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Un blog creato da malenamil il 12/10/2005

mi querido

viaggio nell'anima di Buenos Aires

 
 

AREA PERSONALE

 

MERCEDES SOSA CANTA GRACIAS A LA VIDA

 

BENTORNATO TANGO

"L'essenza del tango sta nel suo carattere di musica di quartiere, di marginalità.

Il tango lo canta sempre un poeta impegnato. Anche se i tanghi non hanno un contenuto esplicitamente politico, tutti i tanghi sono impegnati perchè sono politicamente scorretti. E oggi lo sono ancora di più, in questi tempi dove la sconfitta, la povertà e l'emarginazione mostrano il loro essere effetto politico. Il tango è scorretto, trasgressivo, e per questo è tornato. In questi tempi di vigliaccheria davanti alle incertezze, questa musica aiuta ad affrontare l'angoscia, a fare riflettere su noi stessi, sul nostro domani.

Dove suona un tango, si stabilisce una complicità di spazio, tempo ed emotività. E questo è il mistero dell'universale. L'energia del linguaggio al di là della lingua, il rito, la corporeità. E' il mistero che ci unisce e ci separa".

(Adriana Varela, cantante di tango)

 

FOTOTANGO

immagine
 

TANGUEANDO

“El tango, hijo tristón de la alegre milonga, ha nacido en los corrales suburbanos y en los patios de conventillo.
En las dos orillas del Plata, es música de mala fama. La bailan, sobre piso de tierra, obreros y malevos, hombres de martillo o cuchillo, macho con macho si la mujer no es capaz de seguir el paso muy entrador y quebrado o si le resulta cosa de putas el abrazo tan cuerpo a cuerpo: la pareja se desliza, se hamaca, se despereza y se florea en cortes y filigranas.
El tango viene de las tonadas gauchas de tierra adentro y viene de la mar, de los cantares marineros.

 

ESIBIRSI AL SALÒN CANNING È UN MUST

 

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C'ERANO UNA VOLTA..JAVIER Y GERALDINE

 

LA DANZA DELL'UNIVERSO

"LOS PLANETAS GIRAN, HAY UN SISTEMA EN EL UNIVERSO QUE ES CIRCULAR Y EL GIRO, LOS ATOMOS TAMBIEN ESTAN GIRANDO SOBRE SI MISMOS Y A LA VEZ EN ORBITA CON OTROS, Y TODO ESTA VIBRANDO Y GIRANDO, TODO ES CIRCULAR Y REDONDO. Y PARA MI EL TANGO COMO DANZA ES ESO"

 
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Bruna Bianchi

Bruna Bianchi Giornalista

 

 

I "pro" di Buenos Aires

Post n°728 pubblicato il 01 Maggio 2017 da malenamil

La prima cosa che mi viene in mente è il cielo. La seconda è l'architettura. La terza è la formalità cavalleresca, la quarta la libertà di fare festa, la quinta l'offerta di spettacoli di teatro, musica, arte. 

Mi riferisco solo alla capitale, perchè sull'Argentina in generale so solo per sentito dire, visto foto, film, eccetera. La natura è straordinaria, non c'è dubbio, e nessuno torna deluso da un viaggio, sia al Nord, sia al Sud. 

Il cielo. Ma anche il clima, che provoca fenomeni incredibili. Colori che cambiano ad ogni tramonto o luci spezzate, chiaroscuri, riflessi inimmaginabii, striature e senso di ampiezza e lontananza che fa guardare in alto continuamente o per terra, nei giochi di luci ed ombre che si susseguono. Può diluviare a catinelle e sono disastri, ma non dura mai a lungo la pioggia. Può fare freddo da cappotto e il giorno sucessivo caldo da maglietta e shorts. Le mezze stagioni sono fantastiche, a differenza dell'estate (da dicembre a febbraio) che è di caldo torrido e afoso. Peggio che da noi. L'Argentina però è grande e il clima cambia considerevolmente al sud, dove c'è sempre vento già a Mar del PLata (che è ancora provincia di Buenos Aires), ma si affaccia sull'oceano, e al Nord, che è più vicino al Brasile e perciò sempre più caldo. Gli italiani, per ragioni ovvie, tendono ad andare ad agosto e trovano l'inverno, che non è mai un inverno paragonabile al nostro, nè nevica, e anche in inverno, olre ad avere il vantaggio della quasi assenza di piogge, hanno i cambi di temperatura per non annoiarsi mai e vestirsi sempre a strati. 

L'architettura è un miscuglio ben riuscito di vecchio, nuovo, malconcio, antico, decadente, modernissimo con modelli francesi, spagnoli, italiani, tedeschi e americani. Ogni casa è diversa dall'altra pur nella stessa epoca con una creatività che non ha eguali nel mondo.Buenos Aires è immensa e alla domenica mattina, quando ancora dorme e non è invasa dalle auto e dai lavoratori del conurbano e delle altre provincie, è uno spettacolo da ammirare senza stancarsi mai. Le grandi vie, prima fra tutte la 9 de Julio, hanno un respiro imponente e nel contempo mantengono quel non so che di nostalgico, romantico, delicato e gradevolissimo all'occhio umano. Quello che rende a prima vista tanto affascinante questa città è un volo d'uccello che ti obbliga a penetrarla, ti chiama, ti seduce, ti invita. Una specie di magia conseguenza del colonialismo spagnolo, dell'800 della rivoluzione per l'autonomia e della grande immigrazione (anche interna) degli inizi del '900. Tanto c'è di italiano e francese e spagnolo perchè l'Argentina e i suoi architetti desideravano una città europea, secondo un modello in totale rottura con il Sudamerica. E ci sono riusciti grazie anche al benessere, alla manodopera dei nostri artigiani, all'oro che mandava il re d'Italia e a quel fermento culturale, teatrale, intellettuale e musicale che l'ha fatta diventare in pochi decenni una seconda Parigi.  La sua decadenza in decenni ben diversi le offre comunque un fascino unico e la rende una sorta di crogiuolo non di culture diverse, come è accaduto da noi, bensì di mantenimento dello status quo. Cade a pezzi? Lasciamolo cadere... Per contro, le nuove costruzioni sono ingiustamente poco considerate tra le più belle del mondo. Grattacieli altissimi coi vetri a specchio che si affiancano a vecchi "bodegòn" o autobus scassati che gli sfrecciano davanti, sono contrasti forti e catturano l'attenzione. In sostanza, niente passa inosservato e niente non ha almeno la capacità di suscitare qualche emozione. Resterà sempre così? No, è destinata a cambiare per diventare più vivibile, per ineressi immobiliari e perchè i vecchi muoiono portandosi via gli artigiani, i modelli, il modo di lavorare antico che le nuove generazioni non accettano più. E cambierà anche per le regole che fino ad oggi sono state di manica larghissima e noncuranza totale del bene pubblico. Plaza de Mayo, sede della Casa Rosada e del presidente della Repubblica è ancora oggi una piazza gazzabuglio, simbolo talmente forte delle proteste del popolo e della memoria peronista da diventare quasi intoccabile. La polizia schierata davanti ai cancelli di difesa del palazzo presidenziale, è inguardabile. Ravviva memorie di dittature e governi sudamericani, di sparatorie e sangue. Vesitit di nero e con giubbotti antiproiettile, coem dovessero essere pronti a scontri che in efetti non sono rari. Sembrano cercarli gli uni e gli altri... 

La forma non è sostanza, ma fa bene all'anima e al corpo. Essere sempre salutati dai commercianti, dagli inquilini di un palazzo, da chiunque si venga a contatto è un bellissimo modo di porsi. Venire aiutati dagli uomini, se si è donna, sempre, a sollevare qualcosa di pesnte senza quasi bisogno di chiederlo e se si chiede mai si sentirà dire un no o girarsi dall'altra parte, ristabilisce quei comportamenti antichi che hanno un senso: la donna ha meno muscoli dell'uomo. Ma la donna è rispettata anche sui collettivi, appena possibile e sicuramente se è anziana; chiunque si alza per lasciarle il posto. Per contro però, proprio perchè la forma non è sostanza, la tratta delle ragazze,la violenza sessuale, il maschilismo psicopatico fino all'omicidio più cruento hanno statistiche impressionanti, non di molto minori di altri paesi sudamericani che non si considerano tanto europei ed avanzati come l'Argentina. Anche la violenza ha connotazione tipicamente maschile e dire violenza in Argentina significa qualcosa che poco conosciamo per la rabbia incontrollabile che sa manifestare per cose anche irrisorie. Droga e alcol la fomentano, ma la rabbia è particolarmente diffusa e pronta ad esplodere. 

I bambini sono tutti ben disposti verso gli sconosciuti, così come i loro genitori. Benchè la paura sia notevole (rapimenti, violenza, pericoli, ecc,) crescono molto più liberi dei nostri bambini e vengono abituati dagli esempi degli altri e fidarsi degli estranei e rispondere ai sorrisi e comunicare. Raccontano a chiunque le loro piccole storie. Del resto gli argentini sono un popolo che non nasconde niente: le mamme allattano in pubblico ovunque e spesso senza neppure coprirsi troppo e nessuno ci fa caso, i baci sensuali sono comuni per la strada, anche di coppie non giovani. L'afettività in generale non è considerata intima e un po' come accade nel tango in milonga, i protagonisti si isolano completamente dal resto del mondo a nche se passano centinaia di persone. Il rovescio della medaglia è che tana abitudine a vedere tutto ed esporre tutto, porta anche a ignorare i poveri che vivono in mezzo alla strada con decine di infanti. Ho visto fare la carità ai musicisti, ho visto comprare ai venditori sui treni, ma non ho mai visto portare cibo o fermarsi di fronte ai derelitti. Sono un popolo invisibile. 

La libertà è tanta e coinvolge incredibilmente. Anche questa è forma, non sostanza. Figlia del populismo e dela religione dei popoli (divertimento gratis, che chiamano cultura), fare festa è parte integrante della vita argentina. Le classi sociali meno abbienti si accontentano di spettacoli e teatri e ferias di strada, le più alte di gite fuoriporta, ristoranti e viaggi. Le regole in realtà ci sono e sono anche forti ma non si capisce mai bene quando si e quando no e questa ambiguità genera proteste e rabbia. Ovvio. Se un sindacato riesce a fermare tutto il paese pur rappresentandone uno scarso 40 per cento, hai voglia a pensare che sia un popolo capace di conflittuaità e libertà, regole e doveri, diritti e giustizia. Il retaggio politico e culturale ha lasciato segni indelebili e incolpare l'ultimo governo di ogni malefatta paragonandolo a quelli precedenti è una logica conseguenza. Il cambiamento è in atto e viene contrastato con un ritorno al passato più sicuro, non a un futuro. La paura di chi è passato da crisi economiche acute può far sragionare. 

E poi ci sono i chioschi sempre aperti, le sporchissime parrillas dove la carne è straordinaria e chi la vende è contento di venderla anche alle 11 di sera e sarà sempre gentile anche se è stanco morto. A Buenos Aires si può sempre mangiare e non ci sono orari da rispettare nè per forza avere qualcosa in casa. Con due empanadas si cena e anche i ristoranti le vendono da portare via. E c'è una scelta incredibile d bar, stile francese, stile novecento, stile modernissimo nord Europa che sono una delizia. Per i dolci, per il luogo, per la musica, per la gente. Il caffè bisogna chiederlo ristretto, finalmente hanno imparato a farlo bene. 

 

 

 
 
 

I "contro" di Buenos Aires

Post n°727 pubblicato il 30 Aprile 2017 da malenamil

La lista è lunga, mettetevi comodi. Dopo due mesi trascorsi a Buenos Aires, per la dodicesima volta ma con uno stacco di quattro anni e mezzo, ho le idee più chiare. 

Innazitutto i prezzi. Alti per noi (euro e dollaro) con inflazione per loro. Perciò dobbiamo aggiungere anche gli aumenti costanti. Perchè, nonostante il cambio sia tra 1,16 e 1,17, per comprare 250 grammi di pasta "trigo argentino" che è immangiabile, spendiamo tra i 15 e i 27 pesos  pari a 1 o 2 euro e mezzo? Mi sono arrovellata il cervello, ho letto il più possibile, ma non è facile capirlo anche perché non sono chiari gli stipendi degli argentini. Teoricamente la media è tra i 12 mila e i 16 mila pesos a testa al mese, ma lavorano quasi sempre in due e perciò va raddoppiata la cifra. La non chiarezza sui salari è più facile da capire: chi ha stipendio fisso ha aumenti legati all'inflazione (mentre da noi no) più quelli contrattuali e professionali. Chi non ce l'ha ha comunque più di un lavoro. Una domestica ad esempio prende 120 pesos all'ora, pari a circa 7 euro. Non è cosigliabile fare conti cambiando pesos in euro e viceversa perché se così fosse sembrerebbe conveniente a noi. Tutto l'opposto. Fare la spesa al super e comprare un pacchetto di spaghetti (e ripeto: di pessima qualità), una barattolo di salsa, uova, formaggio e acqua costa circa 15 euro. Quanto dura questa misera spesa? Due giorni. I taxi non li ho usati perchè ho provato uan sola volta e per 15 munuti ho pagato 8 euro. Considerando che Buenos Aires è enorme e c'è sempre gran traffico, il tassametro sale di conseguenza. In sostanza, appensa si esce di casa partono 100 pesos in un attimo (6 euro): una volta per la ricarica del sube (i trasporti), un'altra per il caffè al bar con una medialuna e così via. Di gratis ci sono solo gli spettacoli patrocinati dal governo e quasi tutti i musei. Non è poco, vero, perchè a Buenos Aires oltre a mangiare carne e carne e carne e rimpinzarsi di empanadas e panini gustosissimi non c'è molto da fare. Visitare la città è un'impresa titanica. e non proprio tutta è vistabile a cuor leggero.

