>> Lei sorrise con grazia, e una volta fattogli togliere la casacca della divisa lo pulì e lo fasciò abbastanza stretto nella speranza di contenere l’emorragia. <<In cammino!>> ordinò il Maresciallo infine la ripartenza e la comitiva si mise in viaggio verso il suo destino. Degli uomini erano morti, vittime della vigliacca aggressione e la meta purtroppo appariva ancora molto distante. Il re però confidava in quegli uomini e nella loro fedeltà. Sapeva che gli volevano bene e che si sarebbero battuti fino alla morte per lui e la sua famiglia e ciò mitigava molto la paura istintiva dovuta alla situazione. Il cielo cominciò ad annuvolarsi, ormai era quasi ora di pranzo, tuttavia decisero di proseguire ancora per allontanarsi il più possibile da luogo dell’agguato e per raggiungere un luogo più facilmente difendibile. Nel bosco, nel frattempo, i briganti erano, scesi sul sentiero a prendersi il bottino custodito nelle tasche dei moschettieri uccisi. <<Che schifo, questo manco tre denari aveva in tasca>> disse uno di loro facendo la conta dei morti. <<Sette, ne abbiamo infilzati sette>>. Ridevano tra di loro soddisfatti della bravata commessa e continuarono a farlo fino a quando non videro il volto di Luigi di Bersane. Una maschera di disprezzo che lo costringeva a storcere tutto il viso. <<Che avete da sghignazzare? Il re è fuggito, avete fallito, dovrei impiccarvi tutti!>> Il più sveglio del manipolo di manigoldi saltò su:<<Sono rimasti in pochi, li prenderemo>> <<In marcia subito, dobbiamo raggiungerli stanotte, sicuramente tenteranno di passare il valico>>.

