Creato da carpediem56maestral0 il 23/09/2006

come le nuvole

le guardi e credi di poter parlare di loro, di aver catturato la loro essenza ed ecco che sono altro e ancora altro e non le puoi incasellare, descrivere e neppure toccare...

 

 

Il Tempo del...

Post n°623 pubblicato il 08 Novembre 2011 da carpediem56maestral0
 

“Coraggio. Il meglio è passato!” (Ennio Flaiano)

 

 

Lungi da me il volervi inquietare mentre già siamo così saturi di notizie orribili.

Però ho fatto una nerissima riflessione e la voglio socializzare, non so se più per ricerca di consolazione o perché “mal comune mezzo gaudio!”

Il mio rimuginare nasce da una attenta lettura dei quotidiani, cattiva abitudine che conto di debellare con una opportuna terapia a scalare.

                  

Or dunque ho appreso che il Berlusconi, incurante di ogni lezione di storia, scimmiotta le frasi epiche dell’ amico Gheddafi e là dove il beduino dichiarava che non avrebbe mollato mai e sarebbe morto (come poi fece) in terra libica, lui assicura che non mollerà mai e morirà in aula (aspettiamo ma, come per tutte le sue promesse, non ci conterei troppo!).

Che l’Italia intera conviene che la vecchia imprecazione di “piove Governo ladro!” è una gran bella verità.

Che il 99% della ricchezza continua ad essere in mano a pochi e la tendenza non pare invertibile.

Che i negozi dove giacchette striminzite, ma griffate, costano 3.000 euro si affollano mentre i discount alimentari appaiono di lusso agli ex appartenenti ad un esausto ceto medio.

Che lui, dall’alto del Monte Olimpo (dove obiettivamente non è che si veda un granchè bene), osserva che i ristoranti sono affollati e quando viaggia con Ryanair (?) non trova posto, per cui è di tutta evidenza che siamo un paese ricco e senza problemi finanziari.

 

 

                 

Che nelle Caserme della Benemerita i detenuti muoiono come cimici dopo una disinfestazione e nessuno si sa spiegare i lividi e gli ematomi che si rilevano sui corpicini a gambe all’aria.

 

                                                        

Ecco che, in mezzo a tutto questo tripudio, mi capita sotto gli occhi un trafiletto scritto in basso a destra,  pagina undici, semi sepolto tra le mille ed una notizia di questo mondo convulso.

E d’ improvviso mi ricordo di come l’Armageddon, l’Apocalisse, sia prevista a Tal Megiddo, piccola e oscura località israeliana non contemplata in alcun depliant del Club Med.

 

Il busillis è che l’Iran, con l’ausilio di scienziati russi, stà per ottenere armi atomiche perfette e adeguate per raggiungere in pochi secondi gli odiati israeliti e spazzarli via dalla faccia della Terra come nemmeno Hitler fu capace.

Da parte sua Israele si stà interrogando se sia il caso o meno di attaccare “in via precauzionale” le centrali nucleari iraniane.

Evvai!

Ed è così che all’improvviso lo spread mi pare una bazzecola mentre, con gli occhi della mente, mi vedo seduta sull’orlo di una predizione Maya maledettamente precisa .

                

Me ne stò là a contemplare l’abisso con la segreta speranza che più che una fine possa essere l’inizio di una nuova Era quando mi accorgo che al 23 dicembre del 2012 manca ancora una manciata di ore e minuti ed io non ho portato con me nemmeno un panino con la cotoletta né del vino bianco ghiacciato con cui ingannare l’attesa facendo un pic nic all’ombra del grande altare dove i Maya facevano sacrifici umani.

Se qualcuno vuole pertanto venire in mio soccorso e tenermi compagnia porti del gelato, possibilmente gusto cioccolato fondente del Ghana.

Nell’attesa, niente giornali: faremo le parole crociate.

                        

 
 
 

Incubi e...

Post n°622 pubblicato il 04 Novembre 2011 da carpediem56maestral0
 

 "Io sono colui che urla nella notte, io sono colui che geme nella neve, io sono colui che mai vide la luce, io sono colui che ascende dall'abisso. Il mio cocchio è il cocchio della morte e il mio respiro è il soffio del maestrale. Le mie prede sono i freddi morti" (Howard Philips Lovecraft)

 

Tempo fa scrissi un post sulle mie paure infantili.

Niente di originale, solo paure che molti hanno sperimentato.

In una elencazione non gerarchicamente significativa una delle principali era quella di non permettere mai che una mano o un piede mi penzolassero fuori dal bordo del letto nelle notti buie.

Chi mi avrebbe garantito che una adunca mano nera, dotata di unghie ricurve e vene in evidenza, non fosse in agguato sotto il letto aspettando solo un input adeguato per artigliarmi e trascinarmi nel suo mondo di orrori senza nome?

                          

E che dire di quando una inestinguibile arsura mi convinceva a lasciare il mio caldo e sicuro letticciolo per percorrere il corridoio di casa dei miei e giungere tremebonda fino alla rassicurante luce del frigo aperto, vero faro nei procellosi mari delle mie angosce infantili?

In quella disgraziata evenienza sulla strada del ritorno, mi sforzavo di non pensare al qualcuno che, dietro le mie spalle, ancora troppo lontano per sfiorarmi la spalla ma in progressivo ed inarrestabile avvicinamento, mi avrebbe prima o poi agguantato.

Era uno sforzo immane. Proseguivo un passo dopo l’altro in un corridoio improvvisamente lungo ed ostile e nel silenzio, evitavo di ricercare conferme alla presenza dell’innominabile putridità, bavosa e strisciante, perché anche un leggero respiro, uno scricchiolio, uno spostamento d’aria me ne avrebbero dato conferma e allora sarei stata persa.

