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Creato da umamau0 il 15/04/2008

Sarcophaga Carnaria

ciò che è non può essere vero

 

 

Ali di canarino

Post n°23 pubblicato il 26 Luglio 2014 da umamau0
 
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“La celeste, la divina giovinezza è una soprannaturale mosca, una pulsante, minuscola cavalletta eretta sulla sedia” Franz Kafka

 

“Da quanto tempo siamo rinchiusi qui?”

“Non me lo ricordo: forse da quando siamo nati o forse da quando mamma è morta. Avevamo giurato di rialzarla quando sarebbe caduta. Ci siamo allenati per anni scannando porci per poi portarli a spalla. Abbiamo sollevato per anni quintali di letame ma non è servito a niente, lei aveva tutto il peso della morte e ci trovarono la mattina dopo mentre ancora piangevamo sul suo cadavere nel disperato tentativo di sollevarla da terra.”

“Perché gonfi quei palloncini fino a farli scoppiare?”

“Non lo ricordi? Ce l’ha insegnato il vecchio che diceva di essere stato un discobolo di rafflesie, quello che sembrava un collage di ossa di cane. Ci disse che era inutile aspettare, tanto Babbo Natale non c’avrebbe mai portato la gamba bionica che tanto desideravamo. Così c’ha insegnato che non serviva a niente uccidere gli esseri umani solo per liberarsi dalla rabbia: bastava semplicemente gonfiare un palloncino fino a farlo scoppiare per ogni uomo che volevamo uccidere.”

“E perché mai avremmo dovuto uccidere qualcuno?”

“Ci volevano rubare le carezze della nostra donna gatto: non lo ricordi? La sera, appena rientrati a casa, mangiavamo in fretta qualche falena e dopo aver fumato la solita sigaretta, che fabbricavamo con i peli di fica che ci rimanevano incollati alla lingua, correvamo subito in bagno e sollevando il coperchio del cesso aspettavamo che lei uscisse. Era bellissima con la sua testa e la sua coda nere, con le sue unghie lunghe e smaltate. Ci accoppiavamo tanto forte che il nostro calore faceva gonfiare il pallone della mongolfiera che ci portava in giro sopra i tetti delle case abitate da lombrichi neri e al momento giusto la nostra sborra fecondava il mondo di fantasia marcusiana.”

“Da quanto tempo teniamo gli occhi chiusi?”

“Non me lo ricordo: forse da quando Robespierre fece tagliare la prima testa per far tingere di rosso le labbra di una puttana immortale, quella con la fica jacuzzi e in testa la corona di spine; o da quando Majorana scrisse la formula della bomba atomica su un pacchetto di sigarette e sparì per non essere accusato della fine del mondo. Abbiamo cercato di aprirli, ma ci siamo accontentati di annusare mille libri nuovi e mangiare insieme le parole di sangue della Storia. Abbiamo sentito il terrore vibrarci sotto pelle e dietro l’iride ascoltando il boato dei cannoni di Bismark; Abbiamo vissuto i sogni di porpora negli occhi dei bambini che si arrampicavano sulle barricate per le strade di Parigi il 18 marzo 1871. Lo ricordi?”

“Lo ricordo e ricordo vagamente il suono di una frase come una sciabolata che apre la carne: “I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”.

“Da quanto tempo siamo rinchiusi qui?”

“Non lo ricordi? Siamo nati insieme.”

The Carny


 
 
 

Papaveri e rotaie

Post n°22 pubblicato il 20 Luglio 2014 da umamau0
 
Foto di umamau0

La vita di chiunque, a seconda di come la guardi e di quando la guardi, o è un impegno o è uno spreco, e per i più è un po’ l’uno e un po’ l’altro. Impegno per qualcosa o per qualcuno. Spreco dietro qualcosa o dietro qualcuno. O per niente e per nessuno” Antonio Franchini

 

Lui arrivava sempre di corsa. Saliva le scale, le dava un’occhiata e i loro sguardi si incrociavano per un momento, prima che si aprissero le porte del treno.

Lei saliva per prima. Lui la seguiva. Si sedevano divisi dal corridoio, in mezzo a chi ancora stava dormendo. Lui la guardava riflessa nel finestrino, fissava per un momento il sedile sporco che aveva davanti, poi si fermava con lo sguardo sul piede di lei, che dondolava. Quindi, ritornava all’immagine riflessa dal finestrino.