Luigi di Bersane, uomo molto ambizioso, sapeva che se avesse portato a termine il suo compito Massimo degli Amiotti, una volta preso il potere della corona, gli avrebbe concesso fama e terre, molte terre,. L’avidità era diffusa fra i nobili di corte sempre pronti a cercare di trarre vantaggio da ogni situazione ma lui si distingueva per la sua insaziabile fame dei peccati della vita. Luigi era davvero un uomo in vendita al miglior offerente e non ci avrebbe sicuramente messo molto a passare sotto un’altra bandiera se il vento fosse cambiato. I briganti presero la via, seguendo le tracce lasciate dalla carrozza del re e tirando il cuore ai cavalli per cercare di raggiungerli, al più tardi, alle soglie della notte. Ermanno, nel frattempo, era alle prese con il bivacco improvvisato sul colle delle “aquile pensanti”, così soprannominato per l’intravedersi spesso del volare alto e in circolo di questi predatori. Doveva trattarsi, di una zona di caccia particolarmente ricca e vicina a dove i rapaci erano soliti nidificare. Spettacolare risultava la vista degradante sulle campagne e sui boschi sottostanti, ma soprattutto si trattava di un posto senza nascondigli per un centinaio di metri all’intorno. Difficilmente qualcuno si sarebbe potuto avvicinare senza essere notato. <<Che preparo al re adesso qua in mezzo alla campagna?>> Ermanno prese a grattarsi la testa cercando un’idea che non fosse il solito pane, salame e formaggi. Tutti erano provati e per certi versi, presi da sconforto e sicuramente una cena, degna di questo nome, avrebbe potuto rasserenare gli animi. Fu proprio in quel momento che Angela venne a rapporto chiedendo quali incombenze avrebbe dovuto sbrigare. <<Padre, tua figlia è qui per osservare le indicazioni che vorrai impartirle>> <<Grazie tesoro, inizia a mettere sul fuoco il pentolone dell’acqua, mentre faccio un giro qua intorno in cerca di erbe selvatiche>> Salendo, infatti, a Ermanno era caduto l’occhio su dei germogli familiari, mischiati con il verde e il giallo della gramigna e adesso voleva averne la certezza. Prese dunque un cestino di paglia intrecciata e si allontanò, seguito con lo sguardo da quello che era rimasto della guardia reale. La regina, dal canto suo, aiutò a scendere dalla carrozza i piccoli eredi, il frutto dell’amor di carne con il re. Prima uno e poi l’altro e infine lasciò sfilare le sue lunghe gambe fino a sentire il terreno sotto i piedi andando in direzione della vicina betulla i cui rami cadenti erano attraversati da un lieve vento. Ogni tanto traspariva un raggio di sole pallido ma comunque sufficiente per spingere i bambini al gioco. Il re invece non scese, ma si mise a leggere, brani della bibbia che raccontavano versi di Davide all’Iddio Onnipotente. Lo fece ad alta voce, per sfogare la tensione patita e per incoraggiare gli animi. Probabilmente, in cuor suo, pregava, chiedendo aiuto a un re più grande di sé. Ermanno, inspirò aria nei polmoni per avvertire gli odori sparsi nell’aria. La natura era lì a portata di mano, quasi a manifestare la grandezza e la generosità di un creatore che aveva sparso cibo in ogni dove e la cosa lo inebriava. Il suo sguardo si accese di piacere quando notò, fra le altre, un’erba verde dalle foglie abbastanza larghe aggrappate lungo una spina centrale e un picciolo poroso. <<Ti ho trovato, Buonenrico>> La sua esperienza e la povertà subita negli anni della giovinezza, unita ai ricordi dei vecchi avevano lasciato, da sempre, impresso nella sua mente quanto quell’erba fosse commestibile e buona con un sapore molto simile a quello dei più nobili spinaci. Con delicatezza e rispetto, impugnò il coltello a serramanico e iniziò a tagliare i gambi più teneri e più giovani riponendoli con la grazia di un raccoglitore di rose nel suo cestino. <<Avessi più tempo, ne farei scorta da portare al palazzo>> Poi, un lampo nella mente, il ricordo improvviso del pizzicore delle ortiche quando la mamma lo mandava a raccoglierle lungo i sentieri dei campi. Si ricordò di un’antichissima usanza che si praticava nei giorni di festa della sua infanzia; i bambini del paese venivano mandati dai genitori a raccogliere la pungente pianta selvatica ed essi tornavano con le mani piene di bolle, continuando a grattarsi le dita tutto il giorno. I racconti dei vecchi sostenevano che le punture fossero una sorta di vaccinazione contro le malattie e che il dolore si sarebbe trasformato in benessere. Allora Ermanno osservava le donne del paese, pulire e poi buttare nei pentoloni le verdi erbe urticanti raccolte, le quali come per magia, nel ribollir della cottura finivano per diventare compagne saporite del risotto campagnolo. Adesso erano lì davanti a lui e non avrebbe avuto particolare importanza sentire di nuovo quel pizzicore della giovinezza. <<Ci farò un risotto con il formaggio stagionato da più di un anno, ne ho ancora un pezzo>> Provò  piacere sentendo sulle dita di nuovo il dolore antico impresso nella memoria; ci si buttò proprio dentro le chiazze di verde più scuro delle ortiche con l’impeto e la determinazione della giovinezza. Paolo lo vide rientrare con tutto il fascio d’erba raccolta e curioso, gli andò incontro. <<Ma  sono ortiche!>> <<Sì, cavaliere>> <<Diamine! Pungono! Non vorrai che stiamo male questa notte con i sicari a correrci dietro>> <<Farò un miracolo e assaggerai con il tuo re una vera prelibatezza>> Era così convinto e determinato Ermanno nella sua affermazione, da impedire qualsiasi obiezione contraria da parte di Paolo. Il tempo stingeva, il sole era al di là della metà del cielo e puntava dritto verso l’occidente, ma le mani del cuoco erano esperte e rapide. In una trentina di minuti, spiegata la tavolaccia dei moschettieri sotto un cielo tra il blu e il grigio si ritrovarono alla stessa tavola il re e la sua famiglia assieme a quello che restava della guardia e la figlia del cuoco. L’ultimo ad arrivare con la pentolaccia bollente tra le mani fu proprio Ermanno. In quel momento, vedendo i volti affamati e curiosi dei commensali, si sentì felice quasi come se il re, per un breve attimo, fosse diventato lui. Nelle sue mani, un risotto giallo e verde, fumante e ben mantecato con olio casareccio, invogliava ad annusare l’aria per pregustarne il sapore.