Per questo ho sempre adorato avere per casa un gatto cui attribuire suoni e movimenti originatisi dal sonno della ragione. 

 

E che dire di una stanza in penombra? Quando le ombre inghiottono la luce e la risputano fuori con nuove identità?

Ed ecco che il giaccone verde col cappuccio contornato di pelliccia si trasforma in un uomo seduto sulla sedia, i capelli ritti sulla testa e la lama di un coltello che sbarluccica là dove la luce di un abajour acceso in fretta, rivelerà un innocuo gancio della zip.

                                                      

Ieri notte, e non mi accadeva da tempo, ho sognato un qualcosa di non amichevole che mi rimboccava le coperte, stringendomele sulle spalle.

Il suo tocco sul piumone era sempre più pressante e presto non avrei più avuto dubbi e lo avrei guardato dritto in faccia: un essere estraneo ed alieno con me nella notte, sul mio letto, accanto al mio corpo dormiente.

Nella dimensione spazio temporale che consentiva la nostra coesistenza, agitavo convulsamente le gambe senza ottenere movimenti significativi. Ero paralizzata.

Gridavo disperatamente, ma non usciva fuori nessun suono che servisse ad allertare mio marito disteso accanto a me, rassicurante ed irraggiungibile.

Gridavo “Mammaaaaaa!” perché, quando l’indescrivibile stava per avere la meglio sulla mia mente, ero tornata ai miei sei anni.

Il tempo era fermo, io ero immobile e nessun suono usciva fuori per raggiungere il mondo ordinato e rassicurante in cui di solito vivo.

Poi, con uno sforzo immane ecco che un mugolio, un semplice “ummmhmmm” è riuscito a trovare un varco nella mia gola e mio marito si è mosso debolmente.

Ce l’avevo fatta. Ero rientrata in questa dimensione e per un po’ sono rimasta attonita ad analizzare l’incubo con una prudenziale mano a contatto della schiena del maritonzo.

                     

La mattina seguente davanti a caffè e TV  vedo un orripilante Scilipoti artigliare senza pietà ne ritegno neri e gay. Una classe al potere di abominevoli uomini con la pappagorgia disposti a vendersi la madre pur di non intaccare acquisite prebende, triple pensioni e consulenze in una riedizione della Corte di Versailles e che, per sanare il debito, vogliono scuoiare vivi pensionati ed operai.

Ed allora, istintivamente, ho teso la mano a colui che sotto al mio letto aspetta fiducioso, ho cercato la bava bolliforme che striscia nei corridoi bui e sorriso all’uomo nero seduto di fronte al mio letto in penombra.

Li ho invitati tutti a mangiare una pizza per sabato prossimo. Preferisco avere in circolo dosi massicce di adrenalina che sopportare gli attuali conati di vomito.

 

                      

 
 
 

E sopratutto...

Post n°621 pubblicato il 30 Ottobre 2011 da carpediem56maestral0
 

“La buona educazione non consiste nel non versare la salsa sulla tavola, ma nel fingere di non accorgersi se un altro lo fa!” (Anton Cecov)

 

Sono obsoleta.

Questa evidenza mi è balzata agli occhi oggi quando, alla cassa del Mega Super Iper Centro Commerciale, due energumene mi sono passate davanti nella fila con la protervia di chi, se c’era da fare a botte, era pronto senza nemmeno bisogno del ting di un campanello a scandire i round.

                             

Non essendomi portata dietro il paradenti ed educata come fui a riordinare la stanza nel maledettissimo caso che “venisse qualcuno” ( nonchè osservante del comandamento materno che impone attenzione al cambio giornaliero delle mutande nell’evenienza di imbattersi in un camion con al volante un alcolizzato assonnato ed allora “cosa mai avrebbero pensato di me i medici del Pronto Soccorso?”), non ho mosso un solo muscolo.

Pur con una temperatura sanguigna ottima per calare gli spaghetti e occhi che se collegati ad una centrale elettrica avrebbero garantito luce ed acqua calda ad un condominio di medie dimensioni, non ho mosso ciglio.

                                                             

Nel soppesare i pro e i contro di uno scontro fisico ha pesato tutto il galateo ingoiato assieme ai biscotti Plasmon e che prescriveva, e prescrive, tanti di quei “grazie, prego, scusi e passi pure” incompatibili con l’immagine di una me che si prendeva per i capelli con dei siffatti primati.

Ciò mi ha impedito di far valere le mie ragioni.

 

Sono dunque come quei gatti cresciuti in una casa fornita di lettiera e ciotola per i croccantini che, nel malaugurato caso di un abbandono in strada, muoiono nel giro di pochi giorni perché non sanno “arrangiarsi”?

                         

Di sicuro non sono un bacarozzo che sopravvive ad una esplosione atomica.

Mi risulta infatti evidente che non sono in grado di calpestare i miei simili per un iPod  a metà prezzo, né saprei suggerire ad una vecchietta di girarsi a guardare Brad Pitt che le corre incontro per sfilarle la borsetta.

Ahimè, fui educata a contenere l’ingordigia e rifiutare il primo invito ad afferrare i biscotti serviti sul vassoio accettandone uno solamente dopo il secondo sollecito della padrona di casa.

 

Nei miei anni gagliardi ho lottato contro l’ipocrisia delle forme. Ho combattuto la rigidità di un galateo che imbrigliava, ho desiderato la fantasia al potere e auspicato che ognuno facesse quel che più gli pareva, come più gli piaceva. Ho inneggiato alla franchezza a costo di far sanguinare il cuore e mandato al diavolo le sovrastrutture che impediscono di raggiungere l’essenza delle cose.

