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coluci
   
 
Creato da coluci il 05/09/2010

L'onda è il mare

Viaggio del cuore e della mente

 

 

INTERMEZZO

Post n°113 pubblicato il 18 Maggio 2013 da coluci
 

PARADISE IS HERE

Non voglio piangere perché le lacrime confondono lo sguardo

Non voglio rincorrere il domani ma camminare l'oggi

Non voglio toccare il cielo ma contemplarlo

(poetuncolo)

 
 
 

Pagine di diario

Post n°112 pubblicato il 08 Maggio 2013 da coluci
 

TOCCARE

Ogni nostra conoscenza comincia con l'esperienza
E. Kant

C'è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore sapienza
Nietzsche

Non so se vi è mai capitato - a me sì - di incontrare persone che irradiano sensazione di repulsione nei confronti del contatto corporeo. Sensazione epidermica di decorporeizzazione.
Quando ti toccano, ti rasentano limitandosi a darti la mano quasi per marcare la distanza, o al massimo ti sfiorano in un abbraccio sfuggente. Bloccati nella propria espressività, trasfondono freddezza, indifferenza, apatia, gelo. Non passa nessuna vibrazione emotiva, calore, palpitazione, tutto è confinato prima del corpo e oltre il corpo. Perché a loro il corpo fa paura, toccare un altro corpo è fonte di disagio se non di avversione, vergogna o colpa. Il confine di un rapporto è la propria pelle, ed è un confine invalicabile.
In genere, sono persone intelligenti, squisite, stimabili, dalla presenza elegante, forme corporee ben modellate, con lineamenti delicati, sorriso seduttivo, bellezza straripante, ma sono più cornice che quadro. In fondo, si autoammirano nella loro immagine diafana, casta, impalpabile. Godono dello sguardo altrui, ma fuggono da ogni contaminazione. Per loro, il corpo è superficie, involucro, strumento, "cosa", ciò che vale (nascosto alla propria nudità) è l'anima, l'interiorità, il pensiero. Eppure il corpo c'è da sempre, il resto o abita il corpo o ce lo siamo inventato.

E qui dobbiamo fare i conti con l'incidenza della concezione del Corpo nella nostra cultura. "Toccare", nel titolo del post, è sineddoche. "Corpo" ne è il tutto ed è parola vitale.
Quanto è stato misconosciuto, bistrattato questo povero Corpo! Si è iniziato a dicotomizzarlo, relegandolo a "strumento", "umile servitore" della Ragione, della Psiche, dell'Anima, signore e padrone indiscusse del Pensiero e dell'Interiorità.

Platone, S. Agostino, Cartesio ne sono stati gli artefici principali e i mistificatori. In questo ci hanno fatto un brutto, bruttissimo servizio. Non avremmo avuto bisogno di tanti "curatori d'anime", e ben prezzolati... psichiatri, psicologi, psicanalisti... psicoterapie a non finire.
Ci hanno invaghito dicendoci che l'Idea non è Corpo, l'Interiorità non è Corpo, l'Anima non è Corpo, anzi sono più importanti del Corpo. Hanno sostenuto che la Verità non sta "nell'evidenza del nostro Corpo" (Husserl), ma abita l'iperuranio, il cielo, l'al di là, la città celeste dove la morte è regina ma dove è il Corpo a estinguersi, non l'Anima. Ciò che persino il Nazareno ha mai immaginato, infatti a fondamento del cristianesimo vi è addirittura la Trascendenza che si fa Corpo (Incarnazione) e la Fine, promessa di resurrezione dei Corpi.
Addirittura siamo arrivati a vivere in funzione non della gioia di vivere la realtà, il qui ed ora, ma in prospettiva, per la salvezza dell'Anima. Dimenticando il Corpo, dove Amore, motore di vita, è Corpo che "tocca" un altro Corpo, Corpi che si accostano, intrecciano, godono, Corpi innamorati. Non si ama "realmente" l'intoccabile: lo si può al massimo immaginare, desiderare, magari ammirare o venerare.

Siamo Corpo, non siamo pensiero di un Corpo o solo pensiero in un Corpo, siamo vibrazioni di epidermide, sudore di passione o di dolore, siamo carezze, baci, mani protese verso chi invoca, gesto d'amore che si consuma e genera, ma anche, purtroppo e maledettamente, moto di violenza, di odio, di soppressione del corpo proprio o altrui. Corpo di vita e Corpo di morte, Corpo che sente. Corpo di sentimenti e sensibilità, Corpo di rancore e odio.  

