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coluci
   
 
Creato da coluci il 05/09/2010

L'onda è il mare

Viaggio del cuore e della mente

 

 

Pagine di diario

Post n°90 pubblicato il 21 Maggio 2012 da coluci
 

LA VITA È TRASFORMAZIONE

L'esistenza è un susseguirsi di trasformazioni psico-fisiche, culturali, sociali, sentimentali, morali, spirituali: alcune volute, altre subite, alcune profonde, altre epidermiche, alcune abbelliscono il cuore, altre lo abbruttiscono, alcune liberano lo spirito, altre lo schiavizzano. Ogni mutamento sorprende, provoca, destabilizza. Esorcizzare, aver PAURA delle trasformazioni è FERMARE LA VITA.

Le tre metamorfosi di Nietzsche

Le trasformazioni metaforiche dello spirito nel suo sviluppo sono: cammello, leone, il fanciullo.

Il cammello ha la capacità di portare su di sé i pesi più gravosi, è lo spirito che piega le ginocchia. Vuol essere sottoposto sempre a compiti gravosi. È il senso del "dovere". Tutta la sua volontà è concentrata sull'imperativo "io devo", perché tutti i valori sono già stati creati. In questa prima metamorfosi il dovere imprigiona la volontà, la tiene schiava.

Ma lo spirito raggiunge nel deserto la sua più profonda solitudine; qui lo spirito si trasforma in un leone, un predatore di libertà per essere signore del proprio destino, il diritto di creare nuovi valori. Non dice più "io devo" ma "io voglio". La libertà del leone è "libertà da" vecchi valori, non ancora "libertà di" nuovi valori.

Allora lo spirito si trasforma in un fanciullo. Il fanciullo è innocente, crea, fantastica, gioca, è libero di creare il proprio mondo, nuovi valori. Il fanciullo ama, sogna, spera, guarda avanti: è inventore, poeta, artista, porta in sé la gioia di vivere... lo spirito è libertà.

(liberamente tratto e rielaborato da "Così parlò Zarathustra")

 
 
 

Pagine di diario

Post n°89 pubblicato il 08 Maggio 2012 da coluci
 

E succede...

LA PRIMAVERA DELL'AMORE

giovane affascinante, acuta, aperta, dolce, solare, fantasiosa, passionale...

 
l'inverno svanisce...
l'amarezza del passato sfuma...
e l'incantesimo si rinnova.

 

 
 
 

Pagine di diario

Post n°88 pubblicato il 01 Maggio 2012 da coluci
 

FREGARSENE

A questo mondo vi sono solo due tragedie:
una è non ottenere ciò che si vuole,
l'altra è ottenerlo.
Questa seconda è la peggiore,
la vera tragedia.

(Oscar Wilde

Ho vissuto in questi giorni un'esperienza che mi ha lasciato dell'amaro in bocca... ed è motivo di questa breve constatazione.

Fregarsene degli altri, in alcune circostanze, è bene, perché alcune persone stanno bene se non si scombina il loro quieto vivere e non si destabilizza (l'amore è destabilizzante!) la loro pretesa di autosufficienza, fregandocene di loro. Magari poi, a chiacchiere, si profondono in lamentazioni per essere poco considerate. Perché??? Potrei ipotizzare alcune cause, ma sospendo ogni valutazione, perché è un loro problema.

Per quanto mi riguarda, penso che non sempre la generosità, la mano tesa, l'amore è ciò che l'altra/o desidera. Ed allora è opportuno defilarsi, tirare i remi in barca e lasciare campo alla decisione libera altrui. Avrà i suoi motivi, che, in genere, difficilmente esplicita, ma che lascia ben intendere con i suoi sottili e scaltri atteggiamenti.

Sta a me farmene una ragione, perché è proprio fregandomene di lei/lui che anch'io starò meglio e sarà almeno un modo per limare ulteriormente il mio egocentrismo che, spinto da affetto, entra a gamba tesa supponendo che sia bene ciò che IO vedo come bene e invece non è ciò che piace all'altra/o. Ognuno è libero di gestirsi la vita come meglio crede, ma questo allora vale anche per me... per questo è opportuno che me ne freghi.

