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Creato da akvarel il 29/12/2011

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Post n°85 pubblicato il 02 Aprile 2012 da akvarel
 

 

 

 

Camminava nell'ombra, strisciando nella notte come se questa fosse il respiro dopo un'apnea lunga un sole. Non ricordava da quanto fuggiva il giorno. Forse da quando aveva chiuso quel cancello alle sue spalle... e con esso i ricordi, le risate, il tempo andato. Era rimasto tutto lì, dietro quel cancello... chiuso dentro un silenzio in cui neanche le ombre della notte entravano. E forse c'era rimasto anche lui dietro quel cancello, come un'invisibile presenza che di quel silenzio aveva fatto credo... la cosa più vera che avesse mai ascoltato... quel silenzio. Accese la sua sigaretta automaticamente, senza interrompere i pensieri, ascoltando l'eco dei passi che bussava sulla strada come un compagno di viaggio che ti chiacchiera accanto... qualunque cosa dicesse andava bene... non lo ascoltava... tanto non poteva zittirlo!!! Il passo era cadenzato come una nenia che a lungo andare non ascoltava neanche più... era solo la certezza di essere presente in uno spazio in cui il silenzio non c'era. Camminava lento aspirando la notte insieme al fumo, bevendo la città solitaria come un fantasma in cerca di riposo. A testa china, una mano in tasca a girare tra le dita le poche monete rimaste... monete... briciole di polvere con cui poteva comprare solo inutili cose. Eppure il mondo girava su quella polvere!!! L'aria si faceva pungente e il cappotto sembrò stringersi al suo corpo quasi avesse più freddo di lui. Camminava così, a caso, senza meta... una città, per quanto non la si conosca, prima o poi ti riporta sempre ad un punto di partenza... ma lui la conosceva bene, in ogni angolo schifoso, in ogni anfratto, tra la gente bene e tra i miserabili che avevano casa tra i cartoni. Li conosceva tutti. E si stupì quando in quell'angolo semilluminato scorse quel fagotto che non aveva mai notato. I passi si fecero silenziosi mentre si avvicinavano ad esso. A metà tra la luce di un lampione e un'ombra nera due figure dormivano vicine. Un ragazzo... e un cane. Erano lì, abbracciati, forse per scaldarsi, forse per compagnia, o soltanto per un coraggio che nessuno dei due aveva senza l'altro. Amici... o soltanto compagni di strada, chissà. Li guardò e per un attimo gli sembrò sentire cigolare un cancello in lontananza. Gli occhi si riempirono di lacrime. Erano lì, il cane e il ragazzo, vestito quasi di niente... abbracciati. Ricordò. Non pensò... si tolse il cappotto ci infilò i pochi spiccioli nella tasca e li coprì. Il cane si mosse... lo guardò... non ringhiò... mosse la sua coda e sbadigliò... poi si accucciò ancora infilando la testa sotto la nuova coltre. Stette lì a guardarli solo un attimo... poi, lentamente, riprese la sua strada al contario... era tempo di andare. I passi ripresero a parlare... li udiva... raccontavano di cose che aveva messo via tanto tempo prima, chiuse in un cassetto di memorie che mai aveva aperto. E nella notte, che ascoltava quel chiacchiericcio di passi e di pensieri, una piccola goccia di sale spense la sua sigaretta. Il freddo... pensò... ma un alito di vento riportò ancora alle orecchie il cigolio di un cancello. Si chiudeva. Sentì un morso allo stomaco... la luce dei lampioni faceva strani scherzi quella sera... si voltò... un'invisibile ombra camminava ora tra parole e passi, attaccata ai suoi piedi... e dovunque andassero se la sarebbero portata dietro... ne era certo. Si tornava a casa.

 
 
 

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Post n°84 pubblicato il 30 Marzo 2012 da akvarel
 

 

 