Già parlare del corpo è tradirlo, perché lo si interpreta, così come lo tradisce la ragione caricandolo di oggettività, quasi fosse un ospite sgradito.
Non abitiamo un Corpo, ma "Siamo Corpo".
Il Corpo è espressione, non rappresentazione, perché non si deve confrontare con una controparte (psiche, pensiero, anima), non è separazione, è originariamente e semplicemente Corpo nelle sue meravigliose ambivalenze.

L'unico "al di fuori del corpo" è il mondo, per questo il Corpo è apertura, "panorama", incontro col mondo. In questo incontro il Corpo si fa situazione, accumula simbologia, trova senso, si espone a salute o malattia, è giorno o notte.

In questo connubio, dove ambivalenza non è schizofrenia, si genera identità. Schizofrenia è piuttosto lì dove l'Io non abita il Corpo, ma si sdoppia in altro. Come siamo Corpo, così siamo identità, come siamo Corpo così siamo interiorità; non vi sono nascondigli delocalizzati, dove vige verità oltre quello che siamo, o, se ci sono, è perché ci conviene illuderci o perché non manchiamo di eccessiva fantasia.
Il Corpo è persona, spazio, tempo.
Il Corpo è nome, soggetto, prima di essere oggetto sommatorio di organi per le scienze o strumento dannato di sfruttamento o deturpazione.
Il Corpo è casa, luogo caldo che sa accogliersi e accogliere nudità.
Il Corpo è movimento, gesto, danza d'istanti, carezza raffinata, bacio che celebra unione, fremito di passione.
Corpo è nella sua verità: sguardo che non travisa, ascolto che non distorce, profumo che non si volatizza, gusto che non snatura, un "toccarsi" che non turba ma unisce, è semplicemente Corpo nel Mondo, che esprime e progetta Vita.

 
 
 

Pagine di diario

Post n°111 pubblicato il 21 Aprile 2013 da coluci
 

CHOCABECK

Rimanere a bocca asciutta, non per mancanza di cibo, ma perché quel cibo che ci ha fatto sognare e crescere "sembra" aver perso le sue specifiche proprietà nutritive.

"SEMBRA"... ma, sappiamo che non è così, perché:

abbiamo fatto l'amore nel cielo e nel sole
dentro il mare e dentro il pane,

nella bocca e negli occhi, nelle mani

e, se il nostro intimo è INNAMORATO di cuori, conoscenza, ideali, utopie, fede, quell'odore di amore RIAFFIORA, lentamente, pazientemente, ostinatamente, tra le crepe di un terreno arido, indurito.
Non è che profumo di corporeità,
spiritualità, emozioni, sentimenti, natura, umanità, universalità, eternità. 

Rimanere a bocca asciutta, non per mancanza di cibo, ma perché quel cibo è avariato da batteri mercantilistici e salutistici di una società che non tollera sbavature o anomalie.
Siamo davvero così limitati, vulnerabili, fragili da dover TRUCCARE, sempre e comunque, quattro passi di ballo in danzaterapia, una piacevole melodia in musicoterapia, una passeggiata a cavallo in ippoterapia, un bagno rinfrescante in idroterapia, una camminata rilassante in podoterapia?

 
 
 

Pagine di diario

Post n°110 pubblicato il 13 Aprile 2013 da coluci
 

L'UOMO INVISIBILE

Sono sulle tue tracce e sono nella tua mente
e ti sono alle spalle,
sono i tuoi pensieri più spregevoli
sono la tua paura più nera

The invisible man-Queen

Vi sono periodi della nostra esistenza attraversati da una sorta di "essenza invisibile" (uomo invisibile) che, in seguito a un nuovo evento inaspettato con la sua carica dannosa e malefica, si insinua impercettibilmente nella nostra mente, si avvinghia agli stati del nostro umore, apre o chiude persiane, movimenta o blocca, popola di paure e incubi, confonde o attenua la vista, smorza entusiasmo e mette in ginocchio.
Sensazioni: sensazione di paralisi, impotenza, sconfitta, insuccesso.

Se prima "avevamo la sensazione", in un delirio di onnipotenza, di essere padroni incontrastati della nostra esistenza, basta che all'improvviso e senza apparente motivo questo folletto invisibile e dispettoso ci visiti e il castello della nostre sicurezze crolla e si frantuma.

Dalla prima vola che lo lessi da giovane, non mi ha più abbandonato questo pensiero di B. Pascal: "l'uomo non è che un fuscello, il più debole della natura, ma è un fuscello che pensa".

