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Un blog creato da luceinscena il 10/02/2008

Appunti di regia

Regia, appunto.

 
 

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The Big Kahuna

Post n°10 pubblicato il 31 Agosto 2010 da luceinscena

1999, Stati Uniti.

Regia: John Swanbeck
Soggetto: Roger Rueff 
Cast: Kevin Spacey, Danny De Vito, Peter Falcinelli

 

Di questo film si conosce soprattutto l'epilogo. Il monologo di Danny De Vito, sul consiglio da prendere in considerazione, a differenza di tutti gli altri, da lasciar perdere.

Io vi offro la visione di un altro pezzo tratto da questo film, che parla dell'onestà e del carattere. Guardando tutto il film, riconosco qualche forzatura sul tema, per come la vedo io. Comunque trovo il brano abbastanza interessante, da ascoltare e su cui riflettere. Voi che ne pensate? Avete visto il film?

 
 
 

Soul Kitchen - cibo per l'anima

Post n°9 pubblicato il 18 Gennaio 2010 da luceinscena

Delle volte è preferibile non sapere nulla del film che vai a vedere.
Come nel mio caso in questo caso, può bastare la copertina ad attrarti, e puoi non volere sapere altro di più.

Così sono andata a vedere Soul Kitchen, per la grafica della locandina, molto stilosa. Almeno per declinazione professionale, non poteva non colpirmi. Sapevo che sarebbe stata una commedia a base di cucina e musica, e tanto mi bastava.

Mi aspettavo qualcosa come l'azzeccato Radio Rock uscito l'anno scorso, ma mi sbagliavo. La commedia è molto meno schizofrenica, ma molto gradevole. Si vive la suspence dell'intreccio di eventi che capitano al protagonista, ma non t'incalzano con un montaggio serrato, semplicemente capitano, come nella vita reale.

L'integrazione culturale, la cucina e la musica fanno da sfondo ma non da protagonista alla commedia, che si occupa totalmente dei suoi personaggi, caratterizzati ma non stereotipati (a parte qualche eccezione che però serve e funziona benissimo). Non è un film che ti fa ridere a crepapelle ma che ti accompagna il sorriso in continuazione, per poi sorprenderti srotolando delle sequenze veramente difficili da dimenticare.

Consigliato per una serata leggera, condita con molti pop corn e caramelle gommose.

 
 
 

Ce n'Ŕ per tutti

Post n°8 pubblicato il 23 Novembre 2009 da luceinscena
 

di Luciano Melchionna

E' un bel film, il secondo di Luciano Melchionna, soprattutto per chi ama la tecnica registica un po' più articolata, e le storie piene di storie.

Ho letto molte mediocri recensioni di questo film, probabilmente scritte da chi non l'ha neanche visto, e me ne dispiace.

Intanto, non è un film di un suicidio di uno scrittore emergente in crisi.

E' un film che tratta la delicatezza di chi per questo mondo non è tagliato, e ne sceglie un altro. Troppa violenza e affettazione, troppa durezza serve a chi vuole camminare per strada, nel nostro mondo odierno, e non farsi ferire da quello che c'è intorno.

Dirvi che alla fine il protagonista muore, non toglie niente alla visione del film, che tra l'altro si capisce subito che fine fa. Non concede speranze di salvezza a nessuno, tanto meno al protagonista.

Assistiamo quindi all'ultimo giorno di vita di un ragazzo che ha deciso di morire, per tanti motivi e nessuno in particolare. Decide di morire perchè questo mondo ha bisogno di una corazza che lui non ha e non vuole avere. Muore ucciso dalla sua sensibilità.

Di contorno, tutto il mondo si "scomoda" per lui. Le forze dell'ordine, la televisione, gli amici. E la sua famiglia, che non si scomoda affatto.
Stringe il cuore in alcune scene.  Il mondo - la società aliena- o si muove per dovere (le forze dell'ordine) o per sciacallaggio (la televisione), ma non ha nessun legame con Gianluca, seduto sul cornicione del colosseo, pronto alla morte.
Gli amici sono una sfilata di personaggi inetti alla propria vita e insensibili a quella di Gianluca, ed è proprio per questo che sopravviveranno.

