Marco, Enzo, noi, un altroquando
Cinque anni dopo... Cinque anni che sono stati, comunque, pieni e vuoti di Marco per tutti noi.
Cinque anni dopo, quando Marco Grassi mi ha chiesto di scrivere qualcosa per ricordarlo in occasione dell'anniversario della morte, ho pensato che la cosa più giusta fosse parlare di Marco con lei, Enzo Vicennati, giornalista, caporedattore centrale di Bicisport, scrittore, autore, con Tonina Pantani, del più bel libro scritto sul Pirata in questi anni ("Era mio figlio" Ed. Mondadori).
Parlare di Marco non come se ne è parlato in questi anni, dalla ricerca di verità all'esaltazione del campione, descritto sempre nella sua eccezionalità, nel suo talento geniale, nel suo carisma esaltante, nella sua forza interiore che gli consentiva di risorgere da mille infortuni e nella sua fragilità più intima che lo portava lungo le "discese ardite" della depressione. Esaltazione dell'eccezionalità che non ha sempre giovato a Marco.
Vorrei parlare con lei del suo rapporto con Marco Pantani, vederlo anche nella sua normalità di uomo, la normalità che dialetticamente agiva con la sua eccezionalità.
Sappiamo, dai suoi libri e articoli, che ha conosciuto Marco al Giro dei dilettanti del 1992, quasi coetanei, fu un incontro e un'intervista come tanti altri o qualcosa le fece intuire che quel ragazzo avrebbe avuto un posto importante nella sua vita e nel suo lavoro?
«Avevo 23 anni, ero molto entusiasta di ogni cosa che facevo e mi sembrava tutto nuovo e immenso. Era il mio primo Giro d'Italia dei dilettanti, scrivevo finalmente su Bicisport e quei ragazzi per me erano tutti dei campioni. C'era Gontchenkov che a cronometro faceva paura, c'erano i corridori di Locatelli che sembravano fortissimi e c'era quel ragazzino di cui avevo letto su Bicisport dell'anno prima, sfortunato ai limiti del comico, ma che in salita poteva spaccare il mondo. Così gli giravo attorno per capirlo e conoscerlo. Andai a presentarmi a Marina di Pietrasanta, prima del via della crono. Ci stringemmo la mano, un sorriso, in bocca al lupo. Di lì ogni giorno un contatto. Qualche parola alle partenze, ma previsioni zero perché non si sbilanciava mai. Qualche osservazione agli arrivi, sulla tappa, ma il giorno della prima intervista vera, a un tavolo con carta e penna, fu la sera di Alleghe.
Alla vigilia della partenza da Cavalese ero stato nella camera di Wladimir Belli, che era leader della corsa. La divideva con Beppe Guerini e mi era parso solido come una roccia. Invece, il giorno dopo, il ragazzino dell'Emilia Romagna, quello ricciolino e con la cicatrice sul labbro, fece un'impresa alla Coppi e la roccia si sbriciolò. Solo già sul Sella, poi il Gardena, il Campolongo e quella stradina ripida fino a Pian di Pezzè.
Roba da libri di storia, pensai, questa la voglio raccontare perché io una cosa così non l'ho mai vista.
Ci sedemmo a un tavolo di legno nell'androne del piccolo albergo. Avevo un quadernone a quadretti e pure il registratore. Gli chiesi di tutto. Partimmo dalla tappa e finimmo sulle vacanze invernali sulla neve, passando per quella cicatrice, la salita, gli allenamenti, Bicisport che leggeva da quando era piccino, la famiglia e tutto il suo mondo. Rimasi lì per oltre un'ora, senza che Marco avesse mai guardato l'orologio.
A pensarci ora, sorrido per l'ingenuità che avevo nell'approccio con i corridori. Ma più di tutto mi stupirono la calma e la naturalezza con cui mi raccontò la sua giornata. Aveva gli occhi che ridevano, ma nelle parole non c'era l'esaltazione di Tardelli dopo il gol ai mondiali del 1982, non c'era stupore. C'era semplicemente la spiegazione di ciò che sapeva fare, che aveva fatto quel giorno e che avrebbe fatto altre volte in futuro».
Che cosa distingueva, per Marco, il rapporto con i giornalisti da quello con il giornalista amico? Su quale affinità si giocava la fiducia che Pantani aveva in lei?
