Creato da amnerisdgl1 il 11/09/2011

DIVERSA-MENTE

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Sul cubo...

Post n°5 pubblicato il 19 Settembre 2011 da amnerisdgl1

Riccardo, poco più di 20 anni, da violinista di una grande orchestra sinfonica, era andato a far l'uomo-cubo in giro per le discoteche della sua regione. Bèh insomma così lo trovava il padre quando lo andava a cercare...ballava...pagava da bere a tutti...saltava...rideva...I genitori avevano iniziato a vederlo diverso già da un pò...borbottava a tavola mentre separava e riuniva i cibi nel piatto...cibo che poi non mangiava...comprava mille oggettini inutili che poi buttava in un angolo della camera...aveva incominciato a tardare al lavoro o addirittura a mancare e infine aveva iniziato a vestirsi in maniera eccentrica cambiando ogni paio di giorni colore ai capelli...da verdi a dorati...da rosa ad azzurri...e non sapevano più che pensare...droga o cosa...Riccardo sembrava indemoniato... consumava soldi e notti in giro con occasionali amici e spariva per giorni...Consultati diversi medici ricevevano sempre risposte sul lasciare in pace un ragazzo ormai maggiorenne..."Lasciatelo fare...vorrà sfogarsi...una vita a studiare...del resto è abbastanza grande da gestire la sua vita...se poi perde il lavoro...bèh peggio per lui...imparerà che non è tutto facile..." Già...tutto facile per un ragazzo che finiti i suoi soldi andava a racimolarli chiedendo e minacciando i genitori e i colleghi di lavoro di prostituirsi. La mamma..."Eravamo disperati...abbiamo finito i risparmi e ancora abbiamo debiti...ma non ci siamo arresi...perchè almeno volevamo capire..."Già capire...capire che Riccardo era malato di Disturbo bipolare...Medici competenti e terapia col litio, in due mesi lo hanno riportato tra i vivi spengendo la sua fase maniacale. "Mi sentivo onnipotente...mi sentivo in paradiso...racconta Riccardo" La mamma..."Siamo stati fortunati...anche se ha perso il lavoro e deve ricominciare tutto da capo...Ma se penso a quanti ragazzi son buttati per strada e magari sono solo malati..." E piange...

 

 

tratto liberamente da"Storie di ordinaria resurrezione(e non)" di Serena Zoli 

nb.i sono nomi sono stati cambiati...Per amore di verità potreste andare a leggere direttamente il libro.

 

 
 
 

Quando stavo bene...

Post n°6 pubblicato il 21 Settembre 2011 da amnerisdgl1

Tra il 2000 e fino a parte del 2002 stavo praticamente bene...E per me stare bene significava stare tutto il giorno in camera e a letto. La camera l'abbandonavo solo per far coricare marito, quindi la notte la passavo in soggiorno e pure la notte mi occupavo di me...doccia capelli creme smalti...Per mangiare, mangiavo quello che trovavo o che mi preparavano, altrimenti andavo tranquillamente avanti con latte di soia, caffè solubile e biscotti. Insomma a modo mio non mi trascuravo e passavo il tempo. La cosa che mi sconvolgeva era che dovessi anche solo per un giorno cambiare le mie abitudini. Se dovevo uscire...magari mi chiedevano di provarci, oppure c'era una ricorrenza, oppure la visita mensile dagli psichiatri...era un'impresa dover abbandonare il mio mondo e poi...di giorno non riuscivo a prepararmi...lavarmi era un incubo...mi venivano gli attacchi di panico...non riuscivo a muovermi e piangevo piangevo...se riuscivo ad entrare in doccia, finiva sempre che consumavo l'acqua calda, prendevo freddo e rimanevo con la schiuma addosso...Non so che sortilegio subissero rubinetto e sapone...ma di giorno l'acqua non si miscelava bene e il sapone sembrava poco e allora ne aggiungevo altro e poi altro...Così la maggior parte delle volte restavo in casa. Solo ogni tanto avevo un lampo di predisposizione naturale che mi concedeva di fare apparizioni tra familiari e amici, per poi sparire di nuovo. Nel mio rifugio avevo tutto quello che mi serviva...libri quaderni musica e poi me stessa...Che facevo? Parlavo da sola...anzi parlavo con me e con le persone che in quel momento, facevano parte della mia vita e vivevano con me delle storie, quindi non potevo proprio dire di essere sola.

Quelle poche volte che uscivo mi portavo dietro tutti i miei "amici", ma dovevo tenerli nascosti e zitti per un pò di ore, mi salvava la comprensione per il mio stato e così c'era sempre una camera e un letto pronti ad accogliermi. Quì riprendevo fiato e mi addormentavo seguendo il filo dei miei soliti pensieri. Quando non era possibile sdraiarmi, mi aggiravo per l'ambiente dove mi trovavo...il bagno era la prima salvezza...poi se potevo, uscivo all'esterno oppure mi affacciavo...Dovevo trovare comunque un modo per poter mantenere la tensione della storia che stavo seguendo...perchè non è che pensassi che la storia l'inventassi io...no! la storia esisteva già...le persone pure...io servivo per condurle e farle andare avanti, ecco perchè non potevo stare troppo tempo in mezzo agli altri, a quelli che, parenti o amici che fossero, mai e poi mai avrebbero potuto fare parte delle mie trame. Quelli erano estranei che più disturbavano che servivano, ed era una fatica incredibile stare attenta a non sembrare troppo assente quando stavo tra loro, ma ormai erano talmente abituati a vedermi silenziosa e apatica che per la maggior parte del tempo non badavano molto a me.

Le storie erano sempre diverse, ma poi s'incrociavano tra loro e una sfociava in un'altra e così via, per cui la stessa storia la iniziavo diverse volte perchè dovevo cambiare il finale, poi ricominciavo aggiungendo, togliendo, ricambiando...Oggi ricordo un "minestrone" di personaggi e ambienti...da biancaneve a vascorossi...dalle feste di paese allo sbarco in normandia...Ovviamente cercavo di scrivere, di riportare quello che "vivevo", mi sembrava importante tenerne il ricordo, poi magari col tempo, pensavo proprio che ci si potesse fare un film...Però non riuscivo a scrivere a lungo, perchè i pensieri erano troppo veloci e così lo facevo in maniera confusa, ripromettendomi di correggere tutto in seguito. Quello che ho trovato infatti quando ho frugato tra miei vecchi quaderni, son state poche righe incomprensibili per contenuto e forma che continuavano in linee ondulate. E poi cantavo...cosa e come non me lo ricordo proprio...se cantavo ascoltando musica e quale musica o se andavo a "memoria"...ma credo che spesso inventassi perchè mi dispiaceva di non saper trascrivere in note quello che sentivo nella mia testa... Sì stavo bene...non avevo da preoccuparmi di niente e nessuno...avevo il mio mondo...Mondo che si sarebbe sfaldato presto per rivelare una faccia meno rassicurante e che mi avrebbe portato a sentirmi davvero folle...perchè fino a quel momento non mi consideravo proprio per niente strana...

 
 
 

Tanto per parlare

Post n°7 pubblicato il 22 Settembre 2011 da amnerisdgl1

Quando mi chiedevano cosa poteva avermi causato la depressione, io invariabilmente rispondevo che non lo sapevo...anzi che veramente non c'era niente che potesse spiegarla. E questa, per anni, è stata la mia risposta. Son riuscita ad analizzare i fatti della mia vita solo dopo il "miracolo" operato dal professore e dalla sua cura. Solo quando ho ripreso a star bene, solo allora ho avuto modo di andare indietro nel tempo, e riuscire a vedere tutto quello che mi aveva disturbato, bloccato, fatto soffrire togliendomi coraggio, autostima e voglia di vivere. Anno dopo anno, senza saperlo, mi son trascinata dietro questo fardello, che diventava sempre più pesante, tutto si aggiungeva, anche le cose che sembravano essere banali. Odio ancora oggi chi dice..."non fa niente"..."cosa ci vuoi fare"..."pazienza"... Odio questa superficialità nei confronti degli altri, questa incapacità di mettersi nei panni degli altri, salvo dare in escandescenze quando invece è il loro modo di vivere e le loro opinioni ad essere messe in discussione. Sono queste le persone che ho incontrato sulla mia strada e che, più o meno inconsapevolmente, mi hanno dato tanti "stop".

