Community
 
umamau0
   
 
Creato da umamau0 il 15/04/2008

Sarcophaga Carnaria

ciò che è non può essere vero

 

 

Decades, special thanks to:

Post n°27 pubblicato il 26 Agosto 2014 da umamau0
 
Foto di umamau0

 

I carabinieri perché non mi hanno sparato; i bambini del centro spastici e quelli che frequentavano con me le classi differenziali per i bambini disadattati alle elementari; i palloni super santos, tango e super tele, il super tele un po’ meno: prendeva strani effetti; mio zio Peppe per i suoi sì sì e le 500 lire per il Mars quotidiano; il camionista che mi ha fregato la bandiera dell’Italia che mia madre mi aveva cucito per i mondiali dell’82, la mia scarpa ortopedica con la stecca lunga; Megaloman e la sua fiamma di Megalopoli; mia nonna per il bicchiere di vino rosso, le rosette col pomodoro e le formule contro il malocchio; i fruttivendoli con l’Ape 50 che passavano sotto casa mia per tutta la frutta che gli ho fregato; la signora “Peppantona” ed il suo chiosco per il “Gommolo” il cono gelato con la gomma da masticare in fondo: il cornetto Algida costava troppo; il muschio e i pastorelli per il presepe: soprattutto le ombre colorate dei pastorelli che apparivano e scomparivano; Ciccillu, detto “ u Porcaru” per i maiali scannati a squartati; Rocky Joe per la sua rabbia; mio nonno per avermi insegnato a bestemmiare e avermi fatto vedere come si bastonano i preti e i testimoni di Geova; al mio vestito e la mia maschera di Dracula per il carnevale dell’84 ; Miyazaki per Conan e Lana; i pizzaioli napoletani per le pizze nelle sere d’estate; chi buttava i giocattoli nella spazzatura: i miei li distruggevo subito e avevo quelli che rubavo all’asilo o ai bambini che ne avevano più di me; la zagara, la bignonia e la bella di notte per i profumi delle sere di primavera e d’estate; Kyashan e il suo cane androide; la mia maestra per avermi sempre rincorso per l’aula senza riuscire a prendermi; mia nonna per i suoi venti gatti; Capitan Harlock per le sue cicatrici; Le strade, la piazza del mio quartiere e il campo da calcio dietro la scuola per le botte che ho dato e quelle che ho preso dagli altri bambini; il vecchio Limitri detto “u Papé” il mito della mia infanzia: sapeva pescare come nessun’altro, peccato che si sia impiccato con la lenza; la 500 blu notte di mio padre che, per i miei primi dieci anni di vita, per me ha avuto un solo significato: botte in arrivo. Tutte meritate; Babil Junior per i suoi “pugni stretti contro la follia…”: la mia sigla dei cartoni preferita; mio zio Nino per avermi fatto vedere come si sorpassano tre auto di fila sulla strada statale con striscia continua ad una velocità media di 90 Km/h e un’auto che arriva dal senso opposto: vent’anni dopo l’ho fatto io. Sono ancora vivo; Jeeg Robot d’acciaio e la televisione degli altri bambini per avermi fatto passare al caldo i pomeriggi d’inverno: non avevo la televisione; i miei animali: i passeri, i canarini, i pesci rossi, un pesce gatto, tre pappagallini, le ranocchie che vendevo agli altri bambini 200 lire l’una, i dieci pulcini che ho cresciuto sul terrazzo di casa, i polipi e le bisce che prendevo con le mani, le lucertole e il gatto che mi fissava al buio: chiedo scusa al Porcellino d’India per aver usato il suo cadavere per fare la pesca al gatto; la stazione del mio paese per avermi fatto vedere come uomini e donne si amano; Lupin III per le tette di Fujiko; i killer, la 7 e 65 e la mitraglietta scorpion per avermi fatto vedere il mio primo morto ammazzato; Antonio Inoki per la mossa del cobra; le feste di paese per “la Calia e le Zudde”, le giostre e i giochi di fuoco; Pina e Franco per avermi terrorizzato raccontandomi storie di fantasmi e del Mamau; Yattaman per il maialino che si arrampicava sull’albero quando veniva adulato; Gianluca per avermi accoltellato con la penna Replay: la penna scancellabile; il mio barbiere per le copertine di Cronaca nera e per avermi raccontato cosa faceva a letto con sua moglie; Maria la pazza che gridava da dietro il vetro della finestra; il mare, la barca di mio nonno le canne da pesca, e mio zio Gianni per avermi portato a pescare con lui e anche quando andava a vedere le turiste in topless sulla spiaggia.



