TUTTI I GRANDI SONO STATI BAMBINI
Musical teatrale "Tutti i grandi sono stati bambini"
Scene: pozzo-morte-finale
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LA VITA È TRASFORMAZIONE L'esistenza è un susseguirsi di trasformazioni psico-fisiche, culturali, sociali, sentimentali, morali, spirituali: alcune volute, altre subite, alcune profonde, altre epidermiche, alcune abbelliscono il cuore, altre lo abbruttiscono, alcune liberano lo spirito, altre lo schiavizzano. Ogni mutamento sorprende, provoca, destabilizza. Esorcizzare, aver PAURA delle trasformazioni è FERMARE LA VITA. Le tre metamorfosi di Nietzsche Le trasformazioni metaforiche dello spirito nel suo sviluppo sono: cammello, leone, il fanciullo. Il cammello ha la capacità di portare su di sé i pesi più gravosi, è lo spirito che piega le ginocchia. Vuol essere sottoposto sempre a compiti gravosi. È il senso del "dovere". Tutta la sua volontà è concentrata sull'imperativo "io devo", perché tutti i valori sono già stati creati. In questa prima metamorfosi il dovere imprigiona la volontà, la tiene schiava. Ma lo spirito raggiunge nel deserto la sua più profonda solitudine; qui lo spirito si trasforma in un leone, un predatore di libertà per essere signore del proprio destino, il diritto di creare nuovi valori. Non dice più "io devo" ma "io voglio". La libertà del leone è "libertà da" vecchi valori, non ancora "libertà di" nuovi valori. Allora lo spirito si trasforma in un fanciullo. Il fanciullo è innocente, crea, fantastica, gioca, è libero di creare il proprio mondo, nuovi valori. Il fanciullo ama, sogna, spera, guarda avanti: è inventore, poeta, artista, porta in sé la gioia di vivere... lo spirito è libertà. (liberamente tratto e rielaborato da "Così parlò Zarathustra") |
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E succede... LA PRIMAVERA DELL'AMORE
giovane affascinante, acuta, aperta, dolce, solare, fantasiosa, passionale...
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FREGARSENE A questo mondo vi sono solo due tragedie: (Oscar Wilde Ho vissuto in questi giorni un'esperienza che mi ha lasciato dell'amaro in bocca... ed è motivo di questa breve constatazione. Fregarsene degli altri, in alcune circostanze, è bene, perché alcune persone stanno bene se non si scombina il loro quieto vivere e non si destabilizza (l'amore è destabilizzante!) la loro pretesa di autosufficienza, fregandocene di loro. Magari poi, a chiacchiere, si profondono in lamentazioni per essere poco considerate. Perché??? Potrei ipotizzare alcune cause, ma sospendo ogni valutazione, perché è un loro problema. Per quanto mi riguarda, penso che non sempre la generosità, la mano tesa, l'amore è ciò che l'altra/o desidera. Ed allora è opportuno defilarsi, tirare i remi in barca e lasciare campo alla decisione libera altrui. Avrà i suoi motivi, che, in genere, difficilmente esplicita, ma che lascia ben intendere con i suoi sottili e scaltri atteggiamenti. Sta a me farmene una ragione, perché è proprio fregandomene di lei/lui che anch'io starò meglio e sarà almeno un modo per limare ulteriormente il mio egocentrismo che, spinto da affetto, entra a gamba tesa supponendo che sia bene ciò che IO vedo come bene e invece non è ciò che piace all'altra/o. Ognuno è libero di gestirsi la vita come meglio crede, ma questo allora vale anche per me... per questo è opportuno che me ne freghi. Non posso esimermi però, socraticamente, da un interrogativo: vi sono forse persone che non sanno o non vogliono "lasciarsi amare"?... o, meglio, preferiscono "lasciarsi amare unicamente come vorrebbero essere amate/i" dimenticando che l'amore è ambivalenza e complicità... o, meglio ancora, non fuggono all'amore, perché "amarSI" è più facile che "amare"? |
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IL BLUFF DEI SENTIMENTI Ciò che si nasconde dietro alle relazioni non è sempre facilmente decifrabile. È bene, a volte, fare chiarezza nel mondo dei propri sentimenti per non illudersi e poi sorprendersi e soffrire inaspettate delusioni. Ho creduto alle parole... il poetuncolo |
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PASQUA Pesach, passare oltre ... E quante volte deve un uomo guardare in alto Il messaggio più sconcertante della storia: la fine dell'oppressione, scacco matto al fallimento, sconfitta della morte, il sipario si riapre. La realtà sembra dire il contrario. La ragione è perplessa, riluttante, sconvolta, prostrata. Più della realtà c'è la ragione. Più della ragione c'è la fede. Più della fede c'è l'amore. La profondità dell'amore la si misura quando "vita e morte si sfidano in duello", quando c'è in gioco la vita. Risorgiamo non per fede, ma per amore. IL MIO AUGURIO SINCERO! |
