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Messaggi del 23/07/2012

“QUANTI SONO I DOMANI PASSATI”

Foto di Convallaria_majalis

I foulard, l'amore e la mia bimba mai nata



«Era di Strehler, avrebbe voluto chiamarla Ombra».

«Raggomitolata in un fiocco di neve sono nata a Milano, il primo gennaio, all'ora del tramonto». Inizia come un dolce cartoon l'autobiografia di Valentina Cortese “Quanti sono i domani passati”.

La Cortese, ultima divina, inizia con l'infanzia, la sua madeleine è il fieno.
È di origine contadina, figlia della colpa, allevata da una donna di campagna finché i nonni materni la inserirono nella Torino bene, salto sociale in alto: «La cosa che mi commuove sempre» dice la grande attrice quasi 90enne «è stata l'infanzia con le stalle, i carrozzoni di fieno e i ragazzi che sognavo di sposare.
Quel foulard in testa, el riòtt , non è snob e non copre la calvizie, ma cita il fazzoletto che tenevano le campagnole lavorando per proteggersi dal sole, è una carezza che mi accompagna».

 

Il libro è generoso, come nel carattere dell'attrice, e dice tutta la verità, nient'altro che la verità («a tre anni già sentivo voglia di recitare») senza tacere momenti dolorosi e inediti come la figlia persa di Strehler, alcune belle lettere d'amore del «suo» Giorgio. Sul regista dice: «La sua ex diceva che lui amava incontri erotici di gruppo: che strano, quando stava con me gli bastavo io». Il primo tempo della vita della grande dama del teatro è stato indigente: papà spazzino, dolci solo a Natale, pane secco. Poi la rivincita, l'incontro con i tre uomini della sua vita (prima dell'adorato Carlo, marito del finale), mettendo sullo stesso piano Richard Basehart, sposato nel '51, da cui ebbe Jackie cui il libro è dedicato, e le due voraci passioni artistiche triestine. Il direttore d'orchestra Victor de Sabata, intravisto nella veranda dell'Hotel Milan, tanto più grande di lei, con cui fuggì a Roma, lasciando sconvolta la nonna che la portava ancora a vedere Cric e Croc al cinema; poi Strehler («un fanciullo e un gigante») con cui giocava ai pellerossa da bambina ai giardini dello zoo, con cui visse nel Conventino di piazza sant'Erasmo e per lui il suo cuoricino liberty battè forte all'unisono con Pirandello, Brecht, Cecov, Shakespeare. Chi dei due butterebbe giù dalla torre? «Andrei giù io con tutti e due. E da ragazzina presi anche una cotta per Vittorio De Sica e per lui feci una delle mie fughe».

 

Il libro, a cura di Enrico Rotelli, fa la spola con l'America Babilonia dove Valentina si conferma una donna semplice che ha avuto anche momenti dolorosi: «Da Giorgio ho aspettato una bambina. Lui la desiderava e gli sarebbe piaciuto chiamarla Ombra. La sognava fin da ragazzo: voleva essere il padre di una bambina. Un pomeriggio la persi, mi portarono in clinica e vidi entrare Giorgio nella stanza con gli occhi di chi ha guardato la morte in faccia, si inginocchiò ai miei piedi e pianse». Torniamo indietro. Valucc, così era soprannominata, è stata una delle poche attrici italiane chiamata a Hollywood: «Mi vergogno a dirlo ma il poster della Montagna di cristallo recitava: "First Garbo, then Bergman, now Cortesa"». Valentina conobbe il Gotha del cinema: «La prima sera mi sedetti al tavolo a parlare con la Garbo e Boyer, le ginocchia tremavano. E poi Marilyn che si temeva a darle un bacio perché sembrava di panna montata». E Jules Dassin, regista di Rififi e Topkapi ? «Una sera mi chiese: le dispiace se mi innamoro di lei?». Era una buona domanda ma gliela fece anche Basehart cui oggi rimprovera con affetto, postumo, un flirt con la Masina ai tempi in cui Fellini girava La strada : «Eppure Giulietta sembrava tanto mia amica... e non fu una cosa di una sera!». La Hollywood Babilonia non si confaceva al suo stile. «Al party del produttore Zanuck vidi che gli uomini che avevano la cravatta annodata non al collo ma molto più giù, allora buttai il whisky in faccia al padrone di casa che ci aveva provato.
E tornai a Roma a fare un po' la fame, ma niente volgarità». Qui la storia è nota: Antonioni (Le amiche), il caro Federico (Giulietta degli spiriti) e l'era del Piccolo Teatro: «Che anni. Santa Giovanna di Brecht non mi restava in mente, chiesi aiuto al mago Rol che riuscì nella magia. Fui io a presentarlo a Federico, così come raccomandai Audrey Hepburn a Wyler per Vacanze romane. E le occasioni perdute, con Chaplin perché ero incinta, e l'amicizia con Alida Valli, che in America si vergognava perfino di ritirare i premi, così andavo io al posto suo». Ma dal libro di Valentina escono anche altri segreti, il racconto di un incontro tra il laico Strehler e il cardinal Martini («io prego col mio lavoro in palcoscenico»).
E poi Truffaut, quella sublime scena di Effetto notte in cui Valentina dimentica la parte e arrivò vicinissima all'Oscar che poi Ingrid Bergman le dedicò: «Adorata» commenta e detto da lei l'aggettivo ha davvero senso.

 

 

(Maurizio Porro)

 

 
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