“Omo se nasce, brigante se more,
ma fino all'ultimo avimma sparà.
E se murimmo menate nu fiore
e na bestemmia pe' 'sta libertà”

Canto dei briganti della Basilicata



Colonna sonora:

Babil Junior, Superobots.

Megaloman, Superobots

Don Pizzica, Officina Zoé.

Guardia 82, Brunori SAS

Intro Dub, 24 Grana.

Pizzica elettronica, Nidi d’arac.

Mokarta, Kunsertu

 

 
 
 

Decades

Post n°26 pubblicato il 20 Agosto 2014 da umamau0
 
Foto di umamau0

"Quelli che trascurano di rileggere si condannano a leggere sempre la stessa storia"

Roland Barthes

 

Era la fine della primavera dell’86, avevo dieci anni e, nei pomeriggi dopo la scuola, mi potevi trovare arrampicato sulla ringhiera del cortile per vedere il torneo di minivolley.

Sì, giocava anche Emilio. No, io no. Hai mai visto un bambino spastico vincere un torneo di minivolley? Sì, certo, qualche palleggio nel riscaldamento o a fine partita mentre si smontava la rete non me lo negavano mai. Sì, giocavo anche a calcio come tutti gli altri bambini. Ma tu hai mai visto un bambino zoppo segnare un gol? Così, mi dicevano che dovevo stare in porta, perché se perdi palla centrocampo sei lento a rientrare e se segnano è colpa tua. Ma tu hai mai visto un bambino con un braccio offeso che para i rigori?

Nella primavera dell’89 avevo tredici anni ero alto 1 e 80 e il mio cazzo era più lungo di quelli degli altri ragazzini, ma mi serviva a poco. Sì, lo so, sembra strano, ma crescevo più velocemente degli altri. Da qualche mese avevo imparato ad allacciarmi le scarpe. Sì, me lo aveva insegnato il ragazzino che tutti prendevano per il culo come il più scemo della scuola.

Quella era la primavera in cui mi liberavo definitivamente delle scuole medie. E quello che rimaneva di quegli anni era il vomito e il pianto per la scuola dell’obbligo, il sangue che colava dalla bocca di un mio compagno che aveva ricevuto il mio pugno più forte, il mio soprannome: Banana. E le parole che le mie professoresse dissero a mia madre: “Signora, ma le pare che un bambino che non sa leggere né scrivere e con lacune così gravi possa continuare gli studi? Lo tenga a casa, o se vuole lo può sempre mandare al professionale.” Sai, mia madre piangeva, ma io non lo sapevo. Io non ho mai studiato e non ho mai fatto i compiti a casa. Mi piaceva la storia e la geografia. Proprio in quei giorni ho parato il rigore al ragazzino più bravo del paese. A settembre, nel cortile dell’Istituto tecnico commerciale per ragionieri e programmatori, ho segnato il più bel gol che uno zoppo abbia mai segnato: faccio due tunnel ai due ragazzi che mi stanno davanti e infilo la palla sotto le gambe di chi sta in porta. No, lo studio non migliorava e la ragioneria non l’ho mai studiata. La storia era la materia che mi piaceva di più. Nel ’92, per scommessa, ho parato nove rigori su dieci e ho vinto la mia prima partita di beachvolley. Sì, giocavo con Emilio ed eravamo i più piccoli di tutto il torneo.

