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BENTORNATO TANGO

"L'essenza del tango sta nel suo carattere di musica di quartiere, di marginalità.

Il tango lo canta sempre un poeta impegnato. Anche se i tanghi non hanno un contenuto esplicitamente politico, tutti i tanghi sono impegnati perchè sono politicamente scorretti. E oggi lo sono ancora di più, in questi tempi dove la sconfitta, la povertà e l'emarginazione mostrano il loro essere effetto politico. Il tango è scorretto, trasgressivo, e per questo è tornato. In questi tempi di vigliaccheria davanti alle incertezze, questa musica aiuta ad affrontare l'angoscia, a fare riflettere su noi stessi, sul nostro domani.

Dove suona un tango, si stabilisce una complicità di spazio, tempo ed emotività. E questo è il mistero dell'universale. L'energia del linguaggio al di là della lingua, il rito, la corporeità. E' il mistero che ci unisce e ci separa".

(Adriana Varela, cantante di tango)

 

FOTOTANGO

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TANGUEANDO

“El tango, hijo tristón de la alegre milonga, ha nacido en los corrales suburbanos y en los patios de conventillo.
En las dos orillas del Plata, es música de mala fama. La bailan, sobre piso de tierra, obreros y malevos, hombres de martillo o cuchillo, macho con macho si la mujer no es capaz de seguir el paso muy entrador y quebrado o si le resulta cosa de putas el abrazo tan cuerpo a cuerpo: la pareja se desliza, se hamaca, se despereza y se florea en cortes y filigranas.
El tango viene de las tonadas gauchas de tierra adentro y viene de la mar, de los cantares marineros.

 

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LA DANZA DELL'UNIVERSO

"LOS PLANETAS GIRAN, HAY UN SISTEMA EN EL UNIVERSO QUE ES CIRCULAR Y EL GIRO, LOS ATOMOS TAMBIEN ESTAN GIRANDO SOBRE SI MISMOS Y A LA VEZ EN ORBITA CON OTROS, Y TODO ESTA VIBRANDO Y GIRANDO, TODO ES CIRCULAR Y REDONDO. Y PARA MI EL TANGO COMO DANZA ES ESO"

 

IL MAESTRO PUGLIESE AL COLòN NEL 1985

 

 

« Tetè, un baile masOddio, nel tango c'è an... »

Cinque minuti per Haiti

Post n°434 pubblicato il 20 Gennaio 2010 da malenamil

Un maestro di tango argentino su Facebook ha chiesto 5 minuti di silenzio alle 21 di mercoledì sera, l'1 di giovedì mattina in Italia, per ricordare i morti del terremoto di Haiti. L'orario è selettivo, ma non importa se taglia fuori tutta l'Europa, l'importante è che abbia chiesto di non scrivere più una sola parola per 5 minuti sulla bacheca di Facebook. Molte milonghe stanno organizzando serate per devolvere soldi ora a questo ora a quello sull'onda di un'emotività forte e apparentemente generosa.

Io chiedo invece di spendere questi cinque minuti per leggere le misere cose che ho pensato in questa settimana. Misere perchè la prima impressione di fronte a una tragedia così grande è di essere un pulviscolo nell'atmosfera che oggi c'è e domani chissà, che è qui in Italia e non sa nemmeno dov'è Haiti. Come tanti hanno fatto, anch'io sono andata a guardarmi la cartina per essere un po' meno pressapochista. La zona era quella, ma esattamente Haiti dov'era prima del terremoto? E chi sapeva fosse abitata da schiavi? Chi sapeva che la popolazione fosse così giovane - e oggi contiamo due milioni di minori feriti o orfani - solo perchè la fame e l'Aids non fanno superare nemmeno i 60 anni? I primi giorni della catastrofe, come tutti, sono stata sotto choc. Visceralmente emotiva, visceralmente sofferente. Come è capitato a tutti, quando vediamo un essere umano accatastato su un altro e un altro che scavalca entrambi, si torcono le budella. Poi abbiamo visto tirare fuori i vivi e ci siamo immedesimati dimenticandoci che si trattasse di Haiti o di gente schiava o con la pelle nera come l'ebano e magari anche bruttina perchè gli schiavi e i poveri tanto belli non sono. Ci hanno mostrato le facce più dure, comprese quelle di bambini senza lacrime, ed è stato anche peggio. I bambini che non piangono sono abituati alla sofferenza. Poi hanno cercato di ingannarci dicendoci che se li adottiamo li salviamo. E adesso è è arrivato pure l'eroe Bertolaso a dare una mano nel caos. Perchè là è il caos e io, che prima avrei voluto correre a fare il mio mestiere di reporter e mi sentivo frustrata e inutile, adesso sono contenta di non partecipare alla gara politica di Stati che si premurano di fare sapere al mondo che loro sono i migliori a mandare bottigliette d'acqua. Gli americani hanno cominciato, con non si capisce quale diritto, a dire che spetta a loro aiutare, nascondendo dietro questa frase ben conosciuta di salvatori del mondo, il desiderio di ingoiare quel che è rimasto dell'isola. Perchè in effetti cos'è rimasto di Haiti? E cosa c'era prima di Haiti? E cosa ci sarà dopo Haiti? La storia di quest'isola è così disgraziata da avermi solleticato pensieri cupi, cupissimi e decisamente controcorrente: vorrei che Haiti sparisse. Vorrei che la si smettesse di piangere per una settimana o due sui morti, di raccogliere valangate di soldi che finiranno nelle tasche di tutti e non di quegli haitiani disgraziati che vediamo in tivù. La speranza non è la ricostruzione di una città, perchè  Haiti non esisteva nemmeno prima che era in piedi. Vorrei essere la prima a smettere di piangere e provare impotenza e ripulirmi la  coscienza. Certo l'altermativa non c'è . Non c'era ieri e non ci sarà domani, nè per questa nè per altre catastrofi che di naturale hanno solo la zampata finale. 