Alla fine comunque son riuscita ad esaminare tutti i miei "buchi neri" e ho cercato di colmarli, anche se certe cose non si possono recuperare, ho cercato il modo di elaborarle in maniera da poter affrontare nel modo giusto situazioni simili . Ma ho avuto nuovamente "stop" e delusioni e proprio dalle persone che non sapevano che dirmi "datti da fare...reagisci..." Io ho reagito ma ho sbattuto su muri di gomma e ripetutamente, e mi son dovuta arrendere. Le cose non cambiano solo perchè lo vuoi tu, c'è un mondo di "altri" che interferiscono sulla tua vita. E lo facessero per migliorare la loro, per averne un guadagno...no...quello che ci ricavano, quello di cui si accontentano è poter restare nella loro piccola nicchia di comodità e pigrizia. La loro paura di cambiare un'abitudine, andando oltre la banalità li tiene ancorati alle solite sicurezze. Sono quelli che appunto sanno solo dire e ripetere come dischi inceppati, "non fa niente", "cosa ci vuoi fare" e "pazienza". Sembra assurdo che io, che ho desiderato e ancora spesso desidero morire, voglia combattere per non perderla questa vita, ma senza subirla, anzi trasformandola in qualcosa di eccezionale. Le forze purtroppo scemano, scontrandosi con la realtà della malattia e mi ritrovo ogni volta a dover iniziare tutto da capo e inevitabilmente sola. Già, perchè in fondo il problema è e resta questo, la solitudine. La difficoltà di interagire con gli altri, ma sopratutto la difficoltà di essere capita o solo accettata con i limiti dati dalla patologia stessa. Quì il muro non è più di gomma , ma di cemento.

Il mio discorso però non voleva essere questo. Quando ho iniziato a scrivere non avevo intenzione di arrivare a questi argomenti, ma devo ammettere che ho ancora tanta rabbia dentro per quello che non ho avuto, per quello che ho perso, per quello che non potrò avere più. E se ripenso a tutto quello che anche inconsapevolmente mi è stato negato ecco che farei le valigie, girerei le spalle a tutti e me ne andrei...Dove? La necessità è andar via...solo andar via...Del resto ogni volta che ho una crisi o di depressione o di mania sto solo esprimendo la mia voglia, anzi il mio bisogno di "andar via" da una vita che non mi piace. Io, e credo che come me tutti i cosidetti pazzi, non possiamo dire...non fa niente...che ci posso fare...pazienza...Abbiamo bisogno di capire il senso delle cose e rifiutarne il non senso. Le ali che non possono volare si atrofizzano e conducono a morte chi le possiede...come potrebbe sopravivvere un' aquila senza volare...Così moriamo dentro ogni giorno in cui ci viene impedito di volare. E se questo mondo non è proprio fatto per noi, esistono solo due modi per lasciarlo...morire o rifugiarsi nella propria assurdità. Del resto in entrambi i casi non servono bagagli...ci si può andare nudi. Ecco adesso...proprio adesso vorrei andar via...aprire la porta e lasciare indietro non fa niente e cosa ci vuoi fare e pazienza. Del resto a me serve poco...un paio di libri, i miei quaderni e un bel pacchetto di penne.

 
 
 

solo due parole agli amici

Post n°8 pubblicato il 26 Settembre 2011 da amnerisdgl1

Oggi è una giornata no...no in tutti i sensi...Stamattina mi sono arrabbiata  perchè non mi piaceva la mia faccia, ma ho deciso comunque  di occuparmi di me stessa...un bel paio di forbici e mi son sistemata la frangia e poi un ciuffo e poi un altro...mi son fermata in tempo prima di trasformarmi la testa come quella di una condannata al rogo. Domani Marina metterà tutto a posto con le sue abili mani e i miei capelli ritorneranno in ordine. Visto come è facile. Mi dispiace però di non potervi rispondere...mi avete scritto in tanti...ma per adesso non riesco...forse più tardi...ho molto sonno perchè ho preso una compressina di tavor...ma devo dormire per non pensare...sono molto molto stanca...buona serata a tutti

Però metto dei fiori...Antonella se passi di quà sono per te...Auguri!

 
 
 

Intermezzo

Post n°9 pubblicato il 01 Ottobre 2011 da amnerisdgl1

 

Non ricordo...non ricordo in quale preciso periodo ho ripreso a stare bene e  quando tutto è tornato come prima...ricordo solo quando tutto è finito...era la fine di gennaio del 1996. Questa ripresa di vita normale è durata più o meno un anno e mezzo, periodo in cui son tornata a lavorare. Mi sembra ieri...il mio reparto con le porte tinteggiate a vernice, la cucina col grande tavolo dal ripiano di marmo, la guardiola, gli studi medici...tutto così come era dagli anni '40. Adoravo il mio lavoro...Posso dirlo? stavo da dio...Non mi stancavano i turni, le urgenze...tutto era facilmente risolvibile e io scivolavo tranquilla come su un nastro di seta...La vita fuori andava ugualmente bene...amici, parenti, feste, le recite all'asilo di Lilla, le giornate in spiaggia...ricordo che sorridevo sempre sempre sempre. Quando a dicembre del '95 incominciai ad organizzare per il Natale ero particolarmente euforica ma nessuno si rese conto che esageravo. Incominciai a spendere e ad avere 1000 idee...nuovi addobbi per l'albero e la casa...regali e regalini per tutti anche per i miei colleghi. Ecco adesso ho un vuoto su come trascorsi le feste...poche cose...che l'albero non venne granchè bene e che i regalini per i colleghi non li preparai ma che non me ne importava niente. Questo periodo mi sembra additrittura precedere il periodo di lavoro che invece ancora oggi sembra sia appena passato. Ricordo però la sera del 31 dicembre...evidentemente avevo lavorato a Natale e facevo festa a Capodanno. Festa...volli rientrare a casa da...non so da dove...prima della mezzanotte...pensavo che fosse una sciocchezza festeggiare e non mi curai della tristezza di Marito e Lilla, così mi misi tranquillamente a letto a leggere un giallo di Agatha Christie e non mi curai di niente. Il 2 gennaio rientrai a lavoro, ricordo che ritirai i referti per il test obbligatorio sull'epatite, poi il crollo, erano le 6 di mattina, ero in turno ma da quel giorno non rientrai più a lavorare in ospedale.Tutto quello che so da quel momento in avanti è per la maggior parte raccontato o sottolineato da diverse foto. Non c'ero più...ho solo qualche flash su alcuni avvenimenti...So che ero particolarmente insopportabile, ricordo l'acquisto di una larga sciarpa rossa per la quale feci diventare matto Marito, e poi volevo sempre cambiare medico e polemizzavo su tutto. Iniziai con 3 ricoveri nella stessa clinica privata, dovevo essere in fase maniacale con punte di depressione rapide sia nell'arrivare che nell'andare via, pare che diverse volte avessi telefonato a casa dicendo che uscivo per andare al bastione a buttarmi di sotto. Fu la prima volta che mi diagnosticarono il disturbo bipolare e mi diedero il litio. Alla fine Marito mi portò via visto che i medici non garantivano di trattenermi se volevo uscire. Così finii in Clinica psichiatrica dove incominciai esami e terapia in day hospital. Ecco di questo periodo ricordo il dottorino con gli occhiali a montatuta nera, mi faceva sempre compilare lunghi questionari dove mi si chiedevano un sacco di stupidaggini, e scriveva lunghi papiri in maniera incomprensibile. Lo trovavo particolarmente antipatico e ci litigavo, gli dicevo che non capiva niente e lui, con molta professionalità, mi diceva che ero isterica. Un giorno dovetti arrabbiarmi particolarmente perchè rientrando a casa aprii la portiera e tentai di buttarmi giù dalla macchina in corsa. Così finì anche questa esperienza per iniziarne un'altra alla Farmacologia Clinica del Dipartimento di Neuroscienze, sempre in day hospital, ma pare che me ne volli andare anche da lì per farmi seguire da un medico privato. Con questo pasticcio di vita arrivai all'aprile del 1998.

