Creato da umamau0 il 15/04/2008

Sarcophaga Carnaria

ciò che è non può essere vero

 

 

"I figli di Ajeje"

Post n°29 pubblicato il 18 Settembre 2014 da umamau0
 
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È difficile riconoscere una faccia, anche se fai tutti i giorni, per anni, la solita linea. Questo anche perché si somigliano tutti, i passeggeri del tram.” Luciano Bianciardi

Ciao bello!” “Buongiorno Gina” l’orologio segna le 8:00, Biip, suono meccanico del tornello che gira, schiaccio il pulsante dell’ascensore, al sesto piano scendo, altro Biip, apro la porta: “Ciao Trip-la” “Ciao Marco” mi tolgo il giubbotto lo guardo un attimo mentre finisce di pulire la moquette celeste pezzata di unto, mi siedo e fino alle 8:20 leggo il mio libro della settimana. Dopo due anni di lavoro sono già l'enfant prodige del mio ufficio. Il lavoro è sempre quello, ebete, meccanico, ripetitivo. Così posso passare le otto ore che mi separano dal biip dell’uscita pensando ad altro. Ho il cervello diviso in tre con una lavoro e con le altre due volo via dalla finestra. Guardo la sua immagine e nella mia mente canto: “Ay, qué bonito es volar a las dos de la mañana…Volar y dejarse caer en los brazos de una dama” “Sai cosa c’è di peggio dell’italiano medio?... L’italiana media” Mi domando e mi rispondo con infallibilità papale, rivolto a lei, mentre ascolto il brusio assordante, monotono e triturapalle delle mie colleghe: “Sai che il Doctor House nella quarta serie, si tromba tutto il suo staff?” “Ma nooo… non ci posso credere” “Lo sai che Meredith nella quinta serie di Grey’s Anatomy diventa lesbica e si fa un’infermiera?” “Ma dai… non ci posso credere” “Lo sai che nella settima serie di Lost, Sawyer muore mentre gli fanno un pompino e risuscita dopo tre giorni?” “E la madonna… è incredibile” “Quest’anno noi dell’Inter vi facciamo il culo di nuovo, avete preso Ronaldinho che è una mezza sega” “ Quest’anno vinceremmo Champions e Campionato… noi del Milan siamo troppo forti” “Ma secondo te chi ha ucciso la tipa di Garlasco?” “Ma secondo te la Brambilla fa i pompini a Berlusconi?” “Ascolta a pranzo andiamo al giapponese o al messicano?” “Forse è meglio se prendiamo una pizza dall’egiziano”. “Hai visto che tartaruga che ha Brad Pitt? È troppo figo quel uomo…” “George è molto più figo… lo amo alla follia”. Poi, una di loro, mi dice:”Ma mangi sempre il couscous? Lo cucini te? Ma che bravo che sei” oppure: “Ma mangi sempre riso? Lo cucini te? Ma che bravo che sei” oppure:”Ma mangi sempre legumi? Li cucini te? Ma che bravo che sei”.Io, rispondo con monosillabi e guardo l’immagine di Frida, poi quelle di Rosa Luxemburg,Hannah Arendt, Tina Modotti, e quelle di Brecht, Artaud, Truffaut, Beckett, Kafka, e Majakovskij.Infine sollevo lo sguardo verso la scritta:”Questo mestiere lo può fare anche la scimmia… Allora lo puoi fare anche te”. Penso di essere l’unico impiegato italiano ad avere eretto, nella sua postazione, un altarino contro la mediocrità: non posso accendere candele e recitare preghiere come faceva mia nonna davanti a quello che aveva in casa,ma mi basta guardare la foto segnaletica della banda Baader-Meinhof per ricordarmi che sono diverso. Loro continuano:”Perché ti vesti sempre di scuro? Sembri un becchino. E chi sono tutti questi morti che hai attaccato qui? Questa scrivania sembra un necrologio”. Mentre loro si accapigliano nel confronto dei completini di Hello Kitty e della Pucca, io abbino i documenti alle pratiche con noncuranza senza commettere errori e alla fine della giornata sono cento le pratiche complete che offro allo stupore delle mie responsabili. Loro non riescono a spiegarsi la mia devota efficienza e io dico che è solo il mio dovere visto che l'azienda si aspetta questo da me: fare il miglior lavoro nel minor tempo possibile.

