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Berlusconi “capitalista, ladro e contro i migranti”. L’africano che attraversa con un cappello in mano le viuzze che portano a piazza Navona conquista l’adesione immediata dei commercianti italiani che fumano una sigaretta sulla porta d’ingresso dei loro negozi.
In un quartiere meno turistico di Roma, una frase così avrebbe probabilmente incontrato ancor più approvazione. L’Italia affronta il rettilineo finale del berlusconismo. Il Cavaliere ha perso consenso e forza nel gestire casi inauditi di corruzione. Ha perso anche chi, per anni, è stato il suo miglior alleato, Gianfranco Fini, l’uomo che ha saputo trasformare l’eredità fascista in un partito dalla faccia pulita, Alleanza Nazionale, con il quale Berlusconi ha fondato il Popolo delle Libertà, PDL.
Il divorzio si è consumato dieci giorni fa con l’espulsione di Fini dal partito e il successivo ricollocamento dello stesso all’opposizione, come centro di un cosiddetto “terzo polo” che sembra avere molte carte da giocare per sfrattare l’imprevedibile Berlusconi.
Il Cavaliere ha conquistato il potere 16 anni fa spinto dal suo imponente sistema mediatico con l’eterna ed inconclusa promessa di porre fine alla corruzione e alla frammentazione atavica del sistema politico italiano. L’uomo forte che avrebbe dovuto pacificare le galassie di mafia, corporazioni, caste, sindacati, famiglie potenti, clan politici e giudiziari, fronde partitiche, lascia l’Italia nella solita situazione di tragedia grecoromana.
Con una sinistra frantumata dalle divisioni e polverizzata in piccole e grandi formazioni politiche, con il centro e la destra spazzate dall’inchiesta Mani Pulite portata a termine negli anni ’90 dal giudice Antonio Di Pietro, Berlusconi arrivò come Mussolini: con l’idea dell’uomo forteche poteva stabilizzare il paese.
Lo appoggiò la societa, l’elite del cattolicesimo, l’imprenditoria e parte della sinistra socialista che aveva perso tutte le proprie speranze nel fango della corruzione che aveva distrutto lo scomparso Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi.
Per molti italiani negli anni compresi tra il 1994 ed il 2010 si è verificato molto più che un ritorno agli anni ’80. I nomi delle cosche mafiose di quella epoca tornano a circolare, riattualizzati sotto la sigla P3. Questa loggia non sarebbe altro che il seguito della loggia massonica P2 creata negli anni ’80 con uomini politici e membri dei servizi di sicurezza dello Stato, che venne accusata di creare uno Stato dentro lo Stato.
Negli ultimi due mesi Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, è diventato il terzo membro del governo a dover lasciare l’incarico a causa della sua implicazione in casi di corruzione. Il ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola ha presentato le sue dimissioni in maggio ed Aldo Brancher, ministro del federalismo, lo ha fatto in luglio. Cosentino, insieme al sottosegretario alla giustizia Giacomo Caliendo, rappresenta un caso emblematico della parabola del berlusconismo.
Cosentino e Caliendo figurano tra i membri della loggia massonica P3, tessitori di una vasta rete di influenza che è riuscita far nominare giudici ed alcuni membri del Consiglio Superiore della Magistratura per aggiudicarsi le gare d’appalto. Se Cosentino si è fatto da parte, Caliendo continua ostinatamente a rimanere al governo, fino a passare per il voto di una mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni.
Berlusconi e i suoi colonnelli gridano la sua innocenza e accusano i magistrati e la stampa di praticare una “caccia alle streghe”. Però gli scandali si accumulano ad un ritmo vertiginoso. La Banca d’Italia ha rivelato la scorsa settimana di aver scoperto gravi irregolarità nella gestione del Credito Cooperativo Fiorentino, alla cui presidenza vi è Denis Verdini, coordinatore nazionale del partito di Berlusconi, il PDL.
Magistrati, imprenditori, parlamentari, membri della Polizia: nessun settore è escluso dai sospetti e dalle gravi accuse. Addirittura il presidente della Corte d’Appello di Milano era stato contattato per fare pressioni sulla Corte Costituzionale al fine di approvare una legge che risparmiasse a Berlusconi di essere giudicato in tribunale durante l’esercizio del suo mandato.
Il Cavaliere ha mobilitato le truppe del suo partito nel lanciare l’operazione “Per non dimenticare”. L’obiettivo consiste nel “ricordare” alla società italiana tutto quello che Berlusconi ha fatto a partire dal 1994.
Senza dubbio, l’Italia si ritrova in una mare di fatti evidenti: la corruzione e l’inflitrazione delle reti mafiose nell’apparato dello Stato sono una eredità riattualizzata dal berlusconismo. Il conflitto di interessi è un fatto costante, e in un modo o nell’altro, conduce sempre alle attività del presidente del Consiglio.
La torta è grande e va divisa tra vari amici, che si tratti di assegnazioni di gare d’appalto per la ricostruzione de L’Aquila, dei lavori per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unita d’Italia, dello sviluppo dell’energia eolica in Sardegna o, ancor peggio, della profonda ramificazione della mafia calabrese, la ´Ndrangheta, in Lombardia.
Di fronte alla nuova ondata di scandali che travolgono i suoi alleati e sfiorano la sua persona, Berlusconi utilizza le parole che aveva già usato nel 2009 quando la sua vita privata divenne di dominio pubblico per le dichiarazioni di una prostituta. Il Cavaliere aveva parlato di “campagna sporca”, di “tentativo di colpo di Stato”, di “tentativo di destabilizzazione”, di “manipolazioni politiche” e di “giudici comprati dall’opposizione”.
In meno di tre anni la popolarità del fallito unificatore è in caduta libera, passando dal 60% del 2008 all’attuale 40%. L’Italia si è abituata alla corruzione e ai quotidiani tentativi del potere nell’approvare leggi che coprano tutto con il silenzio.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha da poco affermato che “l’Italia ha gli anticorpi necessari per fronteggiare la corruzione”. Il mandato di Berlusconi si concluderà nel 2013.
Il copione era scritto fino alla fine di luglio, ma la storia ha cambiato direzione con due colpi consecutivi: la rottura tra Gianfranco Fini e Berlusconi e la mozione di sfiducia contro il sottosegretario alla giustizia.
Il primo ha lasciato Berlusconi senza altro appoggio se non quello xenofobo della Lega Nord. Il secondo ha plasmato una situazione “all’italiana”. Berlusconi ha salvato il suo uomo ed il governo ma si è ritrovato senza la maggioranza necessaria per portare a termine con tranquillità il mandato.
Il centrodestra di Fini ha creato un gruppo dissidente, Futuro e Libertà, con sufficiente potere e disciplina per provare a formare insieme al centrosinistra un governo tecnico fino alle prossime elezioni.
L’Italia ha perdonato molte cose a Berlusconi, come corruzione e scandali sessuali. Questa volta non sembra disposta a lasciar correre il fatto che il presidente non sia riuscito ad unificare e a mettere in ordine il paese. La tragedia italiana è tornata a ripetersi con la solita puntualità.
[Articolo originale "Italia, en la recta final del berlusconismo" di Eduardo Febbro]





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