 
 
 

Analisi pił o meno logica

Post n°10 pubblicato il 03 Ottobre 2011 da amnerisdgl1

Credo sia il caso di dire del come e perchè questo blog. Non che sia poi così importante, ma serve per togliergli un pò di pesantezza. Stavo attraversando il mio ennesimo periodo nero di umore sballato, un pò maniacale e molto depresso, stavo malissimo ed ero alla ricerca di un modo per uscire un'altra volta fuori dalla mia crisi, così ho deciso di scrivere di questo mio stato cronico di persona affetta da Disturbo bipolare per cercare di scaricare la tensione. Certamente ero arrabbiata come non mai, sopratutto con me, per non saper gestire il mio umore e il mio conseguente comportamento, cosa che mi ha fatto combinare diversi guai, più o meno grossi e irreparabili, per questo in particolare sottolineo anche il fatto che il giudizio che si ha per una persona con un problema psichico, o con una patologia psichiatrica, è sempre negativo. Non si considera la malattia che influisce sul carattere e sulle azioni , ma si considerano solo gli errori così come si considererebbero per una persona, diciamo, normale. Insomma quello che sei , quello che appari, non viene inquadrato all'interno del problema malattia ma viene attribuito alla tua volontà e quindi se agisci male non ci sono scuse che tengano e di conseguenza non devi aspettarti nessuna giustificazione. Proprio per questo ho vissuto una situazione che mi ha fatto star male per non esser stata capita e scusata. Ma va bene, questo non importa più, è invece più importante sottolineare come questa incomprensione esista per tutti "i matti" come me e avevo interesse a parlarne per far entrare anche qualcuno di voi nella comprensione dei problemi psichici, che vanno considerati alla stregua delle altre patologie, patologie che riguardano stomaco, arti, pelle...ecco anche il cervello si ammala e non bisogna demonizzare i farmaci, nè liquidare la cosa solo con interventi psicologici. Del resto depressione, manie e comportamenti compulsivi possono manifestarsi anche in chi ci sta vicino ed è importante conoscere sintomi e comportamenti  per poter intervenire e trovare al più presto una soluzione.

 

Volevono spiegare anche come parlando di me e della mia storia, io sono al centro dell'attenzione in maniera eccessiva e tutto il resto mi ruota intorno, come se esistessi solo io. Non è mania di protagonismo nè di commiserazione verso me stessa, come tutti ho il periodo del "il mondo non mi capisce", ma è proprio che entrare nel disturbo bipolare, come in qualunque sindrome o patologia psichiatrica, ti mette al centro di un universo diverso dal quello dove stanno gli altri, non c'è la capacità di vedere nell'altro i problemi, se non in minima parte, ed è inevitabile invece vedere, sentire, pensare solo a sè stessi. Del resto si soffre così tanto e sopratutto in maniera incomprensibile, che tutto, corpo e mente, si ripiegano nel "dentro" dell'individuo.

 

Dico tutto questo perchè in fondo non voglio apparire come una persona particolarmente pessimista e triste, asociale e antipatica, che sta sempre a lamentarsi e a piangere su se stessa. Tutto sommato quando sto bene mi si può frequentare senza la paura che salti addosso al prossimo per "sbranarlo"! E volevo arrivare quì...proprio quì per dire che il periodo nero è passato e sto finalmente e nuovamente bene. Spiegarvi come ci si sente è un capitolo a sè...ma diciamo che ad un certo momento mi son ritrovata senza dolore...senza quel dolore esistenziale che schiacciava le mie giornate. Ed ora sto bene...bene come un pisello nel baccello...o come un bimbo con la mamma...o come una tigre beatamente addormentata...

 

 

 
 
 

Le voci

Post n°11 pubblicato il 07 Ottobre 2011 da amnerisdgl1

E' del 2 di questo mese una notizia raccapricciante...E' domenica mattina, in una chiesa di Viareggio c'è la messa, all'improvviso un uomo seduto in fondo alla chiesa, si alza e SI STRAPPA GLI OCCHI!!! In mezzo allo shock generale, viene soccorso e ricoverato in ospedale dove subisce un intervento chirurgico per bloccare l'emorragia. A nulla serve però che gli infermieri raccolgano e conservino gli occhi in soluzione fisiologica, perchè è impossibile riimpiantarglieli, purtroppo resterà cieco. Trasferito poi nel reparto psichiatrico l'uomo fornisce le sue generalità, era già in cura per problemi psichiatrici, cura che probabilmente ha interrotto; lucidamente aggiunge" è stata una voce che mi ha detto cosa dovevo fare..." La cronaca racconta come al momento del fatto fosse così agitato da dover essere tenuto da quattro uomini..."sembrava indemoniato"...precisa il parroco...

Le voci...sentire delle voci...un fenomeno assai frequente nei malati psichiatrici, che per secoli ha avuto come rimedio solo preghiere e acqua santa. Senza voler togliere nulla a queste pratiche religiose, certo è che i risultati sono stati sempre scarsi, non per niente i manicomi erano pieni di malati veramente pazzi! persone con un'enorme sofferenza aggiunta anche al senso di colpa di essere "cattivi" tanto da esser stati preda del demonio! Ancora oggi restano pregiudizi del genere che spesso tengono nascosti malati e familiari, ancora oggi in cui è possibile porre rimedio definitivo a quelle che sono solo allucinazioni.

Tre brevi storie

Sara è una giovane donna, sposata, con due bambini, ha un lavoro soddisfacente, è colta, razionale. Arrivò imbarazzata da un'amica a raccontarle che era un anno che sentiva delle voci. Le voci le ordinavano di fare cose banali...spegni la tv...sposta la sedia...preparati per uscire...La vergogna l'aveva bloccata e non ne aveva parlato con nessuno decidendo di risolvere la cosa da sola. Aveva quindi contattato una sensitiva con la quale parlava quasi tutti i giorni e della quale seguiva scrupolosamente i consigli come preghiere e visite in chiesa. Aspettava con pazienza che le voci sparissero, quando incominciarono ad arrivare le bollette del telefono con cifre sempre più alte. All'inzio riuscì a pagarle, poi fu costretta a rivelare tutto al marito. Abbandonata la sensitiva, il marito stesso l'accompagnò da un prete. Sì, era assodato...era il diavolo che le parlava...era indemoniata, così ricominciò con preghiere e visite in chiesa, ma le voci ancora non se ne andavano. L'amica la trascinò dallo psichiatra e in capo ad un paio di mesi le voci sparirono così pure la depressione, che nel frattempo era comparsa. Ancora oggi Sara ammette che la paura di esser presa per matta l'ha portata ad un comportamento assurdo...Ora sa che dovrà tener conto della sua rivelata fragilità.