Tutti i giorni era lì, su quel balcone grande quanto un morso su una mela. Ciabattava i pochi metri quadri della casa pigramente ripercorrendo ogni giorno la quotidianità dei gesti, ma in quel balcone diventava una compositrice di musica... un'artista! Un morso di mela... eppure un piccolo mondo in miniatura era quel balcone. Il verde faceva quasi male agli occhi. Le piante si scambiavano i colori convivendo uno spazio angusto eppure sufficiente a che nascessero fiori e foglie e muschi vellutati che carezzavano la terra e la proteggevano dal freddo degli inverni rigidi. E lei era lì... una donnetta piccina, comune, quasi invisibile se non fosse stato per il contrasto del bianco, che la caratterizzava, che spiccava sulla massa verde della piccola jungla. Ogni giorno era lì... a parlare con le sue piante, a sfrondare le foglie rinsecchite, a liberare radici dal sovraffollamento rinvasando nuovi germogli, nuove strutture di natura. La si poteva sentire sussurrare delicatamente accarezzando le foglie... sembrava quasi un canto... un incontro tra vecchie amiche... come il the del pomeriggio al circolo degli amici. Spostava i vasi... puliva... spazzava... e il piccolo geko nell'angolo del muro, al riparo delle foglie dove aveva messo su casa, si spostava pigramente più in là quando la sentiva arrivare. Rimaneva lì, abbarbicato al muro come una tappezzeria insolita e viva... non temeva la donna... ne aveva assorbito le abitudini... attendeva pazientemente che quella colf le finisse le pulizie di casa e poi tornava a sonnecchiare nel suo angolino nascosto tra le foglie... era uno che faceva le ore piccole lui!! Da sotto il corrimano in pietra anche le api si facevano sentire ronzando prepotentemente: avevano imparato a farlo, come sorta di avviso, dopo che la donna, inavvertitamente, aveva distrutto loro mezza casa, col suo cencio polveroso, appena  la primavera scorsa!!! Anche Filippo, il piccolo ragno crociato, sembrava sudare freddo!! Tutte le volte che quella pazza passava dalle sue parti gli portava via metri di filo di seta e a volte anche il pranzo!!! Prima o poi avrebbe preso anche lui inavvertitamente... pensava... così tutte le volte che la vedeva prendeva a camminare sul muro avanti e indietro oppure ciondolava attaccato al suo filo per comunicarle di non dimenticarsi che c'era anche lui!!! La donna intanto aveva come sempre tirato fuori la sua mollichina bagnata da lasciare in bella posta sul davanzale... lì tra le pietre, in quel buco del muro sconnesso, anche gli uccellini avevano messo su famiglia. L'anziana donna li sentiva cinguettare a squarciagola quando avevano fame... sembravano chiamarla. Non aveva granchè quella donnina minuta, piccina, così banale da essere quasi invisibile... non aveva nessuno... ma non soffriva di solitudine... le sue bestiole erano la famiglia che non aveva avuto, erano il tempo che scorreva nel prendersi cura di loro, erano il canto del mattino e la buonanotte della sera. E sorrideva... aveva la fortuna di parlare una lingua che pochi conoscevano... quella delle cose. E dalle sue mani, dalla sua voce, nascevano e rifiorivano anche le cose più brutte e diventavano preziose. Sembra una favola, ma non lo è. Oggi quel balcone è un fantasma muto in cui le finestre sembrano occhi dalle orbite vuote e nere... da quando è andata via... ma c'è un preciso giorno dell'anno in cui quel luogo sembra tornare un giardino... il 25 maggio! Per quell'occasione cresce una sola rosa tra i vasi abbandonati e secchi... su quella un'ape, un ragno e un piccolo geko sembrano seduti a un tavolo di amici a sorseggiare un the mentre gli uccellini tornano a cantare sulle persiane divelte e fatiscenti... a volte, se c'è un pò di vento, c'è anche chi dice di avere sentito sussurrare parole su quel balcone!! Forse c'è del vero, o forse la necessità di credere che chi va via, senza il conforto di nessuno, torni poi nei luoghi in cui è stato felice per ringraziare e salutare chi ha amato, è solo l'alibi perfetto per chi aveva ignorato la sua invisibile esistenza, dignitosa nella povertà quanto nella morte... silenziosa come la sua vita. Nonna Rosa la chiamavo i bambini... e forse è proprio in quel fiore che nasce per un solo giorno che si perpetua il rito e la leggenda di una donna che nel non avere niente aveva avuto tutto.

 
 
 

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Post n°83 pubblicato il 29 Marzo 2012 da akvarel
 

 

 

 

L'ora è tarda... dalla finestra aperta sorseggia piano la notte questo alito di vento che rabbrividisce la pelle... gli occhi stanchi chiedono un cielo da sognare ma è questa incontenibile voglia di parole sussurrate nella mente, questa evasione di parole non cercata, non voluta, che disturba un silenzio che sarebbe perfetto se non fosse così molestamente rumoroso. Voglio silenzio... voglio non sentire la voce incessante nella testa che si disturba a traviare quella voglia d'immagini, di silenziose immagini che si spingono ai limiti della fantasia sulla melodia soffusa di uno spartito musicale. Silenzio... un sacro silenzio che cancelli la stanchezza dell'ascoltare, senza voler sentire, l'inutilità di certe giornate così caoticamente rumorose e snervanti.