E ora elenchiamo la pecche. 

I collettivi (autobus) ricoprono tutta la città e parte del conurbano , sono veloci e costano veramente poco (50 centesimi). Ma. Ma ci vuole una pazienza infinita e braccia di ferro per reggersi. Se ci si riesce a sedere (dalla parte giusta e non sui tanti sedili contro-guida) si è gia fortunati, altrimenti inizia la corsa a chi riesce a stare in piedi nelle curve e nelle frenate improvvise. Dire che c'è traffico è dire niente. Bisogna immaginare migliaia di auto e collettivi che circolano ogni giorno e si sfiorano letteralemente compiendo manovre allucinanti, sobbalzi e soprattutto non sai se fermano alla tua fermata pechè se non lo dici, l'autista passa oltre e non solo una fermata, a volte passa oltre ben cinque fermate! Anche scoprire dove sono le fermate è una caccia al tesoro. Non sempre ci sono i cartelli, a volte sono appesi al muro e non sai dove, altre, meraviglia della meraviglia, ti trovi la pensilina con  indicato tutto benissimo come in Europa. Questa delle pensiline e corsie protette è l'ultima moderna novità che si sta espandendo, ed era ora.

Ma mentre fanno i lavori si creano imbuti pazzeschi sulle vie principali col risultato che non si riesce mai a programmare quanto tempo  ci vorrà per andare da un posto all'altro. Esempio: alle 6 di sera per atraversarla tutta occorre un'ora e 45 minuti. C'è il metro, è vero, ma il coraggio deve aumentare nelle ore di punta che non sai  mai bene quali sono (teoricamente dalle 8 alle 10 di mattina e dalle 5 alle 7 di sera). La linea B,anche se fuori fa freddo, fa venire attacchi di panico da calore e folla: centinaia d persone passano da un lato e dall'altro in un corridoio strettissimo a temperature elevatissime mentre devi vedere, nolente o volente, negli slarghi di comunicazione tra una linea e l'altra, i bambini e le donne che vivono lì. Credevo di esserci abituata e invece no: quando vedi una bambina di 12 anni circa che gioca con un neonao, da sola, non ti abitui. Gli argentini invece nemmeno li guardano e aggiunge fastidio al fastidio. 

Quando esci di casa, se non vivi in un barrio e in una via piuttosto elegante e ben curata (ma in centro è ben difficile trovarne) devi guardare per terra. Sempre. Le mattonelle rotte impediscono passeggiate rilassate. Non esagero e anche quest'anno ho visto un ragazzo con un braccio molle, cioè dislocato, perchè a Caminito guardava per aria. Poi c'è la spazzatura, la sporcizia, le cacche dei cani, le tantisime persone che dormono per strada (e una la stavo calpestando, era un drogato di paco e nemmeno l'avevo visto). I cani, a proposito. Sono una infinità e sono cattivi. Non  quelli randagi, ma al guizaglio dei padroni. Non quelli grandi, quelli piccoli. Sono stata morsa per la prima volta nella mia vita con spiegazione della padrona: forse non gradiva la sua gonna lunga. Perchè mi ha morso? Ho fatto una mini indagine (mi ha fatto molto male evidentemente, o lasciavo perdere) scoprendo che tante persone vengono morse. E come mai? Aggressività...esattamente come quella dei loro padroni e quella di Buenos Aires. Rumori, incendi, suoni di tamburi, proteste, cortei... tutto molto colorito e per niente noioso ma quello che fa paura a noi fa paura anche agli animali e a loro li rende rabbiosi. Di educarli poi non se ne parla, perchè prima andrebbero educati i padroni.

Appunto.

Sputare ogni momento per strada da parte degli uomini è consuetudine. Non c'è classe sociale che tenga, età che tenga e con moglie e figli a fianco che tengano. Non ricordavo che sputassero tanto 4 anni fa. Cattiva memoria o è aumentata la maleducazione e la nevrosi maschile? Pipì per strada. Non parlo dei poveri, che mai ho visto fare la pipì per la strada, dove pure vivono. Ho visto ben due volte due uomini che si infilavano tra i cartelli pubblicitari in pieno traffico e con file mostruose al'attesa dei collettivi e la facevano lì senza problemi. Ora:a Buenos Aires si può entrare in tutti i bar e fare pipì senza dovere per fora ordinare niente. Solo alcuni hanno i cartello del classico riservato ai clienti. Ci sono molti bagni pubblici nei vari centri e musei che si incontrano continuamente e però è ammessa la pipì per strada. Nessuno dice assolutamente niente (a parte me). 

Menzogne, attese, bidoni.

Sono amentate proporzionalmente con l'invasione di smartphone e social. Se prima gli argentini erano famosi per arrivare in ritardo, ora possono anche non arrivare proprio. E non avvisano nemmeno. O ti avvisano il giorno dopo chiedendoti scusa per non averti avvisato. Bugie. Vanno di pari passo con il poterlo dire on line e non in faccia. Anche da noi è così? Si, ma a livelli inferiori. Whattsapp: ce l'hanno praticamente tutti ma va tenuto in conto che lo usano a singhiozzo per risparmiare perciò la doppia barra di ricevimento non signfica niente: rispondono anche dopo due giorni. Però, la stranezza è che li vedi sempre a digitare velocemente a tutte le età. La cosa pegggiore per noi è che per non  restarci troppo male impari a fare come loro, cioè a esser maleducato e a prendere più impegni in contemporanea per non avere bidoni. 

Soccorsi e solidarietà

Anche in questo gli argentini erano famosi. Sempre pronti ad aiutare, a dare informazini, ad accompagnare persino e figuriamoci un italiano al quale possono raccontare dei loro padri e nonni e parenti e amici o del loto meraviglioso viaggio in  Italia. Non è più così. E' rimasto il sorriso, a volte, al dire che sei italiano, altre ti beccano sull'accento e altre ancora non gli importa proprio niente. Il che significa che se sei rimasto chiiuso in casa non faranno assolutamente niente per te. Ci pensa solo la polizia (se la chiami e devi anche piangere per farli arrivare). Quando arrivano (in 4 o 5, che esagerazione!) sono però gentilissimi. Ma forse solo con le donne, questo non lo so. 

Sparatorie, incendi, furti.

Ci sono sempre stati e ancora ci sono. Io ho visto due incendi in una settimana davanti a me, il mio amico una sparatoria all'auto della polizia. Stava passando casualmente. I furti li ho schivati, ma sulla terrazza dove abitavo passeggiavano i ladri che saltano appunto di terrazza in terrazza svuotando appartamenti. Non l'ho presa bene: in Argentina è normale e non fanno mai niente. Anzi. Guai a dire facciamo qualcosa... ti rispondono malissimo

Politica e aggressività

Per gli argentini tutto è poltica, va ricordato. Usano la parola repressione per ogni no, la parola dittatura per ogni azione del governo non gradita. Sono schierati in due fazioni opposte, e se vuoi tenerti un amico non devi mai assolutamente dire la tua idea su qualunque cosa. Nemmeno su Gesù. La rabbia del 50 per cento viene imposta al restante 50 per cento con discorsi squinternati, proteste, scioperi generali, scontri. Se anche avessero una minima ragione la perdono perchè la logica che muove ogni azione e parola è sempre buttare giù il governo attuale per fare tornare il precedente. Non un altro, proprio il precedente.

La libertà

La polizia è militaresca e stupida così come stupide sono le guardie che non sanno mai niente, obbediscono agli ordini e non ragionano mai. Il rischio di litigare è elevato con gli stupidi. Per contro, la libertà di non pagare le tasse, non fare scontrini, non avere controllli sanitari è elevatissima. Di lasciare le strade rotte e la città "descuidata" in centro di fianco a zone di lusso e pulite,  di non curarsi minimamente di pezzi cadenti, ferri acuminati, intralci, lavori, passaggi mai previsti negli attaversamenti rendendo tutto  non solo faticoso, ma soprattutto pericoloso. E non parliamo di quella, nostra,  di attraversare sulle strisce pedonali credendo che si fermeranno: mai e poi mai. Piuttosto uccidono.  

Il tango

La bella onda è finita. Non invitano, non si vestono decentemente. Cochababa è stata chiusa due volte per mancanza di permessi che ai nessuno ha chiesto sperando di andare avanti così per sempre. Abondano quelle gratis negli spazi pubblici  e ci vanno anche i turisti che appunto non ce la fanno più a pagare così tanto. Prezzi^ Dai 100 ai 160 pesos. Novità: le donne guidano anche nelle milonghe trafizionali. Ha sapore di narcisismo più che di femminismo. I giovani si spacciano per grandi tangheri e non lo sono affatto: il sogno è sempre insegnare in Europa, tano lo fanno tutti,  bravi e no. Chi ha iniziato a distruggere il tango? Gli argentini criticando gli tialiani e vendendogli pure le mutande da tanguero. Risutato: il tango non solo non si è rinnovato ma, peggio, è sull'orlo di una crisi di nervi. 

 

 

 

 
 
 

Fotografie

Post n°726 pubblicato il 11 Aprile 2017 da malenamil

Le fotografie che scatto a Buenos Aires le posto sulle mie pagine Facebook Bruna Bianchi e Bruna Bianchi Giornalista. Entrambe le pagine sono aperte a tutti.

Las fotos se encuentran en mis paginas Facebook Bruna Bianchi e Bruna Bianchi Giornalsta

Pictures are available in the Facebook 

 
 
 

Tango tra donne

Post n°725 pubblicato il 11 Aprile 2017 da malenamil
 

E' arrivato anche qui, non so dire quando esattamente, mancando io da Buenos Aires dal 2012. Nelle milonghe tradizionali ancora no, ma credo che non mancherà molto: le donne ballano con le donne. Sono per lo più giovani, ma anche non più tanto giovani e in una milonga invitano quelle che ritengono turiste, piuttosto sfacciatamente: queres bailar? Si avvicinano al tavolo a inizio serata come se fossero dei taxi dancer, ma non lo sono perché quelli (che non si vedono nemmeno più) sono a completa disposizione dietro pagamento di una sola turista. Era stato un piccolo shock vederli già nel 2004, nemmeno una decina di anni dopo il ritorno in grande stile del tango nelle milonghe del centro a Buenos Aires.

Le donne che guidano nel tango e ballano con altre donne le ho sempre viste solo nei paesi del Nord Europa e nelle pratiche italiane e in Germania soprattutto le ho sempre piuttosto malviste, benchè con alcune di loro ami ballare: mi sembrava che preferissero guidare piuttosto che essere guidate, che non accettassero la parte femminile tanto dirompente in questo ballo decisamente sensuale, secondo lo stile tedesco che mette in secondo piano gli uomini. Invece no. O la Germania ha fatto scuola anche qui, o i tempi sono cambiati, o gli uomini scarseggiano. Io credo nella seconda ipotesi. A onor del vero, che a  Buenos Aires si balli tra donne nelle milonghe dove ci sono uomini nel tradizionale invito con cabeceo e cortesie tipicamente argentine e - in questo caso - milonguere, mi appare un crollo più o meno definitivo del tango vecchio stile, dove per vecchio non si intende affatto l'abbraccio stretto, ma quell'insieme di regole, tra il serio, il teatrale, il drammatico, il nostalgico, il divertente, l'empatico e il seducente che è impossibile vivere tra due donne. Questione di soldi? In parte. Il turismo è calato moltissimo e il tango resiste grazie al turismo. Ma non può essere solo questa la motivazione per un fenomeno che vedo anche nelle lezioni e chissà perchè mi riporta all'epoca un po' tristarella dell'Italia del dopoguerra, quando le ragazze erano costrette a ballare tra di loro per evitare il contatto maschile. Nelle nostre balere le donne, anche anziane, continuano a ballare tra loro e si divetono. E' sempre bello divertirsi, ma che in un ballo così sensuale come il tango e in una serata non di pratica vengano tranciati di netto gli aspetti della seduzione, di cui non può fare a meno, fa domandare cosa stia succedendo. Liberazione delle donne? Ho qualche dubbio. Stanchezza dei ruoli troppo definiti? Forse. Di certo le donne che guidano lo fanno egregiamente,  niente a che vedere con le improvvisate maestrine europee a caccia di bellimbusti a ruoli rovesciati. Ecco, a me sembra che ci sia una sorta di narcisismo alla rovescia, cioè che la milonga sia sempre stato il luogo ideale per il narcisismo maschile e adesso può esserlo anche per quello femminile.