 
 
 

Requiem 2

Post n°815 pubblicato il 31 Luglio 2014 da antropoetico

Nulla resta di speme e desio

schiacciati dentro il fato

che l'anima opprime

siamo persi fin dal principio

dove parto ci consegnò

al mondo visto, l'intero creato

mistero di vita sublime

per volontà indecifrabile.

Colori pastello sulla tela,

nelle mani del pittore immaginato

lasciamo tracce di noi

sulla pergamena della vita.

Dipinti che gridano, amano

e poi si lasciano cadere

in virtù abbandonate,

nelle cose dissolute,

fragili emozioni a scolorare,

percezioni cancellate dalla polvere,

ricordi, segni di labbra sul bicchiere

la mattina dopo.

 
 
 

Requiem

Post n°814 pubblicato il 31 Luglio 2014 da antropoetico

Siffatta sorte

che la carne confina al limbo

accade, succede all'umano desio.

Le protervie ammiccanti

con i giochi di parole a intrecciar

diversamente il filo delle Parche

nel cucito addosso al fato

nulla possono nel giorno in cui

lascivo nella cassa si trapassa.

Tocca con mano la morte

il congiunto proteso sul defunto,

scosso dal gelo che la pelle ingiallita

in rigido vestiario racconta il caro

infine giunto al punto.

Processione magistrale

nel corteo del pianto vestito a lutto

dietro al passo dell'arricchito cardinale

che della speme altrui assieme

alle paure di finir al girone infernale

ha bruciato tutta la sua voglia carnale.

Requiem che canta simile al maestrale,

melanconica follia di un giorno in funerale.

Tutta passa come cenere dopo il fuoco

a concimar terra per gli animi seguenti.

 
 
 

Il cuoco alla corte del re ep. 08

Post n°813 pubblicato il 31 Luglio 2014 da antropoetico
 

 