Il 1994 è il mio anno. Sai, quel anno ho fatto di tutto per farmi bocciare. Ho anche bestemmiato anche davanti alla commissione all’esame di maturità, ma, niente, mi hanno fatto i complimenti e mi hanno dato trentottosessantesimi. Alla fine di luglio perdo 19 a 17 la semifinale del torneo per la festa della Madonna di Porto Salvo. Sì, i miei compagni erano tutti ubriachi e io ero l’unico che forse voleva vincere quella partita. Così, quando spengono i riflettori, quello che rimaneva era il mio Porco Dio gridato nel campo davanti la chiesa e gli insulti della gente che si sentiva offesa dalla mia rabbia. è stata la mia ultima partita. In compenso quell’estate ho vinto due tornei di beachvolley prendendo a pallonate tutti quei figli di puttana che avevano avuto tutto dalla vita e stavo con la ragazza più ambita dai ragazzi di tutta la spiaggia. Sì, lo so anch’io che era solo perché aveva le tette più grosse. A ottobre mi ha mollato e io mi sono iscritto al primo anno di giurisprudenza. Ricordi? Quell’estate ci siamo visti per la prima volta. Nel ’95, perdo, in semifinale, il torneo di beachvolley, mi ritiro da giurisprudenza e mi iscrivo a scienze politiche.

Il ’96, il ’96 è l’anno in cui il mio morale tocca il minimo storico. Nessun esame all’università e nessun torneo da giocare. Avevo deciso così. Quell’estate continuavo a prendere a pallonate chi mi capitava davanti. Quell’estate avevi sedici anni ed eri bellissima, eri appena arrivata come facevi ogni estate da Milano e ti eri tinta i capelli di rosso perché sapevi che mi piaceva. Eri sempre lì ai bordi del campo. Applaudivi quando centravo la testa di qualcuno e mi sfottevi e ridevi quando mi incazzavo. Quell’estate sembrava non finire mai, rientravo a casa solo per mangiare e cambiarmi. Ti avevo regalato tutte le foto dei Nirvana che tappezzavano le pareti della mia stanza, tutti gli album e la mia maglietta di Nervermind. Passavano le notti a bere e fumare sulla spiaggia, poi ti addormentavi su di me e mi toccava riportarti a casa. A settembre sono sparito. Lo so, sono uno zoppo bastardo e tu non mi perdonerai mai, ma credimi, avevo paura. No. Non è una scusa del cazzo. Lo so benissimo che tu hai la sclerosi multipla e che quell’anno ti avevano piantato nella schiena una placca d’acciaio per non farti soffocare. Tu sei stata il mio primo vero amore, ma la mia paura era più forte. A settembre mi era bastata una parola per mandare in fumo il mio sogno. Così a vent’anni rinunciavo a diventare l’allenatore in seconda di una delle squadre di pallavolo più forti di tutta la regione. Sabato 2 novembre alle 22:00 circa mi schianto con la mia R4 e io e quelli che erano con me eravamo salvi per miracolo. La macchina era distrutta e ancora mi sembra di vedere il sangue di mio fratello che schizza da tutte le parti. La mattina dopo ero al cimitero e mentre camminavo mi sembrava di sentire un rumore, come se quelli che mi guardavano dal loro oblò stessero applaudendo lentamente tutti insieme. Il ’97 e il ’98 sono anni pieni di niente.