Jessica adesso sta bene, ma anche se ha 30 anni vive ancora con i suoi genitori; purtroppo ha bisogno di avere intorno la sua grande e amorevole famiglia, non potendo neanche lavorare. Aveva 18 anni quando le diagnosticarono la schizofrenia. Sentiva delle voci, aveva crisi di depressione, di panico, bulimia, passava la notte a farsi la doccia fredda... All'inizio non riconosceva nemmeno i suoi familiari, e cercava di scappare pensando che la volessero uccidere, così pure tentava di evadere da tutti i luoghi di ricovero e se arrivava ad un telefono chiamava il 113 dicendo che l'avevano rapita. Anche quando riprese a riconoscere i suoi, mantenne l'idea che il padre non fosse il suo ma quello di una famosa attrice, diceva a tutti...questo è il mio padre finto...e così per due anni. Dovette purtroppo cambiare spesso terapia e medici prima che le riconoscessero il disturbo bipolare e riprendesse a star bene, ma dopo quasi 10 anni di terapie sbagliate, sono rimasti degli strascichi, come la fragilità fisica, come il bisogno di essere consigliata anche nelle scelte più banali, come la presenza ancora delle voci. Jessica le controlla finchè restano in sottofondo, ma ogni tanto deve correggere la terapia. Ma dice che il vantaggio di questa malattia è che quando si è felici, lo si è più di tutti gli altri...

Giulio è un ragazzo semplice, figlio di contadini lavora sodo tanto che i genitori pensano di lasciare a lui la conduzione dell'azienda di famiglia. Ma Giulio inizia a diventare irrequieto, trascura il lavoro e poi inzia a sentire la Madonna, solo sentire, che vedere lo dice solo per far colpo sugli amici del bar. Qualche volta sente anche Dio...Con molta semplicità racconta ai fratelli..."La prima volta era il giorno del mio compleanno..."e cosa ti ha detto Dio?"...Auguri...cosa doveva dirmi?...Una sera poi mi son dimenticato di salutare gli amici e Dio l'ha fatto per me...."E cosa ha detto???"..."E cosa volete che abbia detto...Ciao ha detto...Ciao..." La mamma a sentir di quelle storie non perde tempo e lo accompagna dallo psichiatra. Ma la terapia non fa altro che intontire Giulio, così è necessario cambiare e cambiare fino a trovare il medico che da la terapia giusta. I colloqui col cielo spariscono e Giulio riprende a lavorare, ma resta sotto l'ala protettiva dei genitori e dei fratelli, per la sua fragilità non potrà guidare l'azienda familiare ma niente può pagare il suo ritrovato sorriso.

liberamente tratto da "Storie di ordinaria resurrezione" di Serena Zoli

La storia di Carmela la conosco direttamente, così come conosco e ricordo Carmela che con la gemella Concetta giocava ancora per il corso, quando io già andavo alle scuole medie. Poi l'ho persa di vista e ho risentito parlare di lei quando anch'io stavo male. Concetta s'era sposata, l'unico fratello pure e Carmela era rimasta con la madre vedova. Affetta da psicosi, stava di male in peggio, ogni tanto un ricovero, ma la situazione non cambiava, a casa restava tutto il giorno a letto e pregava...pregava, il rosario sempre nelle mani, pregava per allontanare il diavolo che continuamente le parlava. A chiunque l'andasse a trovare raccontava del suo terrore, e chiedeva conferma di quello che sentiva e di quello che faceva...pregare e pregare e parlava e farneticava tutto il giorno. Un giorno Cristina che già si occupava di assistenza domiciliare per conto della Asl,mi disse che la madre di Carmela era morta, si era ammazzata buttandosi dal balcone, non aveva retto a stare dietro alla figlia. Adesso Carmela è ricoverata in una struttura protetta, ma chissà se sta sempre male...chissà. Questo non ha fatto che confermare la mia poca fiducia negli psichiatri che la seguivano, che ha portato alla disperazione la madre. Eppure Sara, Jessica, Giulio stanno bene e non sentono più le voci e neanch'io oggi sento più le voci. Dire che una o più pastigline abbiano fatto la differenza sembra troppo semplice, eppure è così...nessuna magia...nessun esorcismo...solo la giusta terapia medica e psichiatrica.

 
 
 

A come

Post n°12 pubblicato il 16 Ottobre 2011 da amnerisdgl1

Prima o poi succede...prima o poi ci si arriva...prima o poi si lasciano persone e situazioni e si ritorna indietro ad un prima dove niente era diverso nè peggio di adesso. E ci si allontana pian piano, senza troppo rumore, portandosi dietro quello che si è imparato e qualche ricordo che lentamente sbiadisce nei sentimenti e nelle voci e nelle figure. In fondo è solo tornare a se stessi e mettere da parte quello che forse avremmo voluto ma non possiamo essere. Prima o poi succede...prima o poi si arriva a sapere che non ci si può imbrogliare e che si resta ciò che si, è nel bene e nel male. Si parla di vita...cioè si racconta semplicemente quello che è scritto sui cromosomi. In fondo è tutto questione di chimica e tutto il resto son fantasie per riempire il tempo. Ma prima o poi succede...prima o poi si arriva a capire quello che si sarebbe dovuto capire da subito, già dalle prime volte che ci si è visti allo specchio...che ci si è guardati al proprio specchio. Perchè in fondo quello che può rimandare uno specchio non può essere che vero, o no? Così il tempo scorre e nulla cambia...così il tempo si consuma e si resta immobili a guardarlo andar via...e quando davvero si capisce che non c'è altro...quando davvero si capisce che si ha già avuto tutto, allora succede...succede di chiudere la porta e spegnere la luce.

 
 
 

La pazzia

Post n°13 pubblicato il 11 Novembre 2011 da amnerisdgl1

 

Siamo ad agosto e io sono arrabbiata e aggressiva più che mai, anche se ci sono momenti in cui riesco a chiacchierare e a scherzare, come quando, con mia sorella e mia madre, passo i pomeriggi a guardare foto e a commentarle con ironia, e loro ridono e ridono. E' già da un paio di mesi che ogni tanto esco e abbandono il mio rifugio e il mio mondo, cioè la mia camera e le mie fantasie. Abbandono le mie storie riuscendo a non portarmele dietro, per il resto dormo tutto il giorno e sogno, sogno cose meravigliose... paesaggi, montagne,vallate, mari...

Ormai ho smesso di parlare da sola. E' vero che sono stanca ma il vero motivo è che al mio posto parlano i miei fantasmi e non solo loro. I fantasmi...Ormai sono diventati così i personaggi delle mie storie...storie inventate non so più da chi, se da me o da loro...personaggi che sono diventati inconsistenti, eterei, sfumati e che hanno spento ad un tratto la trame stesse che li vedevano protagonisti. Adesso non c'è più un inizio e una fine, nè un dramma nè un romanzo, tutto è diventato un mondo grigio avvolto da nebbia opaca...una specie di fumo ora denso ora trasparente dove non si distinguono altre forme che ombre più o meno chiare, più o meno scure...Ecco sono loro i miei fantasmi. E poi le voci...Sicuramente sono le loro, ma non so...il fatto è che le sento anche quando loro non ci sono, cioè quando non ho la visione di tutta quella nebbia...Comunque io non parlo più, anche se non dovrei lamentarmi perchè comunque mi fanno compagnia. Le giornate d'estate infatti sono calde e lunghe, le sere non finiscono mai ed è terribile vedere, attraverso le persiane socchiuse, l'ombra del tramonto sui palazzi di fronte. Il caldo mi angoscia e mi toglie il respiro, e a poco serve il grande ventilatore sistemato a fianco del letto e acceso tutto il giorno, riesco a dormire solo dopo grandi pianti e pestate di pugni in testa.

La testa...E'da un pò che dentro ho le farfalle...Le mie farfalle sono bellissime, bellissime e particolari, hanno ali arrotondate così come le disegnano i bambini, ali unicamente di velluto nero con pochi tocchi rotondi di arancio pallido o di verde tenuo, volano maestose, allegre e solari e s'intrecciano sinuosamente senza mai toccarsi. Ultimamente però esagerano, volando sembra che eseguano una danza rituale, come di baccanti ebbre di vino che vanno sempre più veloci...si fermano solo quando mi vedono così disorientata che devo cercare di piangere per sciogliere il nodo alla gola che mi soffoca. Alla fine sono esausta, ormai ricorro a grandi quantità di tavor per poter dormire e poter fermare tutto, ma a volte una compressa non basta e io ne aggiungo un'altra e poi un'altra, fino ad ottenere il risultato voluto. 