Loro non lo sanno, ma prima del lavoro c'è un prima. Mi sveglio alle 6:30 dopo aver dormito poco più di cinque ore. 7:29: "Il treno 10665 proveniente da Novara, diretto a Milano Rogoredo è in arrivo al binario cinque" ogni mattina, puntuale, l'altoparlante annuncia le mie tre fermate d'inferno andata e ritorno. La banchina è affollata di migliaia di occhi prigionieri di pelli di mille colori, ma tutti sospirano allo stesso modo, abbassano la testa e fanno un passo in avanti. 7:31. Le porte si chiudono e la bolgia dantesca su rotaia riprende a muoversi. Il caldo è insopportabile e le vetture sono sovraffollate all'inverosimile tanto da sembrare carri bestiame, ma un silenzio irreale carico di paura e rassegnazione aleggia sulle teste di chi è in attesa di scendere. Ognuno cerca una via di fuga dall'incubo che lo attende: il dormire, un libro, una canzone, in quel momento rappresentano qualcosa di più. Mentre loro stanno in silenzio, io sono in piedi, nero come un'ombra, mi sento un angelo di Wenders, mi sembra di sentire tutti i loro pensieri e nei loro occhi vedo il terrore del topo. Dopo dieci minuti sono già a terra, i piedi mi portano verso la mia meta, ma penso che al ritorno incontrerò nuovamente i loro sguardi in quei vagoni che sanno di Dior, puzza di ascelle e cemento fresco; e che dopo tre fermate io sarò a casa, mentre loro non avranno neanche il tempo per pensare di esserci arrivati. Domani abbasseranno la testa facendo un passo in avanti. Come se il giorno prima non ci fosse mai stato.

Attraverso il tunnel della metro in piazzale Loreto, e poco prima della rampa di scale,li vedo, sento le note della chitarra e della fisarmonica. Tutte le mattine sono lì, suonano di continuo due o tre giri di Milonga e sembra che ti prendano per il culo con i loro sorrisi latini. Suonano la stessa musica per poco e tutta quella gente. che corre infilata nel tunnel verso la superficie, davanti ai miei occhi sembra danzare sul ritmo di una canzone che mi ricorda il sorriso di Frida. Canto nella mente; oggi ho la maglia dei Visitors, la gente che mi viene incontro sorride, ricambio il sorriso, salgo le scale; alzo gli occhi e sull'ingresso mi sembra di leggere "ARBEIT MACHT FREI", ma non ci penso più di tanto perché, dopo tutto quello che ho visto, sono sempre più convinto che tutto quello che non mi uccide mi fortifica.

 

Me agarra la bruja, me lleva al cerrito, me sienta en sus piernas, me da de besitos”.

La Bruja

 
 
 

La Valse e l’arte di non sporcarsi le mani mangiando il Kebap.

Post n°28 pubblicato il 04 Settembre 2014 da umamau0
 
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Mi chiamo Ishmael e sono un marinaio. Quando ero giovane, ero un baleniere ed ebbi un’avventura indimenticabile…” Melville

Buongiorno signora, come sta? È da tanto che non ci si vede” “Buongiorno cara signora, sto abbastanza bene, anche se con questo tempo umido, gli acciacchi della vecchiaia si fanno sentire” “E già… che ci vuole fare non siamo più giovani…” “Ma lo ha visto che è strano quel bambino li? Secondo me non è normale” “E no… che non è normale. I bambini di quell’età parlano e camminano già da un pezzo…” “E si… questo avrà quasi tre anni, ma non si regge in piedi. Guardi come tiene la testa tutta da un lato… È strano” “Ha visto la madre, chissà da dove vengono?” “Povera donna… crescere un bambino in quello stato…” “E già… Povera donna…Ma che voul farci questa è la vita, cara signora…”