Era così bello attendere e giocare con gli sguardi e poi provare emozioni di corpi diversi, di sensualità diverse, di improvvisazioni che solo una brava coppia sa esprimere, pur senza mai essersi visti prima. Quella cavalleria che si va cercando, quel romanticismo che la musica contiene e fa esplodere...bravura non signfica solo tecnica, nè tantomeno saper seguire o guidare nella musica. Bravura è saper sedurre, con arte. 

Non riesco più ad amare le milonghe portene, carissime per noi, piene delle solite e dei soliti che si conoscono e devono continuare a conoscersi, gelose le une, timidamente sottomessi a loro i secondi. E quando li vedi alla barra che non invitano e pur ti vedono ferma da oltre un'ora, pensi che si vendichino di chi vorrebbe tanto ballare con loro. Sarà questo ad avere stancato le nuove generazioni? Può darsi. Ii ho invitato due ragazzi in una milonga non tradizionale e mi è andata di lusso: uno, bello e gentilissimo, ha subito annunciato che non sapeva ballare molto e invece era delizioso, dentro la musica, marcava a meraviglia e mi ha fatto pensare a quei cafoni nostrani che si credono chissà chi e oltre a non saper  ballare tecnicamente, non sentire la musica,  non saper intepretare un tango, non sapere dove sta la donna, non lasciarla agire, non "cuidarla" in pista nè farla sentire unica al mondo tra le loro braccia, se la tirano anche. 

 
 
 

A Milano c'è il mare

Post n°724 pubblicato il 10 Aprile 2017 da malenamil
 

C'è tutto, qui a Buenos Aires. C'è quello che manca, c'è il troppo che non vorresti, c'è una speciale, unica al mondo, energia furibonda.

Di colpo arriva il diluvio universale che nei paesi poveri del nord dell'Argentina travolge e  persino uccide, mentre qui in capitale è una cascata d'acqua senza via d'uscita. Autunno portenio: un giorno caldissimo con umido appiccicoso, il giorno dopo cielo celeste e sole  brillante, quello dopo ancora venti e nubi in corsa, poi nubi nere e cappa di piombo. E pioggia, pioggia a catinelle. Giorni infernali. La libertà estrema diventa prigiona estrema con lo sciopero generale dove non circola nessuno per lo strapotere della Cgt, il più forte sindacato nazionale di vecchia memoria col paro dei camionisti, un decennio dopo ancora capace di bloccare un paese con un semplice, antichissimo sistema: niente collettivi, niente treni. In città enormi dove le auto non sono della maggioranza, funziona alla perfezione. Se poi aggiungi i picchetti, le minacce, la rabbia dei docenti e degli statali cui il governo Macri non concede più soldi a pioggia  come faceva Cristina Kirchner, il bumbumbum che continua da un mese, martellante, con manifestazioni delle più disparate, il gioco è fatto. La politica avvelena gli animi perchè qui non è solo politica. Chiedo se è aperta una milonga e mi rispondono sì, non siamo capitalisti. Chiedo informazioni e diventano occasioni per vomitare adosso una rabbia atroce. I poveri vengono scavalcati, aggirati, ignorati. La classemedia non osa dire quanto guadagna per far fronte a prezzi per noi impossibili. La clase alta, come sempre, si vede poco  niente. Poco, molto poco tra gl sfavilanti nuovissimi appartamenti dei grattacieli di puerto Madero.  I poveri c'erano prima, ci sono oggi. I cartoneros c'erano prima, ci sono oggi. Prima però gli argentini si vergognavano e adesso tacciono e  camminano con i celllulari in mano whattsappeando come forsennati. A Rosario il Comune ha persino messo strisce luminose a terra per i pedoni che non guardano i semafori e vengono stirati. Diventao verdi quando è verde, rosso quando è  rosso. Noi siamo sbalorditi, loro contenti. Non c'è capacità di critica in questo paese, e se c'è ha una logica ristretta, giustificativa o i miti si sbriciolerebbero in un secondo. Peron, Peron. A distanza di 50 anni sembra impossibile che esitano ancora i peronisti, dopo il disastro dei Kirchner sembra impossibile che la metà del paese sia ancora e fortemente Kirchenista. Macri sembra solo come un idiota a recupeare immagine all'estero e far quadrare conti che non quadreranno mai. Eppure si galleggia perchè il sommerso è tanto, la produzione regge e chi lavora lo fa davvero, anche quattro diversi lavori al giorno, di cui un solo in bianco. 

Ho visto una splendida mostra fotografica di Aldo Sessa, il grande fotografo argentino che ha percorso tutto il paese scattando 50 mila foto con il rullino. C'era scritto: i guachos sono gli esseri umani più liberi del mondo, vivono sotto il sole e le stelle, bevono mate, si fanno cucinare dalle donne, attraversano fiumi con le mandrie, non sanno mai dove saranno il giorno dopo. Machismo puro, ancora seducente perché sinonimo di ruoli e certezze. Ho visto un'altra mostra fotografica di argentini che ritraggono donne nude e mi ha colpito il fatto che fossero tutti fotografi maschi in uno spazio creato da una fotografa che si definisce femminsta. Qui i termini vengono stravolti.  Se chiedi alla fondatrice Carolina come mai, ti risponde gentilmente che le donne non fanno le fotografe. Ogni paola degli argentini sembra una verità assoluta, senza dubbi, senza incrinature, senza curiosità, senza possibilià di ribattere. Se ribatti sei un arrogante capitalista europeo. O macrista. Se non sei niente e osservi soltanto sei un turista anche se sei giornalista che il mondo lo conosce un po' di più. Qui la parola giornalista  non ha nessun valore o un valore estremamente negativo, molto peggio che da noi. Ce l'ha invece molto essere italiani. Occasione d'oro per parlare di sè e del proprio passato, non per sapere che italiano sei e come è l'Italia di oggi. Non farebbe la differenza se non sapessi che tantissimi argentini votano per l' Italia di cui sanno che la capitale è Roma, Venezia è al Nord e Mlano ha bellissime scarpe. Mi sono sentita male però quando una fotografa (e non una qualunque, ma una ben introdotta e insegnante) e che vive in Spagna alcuni mesi all'anno per lavoro, che a Milano ci è stata, ha mangiato una milanesa straordinaria e la spiaggia di Milano è bellissima.

D'altra parte questa città che sempre suscita amore e odio,con estremi che non distingui più da un momento all'altro, offre quello che vuoi e quello che non vuoi e anche se non sempre puoi scegliere, lascia anche a te grande libertà di fare, litigare, arrabbiarti, rallegrarti, fotografare a manetta, riempirti gli occhi e le orecchie di spettacoli rigorosamente gratuiti. Fondamentalmente a Buenos Aires si viene per l'arte, intesa come creatività. E qui si crea per forza, soprattutto per salvarsi la pelle. 

Solo qui posso toccare tutti i bambini, baciarli, accarezzarli, fotografarli e ricevere in cambio sorrisi compiaciuti dei genitori. Solo qui un bambinetto di un anno in passeggino ti fa ciao con la mano al tuo passaggio, solo qui una giovane signora che rimprovero perchè arriva al secondo tempo al teatro Colon, parente stretto della Scala di Mlano, facendo alzare tutti, si scusa con me spiegandomi con una sottomissione infinita (ma con la libertà infinita di entrare al secondo tempo) che viene dal sud (non dell'Argentina, ma di Buenos Aires) e il diluvio l'ha fatta ritardare. 

Solo qui aspetti un'ora o un'ora e mezza un autobus e solo qui quando riesci a salirci su ti passa la rabbia in un momento e non ti annoi anche se il viaggio dura un'ora di sobbalzi. Guardi la gente e le loro mille espressioni che raccontano la loro vita e i loro umori, guardi le strade e le case, mai una uguale all'altra e mai ti stanchi di vedere un'architettura straordinaria che mette insieme tutta l'arte del mondo di un paese che non ha mai ricevuto bombe, non si è mai liberato da niente e anzi ha conquistato, costruito, mostrato, copiato, speso. Guardi l'autista che beve mate mentre guida o salta cinque fermate ( più di un chilometro) perchè mica gli hai chiesto di fermarsi e o trova normale femarsi di colpo per farti scendere, o un altro che ti spedisce fuori città perhè ha confuso la via che hai chiesto con un'altra, simile, e ti lascia in mezzo al nulla e tu vai in tilt, letteralmente, perchè nessno mette mano al telefono per cercati la via giusta però tutti ti spiegano tutto e perdi un'ora solo a capire come tornare indietro e siccome non lo capisci prendi un taxi, o sì o si.  Sempre che ti ci porti. 

Però c'è sempre un cielo che non ti stanchi mai di guardare e ti dà le vertigini per la sua incredibile bellezza. 

 
 
 

Il potere del Papa

Post n°723 pubblicato il 29 Marzo 2017 da malenamil

Bergoglio riceve applausi e suscita commozione in Italia appena si tuffa tra la gente o parla. Gli argentini, invece, non hanno affatto dimenticato che poco dopo la sua nomina al soglio di San Pietro, è andato in Brasile e nella sua terra non ha messo piede. Smacco mica da poco per un paese cattolico e sufficientemente arrogante da non potere ammettere di essere lasciato in disparte. Allora c'era Cristina Kirchner, che lo osteggiava in ogni modo, da arcivescovo di Buenos Aires, ben sapendo che il suo potere in Argentina non era (e non è) solo ecclesiastico, ma fortemente legato ai conservatori, tanto da essere stato, durante gli anni delle presidenze dei Kirchner, un sasso nella scarpa da rendere inoffensivo, senza peraltro riuscirci quando le alleanze sono diventate più definite e il cambio politico è stato netto. Nestor Kirchner aveva approfittato di una frase disgraziata pronunciata dal cappellano militare addirittura per denunciarlo al Tribunale. Misteri d'Argentina, dove i poteri politici entrano in quelli ellesiastici e viceversa. Da allora sono passati dieci anni e quella nomina era rimasta vacante dopo il pensionamento forzato del porporato. Ieri il pontefice ha colmato quella lacuna approfittando del fatto che i Kirchner non governano più e che l'ex presidenta, con la quale mai si è riconciliato a dispetto delle apparenze, sta tentando di tornare al suo posto alle prossime elezioni. Il Papa, che apre ai gay e ai voti a religiosi sposati, sembra un rivoluzionario. Benchè molto male si possa parlare dei Kirchner, nente si può dire sul loro tentatvo, fallito miseramente, di promulgare una legge sull'aborto. Opposizione fortissima del Parlamento e della Chiesa, cui i gay non danno nessun fastidio (e consente loro di sposarsi) , mentre con l'aborto andrebbe a toccare una delle pietre miliari del potere conservatore su un popolo )America latina tutta) assolutamente incapace di giudizio libero e moderno, che non a caso è legato a un'ala che sa fare affari e di cui è attuale espressione Macri. Macri è altrettanto ferocemente antiabortista, benchè la sua politica liberista sia estremamente positiva rispetto all'ottusità della chiusura di Cristina. Cristina, ricordano moltissimi argentini che la sostengono ancora, aveva fatto rinascere l'Argentina. Qui dicono: potevamo viaggiare, comprare, stavamo bene, e avevamo tutto gratis come prima, dai musei alle scuole, dalle tante attività culturali agli aumenti degli stipendi garantiti. A parlare è però solo la classe media.  Apparentemente sembra colpa di Macri, che in verità si è ritrovato un paese senza materie prime e senza soldi nelle casse statali, senza rapporti con l'Europa nè con gli Stati Uniti e neppure coi paesi confinanti del Mercosur. Cristina pensava di chiudere il Paese e diventare autosufficiente, tagliando i ponti con tutti e cessando di pagare debiti esteri stampava moneta virtuale, cioè soldi che in realtà non esistevano pur circolando. Non sono esperta in economia ed è difficile addentrarsi in meccanismi oltretutto poco conosciuti rispetto alle normative economiche dell'Europa, ma ciò che si nota è il solito divario tra chi sta benissimo, chi benino e chi molto, molto male. In realtà qui il lavoro qualificato non manca, tanto che anche dall'Italia arrivano le nuove generazioni di espat che possono emergere perchè c'è spazio per tutti per investire e lavorare. Le mansioni umili resistono e basta entrare in un negozio di ferramenta all'ingrosso per capire immeiatamente la differenza con l'Italia (e non  solo) sul numero dei lavoratori impiegati: decisamente in eccesso. Le nuove tecnologie faticano ad entrare e i posti di lavoro, se non vengono decimati dalla chiusura delle fabbriche inutili e fallimentari, hanno ancora nicchie notevoli.  Cosa c'entra tutto questo ccon la Chiesa? Molto. La Chiesa in Argentina, ha rappresentato come in Italia un un potere occulto ma peggio che in Italia ha mantenuto il controllo pur, apparentemente, fingendosi una Chiesa lontana dalle Istituzioni e vicina ai poveri. L'equivoco sta proprio in questa abilità di manovre opposte all'immagine che si vuole dare. Papa Francesco ha conquistato subito il mondo con le prime frasi appena eletto, frasi che al mondo suonavano non retoriche, di grandi aperture, di enorme disponibilità a cambiare una Chiesa vecchia, arroccata sul potere, appunto conservatore, e sul denaro.  