Non posso esimermi però, socraticamente, da un interrogativo: vi sono forse persone che non sanno o non vogliono "lasciarsi amare"?... o, meglio, preferiscono "lasciarsi amare unicamente come vorrebbero essere amate/i" dimenticando che l'amore è ambivalenza e complicità... o, meglio ancora, non fuggono all'amore, perché "amarSI" è più facile che "amare"?

 
 
 

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Post n°87 pubblicato il 10 Aprile 2012 da coluci
 

IL BLUFF DEI SENTIMENTI

Ciò che si nasconde dietro alle relazioni non è sempre facilmente decifrabile. È bene, a volte, fare chiarezza nel mondo dei propri sentimenti per non illudersi e poi sorprendersi e soffrire inaspettate delusioni.

Ho creduto alle parole...
era vento.

Ho creduto al sorriso...

era affettazione.

Ho creduto alla sofferenza...
era vittimismo....

Ho creduto ai gesti...
era formalità.

Ho creduto alla sincerità...

era doppiezza.

Ho creduto all'autenticità...

era maschera.

Ho creduto alla stima...

era opportunismo.

Ho creduto alla riconoscenza...
era tornaconto truccato.

Ho creduto al definitivo...

era stagione.

Ho creduto alla comprensione...

era pietismo.

Ho creduto alla preferenza...
era genericità.
Ho creduto alla realtà...

era miraggio.

Ho creduto all'amore...

era gioco.

il poetuncolo 

 
 
 

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Post n°86 pubblicato il 05 Aprile 2012 da coluci
 

PASQUA

Pesach, passare oltre


... E quante volte deve un uomo guardare in alto
prima di poter vedere il cielo?
La risposta soffia nel vento...

Il messaggio più sconcertante della storia: la fine dell'oppressione, scacco matto al fallimento, sconfitta della morte, il sipario si riapre.

La realtà sembra dire il contrario.

La ragione è perplessa, riluttante, sconvolta, prostrata.

Più della realtà c'è la ragione.

Più della ragione c'è la fede.

Più della fede c'è l'amore.

La profondità dell'amore la si misura quando "vita e morte si sfidano in duello", quando c'è in gioco la vita.
Risorgere è "amare sino alla fine", anche quando non ci amano, anche quando non sentiamo di essere amati.
Risorgere è sperare, anche quando le ombre lunghe del male, dell'impotenza, della disperazione sembrano aver vinto e l'evidenza si staglia lugubre all'orizzonte: malattia, preoccupazione economiche, dramma della disoccupazione, ansia per il futuro, tensioni affettive, relazioni difficili, solitudine, amarezza, a volte disperazione... ma c'è altro in noi, un'energia forse non sempre svelata che attende il nostro sguardo. Portiamo in noi anche semi di resurrezione.
Risorgere è superare i limiti del tempo e dello spazio, essere parte della grande energia creativa che anima l'universo, perderci nell'incomprensibile per ritrovarci, maturare nelle aspettative e nei sogni che il nostro cuore instancabilmente agogna e persegue... entrare nell'eterno "qui" e "oltre" la nostra giornata storica.
La croce è solo la penultima parola. L'amore, e solo l'amore, l'ultima... e, nel dirla, il prima e il dopo, il come e il quando, il dove e il perché svaniscono... risorgere è possibile.
La morte non è nelle nostre mani, la subiamo; la risurrezione appartiene solo a ciascuno di noi, è percorso intimo, misterioso.

Risorgiamo non per fede, ma per amore.

IL MIO AUGURIO SINCERO!

 
 
 

