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Creato da: comitatovgxmussolini il 23/01/2009
Comitato Verità e Giustizia x Mussolini

 

 

STORIA: sul presunto lasciapassare in tasca al Duce...

Post n°20 pubblicato il 11 Ottobre 2010 da comitatovgxmussolini
Foto di comitatovgxmussolini

In merito alla notizia apparsa sulla rivista “Patria Indipendente”, periodico d'informazione dell'ANPI, in cui si afferma l'esistenza di una lettera che indicherebbe la “prova” che il Duce intendesse espatriare in Spagna,  attraverso un lasciapassare che teneva con se nelle tasche, il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini dichiara quanto segue:

riteniamo questa notizia priva di ogni fondamento, per il semplice fatto che abbiamo più volte dimostrato come Mussolini non avesse alcuna intenzione di fuggire in un paese straniero. Molte volte i suoi collaboratori gli hanno proposto di prendere un aereo che lo portasse appunto in Spagna, anche negli ultimissimi giorni di aprile del 1945, ma sistematicamente il Duce rifiutò, in quanto la sua unica volontà era quella di portare a compimento il piano stabilito il 14 aprile del '45, ovvero di riparare con tutte le forze militari rimaste a sua disposizione verso il ridotto valtellinese, quale ultima strenua difesa prima della capitolazione. L'intento era di poter chiudere quella guerra, non con la resa incondizionata e men che meno con la fuga, semmai con l'eroico e più dignitoso sacrificio finale. Senza dimenticare che se davvero Mussolini voleva andare in Spagna, non si sarebbe certo avventurato nelle impervie e rischiose zone del comasco (pullulanti di bande partigiane) per andare in chissà quale aeroporto, bensì avrebbe preso comodamente l'aereo a Milano, già la sera del 25 aprile, quando decise di andarsene dal capoluogo lombardo (dopo il fallimento delle trattative con il CLNAI). Le stesse parole di Mussolini, espresse nella sua ultima intervista del 23 aprile (quindi solo due giorni prima), quando sui giornali si insinuavano tentativi di fuga all'estero, appaiono chiare ed inequivocabili: “Invece sono qui al mio posto di lavoro, dove mi troveranno i vincitori! E lavorerò anche in Valtellina!

Il fatto che il professor Cova, autore dell'autopsia su Mussolini, avrebbe dichiarato (stando a quest'articolo dell'ANPI) che il Duce aveva in tasca una lettera/lasciapassare fa sorgere molti dubbi, sia perché in quei giorni è stato messo in pratica dalle forze partigiane che avevano partecipato all'omicidio di Mussolini una vera e propria opera di depistaggio (inerente alle modalità con cui fu ucciso il Duce), sia perché lo stesso professore fu messo in condizioni di non poter lavorare serenamente, come lui stesso dichiarò quando sostenne che l'autopsia si svolse in una situazione non consona ad una normale perizia medico-legale.... Infatti non può passare in secondo piano il fatto che il Duce nei giorni precedenti fu spogliato e rivestito più volte, oltre che il suo corpo vilipeso il giorno prima a Piazzale Loreto.... Non sappiamo come abbiano disposto del suo cadavere in quel periodo di tempo che va dal mattino del 28 aprile, quando fu ucciso, fino al mattino del 30 aprile quando portarono all'obitorio il corpo per l'autopsia. Quindi è anche possibile ritenere che chiunque tra i partigiani presenti possa aver messo nelle tasche degli abiti del Duce un documento fasullo, al fine di sporcare l'immagine di Mussolini o di renderla ancora più negativa, facendolo passare appunto per un fuggiasco.

Siamo perfettamente consci che l'opera di demolizione dell'avversario tanto cara al pensiero comunista (legato alla dottrina leninista in cui si insegna che il nemico va eliminato prima fisicamente e poi moralmente) è ancora oggi un punto cardine dell'idea “filosofica” di talune realtà politiche e associative di quella determinata area, ma chiediamo ai signori dell'ANPI di non cadere su questo piano, oggi più che mai fuori tempo e fuori di ogni logica. Negare la verità dei fatti e raccontare eventi privi di fondamento, solo per poter continuare a portare avanti la tesi della contrapposizione tra presunti “buoni” e presunti “cattivi”, tra presunti “eroi” e presunti “mascalzoni”, con il solo scopo di mantenere una certa legittimità morale e politica che oramai la storia ha saputo sbugiardare (grazie ad esempio all'ottimo lavoro di storici come Giampaolo Pansa, ma non solo....) ci porta a credere che le radici dell'odio sono ancora difficili da estirpare se si prosegue su questa strada. Un'attenta riflessione ed autocritica, per una più corretta e dignitosa informazione storico-culturale da offrire alle nuove generazioni, sarebbe già un passo avanti che i signori dell'ANPI dovrebbero iniziare a considerare....

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

 
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Sui diari di Mussolini...

Post n°19 pubblicato il 13 Agosto 2010 da comitatovgxmussolini

In merito alla notizia che i diritti economici sui diari di Mussolini sarebbero stati acquistati da un imprenditore fiorentino, il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini dichiara quanto segue:

apprendiamo con immenso sdegno e troviamo assolutamente scandaloso che documenti di grande importanza storica quali i diari appartenuti a Benito Mussolini vengano sfruttati da un punto di vista economico da personaggi privati, (che tra l'altro potranno così disporre della volontà di mostrarli o meno al pubblico), quando invece dovrebbe essere cura dello stato italiano tenerne la custodia, per metterli nei propri archivi a disposizione gratuita di ogni cittadino italiano che volesse conoscere parti della storia d'Italia. Si è speculato troppo su questi documenti, ed a quanto pare si continuerà in questa direzione ancora a lungo.....

Conoscere la storia di quel periodo è un nostro sacrosanto diritto, non un ticket da pagare ogni qualvolta volessimo apprendere qualcosa... Pertanto, nel nostro piccolo ci muoveremo per contrastare quest'aberrante forma di privatizzazione della nostra storia, chiedendo l'intervento dello stato italiano...

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

 
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SUL CASO DEI RESTI DEL DUCE SU E-BAY.

Post n°18 pubblicato il 12 Dicembre 2009 da comitatovgxmussolini
Foto di comitatovgxmussolini

SUL CASO DEI RESTI DEL DUCE SU E-BAY.

In vendita su E-Bay frammenti di cervello e sangue di Benito Mussolini provenienti dal Policlinico di Milano: Alessandra Mussolini denuncia gli autori dell'inserzione, mentre dal sito d'aste informano che tale materiale non è stato mai venduto.