Il 24 maggio 1999 sul mio libretto c’è scritto: storia moderna ventottotrentesimi. È il momento della svolta. Dal 2000 al 2004 è stata una corsa folle contro il tempo: dovevo laurearmi il prima possibile. Cerco di dare un esame al mese. Contemporaneamente, imparo a cucinare, cucire, lavare, stirare e rassettare la casa .Il 6 marzo 2006 mi laureo. Ma quel cento che fa esultare tutti, parenti e amici, a me non basta per niente. Scrivo un piccolo saggio e il 14 di luglio vinco un premio per scritti di storia locale. Ma non serve a niente. Sì, non serve a niente. Avrei voluto che tutto questo potesse essere un’arma per la vendetta di mia madre contro le mie professoresse. Lei è morta il 21 dicembre del 2004. Dopo quattro anni di agonia un Carcinoma ovarico se l’è portata via. Il 17 di agosto alle 9:30 atterro nella tua Milano: a casa ho detto che sarei tornato dopo quindici giorni. Inseguivo un amore fatto di parole scritte e sussurrate al telefono. Venti minuti dopo sono fermo in Corso XXII marzo, sono da solo è aspetto il 12 che mi porterà a casa. Un’ora dopo apro la porta di casa e so già che non tornerò mai più indietro.

Chiara, tu potrai non credermi, ma avevo deciso di cancellare tutto e il dottorato di ricerca che mi aspettava a settembre poteva anche andare a fanculo. Da quel momento ho vissuto come un proiettile sparato ad altezza d’uomo e la mia lamina continua a ricoprirsi di sangue, tessuti, e pensieri.

Oggi è il tuo compleanno? Scusa, ma io parlo tanto e poi dimentico le cose importanti.

Chiara, quanti anni fai?

Decades






 

 
 
 

Le notti di Oppenheimer hanno occhi taglienti come i denti di uno squalo bianco.

Post n°25 pubblicato il 08 Agosto 2014 da umamau0
 
Foto di umamau0

 

Sono 75. 75 chili. Ho perso cinque chili. Cinque in meno di un mese. E l’ago della bilancia scassata punta precisamente il centro di quel numero sbiadito dal tempo, come se fossi in piedi su questa bilancia dal ’75: da quando sono nato.

Salgo sulla bilancia la lancetta gira e da un mese sento quella voce che, in francese con accento polacco, continua a ripetere: “Togliere, togliere, togliere”. Io tolgo, tolgo, tolgo: tolgo parole, tolgo vestiti, tolgo le scarpe e le calze sudate. Restano gli occhi che cercano occhi nello spazio, musica che scava dentro e un filo rosso, che ti parte dai piedi sporchi, attraversa le vertebre, esce dalla fronte e ti lega a una nuvola. Così cammini e corri. La pelle dei piedi diventa dura e segnata dalle cicatrici. Ma le assi nere, come dice qualcuno:” Rimangono fredde e dure. Minchia se sono dure, quando si fanno verticali e capriole”.

E poi

E poi succede che una sera, una sera di un giorno qualsiasi. Sali su una sedia e, mentre senti il suono di un sax che ti accompagna, e pensi a chi piscia birra nelle aiuole dell’Esselunga; puntando lo sguardo negli occhi di chi ti guarda, parli. Parli per cinque lunghissimi minuti: tanto prevede la tua “Gabbia Ritmica”.

Finito tutto ascolti gli applausi e con un piccolo salto scendi dalla sedia. Hai ancora le mani sudate e il cuore che batte forte, quando qualcuno si avvicina e ti fa i complimenti e qualcun altro il giorno dopo scrive:“Quando Francesco sale in piedi su una sedia e inizia a parlare. I miei pensieri svaniscono. Ecco ora la mia mente è vuota; e lui, come il bambino che vuole essere giraffa, si prende tutto lo spazio e dalle sue parole il poeta ritorna ed emerge l’idea di creare un nuovo teatro fra la gente e con la gente, il coraggio di rompere con la tradizione, la sfrontatezza di mettersi contro il potere dello stato. Una volontà che spinge ad essere libero di muoversi dentro una forma il cui limite si espande ogni qualvolta si preme per oltrepassarlo. Un inizio che rimane sempre inizio, un orologio riposto sopra uno sgabello; Majakovskij era così e nessuno ci può fare niente”.