«Il fatto di essere coetanei giocò sicuramente a mio favore: anche se lo dicevamo a mo' di battuta, volevamo entrambi combinare qualcosa di buono, ciascuno nel suo ambito. Io avevo intuito che stargli accanto professionalmente, specializzarmi in Pantani, un giorno mi sarebbe stato di grande aiuto. Il mondo del giornalismo, come quello del professionismo, almeno in quel periodo era piuttosto chiuso nei confronti dei più giovani e in qualche modo... costringere gli anziani a chiederti cose su un corridore che non conoscevano fu il modo per entrare. Anche se mi guardavo bene dal dire tutto, perché nel contempo mi rendevo conto dello spessore di Marco, della fiducia speciale che mi dava e non volevo in nessun modo tradirla.
Più in generale, seguire i corridori quando sono ragazzi, facendogli però capire che riconosci loro una dignità superiore è già in sé un vantaggio enorme. Sarà l'ingenuità di cui ho parlato, ho sempre sentito sulla pelle il valore della loro fatica, mi accorgo che, nonostante tutto, nei loro confronti nutro un rispetto esagerato. Marco apprezzò il fatto che quella prima sera io lo abbia trattato da atleta maturo e che poi sul giornale abbia riportato i concetti per come li aveva espressi.
Credo che in seguito, quando era già Pantani, sia stato decisivo anche non averlo lasciato da solo nel momento della difficoltà, l'esserci stati, sia che fosse per un articolo, sia più semplicemente per un caffè. Penso alla gamba spezzata, alla paura di non tornare, alla rieducazione, alle chiacchiere in casa sul recupero e al giorno in cui andammo in ospedale per togliere il ferro. La prima uscita in bici... Marco era una persona molto sensibile, certe cose non gli sfuggivano. Non so se sia stata amicizia, ma di certo se gli atleti percepiscono fortissimo il senso di solitudine che viene quando hanno un incidente e i giornalisti se ne vanno col resto della corsa, Marco la percepiva raddoppiata.
Il vantaggio dell'essergli stato così vicino si tradusse ad esempio nella libidine sottile di poterlo avvicinare in situazioni limite, quando altri aspettavano sotto. Fra le tante, ricordo un'ora intera di massaggi ad Aprica nel '94, ascoltando il racconto della prima impresa fra i pro'. Le girate sulle bici arrugginite dell'hotel di Duitama. Ricordo le porte di casa sempre aperte. La giornata sulla neve di Cortina con le stampelle, la polenta e il vino rosso. La possibilità di un accesso diretto, sia pure solo telefonico, anche dopo il giorno di Campiglio. Ricordo le foto in camera dopo lo Zoncolan. È stato così dal 1992 al 2000, poi è subentrata la Ronchi e le porte di sono chiuse».
In un suo articolo scritto dopo la morte di Pantani, lei racconta di una corsa in salita, in macchina, una specie di gara fra voi, alla fine della quale Marco disse: "Per essere un giornalista, non guidi male". Uno scherzo, un gioco, una battuta, ma anche, secondo me, un modo per affermare una sottile diffidenza, come se per lui le cose non fossero mai meno che complicate, suggerire una sottile diffidenza ("Considerato che sei un giornalista") in un rapporto di fiducia. Da cosa si difendeva Marco, nel rapporto con gli altri?
«Era l'inverno fra il 1994 e il 1995, dicembre mi pare. Marco aveva accettato di venire a provare la salita di San Pellegrino in Alpe, che il Giro avrebbe affrontato quell'anno: lui non l'avrebbe corso per l'incidente del primo maggio, ma ancora non lo sapeva. Si presentò all'appuntamento assieme a Siboni su una Mitsubishi rossa che sembrava un aereo da caccia e allora, tanto per provocarlo, si giocò a fare i piloti nella discesa dell'Appennino verso Firenze. Ci superò solo alla fine e di qui nacque quella battuta.
La voglia o la necessità di difendersi saltò fuori proprio quell'inverno, in precedenza non l'avevo mai vista. Ero stato a casa sua il mese prima e lo avevo trovato molto amareggiato. Qualcuno aveva scritto che dopo il Tour non si era allenato e che per questo aveva fallito i mondiali di Agrigento. Marco aveva ammesso qualche errore dovuto ai 24 anni, ma i toni di quelle contestazioni gli erano parsi eccessivi: aveva pur sempre conquistato il podio al Giro e poi al Tour, un calo di tensione poteva anche starci, no?
Ricordo che in quell'intervista di fine stagione disse: "D'ora in poi sarà meglio non parlare più, così nessuno potrà scrivere più niente. A volte è meglio passare per uno che non ha niente da dire, anche se non credo che così facendo mi comporterei da persona civile. Ma sarò meno ingenuo, potete giurarci. Finora ero sempre in buona fede e pensavo che così fosse anche per gli altri. Ma non è così e allora dovrò attrezzarmi. Sono stanco. Sto male dentro. Un inverno di questo tipo è molto, troppo pesante"».