A lui piaceva. Gli piaceva quel piede snello con le vene ben in vista, che si infilava nella scarpa col tacco alto. Gli piaceva quella caviglia sottile. E le gambe accavallate sotto la gonna gli ricordavano quelle delle professoresse, alle medie. Quando i suoi compagni si facevano le seghe in classe guardando dentro alle gambe aperte sotto la cattedra – pensavano che alle prof. piacesse farli godere e lo facevano apposta a tenere le gambe aperte – A lui, quella donna di quasi mezza età, piaceva davvero.

Gli piacevano le curve ancora sode contenute dal tailleur. Gli piaceva la scollatura generosa della camicetta sbottonata. A lui piaceva, ma non sapeva come dirglielo.

Ci aveva provato, ma quello che ne era venuto fuori era un semplice “Buongiorno”. Ogni volta, appena un attimo prima di aprire la bocca, gli tornava in mente quella bambina, che lo prendeva in giro davanti a tutti, perché, lui le aveva detto: ”Ti voglio bene. Mi vuoi sposare?” Da quel giorno, sempre così. Ogni volta si bloccava. Quello che gli rimaneva da fare, era guardare. Senza una parola.

Questa storia andava avanti da due anni. Da quando, per colpa della crisi, aveva rinunciato all’auto per prendere il treno. Tutti i giorni: andata e ritorno dal lavoro. Quando non lavorava, stava chiuso in casa per scrivere qualcosa che pensava di farle trovare sul sedile del treno. Due anni avanti e indietro. Solo sguardi e qualche buongiorno. Lei, di tanto in tanto, incrociava il suo sguardo nel riflesso del finestrino, parlava ridendo al telefono, o sbuffava sotto la pressione di quegli occhi sempre addosso. Ma non faceva una piega da dietro gli occhiali da sole. A lui piaceva quella donna sicura, chiusa in quel tailleur. Ma non riusciva a dirglielo.

In certi momenti avrebbe voluto essere come quei muratori che fischiavano dietro a tutte le donne. Oppure, avrebbe voluto accendersi una sigaretta: uno sguardo un tiro; uno sguardo un tiro; alla fine della sigaretta, le avrebbe fatto un occhiolino e il gioco era fatto. Lei avrebbe finalmente capito. Ma lui non aveva mai fumato. Lui non era mai stato con una donna. Ogni volta che ci provava. Il ricordo di quella bambina, pesava come la morte sui suoi desideri. E poi, come lo avrebbe detto ai suoi che amava una donna di vent’anni più grande di lui? E se avesse un marito e dei figli? No. Non poteva essere. Non poteva essere. Meglio continuare a guardare e stare zitto. Due anni di sguardi e qualche “Buongiorno”.

E poi. E poi, arriva un venerdì pomeriggio. Milano è vuota. Loro, come sempre, salgono nell’ultima carrozza del treno delle 13:42, che da Porta Venezia li riporta verso casa.

Lei sale per prima. Lui la segue. Sono seduti di fronte e le gambe si sfiorano. Lui la guarda – sono da soli. Non c’è nessuno – Lei apre il giornale – il treno parte – rimangono vicini, al buio. Lei dondola il piede. Lui la guarda riflessa dal finestrino nei lunghi intervalli di luce e buio del tunnel – il treno va, fa due fermate. Lei chiude il giornale, si toglie gli occhiali da sole e lentamente si abbassa verso di lui. Gli appoggia una mano sulla gamba. Lui diventa rosso e trattiene il fiato. Lei con l’altra mano gli abbassa la cerniera. Lui sempre più imbarazzato, respira lento – il treno va, fa una fermata. Ora, lui le appoggia una mano sulla testa carezzandole i capelli. Vorrebbe dirle che, no. Non era quello che voleva. Il treno va e esce dalla galleria.

A Milano c’è il sole. I papaveri crescono tra le rotaie e lui si abbandona al profumo caldo di quella donna. Chiude gli occhi e pensa alle parole che aveva scritto la sera prima:

“Piove. Piove veleno di miele. Piove e la tua voglia liquida scorre sugli occhi di pietra dei miei desideri uncinati. Piove. Piove fango di magnolia. Piove e il tuo sangue mi nutre nell’utero di questa morte germinante. Piove. Piove sborra senza futuro. Piove e il tuo amore, stanotte, verrà a cercarmi sulle ali di una zanzara per succhiarmi un pezzo di cuore. Piove e stanotte, l’amore mi troverà. Perché l’amore che mi dai non ha vergogna.”

Il treno va. Lui sente l’aria, che entra dal finestrino, sulla faccia. Apre gli occhi e l’unica cosa che riesce a dire, prima di premere il grilletto, è: “Succhia, zanzara puttana!”