Speravo così, mandando tutto all’aria, di ottenere un mondo libero, individualista e rispettoso delle diversità.

Quel che è ricaduto al suolo è (per fare un solo esempio), Sgarbi che teorizza la nobiltà del lavoro di escort differenziandolo da chi fa il “mestiere” per bisogno (vil puttane, of course!).

Quel che  ho avuto indietro è l’ essere considerata obsoleta da coloro che ritengono la Legge della Giungla l’unica e vera grande scoperta scientifica dell’ultimo secolo.

Come volevasi dimostrare e come vi avevo preannunciato senza nemmeno il ricorso ad una sfera di cristallo: sono obsoleta!

                                                                

Eppure, in un sussulto di immotivato ed irrazionale orgoglio vi confesserò che, obsoleta come una canzone dei Beach Boys, voglio restare per i giorni che rimangono!

                 

 
 
 

Chi ha paura di...

Post n°620 pubblicato il 27 Ottobre 2011 da carpediem56maestral0
 

"Il matrimonio semplifica la vita ma complica la giornata!" (Edmond Rostand)

 

    “Wonder Woman”

 

Sentì i suoi passi strascicarsi nell’ingresso e prima ancora che varcasse la soglia della stanza da letto le arrivò nauseabonda la puzza di alcool del suo fiato. 

Lui accese le luci della stanza senza alcun riguardo per lei che giaceva immobile nel letto facendo finta di dormire. I suoi occhi, dallo sguardo vitreo, cercarono in giro una qualche giustificazione al prosieguo della serata e la trovarono nei pantaloni, scivolati per terra dalla poltrona dove erano poggiati.  

La picchiò con durezza perché lei non aveva nessun rispetto per lui e per i suoi pantaloni.

La mattina seguente, nel consueto tentativo di passare per una donna felicemente coniugata, lei indossò occhiali scuri e avvolse attorno ai lividi sul collo una sciarpa inappropriata per la calda giornata di maggio. Si recò al mercatino degli oggetti usati e lì i suoi occhi furono catturati da una statuina in ceramica, alta una decina di centimetri, che raffigurava Wonder Woman nel suo striminzito e patriottico costumino rosso e blu.

Immobile davanti alla bancarella le tornarono alla mente i suoi sedici anni quando seguiva in TV le avventure dell’eroina che lottava contro le ingiustizie e il male.  Era il tempo in cui suo padre la puniva con la lama affilata di un coltello vibrata con maestria e crudeltà contro le sue gambe. Lei saltellava per il dolore e implorava pietà. Lui le rispondeva che lo faceva per il suo bene, perché crescesse onesta e di sani principi. E su questi principi lei era cresciuta, trascorrendo le giornate in solitudine, senza amici, uscendo di rado e sempre con dei calzettoni a coprire le linee rosse sulle gambe.

Quando poi un bel giorno, affacciata al balcone, aveva incrociato lo sguardo di Mario vi aveva letto un “Io ti salverò” a cui si era aggrappata incurante di ogni segnale contrastante.

- : Le interessa la statuina? - chiese il negoziante.

Lei si scosse dai ricordi e senza darsi il tempo di riflettere la comprò, spendendo i pochi soldi che Mario le passava ogni settimana e di cui doveva rendere conto fino all’ultimo centesimo.

Tornò a casa stringendo protettiva Wonder Woman al petto avvolta in vecchia carta di giornale.

Quella sera quando lui le diede la solita ripassata, il pensiero di Wonder Woman che giaceva nascosta tra le mutande e i reggipetto le fece sentire meno dolore e quando le sferrò quello che probabilmente riteneva il suo colpo migliore, un diretto alla pancia, i muscoli addominali si tesero quasi autonomamente riparandola dalla violenza dell’impatto. Ebbe come l’impressione che persino lui si fosse accorto che c’era qualcosa di nuovo nell’aria perché, prima di cadere addormentato, la scrutò meditabondo.

Mario nelle ore diurne non era quasi mai a casa e lei poteva dunque poggiare Wonder Woman sulla mensola del salotto e parlarle di ogni argomento.

Le capitava talvolta di pensare che era impazzita, ma bisognava riconoscere che Wonder Woman le dava consigli sempre saggi e lucidi.

Ad esempio le diceva che dentro di lei giacevano poteri inespressi e che con essi avrebbe potuto liberare Mario dall’incantesimo malvagio che oscurava la sua natura nobile e benevola.

:- Come faccio?- aveva chiesto lei e Wonder Woman, paziente, aveva suggerito di mettere cristalli tritati finemente nella zuppa di zucca e porri di cui Mario andava ghiotto e che lei non mangiava.

Obbedì.

Quella notte mentre Mario si contorceva dal dolore tenendosi con entrambe le mani la pancia, lo consolò dicendogli: - E’ per il tuo bene amore. Vedrai che superate tre prove tornerai il ragazzo di cui mi sono innamorata.

La seconda prova attendeva Mario allorquando, barcollando e gemendo, scese le scale per andare in bagno alla ricerca di un antidolorifico.

Non si accorse della fune tesa tra il quarto ed il quinto gradino e ruzzolò malamente rompendosi un braccio, il naso e la clavicola destra. Lei, in cima alle scale lo guardò con compassione riconoscendo che le prove erano davvero ardue.

Come si era aspettata, conoscendo la natura indomita del marito, Mario non si arrese e si trascinò sulla pancia fino al telefono. Lasciava dietro di sè una striscia di sangue che con un sospiro lei ritenne di poter pulire con la candeggina che aveva comprato col due per uno.

