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Perchè comunisti?

Post n°210 pubblicato il 31 Marzo 2009 da circololenci

Definirsi di sinistra e comunisti mi pare rappresenti un modo chiaro per dire da che parte si sta. Siamo di sinistra ma siamo anche Comunisti, cioè lottiamo contro lo sfruttamento, quando serve anche contro il Vaticano e ci battiamo per il superamento del capitalismo. Dirsi comunisti è quindi una risorsa per qualificare il nostro essere di sinistra. Porre il tema del comunismo siginifica porre il nodo della rivoluzione, del cambiamento radicale dello stato di cose presenti. Tant’è che quando taluni esponenti del centrosinistra affermano di non voler mai più fare accordi con liste che contengano la falce e il martello lo dicono non certo per la nostra storia ma perché siamo concretamente, politicamente, qui ed ora, anticapitalisti.Questo per quanto riguarda l’Italia. I comunisti però, in particolare quando hanno preso il potere, hanno anche fatto grandi disastri. Lo stalinismo ha contraddetto radicalmente le aspirazioni di giustizia e libertà del movimento comunista. Per questo ci siamo chiamati Rifondazione Comunista. Non solo il nome di un partito ma un progetto politico: rifondare il comunismo avendo fatto fino in fondo i conti con lo stalinismo. Riconosciamo che la storia dei comunisti e delle comuniste è la nostra storia, ne abbiamo analizzato gli errori e gli orrori al fine di non ripeterli. Rifondazione e Comunista sono quindi due termini che si qualificano a vicenda, ci parlano della persistenza ma anche della discontinuità, ci parlano della contraddittorietà del nostro tentativo di andare oltre il capitalismo nel nostro essere fino in fondo uomini e donne di questo tempo…Io penso quindi che oggi sia più necessario di ieri dirsi comunisti, di rifondazione comunista. E’ il nome che meglio di qualunque altro definisce qui ed ora il nostro anticapitalismo e la nostra autonomia da un ceto politico che si definisce di sinistra ma con le cui prospettive politiche abbiamo poco a che spartire.

Paolo Ferrero

 
 
 

No alla gronda autostradale,è inutile, costosa, devastante..

Post n°209 pubblicato il 10 Marzo 2009 da circololenci
 

no-gronda1

Inutile

in quanto prevede un attraversamento est /ovest della città, quando invece ci sarebbe bisogno di migliorare le direttrici nord /sud per collegare il porto di Genova con il nord Italia..

Costosa

è un’opera faraonica, con un costo stimato intorno ai 5 miliardi di euro, con questi investimenti così onerosi potremmo affrontare il problema del traffico e dello sviluppo portuale in modo diverso e più rapido.

Invece è un gigantesco business per pochi.

Per non parlare dei costi sociali, centinaia di famiglie dovranno essere sgomberate dalle loro case per fare spazio a tonnellate di cemento e strade di cantiere..

Devastante

il materiale di risulta degli scavi (milioni di tonnellate di terra ricca di amianto) dovrà essere smaltito non si sa dove, ma presumibilmente ancora con nuovi riempimenti portuali, producendo ulteriori danni all’ambiente

 

SI alle infrastrutture utili    Le alternative ci sono:

 

Il miglioramento e potenziamento della rete ferroviaria:

 

 La bretella Voltri – Borzoli deve essere collegata con solo 2400 metri (2400 metri!)

  da collegare alla succursale dei Giovi per Milano e a Rivarolo per Ge P.Principe per potenziare la direttrice  nord sud e alla stazione di Ge Principe per liberare la linea litoranea dai treni a lunga percorrenza e farne quindi la litoranea di superficie.

 - Realizzazione strada a mare che permetterebbe di liberare Sampierdarena dal traffico dei tir

- Sponda destra del Polcevera da ultimare

Metropolitana prolung. fino a Ponte X utilizzando i binari F.S. di provenienza dal Campasso

Ipotesi del bruco per portare via  i containers su rotaia

I cittadini devono essere correttamente informati, il dibattito pubblico organizzato dalla civica amministrazione prevede la costruzione della gronda e un confronto sugli eventuali tracciati. Rifondazione comunista è per un dibattito libero e trasparente, siamo per considerare l’ opzione zero, ossia la volontà di perseguire progetti alternativi, più utili, meno costosi e rispettosi dell’ ambiente e della qualità della vita dei cittadini..


da rifondazioneliguria.wordpress.com

 
 