''L'inserzione apparsa su E-Bay.it  relativa a parti del cervello e sangue di Mussolini - spiega una nota diffusa da E-Bay - è stata prontamente rimossa questa mattina (20 novembre, ndr) prima delle ore 11:00, poco dopo la messa online dell'inserzione e prima che chiunque abbia fatto alcuna offerta''. ''L'inserzione è stata immediatamente rimossa - prosegue la nota - in quanto viola il regolamento di E-Bay, che vieta di vendere sul sito qualsiasi materiale organico umano. Il prezzo di partenza inserito dal venditore era di 15.000 euro, ma nessuna offerta è stata fatta nel breve lasso di tempo in cui l'inserzione è stata visibile''.

Oltre al regolamento interno della piattaforma d'aste online, anche la legge italiana vieta la commercializzazione di organi e di parti di organi umani. Di conseguenza, è vietato vendere su E-Bay qualsiasi materiale organico umano. Esempi di materiale organico umano vietato sono, ad esempio: organi, ossa, sangue, etc.''

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Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini preso atto di questa squallida vicenda dichiara quanto segue:

Non sappiamo quanto sia credibile che qualcuno fosse realmente in possesso di resti appartenuti a Mussolini, tuttavia, conoscendo i vari scempi che nel corso degli anni furono fatti sul corpo del Duce, in primis l’asportazione del cervello da parte di scienziati americani (per i loro macabri studi), non stupirebbe affatto che qualche raccapricciante collezionista ne fosse tuttora in possesso. Quello che ad ogni modo ci sentiamo di chiedere è che si lasci una volta per tutte in pace il corpo di Mussolini (o sue eventuali componenti ancora in circolazione), e se davvero ci fossero persone che in qualche modo possiedono tali reliquie, abbiano l’umana coscienza di consegnarle ai famigliari del Duce, per depositarle nell’unico luogo a loro riservato: la cripta del cimitero di Predappio. Ci sentiamo indignati per tanta meschina disumanità e squallida speculazione. Auguriamoci di non dover più assistere a spettacoli immondi, unicamente funzionali a scopi di lucro. Preghiamo Dio che conceda una volta per tutte all’anima e al corpo di Benito Mussolini di riposare finalmente in pace, anche se lui stesso prevedeva cosa sarebbe accaduto una volta scomparso:

“Sarei grandemente ingenuo se credessi di essere lasciato tranquillo dopo morto. Sulle tombe dei capi di quelle grandi trasformazioni che si chiamano rivoluzioni, non ci può essere pace.....” -Benito Mussolini

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

 
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LUIGI CANALI: il partigiano che tentò di salvare Mussolini

Post n°17 pubblicato il 26 Ottobre 2009 da comitatovgxmussolini
Foto di comitatovgxmussolini

LUIGI CANALI: il partigiano che tentò di salvare Mussolini...

La vicenda che stiamo per narrarvi è una di quelle storie sconosciute che rientrano a pieno titolo nella censura volutamente messa in atto dalla storiografia ufficiale di questo paese. Per oltre mezzo secolo infatti si è cercato di nascondere, per precise ragioni politiche, la figura di Luigi Canali, e ciò che gli accadde, al punto da cancellarlo praticamente dalla storia, limitandosi solamente a relegarlo come semplice comparsa degli eventi dell’aprile 1945. La realtà invece, come vedremo fra poco, è però ben diversa.... Egli fu custode in quelle ore concitate del destino di Benito Mussolini e Claretta Petacci, ma anche di tutti i documenti trovati nelle sue borse (tra cui il carteggio segreto con Winston Churchill) e pure tutto l’oro in possesso della colonna fascista fermata nei pressi di Dongo (di cui fece censire l’intero ammontare). Il suo ruolo che entrava in netta contrapposizione alle prerogative dei partigiani comunisti, il suo essere testimone scomodo di eventi inconfessabili e documenti da far sparire, ne sancirono pochi giorni dopo la sua scomparsa....

LA STORIA: Luigi Canali, più comunemente conosciuto con il nome di battaglia di “Capitano Neri”, è sicuramente l´uomo più enigmatico di tutta la vicenda che riguardò la morte di Benito Mussolini. Nato a Como nel 1912, per anni lavorò come impiegato, fino allo scoppio della guerra. Nel 1936 aveva partecipato alla campagna in Africa Orientale (nell´epopea della conquista imperiale); durante il secondo conflitto mondiale venne inviato sul fronte russo, dove si distinse per il suo valore ed ottenne il conseguimento del grado di capitano, per meriti di guerra. Dopo la ritirata di Russia, dal quale rientrò indenne, decise, una volta giunto l´otto settembre, di costituire una formazione partigiana (la 52^ brigata Garibaldi “Luigi Clerici”) e di combattere operando nelle zone del comasco. Pur avendo aderito al partito comunista, il Neri unirà a se uomini di fede non comunista ed in genere non schierati politicamente, soprattutto attingendo fra molti compagni e reduci della campagna di Russia; fra i nomi che poi passeranno alla storia, ad affiancarlo c´erano il conte Pier Luigi Bellini delle Stelle (“Pedro”), sottoufficiale del Regio Esercito, ed Urbano Lazzaro (“Bill”) che passò alla storia per aver individuato Mussolini sul camion dei tedeschi a Dongo.