L'Argentina che ci ha regalato la gioia del tango, patria dei maestri che ci insegnano, ha ancora milioni di bambini che non mangiano abbastanza, che sono così tristi da non sorridere mai, così slenziosi e incapaci di chiedere aiuto che se un terremoto li seppellisse farebbe solo finire le loro inutili e perpetuate sofferenze.

Cinque minuti. Per ricordarsi che gli Stati  (una quota delle tasse che paghiamo è prevista proprio per questo nel bilancio) hanno il dovere di pagare gli aiuti primari e lo stanno facendo. Cinque minuti per ricordarsi che le organizzazioni umanitarie non sono tutte uguali e che alcune hanno progetti chiari, altre no. Alcune sono strettamente intrecciate con la politica, altre sono più indipendenti. Alcune sono di bandiera, altre no. Cinque minuti per ricordarsi che tutto quello che finisce in un calderone di migliaia di miliardi, usa le briciole per l'emergenza e poi lascia le cose come stanno. Bisogna fare i conti dei soldi già stanziati prima di aggiungerne altri. Perchè là dove è passato lo Tsunami, coi soldi che il mondo ha elargito piangendo davanti alla catastrofe, adesso c'è la stessa povertà di prima.

 
 
 
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SU DI ME

Sono nata e vivo a Milano. Giornalista professionista dal 1989, lavoro come dipendente in Italia per un gruppo di tre quotidiani e sono specialista di crimini familiari, ricerca di scomparsi e indagini di cronaca nera nazionali e internazionali. Ballo tango argentino dal 2000. Il mio primo soggiorno a Buenos Aires è del 2004. Ho condotto ricerche sulla storia dell'immigrazione in Argentina e della nascita del tango. Sono stata intervistata in diretta alla radio di tango 2x4 (2008), alla radio culturale de la Ciudad del Gobierno di Buenos Aires (2009) e alla radio dell'Università de La Plata (2004). I post scritti a Buenos Aires sono frutto originale delle mie ricerche, quelli scritti dalll'Italia attingono da varie fonti, principlamente quotidiani argentini.

 

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LA DANZA DELL'UNIVERSO

"El tango es una danza poderosa porque es armònica con el movimiento del sistema en el que estamos inmersos. Es la danza de Shiva, la danza che le da forma al mundo y el mundo le da la forma a esa danza. Tiene todos los elementos: el hombre, la mujer, al yin y el yang, lo circular, el abrazo"

 

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FIGLI D'ARTISTA: ARIADNA Y FEDERICO NAVEIRA

 

MALENA, LUCIO DE MARE-HOMERO MANZI 1941

Malena canta el tango como ninguna
y en cada verso pone su corazón.
A yuyo del suburbio su voz perfuma,
Malena tiene pena de bandoneón.
Tal vez allá en la infancia su voz de alondra
tomó ese tono oscuro de callejón,
o acaso aquel romance que sólo nombra
cuando se pone triste con el alcohol.
Malena canta el tango con voz de sombra,
Malena tiene pena de bandoneón.

Tu canción
tiene el frío del último encuentro.
Tu canción
se hace amarga en la sal del recuerdo.
Yo no sé
si tu voz es la flor de una pena,
só1o sé que al rumor de tus tangos, Malena,
te siento más buena,
más buena que yo.

Tus ojos son oscuros como el olvido,
tus labios apretados como el rencor,
tus manos dos palomas que sienten frío,
tus venas tienen sangre de bandoneón.
Tus tangos son criaturas abandonadas
que cruzan sobre el barro del callejón,
cuando todas las puertas están cerradas
y ladran los fantasmas de la canción.
Malena canta el tango con voz quebrada,
Malena tiene pena de bandoneón.

 

EN LA CALLE

 

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FOLKLORE ARGENTINO: ZAMBA Y CHACARERA

 

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