Appena Mario con un gemito si sollevò e sfiorò la cornetta, affrontando così la sua terza ed ultima prova, fu attraversato da una potente scossa elettrica che lo trapassò dalla testa ai piedi. Dalle pantofole iniziò ad uscire fumo.

Mario, con la bava alla bocca, si contorse sul pavimento per alcuni minuti in preda a spasmi muscolari incontrollati, poi restò immobile.

Lei lo seppellì sotto i nani da giardino dell’aiola davanti casa.

Nei giorni a seguire alcune vicine si recarono in visita sebbene incerte se fosso meglio consolarla o congratularsi dell’improvviso abbandono del tetto coniugale da parte di un marito nullafacente ed ubriacone.

Nessuna chiese come mai al posto di Biancaneve, tra i nanetti, ci fosse la statua di Wonder Woman e nessuna si accorse di come lei, passando davanti alla porta finestra della cucina con in mano il vassoio del tè, ricambiasse la strizzata d’occhio di Wonder Woman.

 

       

 

P.S.:Questo mirabile raccontino, in una gentil tenzone tra affabulatori, ha riscosso un successo strepitoso di cui vado orgogliosa. Ha riportato una votazione a due cifre....

Proprio uno e due.... di voti!       

                                                        

 
 
 

Oggi, domani un...

Post n°619 pubblicato il 24 Ottobre 2011 da carpediem56maestral0
 

 “Se domani, dopo la vittoria, contemplandoti nudo allo specchio scoprirai un secondo paio di testicoli, che il tuo cuore non si gonfi di orgoglio, figlio mio. Vuol semplicemente dire che ti stanno inculando” (Daniel Pennac)

 

Ne sono quasi sicura….

A qualcuno, in qualche momento, fosse anche per un solo istante, sarà venuto il sospetto…

E allora utilizzando capacità deduttive e logiche si sarà chiesto: ma la Carpe sa cosa è, non dico la sinteticità, ma l’esprimersi con i soli soggetto, predicato e complemento oggetto? Com’è che per dire A stà disgraziata prima ciancia di B, poi parla di C deviando per D ed infine, rischiando cinque punti della patente, fà inversione ad U e arriva ad E per concludere con un improbabile F?

Poi però avrà rimosso il vil sospetto.

Non ci sono sufficienti prove circostanziali, non c’è movente e anche le impronte digitali risultano sbiadite e compromesse, per cui considerato che come tutti i veri colpevoli la Carpe nega persino l’evidenza, la Giuria Popolare delle Sinapsi del blogger sospettoso, dichiara l’imputata "assolta per prescrizione del reato ed evidente incapacità di intendere e volere".

                               

E’ fa bene la Corte, perchè quando il mitico Bob, detto il SaintClaire, ha chiesto di scrivere una recensione su di un libro che si era letto, la Carpe ha elaborato la seguente, finissima, critica letteraria:

 

“Il libro più venduto della settimana è ”Le Benevole” di Littell Jonathan…

 

A pagina dieci sbadigliò.

Quando girò pagina ventidue gli occhiali da lettura le scivolarono sul naso, ma non se ne accorse.

Dormiva serena.

 

E, con questa mirabile dimostrazione di laconicità, profondità e cultura umanistica tardo rinascimentale, lei ha vinto…..

                                                                 

Il premio, testè ritirato dalla Carpe dalle mani di un commosso postino, alla presenza autorevole del portiere e  con l’applauso entusiastico di una vicina di casa che per caso ha assistito alla consegna, è incredibilmente adatto all’alto momento celebrativo.

Trattasi di un testo di Pennac, precisamente “Come un romanzo” che nel retro copertina elenca i diritti sacrosanti del lettore:

1)      Non leggere

2)      Saltare le pagine

3)      Non finire il libro

4)      Ecc. ecc.

 

La Carpe da sempre ha osservato i succitati comandamenti e così quando dopo avere divorato un fascinoso “Il nome delle rosa” comprò a caro prezzo le millemila pagine del “Il pendolo di Focault” e si ritrovò sotto gli occhi il perfetto manuale per raggiungere la fase REM in dieci secondi netti saltando la fase del riscaldamento, non giunse mai a pagina trentacinque del tomo.

                          

In questo momento la vincitrice stringe l’agognato “Primo Premio” tra le mani.

Cosa dire, a parte che una sostanziosa elargizione in vil denaro o anche in articoli Cartier sarebbe stato più gradito?

Ma no, ma quando mai, scherzo!!!

Il lato spirituale e francescano della Carpe è commosso fino alle lacrime per l’affetto e la luminosa intelligenza mostrata da coloro che l’hanno votata.

E’ grata all’amico Bob per l’iniziativa e a tutti voi di essere giunti fino a questo punto dell’avvincente lettura pur avendo il sugo sul fuoco e i bambini da riprendere da scuola.

                       

Non resta dunque che capire perché ho iniziato a parlare in terza persona pur non essendo stata eletta papessa e poi la lettura di questo post può considerarsi conclusa.

Andate in pace, la mes…..

…ehm….cari ed affettuosi saluti!

 

                                 

 
 
 

Non dite che non vi...

Post n°618 pubblicato il 14 Ottobre 2011 da carpediem56maestral0
 

 “Il genio è per l’1% ispirazione per il 99% traspirazione!” (Thomas Alva Edison)

 

                             Pecorelle di pasta reale

(ricetta della bisnonna Pasqualina ritrovata in una intercapedine del muro maestro della casa avita poco prima del suo abbattimento assieme alle lettere di bisnonno Ferdinando scritte dalla trincea di fango sul Piave)

                                                                        

Rimboccatevi le maniche e dopo esservi assicurati, col collaudato metodo che utilizzate col vostro pusher quando vi consegna la dose di cocaina settimanale, assaggiate qualche grammo di polvere di farina di mandorle che, se pura, metterete in un capiente pentolone.