Forza piccolo, stringimi forte il dito con la tua manina e ridi guardando le mie smorfie. Preferisco far ridere i piccoli come te che parlare con chi ha vissuto tutta la vita per barricarsi dietro sicurezze fatte di comodità e televisione. Dai piccolo stringimi forte la mano e ridi. Hai la mamma che ti tiene in piedi e somiglia tanto alla mia. Non so come ti chiami ne da dove vieni, ma questo non ha importanza. Io sono Francesco: figlio di un marinaio, che racconta delle donne che ha incontrato nei porti dell’Africa nera, trai Carruggi di Genova e nei Luna Park di Amburgo; e di una donna che rideva tanto e mi ha sempre tenuto in piedi. Mi chiamo Francesco, ma la gente mi ha dato mille nomi diversi. Dai piccolo stringimi forte la mano, ridi e non starle ad ascoltare sapessi quante volte ho sentito le parole “Strano” e “Non normale”. Solleva il mio dito come una bacchetta magica e falle sparire. Io una volta dicevo a una ragazza che avrei voluto avere il potere di dissolvere queste persone come se fossero fumo di sigaretta. Ma oggi non è più quel tempo. Oggi rido. Rido di loro e della mia generazione, che non sa che cosa vuole, vittima predestinata della storia che hanno scritto e scriveranno sempre gli altri.

La vita è questa piccolo, e questa città ti ruba il tempo e ti toglie il fiato. Ti dicono che devi correre e sgomitare per farti lago. E così corriamo tutti insieme, facciamo le file, compriamo e mangiamo le stesse cose. E corriamo verso non si sa che cosa. Così, la mattina, apri gli occhi e inizi a correre; corri, corri, corri... Tram, metro, scale mobili, lavoro. E dopo il lavoro ancora, corri, corri, corri... Scale mobili, metro, tram e finalmente a casa. Praticamente non muovi un passo. E mentre corri veloce senza muoverti, altrettanto velocemente, mangi: cornetto e caffé, panino e quando arrivi a casa e sei troppo stanco per cucinare dai fondo alle scorte nel surgelatore... sviluppi una certa avversione per il tagliare, sminuzzare, affettare, sbucciare e la sera mangi sempre le stesse cose: mozzarella, banana e quattro salti in padella. Dopo due settimane ti ritrovi una  mattina seduto sul cesso e ti accorgi di avere infilato su per il tuo buco del culo un qualcosa che ha la consistenza del KHO-I-NOOR (Montagna della luce) e non vuole saperne di venir fuori; i tuoi sforzi sono inutili e in un eccesso di disperazione tenti anche di infilare un dito per estrarlo, ma lo spazio è poco e il dolore tanto; allora desisti e pensi alla cosiddetta soluzione "verde" per eliminare il problema: per una settimana ingurgiti svariati chili di kiwi, verdure cotte, pere, prugne e Bifidus Extensis. Il sabato mattina sei sempre seduto lì a sforzarti e a pensare la soluzione del problema che dopo tre settimane sta diventando una tragedia...Pensi subito a qualcosa di forte che ti possa liberare per sempre da quel fardello che porti dentro di te. Esci di corsa e ti ritrovi in una farmacia di turno del centro affollatissima: tu sei l'ultimo della fila e dal bancone in fondo la commessa ti chiede: "Lei signore cosa desidera?" e tu con tutta la forza della tua disperazione, la guardi dritta negli occhi e ti metti a gridare più veloce che puoi "Unpaccodisuppostediglicerinaunpaccodiperetteeunoschizzettoperclisteregrazie!" e lei "Il pacco di perette lo vuole da sei o da dodici?"... A testa bassa attraversi tutta la fila, arrivi al bancone prendi le tue cose ed esci cosciente di aver fatto la tua gran figura di merda, ma convinto di poter mettere fine al tuo tormento. Torni a casa e infili tutto su... Alla seconda "iniezione", con lo Schizzetto, di acqua calda olio e camomilla: inizi a correre e questa volta ti ritrovi seduto sul bordo della vasca a pensare che aveva ragione Antonin Artaud quando diceva che: "Dove c'è puzza di merda lì c'è l'uomo, perché se Dio ci avesse fatto a sua immagine e somiglianza non avremmo mai cacato!"