 

Esportatori di Democrazia

Post n°208 pubblicato il 05 Gennaio 2009 da circololenci

L'idea più stravagante che possa nascere nella testa di un uomo politico è quella di credere che sia sufficiente per un popolo entrare a mano armata nel territorio di un popolo straniero per fargli adottare le sue leggi e la sua costituzione. Nessuno ama i missionari armati; il primo consiglio che danno la natura e la prudenza è quello di respingerli come nemici. (Maximilien de Robespierre)

 
 
 

"Paese di merda" di Ascanio Celestini

Post n°207 pubblicato il 30 Dicembre 2008 da circololenci

cliccate qui e andate a vedere "Paese di merda" di Ascanio Celestini, con gli auguri di buon anno da parte del circolo Lenci.

 
 
 

intervista a Bocca sulla legge sull'editoria

Post n°206 pubblicato il 26 Novembre 2008 da circololenci

Giorgio Bocca: «Sento puzza di fascismo e stampa di regime»
Loris Campetti

Non usa mezze parole per raccontare l'esistente, Giorgio Bocca. Un esistente brutto che lascia poco spazio all'ottimismo. L'abbiamo cercato per avere un'opinione sullo stato dell'informazione in Italia, sulla sua concentrazione in poche mani e sul tentativo del governo di chiudere le voci libere, fuori dal coro. Non serve dire che l'abbiamo trovato ben preparato in una materia «che ha direttamente a che fare con la democrazia e la libertà d'espressione». Bocca non è soltanto uno dei padri del nostro giornalismo, è da sempre un occhio attento puntato sulla società, sulla politica e sui poteri.
Chi non ha partiti e padroni alle spalle e per giunta si permette di dissentire deve tacere. È questo il messaggio che arriva dal governo Berlusconi? E se è questo, quale natura e quali esiti sottende?
Ho appena finito di leggere una lettera sul Foglio dove si sostiene che la colpa della ferocia attuale è dell'antifascismo, da cui sarebbero nate tutte le tragedie del secolo. A me sembra vero il contrario: l'antifascismo è
stata una battaglia per garantire a tutti, tra l'altro, la libertà di avere idee e poterle esprimere. Ne deduco che, se oggi si impongono manovre come quella che punta a chiudere le testate indipendenti dal potere e dalle sue
direttive, questa è la conferma che la preoccupazione di chi teme un ritorno al fascismo non è poi così campata in aria.
Forse in altre forme, con altri mezzi?
Io conosco per esperienza diretta e per lo studio della storia il fascismo, e oggi percepisco nuovamente il ritorno di quella minaccia. Come allora, di fronte a una sventura la gente resta sorda, non si accorge dei rischi che corre la democrazia. Aggiungo che anche parte della sinistra e delle forze democratiche ritiene che si può andare d'accordo con chi oggi ha in mano la politica, il potere. Non so se le forme del ritorno di una cultura fascista
siano così diverse da quelle di ieri, so che l'esito è lo stesso: prepotenza, repressione, magari anche galera. Diceva Benjamin Disraeli (scrittore e uomo politico, primo ministro inglese nella seconda metà dell'800, ndr ) che con la giustificazione della necessità si compiono i delitti più spaventosi. Anche ora, in nome delle difficoltà, certo quelle economiche dello stato, ma anche in nome dell'esigenza di razionalizzare e modernizzare l'informazione, liquefanno la democrazia e stanno uccidendol'informazione. Si sbandiera l'idea di progresso per introdurre ogni nuovo mezzo, che automaticamente si trasforma in strumento nelle mani dei padroni e non certo dei dipendenti. Così la libertà sfuma, e a questo processo si accompagna il taglio dell'ossigeno all'informazione libera e democratica.
La stampa democratica perde copie, quella di sinistra rischia il collasso.
La controriforma della legge dell'editoria che cancella il diritto soggettivo al sostegno pubblico può rappresentare il colpo di grazia. Almeno per il manifesto . Come mai tutto questo non fa scandalo?
Perché l'opinione pubblica è sensibile nei confronti di chi ha in mano il potere, e l'informazione rafforza, deve rafforzare questo potere. È un circolo vizioso pericolosissimo il rapporto tra un potere autoritario come
quello che oggi ci schiaccia e un'informazione di regime che «forma» l'opinione pubblica. Berlusconi sostiene di avere il consenso del 70% degli italiani, forse esagera, ma il 60% ce l'ha dalla sua. Non vorrei essere nuovamente pessimista, ma temo che dovremo adattarci a forme di resistenza e lotte di minoranza.
Ma le minoranze restano mute, se i mezzi di informazione liberi vengono soppressi con lo strumento della manovra economica del governo.
È ovvio, bisogna salvare le voci libere. Ma non posso non chiedermi se sia ancora possibile riuscirci. Certo non vorrei accodarmi a una marea generale portatrice di disastri. Vedo davanti a noi un lungo periodo di crisi democratica perché vedo crescere, nell'Italia di oggi come avvenne in quella che ho conosciuto e combattuto da ragazzo, l'idea che i problemi debbano essere risolti d'autorità da qualcuno lassù. Questa idea, che ieri invocava il Duce, ha ancora successo tra gli italiani.
Se a questo siamo, c'è una responsabilità collettiva. È difficile tener fuori la sinistra.
Sì, ci sarà pure una responsabilità collettiva. Ma in una situazione in cui la sinistra e una storia comune vengono attaccate da tutti i fronti, non me la sento di sparare sulla mia parte, non ho alcuna intenzione di accodarmi alle crociate di Pansa. Per chiudere con l'informazione, non mi rassegno all'esistente ma pavento un futuro in cui i giornali schifosi camperanno mentre quelli liberi saranno crepati