Pagine di diario

Post n°85 pubblicato il 27 Marzo 2012 da coluci
 

GLI OCCHI SONO CIECHI,
BISOGNA CERCARE COL CUORE

Mi sembra che l'uso quasi esclusivo della ragione strumentale-analitica sottoponga il nostro cervello ad una sorta di lobotomia compromettendone la connessione con l'intelligenza emotiva, lì dove esplode pathos, capacità di sentire, di soffrire, di mettere in gioco la propria affettività, di lasciar scorrere la propria sensibilità, di far propri i sentimenti di chi incontriamo. Una dimensione che, per vari motivi, sembra non avere più casa nella nostra anima.
Il vissuto degli altri scorre sullo schermo del cuore e non riesce a lasciare in noi traccia, solo abbozzo di sentimenti paravirtuali; non parliamo poi della sordità strumentale nei confronti della misteriosa sacralità dell'universo e di Gaia.
Per questo vedo l'urgenza di riconquistare nella relazionalità la modalità "COM-PASSIONE". Compassione è identificazione nell'altra/o. Un sentimento attivo non passivo, un protendersi per insinuarsi nell'involucro dell'animo dell'altro, soprattutto se dilaniato dal dolore, per vibrare con lui delle sue vibrazioni, per camminare con lui. A ciò preparava il percorso dei precedenti post.
Circola, a volte, uno strano concetto minimalista di compassione, quello di chi si china superiore o più fortunato (nelle capacità, nei mezzi, nella salute) verso l'inferiore, lo sfortunato, "aver pietà".  Sentirsi ogetto di pietà è umiliante. No, la com-passione è irradiazione di amore paritario, anzi protagonista e artefice di amore è soprattutto chi riceve amore, non chi lo dona. Nella compassione il miracolo non è in chi dona, ma in chi accoglie. Un Io e un Tu che si compenetrano per fecondare un Noi, una scambio circolare di dare e avere, senza prima né dopo, senza più né meno. Il cuore si scaraventa nelle braccia dell'altro e l'altro lo accoglie nelle sue braccia, senza misura se non quella della totalità. Se l'altro gioisce, io gioisco con lui, se l'altro soffre, io soffro con lui e gioia e sofferenza sono complici del medesimo sentire.

La chiusa di una profonda poesia di Candida Proietti recita: "non chiederò più all'amore//l'amore mi chiederà". C'è com-passione quando è amore puro a rapirci, non a rapinarci della nostra soggettività, è anima che si contamina di altra anima, è cuore che pulsa col ritmo dell'altro cuore. Per assurdo, mi verrebbe da dire che compassione è più che amore, perché spesso amore è emozione più che sentimento, più fremito epidermico, foss'anche passionale, più scambio interessato di quanto si possa immaginare. Nella compassione, l'amore è all'apice della gratuità, della nuda verità.
La compassione è stata la virtù personale di Buddha, per il Nazareno il percorso agapico di vita, tant'è che la teologia medioevale la considerava la virtù più alta, sì perché l'amore, che ha varie irradiazioni, in essa raggiunge e accoglie fragilità, che è la  parte più intima e pudica della persona, la meno visibile e la più evitata: è immersione nella condivisione, nelle preoccupazioni, nella sofferenza dell'altro (fisica e morale) e attualizzazione di convivialità con gesti concreti, di vicinanza e aiuto concreto. Mi chino su di te non perché tu hai bisogno di me, ma perché insieme abbiamo bisogno l'uno dell'altro. Non solo, ma è amore che scalza ogni confine religioso, culturale, politico, razziale... là dove c'è sofferenza c'è richiamo di com-unione nella com-passione.
L'umanità è stata artefice di pensiero per meraviglia (Aristotele) o per sofferenza-scissione (Hegel), è stata artefice di sentimenti, di gioia e di pianto, nella com-passione. Solo nella compassione per gli uomini e per il cosmo, l'umanità ritroverà la sua anima e potrà sperare in un futuro dove non saranno gli occhi a vedere "oltre la realtà", ma il cuore.

 
 
 

Pagine di diario

Post n°83 pubblicato il 06 Marzo 2012 da coluci
 

UN IO CHE SA TRASCENDERSI
NEL PUDORE DELLE PAROLE

In genere, di fronte a fatti tragici, disumani, obbrobriosi, inimmaginabili che ripropongono quotidianamente la complessità di relazioni intime e familiari, malate nella spietatezza dei sintomi (le cause di fondo si stenta ad indagarle, anche per paura di toccare verità sedimentate e istituzionalizzate) ci esce spontanea l'espressione "inconcepibile", oppure "assurdo", quasi a voler prendere comprensibilmente le distanze dall'Altro-Mostro con un esplicito giudizio di condanna. Eppure anche questi "altri-mostri" sono volti, sguardi che hanno incrociato altri volti, altri sguardi, magari anche il mio, questi "altri" sono i miei vicini di casa in questa società. E, cosa ne è rimasto? Disgraziatamente, un volto deturpato, sfregiato, sfigurato, succhiato nelle spire della violenza, della esuberanza e prepotenza dell'Io, della gelosia, della vendetta, della brutalità, dell'odio: "l'altro è l'inferno", direbbe Sartre.