Il bosco aveva quel nome dato la fitta vegetazione che in lui viveva e si animava lascando trasparire a fatica anche la luce del giorno ma era un passaggio obbligato per arrivare alla capitale, salvo che uno non avesse fatto una deviazione attraverso il valico a monte passando dalla “piana delle stelle alpine”. Molte storie raccontavano di presenze inquietanti al suo interno. Quale posto migliore per un attacco a tradimento? Luigi de Bersane era un abile soldato, la sorpresa e l’uso di armi in grado di colpire il nemico nascosti nella boscaglia, gli davano la certezza che l’operazione avrebbe avuto successo cambiando il corso della storia e il suo destino. Gli uomini si mossero, prima i briganti e pochi minuti dopo, a seguirli Il fido uomo di Massimo degli Amiotti. Veloci come il vento e silenziosi come serpenti guadagnarono la strada aggirando l’avanguardia del re. I cavalli sfiancati dalla fatica e madidi di sudore li lasciarono legati in una piccola radura. Presero le balestre e s’infilarono il cappuccio nero. Sembravano tanti boia in processione verso il patibolo, uno alla volta scelsero l’albero più adatto per colpire a tradimento. Luigi de Bersane, invece, con due scudieri si mise sulla vicina collina nascondendosi dietro alla quercia secolare che vi aveva messo radici. L’alto e largo fusto era l’ideale per osservare con il cannocchiale senza essere visti ma l’intricata vegetazione del bosco non gli permetteva una visione completa della zona prevista per l’imboscata. Aspettarono tre quarti ‘ora prima che s’intravedesse l’avanguardia del re, sentendo la tensione. <> disse il primo di loro in grado di osservare la strada <> disse il più esperto del gruppo cui erano stati deputati il comando e la direttiva dell’operazione <> I moschettieri non erano stupidi e i due uomini scesero da cavallo, sguainando le spade e incominciando a penetrare dentro la boscaglia. La loro missione era accertarsi proprio che non vi fossero sorprese inaspettate per il loro re <> disse uno all’altro <> I loro stivali spezzavano ramoscelli e foglie man mano che s’inoltravano e la luce si ritirava dalla strada. Tutto sembrava esattamente come doveva essere, non vi erano tracce di cavalli passati di recente, nessuno in vista e anche guardando verso l’alto gli uomini appostati erano così ben nascosti dal verde circostante e dalla penombra da essere difficilmente individuabili. <> <> <> <> gli rispose il suo compagno con l’espressione spavalda di chi sostiene di non temere niente e lo salutò con la mano sventolante per aria mentre lo vide sparire in direzione dei cavalli. In realtà era voluto restare lui perché sentiva l’impellente necessità di liberarsi dal peso che aveva sullo stomaco e quale posto poteva essere più adatto per defecare se non un bosco fitto? Si slacciò il cinturone, mettendo per terra la spada. Poi si calò le brache, cercando la concentrazione giusta per arrivare a un risultato soddisfacente. Quello fu l’ultimo suo pensiero, trafitto dall’entrata violenta di un dardo nella schiena. Non fece tempo nemmeno a gridare di dolore che stramazzò a terra, imbrattando il suo stesso deretano con l’evacuazione compiuta. <> <> Due dei briganti scesero velocemente dagli alberi su cui erano appollaiati e trascinarono il corpo più distante in una zona dove nessuno avrebbe potuto vederlo, poi lo spogliarono e uno di loro ne indossò l’uniforme andandosi a porre appena fuori dal bosco ben in vista. Da lontano sarebbe sembrato uno della scorta e avrebbe tratto in inganno gli uomini del Re. L’altro moschettiere andò dritto dal maresciallo autorizzando il procedere della comitiva. <> <> <> Lentamente la carrozza del re procedeva lungo il sentiero che s’infilava in mezzo alle campagne, pochi minuti e sarebbe arrivata in vista della boscaglia. Pietro e Paolo si guardarono come tante alte volte era già successo in precedenza <>disse Pietro al suo amico e compagno, rendendo acuto lo sguardo <> <> I due si portarono davanti alla comitiva, raggiungendo il maresciallo e facendolo fermare. Il re da dentro la carrozza provò un moto di disappunto e si affacciò dal finestrino laterale <> Paolo riferì al comandante delle guardie che sarebbe stato opportuno fare un’ulteriore esplorazione del bosco e lui, subito, lo riportò al re. <> <> <> Intanto dalla collina Luigi di Bersani si sentiva ansioso, questa pausa imprevista del re lasciava presagire che non tutto stava procedendo secondo quanto previsto. <> gridò con un gesto di stizza. Continuava a muovere il suo cannocchiale, scrutando in direzione del bosco dalla destra e dalla sinistra della quercia, cercando di capire cosa diavolo stesse accadendo. Pietro raggiunse il carro di Ermanno e gli chiese di andarsi a disporre davanti a tutti sorpassando, addirittura la carrozza reale e di fronte alla sua richiesta di spiegazioni non gli disse altro che <>. Angela, si sentì preoccupata <> <> Paolo non appena si rese conto di quanto stava accadendo, scalciò il suo purosangue andando a chiedere al Maresciallo il permesso di stare vicino al carro su cui sedeva Angela. Aveva uno strano presentimento e avrebbe fatto qualunque cosa perché la vita non gli spezzasse il sogno d’amore che covava nel profondo. <> Non appena autorizzato, egli mise le ali al suo puledro e si mise di fianco al carro dal lato dove era seduta Angela. <> <> <>. Lei sorrise, compiaciuta dell’interessamento di Paolo. Strane le donne, per un breve istante l’ansia e la paura erano state cancellate dal pensiero dell’amore. Poi, però, comprese la gravità della situazione e si mise seduta nella posizione più riparata sul carro.