Mentre loro sorridono e mi fanno i complimenti, io mi chiedo se attraverso i miei occhi lo hanno visto davvero. Se hanno visto quel bambino da solo, lì sul palco vuoto. Tutti sono fermi è la platea ascolta assorbita dall’oscurità

e lui, con il microfono in mano, cerca di muoversi come gli ha detto la maestra e con la voce che gli rimane ripete una poesia a memoria guardando fisso la piccola linea di luce che filtra attraverso le tende chiuse in fondo alla sala. L’occasione è di quelle importanti. Si festeggia il quarantesimo anniversario dalla “Liberazione” la sala è piena di autorità e genitori. Lui attacca subito dopo che gli altri hanno finito di cantare “Soffia il vento” – la maestra aveva raccomandato di cantare “ la nostra primavera” e non la “rossa” come c’era scritto sul testo: perché l’unico rosso che rimaneva era quello sullo scudo bianco crociato della Democrazia Cristiana. Infatti alle Presidenziali del 25 giugno del 1985, Cossiga batte Pertini 752 a 12 – quel bambino con la faccia rossa e la mano sinistra serrata in un pugno sulla pancia finisce di dire la poesia,il sipario si chiude e la gente applaude.

Ma,chissà se quelli che mi stanno davanti e sorridono lo hanno visto. Chissà se hanno visto i suoi occhi lucidi. Chissà se hanno visto come tremava. Chissà se lo hanno visto dietro il sipario mentre si pisciava addosso


Salirò sempre su una sedia per parlare e guardare la gente negli occhi, perchè la Storia è fatta da tutti e la memoria non è di proprietà di nessuno.

Perché li uomini che salgono sulle sedie e parlano non fanno mai una gran fine: si fa prima a dimenticarli.

Penso agli uomini che hanno dato la vita per la libertà per questo paese. Penso hai loro nipoti, che a colpi di decreti legge cancellano la Costituzione, che sanciva e garantiva la nostra libertà. Penso a quei ragazzi davanti alla scuola, che non sanno proprio chi fosse Aldo Moro, ridono e rispondono: “Sì, Sì lo so è il cantante!”.

Salirò sempre su una sedia parlerò, guardando la gente negli occhi e ai miei figli insegnerò la Costituzione.

Poco importa, se le stelle nelle notti di Oppenheimer hanno occhi che tagliano come i denti di uno squalo bianco.

Poco importa se ho la gamba di legno intarsiata di varici,la mano ancora immersa nel liquido amniotico di una madre morta e non sarò mai leggero come Torgeir Wethal.

Poco importa se ci sarà sempre qualcuno che, con la faccia di chi è appena uscito da sotto i cingoli della Storia, mi dirà: “Ma che ti interessa? Fai come me: vivi e lascia vivere”.

Salirò sempre su una sedia, per non perdere la memoria.

E poi

E poi, quando mi accorgerò di essere incinta. Starò seduto sulla sedia. Mi servirà pazienza e riposo, acido folico e vitamina B e le mie finestre forse un giorno partoriranno cinghiali con ali di cherubini.


La prima parola che diranno? “Habeas Corpus”


Like a stone


 

 
 
 

Hannah Hoch e la danza macabra della telefonista senza orecchio che si ostinava a leggere libri.

Post n°24 pubblicato il 03 Agosto 2014 da umamau0
 
Foto di umamau0

 

(Silvia “Basta! Sono stanca di sentire sempre le solite scuse! Voi venite qui e quello che sapete dire è: “Abbiamo fatto del nostro meglio. Ci ridono in faccia. Abbiamo fatto quello che potevamo…” Sono tutte scuse del cazzo! E intanto io faccio la fame! Voglio scioperare!

 

(tutti gli altri, zitti)

 

Sindacalista “Cara ragazza, ti capisco, ma non possiamo chiedere ai colleghi altri scioperi, peserebbero troppo sui loro stipendi. Non possiamo, gli stipendi sono bassi.