Bergoglio, dal '90 al '92 è stato mandato, praticamente in esilio dai gesuiti di Cordoba dopo aver avuto screzi pesanti all'interno dei porporati di Buenos Aires. Lo definivano addirittura pazzo per i suoi comportamenti stravaganti, almeno questa la versione ufficiale che collima ben poco non solo con la nomina alla quale è arrivato, ma con la stessa nomina ad arcivescovo di Buenos Aires giusto dopo essersi pesantemente purgato in un bagno di umlità a Cordoba. Ha questo a che vedere anche con la dittatura e le accuse del suo vice, poi ritrattate, sul suo coinvolgimento? Non c'è alcun dubbio che la Chiesa di allora, nonchè i grandi e piccoli gruppi economici del Paese, abbiano colluso coi generali, unica forza decisionale che elargiva e cercava consensi per mantenere il potere preso non a vaso quand l'inflazione era arrivata al 600 per cento. Mi sono sempre chiesta come mai i generali non avessero ucciso i bambini che le ragazze rapite, torturate e infine uccise, partorivano nei centri di detenzione, al pari di un disegno perverso di voler far crescere in famiglie compiacenti i futuri piccoi despota. Nemmeno i tedeschi sono arrivati a tanto, e sì che non mancava al nazismo la crudeltà o la capacità di mantenere in fortissima soggezione il suo popolo per scopi decisamente più alti che erano la conquista di altri stati e altri equilibri e non solo il mantenimento del potere interno. 

Una risposta vera non l'ho trovata. Non arriva dalle Madri, non arriva dagli argentini. Non è arrivata neppure dai nipoti recuperati  (120 ad oggi su circa 500) che mai hanno parlato di lavaggi di cervello da parte dei falsi genitori. 

La storia dell'Argentina non smette di avere collegamenti importanti con l'Italia e Bergoglio non è certo un Papa scelto a caso e votato piuttosto all'unanimità solo per la sua simpatia viscerale. La nomina conclusasi ieri in Vaticano per suo volere indica la riaffermazione del potere ecclesiastico che persino il Tribunale argentino ha dovuto accogliere, annullando fuori tempo massimo, e cioè solo al consolidamento della presidenza di Macri, la cacciata del precedente cappellano dei militari. Macri si è detto un forte sostenitore della divisione netta del potere dei giudici, ma non certo di quello della Chiesa. 

Difficile in questo caos non immaginare la rottura netta del paese che deve sostenere gli uni o gli altri senza però poter tradire il Papa, figura che nemmeno noi, ben più liberi e moderni, riusciamo a comprendere lasciando fuori i sentimenti viscerali che Bergoglio sa tanto bene suscitare. 

Qualcosa di certo c'è: la povertà argentina e la violenza domestica su donne e bambini sono a livelli impressionanti. Contro il machismo assassino lotta il governo, non certo la Chiesa. Ovunque ci son consultori pubblici che corrono in aiuto alle donne e ne ho visiato uno, uscendone fortemente colpita da qunto sapevo ma non immaginavo a livelli così evidentemente dolorosi. Le villa miseria di Buenos Aires esistono ancora (a parte una rasa al suolo dalla costruzione dei nuovi grattacieli), compresa quella di Flores dove andava Bergoglio, barrio dove è cresciuto e ha continuato a farsi vedere. Farsi vedere, appunto. Questa è l'immagine di Bergoglio, non è Bergoglio. 

 
 
 

La città che stritola

Post n°721 pubblicato il 28 Marzo 2017 da malenamil
 

Buenos Aires fa respirare con venti improvvisi che tolgono la cappa asfissiante i primi giorni di autunno. Cieli plumbei e di colpo celesti, sole che sbuca dalle nubi e poi splende ficcandosi ovunque, e umido umido a non finire. Non si capisce mai perché il vento non riesca a spazzare una spicie di acquerugiola che riveste i capelli e  le braccia, ma qui non si capiscono tante cose. Un mese vola via e non hai fatto niente, o forse hai fatto tantissimo e sembra niente. I semafori hanno tempi di attesa infiniti, sui collettivi puoi starci anche un'ora e mezza, finchè dici basta: ora scendo. L'autista sostiene di essere abituato a muoversi tra le auto e sfiorare gli altri autobus, frenare a un millimetro dai mezzi davanti che sembra inghiottirli, tanto che ti viene istintivo guardare di sotto per assicurarsi che non siano incagliati tra le ruote. Poi di colpo ti morde un cagnetto stronzo, di quelli piccoli col pelo arruffato, al guinzaglio di una che sembra uno, faccia di plastica tirata a lucido, labbroni rifatti nel secondo paese al mondo per chirurgia estetica. Ma chissà, forse è un travestito. Di sicuro è isteria argentina, unico luogo dove un cagnetto ti attacca furiosamente piantandoti i denti nel menisco solo perchè, dice la padrona, hai una gonna che non gli piace. Mai successo. Qui succede quello che mai è successo altrove. Buenos Aires la ami e la odi. Sempre. Adesso odi particolarmente i prezzi altissimi, insopportabili e ingiustificati per una moneta tanto debole. Si cercano i negozi più scalcagnati dove ci sono avventori argentini ancora più scalcagnati sperando che l'acqua costi di meno e invece una bottiglia è sempre tre euro. Gli argentini mi stupiscono ogni volta e forse ogni volta che torno, anche fosse l'anno successivo, avrei qualcosa che mi va di traverso. Ho lasciato il tango, ho lasciato i tassisti, ho lasciato le cene nei ristoranti. Non ho lasciato l'immensa curiosità di capire come mai qui c'è un crogiuolo emotivo che non ha nè capo nè coda. Cerchi di spiegartelo con la politica, come fanno loro, e non sta in piedi, con le classi sociali sempre ben differenziate, l'isolamento economico voluto dai Kirchner e fortemente osteggiato dalla classe bassa e parte della media. Non capisci perchè Paseo Colon a distanza di 13 anni sia sporco come 13 anni fa, coi poveri che vivono per strada come 13 anni fa, e case cadenti come 13 anni fa. Eppure, in questa importante avenida, stanno costruendo il metro leggero di superficie, segno di modernità, così come i tanti grattacieli che ho trovato aldilà di Puerto Madero, costruiti con la velocità della luce e impeccabili come l'ex palazzo delle poste dedicato alla cultura e intitolato per ultimo volere di Cristina presidente al defunto marito. Scacco matto alla sconfitta elettorale inaccettabile. Solo in Argentina si può fare quello che si vuole: opposizione debolissima, e la capitale fortemente schierata con il populismo dei KK che sembrano i veri sostenitori del socialismo finchè non fai i conti con il concetto base del socialismo: l'uguaglianza e il potere decisionale del popolo. Niente di tutto questo. Qui viene da stare solo dalla parte dei desaparecidos, benchè lontani 41 anni, unici ad avere combattuto davvero la dittatura iprocrita  e violentissima che a nessuno sembrava tale, nè alla Russia, nè all'Italia, nè agli argentini stessi che ne hanno beneficiato e non possono nepure ammetterlo o crollerebbe l'immagine vittimistica che usano a più non posso per gli schieramenti politici. La mia amica Amalia stasera mi ha detto che gli abitanti delle case vicine al Club atletico di San Telmo, uno dei più cruenti dove venivano torturati i ragazzi presi dai militari, udivano grida sovrumane. E', questa del sapere o no quello che stava accadendo, una cosa che mi sono chiesta il primo giorno che sono  venuta in Argentina e sono andata subito alla Esma, la scuola di meccanica dove ne hanno rinchiusi 3000, rimasto il vero simbolo della carneficina silenziosa con metodi algerini utilissimi per spazzare via i dissidenti senza dover mostrare al mondo la faccia violenta della dittatura come era accaduto in Cile tre anni prima suscitando riprovazione e orrore. Questo popolo sembra discendere dalla menzogna e dal dolore, dall'umpunità e dallo strazio di volere soffrire per poter essere vittima di se stesso. L'gnoranza continua a regnare sovrana ed è meno evidente di quella americana finchè non ti fermi a chiedere a una donna che indossa ua maglietta durante l'immensa manifestazione del 24 marzo: non so cosa significhi la scritta, mi hanno chiesto di  metterla e l'ho messa. Oppure quando vedi un cartello scritto a mano e appeso al cancello che protegge dal 2001, anno nero del corralito, la Casa Rosada, con scritto 30.000 pelotudos (tradotto coglioni) che ti fa sobbalzare e te lo spiegano con una polemica interna senza prendersi la briga di correggere , aggiungere, spiegare, o infine, come avrei fatto io, toglierlo e stop. Bisogna essere pungenti con loro e ancora non basta. Si può parlare di tutto con gli argentini che di tutto parlano, ma se tocchi argomenti che non vogliono sentire, usano due metodi: rompere anche col più caro amico, insultare o inventare, scivolando su terreni che fingono di conoscere solo per averlo sentito in tivù o, peggio, passandosi la voce. E' incredibile come si possa giustificare Ebe De Bonafini, la madre della linea Fundadora, che ha approfittato dei tanti soldi offerti da Cristina per farsi affari suoi e della figlia, che ha rifiutato di presentarsi in Tribubunale a testimoniare perchè intoccabile, e il giorno della memoria possa dire impunemente che il 24 di marzo sia una data eclusivamente politica, tagliando corto sui figli uccisi. Qui la pancia ha sempre la meglio sul cervello, e la pancia si agita nelle piazze, nelle strade bloccate dai cortei, nelle migliaia di cose che non vanno e hanno sempre una giustificazione populista per non andare. Il presidente Macri sta cercando, secondo la linea liberale della sua politica lontana mille miglia da quella dei governi precedenti, di recuperare immagine e soprattutto soldi all'estero, Europa in primis. Il paese si spacca e tira fuori dal cappello consumato, la nostalgia dello Stato assistenziale, dei miti, delle lotte fini a se stesse, del finto socialismo che riesce a mostrare due facce conflittuali: consumismo sfrenato e pretesa di vincere l'inflazione, richieste di aumenti al governo, rincorrendo il medesimo copione ben sperimentato,  e corse in auto al confinante Cile per acquistare a prezzi decisamente più bassi. E poi, accuse continue di ogni cosa (persino l'appoggio alla dittatura quando non era nemmeno  nato) a un presidente che governa da un anno e mezzo. E' sempre stato difficile capire la politica argentina, ma oggi lo è ancora di più, perchè la politica entra prepotentemente in ogni cosa. Chiedere quale è il salario medio di un argentino per tentare di capire come possa permettersi di uscire di casa e spendere in un attimo almeno 100 pesos, pari a 6 euro, è impresa ardua. Non si capisce mai se mentono o non sanno, se vogliono fingere davanti allo straniero curioso o se conviene fare gli affamati senza esserlo. La povertà c'è, eccome, e poco importano i dati ufficiali, perché è sotto gli occhi, qui, come nel resto del paese, dove si sta persino peggio fuori dalle grandi città. I commercianti sono gli unici ad ammettere senza remore che il turismo legato al tango è crollato: prezzi troppo alti per permettersi una vacanza di tango e, aggiungo io, troppi maestri improvvisati in Italia che hanno saputo togliere con grande faccia di tolla il potere del monopolio argentino nel ballo. Soldi e potere. Sono le due cose che muovono tutto, sentimenti compresi. L'Argentina resta una enorme e unica terra dove specchiarsi e interrogarsi su chi siamo, dove andiamo e da dove veniamo. E per questo, soprattutto, torno volentieri e resterei a lungo.

In fondo vale sempre la pena venire qui e immergersi nell'anima degli argentini che non riescono ad occultare neppure con menzogne e maschere, violenza sottile o manifesta, abbracci, baci e gentilezze o affronti diretti, qualcosa di molto complesso e decisamente affascinante. Un altro mondo. 