E in tutto questo, il film riesce anche a far ridere.
Un film vagamente surreale, come piacciono a me.

E bravo Melchionna.

 
 
 

Giulia non esce la sera... chissÓ perchŔ.

Post n°7 pubblicato il 19 Marzo 2009 da luceinscena

Giulia non esce la sera è una storia che non s’incontra facilmente, nel cinema italiano d’oggi. L’interpretazione ruvida di Valeria Golino ha reso bene questo strano personaggio che è Giulia, che ci incuriosisce e ci sorprende man mano che si svolge la storia, e in cui ogni donna con un minimo di sensibilità si può rispecchiare, con cui può condividere e – soprattutto – soffrire. Questa donna che è un tutto tondo, nonostante gli spigoli che la vita le ha messo addosso, tanto piena quanto sembra vuoto il personaggio di Mastandrea, svuotato dalla vita, dalla incapacità di essere sentimentale al di là dei propri libri, svuotato dalla disillusione di una vita che non ha nulla a che fare con la fantasia. Ed è come un contenitore vuoto quello in cui l’esperienza di Giulia si riversa, un ascoltatore muto e non sempre disinteressato quello di Guido, che l’osserva dall’inizio alla fine, fino a prendersi la briga di agire nella vita di lei, diventare attore e impersonarne i bisogni, le volontà, per creare una condizione che, paradossalmente, dovrebbe salvarla e che invece la getta in un’incurabile disperazione, l’ultima e la più grave della sua vita.

In questa storia costellata di pieni che si svuotano e vuoti che si riempiono, il delizioso cammeo della figlia di Guido, deliziosa e furba adolescente che rivela sempre il mondo con i suoi occhi in una chiave lucida e pregna d’ironia, non sempre consapevole, mai inadeguata.

La regia di Piccione è fluida, come l’acqua che imbeve e unisce la storia, e nella quale le varie vite si purificano, si azzerano, si mescolano, si mutano. L’acqua simbolo di rigenerazione e nuova vita, in questo film lo è un po’ per tutti, che s’immergono nelle proprie per vederne lo strato sommerso, prendere coscienza del lato buio, facendo tornare ognuno di loro sconfitto o vincitore. Nell’acqua l’immagine di mezzi busti al contrario che dimostrano un altro mondo, diverso da quello conosciuto, e in cui si materializzano personaggi della fantasia con felliniani espedienti, scompariranno in questa vita così reale, fuori dall’acqua, come per ricordarci che non bisogna mai dimenticarsi di una dimensione in luogo di un’altra, che il mondo onirico ci è indispensabile quanto quello reale, ma nessuno dei due è compiuto senza l’altro.

Il consiglio è quello di andare al cinema a vedere questo film senza conoscerne la trama, così, perché il titolo è azzeccato e pone quella domanda prima di tutte, prima del desiderio di conoscere qual è la storia, di quale genere, se fa ridere o meno, se ci piacerà oppure no. Non rovinatevi l’effetto sorpresa.

 

 
 
 

Frost/Nixon - Il duello

Post n°6 pubblicato il 14 Febbraio 2009 da luceinscena

Regia di Ron Howard

Frost contro Nixon, il filmIl film prende vita dall’opera teatrale di Peter Morgan, che l’ha successivamente sceneggiato. E' la storia vera dell'appassionante dibattito televisivo durante il quale R. Nixon, ex presidente degli Stati Uniti ed unico presidente ad essersi dimesso prima della fine della carica, è stato intervistato sulla sua presidenza e ha ammesso le colpe che gli erano state imputate ma a cui non aveva mai risposto.

La struttura del film è solida, con un ritmo calzante che non cede mai il passo a rallentamenti, né a brusche accelerate. Risulta molto equilibrato e punta esattamente dove deve. La sua scrittura è eccellente sia in tempi che in modi filmici.

I personaggi, sia i protagonisti che quelli minori, sono caratterizzati con dovizia di particolari, nulla è lasciato al caso e lo spettatore viene portato per mano senza lasciare spazio a fraintendimenti: i protagonisti presentano peculiarità che ne fanno degli esseri umani completi, dotati di fermezza, di fragilità, di convinzioni e sentimenti, le loro intenzioni sono chiare sin dall’inizio, e i loro tentennamenti, comprensibili.