Ai primi di gennaio del 1945, il Capitano Neri venne catturato insieme alla sua fidanzata Giuseppina Tuissi (“Gianna”), dai soldati della Brigata Nera di Como; in quei stessi giorni, finiranno in galera altri due personaggi che poi si riveleranno determinanti per la morte di Canali… i loro nomi erano: Umberto Morandi (”colonnello Lario”) comandante di tutte le formazioni garibaldine del comasco, e Dante Gorreri (”Guglielmo”) capo del partito comunista di Como. Durante gli interrogatori eseguiti dal comandante della Brigata Nera, sia Morandi che Gorreri avrebbero “parlato”….. avrebbero fatto in sostanza la spia; il primo addirittura, pur di vedersi risparmiata la vita, sarebbe stato un autentico fiume in piena e lo fa davanti a tutti, compreso al Neri, non risparmiandosi su nulla e presumibilmente spifferando pure tutti i dettagli logistici e militari riguardanti le formazioni partigiane della zona. Il secondo invece è un caso ancora più enigmatico: come testimonierà poi il comandante della Brigata Nera comasca, Vittorio Galfetti, alcuni suoi superiori vennero a prelevare il Gorreri per fucilarlo, ma giunti al confine svizzero, gli concessero inspiegabilmente la libertà…… Perché? Aveva parlato? E se sì, quanto? Cosa mai spifferò per esser liberato così, in quattro e quattr’otto? Questo resterà per sempre un mistero……. Fatto sta che alcuni giorni dopo, il 25 gennaio, il comandante delle divisioni garibaldine della Lombardia, Pietro Vergani (”Fabio”) emana una condanna a morte per il Capitano Neri, con l´accusa di tradimento; secondo le “fonti” da lui ricevute, Canali non avrebbe resistito alle torture e avrebbe spifferato tutto. Ma una voce del genere (tra l’altro infondata) come potrebbe essere giunta fino a Vergani, se non da qualcuno che là vi era stato? E chi fra i “presenti” poteva avere l´interesse di affermare una cosa del genere, se non per deviare verso qualcun altro le proprie responsabilità e le conseguenze del tradimento? E´alquanto evidente, stando alle testimonianze, che fu uno tra Morandi e Gorreri, se non addirittura entrambi, una volta liberati, ad aver rivelato al Vergani che il tradimento era giunto dal Neri. D´altra parte Luigi Canali era ormai diventato uno scomodo testimone e la cosa migliore da fare, secondo qualcuno, era eliminarlo… Vergani, che evidentemente non aveva alcuna simpatia per Neri, tanto che in passato avevano già avuto degli scontri personali che li portarono in rotta di collisione, (per la ferrea opposizione di Neri a certe direttive di partito) preferì credere a queste voci, giunte proabilmete sia da Morandi (che lui stesso nominò nel´44 a capo di tutte le brigate garibaldine comasche al posto, guarda caso, di Neri) che dal potente dirigente Gorreri.

Fu in questo clima che venne emanata la condanna a morte per Neri, decisa da Vergani insieme a Lampredi e a Giovanni Pesce “Visone”,(colui che fu responsabile dell´attentato gappista a Piazzale Loreto nel´44) quando Canali si trovava ancora prigioniero delle Brigate Nere…. Ma l´assurdità e l´inconsistenza di quelle voci furono confermate anche dal comandante della Brigata Nera comasca, Vittorio Galfetti, dove, anni dopo testimonierà che Canali ebbe un comportamento dignitoso ed impeccabile, e non si lasciò mai sfuggire nulla. Insomma, non aveva per niente tradito. Ma la sua fuga rocambolesca, quattro giorni dopo, quasi come uno scherzo del destino fece innalzare e quasi confermare le accuse mossegli da Vergani e soci…… Una volta fuggito e preso atto che non poteva più fidarsi dei suoi compagni, dal momento che gli avevano decretato contro una condanna a morte, sarà proprio in questo preciso periodo che il Capitano Neri s´avvicinerà agli agenti dei servizi segreti inglesi, o quantomeno riallaccerà i rapporti precedentemente già esistenti, cercando di collaborare così con le truppe Alleate. Ma a Como e in tutte le zone lariane, nessuno credette al tradimento di Neri, tanto che verrà subito reintegrato nelle file della sua brigata partigiana e nominato capo di stato maggiore della 52^. Da lì a poco giungerà quel fatidico 27 aprile 1945, quando Luigi Canali incontrerà sulla sua strada colui che gli cambierà per sempre il destino: Benito Mussolini. Paradossalmente, avendo gestito la sua sorte e quella dei suoi averi (oro e carteggi) finirà per seguirne lo stesso triste e tragico epilogo……

Dopo che a Dongo venne fermato Mussolini, è proprio il Neri che fin dalla sera del 27 aprile gestisce la custodia del prigioniero, cercando più volte di portarlo in salvo (prima nella caserma di Germasino, poi a Moltrasio dove sarebbe dovuta giungere un´imbarcazione americana per portare via il Duce, infine a Bonzanigo di Mezzegra nella casa di amici, i coniugi De Maria). E´ lui che in quelle ore si oppone fermamente all´omicidio di Mussolini, cercando in tutti i modi di salvargli la vita e di formare un tribunale che concedesse al prigioniero il diritto a difendersi in un regolare processo. E´ sempre lui che si mette in contatto con gli inglesi, per dar loro le coordinate circa la posizione di Mussolini, per venirlo a prelevare e metterlo al sicuro dalle grinfie dei comunisti…. E´ sempre Neri che nei giorni successivi confiderà alla madre che la morte del Duce fu un atto illegittimo, del tutto arbitrario e che non doveva finire in quel modo… E´ il Neri, insomma, uno fra quelli che vide cosa accadde veramente quel 28 aprile del 1945 a Bonzanigo di Mezzegra, sia a Mussolini che alla Petacci, e che nulla poté più fare quando si trovò davanti sulla sua strada il comandante di tutte le brigate garibaldine, nonché numero due del partito comunista, Luigi Longo (il vero assassino del Duce)….. La fatidica mattina in cui fu ucciso Mussolini, egli era rientrato a Como insieme a Michele Moretti (commissario politico comunista della 52^); poco dopo Luigi Longo, che nel frattempo era giunto a Como, salì in macchina col Moretti, Dante Gorreri e il comandante “Riccardo” (Alfredo Mordini) dirigendosi spedito nella casa dei De Maria per eseguire la sentenza di morte. Con grande abilità si sbarazzarono sia del Neri, che rimasto a piedi rientrò a Bonzanigo solo più tardi (forse un´ora dopo), che di Walter Audisio (il fantomatico colonnello Valerio) il quale quest´ultimo rimase a litigare per ore coi compagni di partito per farsi consegnare un camion (convinto ancora di andare a prendere Mussolini e gli altri gerarchi per condurli in carcere a Milano). Quando verso le 10:00-10:30 del mattino Luigi Canali riesce a tornare nella casa dei De Maria, accompagnato da Aldo Lampredi (rimasto apposta a Como per tenere a bada il Neri) troverà Mussolini già morto. Circa un´ora e mezza più tardi qualcuno farà fuoco anche alla povera Claretta Petacci. Alle 16:10 i corpi di Mussolini e della Petacci verranno posizionati davanti al cancello di villa Belmonte, per la sceneggiata da tramandare alla storia, dove qualcuno, forse Moretti, sparerà sui loro cadaveri “in nome del popolo italiano”…. Dopo quel tragico 28 aprile, il Neri non si piegherà più alle direttive di partito e cercando di far prevalere la sua onestà morale, s´opporrà fermamente all´uso che i comunisti vorranno fare dei documenti sequestrati a Dongo e di tutto l´oro requisito sui camion della colonna fascista. Perché, ricordiamolo, è sempre lui che scoprirà le scottanti carte che Mussolini aveva con se, ed è sempre lui che gestendo la situazione ordina di censire tutto l´oro sequestrato in quelle ore. In quei giorni, il Capitano Neri aveva capito subito ciò che i “compagni” comunisti volevano fare sia con l´oro che con le carte segrete, ovvero impossessarsene, ed è per questo che inizia un lungo braccio di ferro tra lui e l´altro esponente di spicco, quel Dante Gorreri, compagno di prigionia e presunto responsabile di quelle voci infondate sul tradimento di Canali, che aveva nel frattempo ufficialmente ricevuto i pieni poteri sulla gestione del materiale requisito (e che già aveva ordine di farlo finire nelle casse del partito comunista). Sono ormai inconfutabili le prove che in quelle ore i due arrivarono ad uno scontro verbale talmente duro, che avrebbe sancito per sempre una spaccatura e la successiva condanna a morte per Canali. In quel frangente, i testimoni udirono entrambi urlare nella sede del partito, tanto che Neri ad un certo puntò affermò : “…finalmente si vedrà chi dei due ha tradito veramente……” Il Neri, che senz´altro si riferiva a quel che avvenne durante il loro periodo di prigionia nelle carceri delle Brigate Nere, aveva deciso di mettere in salvo tutto l´oro, che lui riteneva giustamente appartenere di diritto allo stato italiano, visto che già i comunisti giorno dopo giorno avevano iniziato a farne sparire alcune porzioni, indignando lo stesso Canali; ma allo stesso tempo intendeva mettere al sicuro pure tutti i documenti ritrovati nelle borse di Mussolini, avendo lui capito che si trattava di carte davvero importanti per la storia e per le sorti dell´Italia. Tutto era già stato stabilito: il 7 maggio avrebbe portato ogni cosa nella sede di una banca di Domaso, al sicuro da mani comuniste. Ma in quella banca, lui non vi arriverà mai…… Questo era davvero troppo per i comunisti, e per Gorreri in testa: non potevano più sopportare le “bizze” di questo compagno così indipendente, così ribelle, ma soprattutto così nobilmente onesto. Se avesse parlato, se avesse agito in quel modo, tutto sarebbe saltato alla luce: dalla vera morte di Mussolini, alle sue carte segrete, dall´oro trafugato a Dongo, al tradimento di Dante Gorreri…. La mattina del 7 maggio 1945, alcuni uomini aspettarono sotto casa Canali, che si stava proprio recando a Domaso: venne fatto salire sulla loro auto, poi sparirà per sempre…. Il suo corpo, finito presumibilmente nel lago di Como, non verrà mai più ritrovato. La sera prima di morire, Neri confidò alla madre di esser disgustato dal comportamento dei comunisti e di voler ritirarsi dalla vita pubblica, non prima però di aver messo al sicuro tutto ciò che lui stesso aveva requisito a Dongo il 27 aprile. Venne fatto tacere per sempre e la storiografia ufficiale volle far dimenticare quasi definitivamente la sua figura, così importante e così determinante negli eventi: lui non era allineato, lui era troppo onesto per vivere e per rivivere nelle storie della resistenza….. assassinato, occultatone il cadavere, dimenticato per sempre dalla storia, che lo relegherà soltanto come piccola comparsa degli eventi di Dongo….. Motivo di tutto questo? Quello che avete appena letto, che si può esplicitamente riassumere così:

1) Si era rifiutato di consegnare al partito comunista italiano tutto l´oro confiscato a Dongo, cercando di metterlo al sicuro in una banca di Domaso, per darlo poi allo stato italiano, che lui considerava l´unico legittimo proprietario. Sapeva quindi, della fine che i comunisti volevano far fare all´oro requisito a Dongo.

2) Si era rifiutato di lasciare nelle mani del p.c.i. i documenti presenti nelle borse del Duce, tra cui il carteggio “Churchill-Mussolini”, cercando di portarlo al sicuro, sempre nella famosa banca di Domaso. Sapeva quindi, dell´esistenza del carteggio “Churchill-Mussolini”

3) Aveva visto come morirono veramente Mussolini e la Petacci e quindi sapeva tutto, compreso il nome del vero giustiziere e della successiva finta fucilazione a villa Belmonte.

4) Sapeva del tradimento di Dante Gorreri, quand´egli era in prigione con lui nel carcere della Brigata Nera comasca.

In sostanza, era diventato uno scomodo testimone di fatti inenarrabili, ed un serio ostacolo alle ruberie comuniste ed al loro strapotere che presto si sarebbe instaurato in Italia.

Davvero difficile trovare in quei giorni qualcuno che avrebbe agito come lui. Ma di fatto, per questa sua nobile onestà e serietà, morì… Alla fine della sua vicenda possiamo essere fermamente convinti di una cosa: se il Capitano Neri fosse sopravvissuto a tutti quei tragici eventi, oggi la storia d’Italia sarebbe un´altra, sia nei racconti fin qui tramandatici, sia nelle conseguenze che certe notizie venute a galla, avrebbero avuto nel nostro Paese e nel resto dell´Europa…..

 
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IN RICORDO DI UN EROE DI GUERRA E DI UN VERO PATRIOTA ITALIANO....

Post n°16 pubblicato il 26 Agosto 2009 da comitatovgxmussolini

IN RICORDO DI UN EROE DI GUERRA E DI UN VERO PATRIOTA ITALIANO

Oggi, 26 agosto 2009, ricorre il 35° anniversario della scomparsa del grande Comandante della Decima Mas, nonché eroe di guerra e vero patriota italiano, il principe Junio Valerio Borghese.

A lui va il nostro più sentito ricordo, consapevoli che il suo straordinario esempio di fedeltà alla Patria e il suo eroismo nel servirla e nel difenderla, possano insegnare anche alle nuove generazioni cosa significhi davvero amare la propria nazione, mettendosi totalmente in gioco per essa.

All’uomo, al patriota, al soldato Borghese, esprimiamo la nostra massima riconoscenza per quanto realizzato nella sua vita, improntato sempre nell’esclusivo interesse dell’Italia. Un giorno anche la storiografia ufficiale dovrà altrettanto riconoscerlo. Il nostro impegno sarà  sicuramente di lavorare anche per questo sacrosanto obbiettivo.

Comandante Junio Valerio Borghese: PRESENTE!

 
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In merito alla scandalosa e liberticida sentenza su via Rasella

Post n°15 pubblicato il 24 Luglio 2009 da comitatovgxmussolini

IN MERITO ALLA SCANDALOSA E LIBERTICIDA SENTENZA SU VIA RASELLA

 

Troviamo alquanto singolare ed allo stesso tempo assai inquietante la sentenza della cassazione che impone per legge quale debba essere il giudizio storico a cui tutti devono sottostare d’ora in poi, in merito all’attentato terroristico di via Rasella.