 
 
 

Il ritorno

Post n°720 pubblicato il 12 Marzo 2017 da malenamil
 

Antonio mi ospita nella sua casa di San Telmo. La chiama casona, io la definirei una casa chorizo, quelle della  borghesia dei primi '900 nel barrio più antico di Buenos Aires che ha ancora tante strade lastricate e un'impronta coloniale. Antonio è nato qui e qui è rimasto. Era avvocato penalista, ora fa il fotografo ma non si fa pagare. Se ne sta quasi sempre in casa, seduto davanti al Mac o in poltrona a leggere. A volte sbircio questa immagine immobile e mi pare di averla già vista in un film o più di uno. Adoro il patio di questa casa, dove mangiamo di giorno e di sera anche se ora fa freschino, improvvisando, un po' come tante cose qui che non ti viene neppure in mente di programmare. Il patio è piccolo, quadrato, con un pezzetto di cielo sopra la testa che sembra voler oltrepassare l'alto muro. In Italia mi sento chiusa. In effetti lo sono. In Italia è chiusa la finestra, chiusa la gente, chiusi sono i quartieri, chiusi anche i paesi, meravigliosi, che abbiamo. Qui è tutto aperto, anche se si danno triple mandate a triple porte, se ci sono le reti ai balconi e ai piani bassi nemmeno si aprono le persiane per la paura che ti entrino dentro. Qui si cmmina guardando per terra per non inciampare nelle radici degli alberi che ronpono le strade o nelle mattonelle che sono rotte da quando le ho viste la prima volta, nel 2004. Qui si aprono gli occhi per schivare la ruota di un collettivo disposto a salirti sul piede pur di non spostarsi di un centimetro. Qui, più che gli scippi, mi terrorizzano le auto che non accennano nemmeno a rallentare se attraversi sulle strisce pedonali, i ferri rotti che sporgono dai muri, i buchi nelle mattonelle, nell'asfalto, nel cemento, i sanpietrini disconnessi e sporgenti, i lavori perenni ogni dove senza protezioni per i passanti, i passanti che camminano come lumache su marciapiedi di un metro e ti costringono a scendere dal marciapiedi sperando che passi solo un collettivo e non due o tre di fila. Non ti vedono, e se ti vedono, devi correre. Forse è per questo che non ho dimenticato niente. Nè una strada, nè un negozio, nè una sedia sulla quale mi sono seduta. E' la dodicesima volta che vengo a Buenos Aires e ho visto cambiamenti politici ed economici, povertà estrema e tristezza estrema, da far rabbrividire. Ho visto cose che non ho visto in nessuna parte del mondo, forse perchè qui è tutto estremo. Qualcosa sì, è cambiato. Non le case nuove o i grattacieli che prima non c'erano, non le corsie privilegiate dei collettivi nella 9 de Julio, che prima non c'erano, non i cartoneros, che continuano ad esserci: sono cambiati i volti. Sono diventati un poco più americani, un poco più europei, un poco meno spontanei. Certa rabbia non la noto più, certe espressioni intense e drammatiche non le noto più. Guardo le scarpe della gente che mi parlano sempre dei cambiamenti economici. Guardo i prezzi e compro cibo senza capire come si possa pagare così tanto. Tutto è carissimo, ti ripetono cantalenando gli argentini. E noi europei restiamo di stucco perché il tanto è davvero tanto e il peso vale 1 a 16. Non riesco nemmeno a fare la divisione mentale, e quando la faccio mi viene un colpo. Ho cammnato molto per rivedere i luoghi e le vetrine, i negozi e la merce esposta, i ristoranti e i bodegòn, le case e il cielo. Il cielo di Buenos Aires che cambia colore, che cambia vento, che cambia feddo, che cambia caldo, che cambia umido, che ti intristisce e ti rende felice, che ti costringe sempre a vestirti improvvisando. Come sarà alle 9? e alle 12? e alle 16? e all'oscurità? Chi incontrerò oggi a Buenos Aires? Con chi parlerò? Chi mi parlerà? Essere italiani è una grande fortuna, anzi, lo è ancora più di prima con la classe media che ora viaggia in Europa e gli occhi brillano perchè hanno visto e non più solo immaginato quanto è bella l'Italia. Come sono gli italiani, mi chiede chi non c'è stato ancora. Come sono? Freddi, chiusi, non sanno improvvisare, non sanno vivere. Hanno paura del niente. Qui i miei ragazzi hanno avuto amici morti ammazzati, a loro stessi hanno sparato o hanno figli violentati. I miei amici hanno subito rapine con la pistola, aggressioni fisiche, perdite dolorissime di familiari. Soffrono in un un modo diverso: condividono e convivono con quello che succede. E allora, di fronte a tutto questo, ti chiedi di che cavolo soffriamo noi, perchè siamo tanto rabbiosi, tanto razzisti, tanto incapaci, sempre più incapaci di dare un senso logico, concreto, realistico, alla vita che viviamo. La politica ha diviso gli argentini in nostalgici illogici e aperti al futuro. La politica qui è una torta divisa in due, dove tutti sanno che l'hanno mangiata gli uni e gli altri però erano meglio gli altri perché davano cose gratis. Populismo non significa stato assistenziale. Nell'era di internet, dei social, del mondo che entra in casa, l'Argentina ha sempre un occhio rivolto al passato e non perchè era meglio di oggi: ancorandosi al passato si ottiene di più. Fantasie e menzogne che raccontano a se stessi come grandi verità indiscutibili.  Ecco, questo popolo resta bambino anche se protesta con forza per i diritti civili che non ha, per il lavoro che perde, per la violenza quotidiana che subisce, la droga che uccide, per vivere in culo al mondo e sentirsi sempre un po' destinati ad esserlo ma aspirare a qualcos'altro che non si sa mai bene che cosa sia. Se c'è una coda di 10 auto in fila ai caselli ancora si suona tutti insieme il clacson e di colpo le sbarre si alzano, non si paga e si torna a casa contenti dello stato populista. Ma quando devi prendere due collettivi per forza e paghi due volte il biglietto, non si arrabbia nessuno.

 
 
 

Avviso

Post n°719 pubblicato il 06 Novembre 2016 da malenamil

Ringrazio i lettori che continuano a spulciare tra i post di questo blog da tutta Italia (e anche dall'estero) nonostante non venga più aggiornato da quattro anni.

Tornerò presto a Buenos Aires e riprenderò a scrivere, nel frattempo invito a seguire (mettendo mi piace!) la mia pagina Facebook Bruna Bianchi Giornalista e un altro blog che sto riprendendo a scrivere: http://brunabianchi.wordpress.com. Qui scrivo approfondimenti di cronaca nera, psicologia e malattie mentali.

Oltre a scrivere, ora fotografo anche (mia grande passione insieme con il giornalismo) e non più solo per hobby durante i viaggi.

Le foto migliori le trovate qui:

https://500px.com/brunabianchi

 

 

A presto, Bruna

 

 
 
 

PRESENTO IL MIO GIALLO

Post n°718 pubblicato il 28 Novembre 2012 da malenamil
 

 
 
 

Scrivere un giallo

Post n°717 pubblicato il 19 Novembre 2012 da malenamil
 

Tutto è cominciato da una storia vera. Una donna di nome Anna Re ricoverata in ospedale a Mantova per la prima volta nella sua vita. Aveva una settantina d'anni e niente di grave: una colica renale. Ma nel computer quel nome non risultava perché se l'era inventato. Alcuni mesi dopo, in una milonga di Milano, mi ha colpito un particolare, come se qualcuno me l'avesse sbattuto sotto gli occhi proprio perché lo vedessi. Era inverno, le giornate corte, il cielo grigio e l'aria fredda. Da molto tempo avevo voglia di scrivere qualcosa che non fosse un articolo di giornale, nè seguire un'indagine di qualche misterioso omicidio. Ho pensato: cosa scrivo? Un racconto? Un romanzo? Ma no. Se l'indagine mi cattura così tanto e da così tanti anni, non posso che scrivere un poliziesco. Si scrive di quello che si conosce e io conoscevo piuttosto bene il delitto. Sono una giornalista vecchio stampo, di quelli che tentano, già il primo giorno, di rispondere alla quinta W del giornalismo anglosassone: perché è stato ucciso? Le cinque W sono regole che si insegnano sempre meno e se si insegnano vengono dimenticate alla svelta. La quinta W, why, nella cronaca nera è una domanda che spesso resta tale anche per le forze dell'ordine o per la magistratura. E' il cosiddetto movente, quello che scatena un odio così feroce da fare superare il limite biblico del non uccidere. Caino ha ucciso Abele per gelosia. Ma cosa ha scatenato in lui la gelosia fino a fargli provare l'impulso di eliminare il fratello? Nei tanti casi di omicidio che ho seguito per lavoro, ho incontrato molti Caino e pochi Abele, nel senso che tra vittima e carnefice c'era sempre un legame particolare, intimo, inconscio, quasi destinato a sfociare in qualcosa di cruento. Ho studiato, in particolare, le dinamiche familiari perché mi sono occupata per diversi anni di omicidi in famiglia. Cè stato un anno, invece, in cui ho seguito cinque casi di omicidio dove le vittime erano tutte donne e gli assassini tutti uomini, o per lo meno, quasi tutti, perché uno di questi è stato assolto e perciò o non è davvero l'assassino o non ci sono prove per ritenerlo tale. Indagare sul male mi ha costretto a fare un percorso che comincia dalle evidenze (le tracce possiamo chiamarle) e termina con il perché l'avrebbe fatto. Nel 2000 ho incontrato il tango argentino e la prima cosa che mi ha colpito sono state appunto le dinamiche relazionali. Per molte persone, il tango è un ballo difficile da apprendere e una musica difficile da interpretare e riconoscere (il familiare un-due-tre). Il suo fascino sta proprio in questa sfida di ritornare con la memoria ancestrale a qualcosa che ci appartiene (così come Caino e Abele) eppure nascosta in qualche meandro del cervello e della pancia (il secondo cervello, quelo emozionale). Ballare tango fa battere il cuore, a volte in modo imbarazzante. E' come se fossimo costretti a denudarci facendo ascoltare all'altro, fisicamente e non con la mediazione delle parole, chi siamo davvero. Mescolare il delitto con il tango è stato un azzardo? Una trovata letteraria? Direi di no. A fine '800, sul Rio della Plata, gli uomini si azzuffavano fisicamente perché non avevano neppure una vera lingua in comune e per di più erano piuttosto ignoranti. Questo crogiuolo di genti immigrate, ospiti di un paese appena nato, non ballava di certo il valzer viennese con dame che si sventagliavano! Anzi, le dame le vedeva, forse, con il binocolo puntato sull'arrivo delle navi dall'Europa, in quella prima classe fatta di sogni irraggiungibili ai più. A loro, neri e bianchi, restavano bricioline da sgranocchiare, conflitti sociali paurosi, ordini cui obbedire, regole da rispettare, fatiche sovrumane da sopportare, vita in comune indesiderata, un po' come nelle carceri sovraffollate di oggi. Nel poco tempo libero perciò bevevano, sognavano, cantavano e si menavano di brutto. Oggi a Caminito, quella bella cartolina turistica dove si mangia guardando ballerini di tango, non c'è un proprietario di ristorante, di chiosco o di qualsivoglia attrazione turistica che non abbia un bel pistolone nel cassetto. A fine '800 c'erano i coltelli. Per difendersi, esattamente come oggi. E perciò il tango, nato tra uomini, non poteva che avere anche quell'aspetto diabolico che ha dato il nome al mio giallo.

Così ho deciso di fare una scaletta iniziale, un tardo pomeriggio di novembre, scrivendo su un foglio a quadretti nomi e caratteristiche, fisiche e psicologiche, dei personaggi che avrebbero dovuto rappresentare il bene e il male. Strada facendo le storie si sono intrecciate con la Storia e con la sofferenza universale, sulla quale possiamo chiudere gli occhi,  non i conti.

Il giallo è rimasto nel cassetto diversi anni, un po' come le pistole di Caminito. L'anno scorso un amico di vecchissima data l'ha letto e mi ha scritto una mail: va assolutamente pubblicato. Ha cominciato a rimetterci le mani perché aveva alcune incongruenze, anche letterarie, alcuni errori, anche linguistici, e io l'ho lasciato fare senza essere però convinta che ilo suo giudizio sarebbe stato anche quello dei potenziali lettori. Pochi mesi dopo son andata, coem ogni anno, a Buenos Aires e stavo uscendo quando sulla porta di casa, a pianterreno, mi trovo davanti un bel ragazzo sorridente che mi chiede un'informazione. Non sapendogli rispondere, l'ho invitato ad entrare e controllare sul mio computer l'indirizzo che cercava. Siamo usciti insieme e abbiamo rinunciato ai rispettivi appuntamenti per chiacchierare, incuriositi l'uno dall'altra. E' così che gli ho raccontato del mio giallo rimasto nel cassetto, tra Milano e Buenos Aires, passando per la ricerca dell'identità e il mistero del dolore universale. Mi ha detto: va assolutamente pubblicato. Mesi dopo, stavo partendo per una breve vacanza e ho deciso di mandare una mail a un editore di gialli. In venti righe ho scritto la sinossi, cioè il contenuto del mio manoscritto. Cinque giorni dopo, in partenza per rientrare a Milano ricevo una mail dall'editore: avevo cento manoscritti da leggere sulla scrivania, ma quando ho letto quella sinossi la curiosità mi ha fatto leggere il file. In cinque ore l'ho finito. Venga che firmiamo il contratto: lei ha scritto un vero giallo.

Ps: Diabolico tango è edito da Eclissi.