Shame

 

 
 
 

“Anche nell’utero di Kandinskij c’è uno zulù che danza.”

Post n°21 pubblicato il 15 Luglio 2014 da umamau0
 
Foto di umamau0

She sat at the window watching the evening invade the avenue. Her head was leaned against the window curtains and in her nostrils was the odour of dusty cretonne. She was tired.” James Joyce

 

Il mio cazzo ha la circonferenza dei sostegni del metrò. La mattina mentre viaggio ho la sensazione che la stabilità di tutte le persone, che stanno in piedi, dipenda dalla mia erezione, mi viene da dire: “Tenetevi pure, ma non stringete troppo. Sono sensibile” Ma, mi guardo riflesso nel vetro della porta che si apre, sorrido e scendo.

Sì, sono sensibile e forse un po’ speciale. Forse perché dico sempre quello che penso. Forse perché so distinguere al volo le persone che soffrono veramente da quelle che invece si lamentano solo perché non riescono a sopportare il peso della loro solitudine. Rispetto chi soffre. Non capisco chi non riesce a stare da solo. Di solito ascolto ma, dopo un po’, il mio disgusto è tanto che sputo in faccia a chi parla con me una frase del tipo: “Mi dispiace ma io e te non abbiamo niente da condividere e niente che ci accomuna perché, vedi, io sono io e tu non sei un cazzo!”. Lo dico in faccia senza rispetto, e allora qualcuno corre subito a metterci una pezza, dicendo: “Scusatelo è intelligente, è laureato, ma non cambia mai, rimane il solito zulù.”

Lo dico in faccia senza rispetto. Forse perché sono riuscito a sopravvivere ai miei primi dieci anni di vita: una trappola di puzzo di piscio, di scariche elettriche dritte al cervello e crisi asmatiche che mi impiccavano tra le braccia di mia madre al primo alito dello Scirocco d’autunno. E mia nonna che mi svezzava con rosette al pomodoro e formule contro il malocchio non avrebbe mai immaginato che il suo primo nipote maschio sarebbe diventato un uomo mezzo metro più alto di lei.

Sono diventato grande e ho imparato ad amare: ho assaporato succo di donna bollente, ho sfiorato capezzoli turgidi che solcano antenne senzienti e ho morso labbra di lava penetrando vulcani di sangue. Ma ho imparato a stare da solo e della mia solitudine ne faccio tesoro.

Da solo, chiuso tra quattro mura, mi ritrovo a scrivere. Scrivere per me non è un gioco per bambini capricciosi, non è un passatempo domenicale, non è un lavoro a cottimo per la catena di montaggio.

Non scrivo per diventare un feticcio ammuffito per le librerie delle famiglie perbene. Io scrivo per sopravvivere a me stesso: Perché non è facile chiudere gli occhi mentre un tram ti scorre sulle vertebre e sapere che tutte le notti morirai senza vedere in faccia chi ti sfonda il cranio a colpi di pietra. Non è facile stare da solo in casa sapendo che dietro ad ogni porta socchiusa ti aspetta il tuo Mamau con la sua testa da lupo gigante pronto a dilaniarti le viscere mentre sei ancora vivo.

Passo le notti all’ombra delle zanzare, pensando agli incubi di Céline, immaginando di fumare milioni di sigarette, prima che arrivi l’alba per portarmi verso insensatezza di quello che chiamano lavoro. Passo le notti a far rotolare parole senza senso, grandi come macigni. A volte, sento la fatica di Sisifo sulle palpebre pesanti. La notte. Sono solo tra queste quattro mura; la penna scorre veloce su i fogli scuri di carta da pane che stiro con cura; la mia bottiglia di vino è sul tavolo; la luna mi strizza l’occhio e la notte prende fuoco. Mentre, nel silenzio, i miei pensieri divorano gazzelle.

Passo le notti all’ombra delle zanzare, e ho imparato che per riuscire a godere della bellezza di un bonsai di acero rosso, che cresce dal suo seme, ci vuole pazienza e arte. L’arte di un taumaturgo e la pazienza d’aspettare il giudizio universale: perciò se il vostro cuore ha la forma di una sveglia non aspettatevi molto da chi parla alle piante.

The Wolves

 


 
 
 

PATRICIA HIGHSMITH

"Non capisco la gente a cui piace far rumore; di conseguenza la temo, e poiché la temo, la odio. é un circolo vizioso emotivo"

 

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