La vita è questa piccolo. Mio padre mi ha sempre detto che ho soltanto una mano l’altra non l’ho mai usata: forse è per questo che non riesco a mangiare il kebap senza sporcarmi. Forse è per questo mi sento come quel criceto che ho visto, in una piazza affollata, girare dentro una ruota mentre, sulle note della “Valse d’Amelie”, il suo padrone faceva volare una nuvola di bolle di sapone.

“Buongiorno signora” “Buongiorno Dottore” “Venga, si accomodi pure”

La Valse d'Amelie


 

 
 
 

Decades, special thanks to:

Post n°27 pubblicato il 26 Agosto 2014 da umamau0
 
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I carabinieri perché non mi hanno sparato; i bambini del centro spastici e quelli che frequentavano con me le classi differenziali per i bambini disadattati alle elementari; i palloni super santos, tango e super tele, il super tele un po’ meno: prendeva strani effetti; mio zio Peppe per i suoi sì sì e le 500 lire per il Mars quotidiano; il camionista che mi ha fregato la bandiera dell’Italia che mia madre mi aveva cucito per i mondiali dell’82, la mia scarpa ortopedica con la stecca lunga; Megaloman e la sua fiamma di Megalopoli; mia nonna per il bicchiere di vino rosso, le rosette col pomodoro e le formule contro il malocchio; i fruttivendoli con l’Ape 50 che passavano sotto casa mia per tutta la frutta che gli ho fregato; la signora “Peppantona” ed il suo chiosco per il “Gommolo” il cono gelato con la gomma da masticare in fondo: il cornetto Algida costava troppo; il muschio e i pastorelli per il presepe: soprattutto le ombre colorate dei pastorelli che apparivano e scomparivano; Ciccillu, detto “ u Porcaru” per i maiali scannati a squartati; Rocky Joe per la sua rabbia; mio nonno per avermi insegnato a bestemmiare e avermi fatto vedere come si bastonano i preti e i testimoni di Geova; al mio vestito e la mia maschera di Dracula per il carnevale dell’84 ; Miyazaki per Conan e Lana; i pizzaioli napoletani per le pizze nelle sere d’estate; chi buttava i giocattoli nella spazzatura: i miei li distruggevo subito e avevo quelli che rubavo all’asilo o ai bambini che ne avevano più di me; la zagara, la bignonia e la bella di notte per i profumi delle sere di primavera e d’estate; Kyashan e il suo cane androide; la mia maestra per avermi sempre rincorso per l’aula senza riuscire a prendermi; mia nonna per i suoi venti gatti; Capitan Harlock per le sue cicatrici; Le strade, la piazza del mio quartiere e il campo da calcio dietro la scuola per le botte che ho dato e quelle che ho preso dagli altri bambini; il vecchio Limitri detto “u Papé” il mito della mia infanzia: sapeva pescare come nessun’altro, peccato che si sia impiccato con la lenza; la 500 blu notte di mio padre che, per i miei primi dieci anni di vita, per me ha avuto un solo significato: botte in arrivo. Tutte meritate; Babil Junior per i suoi “pugni stretti contro la follia…”: la mia sigla dei cartoni preferita; mio zio Nino per avermi fatto vedere come si sorpassano tre auto di fila sulla strada statale con striscia continua ad una velocità media di 90 Km/h e un’auto che arriva dal senso opposto: vent’anni dopo l’ho fatto io. Sono ancora vivo; Jeeg Robot d’acciaio e la televisione degli altri bambini per avermi fatto passare al caldo i pomeriggi d’inverno: non avevo la televisione; i miei animali: i passeri, i canarini, i pesci rossi, un pesce gatto, tre pappagallini, le ranocchie che vendevo agli altri bambini 200 lire l’una, i dieci pulcini che ho cresciuto sul terrazzo di casa, i polipi e le bisce che prendevo con le mani, le lucertole e il gatto che mi fissava al buio: chiedo scusa al Porcellino d’India per aver usato il suo cadavere per fare la pesca al gatto; la stazione del mio paese per avermi fatto vedere come uomini e donne si amano; Lupin III per le tette di Fujiko; i killer, la 7 e 65 e la mitraglietta scorpion per avermi fatto vedere il mio primo morto ammazzato; Antonio Inoki per la mossa del cobra; le feste di paese per “la Calia e le Zudde”, le giostre e i giochi di fuoco; Pina e Franco per avermi terrorizzato raccontandomi storie di fantasmi e del Mamau; Yattaman per il maialino che si arrampicava sull’albero quando veniva adulato; Gianluca per avermi accoltellato con la penna Replay: la penna scancellabile; il mio barbiere per le copertine di Cronaca nera e per avermi raccontato cosa faceva a letto con sua moglie; Maria la pazza che gridava da dietro il vetro della finestra; il mare, la barca di mio nonno le canne da pesca, e mio zio Gianni per avermi portato a pescare con lui e anche quando andava a vedere le turiste in topless sulla spiaggia.



