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Una, nessuna 100.000

Libere (forse) riflessioni di una mente in viaggio

 

 

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Un passo alla volta

Post n°598 pubblicato il 06 Novembre 2011 da barbona0

Quella che mi accingo a raccontare è una storia molto comune, possiamo pensarla come materiale di facile reperimento.

Lavoro in un ente pubblico, sono quindi una privilegiata. Gli ultimi interventi di tipo normativo hanno apportato pesantissime limitazioni alla possibilità di carriera interna. Da questo potrebbero discendere molte considerazioni, di segno opposto, ma sarebbero considerazioni parecchio inutili per l'argomento di questo post. Prendiamo solo l'aspetto pertinente per la situazione e cioè che di fatto le progressioni interne sono diventate impossibili e le assunzioni estremamente difficoltose.  La prima situazione grazie alla riorganizzazione del pubblico impiego e la seconda a causa delle limitazioni alle spese del personale.

Gli enti pubblici sono anche enti politicizzati, soggetti quindi a rinnovi al vertice. Questo comporta una certa insicurezza per quanto concerne ruoli ed organizzazione. Come qualsiasi altro ambiente lavorativo simpatie ed antipatie nascono e muoiono con una certa ciclicità, aiutate anche da motivi di interesse temporaneo. Forse sarebbe sufficiente rilvare che ogni insieme umano è soggetto a dinamiche abbastanza costanti che semplicemente devono essere accettate per quello che sono.

Durante l'ultimo rinnovo è successo che una collega, che indicherò con la lettera A, la quale non godeva di molta simpatia tra il gruppo maggiormente vicino allo staff, è stata privata dell'ufficio (inteso come locale) che occupava e le sue cose sono state semplicemente prelevate e messe alla rinfusa in scatoloni o grandi ceste di plastica, ricoperte con sacchi di juta e trasferite in un altro locale. Credo sia giusto sottolineare che ciò è successo in un momento in cui A era assente per maternità, senza che nessuno si preoccupasse di preavvisarla di questa necessità, invitandola, magari, a presenziare alle operazioni, a provvedere personalmente allo svuotamento dei cassetti della sua scrivania. Uno stile molto americano insomma.... a me piace pensare che qualche decennio fa questo non sarebbe mai avvenuto ma si sa il progresso è progresso. Ma i problemi per A non si limitavano al suo trasferimento: vi era stato anche un cambio di dirigenza e chiaramente chi  è presente in questi momenti, chi ha la fortuna di assistere alle operazioni da una poltrona in prima fila è avvantaggiato rispetto a chi è assente, indipendentemente dai motivi per cui. Quello è anche il momento in cui vi sono le maggiori possibilità di portare a termine piccole vendette personali, pareggiare dei conti in sospeso, quasi come se si fosse di fronte ad  una guerra di liberazione partigiana. "A" non godeva delle simpatie di molti e la nuova diigenza venne doverosamente messa in guardia nei confronti di questa collega "che non si capiva bene cosa facesse", "che aveva un atteggiamento piuttosto borioso", "che non si capiva neppure il motivo per cui aveva un certo ascendente sul dirigente precedente". "A" aveva un suo compito, e al suo servizio, di cui era l'unica assegnataria, era stato assegnato il nome di "Organizzazione". "A" è una categoria professionale D.

Il Servizio presso cui presto servizio io, unitamente ad altre 4 colleghe e ad una responsabile, che indicherò con la lettera "B", si chiamava Amministrazione del Personale. La mia responsabile è anch'essa una categoria D mentre io sono di categoria immediatamente inferiore, come tutte le altre mie colleghe, sono di categoria C. Avevo comunque l'incarico di vicaria, che sarebbe scaduto al termine di quest'anno.