Il tribunale supremo infatti ha condannato un quotidiano a risarcire la famiglia Bentivegna (eredi di uno degli autori di quella strage) per diffamazione, in quanto il giornale aveva considerato dei massacratori di civili quei partigiani gappisti che si resero protagonisti dell’attentato di via Rasella, che ebbe come conseguenza la rappresaglia da parte tedesca con l’esecuzione alle Fosse Ardeatine.

Secondo la magistratura, i partigiani stavano compiendo “un’azione di guerra” e la definizione di massacratori sarebbe lesiva del loro “onore”.....

Al di là della discutibile decisione della magistratura di ritenere che l’attentato gappista sia un atto di guerra anziché terroristico, garantendone di fatto la legittimità, troviamo molto più grave che per ragioni puramente ideologiche, per non dire faziose, l’imparzialità degli organi giuridici venga meno, dando al contempo spazio ad una sibillina dittatura delle toghe rosse, che ogni giorno di più con sentenze scandalose impone il pensiero unico e punisce chi da questo si discosta.

Ci dissociamo totalmente da questa forma di giustizia politicizzata, della quale continueremo a contestarne l’utilizzo.

Ci dissociamo inoltre da certe ricostruzioni storiche, marchiate dall’imposizione della vulgata resistenziale, continuando a contestarne fatti e giudizi laddove riterremo valutare vi siano tali circostanze. Non ci faremo certo intimidire dalle minacce giuridiche di chi, abusando del potere legislativo, tenta in modo liberticida di imporci un unico pensiero ed un’unica verità (vera o presunta che sia...)

Nel caso specifico, riteniamo che gli autori del vile attentato terroristico di via Rasella, che è costata la vita tra l’altro a tre civili italiani (di cui uno era un bambino) oltre che ai soldati tedeschi, se non possiamo chiamarli “massacratori” perché la legge ora ce lo vieta, sicuramente possiamo chiamarli con il nome di chi si macchia di tali gesta, ovvero, terroristi. Perché di azione terroristica si è trattata, svolta da individui che non avevano alcuna divisa, che non facevano parte di nessun esercito riconosciuto e riconoscibile, che non rappresentavano nessuno se non se stessi ed un gruppo di ribelli imboscati, ma da nessuno legittimati, e che in tempo di guerra erano considerati unicamente come banditi. In sostanza, è innegabile che coloro che compiono azioni terroristiche, non sono altro che dei terroristi.

Se per la magistratura non si possono considerare criminali dei banditi che hanno agito contro un esercito regolare, colpendo e uccidendo tra l’altro dei civili inermi, punendo per legge chi li chiama “massacratori” allora dobbiamo dedurre che a maggior ragione non possano considerare massacratori nemmeno i soldati tedeschi, che in seguito all’attentato hanno applicato la rappresaglia, come sancito legalmente dalla convenzione internazionale di Ginevra (tanto che nel dopoguerra il tribunale militare non ha punito i tedeschi per la ritorsione, ma solo per aver preso 5 persone in più di quelle previste nella rappresaglia). Se così è, ci dobbiamo quindi aspettare che d’ora in poi chiunque chiami massacratori Pribke o altri che parteciparono all’esecuzione della rappresaglia alle Fosse Ardeatine, venga processato e condannato per diffamazione? Se così è, ci sa che la lista di persone che s’è pronunciata in un giudizio del genere e assai lunga, ma non ci risulta che nessuno sia mai stato solo lontanamente portato in tribunale per questo....

Invitiamo la magistratura a scendere dal gradino di onnipotenza e infallibilità sul quale si è posta,lasciando unicamente agli storici il giudizio su eventi del passato.

Ma soprattutto invitiamo questi moderni despoti a garantire che qualunque cittadino, qualunque giornalista, qualunque storico sia libero di esprime il proprio giudizio in merito a fatti storici, senza che incomba su di lui la ghigliottina, pronta a scendere per tranciargli la testa....Alla faccia della libertà d’espressione tanto decantata e riconosciuta nella costituzione stessa.....

 

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

Il Movimento Sociale Nazionalista

 
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NUOVI SVILUPPI PER LA RICERCA DELLA VERITA'

Post n°14 pubblicato il 26 Giugno 2009 da comitatovgxmussolini

NUOVI SVILUPPI PER LA RICERCA DELLA VERITA’....

I legali di Guido Mussolini (nipote del Duce), hanno chiesto di riaprire le indagini sull’assassinio di Benito Mussolini, indagine che già due anni fa era stata avviata e poi chiusa con un nulla di fatto.
La richiesta è stata inviata alla Corte d’Appello di Milano, alla Procura di Como e alla Procura Generale presso la Corte Suprema di Cassazione di Roma. I particolari nell’articolo apparso sul Corriere di Como del 10 Aprile 2009 che riportiamo qui sotto:

___Caso Mussolini, chiesta la riapertura___

L’avevano annunciato. Ora hanno materialmente compiuto il primo passo. Gli avvocati di Guido Mussolini, nipote del Duce, hanno formalmente avanzato la domanda di riapertura delle indagini per l’uccisione del fondatore del fascismo. L’istanza è stata inviata a mezzo raccomandata alla Corte d’Appello di Milano, alla Procura di Como - e nello specifico al pm Maria Vittoria Isella - e alla Procura Generale presso la Corte Suprema di Cassazione di Roma.
«Il primo elemento - spiega l’avvocato Morganti - è che proprio nelle conclusioni del giudice per le indagini preliminari di Como venne stabilito che l’uccisione di Benito Mussolini avvenne il 28 aprile 1945 ma nella casa De Maria, dove il Duce e Claretta Petacci vennero sorpresi in posizione supina e in abbigliamento succinto». In realtà, poi, l’archiviazione maturò proprio per l’affermata mancanza di premeditazione del delitto, per la sopraggiunta prescrizione dei fatti, per la mancata considerazione dello status di Capo di Stato della Rsi di Mussolini e comunque perché l’episodio fu definito atto di guerra. Fattore, questo, che se non riconosciuto avrebbe potuto aprire qualche spiraglio in più sulla prosecuzione della vicenda processuale.  «Il Tribunale di Como - prosegue l’avvocato Morganti - ha però stabilito con certezza che fu un omicidio e noi chiediamo dunque che si individuino gli autori materiali del reato e i mandanti. Ma soprattutto chiediamo che si cerchino di acquisire i documenti giacenti nell’Archivio storico britannico e al ministero per gli Affari esteri d’Italia, e ancor più i film esistenti nella sede centrale della Cia negli Usa. Servirebbe poi procedere al sequestro della pistola e del mitra precedentemente giacenti al Museo nazionale di Tirana, in Albania, e ora misteriosamente spariti». Tutti materiali - compresa altra documentazione «giacente nell’Archivio storico britannico a firma dell’ambasciatore del Regno Unito in Italia e inviata all’epoca a Winston Churchill» - che secondo i legali del nipote del Duce potrebbero giustificare la riapertura delle indagini sul fatidico 28 aprile 1945. In attesa di sviluppi, comunque, gli avvocati di Guido Mussolini - probabilmente accompagnati dal nipote del Duce - saranno a Como alla fine di aprile. «Probabilmente proprio il 28, lo stesso giorno dei fatti del 1945 - dice l’avvocato Luciano Randazzo - E questa volta siamo convinti di riuscire ad andare fino in fondo su una vicenda che deve essere chiarita una volta per tutte». Insomma, ancora una volta, il giallo dei gialli farà discutere.