Entrarono dunque, in quel groviglio di natura e vita pulsante, con fare circospetto e le spade sguainate, pronti a difendersi in caso di assalto. Sui volti, traspariva chiaramente dipinta la tensione e la paura, perdere la vita avrebbe potuto essere questione di un attimo. Dopo pochi minuti si ritrovarono proprio sotto la zona di tiro dei balestrieri. <> confessò uno dei moschettieri dell’avanguardia al suo compagno ma non fece tempo a finire la frase che venne trafitto da una freccia all’altezza della gola, facendolo cadere all’indietro dal cavallo. <> gridò l’altro, buttandosi a terra nel mentre che cercava riparo dietro a un grosso faggio. Una pioggia di dardi cominciò a cadere sulla carovana colpendo altre guardie e facendo imbizzarrire i cavalli. Le loro grida di dolore arrivarono fino al re e alla regina che si abbracciarono, preoccupati di tanta violenza. Paolo allora urlò a Ermanno di girare il carro come meglio poteva e di tornare indietro. Angela si stese per terra e sentì battere forte il cuore come non aveva mai provato prima. Il maresciallo anch’esso colpito a un braccio prese le briglie dei cavalli della carrozza reale e a tutta forza, dopo averne invertito la marcia, li lanciò al galoppo. <> <> <> Ad uno a uno i moschettieri rimasti nel bosco caddero colpiti a tradimento dai briganti. Paolo fu l’unico che riuscì a ucciderne uno lanciando il pugnale che aveva in dotazione. La situazione era davvero critica. Poi sparì nel bosco, subito seguito anche da Pietro. <> In un frenetico giro largo, i due fuoriuscirono dalla boscaglia, graffiandosi viso, gambe e braccia a causa dei fitti rami, ma erano scampati alla morte e questo era ciò che importava. Lanciarono dunque anch’essi i loro destrieri in una folle corsa per raggiungere velocemente i compagni di sventura. Sette dei loro colleghi della scorta giacevano per terra e non sarebbero più tornati alle loro case, alle loro famiglie. <> Luigi de Bersane era furibondo, vedendo il re scampato all’agguato. <> Al tempo stesso ce l’aveva anche con i suoi uomini <> Nella carrozza la regina, portati al grembo i figli, li strinse a sé ma non poté fare a meno di mettersi a piangere. Una corsa forsennata per oltre mezz’ora fino a quando il maresciallo non reputò di essere al sicuro, almeno nel breve periodo. <> Egli era un uomo d’armi abituato al dolore fisico. Si allontanò giusto una decina di metri per non essere visto dalle donne, poi prese con decisione la coda della freccia conficcata nel braccio sinistro e, tirando con forza, la estrasse emettendo un grido che parve quello di un indemoniato. <> Ermanno era rimasto senza parole fino allora, avendo subito tutto il peso della situazione psicologica. Non si era mai reputato un uomo d’azione, il suo unico desiderio era sempre stato quello di vivere una vita semplice e tranquilla ma adesso comprendeva di dover fare qualcosa di più. Scese dal carro e si avvicinò alla carrozza del re portando una bottiglia d’acqua e delle coppe di terracotta.

 

 
 
 

Pre -

Post n°812 pubblicato il 30 Luglio 2014 da antropoetico
 

Predestinato
nel sottile ricamo di fiori ambrati.
abbracci sfilati dai lacci del cuore.
Predatore
di cuori al confino,
anime in dispersione dai fili dell'amore.
Preghiera
senza motivo se non l'iraconda ingiustizia
che tacque fin dal primo vagito.
Premonizione
avvertendo il dissiparsi delle acque
nella laguna dei ricordi.
Prevenuto
concettualmente cinico
nell'espressione gutturale
di quello che fa male.
Precoce
come un dolore che nasce e subito muore
croce che si cuce sul sentimento in penitenza
Prediletto
in quanto talmente imperfetto
da rimanere nell'ombra dell'eccelso,
del magnifico che diventa eterno.
Premestruale
come un male infetto
prima dell'aborto.
Prendere o lasciare

 
 
 

La stanza dei balocchi

Post n°811 pubblicato il 30 Luglio 2014 da antropoetico

Capo chino,

sfilando a lato vicino al muro

torsione nell'inchino.

Piegato in osmosi dell'impuro

lascio che passi il manichino

col suo passo deciso, sicuro.

La luce si spegne nella stanza dei balocchi,

luogo di giochi e sorriso biricchino

e vita brucia nel legno inanimato,

accende fiaccolate di pensiero

costruendo respiri dalla plastica.

Il gioco è la molla

che schioda e muove ciò che si scolla.

Giocattoli veri in un mondo di finzione

capaci di meccaniche emozioni.

 
 
 
 
 

Il cuoco alla corte del re ep. 07

Post n°809 pubblicato il 30 Luglio 2014 da antropoetico
 

Ermanno scese e girò la chiave nella serratura chiudendo i battenti, risalendo poi velocemente al suo posto di guida. Il maresciallo aprì un varco alla comitiva, spingendo con il cavallo le persone a spostarsi a destra e a sinistra della comitiva e non appena il re si fu accomodato in carrozza, quegli uomini presero la strada di ritorno verso la capitale. Per Ermanno e Angela cominciava una nuova esperienza profonda di vita.