articolo tratto da il Manifesto

 
 
 

Santa Sede contro la Cassazione alla vigilia della decisione sul caso Englaro

Post n°205 pubblicato il 13 Novembre 2008 da circololenci

Giorgio Salvetti

A un passo dalla fine dell'accanimento giuridico sul caso di Eluana Englaro, la ragazza che da 1992 viene nutrita con un sondino, la Chiesa ci mette ancora una volta lo zampino. Ieri il procuratore generale della Cassazione ha chiesto che venga dichiarato inammissibile il ricorso della Procura di Milano contro la sentenza che a luglio aveva giudicato legittimo sospendere l'alimentazione forzata di Eluana. Apriti cielo. La santa sede è subito intervenuta a piedi giunti. Il cardinale Javier Lozano Baragan, presidente del consiglio per la salute del Vaticano, ha detto che se la sospensione dell'idratazione e dell'alimentazione fosse messa in pratica si tratterebbe di una «terribile morte per fame e per sete, una mostruosità disumana, un assassinio». Mentre il papà di Eluana, per rispetto della corte che si è riunita in camera di consiglio, ha preferito un dignitoso no comment, le gerarchie ecclesiastiche non hanno saputo mantenere il voto del silenzio.
Secondo il procuratore alla Cassazione, Domenico Iannelli, il pm di Milano non avrebbe dovuto portare la sentenza all'esame della corte di Roma perché non riguarda una questione di «interesse generale e pubblico ma si tratta di una tutela soggettiva e individuale». Significa che il caso di Eluana è stato indebitamente trasformato in una questione di stato e sulla pelle di quella ragazza e della sua famiglia si sta giocando un partita giuridica che prescinde dalla sua vicenda personale. In subordine, il procuratore ha chiesto che venga accolta solo la prima motivazione del ricorso che richiedeva un ulteriore accertamento dello stato di Eluana per valutare le «effettive condizione di irreversibilità dello stato vegetativo permanente». Una sorta di esame di stato medico permanente.
«Non ho nulla da dichiarare, nella maniera più assoluta». Beppino Englaro, lo stoico papà di Eluana, ancora un volta non ha voluto commentare ma ha voluto esserci, in prima fila, davanti alla corte di Cassazione. Rispettoso, ancora una volta, delle istituzioni che hanno potere di vita e di morte su sua figlia. Solo quando l'udienza è terminata si è ritirato per tornare a Lecco dove attenderà la sentenza. I suoi avvocati sono soddisfatti della richiesta di inammissibilità avanzata dal procuratore. «Secondo noi - ha dichiarato Franca Alessio, curatrice di Eluana - la Procura di Milano non era legittimata ad impugnare la sentenza di luglio. A nostro giudizio quel decreto della corte d'appello va applicato altrimenti non si metterà mai la parola fine». Secondo Alessio la procura di Milano «si è lasciata trascinare da medici e neurologi che la pensano in modo diverso e ritengono che si possa sostenere che ci sia ancora una possibilità di vita, mentre continuare così sarebbe impietoso».
L'avvocato Vittorio Angiolini, legale del signor Englaro, è fiducioso: «Bisogna lasciare alla Corte di Cassazione la serenità per prendere questa decisione. La discussione è stata ampia e credo che la Corte abbia tutti i materiali per decidere». L'avvocato Angiolini aveva chiuso la sua arringa davanti alla Corte con un appello: «E' ora che Eluana venga lasciata morire come chiede suo padre da 16 anni. Lo scopo della procura di Milano è quello di un accertamento che non abbia mai fine. Una cosa contraria ad ogni principio epistemiologico che porterebbe ad un livello tale di trasformazione per cui il medico diventerebbe colui che si impadronisce della vita altrui». Angiolini ha anche citato il vangelo secondo Giovanni dove dice che anche di fronte alla resurrezione di Lazzaro, Gesù ringrazia Dio perché sa che neanche lui può disporre della vita altrui e dare miracoli, ma si deve attenere alla volontà divina.
Per il Vaticano, evidentemente, contano di più la volontà di papa Ratzinger & Compagnia e il potere dei sondini. Le dichiarazioni del cardinale Barragan hanno rotto quel silenzio che pure era stato invocato anche dal cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi. Solo in un secondo momento Barragan ha tentato di camuffare il suo intervento. «Non mi sono riferito alla Corte di Cassazione e al suo lavoro ma ho solo voluto ripetere la dottrina della Chiesa rispetto al vivere e al morire. Parlavo in generale in osservanza del quinto comandamento: non uccidere. Non mi riferivo a nessun caso specifico». Ma il tempismo delle sue parole non è opera della divina provvidenza.
Il giudizio definitivo della Cassazione dovrebbe essere reso noto entro pochi giorni. Anche se le camere riunite della Cassazione avrebbero a disposione fino a 30 giorni di tempo per pronunciarsi, la sentenza «verrà pubblicata nel più breve tempo possibile tenuto conto della particolarità del caso», ha reso noto il primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone. E speriamo che poi Eluana possa essere finalmente lasciata in pace dalle leggi di dio e degli uomini.