 
 
 

La malinconia rabbiosa

Post n°716 pubblicato il 11 Novembre 2012 da malenamil

Gli argentini sono un popolo fondamentalmente malinconico. A differenza dei brasiliani, anche quando festeggiano, ballano o cantano, non trasmettono allegria. A differenza dei brasiliani, però, hanno una creatività invidiabile, una capacità di inventare, trasformare, inserirsi anima e corpo in ogni situazione, bella o brutta che sia. Si dice che siano eccessivi come gli italiani e che da noi appunto abbiano ereditato (e conservato) una certa propensione all'entusiasmo e al carattere sanguigno. E' una caratteristica che si nota in alcune occasioni, quali la partita di calcio o il dopo partita, le discussioni politiche nei forum o l'esplosione di collera verso situazioni intollerabili , come, ad esempio, gli omicidi criminali e quelli a sfondo politico, i grandi "apagon", cioè le interruziini di corente che lasciano mezza città al buio e senz'acqua, fatto successo giusto tre giorni fa, giusto quando la spazzatura non veniva raccolta da 5 giorni e il termometro segnava 35 gradi. La rabbia esplode improvvisa e alza la voce, le scritte sui muri si moltiplicano di colpo, aumentano gli incidenti stradali per eccesso di velocità o  litigi furibondi tra passeggeri e autisti sui collettivi. E' come se un popolo piuttosto pacifico e sottomesso, si fosse imrpvvisamente stancato di obbedire e subire. Gli argentini (tutti) subiscono molto: dalla burocrazia alle attese spasmodiche, dalle file agli aumenti, dalla paura dei furti e delle aggressioni per strada anche di giorno alla difficoltà di pensare il futuro per sè e i propri figli. Molti di loro se la prendono con gli immigrati che, vero, stanno riempiendo il paese a colpi di 1000 entrate al giorno. Provengono da altri paesi più poveri dell' America Latina, così come è accaduto da noi una ventina d'anni fa. Per un popolo che non ha mai digerito i nativi nè tantomeno li ha difesi, considerandoli una razza inferiore (così come hanno fatto gli spagnoli 400 anni prima), l'immigrazione del "diverso" ha creato nuove forme di razzismo, più o meno in tutte le classi sociali.  A questi ultimi vengono addossate tutte le colpe: o sono criminali, o non lavorano e vivono di sussidi pagati dagli argentini (attraverso il governo). Storia già vista in Europa.

La malinconia però ha a che fare con il carattere e il carattere con la storia, in un certo senso unica, dell'Argentina. Se li sentiamo più vicini a noi non è solo per una questione di sangue che scorre nelle nostre e nelle loro vene (almeno per metà): gli argentini hanno nostalgia del passato molto più di noi, e, molto più di noi, cercano questo passato perché non riescono a vedere alcun futuro. E' uan sorta di rifugio, insomma, di un popolo collocato anche geograficamente lontanissimo. Diventa così più facile capire perchè Cristina KIrchner stia tentando di portare l'Argentina ai vecchi tempi, quelli in cui era il granaio del mondo, quelli in cui richiamava braccia e menti per costruire non tanto la felicità, quanto piuttosto l'orgoglio del potere. Una sorta di riscatto dall'essere confinati laggiù pur provenendo dall'Europa. Ora, il modello del governo non è più l'Europa ma uno squisitamente argentino.

Bisogna sapere però che in Argentina la malinconia che da sempre l'attanaglia è una specie di culla in cui tutti si riconoscono: tutti hanno subito furti o rapine, tutti convivono con l'inflazione, tutti vedono la forte sperequazione tra ricchi e poveri, tutti hanno patito violenti eventi dale varie dittature alla corruzione evidente dei vari governi. La malinconia nasce in genere dal non riuscire a cambiare le cose, è una sorta di rassegnazione che subentra dopo lotte inutili, speranze soffocate e, peggio ancora, dalla visione costante delle tragedie: treni che deragliano in città, discoteche che bruciano ragazzi vivi, ragazzi uccisi dalle guardie del corpo dei sindacati ferroviari, tanto per citarne alcune degl ultimi anni, quelli del post corallito. Certo la malinconia viene da molto lontano ed è una struttura mentale che si autoalimenta in un circolo vizioso. Dalla malinconia della maggioranza nasce però anche la rabbia della minoranza. Quando la rabbia esplode può diventare molto aggressiva. La Argentina non è un paese con un numero alto di suicidi, sta però diventando un paese con un numero alto di omicidi, anche familiari. E' come se stesse per saltare un tappo che ha schiacciato per anni e anni un popolo che non si è ribellato in massa nemmeno alle dittature nè ha "risolto" il senso  di colpa verso i loro figli uccisi. L'Europa e l'Italia in particolare, con la liberazione del '45 hanno messo un punto fermo decidendo il futuro. l'Argentina questo processo non l'ha mai compiuto. Quello che sa accadendo oggi sono due schieramenti contrapposti, uno certamente più forte perché ha l'appoggio governativo, l'altro incapace di trovare un leader perché troppo diviso, troppo impaurito e perciò debole. I movimenti giovanili di sinistra che sono fermi ai nostri anni '70, oltre ad essere divisi in mille rivoli e organizzazioni (così come da noi negli anni '70), non riescono a fare il salto di qualità, indecisi se tradire il  patriottismo che permea tutta la Argentina per un modello socialista in cui non riescono (e forse non possono) riconoscersi: Russia, Cina, Cuba? La maggor parte è appunto troskista e marxista, piuttosto lontani dalla realtà delle società attuali.

Resiste, senza che nessuno ne tessa le lodi, la solidarietà, che in Argentina è veramente forte e non necessariamente legata alla Chiesa cattolica. La cooperazione è un modello nato dopo la crisi economica, che ha salvato moltissime aziende in bancarotta. In ogni barrio di Buenos Aires, ma anche in altre città, i poveri vengono silenziosamente aiutati dalla classe media che spende tempo e denaro per loro. L'aiuto della classe media ai poveri è però ben differente da quello del governo che offre sostegno economico mensile. Una storia significativa è quella dei seguaci del medico Maradona che nella poverissima provincia di Formosa  (è morto da pochi anni)  ha dedicato la sua vita ai nativi, lottando contro tutti: da Peron a Videla. I seguaci della sua opera offrono ospitalità alle madri di bambini affetti da leucemia e altre malattie da contaminazione ambientale, perché possano effettuare cure nella capitale e poi tornare nella provincia di residenza: paga tutto la gente del quartiere, quello della Chacarita.

 

 
 
 

La terza via dell'Argentina

Post n°715 pubblicato il 10 Novembre 2012 da malenamil

Ai giornali italiani non interessa più quello che succede in Argentina. Eppure la protesta contro il governo di Cristina Fernandez è un fenomeno politico e sociale piuttosto rilevante e forse nuovo. Sui numeri della manifestazione che ha coinvolto anche le comunità di argentini che vivono all'estero, Italia compresa, ci sono ovviamente discordanze: il numero che a mio parere potrebbe essere quello più vicino alla realtà è intorno alle 800.000 persone. Gli argentini in patria sono 40 milioni e, di questi il 54 per cento ha votato l'attuale presidenta per la seconda volta un anno fa. Quando è stata rieletta, però, Cristina, aveva dalla sua l'onda emotiva della morte del marito Kirchner, avvenuta nel 2010, e una novità: la nascita della Campora, una sorta di gruppi di sostegno ispirati a un peronista, ex presidente di transizione, e capitanati dal figlio di Cristina e Nestor. La Campora è formata per lo più da giovani che, come sta accadendo in tutto il mondo, sono tornati a fare politica con la differenza però che in Argentina i giovani della generazione degli anni '80 sono stati decimati dalla dittatura. Al vederli la prima volta, durante i funerali di Kirchner del 2010, mi avevano colpito per il loro pianto a dirotto davanti alla Casa Rosada. Li ho rivisti a due anni di distanza, nei centri allestiti per loro dal governo e sparsi un po' in tutti i quartieri, ma soprattutto in San Telmo e vicino al Congresso (avenida Rivadavia). L'impressione che mi hanno fatto è stato un ricordo incancellabile: i fanatici leghisti sostenitori di Bossi. Certo è un paragone azzardato perché in realtà questi giovani sono militanti a tutti gli effetti e credono fermamente nel peronismo e in parrticolare nel Fronte della Libertà, partito della presidenta fondato da suo marito Nestor. La politica argentina è estremamente complessa e non potrebbe che essere contradditoria data la sua particolare storia riassunta in duecento anni, cioè da quando ha sconfitto gli spagnoli e ottenuto l'indipendenza.

Il cacerolazo organizzato per la seconda volta in due mesi da voci dell'opposizione, in particolare quella del giornalista Lanata, fondatore del giornale pagina 12, è stato definito e contrastato a suon di slogan piuttosto forti, uno dei più ricorrenti è stato questo: è un fronte di destra golpista. Quelli più morbidi hanno tacciato i manifestanti di contrapposizione al governo per interessi personali da difendere, cioè non pagare le tasse, portare i capitali all'estero e in una parola essere capitalisti e oligarchi o per lo meno sostenitori di vecchi governi liberisti. Probabilmente è vero che molti manifestanti non vogliono pagare le tante tasse imposte sulle proprietà o sui viaggi all'estero, nè vogliono sottomettersi alle restrizioni sull'acquisto di moneta straniera per poter viaggiare liberamente o acquistare beni provenienti dall'estero. E' anche vero però, osservando meglio chi sono questi manifestanti, che rappresentano la parte della società argentina più aperta e nel contempo più spaventata di venire rinchiusa in Sudamerica con regole latinoamericane protezionistiche da un lato e dall'altro senza spiragli per il futuro. Se si guarda indietro di 10 anni si ritrova il corralito e una manifestazione di altre cacerolas davanti al Congreso, il 21 dicembre del 2001: la polizia in quell'occasione ha ucciso 19 manifestanti. E storia talmente recente che non basta, nemmeno a Cristina Kirchner, rassicurare il popolo sostenendo di aver pagato tutti i debiti esteri (non però quelli del default, verso gli italiani compresi) e di averree raggiunto un Pil da fare invidia all'Europa e ai paesi emergenti. Secondo i dati ufficiali l'Argentina si colloca al quinto posto in America Latina e al 23esimo nel mondo. Un'ottima escalation se i dati fossero reali e confutati e se l'inflazione interna non fosse vicina al 30 per cento. Le restrizioni imposte dal governo hanno fatto arrabbiare dunue quella parte di società che certamente ha interessi, ma ha anche bisogno di lasciarsi defintivamente ale spalle il pericolo costante del default, l'ansia di non sapere dove vivere (gliargentini fanno avanti e indietro con Italia e Spagna per assicurarsi un futuro da qualche parte) e di avere una moneta ballerina a differenza del dollaro e dell'euro che sono invece piuttosto stabili nonostante la crisi delle due monete. Certo nn si può pensare che un popolo abituato a comprre dollari e pagare in dollari le case, in quanto moneta rifugio ufficialmente riconosciuta per decenni, da un giorno all'altro possa fidarsi di una moneta, il peso, che appunto slo dieci ann fa è diventato di colpo carta straccia. La presidenta dal canto suo ha le idee piuttosto chiare, anche se, va detto, prosegue nella politica iniziata dal marito senza averne la stessa forza e deve compensare le sue mancanze con un'aggressività che viene definita, a volte non a sproposito,da "montoneros".  Di certo ha fomentato l'aggressività negli argentini, da un lato dall'altro. Prova ne è la difesa a spada tratta che i suoi sostenitori compiono da alcuni mesi (e non certo tutti della Campora) con argomentazioni affatto politiche  economiche, piuttosto invece patriottiche e di vago ricordo castrista. L'Argentina è indubbiamente alla ricerca di una terza via che non è nè il liberismo americano nè il comunismo di Cuba. Prende esempio da Chavez, ma anche dal Brasile e si conforma a un modello americano di consumismo e appiattimento culturale ben visibile nei programmi televisivi e nell'insegnament scolastico. La propaganda, parola che a noi mette i brividi perché ricorda periodi oscuri della nostra storia, non lascia  nulla di intentato: i libri scolastici hanno riesumnato Evita, ai ragazzi delle scuole pubbliche è stato donato un notebook ciascuno, gl spettacoli artistici del fine settimana sono gratuiti, il volto della presidenta troneggia ovunque e il futbol per tutti ha permesso di controllare quella grossissima fetta di popolazione che, più degli italiani se possibile, resta incollata alla tivù per le partite vedendo in sottoimpressione messaggi pro K. La legge dei media che entrerà in vigore il 7 dicembre, se da un lato voleva giustamente fare piazza pulita della concentrazione dell'infornazione televisiva, dall'alltro la riconcentra nelle sue mani, senza però nessuna garanzia visto che l'opposizione in Argentina è praticamente senza potere. Il modello, apparentemente democratico,sembra piuttosto dettato da una ricerca spasmodica di fare quadrare il cerchio,che però resta cerchio, dell'economia. Se ppi parliamo di diritti civili ne vediamo delle belle: mentre in poche ore è stata approvata la legge per i gay che non costava nessuna vera rottura politica, quella sull'aborto, una vera piaga in Argentina, non riesce a fare un passo avanti perché proprio la presidenta non la vuole, confermando il suo appoggio alla Chiesa che, se ben ricordiamo, è la stessa che ha appoggiato la dittatura. La delinquenza è aumentata. Ed è di vario tipo. Va dal narcotraffico che ora ha forti cartelli argentini mescolati con quelli colombiani fino al microcrimine perpetrato da bande organizzate (anche non argentine) e da giovani argentini non necessariamente poveri. Ogni 5 minuti in capitale viene rubato un cellulare che viene poi rivenduto in canali ufficiali (negozi bene in vista su strada). Sul fronte delle opere strutturali non è stato fatto niente: i treni sono carcasse pericolose, gli autobus pure. I campi coltivan soya e prodotti trasgenici, con orgoglio della presidenta che li sostiene e li diffonde. Chi  è stato in Argentina recentemente si è accorto che neppure la carne è buona coe un tempo: i campi in cui le mucche pascolavano libere si sono via via ristretti e gli allevamenti stanno modificandosi di pari passo. Frutta verdura sono belli a vedersi e insapori al gusto. Quante vitamine contengono? Le distanze enormi costringono oltretutto a far viaggiare i camion con prodotti ancora acerbi. C'è un capitolo a parte che riguarda le medicine: con la restrizione sulle importazioni e il privilegio dei prodotti nazionali, l'Argentina si ritrova senza droghe base, quelle che non si possono produrre se non si fanno grandi investimenti tecnologici. Conseguenza ovvia è che mancano medicine anche salvavita di cui invece dispongono lEuropa e gli Usa con i quali la Kirchner non intende avere relazioni commerciali.