 

Capitolo 2 il viaggio verso Villamonte

 

Circa mezz’ora dopo la partenza, Paolo scalò la sua posizione fino ad arretrare nell’ultima fila. Aveva in testa Angela, quasi fosse rimasto stregato dall’innocenza dei suoi occhi. Si guardò intorno, alcuni dei suoi compagni di ventura nascondevano sotto i baffi e la barba l’accenno di sorriso. L’amore, evento straordinario tra due anime e due corpi, come al solito, per gli altri, finiva per diventare oggetto di divertito ludibrio. <<Tutto bene signorina?>> chiese a quella meraviglia di giovanile femminilità. <<Adesso sì, mio cavaliere>> <<Buona giornata anche a lei Ermanno>> <<Che Dio benedica le vostre spade, Moschettiere>> Paolo sguainò la spada <<Anche se non mi benedice, nessuno vi toccherà o vi farà del male, lo giuro nel nome del mago della terra!>> Angela, sorrise e piegò lo sguardo verso i piedi, le sembrava così buffa la sua espressione dipinta in volto. <<Paolo, ci metteremo molto a giungere a Villamonte?>> <<Cuoco, almeno tutta la giornata e parte della notte, arriveremo intorno allo scoccar della mezza notte>> <<La strada è piena di briganti in cerca di denari e ricchezze, incerta la via, meno male che ci siete voi >> <<La spada vince ogni sortilegio, Ermanno>> <<Speriamo, me la cavo con mestoli e pentole, ma non son capace di duellare né di usar la polvere da sparo, al massimo posso uccidere qualcuno con i miei intrugli>> Paolo si mise a ridere, dando una carezza alla fluente criniera del suo cavallo nero. <<Non è il tuo compito, a tirar di spada ci penserò io assieme ai miei compagni di ventura, lo farò ancora meglio visto il carico prezioso che custodiamo>> <<Capisco, la famiglia reale è davvero un tesoro da difendere con massima forza e cura>> <<Cuoco, loro e non solo!>> Paolo colpì con i talloni i fianchi del suo puledro, sventolando il cappello piumato in aria e si allontanò, veloce come il vento. Ermanno rimase un tantino perplesso dalla risposta e chiese alla figlia di dargli spiegazioni di affermazioni di tal sorta. <<Nemmeno io so dirtelo>> rispose lei, nascondendo alla mente del padre ciò che nel suo cuore era chiarissimo. Paolo stava parlando di lei e il suo istinto femminile glielo diceva a gran voce. La corte del re si mise in moto lungo la strada sterrata, lentamente. Davanti due uomini a scrutar eventuali problemi e dietro altri due per esser sicuri di non avere alle calcagna nemici e trafficanti. Questa era la prassi militare per tutelare la sicurezza dei re e del carico. Tutto sembrava trascorrere serenamente nella tranquillità del giorno soleggiato che rendeva onore alla bellezza del regno su cui vigevano le leggi e i decreti di Filippo Anacleto. Ma era solo apparenza, fin dal momento della partenza da Caluzzo, occhi indiscreti seguivano le loro mosse. La lotta per il potere spingeva, in quei giorni, molti baroni a non essere d’accordo con le politiche del re. Essi avrebbero visto di buon occhio sul trono un loro esponente. Assoldare uomini senza scrupoli e soldati mercenari non era mai stato un problema ed è proprio ciò che avevano fatto. Chi guidava la “loggia segreta dei baroni” era il cugino del re, Massimo degli Amiotti, erede di un patrimonio terriero talmente vasto da essere bagnato dai due mari che lambivano le spiagge a oriente e occidente del regno. Alle costole del re, pronto a intervenire, c’era Luigi de Bersane, suo braccio destro, <<E’ arrivato, padrone>> <<Il colombo dal Castello Rossolambro?>> <<Sì>> <<Portamelo, allora>>. Il servitore uscì e tornò immediatamente consegnandoglielo nelle mani. Luigi slacciò il fiocco che teneva legato il messaggio alla zampa sinistra del pennuto e srotolò la risposta. Solo una parola “Attaccate ”. Era l’ordine atteso e non si poteva indugiare oltre. Luigi de Bersane mise in fila i tagliagole che aveva assoldato <<Uomini, pronti all’assalto, coprite il vostro volto e le vostre vergogne, dieci denari d’oro a chi mi porta la testa del re, cinque per i due figli>> <<E la regina? Cosa ci darai per la regina?>> <<La regina sarà vostra, prenderete la sua carne fino a soddisfacimento, la possederete, tenendola come cagna per qualche settimana e poi la porterete al padrone>>. Luigi disponeva di venti uomini contro i dodici della scorta del re e aveva inoltre il vantaggio strategico di poter scegliere dove compiere l’attacco. <<Dobbiamo superare la comitiva e aspettarli al bosco di “nero pesto”, salirete sugli alberi armati di balestre, quando saranno sotto di voi lancerete i dardi colpendone il più possibile, la spada lasciatela per ultimo, i moschettieri sono maestri, state lontani dalle loro punte affilate>>.