“Omo se nasce, brigante se more,
ma fino all'ultimo avimma sparà.
E se murimmo menate nu fiore
e na bestemmia pe' 'sta libertà”

Canto dei briganti della Basilicata



Colonna sonora:

Babil Junior, Superobots.

Megaloman, Superobots

Don Pizzica, Officina Zoé.

Guardia 82, Brunori SAS

Intro Dub, 24 Grana.

Pizzica elettronica, Nidi d’arac.

Mokarta, Kunsertu

 

 
 
 

Decades

Post n°26 pubblicato il 20 Agosto 2014 da umamau0
 
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"Quelli che trascurano di rileggere si condannano a leggere sempre la stessa storia"

Roland Barthes

 

Era la fine della primavera dell’86, avevo dieci anni e, nei pomeriggi dopo la scuola, mi potevi trovare arrampicato sulla ringhiera del cortile per vedere il torneo di minivolley.

Sì, giocava anche Emilio. No, io no. Hai mai visto un bambino spastico vincere un torneo di minivolley? Sì, certo, qualche palleggio nel riscaldamento o a fine partita mentre si smontava la rete non me lo negavano mai. Sì, giocavo anche a calcio come tutti gli altri bambini. Ma tu hai mai visto un bambino zoppo segnare un gol? Così, mi dicevano che dovevo stare in porta, perché se perdi palla centrocampo sei lento a rientrare e se segnano è colpa tua. Ma tu hai mai visto un bambino con un braccio offeso che para i rigori?

Nella primavera dell’89 avevo tredici anni ero alto 1 e 80 e il mio cazzo era più lungo di quelli degli altri ragazzini, ma mi serviva a poco. Sì, lo so, sembra strano, ma crescevo più velocemente degli altri. Da qualche mese avevo imparato ad allacciarmi le scarpe. Sì, me lo aveva insegnato il ragazzino che tutti prendevano per il culo come il più scemo della scuola.