Ci racconti di un giorno, non necessariamente legato a una competizione ciclistica, in cui Marco la fece ridere, un altro, in cui, invece, le capitò di arrabbiarsi con lui e, infine, un giorno in cui Marco si mostrò davvero amico.
«Si rideva spesso, a dire il vero. La volta che al Tour gli consegnarono un cavallino pirenaico e non sapeva dove metterlo perché aveva capito che avrebbe dovuto portarlo a casa da sé. Oppure un pomeriggio d'inverno a Cesenatico, al chiosco delle piadine per un'intervista. Le strade erano piene di foglie morte e Marco arrivò assieme a Siboni sui rollerblades e, dopo aver salutato, chiese di non fare foto né menzionare i pattini, altrimenti Boifava avrebbe sbranato Siboni. Marcello infatti aveva il polso ingessato e la versione ufficiale era che si fosse rotto lo scafoide cadendo dalla bici, mentre la causa vera era proprio una caduta dai pattini, mentre cercava di tenere dietro all'amico ben più coordinato e veloce di lui...
Con Marco direttamente ho avuto al massimo un diverbio, una mezza discussione dopo la tappa di Borgomanero al Giro del 1999, ma durò due secondi. Indirettamente invece mi arrabbiai molto con lui in due occasioni: quando accettò di non andare al Tour nel 1999 e poi quando morì.
Il giorno in cui Marco si dimostrò amico? Ci fu un gesto nel giugno del 1998, un pensiero. Quell'anno morì Pezzi e lui vinse Giro e Tour. In realtà il 25 maggio, un paio di giorni dopo la vittoria di Marco a Piancavallo, morì anche mio padre, a 57 anni. Non c'ero quando Marco chiuse il Giro a Lugano, ma ricordo che lo chiamai il lunedì dopo il ritorno e gli feci i complimenti. Lui ringraziò, poi rimase zitto per un paio di secondi e aggiunse: "Spero che in parte sia servito a farti pensare anche ad altro...". Non so chi gli avesse detto di mio padre, non io, ma il fatto che ci avesse pensato mi fece molto piacere».
Nel dvd n. 6 ("La speranza della rinascita") della serie che lei e Pier Bergonzi avete dedicato a Marco, c'è un lungo racconto di Zaina sul suo rapporto con Marco, capitano ferito della squadra al Giro d'Italia 2000, a Zaina viene chiesto di sacrificare le sue ambizioni e restare con Pantani che si staccava. È intensissimo il racconto di questo rapporto complesso fra l'offesa di Pantani, capitano che non vinceva più, e l'offesa di Zaina innaturalmente sacrificato a un capitano in crisi. Ma alla fine del Giro, Marco sceglie di fare il gregario a Garzelli, sacrifica la sua vittoria di tappa e consegna al compagno la corsa, perché sente che quella ferita di Zaina va, in qualche modo, riconosciuta ed esige il sacrificio del capitano perché sia posto un riparo, sia pure indiretto.
Come era il rapporto di Marco con i suoi gregari? E quanto contava per lui il ruolo di capitano della squadra?
«Voleva bene ai suoi gregari e loro lo adoravano. Ricordo le lacrime di Velo in un hotel vicino a Cavalese nel 2001 quando disse che se ne sarebbe andato, lasciando il suo capitano in uno dei momenti di peggiore difficoltà.
Nella scelta di Pantani di restare alla Mercatone Uno, anche quando era evidente che la Ronchi stesse allestendo squadre sempre più scadenti, ci fu la voglia di non abbandonare il suo gruppo. Forse se ne sentiva anche protetto, senza che nessuno si rendesse conto, da un certo punto in poi, che quella protezione fu un altro passo verso la fine.
Dai compagni pretendeva correttezza e dedizione assoluta. Qualche esempio? Nel 1994 Pulnikov si ritrovò in fuga con lui nella tappa di Les Deux Alpes al Giro (quella con il Colle dell'Agnello in cui Marco attaccò da lontano per... ribaltare Berzin) ma non lo aiutò. Disse di essere stanco, poi però vinse la tappa. Marco al momento non disse nulla, difficile capire se con il sacrificio del russo sarebbe riuscito a vincere il Giro, ma nel dubbio a fine anno Pulnikov cambiò squadra.