Già da un paio di visite ho detto alla dottoressa che la testa mi fa male, ma non riesce a capire, non riesce a capire come io dica che il cervello non è più il mio, ma un'entità che fa per conto suo. E'vero che non ho nessun dolore eppure non so come definire il malessere che sento e continuo a ripetere che la testa, il cervello sono separati da me, ma vengo ripresa perchè non riesco a spiegarmi. Lascio perdere e m'imbottisco in quantità esagerata di tutti i farmaci e non so se dipenda da questo o è solo che deve succedere, ma inizio ad uscire da me stessa...mi sdoppio e mi separo, ritrovandomi a guardare il corpo posto alla mia sinistra...Veramente non so bene se io sono corpo o spirito, o meglio se io che guardo sono anch'io corpo o invece sono spirito, perchè tutto dura pochi istanti e resto confusa...poi sento salire la nausea perchè è come se la testa si stirasse per lo sforzo di separarsi. Ormai incomincio a sentire un peso terribile, un odio per me stessa, per quello che non sono perchè io non sono io. Odio il corpo che vedo allo specchio, odio il nome che ho, e questa energia aumenta, aumenta...è come se avessi una bomba pronta ad esplodere che trattengo e trattengo...

Ormai i fantasmi mi avvolgono con le loro forme opache, le voci parlano tutte insieme in maniera incomprensibile e poi ridono e ridono, e le farfalle invadono volando ogni angolo della mia testa. Mi fanno sentire pazza, anche se poi non impazzisco mai...infatti malgrado tutto reagisco e dormo di meno riuscendo a stare in piedi per diverse ore. Ma dipende solo dall'idea fissa che ho...Ormai è tempo che me ne vada, che spenga la luce, che stacchi l'interrutore...questo mi da la forza di mettere tutto in ordine...cassetti, armadi, oggetti e cianfrusaglie varie...Sì, devo e voglio lasciare tutto in ordine prima di esplodere...

Dicembre 2002

 

 
 
 

senza titolo

Post n°14 pubblicato il 18 Novembre 2011 da amnerisdgl1

 

 
 
 

Le mosche (prima parte)

Post n°15 pubblicato il 16 Dicembre 2011 da amnerisdgl1

Nell'aprile del 2003 la mia psichiatra mi aveva abbandonata e lasciata nelle mani del primario, una professoressa piena di impegni, che aveva poco tempo per seguire i suoi pazienti. Ci rimasi molto, molto, ma molto male...diciamo che, se avessi potuto, l'avrei uccisa. Ma in fondo aveva le sue ragioni: io la cercavo spessissimo e a tutte le ore, la chiamavo al telefono sia in reparto che a casa: stavo sempre male e volevo mi aiutasse perchè avevo fiducia solo in lei. Ormai mi seguiva da tre anni e monitorava, con scrupolo, la mia malattia facendomi compilare dei grafici, attraverso i quali, ogni giorno, valutavo la mia situazione: umore, malesseri e dolori vari, uso e dosaggio di tutti i farmaci, psichiatrici e non. Ormai somatizzivo alla grande, tanto da pensare di avere chissà quante e quali terribili malattie: tra intolleranze alimentari e dolori e bruciori allo stomaco, tra spasmi all'addome e dolori alle articolazioni e ai muscoli e emicranie e cefalee e vertigini, e chi più ne ha, più ne metta. Non mi facevo mancare nulla e i grafici erano un guazzabuglio di scritte, orari, linee e controlinee. Ad ogni visita mensile le portavo questo "papiro", ma non ci ricavavo molto. Così, quando mi ritrovai senza il suo sostegno e la sua pazienza, mi aumentarono le idee suicide e le crisi maniacali.
Allora pensai di allontanarmi da casa per farmi ricoverare in un reparto o in una clinica psichiatrica: volevo stare sola e non pensare, dormire e fare veramente l'ammalata, mi sembrava così di poter stare meglio, del resto non sapevo più dove sbattere la testa. Questa soluzione però risultava difficile, perchè non riuscivo a trovare l'appoggio di almeno uno degli psichiatri della ASL, per loro non ero da ricovero, ma, se proprio volevo essere seguita, mi consigliavano di rivolgermi alla struttura locale che lavorava in hospital-day. Ma io tutto volevo che mettermi a far ceramiche e a lanciare coriandoli alle feste e agli spettacolini che s'inventavano ogni settimana. Finalmente Marito venne a sapere di una nuovo centro per malati psichiatrici, dove si restava ricoverati 24 ore sù 24, come in ospedale, ma si viveva come in una casa-famiglia. Questa volta la documentazione, per il ricovero, riuscii ad ottenerla direttamente e grazie alla direttrice sanitaria della ASL, con la quale avevo lavorato per un breve periodo: conoscendo tutta la mia storia, fu lei a darmi quest'opportunità. (continua)

 
 
 

Le mosche (seconda parte)

Post n°16 pubblicato il 16 Dicembre 2011 da amnerisdgl1

 

La nuova struttura psichiatrica AAAA era ritenuta all'avanguardia, costruita da poco tempo, si trovava oltre la zona industriale della mia città e attorno aveva solo campagna con terreni per semina e pascolo. Il primario era un gran professore che non avrei mai incontrato perchè sempre in giro per congressi e conferenze. Quando, con Marito, mi ci recai ero piena di cartelle cliniche, scartoffie varie e speranza; ma il primo viaggio lo feci a vuoto, il secondo mi servì per avere un appuntamento con il medico, il terzo per conoscerlo, anzi conoscerla, stringerle la mano e avere un ulteriore appuntamento per un secondo incontro, quando avrebbe valutato la possibilità e la necessità di un mio ricovero. Intanto quel giorno stesso un assistente ci fece fare un giro per parte dell'edificio. Anche quì, ahimè, c'erano laboratori per la ceramica, un grande salone con chitarre, tamburi e persino una batteria! mentre all'esterno si trovavano orticelli, una lavanderia, e poi pappagalli, tartarughe, e persino un paio di cavalli. Quello che non vidi mai furono i pazienti.

Era una mattina di primavera, quell'anno la siccità aveva imperversato e l'erba era già di un verde spento, acceso solo da un'infinità di margherite gialle, papaveri e spighe selvatiche. Le conoscete quelle a cui si sfilano i semi e poi si lanciano addosso andando ad impigliarsi sugli abiti? Questo era un gioco divertente che si faceva spesso e non solo da bambini. Lo racconto per dare un'idea dell'umore che avevo il giorno del mio secondo appuntamento con lo psichiatra, infatti ero così contenta per la nuova esperienza che mi accingevo a vivere, che riuscivo persino ad apprezzare il paesaggio che mi circondava. Finalmente mi sarei allontanata da casa, avrei avuto una camera per stare sola e sarei stata circondata da persone simli a me, e per questo avrei sopportato anche di fare fiori di carta e cestini di raffia. L'edificio, che ospitava il Centro AAAA, aveva per porta una grande vetrata e l'ampio ingresso assomigliava a quello di un hotel: difronte c'era un lungo bancone di legno lucido e bianco, dove stava un signore vestito in giacca e cravatta, a destra una scala sinuosa e un corridoio, a sinistra un salotto di poltrone azzurre, con al centro un tavolino di vetro con diverse riviste. Prima di essere ricevuti, io e Marito aspettammo un pò di tempo nella grande hall, le finestre erano spalancate ed entrava il profumo di una precoce estate. Ma non entrava solo quello...(continua)

 

 
 
 

Le mosche (terza parte)