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GLI OCCHI SONO CIECHI, Mi sembra che l'uso quasi esclusivo della ragione strumentale-analitica sottoponga il nostro cervello ad una sorta di lobotomia compromettendone la connessione con l'intelligenza emotiva, lì dove esplode pathos, capacità di sentire, di soffrire, di mettere in gioco la propria affettività, di lasciar scorrere la propria sensibilità, di far propri i sentimenti di chi incontriamo. Una dimensione che, per vari motivi, sembra non avere più casa nella nostra anima. La chiusa di una profonda poesia di Candida Proietti recita: "non chiederò più all'amore//l'amore mi chiederà". C'è com-passione quando è amore puro a rapirci, non a rapinarci della nostra soggettività, è anima che si contamina di altra anima, è cuore che pulsa col ritmo dell'altro cuore. Per assurdo, mi verrebbe da dire che compassione è più che amore, perché spesso amore è emozione più che sentimento, più fremito epidermico, foss'anche passionale, più scambio interessato di quanto si possa immaginare. Nella compassione, l'amore è all'apice della gratuità, della nuda verità. |
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UN IO CHE SA TRASCENDERSI In genere, di fronte a fatti tragici, disumani, obbrobriosi, inimmaginabili che ripropongono quotidianamente la complessità di relazioni intime e familiari, malate nella spietatezza dei sintomi (le cause di fondo si stenta ad indagarle, anche per paura di toccare verità sedimentate e istituzionalizzate) ci esce spontanea l'espressione "inconcepibile", oppure "assurdo", quasi a voler prendere comprensibilmente le distanze dall'Altro-Mostro con un esplicito giudizio di condanna. Eppure anche questi "altri-mostri" sono volti, sguardi che hanno incrociato altri volti, altri sguardi, magari anche il mio, questi "altri" sono i miei vicini di casa in questa società. E, cosa ne è rimasto? Disgraziatamente, un volto deturpato, sfregiato, sfigurato, succhiato nelle spire della violenza, della esuberanza e prepotenza dell'Io, della gelosia, della vendetta, della brutalità, dell'odio: "l'altro è l'inferno", direbbe Sartre. Parto dal dramma, dalle profonde sofferenze che comporta la negazione dell'Altro per chiarire subito come sia complicato aprirsi all'alterità. Si possono scrivere le parole più deliziose e poetiche sulla relazionalità tra le cose e le persone, sull'amore, sull'amicizia, sull'empatia, sulle emozioni, sui sogni, sulle passioni, ma l'ALTRO (quello che abita dentro e fuori di noi) rimane sempre il grande Sconosciuto, mai si riuscirà a raggiungerlo in modo esaustivo; persisterà sempre una zona buia, ombrosa, dove si nasconde parte del mistero dell'ALTRO, un mistero che si riesce solo e in rari casi a sfiorare, anche quando l'altra/o sia soggetto di profondo amore. Se non si trova lo spiraglio per fare un po' di luce sull'Altro che è in noi, diventa arduo aprirsi all'Altro fuori di noi. Questa consapevolezza non ci deve però scoraggiare, semmai indurre a individuare l'ambito e le modalità più adeguate perché l'Altro da minaccia del mio Io si trasformi in creazione-fermento-lievito di una "Soggettività allargata che vada oltre il mio Io", un Io che sappia trascendersi. Come aprirmi all'altro? 1) FARE IL VUOTO DENTRO PRIVILEGIANDO IL SILENZIO. Come nell'essere c'è il germe dell'alterità, così nel silenzio c'è il germe della parola. Per aprirci all'altro (in noi e fuori di noi) è importante allenarci a tacitare il rumore ingombrante e stordente del monologo dell'Io sperdendolo nel Silenzio, un silenzio voluto, cercato... non assenza di azione interiore, ma pienezza di spirito. Prima (un prima a-cronologico) di tutto c'è il Silenzio, da lì sboccia la parola che comunica. Nel Silenzio del mio Io si genera la presenza dell'altro. L'altro mi è davanti, è invito ad entrare senza annullarmi, è orizzonte, è oltre, è parola non detta ma dicibile; spesso non lo si vede perché il nostro sguardo è autoreferente, è ripetitivamente fisso sul nostro ombelico, non lo sentiamo perché la sua parola che nasce dal silenzio è confusa dallo schiamazzo delle nostre mille parole edite: genetiche, ideologiche, culturali, religiose, psichiche, affaristiche; murato dalle seducenti melodie dei nostri affetti possessivi e blindati strutturalmente. Parole regolate da una grammatica che s-comunica, che esclude più che promuovere l'incontro nella diversità: razze, generi, ruoli... Come lasciarci invadere dalla luce di un nuovo sguardo, di "un volto visitazione", direbbe Levinas? Come sentire il soffio creativo della brezza? Questo può avvenire solo in uno spazio sgombro, silenzioso. Solo il silenzio sa aprirci a nuova parola, all'altro, all'abbraccio dell'incontro. Nel silenzio possiamo udire il linguaggio delle "altre" cose, perché "conoscere i segreti delle cose" (così scrive Tomaso da Celano parlando di S. Francesco) è di chi non le ha asservite e rese mute ai propri interessi, alle proprie voglie, ai propri vittimismi, al proprio dominio, ma di chi le ha rispettate, accudite e amate con cura e delicatezza. Chi avesse tempo e voglia, si gusti l'incantevole e realistica poesia di Alda Merini "Ho bisogno di silenzio". 2) AVERE IL PUDORE DELLE PAROLE. La parola è "simbolo" (synballein = mettere insieme due cose), richiamo e manifestazione, segmento edito dell'inedito, risonanza di un suono primordiale. La parola che comunica è velo che copre e velo che scopre; indica, segnala, esprime qualcosa, non il tutto, rivela in parte ciò che sta prima. Con uno strano ossimoro, si potrebbe dire che è la notte a generare il giorno. Il senso delle parole che comunicano vita inizia quando esse finiscono, come queste mie povere parole possono trovare senso nel momento che ripiomberanno nel silenzio intimo di chi le avrà lette. Nelle parole si decide la misura di apertura o di chiusura verso l'altro, per questo è ben farne uso soppesato, attento, pudico. Le parole più autentiche sono quelle che nascono dal silenzio dell'Io, perché non lo svelano in tutta la sua intimità, o peggio, non lo mascherano in schiamazzo. La grandezza delle parole che danno vita e che favoriscono incontro sta nella profondità del silenzio in cui prendono forma. Parafrasando S. Agostino: se mi chiedete chi è l'altro, non lo so, se non me lo chiedete, lo so. Come dire: mi apro veramente all'altro se comunico con "il prima delle parole", con ciò che le parole non dicono. E ciò che le parole non sanno dire è riposto in quella zona preziosa e nascosta della mia identità dove si originano i sentimenti più puri, dove si schiude Amore, come COM-PASSIONE. |
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Quando l'Altro mi è estraneo «Il vivere mi inorridisce Danilo Dolci Una confidenza: quando anni fa discussi la tesi in filosofia teoretica mi fu negata la lode motivando il diniego per la sprovvedutezza nell'aver contestato la posizione dell'intoccabile S. Tommaso attorno ai tre trascendentali. Sostenevo infatti che è sostanziale all'Essere anche l'ALTERITÀ oltre all'Unità, Verità, Bontà (Bellezza). Ed oggi ne sono ancora più convinto. Questione di lana caprina? Per nulla, perché il pensiero (anche filosofico) ha ricadute sul nostro vivere quotidiano, sui rapporti personali più di quanto possiamo pensare, anche se non sempre ne siamo lucidamente consapevoli. Riflettere in proprio e in semplicità non fa male, forse, a volte, confonde, ma meglio essere mossi da interrogativi che rimanere beati nell'apatia, nella ripetitività e nel consueto e stereotipato. All'inizio di queste mie riflessioni scrivevo che "non solo il re è nudo (il modello di sistema), ma anche la nostra convivenza è nuda", cioè la relazionalità è malata. Per questo trovo fondamentale interrogarmi sul senso del mio "esserci con e tra... Altri". Mi chiudo alla relazione quando nego ciò che è "al di fuori" di me, cose e soggetti (persone), rinserrandomi nel mio individualismo, egocentrismo, egolatria: l'altro non esiste perché lo rifiuto o mi è indifferente, non è importante per me. Aristotele scriveva: "chi non ha bisogno di nulla, bastando a se stesso, non è parte di una città, ma è una belva o un dio". La crisi che stiamo vivendo dal punto di vista antropologico, sociologico, politico, economico ci dà motivi non irrilevanti per sottoscrivere questa affermazione. Se la vita è sventura, perché da noi si dura? [...] (Canto notturno di un pastore errante dell'Asia) La morte dell'Altro è il canto stonato e funereo del cigno, è anche la mia morte, la morte di tutti. |