Parto dal dramma, dalle profonde sofferenze che comporta la negazione dell'Altro per chiarire subito come sia complicato aprirsi all'alterità. Si possono scrivere le parole più deliziose e poetiche sulla relazionalità tra le cose e le persone, sull'amore, sull'amicizia, sull'empatia, sulle emozioni, sui sogni, sulle passioni, ma l'ALTRO (quello che abita dentro e fuori di noi) rimane sempre il grande Sconosciuto, mai si riuscirà a raggiungerlo in modo esaustivo; persisterà sempre una zona buia, ombrosa, dove si nasconde parte del mistero dell'ALTRO, un mistero che si riesce solo e in rari casi a sfiorare, anche quando l'altra/o sia soggetto di profondo amore. Se non si trova lo spiraglio per fare un po' di luce sull'Altro che è in noi, diventa arduo aprirsi all'Altro fuori di noi.

Questa consapevolezza non ci deve però scoraggiare, semmai indurre a individuare l'ambito e le modalità più adeguate perché l'Altro da minaccia del mio Io si trasformi in creazione-fermento-lievito di una "Soggettività allargata che vada oltre il mio Io", un Io che sappia trascendersi.
Per limiti di tempo e spazio, nonché culturali, tratteggio due veloci e un po' farraginosi spunti.

Come aprirmi all'altro?

1) FARE IL VUOTO DENTRO PRIVILEGIANDO IL SILENZIO. Come nell'essere c'è il germe dell'alterità, così nel silenzio c'è il germe della parola. Per aprirci all'altro (in noi e fuori di noi) è importante allenarci a tacitare il rumore ingombrante e stordente del monologo dell'Io sperdendolo nel Silenzio, un silenzio voluto, cercato... non assenza di azione interiore, ma pienezza di spirito. Prima (un prima a-cronologico) di tutto c'è il Silenzio, da lì sboccia la parola che comunica. Nel Silenzio del mio Io si genera la presenza dell'altro. L'altro mi è davanti, è invito ad entrare senza annullarmi, è orizzonte, è oltre, è parola non detta ma dicibile; spesso non lo si vede perché il nostro sguardo è autoreferente, è ripetitivamente fisso sul nostro ombelico, non lo sentiamo perché la sua parola che nasce dal silenzio è confusa dallo schiamazzo delle nostre mille parole edite: genetiche, ideologiche, culturali, religiose, psichiche, affaristiche; murato dalle seducenti melodie dei nostri affetti possessivi e blindati strutturalmente. Parole regolate da una grammatica che s-comunica, che esclude più che promuovere l'incontro nella diversità: razze, generi, ruoli... Come lasciarci invadere dalla luce di un nuovo sguardo, di "un volto visitazione", direbbe Levinas? Come sentire il soffio creativo della brezza? Questo può avvenire solo in uno spazio sgombro, silenzioso. Solo il silenzio sa aprirci a nuova parola, all'altro, all'abbraccio dell'incontro. Nel silenzio possiamo udire il linguaggio delle "altre" cose, perché "conoscere i segreti delle cose" (così scrive Tomaso da Celano parlando di S. Francesco) è di chi non le ha asservite e rese mute ai propri interessi, alle proprie voglie, ai propri vittimismi, al proprio dominio, ma di chi le ha rispettate, accudite e amate con cura e delicatezza. Chi avesse tempo e voglia, si gusti l'incantevole e realistica poesia di Alda Merini "Ho bisogno di silenzio".

2) AVERE IL PUDORE DELLE PAROLE. La parola è "simbolo" (synballein = mettere insieme due cose), richiamo e manifestazione, segmento edito dell'inedito, risonanza di un suono primordiale. La parola che comunica è velo che copre e velo che scopre; indica, segnala, esprime qualcosa, non il tutto, rivela in parte ciò che sta prima. Con uno strano ossimoro, si potrebbe dire che è la notte a generare il giorno. Il senso delle parole che comunicano vita inizia quando esse finiscono, come queste mie povere parole possono trovare senso nel momento che ripiomberanno nel silenzio intimo di chi le avrà lette. Nelle parole si decide la misura di apertura o di chiusura verso l'altro, per questo è ben farne uso soppesato, attento, pudico. Le parole più autentiche sono quelle che nascono dal silenzio dell'Io, perché non lo svelano in tutta la sua intimità, o peggio, non lo mascherano in schiamazzo. La grandezza delle parole che danno vita e che favoriscono incontro sta nella profondità del silenzio in cui prendono forma. Parafrasando S. Agostino: se mi chiedete chi è l'altro, non lo so, se non me lo chiedete, lo so. Come dire: mi apro veramente all'altro se comunico con "il prima delle parole", con ciò che le parole non dicono. E ciò che le parole non sanno dire è riposto in quella zona preziosa e nascosta della mia identità dove si originano i sentimenti più puri, dove si schiude Amore, come COM-PASSIONE.
Nel prossimo post.