 
 
 

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Post n°82 pubblicato il 29 Marzo 2012 da akvarel
 

 

 

 

La notte, quella notte, non era la stessa di sempre... lasciava che gli scivolasse addosso, come una coperta fastidiosa quando hai caldo, rimanendo così, immobile, a guardare il soffitto che diventava il cinemascope dei pensieri. Odiava a volte i suoi pensieri... lo riportavano ancora e ancora, come una marea, a quel punto morto a cui non sapeva porre fine. Eppure era semplice... teoricamente semplice... ma... ai fatti qualcosa tratteneva quel pensiero dentro come aria, come respiro, come pace e dannazione. E si perdeva ancora dentro quell'infinito mare che lo cullava e lo respingeva senza sapere neanche come, quando, perchè era accaduto che gli fosse avverso. Non era così che voleva andasse. Ma ogni cosa doveva avere una ragione, anche se non la capiva mai quando si trovava imbracato dentro se stesso come dentro una rete che gl'impediva i movimenti. Il pensiero. Vagava altalenando tra mille problematiche diverse, tra le incertezze reali e quelle parossistiche della mente che tornava indietro, che si perdeva tra milioni di parole custodite e un briciolo di sogni consumati in fretta... tutti... tranne uno. Il respiro s'incantava in un'apnea che ripercorreva gli attimi perduti per un'idea, per un bilancio sbagliato, per un motivo imprecisato che neanche comprendeva col senno del poi... e il battito accelerava dentro il dolore di uno stiletto che si conficcava nel costato riducendo la capacità di razionalizzare il peso opprimente che fagocitava il senso di gigantismo anche delle cose meno importanti. Disteso, con le braccia sotto la nuca e una gamba piegata, sentiva la carne inturgidirsi all'altezza dei tendini come il nerbo degli archi si stirava, e sotto la pelle il fremito della contrazione gli irrigidiva i muscoli. A che serviva abbandonarsi alla notte, rimirare un soffitto nero a metà nella penombra delle luci dei lampioni che filtravano dalle persiane socchiuse... a che serviva sentirsi stupidi e svuotati anche di quell'ultimo dolore che tornava a cadere come un macigno sul cuore? Gli anni imbiancavano il senso della precarietà in maniera lancinante e tutto sembrava polverizzarsi tra le dita dischiuse e sorprese per quelle poche briciole di sabbia che ancora riuscivano a trattenere. Un cristallo di silice brillò tra le sue dita rifrangendo un velo di luce... chissà se era quella la sensazione che si provava nel stringere una stella tra le mani! Chiuse i pugni e con essi gli occhi... teneva stretta quella stella dentro un palmo di mano... l'unica rimasta di un intero firmamento... e dentro il calore di una speranza lasciò che la mente si dissolvesse dentro il nero di un pensiero leggero che scoloriva l'amarezza... anche la rabbia sorrise... e la notte gli accarezzò i sogni.

 
 
 

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Post n°81 pubblicato il 28 Marzo 2012 da akvarel
 
Tag: Incerto

 

 

E siamo noi quelli che del '60 hanno visto i colori dipanarsi tra capelli lunghi e gonne corte, quelli cresciuti con niente e con tutto tra le mani, sogni da stringere con i denti... quelli che non si arrendono neanche quando si accontentano, che sanno fare di fantasia virtù. E siamo noi, con l'argento nuovo nei capelli, a scivolare ancora dentro un Woodstock di ricordi, a rimembrare un tempo che aveva futuro, che aveva speranze, che aveva ideali. E forse siamo vecchi, nati vecchi in un clima sovversivo che voleva cambiare il mondo con la contestazion e l'ideologismo, e adagiati oggi nella stessa rabbia che non ha più gioventù da sprecare, che non ha più troppo tempo da investire in idealismi ormai corrotti e annicchiliti... dove sono finiti quei ragazzi che credevano in qualcosa? Cosa hanno stretto tra i denti, per una vita intera, se non la sconfitta di un futuro oggi così incerto e degradante?


 
 
 
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E ci sono andata leggera... ho pensato che avrebbero potuto...
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