 

Nella mia mente “Se tutto resta così, siete perduti. Il cambiamento è il vostro amico, il conflitto la vostra battaglia. Traete qualcosa dal nulla. Annientate lo strapotere. Rinunciate a ciò che avete, appropriatevi di quanto vi è negato.” (Gudrun Ensslin – banda Baader-Meinhof)

 

(Il teschio con il papillon, che ride, che ho disegnato sulla mia maglia, ride)

 

Silvia “A me danno 620 euro al mese per stare al telefono. E visto che questa azienda mi costringe a fare la fame l’unica cosa che posso fare è scioperare, scioperare e scioperare. Non guadagnerò niente ma, forse, cambierò qualcosa; e se non dovessi riuscirci, sono sempre libera di andarmene da questa azienda del cazzo!

 

(tutti gli altri, zitti)

 

Sindacalista (facendo il pollo, con le mani ai fianchi) “Brava, brava, ma non credere che fuori di qui sia stia meglio. Se perdi questo lavoro, farai davvero la fame”

 

Nella mia mente “Sai che voglia che ho di stare otto ore in piedi e per giunta di notte? Quelli ci cambiano i turni quando cazzo gli pare, per la merda che ci pagano. Un giorno, mi stufo e li mando tutti a fanculo: la ditta e il bavoso del mio capo. Quel lavoro di merda lo faccia fare alla puttana di sua moglie.” ( I lunedì al sole)

 

(Il teschio con il papillon, che ride, che ho disegnato sulla mia maglia, continua a ridere)

 

Silvia “Ecco, vedi, questo è quello che mi sento dire dalla azienda! E voi sareste quelli che mi devono rappresentare?! Voi siete uguali ai padroni, ma io cambierò tutto questo! A costo di rimanere senza lavoro!”

 

(tutti gli altri, zitti)

 

Sindacalista “Cara ragazza, ci vuole tempo le cose non si cambiano così dall’oggi al domani. Non è facile. E io ne ho viste di cose. Fidati.”

 

Nella mia mente

 

Robespierre che non aveva la barba

 

ride di voi e della vostra rivoluzione

 

il suo teschio ride

 

la sua polvere

 

la sua estrema omemoria che più vale

 

di tutta la vostra vita

 

cioè del fatto che voi siete vivi e lui è morto

 

e anche Marx che aveva la barba ride

 

[...]

 

(il seme vivo di Marx è in coloro che soffrono

 

che pensano

 

e non hanno bandiere)

 

ridono Robespierre e Marx

 

ma forse anche piangono

 

dell’uomo non più umano che in voi si realizza

 

del pensiero che non pensa

 

dell’amore che non ama

 

del perpetuo fiasco del sesso e della mente…”

 

(Il contesto, Sciascia)

 

(Il mio teschio con il papillon, ride)

 

Silvia “Non mi arrenderò! Andate a fanculo!” (esce sbattendo la porta)

 

(altre colleghe con scarpe e borse Gucci ridono di Silvia, sottovoce)

 

Nella mia mente “Compri mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della mia vita. Compri il divano, poi per un paio d’anni sei soddisfatto al pensiero che, dovesse andare tutto storto, almeno hai risolto il problema del divano. Poi il giusto servizio di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto. Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te.” (Fight Club)

 

Sindacalista “ Colleghi, procediamo con la votazione dell’ordine del giorno!”

 

Il mio teschio con il papillon, parla: 

 

Che cos’è di preciso un uomo?

 

So io cos’è un uomo?

 

Chi lo sa cos’è!

 

Io non so cos’è un uomo,

 

so solo il suo prezzo.”

 

( La linea di condotta, Bertolt Brecht)

 

Io alzo la mano. Voto contro.