Anche la bianca e costosa farina di mandorle può infatti essere tagliata con della vil farina 00 o dell’ ancora più vile “pruvulazzo” (polvere da strada!). Sorvegliate!

 

Aggiungete al chilo di farina anche un  chilo di zucchero, cento grammi di acqua e una bustina di vanillina. Mettete sul fuoco e cuocete, mescolando e mescolando, l’impasto che man mano diverrà sempre più duro.

Utilizzate quindi tutte le fasce muscolari delle braccia e degli addominali che avete accumulato in anni di frequentazione intensiva della palestra e date fondo alla vostra capacità di soffrire e di sorridere.

Quando l’impasto si staccherà dalle pareti del pentolone e sentirete sgorgarvi dal cuore un grido di gioia, astenetevi: la vostra opera è ancora all’inizio.

                                 

A questo punto dovete infatti scodellare la poltiglia, il cui calore in scala Fahrenheit sarà di circa 3500 gradi, su di un ripiano e iniziare ad impastare con le vostre tenere manine il magma incandescente.

 

“Qui si parrà la vostra nobilitate” perché potrete umiliare i segnali di dolore inviatevi dalle ustioni di primo grado alle palme delle mani, utilizzando il collaudato metodo zen di immaginarvi mentre palleggiate delle fresche palle di neve.

Siate consapevoli tuttavia che se anche riuscirete a convincere la vostra suggestionabile mente di trovarsi davanti all’innevata casa di Heidi, ciò non impedirà alla vostra pelle di sollevarsi in indignate bolle di pus.

Proseguite come un fachiro indiano e ignorate il lacerante segnale che i vostri polsi vi invieranno quando, dopo venti minuti, non avete ancora smesso di impastare.

                                   

Poco prima della completa paralisi  dell’articolazione dovreste raggiungere l’apice dell’opera perché la pasta reale comincerà a “sudare” olio di mandorle, divenendo lucido.

E’ il segnale che avete vinto i limiti imposti dalla vostra parte corporea e che il vostro spirito è il più forte (per non parlare della vostra golosità che vi farà aggiudicare un posto d’ onore nel terzo girone dell’Inferno dove stanno i crapuloni come voi!)

 

Non ve lo chiederò in quanto darò per scontato che vi siate procurati per tempo le simpatiche formine che (a detta di qualcuna) assomigliano alle due metà di un fossile preistorico dentro il quale, invece di una conchiglia o di un dinosauro, c’è inopinatamente un incavo che rappresenta, in forma concava, una mansueta pecora.

Bene. Schiaffategli dentro la pasta reale e sovrapponete le due parti. Tenetele unite per un tot di tempo, poi aprite con cautela.

                            

Se non volete che venga fuori lo stesso impasto informe dell’inizio dei lavori, provvederete a cospargete “prima!!” la formina di amido di mais.  Impedirà che il naso o le orecchie dell’ovino si attacchino e che voi meritiate altre pene accessorie perchè avete utilizzato un sacco di sostantivi che richiedono abbondanti sciacqui del cavo orale con sapone di Marsiglia.

Adesso, a lume di naso, dovreste avere davanti a voi una simpatica pecorella: il vostro capolavoro e una vera squisitezza!

                                                              

Se siete giunti a questo punto credo di potervi annoverare tra gli eroi del nostro tempo e certo non vi accontenterete di una opera mirabile ma incompiuta.

Bene.

Prendente allora un rosso confetto di laurea (se non lo avete potrete utilizzare la cosa per cazziare a dovere vostro figlio/a che ancora non ha ottenuto l’agognato  “pezzo di carta”) con cui dipingerete le labbra della bestiola e del cacao che diluito in un po’ d’acqua fornirà il colore marrone con cui apporre artistiche striature sul candido manto dell’ovino. 

Se infine avete ancora la forza, mettete tra le zampe della pecorella una bandierina come fece Messner quando raggiunse la cima dell’ Everest.

 

                             

P.S.: A questo punto, nel foglietto di carta ingiallita, la bisnonna Paqualina aveva vergato un post scriptum che diceva testuale: ”Cari posteri, avete considerato la possibilità di una salutare passeggiata fino alla pasticceria all’angolo dove, con un modico esborso di vil denaro, potreste comprarvi una simpatica pecorella di pasta reale già pronta?

P.P.S.: Non so se potete fidarvi di questa ricetta della bisnonna Pasqualina…non ho nessuna ascendente con questo nome…ho tuttavia un bisnonno Ferdinando….

Qualche ipotesi?

 
 
 

Quanto è bella...

Post n°617 pubblicato il 09 Ottobre 2011 da carpediem56maestral0
 

“La vecchiaia è bella, peccato che duri poco” (Gianni Brera)

 

E’ mattino.

Una poesia delle elementari, che chissà perché mi si è impressa manco fossero i dieci comandamenti sulla dura roccia, inizia come di consueto a scorrere sul display della mia mente assonnata e recita: “La mattina, appena desta, salto giù dal letticciuolo…”.

Ah, beato entusiasmo della fase pre puberale...

Adesso diciamo che è più uno strisciare giù dal letticciuolo e che l’umore risente del buco nell’ozono e dello spopolamento ittico dei mari…

                                                       

Comunque sia, arrancando dall’alto della mia maturità, cultura ed esperienza ultra decennali, passo davanti allo specchio e lì sosto formulando la frase di rito.