Questo stato di cose aiuta a spiegare la spaccatura degli argentini di cui si è visto solo un assaggio l'8 novembre. Nessuno vuole ritornare ai governi precedenti, ma questo lascia intravedere persino l'incapacità di sostenere l'idea che lo muove: il socialismo di peronista memoria.

 
 
 

Buenos Aires o Italia?

Post n°714 pubblicato il 28 Ottobre 2012 da malenamil

Mi scrivono in tanti e fanno tutti la stessa richiesta: mi dia consigli per lasciare l'Italia e andare a vivere a Buenos Aires. A volte hanno vent'anni, altre quaranta. Tutti lasciano intravedere tra le righe delle loro mail, più che la ricerca di un luogo dove lavorare, quello dove vivere meglio che in ITalia.

Io mi chiedo: ma chi conosce l'Italia conosce altrettanto l'Argentina? Sembra una storia già vista (e mal vissuta) da nostri antenati emigrati nelle Americhe in cerca di fortuna (economica) o di sopravvivenza (quando nelle Americhe si trovava lavoro e in ITalia no).  Alla prima motivazione oggi si sostituisce una più pratica e moderna: qui si sta male, là si sta meglio. Alla seconda invece si affidano solo vaghe speranze, certi che qui è difficile trovare lavoro e là chissà, forse no.

Alla base di tutto però c'è lo scontento: dell'immobilità dell'Italia, della noia del già visto, della politica e dell'economia che rispecchiano, insieme, il tempo oscuro che stiamo attraversando. Che è anche tempo di difficoiltà di rapporti e di spiragli di speranza.

L'Argentina non è la Mecca. Non è l'America. E' il Sudamerica con un'inflazione irrefrenabile (per scelta governativa), con un conflitto sociale (e perciò politico ed eocnomico) elevatissimo, con modelli americani più che europei, con miti che non muoiono mai al punto da far pensare, a noi che che non ne abbiamo, che siano persino ridicoli. Peròn, Evita, Che Guevara, l'Italia della dolce vita, le confiterie di Parigi, le Malvinas, i Beatles, gli U2, tutto messo nello stesso piatto della nostalgia (malata) per un passato destinato a non tornare più.  Molti argentini giustificano il loro appoggio all'attuale governo con una parola: prima si stava peggio. Anche noi stavamo peggio in tempo di guerra, eppure è un paragone che nessun italiano fa mai quando vuole avventurarsi in un discorso di attualità politica.  L'Italia è nelle sabbie mobili, ma l'Argentina ha la testa voltata indietro che è forse peggio. 

A Buenos Aires, se si hanno molti soldi, si può vivere relativamente bene. Relativamente perché bisgona guardarsi le spalle, oltre che dai rapinatori (che abbiamo anche noi) anche dai vicini di pianerottolo e dalla cameriera. Avere un ipad a Buenos Aires ed esibirlo è ad alto rischio di vita. Da noi ancora no. Anche da noi le strade delle grandi città pullulano di poveri e questuanti, ma i poveri e i questuanti di Buenos Aires sono un coltello conficcato nel cuore: sono stracci buttati lì, abandonati, derelitti che ti guardano senza vederti. I bambini lavorano e li vedi ogni girono e ogni notte. Spingono carretti pesantissimi appena hanno raggiunto un po' di forza nele braccia, o camminano su e giù per i vagoni del metrò appoggiandoti sulle gambe qualcosa da comprare. Non sono schiavi: sono poveri figli di poveri.

Anche da noi c'è la prostituzione delle ragazze. A Buenos Aires però le prostitute sono ragazze rubate mentre aspettavano il collettivo, violentate e drogate e spesso, quando ormai inservibili, uccise. Ne scompaiono 600 ogni anno in tutta l'Argentina.

A Buenos Aires gli spettacoli sono gratis. Gratis i festival della musica e della danza. Le offerte di svago sono così tante che non riesci a vedere tutto e ti dispace da morire, Da noi c'è poco e quel poco è quasi sempre a pagamento. Però da noi non c'è il voto di scambio: ti faccio divertire in cambio della tua sottommissione.

Noi abbiamo la mafia, l''ndrangheta e la camorra. Anche a Buenos Aires c'è la mafia sudamericana e oltre a quella ci sono le bande armate, la spartizione dei territori per la droga e le armi, dei 48 barrios della città solo una decina sono considerati vivbili. Per strada puoi vedere ragazzi con la pistola in mano (alla Chacarita, non alla Boca), ci sono case occupate nella maggior parte dei barrios, c'è miseria, miseria nera e delinquenza cattiva. La polizia ha paura a intervenire e se non ha paura è perché è corrotta.

La nostra polizia mi chiede di aprire il trolley a mano nel transfer da Buenos Aires perchè ho un oggetto sospetto rilevato dal monitor: era un pacchetto di cerealitas (crackers).

Gli argentini preotestano sempre. Cortano (interrompono) le strade principali quasi ogni giorno, manifestano davanti alla casa presidenziale quasi ogni giorno, ti impediscono di arrivare al lavoro o in ospedale, o chissà dove puntuale quasi ogni giorno (che sommato al ritardo dei treni è già un consistente ritardo), ma non ottengono mai niente. La loro libertà è la protesta. Poi li schiacciano come vogliono e loro si lasciano schiacciare. Su una cosa sono inflessibili: la coda di quattro auto in fila ai caselli autostradali. Allora sì che lì suonano tutti i clacson pur di farsi aprire e passare senza pagare. Noi restiamo allibiti. E perché non dovrebbero pagare il pedaggio? Perchè non ci deve essere fila è la risposta. In realtà nn vogliono pagare e stop. E' che sono abituati a pagare caro e salato il cibo (mentre la nostra inflazione consente di mangiare e magari fa rinunciare ad altro, la loro toglie anche il cibo di bocca), a pagare quasi nulla i mezzi pubblici (che ovviamente sono ad alto rischio di morte e infatti spesso uccidono), a rinnciare alle vacanze e ai viaggi all'estero decisamente costosi per le tasche della maggioranza.

Gli argentini festeggiano tutto. Dai vivi ai morti, ricordano date come computer. E mentre festeggiano pagano ristoranti, fanno regali, si scambiano messaggi al cellulare.  Il dia de la madre è talmente sacro che se non fosse di domenica dovrebbero dichiararlo un'ulteriore festività nazionale.

Ogni tre mesi ci sono tre giorni di festa tutti attaccati per gentile concessione presidenziale (e del governo). Si viene pagati e non si lavora. Bello, no?  E cosa si fa in vacanza? Si spende, ovvio.  E si ringrazia la benevolenza del governo verso i sudditi.

Prendere il metrò o i collettivi nelle ore di punta è un incubo. Attendere un autobus è un incubo: a volte ne passano tre di fila, a volte uno ogni 50 minuti. E il peggio è che non hai scelta: o il taxi o il bus. Gli argentini aspettano senza fiatare, rigorosamente in file serpentine sul marciapiede. E mentre rispettano le regole delle file ovunque, in silenzio assoluto, litigano sul calcio e sulla politica arrivando quasi a darsi coltellate.  Fanno impressiione: sembrano dottor Jackill e mister Hide.

Noi siamo sempre arrabbiati, loro sono sempre malinconici.  Cos'è meglio se non c'è una via di mezzo che sarebbe l'ideale?

Noi (nei giorni feriali) camminiamo piuttosto velocemente e andiamo da un posto all'altro, loro occupano tutti i marciapiedi a tre corsie e non ti lasciano passare perché vanno in giro come lumache, guardano le vetrine, chiacchierano e se ne fregano degli altri che devono passare perché hanno un sacco di tempo e sono talmente tanti che non capisci mai chi lavora davvero e produce un Pil così alto come viene enfaticamente annunciato.

Loro si vestono come vogliono, mescolano colori impossibili, si baciano dove vogliono e ballano come vogliono. Noi dobbiamo rispettare clichè, siamo mal visti, dobbiamo sopportarele occhiatacce e non possiamo uscire in ciabatte. Ma almeno abbiamo gusto anche quando indossiamo un bel niente.  E non ci baciamo col dentista solo perchè ci apre la porta dello studio. Non ho mai pres tanti baci come a Buenos Aires. All'inizio mi piaceva, adesso mi dà un po' fastidio. Ma perchè devo prendermi il  bacio da tutti gli sconosciuti solo perché sono ferma a fumarmi ua sigaretta davanti a una porta d'entrata di un corso?

Buenos Aires o Italia?

 

 

 

 
 
 

Il tango nel cuore

Post n°713 pubblicato il 26 Ottobre 2012 da malenamil

Quando Nicolàs mi ha sorriso, dopo un bel tango ballato insieme, e mi ha detto què linda caminata tenès, mi sono passate davanti agli occhi le immagini di tutti questi anni trascorsi a orsservare, ascoltare, provare.  Ho camminato tanto con gli argentini.  E tanto da sola, sul porfido sbilenco delle strade del colonialismo spagnolo, sulle piastrelle rotte dalle radici degli alberi dai fiori viola, schivando sacchi di spazzatura rotti dai cartoneros, affrettandomi per non essere schiacciata dalle auto o dai collettivi sule curve o sulle strisce pedonali, fermandomi ad osservare una vetrina bizzarra, un personaggio bizzarro, un bambino coi pantaloni rotti e le mani sporche che chiamava mamma una ragazza poco più che adolescente.  Ho affrettato il passo e sono caduta sul marmo di una banca in calle Florida, ho aiutato a rialzarsi da terra un vecchio col Parkinson e trascinato anche i miei piedi con i suoi per toglierlo dal mezzo di una strada piena di auto frettolose di ripartire al verde del semaforo. Ho camminato lenta, rapida, sincopata o sospesa seguendo il ritmo di Troilo e di Pigliese, di Piazzolla e di D'Arienzo.  Ho girato intorno a tanti Nicolas, Manuel, Oscar, Juan, Javier e Julio inseguendo i loro piedi. Ho cambiato direzione mille volte, per non incrociare gli sguardi acuti e immobili di quella banda di chicos incazzati della vita altrui, forse più fortunata, forse più sfortunata della loro. Ho sbagliato direzione mille volte, camminando inutilmente per cuadras che non dovevo percorrere per giungere a destinazione. Ho ascoltato lo strepitio degli uccelli e ilk latrare dei cani, il miagolio dei gatti e il muto pianto dei bambini che vendono immagini spiritose sulla linea B. Li ho osservati camminare avanti e indietro cento volte a paso cadenzato, senza mai attaccarsi a un appiglio come invece fanno tutti. Ho dovuto tenere l'equlibrio cento e cento volte sui collettivi che sfrecciano per la città con la pancia piena di esseri umani senza parole.

Quando Dante ha ballato con me, mi ha sorriso: bailas re bien! Vos tambien, gli ho risposto contenta che me lo avesse detto un altro ballerino professionista, e stavolta non un amico che  mi definisce "grosa", importante, davanti ai suoi amici, come l'amoroso Nicolàs. Dante me l'ha voluto spiegare meglio: se sento che la donna c'è, che partecipa, che balla con me, io ballo bene.

Ho ballato tanto con gli argentini, perché gli argentini sono come ragazzini in cerca di qualcosa che non troveranno mai, dispettosi e seducenti, capricciosi e arroganti, umili e orgogliosi. Si danno poco, quanto basta. Sanno condividire quel poco che a loro basta e che, forse, basta anche a te.