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FORZA GUIDO, FORZA AVVOCATI MORGANTI E RANDAZZO, SIAMO CON VOI IN QUESTA SACROSANTA BATTAGLIA.


Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini
Il Movimento Sociale Nazionalista

 
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28 aprile 1945-28 aprile 2009

Post n°12 pubblicato il 28 Aprile 2009 da comitatovgxmussolini

28 aprile 1945-28 aprile 2009: in ricordo di Mussolini e di altri 18 ITALIANI massacrati dalla furia comunista

Nella ricorrenza, oggi 28 aprile 2009, dell’anniversario della morte di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e di tutti i ministri e personalità della Repubblica Sociale Italiana trucidati a Dongo sessantaquattro anni fa, il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini, (gruppo di studio e ricerche facente capo al Movimento Sociale Nazionalista) vuole esprimere il proprio commosso ricordo, garantendo al contempo di continuare a portare avanti il compito che ci siamo prefissati nel voler fare luce a tutti i costi su quegli avvenimenti, in gran parte ancora celati dal mistero.
La nostra missione, atta a ricercare la verità e rendere giustizia morale, storica e giuridica alle vittime di quei barbari e vili omicidi, proseguirà imperterrita al fine di ottenere il risultato auspicato, contro ogni boicottaggio, contro ogni censura, contro ogni tentativo di sminuire, dimenticare o impedire il lavoro svolto fin qui, sia da alcuni rispettabili storici, sia dal nostro stesso gruppo di ricercatori.
Di seguito vogliamo ricordare gli uomini assassinati barbaramente e senza processo in quel tragico ed infame 28 aprile 1945:
- Benito Mussolini (Capo di Stato della Repubblica Sociale Italiana. Ex Presidente del
consiglio del Regno d’Italia)
- Claretta Petacci (Civile. Amante di Mussolini)
- Alessandro Pavolini (Segretario del Partito Fascista Repubblicano),
- Francesco Maria Barracu (Sottosegretario alla presidenza del consiglio)
- Ferdinando Mezzasoma (Ministro della cultura popolare)
- Augusto Liverani (Ministro delle comunicazioni)
- Paolo Zerbino (Ministro dell’interno)
- Ruggero Romani (Ministro dei lavori pubblici)
- Paolo Porta (Federale di Como)
- Idreno Utimpergher (Comandante delle brigate nere empolesi)
- Luigi Gatti (Segretario di Mussolini)
- Ernesto Daquanno (Giornalista e Direttore dell’Agenzia Stefani)
- Pietro Calistri (Ufficiale dell’aeronautica militare repubblicana)
- Goffredo Coppola (Rettore all’università di Bologna)
- Vito Casalinuovo (Colonnello della GNR e aiutante di campo di Mussolini)
- Mario Nudi (Impiegato della confederazione fascista dell’agricoltura)
- Nicola Bombacci (Pubblicista, fra i fondatori nel 1921 del partito comunista italiano....)
- Marcello Petacci (Civile. Fratello di Claretta)
- Achille Starace (Civile. Ex Segretario del Partito Nazionale Fascista. Allontanato dalla
vita politica nell’ancor lontano 1939, emarginato da tutto, ma nella pazzia generale
preso mentre correva per la strada in tuta ginnica e messo nel calderone delle vittime).

A tutti loro esprimiamo il nostro sentito ricordo e dedichiamo un forte PRESENTE!

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini
Il Movimento Sociale Nazionalista

 
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ABOLIAMO IL 25 APRILE!

Post n°11 pubblicato il 21 Aprile 2009 da comitatovgxmussolini

ABOLIAMO IL 25 APRILE!

In questi giorni dove fervono gli ennesimi ipocriti preparativi da parte di tutte le istituzioni, sia nazionali che locali, nel mettersi in fila a celebrare una ricorrenza infame come il 25 aprile, noi del Movimento Sociale Nazionalista, in linea con i nostri ideali, ci prepariamo a controcelebrare in tutta Italia attraverso la diffusione di volantini che recitano chiaramente il nostro pensiero sull’argomento:

Aboliamo il 25 aprile!
Una celebrazione infame che è basata sul tradimento della Patria, sui crimini efferati del comunismo, sulle tante menzogne storiche e soprattutto sul massacro dei vinti.
Una ricorrenza che provoca ancora oggi solo odio e divisioni fra intere generazioni, vecchie e nuove. Ne vale proprio la pena? Noi diciamo no! Smascheriamo finalmente questa colossale farsa! Liberiamoci da quest’ipocrita imposizione!

Come sempre, coerentemente dalla parte della Patria e delle nostre radici politiche.

La Segreteria Nazionale
Movimento Sociale Nazionalista
 
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Foibe: noi non scorderemo mai!

Post n°10 pubblicato il 10 Febbraio 2009 da comitatovgxmussolini

FOIBE: noi non scorderemo mai!

Si celebra oggi la giornata nazionale in ricordo dei martiri delle foibe e dell’esodo forzato di oltre 350.000 italiani dalle terre di Istria, Fiume e Dalmazia.
Le truppe slave di Tito, con la complicità dei partigiani comunisti italiani e con l’avallo del Pci di Togliatti, portarono a compimento un vero e proprio genocidio, trucidando decine di migliaia di nostri connazionali, la cui unica colpa era quella di essere italiani.
Tra il 1943 ed 1947 si assisterà impotenti alla pulizia etnica ed al furto di terre storicamente italiane.
Oggi come sempre continueremo a ricordarne l’orrore, perché è solo attraverso la commemorazione che potremo rendere giustizia ad una storia dimenticata, occultata e storpiata per oltre mezzo secolo.
In quest’ottica proseguiremo nel nostro intento di obbligare Slovenia e Croazia a risarcire le terre rubate all’Italia e agli esuli, opponendoci con forza all’ingresso dei croati nella Ue.
In questa giornata sale alto il grido: mai più comunismo! Ed il nostro giuramento: “Foibe: noi non scorderemo mai!”