 

 

 
 
 

Scarto di sartoria

Post n°808 pubblicato il 29 Luglio 2014 da antropoetico
 

Nobile tessuto di raffinato ricamo

impreziosito dalla seta di provenienza

pronto per il capo sopraffino.

L'attesa, con gioia, della forbice

che ne ritagli la sagoma

rifilando il modello immaginato.

Il taglio che divide il nobile portamento

e relativo connubio con scarpe e papillon

passa vicino e induce nella scelta.

Tessuto pregiato diventa scarto di sartoria

tagliato via dal corpo del vestito.

E' bastato uno zac a recidere il filo del destino

lungo la lama del sarto.

Semplice scarto di sartoria

giusto buono per il rammendo

fino a metterci una toppa

buttato nel cesto multicolore

di ciò che appare, subito, inutile.

Restando nell'angolo in attesa dell'artista,

di un novello arlecchino su cui esser cucito

con altri rammendi, aspetti una mano che ti raccolga

Semplice chiazza di colore

sfilacciato nel poco utilizzo.

Quale sarà la mano di ago e cucito

che riporterà in vita

 ciò che resta del vissuto?

 
 
 

L'attimo senza fine

Post n°807 pubblicato il 24 Luglio 2014 da antropoetico
 

Il tempo,

mentre la vita ti affianca e sorpassa

e tante domande svaniscono nel nulla.

Chiudere i pensieri dietro i portoni del cuore

e lasciarsi diventare castello abbandonato.

Rovine su cui solo fiori lontani dai campi

dell'amore trovano casa.

Pietre, cui basterà l'acqua,

giorno dopo giorno,

in un lento consumare

per tornare senza forma.

Sono le fratture del cuore

ad aprire il varco da cui volano via i sogni

portati lontani dal vento.

Sarà il sole della realtà

a rendere manifesto il destino

di ogni casa, di qualunque roccaforte.

Il tempo si dilata nel male

assumendo la forma dell'eternità

mentre, mentendo, s'accorcia nella gioia

perché non vi è felicità che duri

l'attimo senza fine.

 

"Ascoltando Private Investigations"  https://www.youtube.com/watch?v=P9K27HvhDxA

 
 
 

Buio

Post n°806 pubblicato il 23 Luglio 2014 da antropoetico
 

Ti avvolge, ti accoglie, ti cancella.

Il buio ha un suono, quello del silenzio.

Notti dove niente è visibile se non il pensiero

che danza nella testa.

Sai d'esistere, di essere lì sul letto

ma non vi è barlume di luce.

Ci sei tu, nero come il nero circostante

in una condivisione di spirito e corpo.

Buio pesto in un mondo cancellato

che puoi solo percepire con il ricordo.

Quadri appesi che nessuno può vedere

mentre le gente dorme.

Tu sei sempre lì con gli occhi aperti

e le mani dietro alla testa a fare da cuscino.

Ti fondi con il corvino dominare

e questo non contare nulla impera.