Post n°17 pubblicato il 16 Dicembre 2011 da amnerisdgl1

Dalle finestre spalancate entravano le mosche e tutto l'ambiente ne era invaso! Le volte precedenti ero sicura che non ce ne fossero, ma ora sembrava di stare nel loro regno. Io non ne avevo mai viste tante tutte insieme! Marito si sedette a guardare le poche figure di una rivista, dicendo tranquillo " Dipende dal concime...quà attorno ci sono campi ma sopratutto stalle...". Diventai pensierosa ed incominciai a preoccuparmi, così rimasi iin piedi tra una finestra e le spalle di una plotrona. Marito m'invitò a sedermi ma dissi che non ne avevo voglia. Avete mai visto la scena finale di Psyco del grande Hichcock?...Norman seduto e indifferente, ormai calato nel ruolo della madre, si guarda intorno decidendo di rimanere immobile e di non scacciare neanche la mosca che gli passeggia sulla mano. Io mi vedevo un pò così, certo non avevo lo stesso sguardo pazzo e splendido, ma anch'io restavo immobile e giravo lo sguardo intorno indifferente ma attenta perchè io di mosca, addosso, non volevo che me ne si posasse neanche una. Le guardavo, a me sembrava che ce ne fossero milioni, le seguivo con gli occhi e ad una ad una. Erano dappertutto, sui vetri, sul tavolino, passeggiavano sui braccioli delle poltrone, scorrazzavano sullo schienale. Io pensavo..."Ecco che lì non mi ci posso appoggiare, non posso metterci la mano perchè c'era una mosca...e neanche lì...è appena volata via...più in là ce ne sono due...non posso certo sedermi...all'interno della poltrona ci stanno passeggiando in sette...non riesco neanche a contarle...una arriva e due volano...tre si spostano e quattro arrivano...tre volano e cinque si spostano...": Mi muovevo appena, e solo, quando ne vedevo qualcuna che si posava sulle mie gambe o tentava l'atterraggio sulle mie braccia, poi stavo nuovamente immobile a riprendere i miei conteggi.

 

 

Il tempo passava quando infine il già conosciuto assistente ci invitò a vedere la cucina. Come in tutte quelle degli ospedali ed alberghi, aveva carrelli e stoviglie in acciaio, ormai erano le 11.30 e gli inservienti stavano terminando di prepararli per il pranzo. Lo scrupoloso assistente si entusiasmava a spiegare come i pazienti dovessero alternarsi per servirsi l'un l'altro e per apparecchiere e riordinare. Diciamo che per sentire lo sentivo, ma con lo sguardo seguivo le mosche. Quì ce n'erano di meno ma facevano ugualmente il loro comodo: si appoggiavano sui bordi dei carrelli, sulle pinze e i mestoli, sui piatti e le posate, tentavano anche l'assalto al cibo ma automaticamente una mano le scacciava, "Non potrei mangiare in questo posto...mi dicevo...perchè lì si è appena appoggiata una mosca...adesso sta volando via...e adesso ce n'è una lì...e poi lì...e poi lì...". (continua)

 

 
 
 

Le mosche (quarta e ultima parte)

Post n°18 pubblicato il 16 Dicembre 2011 da amnerisdgl1

Finalmente l'assistente smise con i suoi voli pindarici e ci accompagò nello studio del medico. La dottoressa, dietro alla scrivania, alzò appena il sedere per stringerci la mano. Devo ammettere che mi chiesi se precedentemente l'avesse appoggiata dove anche si fosse appoggiata una mosca, perchè anche quì ce n'erano un'infinità. La finestra era spalancata, le tende la coprivano appena e svolazzavano per quel dolce vento caldo e profumato che arrivava dal sud, notai che non c'era nessuna protezione, insomma nessuna zanzariera a riparare quella donna che già trovavo poco simpatica per quell'arietta sufficiente di chi sa tutto di te e ti giudica senza molta pietà. Iniziò a parlare, Marito rispondeva, entrambi si rivolgevano a me con lo sguardo, io lo restituivo appena, dovevo guardare dove e cosa facessero le mosche. Marito in punta di sedia si agitava un pò e quindi involontariamente le scacciava, la signora nel suo camice immacolato, non sembrava accorgersi di qualcuna che le si appoggiava sulle spalle, sulla scrivania e sui fogli sparsi, passeggiavano tranquille e io cercavo di vedere se sui fogli bianchi c'erano gli eventuali puntini scuri, precedentemente appartenuti al loro pancino. Un tono più aspro mi rivelò che Marito e medico aspettavano le mie risposte, non so cosa dissi, ma credo di aver sorriso beatamente e stupidamente, che la dottoressa, con la sua vocetta nasale, non trovò altro da dirmi che... "Ma cara signora non lo sa che la vita è così?! Non pretenderà che cambi solo per far piacere a lei!...". In quel momento ebbi la conferma che di me non pensasse alcun bene. Comunque continuò soffermandosi sulle inevitabili regole del ricovero e terminò con l'esortazione a decidere al più presto per il sì o il no. La lasciai con la promessa che avrei deciso velocemente e questa volta andando via, finsi di essere impacciata e non le diedi la mano, tanto non l'avrei rivista: in un posto dove vivevano tante mosche, e per di più con e insieme a lei, non ci potevo proprio stare.

L'aria era ormai estiva e il rientro a casa, malgrado la mancata realizzazione del mio progetto, mi fece piacere; passammo dalla vecchia strada provinciale tra case coloniche, campi e boschetti di eucaliptus e mi godetti lo spettacolo di un aprile con la mascherina di giugno. Non tornai più in quel centro d'avanguardia, continuo solo a chiedermi perchè avessero speso tanto per quella specie di reception alberghiera, invece di spendere per delle zanzariere da sistemare alle finestre. Ma si sa... gli scienziati e i professori se si occupano di teste e pazzie non si possono occupare di mucche e concimi e, meno che mai, di mosche e mosconi.

Ps. Per gentile concessione un paio di farfalline hanno accettato di posarsi su questi fogli virtuali, le mosche si sono rifiutate evidentemente imbarazzate od offese...

 
 
 

1998

Post n°19 pubblicato il 16 Dicembre 2011 da amnerisdgl1

Ci sono suicidi invisibili. Si rimane in vita per pura diplomazia, si beve, si mangia, si cammina. Gli altri ci cascano sempre, ma noi sappiamo, con un riso interno, che si sbagliano, che siamo morti.

Gesualdo Bufalino

Era il 12 di aprile. O forse la notte fra il 12 e il 13. Non lo ricordo bene...Ricordo invece il pigiama che indossavo, verde con una stella rosa appiccicata sulla maglia, sgradevole quanto il vago odore di muffa che sembrava avere. Sapevo di sbagliare a non vestirmi con cura, a prepararmi con ordine. Ma non volevo perdere tempo in cose, in fondo, inutili. Non pensavo che a fare in fretta, in fretta, in fretta...In fretta ad ingoiare le mie pastigline bianche e celesti, che mi ricordavano le caramelle comprate al carretto che si fermava fuori alla scuola. Buone uguali. In fretta tutte e giù insieme a grandi sorsi d'acqua...Ecco...fatto, a posto, finito.... Non mi restava che sdraiarmi, ma non per terra, dove avevo urlato per tante notti, ma sul divano a grandi foglie e fiori colorati. E non mi restava che chiudere gli occhi per non riaprirli più...davvero mai più.

La mia angoscia tra porta e parete, uno spazio sempre più corto, sempre più corto. Avanti e indietro, dieci, cento, mille volte. Piango. Con rabbia. Con disperazione. Piango e soffoco la gola per non urlare. Quello che ho perso. Quello che non ho mai avuto e che non potrò mai avere. Perchè? Perchè questa vita? che non mi piace...che non mi piacerà mai e che non cambia...che non riesco a cambiare... Perchè a me? Risposte non ne trovo. Non ne ho. O non ce ne sono. Ecco...forse non ci sono. Non ho niente e se non posso avere niente, me ne vado. E scrivo ridicole parole. Perchè dovrei essere perdonata? Io? Proprio io? Colpevole? e di cosa? Di non saper vivere? Di non saper scegliere una vita a mia misura? Vorrei davvero potervi dire quello che sento e cioè che vi odio. Sì, vi odio. Dove siete stati in tutti questi anni? Spariti. Spariti tutti quanti. E ora sono arrivata al capolinea. Sola e senza di voi. Anche senza di voi. E me ne vado. Certo che me ne vado. E sola. E piango, piango piango...

