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Creato da allegragioia78 il 19/06/2011

Femminilità e gioia

ALLEGRA GIOIA E' IL LINGUAGGIO CHE TRASMETTE IL "SENTIRE" PROFONDO, CHE IO CERCO DI COMUNICARE, NON È INTRISO DI "MENTE" CHE SOLITAMENTE_MENTE... NON È MEDIATO DA NESSUN "VEICOLO" CORPOREO O NO. E' NON MEDIATO, CIOÈ.. È IMMEDIATO!! (NON È TELEPATIA), SI CHIAMA "EMPATIA". DUE ESSERI, ANCHE DISTANTI FISICAMENTE POSSONO COMUNICARSI IL LORO STATO INTERIORE, E SONO SOLO UNO. E CIÒ CHE PIÙ CONTA È IL FATTO CHE RIESCI A SENTIRLO E VIVERLO. CONOSCERSI NON È ARDUO: RENDI OPERATIVO IL "DISTACCO" DALLA SFERA DELLE EMOZIONI, ED È GIÀ UN LIVELLO SUPERIORE DI ESISTENZA.

 

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GIOIA E.....EURIDICE...

Post n°28 pubblicato il 20 Aprile 2012 da allegragioia78
 

ALLEGRA GIOIA

 

 

 

 

Sono pietra, dicono, roccia, e a volte anche io lo credo. Quando assisto ai sogni senza avere la chiave dello scrigno, io e la mia terra bassa, tenuta insieme da alberi precari, modellata continuamente dal vento. Piccola, oziosa, con una sola strada, l'andata e il ritorno. Una foschia a doppio senso che si sposta tra le case tormentate di neve, nella piena solitudine dell'inverno. I sogni concepiti di notte brillano all'alba. Opposti al sole, soddisfatti da eterni desideri di incostanza. E colmo di una bianca incandescenza il mio paese, la luce che cade obliqua sui prati d'inverno e sulle timide facciate delle case, immobile, bianca di marmo. Una piccola chiesa con gli occhi chiusi, con la pace dei perdenti, l’arroganza dei vinti, il broncio di un assorto dolore. Io sono nata qui. Ho navigato per questi sentieri con barchette inadeguate, ho sentito il canto dei passeri, dei merli la voce. Ho seminato l'amore a mani distese come in certi quadri sovrapposti. Un cappello di paglia per non disturbare la quiete dei prati, con le campane dell'unico diacono che rintoccavano a festa, riempivano di suoni gli orti e i mercati. Mi rivedo negli occhi di papaveri neri, nelle margherite di campo offerte ai miei amanti, al primo amore, ai cimiteri deserti. Ho vissuto qui, immersa nell'inconscio, in precario movimento, scivolando su morbidi abbracci. Mi sentivo invincibile e forte mentre l'edera scura affondava radici e si intrecciava alle mie braccia, portando ogni anno qualche nuova assenza. E intanto brillava una silenziosa luna in cielo, figlia di Ecate, regina delle ombre. Sono cresciuta tra rovi e castagni, tra volpi e faine, cogliendo il sentore dell’uomo che si fa lupo, con le madri che placavano al seno il pianto dei loro bimbi, tra croci di ferro e angeli dalle ali spezzate. Le nuvole che si accavallavano in questa terra di confine tra veglia e sonno. Mi sono spuntati i seni mentre scrivevo parole effimere, destinate a racconti mai nati, senza forza ne ragione, piccoli moti del cuore che si diluivano nei miei occhi tristi di bambina. Sono scivolata a valle, con immensi paesaggi di silenzio alle spalle, con porte aperte sul divenire, interrogando un Dio nascosto nel buio, inciampando nelle sere di quiete persa. Sedotta da canti gratuiti, da desideri senza prezzo, arresa alla stanchezza. Ho nuotato contro corrente, cercando di vedere le stelle piu' lontane in anni gonfi come il pane, il cielo troppo basso, i miei desideri troppo audaci... Ho danzato a piedi nudi intorno al fuoco, tra canti e tamburi, le fiamme che stavano lentamente morendo, unendo i puntini della settimana enigmistica, tracciando linee incerte. La vita che camminava veloce. Io che dovevo fare piu'in fretta. Ho chiuso cerchi, pianto vedendo film d'amore, cercando tra i rami secchi nidi di uccelli. Troppi rumori a coprirmi la bocca, troppi colori a saturarmi gli occhi. La voglia di voler scappare mentre la musica di Mozart riempiva le stanze, in un preludio in clavicembalo. Intorno mille dita innamorate mi accarezzavano. Si spogliava piano quel tempo grigio azzurro di fondo, neutro, ripartendo sempre da zero, creando angoli e disegni irregolari. Sono rimasta solo per lui. Con il mio dolore che dormiva al piano terra sotto il suo cuscino. Delicato, scendeva le scale