Grandezza e fragilità ci attraversano, l'una ci esalta, l'altra ci ridimensiona e abbatte. E quel "pensa" non è che mi abbia mai fatto inorgoglire più di tanto, perché la consapevolezza della propria debolezza e finitudine è fonte anche di grande sofferenza.

E il primo destinatario fortunato o sfortunato è il nostro CORPO, che non sta per nulla zitto e ci rendiconta su ogni minuzia. Se lo si ascolta, pronuncia verità, non inganno. Se non lo si ascolta è il PENSIERO a sovrapporsi, a pronunciare inganno o condanna. Il corpo ci è amico se lo trattiamo da amico.

Facile prodursi in fuochi d'artificio sull'unicità e grandezza della propria identità, sulle meraviglie dell'essere umano e i miracoli della natura, quando quel "fuscello" è ben saldo, non è sferzato da raffiche di vento o sottoposto a violente perturbazioni interiori, destabilizzato dall'uomo invisibile. Appena vacilla un po', addio meraviglie e sogni, tutto si complica e barcolliamo, traballiamo, ondeggiamo, frastornati, ubriacati da preoccupazioni o scenari bui.

Sono queste le situazioni dove bisogna scandagliare il fondo e racimolare "un supplemento d'anima". Quando si frequenta il fondo è il buio a farci compagnia, si è ciechi, si suda sofferenza, ma è l'unico modo per illuminare ciò che ci fa paura: l'uomo invisibile.
L'uomo invisibile è uso ballare in superficie, è uomo formale, non abita l'essenza, parassitario, si nutre di lacrime e colpe altrui, lui sempre innocente. Odia le profondità, perché è lì che viene sconfessato, nel lampo di luce che filtra l'abisso è costretto ad apparire, diventa attaccabile, interrogato manifesta tutta la sua inconsistenza.
La vera trasformazione scaturisce dal profondo dell'essere.
E poi, dopo averlo sconfessato, sconfitto, vestito di visibilità, tornare spediti in superficie a riguadagnare azzurro e sole e riprendere la navigazione con nuova coscienza.

Ed ora, se ti va,
ti invito ad ascoltare questa canzone.

"Risorgeremo dal sole, dalla pioggia che va..."

"stanno andando via tutti i soldati dalla mia città..."

liberazione-luce-fuoco-pane e vino-serenità-gioco-bambini-risorgere-donna (madre, compagna, amica), amore...

 
 
 

pagine di diario

Post n°109 pubblicato il 05 Aprile 2013 da coluci
 

IL VOLTO

Le visage, il volto è
"l'estraneo che non ho né concepito, né partorito,
l'ho già in braccio
"

Lévinas

Vi sono giorni difficili, carichi di tristezza, di solitudine. Si vorrebbe piangere, ma le lacrime rimangono inchiodate nel cuore. Vi sono giorni di preoccupazione per noi stessi e per gli altri. Vi sono giorni di sofferenza fisica, di ansia per la salute, picchi di angoscia. Vi sono giorni in cui ci sembra di navigare come naufraghi nel vuoto, nel non-senso. Giorni… più notte che giorno.
Vi sono notti lunghissime, sudate, in cui si accavallano pensieri bui e minacciosi. L'Io si inoltra in una "selva oscura", nudo di tutte le sicurezze accumulate nella sua esistenza e agitato da un fondo inconscio, ingovernabile, stordente, tenebroso, popolato da ombre spettrali. Si annaspa alla ricerca di una traccia luminosa, anche la più debole, che sgretoli il muro della disperazione e renda meno fosco e inquietante il buio.

Sono i giorni in cui si ha bisogno di un "VOLTO".
Le parole dette o scritte non sono il volto, ne sono fruscio, brezza salutare, e a volte anche brusca folata. Il VOLTO è traccia che si ridisegna dentro il cuore, e più è incavata, più lancia vitalità. Il volto è amore, affetto, amicizia, profumo e frescura di vita, sostegno, sorriso, ma anche lacrima che si confonde con la tua. Il volto si dona spontaneamente, perché gli è proprio condividere sguardi e cenni. Il volto è vicino e distante allo stesso tempo: lo percorro con lo sguardo, lo disegno con le dita, lo accarezzo, lo bacio, ma rimane inafferrabile, "altro".

Il volto visita, senza possedere, parla nel silenzio, si attarda ma non si ferma, è incontenibile perché è senso di per sé, il confine è invalicabile. Il volto cosparge gioia nella sua presenza, la sua assenza lascia sconforto e abbandono.

Il volto non ci salva,
il volto amorevolmente ci accompagna.

 
 
 
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