 
 
 
 
 

Ana e l'abbraccio

Post n°711 pubblicato il 16 Ottobre 2012 da malenamil

Ana è seduta di fianco a me al Beso. Ha un sorriso contagioso e un bel po' di cose da dire contro. Le persone critiche a me piacciono. Perciò, tra un invito e l'altro che non rompe affatto la bella intimità tra nuove amiche,  spiega perchè, a 27 anni, vestita da tangonuevista, siede in mezzo a gente grande in abito predisposto a una sala tradizionale come è il Beso della domenica. La spiegazione mi ricorda le parole dei principianti di tutto il mondo che devono affermare le stesse cose che afferma il loro maestro. Sostiene che milonguear è abbracciare proprio con quel tipo di abbraccio lì, chiuso. Ad alcune donne piace molto perché le rende più sensuali e abbandonate all'uomo. Ma quali sono quelle donne? Io sono una di quelle, ma solo alla domenica. Alla domenica al Beso va bene, gli altri giorni no. Perchè anche questa domenica a Buenos Aires è stata una bella giornata trascorsa al parco di Palermo, in un enorme pic nic tra italiani e italo-argentini prima, due ore di ascolto rapito di chistarristi straordinari all'ex Esma e un'ora sul collettivo di sera, insieme a decine di bimbetti addormentati tra le braccia della mamma o del papà. Ogni domenica qui ci sono cose belle da fare e da vedere, non come in Italia. E allora al Beso si va a farsi coccolare prima di andare a letto stanchi morti della lunghissima giornata, da uomini che non sono ballerini e non hanno tante pretese di piacere. Se ci riescono bene, sennò sono educati e basta. Il Beso è una milonga circolare che restringe verso il centro gli abbracci e li riporta all'esterno addosso alle persone sedute. Il segreto dell'armonia che si respira al Beso è proprio contenuto nella milonga-abbraccio. E il segreto dello star bene sembra proprio essere l'armonia. Il caos può essere interessante e perfino energetico, ma a lungo andare costringe il cuore ad accelerare. Ana non ha le idee ancora chiare sull'abbraccio perché non lo sperimenta quanto me da tanti anni e, soprattutto, è troppo giovane per interpretare i dettagli. E' ben difficile dire, in Argentina, che il tango sia abbraccio. Sarebbe riduttivo, nonostante sia la prima cosa che si fa incontrandosi in pista e la più difficile da imparare soprattutto per noi europei così poco attratti dalla concessione totale all'altro.  Poi, a un certo punto, capita di distinguere l'abbraccio contenitore da quello marcatore, quello affettuoso da quello seduttivo, quello creativo da quello intimo.  Non ho mai ballato con un argentino che ballasse come un altro. Che facesse gli stessi passi (benchè nel tango siano codificati per tutti), le stesse pause, gli stessi cambi di peso. Nè ho mai trovato un argentino che interpetasse D'Arienzo come un altro, e si dovrebbero vergognare quelli che definiscono la sua musica una marcetta.  E' inevitabile confrontare gli europei o anche altre nazionalità che si incontrano a Buenos Aires, con i portenios. Un francese non marcava affatto pur essendo bravino nei passi e nel ritmo musicale. Cioè non abbracciava. Gli argentini nella milonga rispettano le regole più che per la strada: si scusano, proteggno la donna, la invitano senza darle manate sule spalle o piazzandosi davanti alla sua faccia. Ma mentre ballano dimenticano tutto. Niente regole. Il tango è improvvisazione, è libero, è come ognuno lo sente, è come nasce con quella compagna lì, proprio quella, che va ascoltata per forza, altrimenti si esce dalla musica, dal giro della milonga, dall'armonia del ritmo di note e cuori che silenziosamente battono. Così gli argentini vivono il tango, quella musica di tango con quella ballerina, in quella milonga, esattamente quel giorno. Non c'è mai un giorno uguale all'altro anche nella stessa milonga. Alla Malcom, ogni sera c'è una diversa gestione e benchè il locale sia lo stesso, cambia tutto. La disposizione dei tavoli, le luci, la gente, la onda...Una trasformazione totale che quasi non te la fa più riconoscere. Un ragazzo me l'ha spiegato in due parole secche e precise: la gente fa la milonga, non il contrario.

 
 
 

La foto simbolo della deriva

Post n°710 pubblicato il 14 Ottobre 2012 da malenamil

Si sa che c'è l'inflazione, perciò si aumentano i salari. Si sa che aumentano i salari, perciò ogni sei mesi si aumenta l'affitto. Si sa che c'è criminalità, perciò ci si prepara a perdere il cellulare, i soldi, la borsa o l'auto. Si sa che i collettivi (bus pubblici) guidano male e veloci per rispettare le tabelle di marcia, perciò si avvisa prima di prenderli che si potrebbe morire. Si sa che attendere un collettivo può voler dire restare in mezzo alla strada anche un'ora con vento e freddo, perciò non si prendono appuntamenti. Si sa che gli argentini sono traditori perché machisti, perciò le donne sole aumentano a dismisura. Si sa che i treni pubblici mozzano la testa contro i pali a chi sta appeso fuori perché dentro non trova posto e non respira nemmeno, perciò si lascia prendere il treno agli sfigati che non possono permettersi un altro mezzo.

Buenos Aires è peggiorata. La povertà è un grande sacco aperto, la città è rabbiosa, la conflittualità alle stelle. La politica divide come il futbol, ma di politivca qui si muore. L'Istat (Indec) continua, imperterrito, a sostenere che una famiglia di 4 persone puà mangiare con 700 pesos al mese. Ci ho provato: mangiando due empanadas al giorno e nient'altro, spendo 9 pesos, e sono già fuori dai  6 che sostiene l'Istat argentino per ben 4 persone.

L'ignoranza e la sottomissione sono dei poveri come dei ricchi.  L'Argentina non è più un pezzo d'Europa, nemmeno culturalmente.

 
 
 

Questa è Buenos Aires

Post n°709 pubblicato il 14 Ottobre 2012 da malenamil

Collettivi a rischio

 
 
 

I giovani tornano al tango

Post n°708 pubblicato il 06 Ottobre 2012 da malenamil

Le milonghe d Buenos Aires quest'anno sono piene di giovani. I turisti si contano sulle dita di due mani, colpevole la crisi economica che ci attanaglia in Europa e la super inflazione di qua, che non consente più di prendere taxi come bombon o mangiare bisteccone al ristorante. I giovani argentini hanno scoperto che il tango è bello. Prendono lezioni, si buttano nella mischia e fanno gruppo sociale. Invece di affogarsi nei cocktail degli happy hour, che fanno? Ballano tango! Provo una tenerezza infinita al vederli invitare, timidamente, una straniera, sperando che non balli tanto bene come un'argentina e che se ne voli via senza sbandierare in giro giudizi. A Milonga 10 mi ha invitata un ragazzo d 18 anni che balla da sei mesi. Al sentire  l'età mi è scappato: mi amor! come mi scappa con Milena che di anni ne ha 12 e mi chiama tia. Milena mi ha eletta spontaneamente sua zia senza secondi fini, senza civetteria, senza pensarci su. La parola mi amor ora mi esce dalla bocca con facilità anche in Italia. Non è una parola da dedicare agli uomini, bensì ai bambini. Gli argentini giovani sono bambini che ti invitano come uomini, si mettono la gommina nei capelli, si rasano le tempie e si lasciano scendere un delizioso codino sulle spalle. Se gli chiedi se sono felici ti dicono sì sono felice con un'onestà che ti lascia senza parole.  Riempiono le milonghe di sorrisi raggianti, ballano agili e spinti in avanti, attendono che il tuo piede si posi bene a terra per farti ruotare sul loro piede incrociato all'indietro. Inventano giochi di piedi e tempi inrterpretando il tango secondo il loro umore. A vent'anni sono felici, a 24 già cominciano a preoccuparsi del lavoro che non trovano. Allora cursano, cioè vanno al yoga, a fotografia, a teatro, a tango. Fanno corsi di ogni tipo, incamerano sapere tecnico, nozionismo, esperienza e intanto stanno insieme. Quando decidono di misurarsi in una milonga è perché si ritengono all'altezza degli adulti e stanno con loro per essere accettati da tali. Nella fotografia invece restano bambini. Non osano uscire dal circuito protetto degli amici, degli album da mostrare (agli amici), dei giornali politici di barrio. Se proproni loro un vero servizio fotografico se la fanno sotto e si tirano indietro. Per fare il salto devono crescere, viaggiare, uscire dal ghetto del barrio e degli amici del barrio. Il concetto di barrio a Buenos Aires è ancora forte e si tramanda di generazioni in generazioni così come il peronismo. Un avvocato, in milonga, ha interrotto il tango per raccontarmi la storia della sua famiglia cominciando dal bisabuelo materno, scendendo all'abuelo materno, al padre e ripartendo dal bisabuelo paterno fino in basso. Il tutto per dirmi che i nonni erano peronisti e perciò lui "sigue" fervente ammiratore di Cristina. Nelle milonghe si parla di politica come ovunque a Buenos Aires da qualche mese. Due schieramente opposti come il Boca e il River si fronteggiano ogni giorno e con sempre maggiore cattiveria. Nell'ambiente del tango i giovani se ne fregano della politica e anche del calcio. Sono la generazione che non saprà cosa fare dopo la scuola e sarà costretta a  studiare anche se non gliene frega niente, molto più indietro degli indignados spagnoli e lontani anni luce dalle proteste dei nostri precari. I ragazzi sono tornati al tango quasi senza rendersi conto che è un ritorno al passato. Ne hanno modificato in parte la struttura sociale, criticano aspramente le dure regole del cabeceo y mirada dei tradizionalisti senza però annullare quella cortesia cavalleresca che resta tipica della milonga portenia: se la sieda è libera tocca alla donna e non all'uomo, si invita anche con  la voce ma non ci si avvicina più di tanto, non si toccano mai le braccia, non si interrompe mai una donna che sta parlando con un'amica, non si invita una donna che sta parlando con un uomo. Sono le regole del rispetto ben inculcate nell'Argentina che fa la fila in tutti i luoghi, con regole di una durezza dittatoriale da far paura. Mi è insopportabile la ribellione degli italiani così come la sottomissione degli argentini. In fondo, due facce della stessa medaglia. Certo, la loro sottomissione mi fa gioco consentendomi dialoghi continui su qualunque cosa mi incuriosisca (e sono tante): avrò sempre una risposta a ogni domanda.

 
 
 
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SU DI ME

Sono nata e vivo a Milano. Giornalista professionista dal 1989, lavoro come dipendente in Italia per un gruppo di tre quotidiani e sono specialista di crimini familiari, ricerca di scomparsi e indagini di cronaca nera nazionali e internazionali. Ballo tango argentino dal 2000. Il mio primo soggiorno a Buenos Aires è del 2004. Ho condotto ricerche sulla storia dell'immigrazione in Argentina e della nascita del tango. Sono stata intervistata in diretta alla radio di tango 2x4 (2008), alla radio culturale de la Ciudad del Gobierno di Buenos Aires (2009) e alla radio dell'Università de La Plata (2004). I post scritti a Buenos Aires sono frutto originale delle mie ricerche, quelli scritti dalll'Italia attingono da varie fonti, principlamente quotidiani argentini.

 

BUENOS AIRES VIDEO

 

LA DANZA DELL'UNIVERSO

"El tango es una danza poderosa porque es armònica con el movimiento del sistema en el que estamos inmersos. Es la danza de Shiva, la danza che le da forma al mundo y el mundo le da la forma a esa danza. Tiene todos los elementos: el hombre, la mujer, al yin y el yang, lo circular, el abrazo"

 

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FIGLI D'ARTISTA: ARIADNA Y FEDERICO NAVEIRA

 

MALENA, LUCIO DE MARE-HOMERO MANZI 1941

Malena canta el tango como ninguna
y en cada verso pone su corazón.
A yuyo del suburbio su voz perfuma,
Malena tiene pena de bandoneón.
Tal vez allá en la infancia su voz de alondra
tomó ese tono oscuro de callejón,
o acaso aquel romance que sólo nombra
cuando se pone triste con el alcohol.
Malena canta el tango con voz de sombra,
Malena tiene pena de bandoneón.

Tu canción
tiene el frío del último encuentro.
Tu canción
se hace amarga en la sal del recuerdo.
Yo no sé
si tu voz es la flor de una pena,
só1o sé que al rumor de tus tangos, Malena,
te siento más buena,
más buena que yo.

Tus ojos son oscuros como el olvido,
tus labios apretados como el rencor,
tus manos dos palomas que sienten frío,
tus venas tienen sangre de bandoneón.
Tus tangos son criaturas abandonadas
que cruzan sobre el barro del callejón,
cuando todas las puertas están cerradas
y ladran los fantasmas de la canción.
Malena canta el tango con voz quebrada,
Malena tiene pena de bandoneón.

 

EN LA CALLE

 

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FOLKLORE ARGENTINO: ZAMBA Y CHACARERA