 
 
 

Rimini, un senzatetto bruciato mentre dorme

Post n°204 pubblicato il 13 Novembre 2008 da circololenci

SICUREZZA
Luca Fazio

Anche se proprio ieri, tra le altre vergogne contenute nel ddl sulla sicurezza, il Senato discuteva dell'apposito registro per le persone senza fissa dimora, va detto a scanso di equivoci che non sta scritto da nessuna parte che la schedatura dei barboni preveda la possibilità che vengano bruciati mentre dormono su una panchina. Eppure, è successo.
Il primo uomo a finire nell'apposito registro istituito dal ministro Maroni si chiama Andrea Severi, ha 46 anni, e tutta Italia adesso sa che fino all'altra notte dormiva in un giardinetto di Rimini: oggi invece si trova nel centro ustionati dell'ospedale di Padova. Lo hanno ricoverato d'urgenza dopo che alcuni sconosciuti gli avevano dato fuoco, non prima di averlo inzuppato di benzina. Ha il corpo coperto di ustioni di secondo e terzo grado, ma non sta morendo. Due ragazzini rumeni sostengono di aver assistito alla scena, e la polizia non dovrebbe faticare più di tanto per arrestare i colpevoli.
«Non siamo Milano, o Roma, vogliamo ancora scandalizzarci per un fatto come questo - sbotta Cristian Gianfredda dell'associazione La Capanna di Betlemme ai microfoni di Radio Popolare - questo è un evento che cambia le carte in tavola in questa città di provincia, è un brusco risveglio in una realtà che non conosciamo». Di Andrea Severi dice che è un uomo mite, che era benvoluto nel quartiere, che era solitario ma socievole, e che su quella panchina aveva trovato un suo equilibrio.
«Bisogna commentare con indignazione», aggiunge il presidente della Federazione organismi persone senza fissa dimora (Fiopsd). «La cultura dell'intolleranza sta dilagando, negata da tutti ma praticata nella realtà: basti pensare alle ultime proposte legislative sulla residenza anagrafica». La realtà, o il nuovo contesto in cui è maturata l'aggressione - un raccapricciante tentato omicidio - lo spiega Manila, una ragazza del Laboratorio Paz di Rimini che ieri sera ha convocato un presidio «contro i rigurgiti della violenza e dell'intolleranza»; non si azzarda a fare ipotesi, spiega solo come il paradigma sicuritario abbia già cominciato a cambiare il volto di una città che si racconta sempre accogliente e ospitale: «Nell'ultimo anno a Rimini ci sono state diverse aggressioni contro stranieri e ragazzi del centri sociali, a colpi di molotov o con piccoli attentati ai danni delle macellerie islamiche. Basta guardare le scritte fasciste sui muri per capire che il clima è cambiato».
Il più sconvolto sembra essere proprio il sindaco di Rimini, Alberto Ravaioli (centosinistra), lo stesso che a suo tempo si è fatto conoscere per le muscolari ordinanze contro i venditori ambulanti, rincorsi sulle spiagge come criminali: «Rimini oggi è un po' più debole». Adesso è lui che «interroga» la politica: «Il gravissimo, drammatico episodio accaduto l'altra notto in via Flaminia deve obbligatoriamente far rialzare la guardia democratica da parte della città e della comunità intera. L'assalto verso una persona debole non è una ragazzata o opera di balordi ma il frutto di azioni criminali permeate da una mentalità profondamente violenta, discriminatoria, intollerante, sopraffattrice. E allora tutto ciò interroga la politica, la società, la scuola, la famiglia, e soprattutto dimostra come nel paese la vera emergenza sia quella educativa».
Dopo un fatto come questo, è difficile andare al risparmio con l'indignazione. Attacca ma con parole misurate Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato (dove nel silenzio generale proprio in questi giorni si stanno discutendo nuove norme razziste in nome della «sicurezza»). «E' chiaro che in questi casi è difficile stabilire rapporti di causa-effetto, tuttavia il fatto accaduto è gravissimo e avviene in un clima di intolleranza esagerato in cui si producono anche gesti estremi». Come sempre a testa bassa, invece, gli esponenti dell'Italia dei Valori (Idv). Francesco «Pancho» Pardi: «Quando al governo ci sono individui che ironizzano sulle persone di colore, pontificano sulla sicurezza dei bianchi ricchi autorizzando ronde notturne, classi-ponte e registri pubblici per i senzatetto, ecco quello che accade nel paese: il razzismo e l'intolleranza generano violenza inaudita». Il senatore Felice Belisario ne approfitta addirittura per avanzare una proposta. «Ci auguriamo che la maggioranza di governo voglia ridurre i toni della sua intolleranza xenofoba, razzista e classista, compiendo un gesto concreto: ritirando, per esempio, l'incivile proposta di un registro per le persone senza fissa dimora, approvato dalla stessa maggioranza».
A poche decine di chilometri, però, è un altro comune a fare un po' di chiarezza sulle violenze di strada. Il comune di Parma ha deciso di punire con sanzioni disciplinari e trasferimento ad altro incarico i vigili accusati di aver aggredito e picchiato, a ottobre scorso, Emmanuel Bonsu Foster, giovane studente ghanese. Dopo aver letto la relazione in aula, il sindaco di Parma Pietro Vignali ha subito chiarito che «il fatto di cui stiamo parlando è un fatto episodico». Ma è pur sempre un inizio.

 
 
 