 
 
 

Sconcertante

Post n°805 pubblicato il 23 Luglio 2014 da antropoetico
 

Sconcertante. L'unica parola perfettamente coerente ed esplicativa del periodo storico che stiamo vivendo è questa. Sconcertante dal punto di vista culturale, esistenziale e non certo solo da quello economico. Un'apocalissi ( nella variante più catastrofica del termine) capace di cancellare in un solo colpo passato e futuro. L'Italia di un tempo, quella del talento in ogni campo, del benessere economico, dominatrice nel calcio come nello stile, nella cucina quanto nell'industria, di colpo si ritrova sulla via dell'Africa diventando di fatto l'ultima frontiera del terzo mondo. Da paese d'immigrazione, ricco d'opportunità, siamo diventati semplicemente la frontiera, la terra di mezzo, dove molti sono costretti a transitare per raggiungere il nord dell'Europa, la "nuova america" dove tentare, con fiducia la fortuna. Un terra dunque, sempre più di nessuno, con imprese in fuga, giovani costretti ad espatriare, negozi desolatamente vuoti, attraversata da frotte di disperati e delinquenti che non portano nulla, nessun valore ma, al contrario, fagocitano le ultime poche risorse rimaste. Inevitabile l'aumento dei reati dal furto per fame all'occupazione abusiva di alloggi. agli stupri. Un paese che appare, ormai, indifeso, alla mercè di chi non ha nulla da perdere e che proprio per questo se ne infischia delle leggi, della morale, della nostra cultura ma, anzi, pretende d'importare la sua. Gente che non viene qui per integrarsi, per armonizzarsi ma, al contrario, con la pretesa di disintegrare i cosiddetti valori occidentali. Africani, arabi, orientali, europei dell'est, ormai in così grande numero che è impossibile non sentirne le lingue incomprensibili nell'arco della giornata. Odori, sapori, abitudini che non rappresentano certo un miglioramento della qualità della vità ma uno schiacciamento verso il basso. Il valore della tolleranza trova il suo corrispettivo nel rispetto da mettere sul piatto della bilancia ma non avviene così. Sempre più si avverte il disprezzo, la voglia di prevaricare man mano che nelle città si formano i ghetti, quello dei neri, quello dei cinesi e così via. L'accoglienza non può essere ad oltranza, senza nessun limite perché a quel punto si trasforma in invasione incontrollata. Non si può continuare a regalare 35 euro al giorno a un disperato scappato dalla Libia a motivo della sua condizione, seppur deprecabile, mentre ci sono gli italiani che s'impiccano perché non riescono a pagare Equitalia. Non si può accogliere tutti senza adeguate verifiche di chi essi siano nel loro paese d'origine visto che, con i "miserabili" per condizione imposta dalla guerra, arrivano delinquenti della peggior specie. Insomma, l'ospitalità è opportuna, quando si è nelle condizioni migliori per offrirla ma, davanti allo scenario italiano di crisi, diventa un insopportabile schiaffo a chi ha sempre cercato di comportarsi bene, di "tirare avanti" con dignità, di creare opportunità per i propri figli. D'altronde la crisi è ben lungi dall'essere vicina al suo termine. Tutti i dati dimostrano l'esatto contrario: Il debito pubblico continua a salire, toccando nuovi record ( + 25 miliardi solo nel primo semestre 2014 ) nonostante lo Stato abbia tartassato su tutti i fronti: Benzina, iva, casa, servizi, bolli e accise varie. Da una parte il lavoro non c'è per i dipendenti o aspiranti tali e dall'altra aprire un'attività in proprio oggi appare sempre più una follia suicida a partire dalla burocrazia fino alla tassazione, assurda nella maggioranza dei casi. Un piccolo imprenditore deve rischiare tutto quello che ha mentre ormai le persone stringono la cinghia, tirano i remi in barca e le istituzioni non fanno altro che dargli dell'evasore.  Sconcertante ciò a cui stiamo assistendo. Appare evidente l'assoluta incapacità di formulare le ricette giuste per ripartire da parte della nostra classe politica che ha parlato, parla e continuerà a parlare molto ma che non ha saputo fare niente di concreto. Quale futuro possiamo immaginare? Che ne sarà di un giovane, una volta arrivato a quarant'anni senza aver mai lavorato? Oggi magari se la cava ancora, vivendo con la pensione dei genitori ma che farà alla soglia dei "suoi"sett'anni? Che mondo sarà questo con sempre meno italiani e sempre più stranieri? Quali lavori potranno sostituire quelli che non torneranno più? In questo paese sempre meno "Italia" il futuro mette i brividi.

 
 
 
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