 
 
 

Pagine di diario

Post n°82 pubblicato il 21 Febbraio 2012 da coluci
 

Quando l'Altro mi è estraneo


«Il vivere mi inorridisce
e affascina
siamo minimi microbi
in bilico distratto
tra disperazione e presunzione».

Danilo Dolci

Una confidenza: quando anni fa discussi la tesi in filosofia teoretica mi fu negata la lode motivando il diniego per la sprovvedutezza nell'aver contestato la posizione dell'intoccabile S. Tommaso attorno ai tre trascendentali. Sostenevo infatti che è sostanziale all'Essere anche l'ALTERITÀ oltre all'Unità, Verità, Bontà (Bellezza). Ed oggi ne sono ancora più convinto. Questione di lana caprina? Per nulla, perché il pensiero (anche filosofico) ha ricadute sul nostro vivere quotidiano, sui rapporti personali più di quanto possiamo pensare, anche se non sempre ne siamo lucidamente consapevoli. Riflettere in proprio e in semplicità non fa male, forse, a volte, confonde, ma meglio essere mossi da interrogativi che rimanere beati nell'apatia, nella ripetitività e nel consueto e stereotipato.
E per questo continuo la mia chiacchierata (sinteticissima e lacunosa) attorno alla ricerca del "chi siamo".

All'inizio di queste mie riflessioni scrivevo che "non solo il re è nudo (il modello di sistema), ma anche la nostra convivenza è nuda", cioè la relazionalità è malata. Per questo trovo fondamentale interrogarmi sul senso del mio "esserci con e tra... Altri".
L'uomo nel suo essere cosmo, terra, cielo è "essere in relazione", essere aperto al Mondo e sul Mondo.
Nel suo essere Parte del Tutto si sfila l'Alterità, una determinazione cui non si può sfuggire, come strumentisti in un'orchestra. Siamo costituzionalmente Relazione, siamo "fitta trama di rapporti" (Buber). Alterità è più che un concetto astratto o una parola: l'Altra/o è un essere in carne e ossa, una mente e un cuore che vibrano, luogo di emozioni e sentimenti, di ansie, di gioie e sofferenze, di tensioni ideali e di scelte concrete, vissuto... l'Altro è anche organismo (Terra e Cielo) che coesiste con me, domicilio del mio generarmi e svilupparmi.
Siamo esseri coscienti, liberi e con una duplice possibilità,
quella di negare ciò che siamo o evolverci in ciò che siamo: chiuderci alla relazione o aprirci alla relazione. Comincio dalla prima.

Mi chiudo alla relazione quando nego ciò che è "al di fuori" di me, cose e soggetti (persone), rinserrandomi nel mio individualismo, egocentrismo, egolatria: l'altro non esiste perché lo rifiuto o mi è indifferente, non è importante per me. Aristotele scriveva: "chi non ha bisogno di nulla, bastando a se stesso, non è parte di una città, ma è una belva o un dio". La crisi che stiamo vivendo dal punto di vista antropologico, sociologico, politico, economico ci dà motivi non irrilevanti per sottoscrivere questa affermazione.
L'individualità, che non può che costruirsi nell'abbraccio con l'alterità (Io-Tu), è infettata dal virus malefico dell'
individualismo, la correlazione-integrazione (Io-Esso) con l'ambiente è infettata dal virus malefico della manipolazione strumentale: tutto è "cosificato", funzionale all'interesse utilitaristico. La negazione dell'Alterità.
L'altra faccia della medaglia è un sentimento diffuso di SOLITUDINE, "malattia dell'esistere": una situazione concreta, tragica che invade il cuore di persone, giovani e meno giovani. Non bastiamo a noi stessi. La solitudine che separa, che esclude è condanna di esistere, come abbiamo testimonianza anche nella poetica leopardiana, intrisa di pessimismo esistenziale.