 
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L'OMICIDIO MUSSOLINI: la ricostruzione di Giorgio Pisanò

Post n°9 pubblicato il 31 Gennaio 2009 da comitatovgxmussolini

L’OMICIDIO MUSSOLINI: LA RICOSTRUZIONE DI GIORGIO PISANÒ

Nel 1996 esce un libro scritto dal giornalista e storico Giorgio Pisanò, che è il coronamento di una lunghissima inchiesta durata ben quarant’anni. Il clamore che suscitò alla sua uscita fu enorme.
La sua ricostruzione si basa principalmente sulla testimonianza di Dorina Mazzola, che all’epoca dei fatti aveva diciannove anni ed era la vicina di casa dei De Maria.
Ma oltre alle dichiarazioni della signora Mazzola, Giorgio Pisanò riuscì ad ottenere anche la testimonianza di Savina Cantoni (moglie del partigiano “Sandrino”, colui che era di guardia in casa De Maria) e quella di un amico del marito, tale signor Vanotti, che aveva raccolto molte confidenze fattegli dal partigiano; il tutto contornato da altri testimoni che riportarono le mezze dichiarazioni di Giuseppe Giulini, (sindaco per molti anni di Gera Lario, paesino del comasco), che ebbe in affidamento da Sandrino un memoriale in cui il partigiano rievocava i fatti di quel 28 aprile, svelando nomi e dinamiche inerenti alla morte del Duce.
Ecco dunque un breve riassunto della ricostruzione di Pisanò:
Intorno alle nove del mattino giungono a Bonzanigo di Mezzegra, Luigi Longo, scortato da Moretti, il capitano Neri, Dante Gorreri e Piero Mentasti.
Moretti, insieme ad altri due, salgono le scale ed entrano nella stanza dove riposano Mussolini e la Petacci. Il partigiano Sandrino, che si trovava fuori sul pianerottolo e alla quale venne ordinato di rimanere fermo sul posto, testimonierà di aver sentito uno dei partigiani esclamare: “Adesso vi portiamo a Dongo per fucilarvi!”, ma subito dopo uno degli altri ribatté, gridando: “No, vi uccidiamo qui!”
A quel punto nacque una colluttazione e si sentì la Petacci gridare, poi partirono due colpi d’arma da fuoco che ferirono Mussolini al fianco e all’avambraccio destro.
Il Duce venne trascinato con forza giù per le scale e portato a basso in cortile, sempre all’interno della proprietà dei De Maria.
La Petacci, che nel frattempo s’era affacciata alla finestra di una stanza, gridò: “Aiuto! Aiutateci!” ma in quello stesso istante qualcuno l’afferrò con forza facendola rientrare.
Poco dopo, circa verso le 9:30, Mussolini venne legato al catenaccio del portone della stalla di casa De Maria, e qui Luigi Longo esploderà contro di lui una sequela di sette colpi, che lo uccideranno all’istante.
Successivamente all’omicidio del Duce, giungono a Bonzanigo anche Lampredi e Mordini, accompagnati da due dirigenti del partito comunista di Como, Giovanni Aglietto e Mario Ferro.
Intanto il cadavere di Mussolini venne sorretto a braccia da due uomini e portato giù per le stradine circostanti, nel tentativo di occultarne il corpo, o comunque di portarlo via; ma in strada c’è anche la Petacci, che piange ed urla disperata: “Ma perché? Perché? Cosa vi hanno fatto! Come vi hanno ridotto!” intralciando i partigiani che a quanto pare sembravano avere una certa fretta….
Dopo un paio d’ore, intorno alle 11:30, non appena la Petacci si allontana dai partigiani, scendendo da via del Riale verso via Albana, all’altezza di casa Mazzola, verrà improvvisamente colpita alla schiena con una raffica di mitra. Morirà sul colpo. A quel punto scoppia un putiferio: tutti i partigiani inveirono fra di loro, gridando e bestemmiando, tanto che Dorina Mazzola, nascosta dietro la tettoia di casa (e che vide la Petacci pochi istanti prima di essere colpita) udì questi esclamare: “Pezzo di merda! Guarda che cos’hai fatto!” mentre un altro, più alterato urlò: “Chi è quel pezzo di merda che ha sparato?! Da dove è arrivato? Non ti fare vedere da me, che ti lego le budella attorno al collo!”
Le cose allora si complicano. Longo dà ordine di portare via i corpi, che puntualmente verranno nascosti dai partigiani nel bagagliaio di una 1100 nera, parcheggiata per alcune ore nel garage di un albergo lì vicino (l’albergo Milano).
Intorno le 15:00, un capo partigiano locale, tale “capitano Roma” (alias Martino Caserotti) ordinò ai suoi di bloccare le strade e di far scendere tutta la gente delle tre frazioni di Mezzegra lungo il bivio di Azzano, per veder passare sulla via Regina, Mussolini prigioniero. Mentre i partigiani eseguirono gli ordini di svuotare tutte le case dei tre paesi, alcuni uomini uscirono con l’auto contenente i cadaveri, e dall’albergo salirono per via Albana, girando a sinistra per via Nuove; più avanti svoltarono sulla destra, percorrendo fino in fondo il viale delle Rimembranze, dove esisteva una fontanella. Qui si fermano e scaricano il corpo di Mussolini per lavarlo dalle macchie di sangue e dallo sporco di terra; l’auto intanto tornò indietro col cadavere della Petacci, proseguendo per un tratto di strada di via 24 maggio, dove si fermerà al punto di congiunzione con via delle Vigne.
Una volta lavato il corpo, i partigiani portarono giù a braccia il cadavere del Duce lungo la via delle Vigne, dov’era in attesa l’auto col cadavere di Claretta; qui caricarono di nuovo il corpo di Mussolini nel bagagliaio e l’auto proseguirà per alcune centinaia di metri, giungendo davanti al cancello di villa Belmonte, dove i corpi furono a quel punto scaricati.
Da lì a poco arriveranno Lampredi, Moretti e forse anche Audisio, per la finta fucilazione delle 16:10, dove il partigiano “Guido” (Lampredi) si occuperà di sparare “in nome del popolo italiano” su due cadaveri…….
Possiamo stabilire quasi certamente che è proprio questa la reale ricostruzione di quanto accaduto quel lontano 28 aprile.