Voglio sapere se al mondo c’è qualcuna più bella di me, volutamente ignorando il dato di fatto che appena alzata alle mie profferte di bacio i rospi preferiscono rinunciare al trono.

Lo specchio però, questa mattina, tace.

Il primo pensiero è che abbia una forte raucedine, cosa verso cui sono disposta a una benevola comprensione, il secondo, puntuto come uno spiedino per arrosti, ipotizza che sia arrivato il momento in cui mi verrà rivelato quello che da tempo ho iniziato a sospettare: non mi sono piazzata nemmeno tra le prime cinque.

Questa seconda ipotesi comporterebbe l’immediato depennamento del mio fido specchio dalla lista dei prezzolati supporters del tono del mio umore mattutino e ciò mi dispiacerebbe.

Poi le vedo. Eccole là.

Sono due, una sovrapposta all’altra, in alto sulla destra di uno solo dei sopraccigli.

Due rughine (ine ine) che mi guardano con una espressione sintetizzabile in un esecrabile “Embè?” 

                                                                   

Dopo il primo momento di scoramento, in cui empatizzo con il Doctor Jekyll quando realizzò che stava per trasformarsi definitivamente in mister Hide, mi chiedo a quale espressione abituale, ed inconsapevole, esse corrispondano:  perplessità? soprappensiero? stupefazione ed incredulità?

Per il mio stesso bene mi riprometto di smetterla di esprimermi con i muscoli facciali e iniziare a comunicare ai miei simili un profondissimo nulla così come fà la Duchessa d’Alba che, ad ottantacinque anni, non ha una ruga, che sia una, sul suo viso incartapecorito.

Certo non debbo impressionarmi se, allorquando compaio all’improvviso senza un po’ di tosse d’avvertimento o l’annuncio di un valletto, la gente inizi ad urlare d’orrore credendo siano sbarcati gli extraterrestri, ma cosa non si è disposti a fare per l’eterna giovinezza?

                                                                  

Poi, dopo il caffè, con una giusta dose di caffeina in circolo la mia mente si apre a considerazioni che persino il Dalai Lama troverebbe particolarmente spirituali e sagge: realizzo che ogni ruga e ogni capello bianco stanno semplicemente ad indicare che non sono morta giovane e bella come Jim Morrison o Marilyn Monroe e sorrido al pensiero di quella arzilla e arguta vecchina che al giovane sfrontato che la derideva per la sua lentezza nel salire sul bus disse benevola:  “Caro, la vecchiaia è davvero una fase spiacevole della vita. Ti auguro di non arrivarci mai!”.

                       

Questo è ciò che volevo comunicarvi pur attraversando un periodo di mancanza assoluta di ispirazione blogghifera e vi consiglio di apprezzare la profondità del post chè, altrimenti, la prossima volta scrivo la ricetta per fare pecorelle di pasta reale….

( nessuno si azzardi a commentare con un “era molto meglio!” in quanto mi è avanzato un cestino di rosse mele avvelenate e io odio buttare il cibo)

                           

 
 
 

Se telefonando...

Post n°616 pubblicato il 04 Ottobre 2011 da carpediem56maestral0
 

“Primum non nocere!”

 

 

La dottoressa Maria Teresa Latteri, erede e amministratrice unica della clinica di famiglia, parcheggiò la rutilante Porsche Carrera GT nel parcheggio a lei riservato.

Da quando la filippina l’aveva svegliata col caffè del mattino non faceva altro che rimuginare una domanda di tipo manzoniano cui non riusciva a dare una risposta: “Chi cavolo era Ippocrate e che cosa c’entrava lui con lei? “

Alla riunione del mattino con lo staff medico per sua fortuna l’inquietante quesito era sparito dalla sua ampia mente e potè così dare con serenità le direttive del giorno che in sintesi erano: “La convenzione con la Regione Sicilia è, per la nostra clinica, molto vantaggiosa. Pur tuttavia l’ambito dei malati oncologici in day service lascia a desiderare: i cornuti pagano poco! Della possibilità di non firmare la convenzione per questo solo piccolo aspetto non se ne parla proprio, ma si può benissimo uscire da questo impasse con un buon profitto”. 

Qui la Latteri fece una teatrale pausa consapevole che tutti i presenti pendevano dalle sue labbra in attesa di conoscere la trovata  geniale partorita dalla sua mente volpina.

Per sua sfortuna tra gli ascoltatori c’erano anche i Carabinieri che avevano predisposto delle microspie.

Maria Teresa Latteri, prima di fornire ulteriori particolari, si soffermò a guardare l’uovo di Colombo marcio e putrido che simbolicamente troneggiava sulla scrivania accanto alla foto dei bambini al mare, e proseguì: - “Da oggi, non somministriamo più ai malati oncologici i farmaci disintossicanti e voilà il risparmio è servito!”.

La dottoressa Valerio, per il solo ed unico fatto che era front office, si agitò sulla sedia e osservò:- Ma come si fa? Quelli mi vomitano, si disidratano, come faccio a non dargli i farmaci?

Maria Teresa la guardò freddamente e rispose:- Tu ragioni da medico non da amministratrice, quello (l’assessore alla sanità) mi dà poco e quindi perché spendere tutti stì soldi “ammatula” (inutilmente) per malati che debbono comunque morire?

Nessuno dello staff trovò qualcosa da eccepire a questa logica da perfetta “putiara” (negoziante) e la riunione si concluse con lo sciamare di camici immacolati tra le corsie della clinica.