un saluto a Miriam Makeba

Post n°203 pubblicato il 11 Novembre 2008 da circololenci

Jean- René Bilongo
Castel Volturno
«Se ne sono andati tutti. Anche noi ce ne andiamo…». Erano come un presentimento, le ultime pronunciate da Miriam Makeba dal palco della piazzetta di Baia Verde a Castel Volturno, incastrata tra esercizi commerciali e abitazioni. Mamma Africa era stata invitata per il concerto conclusivo degli Stati generali della scuola del Mezzogiorno. Un appuntamento finale che gli organizzatori sognavano come rampa di lancio di un messaggio di speranza, con un no secco al razzismo. E chi poteva farlo, se non la pacifica e intrepida amazzone sud africana, una vita spesa contro il regime dell'apartheid?
Non appena aveva avuto uno spaccato dettagliato della realtà migratoria di Castel Volturno, Miriam Makeba aveva avanzato una richiesta: voleva incontrare la comunità africana del Litorale. Voleva farlo prima del concerto previsto in serata. Era stato scelto un avamposto dell'accoglienza sul Litorale domizio: il centro immigrati Fernandes, di proprietà dell'arcidiocesi di Capua. Ad attendere l'icona della musica, una nutrita rappresentanza degli immigrati e numerosi cittadini di associazioni ed enti impegnati sulle tematiche dell'immigrazione e dell'intercultura. Ma anche molte persone semplici, accorse lì per dare la benvenuta a un mito della lotta per la libertà e contro ogni forma di oppressione fondata su presupposti razziali. Visibilmente commossa ma anche provata forse da quella brutta febbre-preludio alla sua uscita di scena, Miriam Makeba incontra quelli che chiama "miei fratelli e sorelle" nel salone Giovanni Paolo II della casa di accoglienza litoranea, accedendovi dal varco riservato alle persone diversamente abili. Perché domenica scorsa Miriam Makeba provava difficoltà a camminare con le proprie gambe. Doveva muoversi su una sedia a rotelle. La necessità di "imparare a convivere" sarà la sua esortazione. Prima di ritornare a prepararsi, nell'attesa di quella che è stata la sua ultima esibizione. A Castel Volturno, geograficamente lontana dalla sua natia Sud Africa, ma vicina per la sua composizione etnica. In un perenne clima di convivenza difficoltosa. Con i suoi morti crivellati di pallottole. Come nella Sud Africa dell'Apartheid, dove di vessazioni a sfondo razzista ne aveva viste di tutti i colori.