Se la vita è sventura, perché da noi si dura? [...]
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell'esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors'altri; a me la vita è male.

(Canto notturno di un pastore errante dell'Asia)

 
Il vivere con gli altri, quando l'Altro è il grande sconosciuto o la nostra condanna, sarà un "vivere - per - la morte" (Heidegger). L'Altro: esito di morte per me.
L'attivismo che contraddistingue l'agitarsi attuale e il dimenarsi convulso (spesso senza senso) in una società mai doma di rincorrersi non è forse tentativo di fuga dall'Altro, perché l'Altro è minaccia, imbarazzo, ci interroga, ci disagia, provoca la nostra Soggettività? Al massimo, ci si sfiora per paura di toccarsi (contaminarsi umanamente).
La seduzione personale e istituzionale, pilotata senza ritegno anche attraverso i mass media, non è forse manipolazione utilitaristica e spesso spudorata dell'Altro?
L'aggressività dilagante, la violenza dissennata, lo sfregio e lo stupro di corpi illibati non è forse negazione dell'Altro, grido strozzato di impotenza e disperazione, lacrime inasciugabili?
Il becerismo razzista (anche se edulcorato da pseudogiustificazioni) nei confronti delle diversità non è forse cecità, tracotanza culturale, paura dell'Alterità?
La cinica prepotenza del capitale che getta in miseria e condanna alla morte per fame milioni di bambini, mamme, babbi non è forse disconoscimento e disprezzo dell'Altro?
La ricerca esclusiva del proprio interesse economico che abbandona ad un destino di ansiosa incertezza migliaia di lavoratori, famiglie, visi smarriti, pianto, tragedie non è forse fredda noncuranza, insensibilità nei confronti dell'Altro?
La follia dello sfruttamento selvaggio, dello scempio e della manomissione dell'habitat non è forse rinnegare l'Alterità generatrice, l'humus che alimenta la convivenza?.. e, purtroppo, si potrebbe continuare.

La morte dell'Altro è il canto stonato e funereo del cigno, è anche la mia morte, la morte di tutti.

Ma vi è un'altra possibilità: aprirci all'Altro e "vivere-per-la vita". Alla prossima.

 
 
 

Pagine di diario

Post n°81 pubblicato il 15 Febbraio 2012 da coluci
 

Piedi per terra e sguardo in cielo


Poesia di Candida Proietti

Ogni spiegazione del singolo elemento
presuppone la comprensione del Tutto...
Non esiste un dialogo
in cui la lingua sia già pronta:
bisogna trovarla.

H. G. Gadamer

Alzo gli occhi e vedo il Cielo. Il cielo è ciò che sta al di sopra delle nostre teste: firmamento, volta celeste con stelle, galassie, via lattea, luna, asteroidi, pianeti.
Secondo le attuali conoscenze scientifiche il Cielo è anch'esso, come la Terra, Cosmo, componente di quel Tutto generato dal big bang primordiale. Espansione regolata da quattro forze (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare debole e forte) immutabili e armoniche: un processo ordinato e misterioso (la scienza qui tace: chi le ha stabilite? quale il principio regolatore?). Il cosmo vive, il cosmo è pregno di coscienza evolutiva, in se stesso porta il sigillo della sua finalità.

Sono Cielo

Cosmo: Terra, Cielo. Nel Tutto c'è la Parte, così come nella Parte c'è il Tutto. Dualità che unisce e distingue, dualità che attrae e scioglie, dualità che non oppone ma correla, interazione feconda. E, per stare alla metafora della favola-mito, Terra e Cielo in ognuno di noi si seducono, si abbracciano e baciano, in una tensione - a volte conflittuale per nostra scelta - che cerca amplesso, unione.
Siamo Terra e siamo Cielo, radicati coi piedi sul pianeta Terra, ancorati con la mente e col cuore nel Cielo. L'"oltre", l'"alto" ci tenta, ci invaghisce, perché è nell'apertura dei petali la ragione delle radici.
La Terra è "casa", il Cielo è "viaggio": materia e spirito, corpo e mente, prassi e teoria, finito e infinito, stabilità e sogno, razionalità e sentimento, ésprit de geometrie e ésprit de finesse, Yin e Yang.