Quella era la primavera in cui mi liberavo definitivamente delle scuole medie. E quello che rimaneva di quegli anni era il vomito e il pianto per la scuola dell’obbligo, il sangue che colava dalla bocca di un mio compagno che aveva ricevuto il mio pugno più forte, il mio soprannome: Banana. E le parole che le mie professoresse dissero a mia madre: “Signora, ma le pare che un bambino che non sa leggere né scrivere e con lacune così gravi possa continuare gli studi? Lo tenga a casa, o se vuole lo può sempre mandare al professionale.” Sai, mia madre piangeva, ma io non lo sapevo. Io non ho mai studiato e non ho mai fatto i compiti a casa. Mi piaceva la storia e la geografia. Proprio in quei giorni ho parato il rigore al ragazzino più bravo del paese. A settembre, nel cortile dell’Istituto tecnico commerciale per ragionieri e programmatori, ho segnato il più bel gol che uno zoppo abbia mai segnato: faccio due tunnel ai due ragazzi che mi stanno davanti e infilo la palla sotto le gambe di chi sta in porta. No, lo studio non migliorava e la ragioneria non l’ho mai studiata. La storia era la materia che mi piaceva di più. Nel ’92, per scommessa, ho parato nove rigori su dieci e ho vinto la mia prima partita di beachvolley. Sì, giocavo con Emilio ed eravamo i più piccoli di tutto il torneo.

Il 1994 è il mio anno. Sai, quel anno ho fatto di tutto per farmi bocciare. Ho anche bestemmiato anche davanti alla commissione all’esame di maturità, ma, niente, mi hanno fatto i complimenti e mi hanno dato trentottosessantesimi. Alla fine di luglio perdo 19 a 17 la semifinale del torneo per la festa della Madonna di Porto Salvo. Sì, i miei compagni erano tutti ubriachi e io ero l’unico che forse voleva vincere quella partita. Così, quando spengono i riflettori, quello che rimaneva era il mio Porco Dio gridato nel campo davanti la chiesa e gli insulti della gente che si sentiva offesa dalla mia rabbia. è stata la mia ultima partita. In compenso quell’estate ho vinto due tornei di beachvolley prendendo a pallonate tutti quei figli di puttana che avevano avuto tutto dalla vita e stavo con la ragazza più ambita dai ragazzi di tutta la spiaggia. Sì, lo so anch’io che era solo perché aveva le tette più grosse. A ottobre mi ha mollato e io mi sono iscritto al primo anno di giurisprudenza. Ricordi? Quell’estate ci siamo visti per la prima volta. Nel ’95, perdo, in semifinale, il torneo di beachvolley, mi ritiro da giurisprudenza e mi iscrivo a scienze politiche.

Il ’96, il ’96 è l’anno in cui il mio morale tocca il minimo storico. Nessun esame all’università e nessun torneo da giocare. Avevo deciso così. Quell’estate continuavo a prendere a pallonate chi mi capitava davanti. Quell’estate avevi sedici anni ed eri bellissima, eri appena arrivata come facevi ogni estate da Milano e ti eri tinta i capelli di rosso perché sapevi che mi piaceva. Eri sempre lì ai bordi del campo. Applaudivi quando centravo la testa di qualcuno e mi sfottevi e ridevi quando mi incazzavo. Quell’estate sembrava non finire mai, rientravo a casa solo per mangiare e cambiarmi. Ti avevo regalato tutte le foto dei Nirvana che tappezzavano le pareti della mia stanza, tutti gli album e la mia maglietta di Nervermind. Passavano le notti a bere e fumare sulla spiaggia, poi ti addormentavi su di me e mi toccava riportarti a casa. A settembre sono sparito. Lo so, sono uno zoppo bastardo e tu non mi perdonerai mai, ma credimi, avevo paura. No. Non è una scusa del cazzo. Lo so benissimo che tu hai la sclerosi multipla e che quell’anno ti avevano piantato nella schiena una placca d’acciaio per non farti soffocare. Tu sei stata il mio primo vero amore, ma la mia paura era più forte. A settembre mi era bastata una parola per mandare in fumo il mio sogno. Così a vent’anni rinunciavo a diventare l’allenatore in seconda di una delle squadre di pallavolo più forti di tutta la regione. Sabato 2 novembre alle 22:00 circa mi schianto con la mia R4 e io e quelli che erano con me eravamo salvi per miracolo. La macchina era distrutta e ancora mi sembra di vedere il sangue di mio fratello che schizza da tutte le parti. La mattina dopo ero al cimitero e mentre camminavo mi sembrava di sentire un rumore, come se quelli che mi guardavano dal loro oblò stessero applaudendo lentamente tutti insieme. Il ’97 e il ’98 sono anni pieni di niente.