e raccoglieva la polvere intorno; peculiare, imprevedibile cercando quella donna che non aveva ancora incontrato, quella donna che non ero io. Si fermava accanto a un uomo dagli occhi neri che ronzava tra i fili dei miei capelli, che entrava nella mia mente con il suo corpo monocolore e giocava con la mia vita come il gatto gioca col topo. Sono diventata donna con lui. Io fragilissima e lui troppo pesante in un cammino di rette perpendicolari senza incontro. Sulla nostra porta un insegna dorata, un accesso al paradiso che per me era solo un inferno. La sua bocca che mi risvegliava da sensazioni sopite. Le nostre orge d'inverno che tendevano alla morte, le sue mani che mettevano radici nel mio ventre, legandosi al mio cuore in un filo fittizio che era seme. Il mio inizio e la mia fine. Io lo amavo, quando in un gioco crudele mi legava al letto leccando piano piano le mie ferite, poi le riapriva per farle bruciare ancora, facendomi entrare in una voragine di dolore senza senso. Il buio oltre le finestre veniva interrotto dai fari di qualche luce di passaggio, il televisore proiettava una fioco lume azzurro, e io restavo impigliata alle lenzuola bianche, sognando steli di fiori che gocciavano sangue. Alla mattina i suoi occhi ricominciavano a violentarmi, in giornate dove da parte sua cera tutto eccetto l'amore. Era un continuo violento muoversi, il sesso che facevamo in tutte le posizioni, il mio viso che si trasformava in pianto, il vino rosso che diventava purpureo sulla mia pelle, la sua lingua che ritmava mille centri concentrici, le mie lacrime che sgorgavano a fiotti. Un piccolo uomo, una tenia insinuata di soppiatto in una casa piena di spifferi, che si affacciava come fosse mio padre alle finestre sul cortile, in un movimento oscillatorio, tra delle sere di novembre e giornate calde del frinire delle cicale. Le sue piccole lezioni incise sul cuore, le piccole nostalgie da spengere in sere pallide. Il mio corpo soffice diventava creta sotto le sue mani possenti. Ricordo solo la sua voce che mi portava a letto dicendomi sempre che ci sarebbe stata un alba rosa ad aspettarci. Lo ritrovavo al mattino, in quel viaggio che aveva destinazioni sconosciute e spine tra fili d'erba. Poi restano solo ricordi, una panchina nel parco, passi svogliati di zoccoli verdi e bianchi, una sigaretta che si accendeva, tanta gente barcollante e il fruscio di un bruco che camminava sopra il cuore. Una bruma mattutina, la notte di Halloween chiara come una lacrima, un dolore rosso che mi accarezzava. Un silenzio irreale, io che sognavo solo la sua bocca sulle mie labbra, il suo fare l'amore senza scampo. Sapeva essere beffarda la mano del creatore in quella luce di sangue. Lui se ne andava con le mie preghiere, giocando a nascondino, io restavo, diluita in un acqua del cuore, in una notte scura, cercando di vedere la stella piu' lontana. Quella di tutti. Quella che nessuno possedera' mai. Non sono pietra,ne roccia. Solo gesso. La vita non ha ammesso repliche, ne discussioni,diventata un leggero bacio sulla bocca. Ha realizzato incantesimi in pochi minuti, ha spazzato via anni d’amore. E' diventata nomade, ferma al mutare delle circostanze. E' cambiata nelle cose non dette, lucidata a piombo, ha messo radici optando per nuove partenze. Io ho continuato il mio cammino, sentiero dopo sentiero, ho preso una strada, un altra ancora. La sosta e' stata solo un modo per riprendere fiato, facendo finta che da qualche parte esistesse una meta, una qualsiasi. Sono diventata una piccola Euridice dalle dita d’argento, un piccolo elfo dei boschi in cerca di altri sortilegi sconosciuti. Non si puo' inseguire nessuno troppo lontano, e io non so ritornare indietro dalla leggerezza dei sogni. Il vento mi conta il tempo, mi rappacifica il cuore. Aspetto l'alba in questo silenzio notturno, la luminosita della neve che oscura quella delle stelle, ho freddo, la luna sta per tramontare, corro a lungo finche'alle spalle non resta piu' niente che valga la pena di voltarsi a guardare. Neanche i suoi giochi profumati di un indecente respiro.

 
 
 
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