Come la Terra, anche il Cielo ha scritto e scrive la Storia dell'umanità, la nostra personale storia.
Alcune espressioni che popolano il nostro dire: "Volare in cielo, guardare in alto, toccare il cielo, andare in cielo, alzare gli occhi al cielo, mescolare il mare con il cielo, cadere dalle nuvole, essere al settimo cielo, apriti cielo!, lo sa il cielo!, volesse il cielo!, ringraziare il cielo, piovere dal cielo, portare al cielo, salire al cielo, non voglia il cielo... essere o arrivare o andare alle stelle, dalle stelle alle stalle, essere la buona stella di qualcuno, diventare una stella, portare alle stelle, seguire la propria stella, arrivare alle stelle, scritto nelle stelle, nascere sotto la buona stella, ringraziare le stelle... " per non parlare di quanto spazio nel nostro immaginario ispirativo occupi la Luna. Il cielo è dentro alle nostre parole.

Nel Cielo è scritta la nostra dimensione TRASCENDENTALE, in lui si libra il nostro spirito, in lui si liberano desideri, sogni, aspirazioni, progetti, scritti inediti dell'intimo, sulla sua tela disegniamo paesaggi d'anima, per la sua ispirazione alziamo canti poetici, verso di lui siamo protesi tra definito e indefinito, tra storia e utopia.
È il nostro limite, la nostra imperfezione ad invocare l'infinità del Cielo. La nostra imperfezione, le nostre fragilità sono brodo primordiale della nostra espansione ideale e celestiale: esplode sogno di libertà laddove regna prigionia, si espande sogno d'amore laddove amore è incapsulato, inibito, soffocato (emotivamente e strutturalmente).
Quanto è disatteso e oggetti di scherno il Cielo!!! Quanti rifuggono alla sua attrazione, al suo incanto!!! Preferiscono strisciare come serpenti che volare come aquile!!! Il Cielo destruttura, sorprende, impaurisce, il Cielo è vento interiore senza patria, senza confini  L'essenza dell'essere umano è stupendamente anche Cielo ("fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza").

Ma, anche il Cielo è parte nel cosmo della propria individualità, non è il Tutto, va accolto e rispettato, frequentato con sensibilità e intelligenza, non lo si può tentare col nostro titanismo, menomandolo con evanescente utopismo o andando a caccia di farfalle, abbandonandoci a pure ed effimere fantasie: è rischioso avvicinarsi al sole dimenticandosi della terra, ci si brucia le ali. Le illusioni non sono Cielo, sono patologia celeste, narcisismo dell'inconsistenza, voli chimerici; ci regalano solo frustrazione, amarezza, se non disperazione. Separare, rompere, discordare l'armonia tra Cielo e Terra, è esporsi all'instabilità esistenziale, alla follia distruttiva, alla mostruosità della pretesa onnipotenza umana, è rifugiarsi in antropocentrismo supponente e deleterio.
La Terra è memoria del limite, il Cielo è richiamo dell'illimitato. Questa la dualità arricchente, esaltante, faticosa dell'essere umano.
E ognuno di noi, essere speciale, si dibatte "piedi per terra e sguardo in cielo" tra realtà e sogno, tra finito e infinito, tra fato e destino.

Nel ripensarmi, qui sono arrivato e da qui riparto, per continuare a ripensarmi: "essere tra esseri... co-esistente, con-vivente... cuore dischiuso". Alla prossima.

 
 
 

Pagine di diario

Post n°80 pubblicato il 09 Febbraio 2012 da coluci
 

CHI SONO

Sono polvere cosmica
in me pulsa l'universo

"Soltanto quando capirai
 la sacralità della Terra
diventerai veramente 
un essere umano...

è il primo passaggio
per vivere la vita
in pienezza
"

Hernan Huarache Mamani

I personaggi mitologici (Giove, Terra, Saturno) della favola-mito sulla Cura sono metafore figurative che esprimono "dimensioni originarie" (archetipi) presenti in ogni essere umano. In altri termini, aspetti energetici che informano strutturalmente l'identità di ognuno nel suo "esserci" nella storia: siamo Terra (storia), Cielo (trascendenza). Non proiezioni immaginarie ma reali.
In questo post mi limito, con semplificazioni, al primo aspetto: siamo figli di Madre Terra.

