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Il futuro della sinistra (lettera al direttore de "la Repubblica" Ezio Mauro)

Post n°25 pubblicato il 24 Agosto 2008 da lecapeno
 

Cordialmente,

MDB


----- Original Message -----
From "Marco Di Branco (marcodi@Princeton.EDU)"
Date Sun, 24 Aug 2008 16:19:36 +0200
To e.mauro@repubblica.it
Subject Il futuro della sinistra

Gentile Direttore,

ho letto l'intervento, come sempre interessante, di Aldo Schiavone sul giornale del 23 agosto.
In particolare, mi ha colpito il suo sia pur pacato elogio dell''arte di arrangiarsi', classico carattere originario italico che, per il Nostro, sarebbe addirittura alla base della modernizzazione del Paese negli ultimi decenni. Di conseguenza, Schiavone non può esimersi dall'esprimere apprezzamento (cum grano salis, si intende) per il "Principe", cioè per Silvio Berlusconi. A suo avviso, il Presidente del Consiglio in carica ha infatti evidenziato "imprevisto talento" nel guidare il processo, confuso ma tenace, che ha condotto alla modernizzazione italiana, la quale non è poi altro, come riconosce lo stesso Schiavone, che un movimento verso la "privatizzazione della comunità nazionale".
Fin qui, l'analisi del Nostro è certamente condivisibile. I problemi sorgono quando Schiavone chiama in causa la sinistra, che a suo avviso, in questo quadro di "ripiegamento nella dimensione privata", avrebbe una grande occasione per rientrare in scena da protagonista. L'autore infatti non dedica neppure una parola alle cause della disastrosa situazione in cui versa attualmente la sinistra italiana. Tutto proteso nel prefigurare un luminoso futuro per la sinistra, Schiavone dimentica i disastri del fantastico duo Prodi-Padoa Schioppa, mandati a casa a furor di popolo dagli elettori inferociti, e la catastrofe della sinistra radicale, ridotta a rinnegare i suoi stessi principi fondamentali e a votare a tutto spiano per missioni di guerra e precarietà, e per questo totalmente cancellata dal Parlamento. Nel suo gramsciano ottimismo della volontà, il Nostro non vede come il centro-sinistra, in anni in cui sarebbe stato necessario gestire con grande attenzione la pesantissima "rivoluzione passiva" dell'avvento dell'euro, non abbia fatto altro che proporre, con meno efficacia, le medesime ricette berlusconiane: taglio radicale del costo del lavoro, precarietà, deregulation totale sul piano economico, sostanziosi aiuti alle imprese, familismi di ogni tipo.
La controprova di tutto ciò la si ha analizzando la situazione di un àmbito assai caro al Nostro, quello della ricerca in campo umanistico. Nelle facoltà umanistiche dell'Università italiana, in cui da tempo la sinistra esercita un ruolo fondamentale, si evidenziano infatti i medesimi orrori presenti nelle facoltà tradizionalmente in mano alla destra: concorsi truccati, nepotismo, servilismo, ricatti, precarietà eterna. In più si registra un fenomeno nuovo: quello della proliferazione dei sedicenti centri di eccellenza, che succhiano risorse a tutto il sistema e sembrano strutturati più per venire incontro alle esigenze professionali (ed economiche) dei loro membri dirigenti che per formare nuove leve nel campo degli studi di scienze umane. Dopo aver contribuito a distruggere le rispettive facoltà di provenienza con disatrose riforme e controriforme, alcuni fra i più importanti intellettuali della sinistra italiana hanno così trovato il modo di svernare in quelli che si configurano come veri e propri cimiteri di elefanti accademici, completamente avulsi dalla realtà circostante.
Insomma: la sinistra avrà un futuro se sarà capace di rinnovarsi, lasciando spazio a nuove idee e a una nuova classe dirigente che sostituisca la gerontocratica oligarchia trasversale che è la vera responsabile della crisi devastante del nostro Paese.

Con i più cordiali saluti,

Marco Di Branco

Docente di Storia bizantina
Università di Roma "La Sapienza"

 
 
 
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"Diversa è la minaccia che oggi incombe sugli intellettuali in ogni parte del mondo: non l'accademia né il voler vivere periferici né l'esecrabile spirito commerciale del giornalismo e dell'editoria, bensì un atteggiamento che definirei professionale. Di chi, cioè, pensa di svolgere il proprio compito come un'attività lavorativa qualsiasi, tra le nove del mattino e le cinque di sera, tenendo d'occhio l'orologio ma con qualche ammiccamento al corretto stile del presunto vero professionista: non creare incidenti, non scostarsi dai modelli e dai limiti convenzionati, mostrarsi disponibili al mercato".

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