Io e A abbiamo collaborato molto. "A" si fidava molto di me, mi affidava parte del suo lavoro quando era assente, e questo per due motivi: uno perchè sapeva che lo avrei seguito con il medesimo scrupolo con il quale seguivo il mio, due perchè sapeva che non avrei mai fatto nulla per danneggiarla, come si suol dire "per farle le scarpe". I suoi non erano timori infondati. Tra le dinamiche dei gruppi di lavoro ci può essere anche questo, una sorta di guerra degli incarichi, una legge che prevede la possibilità che il fatto di esserti temporaneamente occupato di un lavoro normalmente assegnato ad un collega diventi di proprietà dell'affidatario. E' sucesso infatti che mi sia stato proposto di occuparmi in qualità di titolare di un aspetto di quanto affidatomi ma questo cozzava contro la mia convinzione che la lealtà sia un aspetto assolutamente imprescindibile del vivere consapevole. Così risposi ai superiori che se volevano assegnare questo tipo di lavoro ad una collega diversa avrebbero dovuto cercare altrove perchè per me queste erano azioni indegne.

Per A, che sarebbe dovuta stare assente ancora un po', i tempi non parevano rosei. Il dirigente, influenzato dai cattivi giudizi espressi dalle persone in prima fila, aveva pensato di abolire del tutto il suo ufficio, che in qualche modo poteva tranquillamente essere ricompreso all'interno del nostro servizio, di cui necessitava dell'assidua collaborazione.

Io e B (la mia responsabile), anche noi occupanti le poltrone in prima fila, ci siamo opposte a questa opera di distruzione nei confronti di A, non fosse altro per il fatto che quest'ultima non potesse difendersi. Così abbiamo fornito informazioni assolutamente opposte, lodando l'operato di A.

Al suo rientro A, giustamente arrabbiata e mortificata, ha ricostruito il suo ufficio, sia materialmente, riordinando le sue cose e le documentazioni varie, sia riguadagnandosi, passo dopo passo, tutto il terreno che le varie critiche le avevano sottratto. Questo lavorando sodo. Gli sforzi comunque sono stati premiati e A è divenuta una delle maggiori e più fidate collaboratrici della dirigenza.

Dovendosi procedere ad un'organizzazione dei servizi, tenendo presente che la mia attuale responsabile andrà in pensione a gennaio 2014, e che è divenuto impossibile per noi personale di categoria C sostituire il posto della responsabile, a causa della già citata eliminazione delle progressioni interne, trovandosi quindi nella necessità di ottimizzare le risorse possedute, ad agosto si è proceduto alla riunificazione del servizio organizzazione, facente capo ad A, con il nostro, facente capo a B ed avente la sottoscritta come vicaria di B. Una situazione tecnicamente insostenibile: non era possibile che io, di categoria inferiore, mi trovassi in qualche maniera in una posizione simbolicamente superiore ad A.

Debbo aggiungere altri due aspetti che, per comprendere il significato degli eventi, diventano molto utili.

Il primo è rappresentato dalla mia fioca vocazione nei confronti del mio lavoro. Essendo estremamente cosciente della mia posizione di privilegio rispetto ad una moltitudine di lavoratori ugualmente validi ma, per destini diversi, finiti in settori oggi fortemente in crisi, essendo grata a questa situazione che mi ha comunque permesso di occuparmi della mia numerosa famiglia e di continuare la mia formazione culturale, grazie ad orari favorevoli, il mio impegno nei confronti delle attività assegnate è assolutamente totale. Cerco di porvi la massima attenzione, nel rispetto degli utenti e delle loro esigenze, conscia del fatto che il mio lavoro apporta lustro o critiche all'amministrazione intera. Insomma ho un forte senso di responsabilità e di lealtà nei confronti di chi mi garantisce uno stipendio, sapendo che questo qualcuno è costituito dai cittadini che pagano le tasse per avere dei servizi.

Il secondo aspetto è rappresentato da un forte attaccamento affettivo nei confronti delle colleghe e della dirigenza che mi rende difficile il distacco da quel lavoro, anche se esso non mi coinvolge totalmente. 