Sono Cosmo

Siamo parte dell'Universo, sua risonanza, frutto di un processo cosmico tuttora in espansione e che, secondo la scienza, ha avuto origine miliardi di anni fa dall'esplosione-espansione (big bang) di un concentrato incommensurabile di energia, formando spazio e tempo, conseguenze del movimento espansivo. La prima sintesi energetica era costituita da idrogeno e elio (brodo primordiale): utero universale entro cui si annidavano "in potenza" stupefacenti possibilità di ulteriore evoluzione. Quell'energia si è poi raffreddata materializzandosi prima in stelle rosse con elementi pesanti (ossigeno, azoto, carbonio, silicio... che circolano anche nel nostro sangue) e in galassie, stelle, pianeti; di questi non tutti conservano gli elementi pesanti, solo la Terra ha caratteristiche peculiari e eccezionali.

Sono Terra

La Terra è parte privilegiata del cosmo che conosciamo, perché luogo di evoluzione della materia in strutture sempre più complesse (biologiche) sino alla fioritura della vita (3,8 miliardi di anni fa) in tutte le sue forme: quella umana si ipotizza possa datarsi a dieci milioni di anni fa in Africa.

In ognuno di noi è concentrato il cosmo nella sua massima evoluzione: homo sapiens, ma anche demens, come del resto è la dualità presente in tutto l'universo (dualità come diversità nell'unità e non separazione), grazie al parto di Madre Terra (Pacha Mama), madre accogliente e dolce, ma anche severa e dura.
Siamo figli della Terra, che tutto genera e tutto accoglie nel suo seno. Pulsiamo mirabilmente delle sue pulsazioni. Quella pietra che sta è un concentrato della sua stabilità, quelle acque che lisciano tra turbolenza e calma la sua superficie sono concentrato della sua vivace e sferzante esuberanza, quel tramonto che incanta è un concentrato della sua bellezza, quel fiore che profuma è un concentrato della sua fragranza, quel miagolìo che mi seduce è un concentrato della sua voce, quella carezza che mi sfiora è un concentrato del suo amore, così come quel pianto disperato è un concentrato della sua sofferenza. Madre Terra è viva, è in noi.

Del suo "fango" è figlia la nostra strabiliante corporeità: mente, cuore, spirito e nel suo alveo si è sviluppata e forgiata la STORIA dell'UMANITÀ, hanno visto alba e tramonto innumerevoli CIVILTÀ.

Quando si accantona la coscienza di questa unione ombelicale, si tradisce l'essenza umana. E ciò è avvenuto e avviene ogniqualvolta l'uomo si dimentica che è Terra, o, peggio, si colloca "al di sopra" di essa, vuol esserne padrone, competere con essa, dominarla, violentarla manomettendola in modo insensato (antropocentrismo).

La Terra va ascoltata rispettosamente, interpretata con saggezza, amata, SENTITA (partecipazione mistica, direbbe Jung) a volte, anche misuratamente contrastata nella sua forza distruttiva. E la posso sentire perché Io sono speciale amalgama dei suoi elementi costitutivi (fisico-chimici, biologici), nonché scansione armonica e disarmonica dei suoi ritmi. C'è necessità di re-imparare a dialogare con la Terra se si vuol dialogare in profondità con noi stessi.
Se saprò essere catturato da tale consapevolezza in me la sensibilità scoccherà connaturale; mi percepirò come rispettoso e pacifico compagno di viaggio in una comunità complessa costituita e unita dalla vitalità di minerali, vegetali, miriadi di organismi, animali e umani, mi alimenterò dei prodotti che generosamente elargisce, sarò parte della sua forza magica e, a volte, minacciosa, mi beerò e mi immalinconirò dei suoi quadri stagionali, poetizzerò (poiesis) gioia e tristezza attraverso i suoi simbolismi emotivi, la interpreterò con cognizione nella buona o nella cattiva sorte degli eventi, mi sintonizzerò compassionevolmente con i suoi cicli di vita e di morte, e sarò coartefice di una spiritualità e convivenza umana che sia afflato del suo stesso respiro.
Saprò abitarla nel mio limite geografico, climatico, culturale non come prigioniero di un luogo, ma come punto fermo di osservazione aperto al pianeta e all'universo, alla "casa comune", consapevole che la zolla da cui sono nato è Madre Terra: questa la mia radice identitaria come essere umano. Il nostro corpo: memoria ancestrale. Sarò della Terra figlia/o responsabile.

Nel ripensarmi, da qui parto.

 
 
 
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