Fù così che nei mesi a seguire i malati oncologici della rinomata Clinica Latteri di Palermo  telefonarono alla dott.ssa Valerio lamentando chi vomito, chi difficoltà a reggersi sulle gambe, chi faccia e occhi che sembravano infuocati e altre piacevolezze del genere e tutti si sentirono rispondere: - Stia tranquillo, sono effetti collaterali della chemio. Và tutto bene.

                          ****       ****     ****

Per la serenità delle sue giornate di donna in carriera, Maria Teresa aveva la fortuna di possedere un cervello calibrato nello sfuggire sapientemente a domande insidiose come quella su Ippocrate e il suo famigerato giuramento.

Ad esempio mai le venne in mente di chiedersi se ci fosse la possibilità di una vita dopo la morte, né se fosse credibile o meno l’esistenza di un luogo materiale e concreto, in cui si scontano in eterno le azioni malvagie della vita, tra forconi diavoli e fuoco.

Pur tuttavia Maria Teresa, sul pontile della sua barca a vela da 12 metri, da un po’ evitava di prendere il sole: lo trovava eccessivamente caldo per la sua pelle delicata.

                           

P.S.: Per la mia e la vostra tranquillità, a breve sarà varata una legge sulle intercettazioni che ci eviterà in futuro di venire a conoscenza di queste orripilanti cose. Vivremo ( o meglio moriremo) nella serenità di pecore che nulla sanno e brucano serene erba sapientemente avvelenata.

P.P.S.: L’Assessore alla Sanità siciliana si stà chiedendo, se sia il caso di revocare la convenzione con la Clinica Latteri.

 Voi che dite? E’ il caso?

L’Ordine dei Medici invece non si pone nemmeno il problema di cancellare per sempre dal suo Albo i medici coinvolti e la Giustizia Italiana, che per il possessore minorenne di spinelli è veloce, spietata e incorruttibile, non ha predisposto nessuna cella a pane e acqua per la squisita dott.ssa Latteri che pagherà i suoi misfatti, se mai li pagherà, poco e tardi.

     

 
 
 

Allelluia, allelluia...

Post n°615 pubblicato il 30 Settembre 2011 da carpediem56maestral0
 

“Ho amato Berlusconi, ma non ricordo quando!” (Nicole Minetti)

 

Non ci posso credere!

Anni di studio e preparazione vanificati.

Ero stata così diligente, avevo seguito tutte le regole d’oro, iscrivendomi persino ad un Master con Lele Mora e adesso, puf…

Ma lo sapete quanti sacrifici ho fatto?

Ma lo sapete quanto è doloroso, ad esempio, farsi montare una quarta abbondante di seno?

E che ne farò adesso di tutti i vestitini neri, eleganti ed inguinali, da abbinare con scarpe raso terra perchè “lui” poverino è un po’ bassino?

(per non parlare di quelli da infermiera porca, suora invasata e poliziotta dominatrice?)

Chi mi restituirà i soldi spesi per le lezioni di lap dance, i pomeriggi passati attorcigliata ad un palo col rischio di seri strappi muscolari?

                                                            

Nessuno comprende quanto è dura vivere di borsette Louis Vuitton e gareggiare tra noi sgallettate per chi ha il brillocco più grande perchè è stata più "brava"! 

E forse qualcuno immagina cosa vuol dire accumulare un conto non pagato dal droghiere di circa ventimila euro?

Una fatica! Chè a volte una vorrebbe magari leggersi in santa pace un libro e cucinarsi una frittatina con ai piedi pantofole a forma di Bug Bunny.

Ma che ne sapete voi, popolo di brute cozze (se femmine) e di poveri sfigati anche un po’ “ricchioni” (se maschi) del sudore e del sangue per essere all’altezza dei tempi, di interi pomeriggi trascorsi davanti a Canale 5 ad imparare i veri valori della vita?

E di mio fratello vogliamo parlarne? Che ne sarà di lui.

Ha fatto sacrifici il poverino tanto quanto me.

Abbandonati gli studi, si è ingegnato nel reclutamento di bonazze ed escort. Ha imparato l’arte del lecchinaggio spinto, rinunciando alla dignità di un pensiero libero e soprattutto consequenziale. Figuratevi che sapeva fare la difficilissima “faccia da culo” riuscendo a sostenere, senza ridere per tutto il tempo necessario, che quando si sente una che dice “culo flaccido” e “mi ha dato solo 1000 euro stò rincoglionito” si tratta di evidenti frasi in codice che si riferiscono a delicati problemi di politica estera coperti da segreto di Stato. 

                                              

Insomma eravamo entrambi preparati e motivati.

In famiglia peraltro abbiamo ricevuto una educazione ineccepibile: ci hanno inculcato che se non si è leoni ( e quindi ladri, farabutti, mignotte, faccendieri, imbroglioni, ecc.) si è pecore.

E ci hanno spiegato che chi critica i nostri comportamenti e và cianciando di morale, valori, etica, onestà e altre cialtronerie lo fà solo perché è invidioso e desidera essere al nostro posto per fare anche di peggio.

 

E adesso stò piangendo.

Piango su quello che poteva essere e non sarà più, piango sul mio seggio regionale o europeo, sulle consulenze date a me che ho a stento la terza media, alle interviste di giornalisti politici…

Era tutto così a portata di mano…

Una cenetta, quattro salti in padella e voilà, lui mi imponeva…

E invece stì maledetti hanno raccolto un milione di firme…

Un milione!!!

Hanno firmato perché vorrebbero essere loro, gli sfigati, ad eleggere chi li governerà….