Una criticità fu comunque causata, circa due anni fa, dalla mia nomina a vicaria. Con mio grande stupore questo causò qualche malumore. Non avevo infatti minimamente tenuto in debito conto che questa ufficializzazione toglieva alle colleghe delle piccolissime soddisfazioni, come quella di firmare qualche atto a dire il vero di minima importanza ma che comunque mitigava quella sensazione di invisibilità che affligge i lavoratori di ceto medio, che sono quelli che maggiormente lavorano ma che pare non esistano neppure, dal momento in cui gli atti ufficiali recano firme dei responsabili. Credo che questo aspetto dovrebbe essere maggiormente tenuto conto dai responsabili e dai vari ministri che pare tutto sappiano tranne che i lavoratori hanno sentimenti ed anime. Lo scontento che sentivo attorno, che facevo molta fatica a comprendere, in qualche maniera mi portò a dover fare i conti con la realtà che non esisteva  quel clima di armonia che io pensavo costituisse la realtà del nostro ufficio. Avevo indubbiamente peccato di insensibilità e anche di presunzione: come poteva essere che le mie colleghe non mi adorassero al punto di accettarmi come vice capo? Questo fu comunque un primo piccolo motivo a supporto del mio desiderio (tenuto a bada) di trasferirmi in maniera tale da sperimentare altri settori in cui le mie vocazioni trovassero maggiori soddisfazioni.

Stante questo quadro giovedì scorso il dirigente, manifestando una certa urgenza, riunisce il mio ufficio, che ormai comprende a pieno titolo anche "A". Ci viene detto piuttosto velocemente che ora la responsabile continua a rimanere B e in subordine occorrerà rivolgersi ad A. A giustificazione elenca le motivazioni assolutamente reali già illustrate sopra: scomparsa della possibilità di carriera interna e necessità di ottimizzazione dei servizi. Il tono tanto formale a me infastidì alquanto anche perchè tutto sommato non si capiva bene cosa sarebbe stato del mio ruolo, ufficialmente in carica fino a fine anno. Venerdì mattina mi sono svegliata con un forte dolore alle spalle, potevo anche dare la colpa all'umidità ma sapevo che non era quello il vero motivo. Mi è venuta in mente la famosa "pugnalata alle spalle", e infatti io mi sentivo proprio così. Ma un'altra sorpresa ci attendeva: la mia collega, aprendo un programma utilizzato per l'iter di approvazione degli atti ufficiali, vede una determinazione di nomina come responsabile di B e come vicaria di A, che nel contempo annullava la precedente che mi riguardava. Questo atto era stato fatto in sordina, pronto da tempo, che aspettava, per essere ufficializzato, la riunione ufficiale e questo giustificava l'impazienza. Questa azione ha compattato tutto il nostro ufficio in un pensiero di grande biasimo, non per l'inopportunità, perchè era un atto dovuto e inevitabile, ma per le modalità eticamente scorrette. In una realtà dove il rispetto era un elemento piuttosto presente non sarebbe costato nulla anticipare in via informale queste decisioni, curandosi, appunto, dell'umanità e dei sentimenti dei colleghi, nello specifico nei miei.

La prima reazione è stata di rabbia. Ma la rabbia, in realtà, come spesso accade, non era che un'emozione "maschera", perchè in realtà l'emozione era dolore, molto forte, per questa amicizia tradita, per questo tecnicismo privo di umanità e rispetto. Sono quindi passata a vivere l'emozione per quello che era, e cioè dolore, che mi riempiva gli occhi di lacrime, inopportune in un luogo di lavoro. Poi però ho guardato un po' più in là. Cosa mi stava offrendo la vita con questo episodio? Perchè c'è sempre il famoso portone che si apre, se si ha la pazienza di guardare con attenzione. Mi stava offrendo il distacco emotivo ed affettivo che mi era di intralcio per il passo desiderato, rappresentato dal cambiamento, dal seguire la mia vocazione. Fatto questo il dolore alle spalle è immediatamente cessato. Rimaneva un forte dolore al braccio sinistro, come poteva non essere così? Il braccio del cuore. Il cuore, indipendentemente dalla logica, sanguina per i fatti suoi, e in fondo non si può far altro che lasciarlo sanguinare, vivere quel dolore che è anche giusto provare, è lo scotto che si paga al vivere.