Miriam Makeba non ci pensava mai due volte quando c'era bisogno di affermare l'uguaglianza tra gli esseri umani. Aveva una sola alleata: la sua musica. In trincea andava imbracciando una sola arma: la sua voce. Una voce pregnante e coccolante la sua, bella e penetrante, sempre uguale a sé stessa, nonostante gli anni. Miriam Makeba aveva consolato e fatto sognare su tutto il pianeta generazioni intere con la sua musica. Era abituata a esibirsi davanti a folle oceaniche in giro per il mondo. Si capiva domenica scorsa che era un po' delusa dal pubblico. Troppo risicato per un monumento della musica mondiale come lei. Ma non si era tirata indietro dinanzi alle supplichevoli ed insistenti richieste dei pochi presenti, per un ulteriore brano. Un esiguo pubblico appassionato, goloso della sua voce. Ne chiedeva ancora. Chiedeva coralmente "Pata Pata", una delle ultime creazioni della regina della musica africana. Mamma Africa voleva accontentare chi sostava sotto al palco a guardarla. Un'eccellente prestazione, come ne sanno fare solo i grandi professionisti. Una voce particolarmente calda, nonostante tirasse un vento gelido. Passi di danza e colpi di reno che solo lei era in grado di eseguire. Anche simbolicamente provocatoria, fedele al suo mito. Miriam Makeba aveva appena finito di cantare.
Un'indimenticabile prestazione scenica durata circa mezz'ora. Voleva ritirarsi nella tendina- camerino allestita dietro il palco per riposare un po'. Per riprendere fiato. E mentre il duetto-conduttore della serata Idris Saneth e Valeria Coiante annuncia la fine dello show, Miriam Makeba si accascia pesantemente sul palco. Sui volti dei suoi musicisti si legge un'inconfondibile espressione di panico. Passano pochi istanti e dal palco si sente una voce che chiede se «c'è un medico in giro». Si capisce che la situazione è grave, ma si spera che si tratti solo di un malore momentaneo. Già. Perché Miriam Makeba era arrivata a Castel Volturno con la febbre. Una febbre molto alta. Sul palco ormai a luci soffuse, la concitazione è palpabile. Uno dei due medici accorsi le pratica ripetutamente il massaggio cardiaco, mentre l'altro cerca di rianimarla con la respirazione bocca a bocca. Qualcuna chiede che venga chiamata un'ambulanza. Si capisce pienamente la gravità della situazione. Mentre l'angoscia s'impossessa di tutti i presenti, un'altra voce anonima chiede dal palco che si scandisca «Miriam! Miriam!» con la speranza che l'affetto del pubblico giunga nel più profondo dell'animo di Mamma Africa e l'aiuti a riprendersi. Ma è tutto vano. Quando arriva l'ambulanza, Miriam viene caricata sul mezzo. Direzione: la vicina clinica Pineta Grande. Le prime indiscrezioni parlano di condizioni stazionarie. Poco più di un'ora dopo, si vede allontanare frettolosamente l'assessore regionale Corrado Gabriele con i suoi collaboratori al seguito. Si dirigono verso le loro auto. «Se ne è andata» grida qualcuno, con la voce rotta dalla commozione.
www.liberazione.it

11/11/2008

 
 
 
 
 
 
 
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