Hanno messo la firma, mannaggia…

Ma adesso mi sente la Gelmini…

Stà lavorando bene ma deve fare di meglio.

Se non sapevano firmare col cavolo che raccoglievano un milione di firme.

                            

 
 
 

Da leggere in...

Post n°614 pubblicato il 22 Settembre 2011 da carpediem56maestral0
 

    “Così piccola e fragile”

 

Ritenendo di essere sufficientemente al sicuro là dove si trovava, cominciò a sondare lo spazio attorno a lei.

C’era un piccolo verme che le strisciava accanto e lo prese. Non trovò nulla di interessante nella sua mente e lo uccise costringendolo a divorarsi.

Attese. La pazienza era una dote che non le difettava.

Dopo un po’ di tempo arrivò scodinzolando un grosso cane bianco e nero che l’annusò incuriosito scostando col naso le foglie rosse d’autunno posate su di lei. Se ne impadronì.

Lo fece correre a perdifiato per tutta la foresta, annusando e guardando e quando il cane fù esausto lo costrinse a correre ancora e ancora fino a che il cuore non gli scoppiò. Nel frattempo si era accorta di un grosso uccello nero posato su di un ramo e ne catturò la mente. Sebbene fosse più elementare di quella del cane, l’uccello aveva il vantaggio di volare e i suoi occhi acuti le consentirono di scorgere delle case appena fuori dal bosco.

Si trattava di un piccolo villaggio di linde casette bianche dai tetti rossi, con strade dritte ed ordinate e gente indaffarata  che non badava all’uccello nero che volava su di loro. In lontananza si intravedeva la cima aguzza di un campanile.

Davanti ad una delle case proprio sul limitare del bosco c’era un giovane uomo in tuta da lavoro chino sul prato. Scavava con una piccola paletta la terra nera e morbida e piantava dei bulbi che teneva in una carriola accanto a lui.

Fece schiantare il corvo contro un albero e prese la mente dell’uomo.

Finalmente qualcosa di davvero interessante.

Lo fece alzare e lo diresse dentro la casa. Una giovane donna, davanti al lavello della cucina, era intenta a pulire piatti e bicchieri. La radio trasmetteva musica da ballo e non c’era nessun altro. La donna disse: - Hai già finito col prato?-  Non rispose, ma si diresse verso la TV, l’accese e si sedette sulla poltrona. Prese il telecomando e iniziò un vertiginoso giro dei canali. Alle sue spalle la donna si lamentò: - Ehi, avevi promesso di finire di piantare le rose per stamattina! - E quando lui non rispose, lei gli toccò una spalla cercando di attirarne l’ attenzione.

Il contatto fù davvero spiacevole per cui fece alzare l’uomo e gli fece stringere le mani attorno alla gola bianca delle donna fino a quando lei smise di agitarsi. Poi si dedicò allo schermo.

Non si accorse che il sole era tramontato se non quando sentì bussare alla porta e andò ad aprire. Sulla soglia un uomo rosso di capelli, imponente, gli sorrise cordiale e disse:- Ciao Ugo, non ti sarai mica dimenticato? Oggi è il giorno in cui ti distruggerò al bowling.

Inclinò la testa di lato riflettendo su quella minaccia ma qualcosa nella mente di Ugo gli suggerì di ignorarla. Si fece da parte e fece entrare l’ospite che disse: - Non starai mica covando qualche forma di influenza? Mi sembri davvero strano - E lo guardò con occhi improvvisamente scrutatori. Non gli piacque quello sguardo per cui lo costrinse a sbattersi la testa contro il muro del salotto e rimase a guardarlo mentre la fronte iniziava a sanguinare. Dopo una decina di testate la carta da parati a fiorellini gialli era striata di rosso e c’erano grumi bordeaux.

Ritenne di poter lasciare che l’amico di Ugo si afflosciasse sul pavimento. Quella sera non ci sarebbe stato nessuno scontro epocale al bowling.

Uscita dalla casa,  attraversò le strade deserte fino ad arrivare ad un massiccio edificio nel centro cittadino che la mente dell’uomo chiamava “Biblioteca”. La trovò chiusa e forzò l’ingresso. Camminò illuminata dal chiarore della luna che entrava dalle grandi vetrate poste in alto della spaziosa sala di lettura e iniziò a sfogliare i libri che erano sugli scafali. Per leggere gli fù sufficiente il piccolo abajour che trovò su una scrivania.

Quando udì un rumore alle sue spalle, si girò e vide un uomo armato e con in mano una lampadina puntata direttamente verso i suoi occhi.

L’uomo ordinò perentorio: - Mani in alto!

Gli fece puntare la rivoltella contro la tempia destra e, mentre lo stupore allargava gli occhi azzurri dell’uomo, le sue dita, che non erano più sue, premettero il grilletto. Potè così dedicarsi nuovamente alla lettura.

Da quello che apprese capì di essere giunta in un mondo a lei congeniale, sufficientemente complesso da divertirla, ma assolutamente non in grado di fronteggiare le sue capacità.

Tranne naturalmente nello sfortunato caso che l’avessero trovata.

Era una creatura così fragile ed inerme: chiunque avrebbe potuto schiacciarla con un piede ed ucciderla in un istante.

Non volle soffermarsi su quella spiacevole eventualità e tornò a concentrarsi sull’itinerario che l’avrebbe portata alla capitale del paese, la dove l’aspettavano menti in grado di decidere le sorti di migliaia di esseri umani.

Uscendo si soffermò a guardare il riflesso del viso del suo ospite sul vetro della grande porta della biblioteca. Costrinse i muscoli facciali dell’uomo a sorridere.

 

                        

 
 
 

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