Fortunatamente venerdì sera avevo lezione. Mai come venerdì avevo bisogno di condividere il mio dispiacere, in un ambiente disposto ad ascoltarmi e ad aiutarmi. Così ho raccontato il tutto. L'insegnante mi ha chiesto quale pate di me fosse così tanto offesa, e io ho risposto "la mia parte leale".

Il gruppo ha un grande potere energetico, aiuta molto a discernere le realtà oltre le apparenze. Così nella pausa sono stata raggiunta da un'intuizione: l'agire di A e del dirigente, nell'ambito di un discorso di responsabilità personale, appartiene esclusivamente a loro. A me non toccano. Certo mi hanno scatenato delle emozioni, ma in ogni caso non mi riguardano, non fanno parte della mia responsabilità. Questo ulteriore distacco ha comportato la "guarigione" del braccio. La strada era solo una: accettare nel proprio cuore queste persone così come sono, così come si sono comportate, scegliendo di rimanere con loro comunque o di lasciarle al loro cammino, che evidentemente non è il mio.

Il pensiero successivo è stato di compassione per queste persone che sono capaci di agire con spietato tecnicismo e di continuare il loro viaggio. Ma questo non è corretto. Nella compassione c'è comunque un aspetto di giudizio, di superiorità, di presunzione. Pensare che io sia fortunata, perchè capace di agire secondo lealtà ed etica, e loro dei "poveretti" perchè invece non lo fanno, è un atto di superbia. Non ci sono nè santi nè poveretti, ci sono persone che scelgono di personalizzare la propria esistenza, senza dover rendere conto di niente a nessuno. Il fatto che io ritenessi che A in qualche maniera mi dovesse restituire le cortesie che io ho avuto nei suoi confronti è una pretesa bella e buona che per di più inficia il mio operato. Ognuno di noi deve agire come crede, nel rispetto di quello che è il proprio pensiero, senza aspettarsi nulla: nè gratitudine nè restituzione. Allora dà compimento alla propria esistenza.

Per ora il passaggio dal dolore al rispetto non mi è immediato, devo ancora passare attraverso la comprensione affettuosa, ma sono comunque felice di riuscire a disidentificarmi molto più velocemente di prima dalla personalità addolorata. Vuol dire che, tutto sommato, ho meno bisogno di soffrire per lasciar maggiore spazio al vivere.

 

 

 

 

 

 

 
 
 
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LE VOCI

 

IL TESTO

Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è desta, 
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa. 
Dov'è la Vittoria? 
Le porga la chioma, 
che schiava di Roma 
Iddio la creò. 
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò. 
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì! 


Noi fummo da secoli 
calpesti, derisi, 
perché non siam popoli, 
perché siam divisi. 
Raccolgaci un'unica
bandiera, una speme: 
di fonderci insieme 
già l'ora suonò.
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì! 


Uniamoci, uniamoci, 
l'unione e l'amore 
rivelano ai popoli 
le vie del Signore. 
Giuriamo far libero 
il suolo natio: 
uniti, per Dio, 
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì! 

Dall'Alpe a Sicilia, 
Dovunque è Legnano; 
Ogn'uom di Ferruccio 
Ha il core e la mano; 
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla; 
Il suon d'ogni squilla 
I Vespri suonò.

Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì! 
 

Son giunchi che piegano 
Le spade vendute;
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte, 
siam pronti alla morte. 
Siam pronti alla morte, 
l'Italia chiamò, sì! 

 
 

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