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Piedi per terra e sguardo in cielo Poesia di Candida Proietti Ogni spiegazione del singolo elemento H. G. Gadamer Alzo gli occhi e vedo il Cielo. Il cielo è ciò che sta al di sopra delle nostre teste: firmamento, volta celeste con stelle, galassie, via lattea, luna, asteroidi, pianeti. Sono Cielo Cosmo: Terra, Cielo. Nel Tutto c'è la Parte, così come nella Parte c'è il Tutto. Dualità che unisce e distingue, dualità che attrae e scioglie, dualità che non oppone ma correla, interazione feconda. E, per stare alla metafora della favola-mito, Terra e Cielo in ognuno di noi si seducono, si abbracciano e baciano, in una tensione - a volte conflittuale per nostra scelta - che cerca amplesso, unione. Come la Terra, anche il Cielo ha scritto e scrive la Storia dell'umanità, la nostra personale storia. Nel Cielo è scritta la nostra dimensione TRASCENDENTALE, in lui si libra il nostro spirito, in lui si liberano desideri, sogni, aspirazioni, progetti, scritti inediti dell'intimo, sulla sua tela disegniamo paesaggi d'anima, per la sua ispirazione alziamo canti poetici, verso di lui siamo protesi tra definito e indefinito, tra storia e utopia. Ma, anche il Cielo è parte nel cosmo della propria individualità, non è il Tutto, va accolto e rispettato, frequentato con sensibilità e intelligenza, non lo si può tentare col nostro titanismo, menomandolo con evanescente utopismo o andando a caccia di farfalle, abbandonandoci a pure ed effimere fantasie: è rischioso avvicinarsi al sole dimenticandosi della terra, ci si brucia le ali. Le illusioni non sono Cielo, sono patologia celeste, narcisismo dell'inconsistenza, voli chimerici; ci regalano solo frustrazione, amarezza, se non disperazione. Separare, rompere, discordare l'armonia tra Cielo e Terra, è esporsi all'instabilità esistenziale, alla follia distruttiva, alla mostruosità della pretesa onnipotenza umana, è rifugiarsi in antropocentrismo supponente e deleterio. Nel ripensarmi, qui sono arrivato e da qui riparto, per continuare a ripensarmi: "essere tra esseri... co-esistente, con-vivente... cuore dischiuso". Alla prossima. |
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CHI SONO Sono polvere cosmica "Soltanto quando capirai
la sacralità della Terra I personaggi mitologici (Giove, Terra, Saturno) della favola-mito sulla Cura sono metafore figurative che esprimono "dimensioni originarie" (archetipi) presenti in ogni essere umano. In altri termini, aspetti energetici che informano strutturalmente l'identità di ognuno nel suo "esserci" nella storia: siamo Terra (storia), Cielo (trascendenza). Non proiezioni immaginarie ma reali. Sono Cosmo Siamo parte dell'Universo, sua risonanza, frutto di un processo cosmico tuttora in espansione e che, secondo la scienza, ha avuto origine miliardi di anni fa dall'esplosione-espansione (big bang) di un concentrato incommensurabile di energia, formando spazio e tempo, conseguenze del movimento espansivo. La prima sintesi energetica era costituita da idrogeno e elio (brodo primordiale): utero universale entro cui si annidavano "in potenza" stupefacenti possibilità di ulteriore evoluzione. Quell'energia si è poi raffreddata materializzandosi prima in stelle rosse con elementi pesanti (ossigeno, azoto, carbonio, silicio... che circolano anche nel nostro sangue) e in galassie, stelle, pianeti; di questi non tutti conservano gli elementi pesanti, solo la Terra ha caratteristiche peculiari e eccezionali. Sono Terra La Terra è parte privilegiata del cosmo che conosciamo, perché luogo di evoluzione della materia in strutture sempre più complesse (biologiche) sino alla fioritura della vita (3,8 miliardi di anni fa) in tutte le sue forme: quella umana si ipotizza possa datarsi a dieci milioni di anni fa in Africa. In ognuno di noi è concentrato il cosmo nella sua massima evoluzione: homo sapiens, ma anche demens, come del resto è la dualità presente in tutto l'universo (dualità come diversità nell'unità e non separazione), grazie al parto di Madre Terra (Pacha Mama), madre accogliente e dolce, ma anche severa e dura. Del suo "fango" è figlia la nostra strabiliante corporeità: mente, cuore, spirito e nel suo alveo si è sviluppata e forgiata la STORIA dell'UMANITÀ, hanno visto alba e tramonto innumerevoli CIVILTÀ. Quando si accantona la coscienza di questa unione ombelicale, si tradisce l'essenza umana. E ciò è avvenuto e avviene ogniqualvolta l'uomo si dimentica che è Terra, o, peggio, si colloca "al di sopra" di essa, vuol esserne padrone, competere con essa, dominarla, violentarla manomettendola in modo insensato (antropocentrismo). La Terra va ascoltata rispettosamente, interpretata con saggezza, amata, SENTITA (partecipazione mistica, direbbe Jung) a volte, anche misuratamente contrastata nella sua forza distruttiva. E la posso sentire perché Io sono speciale amalgama dei suoi elementi costitutivi (fisico-chimici, biologici), nonché scansione armonica e disarmonica dei suoi ritmi. C'è necessità di re-imparare a dialogare con la Terra se si vuol dialogare in profondità con noi stessi. |
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