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« LA VOGLIA DI RIPARTIRE D... PER UNA BUONA POLITICA »

La Cosa Nuova di Savino Pezzotta 

Post n°13 pubblicato il 26 Dicembre 2007 da cesare.gaudiano

Politica: i progetti di Savino Pezzotta e di "Officina 2007"

LA "COSA NUOVA" di SAVINO 

«Non vogliamo rifare la Dc. Ma bisogna trovare il modo e la forma perché il pensiero e la proposta del popolarismo e del cattolicesimo politico possano restare in campo».

Dal Family Day all’"Officina", Savino Pezzotta, ex segretario generale della Cisl, "nato" nelle officine vere delle fabbriche del Nord, prova a produrre il manufatto più pregiato e difficile della sua vita: «Bisogna trovare il modo e la forma affinché il pensiero e la proposta pur rinnovati del popolarismo e del cattolicesimo politico possano stare in campo», spiega in questa intervista con Famiglia Cristiana, «noi guardiamo con interesse al nascere di un polo riformista, ma questo non ha nulla a che fare con il carattere identitario che caratterizza "Officina 2007" (il movimento fondato da Pezzotta, ndr.) e la formazione politica che, se si facesse una nuova legge elettorale, potrebbe nascere da questo nostro lavoro».

  • Anche lei contro il bipolarismo?

«Da quando è arrivato il bipolarismo, si è sempre ragionato sul come si vince, mai come si governa un Paese così composito, difficile da dividere in due schieramenti. L’esperienza ci dice che i partiti sono costretti a mettersi insieme per vincere, ma subito dopo si dividono: non si riesce a governare».

  • Intanto, il referendum sulla legge elettorale incombe...

«Chi vuole governare nell’interesse del Paese dovrebbe evitare di andare al referendum e quindi votare una legge elettorale che consenta di governare creando alleanze non forzate, ma convinte e più omogenee. Ho letto l’intervista del coordinatore del Partito democratico Goffredo Bettini, dove l’idea è quella di assorbire tutto dentro il contenitore del Partito democratico. Io dico che chi ci vuole stare ci stia, ma la democrazia dovrebbe consentire di stare in campo anche ad altri soggetti, di dare la possibilità alle tradizioni e alle varie culture politiche del nostro Paese di essere rappresentate. Ma guardiamo anche oltre: vogliamo finalmente fare un ragionamento su cosa è successo dal punto di vista della coesione sociale negli anni del bipolarismo?».

  • Facciamolo...

«Siamo di fronte a una frammentazione sociale mai vista. Un po’ è causa della globalizzazione, ma la responsabilità maggiore è della politica, che non ha un rapporto corretto con i cittadini. Dal punto di vista economico, poi, i problemi sono tutt’altro che risolti; parlo del debito pubblico e delle riforme di struttura. Il Paese va indietro rispetto all’Europa. È questo il bipolarismo che doveva risolvere i problemi italiani? E allora, se non li ha risolti, si dichiari il fallimento di quel modello e se ne cerchi un altro».

  • A quale nuovo modello pensa?

« Io non sono per il proporzionale puro come nel passato, ma in un Paese come l’Italia avere quattro o cinque partiti non è scandaloso. Fra l’altro, con il bipolarismo ne abbiamo decine di partiti e molti personali, senz’altra radice che quella del "capo" del momento o del partito-persona, che apre e chiude le formazioni politiche dal tetto di una macchina, megafono in mano. Si dice pure che bisogna dichiarare le alleanze prima di andare a votare, ma neanche questo ha funzionato, né per l’attuale Governo, come l’ultima Finanziaria dimostra, né con il precedente, quando Berlusconi governava con la maggioranza più ampia della storia della Repubblica, eppure veniva spesso battuto nei due rami del Parlamento. La vera garanzia sta in un programma condiviso da forze culturalmente e politicamente vicine. Possiamo dire che nelle attuali condizioni il sistema funziona? Non prendere atto di una situazione così significa denunciare la debolezza della politica».

  • E allora?

«E allora basta. Questo modo coercitivo di stare insieme non funziona. Nessuno di noi vuole rifare la Dc. Io dico però che è giunto il momento di giocare la nostra partita, occorrerebbe il coraggio di determinare una "cosa nuova". In questo momento, la nostra area, che si richiama ai valori e alle tradizioni del cattolicesimo, dispersa per scelta o per sopravvivenza in altre aggregazioni, deve prendere coraggio e coltivare una vocazione unitaria nell’interesse del Paese. Questa idea ha bisogno di una nuova legge elettorale, come dicevamo, ma anche del coraggio di rischiare da parte di coloro che si ispirano a tale idea. Senza rischi non si cambia».

  • Perché questo appello? I vari Casini, Mastella, Tabacci e quanti altri "dispersi" qua e là non osano?

«Vedo con pessimismo la capacità di questi nostri amici di avere uno scatto di reni. Una volta tanto bisognerà buttarsi, mettersi in discussione, superando finalmente i risentimenti atavici che gli uni portano nei confronti degli altri e che non hanno più ragione di esistere. A meno che ognuno decida di portare un’altra casacca piuttosto che costruirne una nostra. L’idea di fondo è quella di offrire a tutti quelli che si richiamano al cattolicesimo democratico e popolare, ma anche ai liberaldemocratici, una possibilità di esserci. Vogliamo dare vita a un’area riformista diversa dalle altre, che riporti al centro del dibattito le vere questioni del Paese».

  • Per quale sistema elettorale tifa?

«A me pare che il sistema tedesco sia il migliore. È anch’esso maggioritario, ma temperato, e non sarà certo un caso che la politica tedesca funzioni e sappia risolvere i problemi».

  • E la girandola di incontri di questi ultimi giorni fra lei, Casini, Bruno Tabacci e, dicono, Montezemolo?

«Estote parati, dice il Vangelo, e noi ci prepariamo, nel caso cambiasse la legge elettorale. Oggi non possiamo dar forma a questa "cosa", ci stiamo preparando, verifichiamo le condizioni. Questo passo esige un cambiamento culturale profondo in coloro che fanno riferimento alla nostra area: bisogna volerlo veramente».

  • Perché, oggi non è proprio così?

«Su questo ho tanti dubbi, perché ognuno cerca di circoscrivere i propri confini, invece di romperli. Questa è la debolezza della nostra area; la sua frammentazione, l’incapacità di trovare il filo conduttore».

  • E dunque?

«Questa è l’ultima possibilità, l’ultimo treno, l’ultimo appuntamento. O si coglie adesso oppure mai più».

  • Ma non sarà che questo sogno cade sulle spalle di un personale politico logorato e stanco?

«Può darsi, ma è anche un personale politico dotato di una sensibilità profonda e una cultura politica più attuale che mai».

 

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