 

Si parla del processo mediatico più importante della storia della televisione (e, purtroppo e per fortuna, della storia politica americana), dove il presidente Nixon deve difendere la propria reputazione e allo stesso tempo cercare di lavarsi la coscienza delle numerose ombre che si stagliano sulla sua presidenza.

Non si possono indovinare le casualità infinite che portano un ex presidente degli stati uniti, dimesso per il coinvolgimento con un caso d’empeachment, a volersi misurare in un duello televisivo con un esponente dell’opinione pubblica americana (che neanche è un giornalista, ma un entertaintment-man abituato a condurre importanti talk show, ma non interviste politiche).

Il tratteggio del personaggio di Nixon è quello di un uomo caparbio, sicuro delle sue idee e del suo impegno, inquieto e combattivo come solo un uomo carismatico del suo calibro può essere, e profondamente contraddittorio per quelli che sono i suoi sentimenti verso il suo operato. Un uomo che ha fallito, che ha perso di fronte alla democrazia americana e alla sua inviolabilità. E’ quest’uomo che si presenta all’indagine, un uomo preparato a difendersi, ma anche completamente certo dell’incontestabilità del suo operato.

Le motivazioni del suo avversario sono ben più fragili, quelle della ricerca isterica di un po’ di successo personale e l'entusiasmo di misurarsi con un personaggio che tutti avrebbero voluto avere di fronte, defilatosi dalla carica più importante dello stato e mai indagato per le colpe a lui attribuite.

"Il duello" non sarà semplice, Nixon giocherà con tutta l'inesperienza del suo avversario, e gestirà a suo vantaggio le interviste per quasi tutto il corso delle trasmissioni, anche a causa dell'eccessiva superficialità dell'antagonista. La battaglia sarà pari solo quando Frost si renderà pienamente conto che non si sta misurando con una carica politica in declino - facile da abbattere - ma con un uomo che mette in gioco tutta la sua dignità, in cerca di una degna lotta, e volendo vincerla per riscattarsi.

Si impronta tra i due una dinamica specchio che sfiora il romanzesco, ma rende la trama più comprensibile. Il presidente è stimolato dal coraggio (e dall’incoscienza) del suo inquisitore istigandolo a sfidarlo, e a vincerlo. Frost gioca tutte le sue carte in quest’impresa, e sarà solo la sfida esplicita del suo indagato a far scaturire in lui quello scatto salvifico che gli permetterà di avere la meglio.

Ma la protagonista d’eccezione è, senza ombra di dubbio, la televisione. Quella che Nixon stesso dirà essergli costata la presidenza contro Kennedy, più efficace sullo schermo, è anche l’unica stanza-confessionale che raccoglierà la sua ammissione di colpa, e fotograferà il volto della sua sconfitta morale.

La stessa vittoria, però, corrisponde ad una ben amara consolazione, come ammetterà Jim Reston, il collaboratore di Frost dedicato all’indagine Watergate. La capacità che ha il mezzo televisivo di appiattire e semplificare la realtà, darà modo all’America di essere soddisfatta e sazia di un fotogramma esemplare di pentimento e ammissione, ma mai la colpevolezza di Nixon avrà un processo ed una condanna con una pena al seguito. Il Presidente è “sopra la legge” come sempre si è comportato.

Un film ben documentato, ampliamente curato sotto ogni dettaglio. Una riflessione sulla storia americana da parte di un cittadino statunitense che ha vissuto la presidenza Nixon e la presidenza Bush, così simili, come lo stesso Ron Howard afferma, per il complesso di delusione e di sfiducia nell’amministrazione americana che hanno lasciato alla fine della loro carica. Un film di rigenerazione ideologica? Una spinta nel credo nella democrazia statunitense sopra ogni suo rappresentante? Il film sulla confessione pubblica del presidente Nixon è anche un film di confessione pubblica di tutta l’America, che riconosce nel suo sistema grandi onori e grandi orrori. 

 

 
 
 
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