Divertenti ed emblematiche anche le cronometro, al Giro e anche al Tour. La sera della prova, a tavola, Marco sfogliava l'ordine di arrivo e andava sempre a cercare il nome di Velo, che era stato campione italiano della crono. Se per caso Velo aveva fatto una bella prova, poteva essere certo di subire quantomeno una battuta feroce sul fatto che avesse sprecato troppe energie e il giorno dopo non ne avrebbe avute per tirare...
Quanto alla parola "capitano" fu la chiave che gli fece accettare la proposta di Pezzi per il 1997. Rileggendo vecchie interviste (ho dovuto documentarmi per rispondere a queste domande!) ho trovato una frase che risale all'inverno del 1996: "La parola gregario - diceva alla nascita della Mercatone Uno - è antica, ma ci sono pur sempre dei ruoli. Chi se ne intende, ne riconosce i pregi. È determinante che sia così. Può capitare di strillare, in corsa si è più irascibili, basta poco per scaldarsi. Però bisogna gridare solo quando è necessario: i compagni devono capire l'importanza del loro ruolo e la tensione di chi lotta per vincere".
Dopo aver aiutato Garzelli, disse parole chiarissime: "Era un po' che non portavo borracce, ma questa volta mi ha fatto piacere. Stefano era in imbarazzo perché vedeva che ero al suo servizio, stava a me fargli capire che ero lì per lui. Davanti comunque mi sentivo a mio agio. Quello è il mio ambiente...".
Marco ricordava il fastidio che provò al Giro del 1994, quando era in condizione eccezionale e ugualmente nella prima parte fu costretto a tirare per Chiappucci. Si rese conto che a Garzelli e Zaina era toccata la stessa cosa e verso Briançon trovò il modo più spettacolare e commovente per sdebitarsi.
Se guardo nell'archivio dei miei articoli, i files di quelli che lo riguardano si chiamano più o meno tutti allo stesso modo: "panta" oppure "marco". Il pezzo della sera di Briançon lo chiamai "the superday" perché quel giorno fu per tutti, per me in testa, qualcosa di eccezionale».
Questo suo modo di concepire il rapporto con la squadra è anche la realizzazione del suo modo di vivere il ciclismo? Solo nel momento della vittoria in salita ma sempre profondamente legato ai rapporti con l'ambiente ciclistico e all'immagine che quei rapporti gli rimandavano di lui?
«Ecco cosa mi disse nel 1996 dopo aver tolto il ferro dalla gamba: "Il lavoro in palestra mi aveva un po' stufato, era diventato un'ossessione e in questi periodi per andare avanti si ha bisogno soltanto di tranquillità. Non so perché, ma dopo un po' scappo da tutto quello che è troppo rigido. Il frequenzimetro, la palestra... tutto ciò che ingabbia il mio modo di essere. Io devo sempre trovare qualcuno da staccare, in corsa o in allenamento. Mica posso aspettare che una macchina mi dica quello che debbo fare. Ma figurati un po'... Vabbè che alcuni corridori sono costretti a dire certe cose perché ci sono sponsor e preparatori da accontentare, ma quando sento che uno non è andato bene nella crono perché aveva il frequenzimetro rotto o che un altro ha superato la Marmolada grazie a quello che leggeva sul display, se permetti mi dissocio. Ma tu hai mai visto Indurain guardare il frequenzimetro quando mena? Neppure lo porta a volte".
Ricordo che al Tour del 1995, dopo la vittoria a Guzet Neige, mentre camminavamo vero il podio (c'era un freddo cane e anche la nebbia) Pier Bergonzi gli chiese se non si sentisse un eroe del passato a vincere in quel modo, attaccando da lontano. Lui lo guardò e rispose: "Bada bene, non sono un eroe del passato, forse sono semplicemente troppo moderno".
Marco era questo, questo era il suo ciclismo, anche se la facilità nel fare le cose, questo irridere abitudini e preparatori che andavano per la maggiore lo ha reso inviso a tanti suoi colleghi. Aveva capito che il ciclismo delle tabelle e dei corridori incapaci di liberarsene era destinato a portare più guai che vantaggi e che l'unico modo per uscirne era tornare a modi di correre più tradizionali.
Ma volete mettere che differenza tra fare un pezzo con uno come Marco o con un Rominger, primo nome che mi è passato in testa, che parlava spesso e volentieri come un robot?».
Inviato da: jimbo1899
il 04/06/2009 alle 11:37
Inviato da: jimbo1899
il 18/05/2009 alle 16:26
Inviato da: Diego
il 11/05/2009 alle 14:47
Inviato da: jigendaisuke
il 15/03/2009 alle 01:22
Inviato da: jigendaisuke
il 03/03/2009 alle 00:25