Me l'hanno raccontato. Dopo. Molto tempo dopo. Quando è stato inevitabile accennarne. Con mezze frasi e ad occhi bassi, voltando le spalle in fretta, cercando altro da dire o da fare. Ma non mi hanno mai chiesto niente. Nè i come nè i perchè. Del resto che importanza potevano avere, ormai il tentativo era fallito ed era meglio dimenticare. Un pò come se non fosse successo. E in effetti...L'ambulanza. Non la ricordo. Il pronto soccorso. Non lo ricordo. La lavanda gastrica. Non la ricordo. "Ancora in tempo" così pare abbiano detto i dottori. Quattro giorni di torpore. Che non ricordo. "C'è l'ha fatta" così pare abbiano detto i dottori. Ma è come se non fosse successo niente. Ma è come se non fosse successo a me. E gli elettroshock? davvero non li ricordo...almeno quelli del primo periodo. Niente, niente, nemmeno il viaggio, l'ospedale, il reparto, le persone che ho avuro intorno. Il peggio l'ho dimenticato. Molto o tutto. Diciamo che ricordo il tanto giusto. E sono ancora quì. Viva o a far finta di esserlo perchè protagonista, forse casualmente, di una storia che non si racconta, che non si raccoglie, che non succede. Che in fondo non è mai successa. E se è successa riavvolgiamo la pellicola.

 
 
 
  

Ciao poeta

Post n°20 pubblicato il 16 Gennaio 2012 da amnerisdgl1

ROBERTO CI HA LASCIATO

 

 

 

 
 
 

2003

Post n°21 pubblicato il 17 Gennaio 2012 da amnerisdgl1

Vi sono notti in cui l'avvenire si abolisce e, di tutti i suoi momenti, sussiste soltanto quello che sceglieremo per non più essere.

Emil Cioran

Era il dodici di maggio. Erano passati cinque anni ed un mese. E quanto contava quel mese! ma bisognava non pensarci più. "Questa volta però sarò bella...mi dissi...e perfettamente in ordine con il mio vestito nero a grandi rami bianchi...". In realtà avrei voluto mettere un abito di chiffon color lavanda, indossato una sola volta, ma che ora mi andava stretto, e non potevo, e non volevo, certo pensare che ci sarebbe stata un'altra occasione. E ormai cosa poteva importarmi se non comunque partire per andare a trovare un cielo diverso. In fretta, in fretta, dovevo solo fare in fretta e mandare giù l'acqua e a mandare giù le mie pastigline, le mie caramelle bianche e celesti...Ma improvviso un flash nella testa...Un lampo bianco che accende e brucia i pensieri... Forse troverò un cielo peggiore di questo...

Sono contenta. Finalmente, dopo sei mesi terribili. Non c'è angoscia e non piango. Anzi rido. Rido e mi sorrido.Sottovoce Senza far rumore. La spuma sui capelli. Il rosso sulle labbra. Il rosa sulle unghie. Gli occhi ombreggiati. Un pò di profumo. Il mio bel vestito e i sandali con il tacco alto. E poi sul divano, seduta comodamente. Ecco me ne vado e son contenta. Le mie pastigline vanno giù piano piano, anche se l'acqua fa un pò fatica a passare e si blocca in gola facendomi male...Un lampo nella testa e un brivido...Mi guardo intorno a cercare da dove arriva questo freddo... Perchè ho freddo, improvvisamente ho freddo. Queste notti di maggio sono calde come se l'estate fosse arrivata troppo presto...eppure ho freddo, terribilmente. Ed ho paura. Ho paura di sentirmi così...gelata e terrorizzata...E non riesco a far altro...anche se questo mi spaventa forse di più...Mi metto due dita in gola...Ancora...Ancora....Ancora. E intanto piango. Con rabbia. Con disperazione. Con vergogna perchè non ce l'ho fatta e forse non ce la farò mai più. E piango inginocchiata davanti alla tazza del wc...Poi, come un automa, non posso far altro che lentamente spogliarmi. E lentamente infilarmi nel pigiama con quell'odore di muffa vago e sicuro. E lentamente distendermi sul divano a grandi foglie e fiori colorati. E non mi rimane altro che cercare di dormire per poter almeno sognare di non svegliarmi più.

Flash di luce. Flash di buio. Ho dormito profondamente e mi sto svegliando. Questa volta me la racconto io questa storia. Questa volta non la dimentico. Metà, sono arrivata a metà ad ingoiare le mie buone caramelle, che ho buttato fuori, come se fossero cattive, come se potessero farmi del male. Mi vergogno ma ormai inutilmente. E sono arrabbiata, arrabbiata con me stessa oltre che con il mondo. Cerco di aprire gli occhi ma gira tutto. La mia camera. Sì, è la mia camera. Quì dentro vivo da tanto tempo. Solo quì dentro. Tutto mi ruota attorno, soffitto e pareti e l'armadio e il letto, tutto con i contorni sfocati e deformati...E sto male ma voglio alzarmi. E da sola. Senza l'aiuto di nessuno. Sento il mio braccio che si solleva e la mia mano che afferra l'aria. Eppure il letto è quì sotto di me. Non riesco, E ti chiamo o almeno ci provo. Non vorrei chiederti di aiutarmi, ma non posso fare diversamente se non rivolgermi a te. Eppoi che senso avrebbe adesso...

Sento una voce che mi chiama. Ma non è la tua...Tua madre! E' la voce di tua madre! Sento, come da lontano, che mi dice che non ci sei...che sei andato a lavoro. Malgrado tu mi abbia trascinato dal divano al letto...? Malgrado tu abbia visto il mio sonno pesante...? Sei andato ugualmente al lavoro...E mi hai affidato a tua madre...Ma come hai potuto farmi questo? Ma lo sapete che vi odio? Ma avete ragione voi, sempre voi, in fondo non ho fatto niente di nuovo, quindi perchè agitarsi tanto...Anche questa volta me la son cavata, anche questa volta non ricorderò nulla, anche questa volta non mi chiederete niente...E allora è come se non fosse successo...anzi non è successo davvero niente...E il film continua...Mi sento cadere...cadere...cadere...


 
 
 

Giostra di numeri, lettere e mania

Post n°22 pubblicato il 17 Gennaio 2012 da amnerisdgl1

***
Per ogni malattia, la vita si riduce a una conta e ad un nascondino, ed è buona cosa conoscere le regole del gioco per non confondere date e appuntamenti e rischiare di farsi curare gli occhi da un dentista e la testa da un ginecologo. Anche se a volte nel sbagliare c'è fortuna. Comunque non aspettatevi nulla da un cardiologo che di mal di cuore in fondo non sa nulla.
Inizio terapia con xxxxx

7-12-2001.......25mg 1cp/die la notte

21-12-2001.......25mg 1cp h 8.00 + 50mg 1cp h 20.00

2-1-2002.......50mg 1cp h 8.00 + 50mg 1cp h 20.00

17-1-2002.......50mg 1cp h 8.00 + 100mg 1cp h 20.00

31-1-2002.......50mg 1cp h 8.00 + 100mg 1cp h 20.00 + yyyyy 100mg h 8.00

11-3-2002.......xxxxx 100mg 1cp h 8.00 + 100mg 1cp h 20.00 + yyyyy 100mg h 8.00 + 100mg 20.00 + zzzzz 25 mg 1 cp al bisogno