Il 24 maggio 1999 sul mio libretto c’è scritto: storia moderna ventottotrentesimi. È il momento della svolta. Dal 2000 al 2004 è stata una corsa folle contro il tempo: dovevo laurearmi il prima possibile. Cerco di dare un esame al mese. Contemporaneamente, imparo a cucinare, cucire, lavare, stirare e rassettare la casa .Il 6 marzo 2006 mi laureo. Ma quel cento che fa esultare tutti, parenti e amici, a me non basta per niente. Scrivo un piccolo saggio e il 14 di luglio vinco un premio per scritti di storia locale. Ma non serve a niente. Sì, non serve a niente. Avrei voluto che tutto questo potesse essere un’arma per la vendetta di mia madre contro le mie professoresse. Lei è morta il 21 dicembre del 2004. Dopo quattro anni di agonia un Carcinoma ovarico se l’è portata via. Il 17 di agosto alle 9:30 atterro nella tua Milano: a casa ho detto che sarei tornato dopo quindici giorni. Inseguivo un amore fatto di parole scritte e sussurrate al telefono. Venti minuti dopo sono fermo in Corso XXII marzo, sono da solo è aspetto il 12 che mi porterà a casa. Un’ora dopo apro la porta di casa e so già che non tornerò mai più indietro.

Chiara, tu potrai non credermi, ma avevo deciso di cancellare tutto e il dottorato di ricerca che mi aspettava a settembre poteva anche andare a fanculo. Da quel momento ho vissuto come un proiettile sparato ad altezza d’uomo e la mia lamina continua a ricoprirsi di sangue, tessuti, e pensieri.

Oggi è il tuo compleanno? Scusa, ma io parlo tanto e poi dimentico le cose importanti.

Chiara, quanti anni fai?

Decades






 

 
 
 

Le notti di Oppenheimer hanno occhi taglienti come i denti di uno squalo bianco.

Post n°25 pubblicato il 08 Agosto 2014 da umamau0
 
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Sono 75. 75 chili. Ho perso cinque chili. Cinque in meno di un mese. E l’ago della bilancia scassata punta precisamente il centro di quel numero sbiadito dal tempo, come se fossi in piedi su questa bilancia dal ’75: da quando sono nato.

Salgo sulla bilancia la lancetta gira e da un mese sento quella voce che, in francese con accento polacco, continua a ripetere: “Togliere, togliere, togliere”. Io tolgo, tolgo, tolgo: tolgo parole, tolgo vestiti, tolgo le scarpe e le calze sudate. Restano gli occhi che cercano occhi nello spazio, musica che scava dentro e un filo rosso, che ti parte dai piedi sporchi, attraversa le vertebre, esce dalla fronte e ti lega a una nuvola. Così cammini e corri. La pelle dei piedi diventa dura e segnata dalle cicatrici. Ma le assi nere, come dice qualcuno:” Rimangono fredde e dure. Minchia se sono dure, quando si fanno verticali e capriole”.

E poi

E poi succede che una sera, una sera di un giorno qualsiasi. Sali su una sedia e, mentre senti il suono di un sax che ti accompagna, e pensi a chi piscia birra nelle aiuole dell’Esselunga; puntando lo sguardo negli occhi di chi ti guarda, parli. Parli per cinque lunghissimi minuti: tanto prevede la tua “Gabbia Ritmica”.