 


 

(in fondo alla sala si legge la scritta)

 

CARTA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI SULL'UOMO

 

art. 1

 

La Cina è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

 

Get a job

 


 

 

 
 
 

Ali di canarino

Post n°23 pubblicato il 26 Luglio 2014 da umamau0
 
Foto di umamau0

“La celeste, la divina giovinezza è una soprannaturale mosca, una pulsante, minuscola cavalletta eretta sulla sedia” Franz Kafka

 

“Da quanto tempo siamo rinchiusi qui?”

“Non me lo ricordo: forse da quando siamo nati o forse da quando mamma è morta. Avevamo giurato di rialzarla quando sarebbe caduta. Ci siamo allenati per anni scannando porci per poi portarli a spalla. Abbiamo sollevato per anni quintali di letame ma non è servito a niente, lei aveva tutto il peso della morte e ci trovarono la mattina dopo mentre ancora piangevamo sul suo cadavere nel disperato tentativo di sollevarla da terra.”

“Perché gonfi quei palloncini fino a farli scoppiare?”

“Non lo ricordi? Ce l’ha insegnato il vecchio che diceva di essere stato un discobolo di rafflesie, quello che sembrava un collage di ossa di cane. Ci disse che era inutile aspettare, tanto Babbo Natale non c’avrebbe mai portato la gamba bionica che tanto desideravamo. Così c’ha insegnato che non serviva a niente uccidere gli esseri umani solo per liberarsi dalla rabbia: bastava semplicemente gonfiare un palloncino fino a farlo scoppiare per ogni uomo che volevamo uccidere.”

“E perché mai avremmo dovuto uccidere qualcuno?”

“Ci volevano rubare le carezze della nostra donna gatto: non lo ricordi? La sera, appena rientrati a casa, mangiavamo in fretta qualche falena e dopo aver fumato la solita sigaretta, che fabbricavamo con i peli di fica che ci rimanevano incollati alla lingua, correvamo subito in bagno e sollevando il coperchio del cesso aspettavamo che lei uscisse. Era bellissima con la sua testa e la sua coda nere, con le sue unghie lunghe e smaltate. Ci accoppiavamo tanto forte che il nostro calore faceva gonfiare il pallone della mongolfiera che ci portava in giro sopra i tetti delle case abitate da lombrichi neri e al momento giusto la nostra sborra fecondava il mondo di fantasia marcusiana.”

“Da quanto tempo teniamo gli occhi chiusi?”

“Non me lo ricordo: forse da quando Robespierre fece tagliare la prima testa per far tingere di rosso le labbra di una puttana immortale, quella con la fica jacuzzi e in testa la corona di spine; o da quando Majorana scrisse la formula della bomba atomica su un pacchetto di sigarette e sparì per non essere accusato della fine del mondo. Abbiamo cercato di aprirli, ma ci siamo accontentati di annusare mille libri nuovi e mangiare insieme le parole di sangue della Storia. Abbiamo sentito il terrore vibrarci sotto pelle e dietro l’iride ascoltando il boato dei cannoni di Bismark; Abbiamo vissuto i sogni di porpora negli occhi dei bambini che si arrampicavano sulle barricate per le strade di Parigi il 18 marzo 1871. Lo ricordi?”

“Lo ricordo e ricordo vagamente il suono di una frase come una sciabolata che apre la carne: “I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”.

“Da quanto tempo siamo rinchiusi qui?”

“Non lo ricordi? Siamo nati insieme.”

The Carny


 
 
 
Successivi »
 

PATRICIA HIGHSMITH

"Non capisco la gente a cui piace far rumore; di conseguenza la temo, e poiché la temo, la odio. é un circolo vizioso emotivo"

 

ULTIME VISITE AL BLOG

blanche.fnorma3330gaza64poeta.72gabriel611siamoallafrutta1lost4mostofitallyeahantropoeticoLaLigneNoirlumil_0annadomenicaMerubeIsobelGovvdiecasalauracilento