ESAMI per i primi di aprile

Emocromo+MCV+Piastrine+formula leucocitaria-Glicemia-Azotemia-Creatinina-Proteinemia-Albuminemia-Colesterolo totale-HDL-LDL-TG-Sideremia-tasso Protrombina-Bilirubina diretta-Bilirubina totale-SGTO-SGPT-GammaGT-Fosfatasi alcalina-Na-K-ECG+ Visita cardiologica-aggiungere per enodcrinologo T3-T4-TSH- Assetto lipidico-P-Mg

12-3-2002 Visita ortottica

Dr.ssa Lotti-000 111111

Dr.Luciani-000 222222

Dr.Perrotta 000 333333

Dr.Maggi 000 444444

Ospedale centralino 000 4321

Psichiatria 000 212121

Dr.ssa Massimino via Dante 000 555555 (solo pomeriggio)

Dr.Santi solo x Ecografia 000 666666

Dr.ssa Marchigiani 000 777777

Dr.Corsi Casa di cura Santa Chiara 000 888888

Dr.Leonelli (solo il sabato mattina) 000 999999

Lega Tumori 000 111000 martedì/giovedì h 16.00-18.00

Ospedale San Giovanni di Dio centralino 000 1122

Dr.Cantone-Dr Segni Cl.oculistica reparto 000 1122331

Dr.ssa Artusi 3000000000 * Neuropsichiatria 000 102030

Dr.ssa Borletti 3001111111

Casa famiglia 000 101010

Centro AAAA 000 202020

Casa di cura San Francesco 000 30303

Santa M.d.Grazie (solo Don Domenico) 000 404040

Stazione treni 000 100100

Viviana ufficio 000 012345

Cristina 300aaaaaaa * Ufficio 000 5050500

Bea 000 606060

Tiziana 300aaaaaaa

Sandra 000 707070 * Ufficio 000 80808

mamma 000 343434

zia Teresa 000 565656

Gabri 000 989898 * 300bbbbbb

Antonello 300ccccccc

Michela 300ddddddd

Ivana 300eeeeeee

(Ogni riferimento a nomi e persone è casuale. I fatti un pò meno)

 

Vorrei sottolineare che, malgrado l'impegno profuso degli specialisti, il paziente non è morto.

 

"La giostra" Claudio Benghi

 
 
 

Vivere: un inconveniente

Post n°23 pubblicato il 17 Gennaio 2012 da amnerisdgl1

Ricordo un'occasione in cui per tre ore ho passeggiato nel Lussemburgo con un ingegnere che voleva suicidarsi.Alla fine l'ho convinto a non farlo.Gli ho detto che l'importante era aver concepito l'idea, sapersi libero.Credo che l'idea del suicidio sia l'unica cosa che rende sopportabile la vita, ma bisogna saperla sfruttare, non affrettarsi a tirare le conseguenze.È un'idea molto utile: dovrebbero farci delle lezioni nelle scuole!

Emil Cioran

 

 
 
 

in quel di Verona 1992

Post n°24 pubblicato il 08 Settembre 2012 da amnerisdgl1

Ma è come se non ci fossi mai stata.

Aprii piano piano gli occhi, e sì, ero ancora lì, in quella stanza fin troppo bianca. Caterina era già in piedi, persa tra vapori di borotalco al profumo di mughetto e tra un pò mi avrebbe scosso per un braccio, dicendomi piano "E' tardi". Sì, meglio alzarsi, inutile indugiare anche se ogni giorno era sempre uguale: lavarsi, vestirsi, pastiglie, colazione. "Bene", pensai, almeno mangio. "Che casinooo". Lucia urlava sempre sentendo arrivare il carrellino dei farmaci e come sempre suor Alba ci discuteva per cinque minuti buoni. E come sempre Adelina, la compagna di stanza di Lucia, correva a difenderla e a giustificarla. "Chiasso chiasso, il carretto fa chiasso chiasso..." Sì, tutti i giorni la mattina iniziava così, anche se non sapevo quanti fossero questi giorni, da quando ero lì non facevo che mangiare e dormire. Anch'io presi, veloce, la mia manciata di pastiglie e il mezzo bicchiere di acqua amara che Suor Alba mi metteva, con forza, in mano e poi via in refettorio a prendere il mio posto tra Paola e Concetta, aggiudicandomi due panini, due vaschette di marmellata e due di nutella che infilai in tasca: l'avrei mangiata più tardi, senza pane e chiusa in bagno. Come sempre, trovavo tutto buono e inzuppavo beata il pane, ben imburrato e dolce di fragola, dentro la tazza del latte e orzo; no, niente caffè, dicevano che ci faceva star peggio, ma figurarsi se potevamo esserlo, era praticamente impossibile. L'unico incoveniente era, che con quella ricca colazione, aggiunta agli altri calorici pasti, il mio viso si arrotondava ancora di più; mi guardavo poco allo specchio, lo evitavo il più possibile, mi piaceva solo che i miei capelli si stessero allungando, ma sfuggivo gli occhi, sempre uguali, senza luce. Eppure ero contenta, anche il dottore diceva che stavo meglio e che presto sarei tornata a casa. Casa, casa, casa...non ricordavo da quanto l'avevo lasciata, e in effetti, spesso, non ricordavo nè di averla, nè dove fosse. Se cercavo di visualizzarla, nella mia testa scendeva la nebbia.

Ormai anche quella mattina era quasi andata, la riunione, in giardino, era finita e potevamo tornarcene in camera. Che noia! e un dottore e poi l'altro e poi la signorina Marcella che faceva domande e domande, lei, la psicologa che doveva sapere, scoprire e capire. E poi, come se non bastasse, ci si metteva pure la suora, che portava cartelle e scartoffie e che parlottava, sottovoce, all'orecchio dell'uno e dell'altro e dell'altra. Non ne potevo più, anche se cercavo di stare attenta e ascoltare, ma c'era un albero che mandava ai miei piedi la sua grande ombra e io ne seguivo i contorni. E mi interrompevano, una domanda e poi un'altra e poi un'altra, non mi lasciavano il tempo di pensare, anche se a me importava poco, anzi niente, pensare. "Ma perchè butti tutto per aria? E perchè ti metti a rompere gli oggetti? E i vestiti? perchè tagli i vestiti? persino quella tunica...quella che ti piaceva così tanto!". Alla psicologa doveva dispiacere molto per la tunica, più che per me, che ricordavo solo che era un regalo di mia suocera. Sì, quello lo ricordavo, perchè mia suocera di regali me ne faceva tanti, peccato che comprasse cose che solo a lei potevano piacere, in effetti la scelta del vestito non era sua. Ma la cosa più antipatica era, che chiunque incontrasse, parenti, amici, conoscenti, vicini di casa, veniva informato di cosa mi aveva dato, caso mai io dimenticassi di sottolinearlo, qualche volta chiedeva pure, al mal capitato di turno, se se lo ricordasse! Ma perchè parlo tanto di mia suocera? L'avevo quasi dimenticata e quì non facevano altro che ricordarmela, insieme a tante altre cose che sarebbe stato meglio seppellire per sempre. Le domande incalzavano. " E dove nascondi il martello? E perchè volevi ucciderti? E perchè volevi morire? ". Anna, Anna, Anna...Insomma! Io stavo solo immaginando a come ci si potesse sentire a mettersi in ginocchio e puntarsi le forbici sullo stomaco, più o meno come fanno in Giappone. Alla fine alzavo le spalle e stavo zitta, se non volevano capire che s'arrangiassero! Io quello che avevo da dire l'avevo detto, anche se non ricordavo bene che cosa avessi detto, ed ero stanca del fatto che mi costringessero ad infilare tante parole in testa, che non facevano altro che riempirmela tutta. E io dentro la testa non ci volevo niente, se non i contorni del mio albero che ogni volta dovevo incominciare a disegnare da capo. (continua)

 
 
 
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