Finito tutto ascolti gli applausi e con un piccolo salto scendi dalla sedia. Hai ancora le mani sudate e il cuore che batte forte, quando qualcuno si avvicina e ti fa i complimenti e qualcun altro il giorno dopo scrive:“Quando Francesco sale in piedi su una sedia e inizia a parlare. I miei pensieri svaniscono. Ecco ora la mia mente è vuota; e lui, come il bambino che vuole essere giraffa, si prende tutto lo spazio e dalle sue parole il poeta ritorna ed emerge l’idea di creare un nuovo teatro fra la gente e con la gente, il coraggio di rompere con la tradizione, la sfrontatezza di mettersi contro il potere dello stato. Una volontà che spinge ad essere libero di muoversi dentro una forma il cui limite si espande ogni qualvolta si preme per oltrepassarlo. Un inizio che rimane sempre inizio, un orologio riposto sopra uno sgabello; Majakovskij era così e nessuno ci può fare niente”.

Mentre loro sorridono e mi fanno i complimenti, io mi chiedo se attraverso i miei occhi lo hanno visto davvero. Se hanno visto quel bambino da solo, lì sul palco vuoto. Tutti sono fermi è la platea ascolta assorbita dall’oscurità

e lui, con il microfono in mano, cerca di muoversi come gli ha detto la maestra e con la voce che gli rimane ripete una poesia a memoria guardando fisso la piccola linea di luce che filtra attraverso le tende chiuse in fondo alla sala. L’occasione è di quelle importanti. Si festeggia il quarantesimo anniversario dalla “Liberazione” la sala è piena di autorità e genitori. Lui attacca subito dopo che gli altri hanno finito di cantare “Soffia il vento” – la maestra aveva raccomandato di cantare “ la nostra primavera” e non la “rossa” come c’era scritto sul testo: perché l’unico rosso che rimaneva era quello sullo scudo bianco crociato della Democrazia Cristiana. Infatti alle Presidenziali del 25 giugno del 1985, Cossiga batte Pertini 752 a 12 – quel bambino con la faccia rossa e la mano sinistra serrata in un pugno sulla pancia finisce di dire la poesia,il sipario si chiude e la gente applaude.

Ma,chissà se quelli che mi stanno davanti e sorridono lo hanno visto. Chissà se hanno visto i suoi occhi lucidi. Chissà se hanno visto come tremava. Chissà se lo hanno visto dietro il sipario mentre si pisciava addosso


Salirò sempre su una sedia per parlare e guardare la gente negli occhi, perchè la Storia è fatta da tutti e la memoria non è di proprietà di nessuno.

Perché li uomini che salgono sulle sedie e parlano non fanno mai una gran fine: si fa prima a dimenticarli.

Penso agli uomini che hanno dato la vita per la libertà per questo paese. Penso hai loro nipoti, che a colpi di decreti legge cancellano la Costituzione, che sanciva e garantiva la nostra libertà. Penso a quei ragazzi davanti alla scuola, che non sanno proprio chi fosse Aldo Moro, ridono e rispondono: “Sì, Sì lo so è il cantante!”.

Salirò sempre su una sedia parlerò, guardando la gente negli occhi e ai miei figli insegnerò la Costituzione.

Poco importa, se le stelle nelle notti di Oppenheimer hanno occhi che tagliano come i denti di uno squalo bianco.

Poco importa se ho la gamba di legno intarsiata di varici,la mano ancora immersa nel liquido amniotico di una madre morta e non sarò mai leggero come Torgeir Wethal.

Poco importa se ci sarà sempre qualcuno che, con la faccia di chi è appena uscito da sotto i cingoli della Storia, mi dirà: “Ma che ti interessa? Fai come me: vivi e lascia vivere”.

Salirò sempre su una sedia, per non perdere la memoria.

E poi

E poi, quando mi accorgerò di essere incinta. Starò seduto sulla sedia. Mi servirà pazienza e riposo, acido folico e vitamina B e le mie finestre forse un giorno partoriranno cinghiali con ali di cherubini.


La prima parola che diranno? “Habeas Corpus”


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PATRICIA HIGHSMITH

"Non capisco la gente a cui piace far rumore; di conseguenza la temo, e poiché la temo, la odio. é un circolo vizioso emotivo"

 

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