fonti tratte dal libro di Giorgio Pisanò “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini”
Ediz. Il Saggiatore

 
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Breve retrostoria di Piazzale Loreto

Post n°8 pubblicato il 30 Gennaio 2009 da comitatovgxmussolini

Stando alla versione ufficiale, il fantomatico colonnello Valerio, una volta giunto a Dongo, si sarebbe fatto consegnare una lista di quindici nomi, scelti fra i ministri ed altri uomini della RSI bloccati in quelle ore, da fucilare direttamente sulla piazza cittadina, come pseudo vendetta per quel che avvenne alcuni mesi prima, il 10 agosto del 1944, quando i tedeschi fecero giustiziare quindici prigionieri partigiani, come rappresaglia in seguito ad un attentato terroristico dei gap in Piazzale Loreto a Milano, avvenuto due giorni prima; in quell’occasione il plotone di esecuzione che sparò ai partigiani era composto da alcuni militi della R.S.I.
In realtà l’idea originaria dei partigiani era quella di prelevare Mussolini e gli altri ministri, per portarli tutti a Milano, proprio a Piazzale Loreto, per eseguire lì una condanna pubblica. Ma il precipitare degli eventi, la morte improvvisa del Duce e della Petacci, avvenute quasi certamente nella mattinata, costrinsero a cambiare i piani, fucilando i ministri della R.S.I. direttamente sul posto. Tuttavia i loro corpi verranno nella notte trasportati a Milano, insieme a quelli di Benito e Claretta, per la macabra esposizione pubblica del giorno dopo, che verrà poi giustificata come vendetta per l’esecuzione del 10 agosto.
Ma ricordiamo brevemente cosa accadde realmente in quella fatidica mattina dell’otto agosto 1944, tanto da costringere i tedeschi a porre in atto una rappresaglia.
Ogni giorno un gruppo di soldati tedeschi, agli ordini di un maresciallo di fureria di nome Karl, soprannominato da tutti i milanesi “El Carlun” per la sua grossa mole, giungevano in città con un camion carico di cibo da distribuire alla popolazione milanese, all’angolo tra Piazzale Loreto e viale Abruzzi. Questo gruppo di uomini aveva l’incarico di acquistare al mercato di Porta Vittoria diversi generi alimentari, soprattutto frutta e verdura, aggiunti ai molti avanzi delle mense militari, per poi distribuire il tutto gratuitamente alla popolazione locale.
Fra i milanesi “El Carlun” era diventato ormai come un amico, ma questa mensa popolare gratuita, gestita dai “nazisti” evidentemente aveva infastidito non poco i comunisti: il fatto che i tedeschi e i fascisti della R.S.I. corressero in aiuto della gente per sostenerla con generi alimentari, minava gli interessi propagandistici del P.c.i. e della resistenza (almeno quella più fanatica) i quali invece volevano porre i loro avversari agli occhi della popolazione esclusivamente come il male assoluto, da combattere e da annientare.
Fu così che i gappisti milanesi comandati da Giovanni Pesce “Visone” (decorato a fine guerra con la medaglia d’oro al “valor” partigiano, per aver compiuto vari attentati, compreso quello dell’otto agosto.....) organizzarono e portarono a compimento l’attentato terroristico di Piazzale Loreto, in quella triste estate del 1944.
Quella mattina, come ogni giorno, l’angolo della strada dove si distribuivano i viveri era pieno di gente accalcata in attesa di ritirare le ceste di cibo del maresciallo “Carlun”.  Alcuni gappisti si mescolarono alla folla, riuscendo ad infilare una bomba ad alto potenziale in una di queste ceste; una volta esplosa, provocò una strage: morirono cinque soldati tedeschi, tra cui anche lo stesso “Carlun”, e tredici civili italiani, (di cui tre bambini).
La strage gappista provocò indignazione fra tutta la popolazione milanese, anche perché strategicamente inutile, se non ai fini propagandistici del partito comunista; ma la reazione scontata e pesante dei tedeschi non si fece attendere: per quell’infame attentato le autorità naziste volevano una ritorsione durissima, ed è solo grazie all’intervento personale e determinato di Mussolini presso Albert Kesselring, che si riuscì a far ridurre il numero dei giustiziati, passati poi a quindici. Per la verità, il Duce cercò di impedire che la rappresaglia avesse luogo, ma nulla poté se non quello di far ridurre il numero dei fucilati; d’altro canto, nessun partigiano si presentò mai a rivendicare l’attentato per far così evitare la ritorsione, così due giorni dopo i tedeschi procedettero alla fucilazione di quindici partigiani prigionieri nel carcere di San Vittore.
Il plotone di esecuzione, come abbiamo già ribadito, in quell’occasione era composto da alcuni uomini della Legione Muti. Per questo motivo la vendetta comunista, covata da tempo, non si fece attendere: dovevano per forza uccidere quindici fascisti, compreso Mussolini e impiccarli tutti proprio a Piazzale Loreto davanti alla popolazione milanese, dove otto mesi prima furono esposti i corpi dei quindici partigiani fucilati. 
E fu così che ebbe luogo, il 29 aprile 1945, l’infame scempio di Piazzale Loreto, la pagina più vergognosa della storia d’Italia.
Comunque la si pensi, è innegabile che tutto prese origine unicamente dalle mani insanguinate dei terroristi comunisti: i famigerati gap (né più né meno che gli antenati delle brigate rosse).

 
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L’ORO DI DONGO E LA LUNGA CATENA DI OMICIDI

Post n°7 pubblicato il 30 Gennaio 2009 da comitatovgxmussolini

L’ORO DI DONGO 

E’ sicuramente l’oro di Dongo il principale fenomeno che ha scatenato centinaia di omicidi e violenze nei dintorni del lago di Como nei mesi successivi all’aprile 1945 (si parla almeno di 450 persone misteriosamente scomparse nel nulla oppure ritrovate poco tempo dopo senza vita, stando alle ricerche svolte dallo storico Giorgio Pisanò). Un fenomeno tale da creare ancor’oggi un muro indistruttibile di silenzi ed omertà, attraverso l’instaurazione di un vero e proprio clima di paura, che incombe minaccioso sia sui testimoni ancora in vita, sia sui loro eredi (ai quali si dice venga resa la vita impossibile sia in termini lavorativi che sociali, qualora osassero parlare).  In sostanza, dalle parti di Como e dintorni esisterebbe ancora adesso una vera e propria cosca partigiano-comunista, non si sa bene capeggiata da chi, che agirebbe imperterrita a distanza di così tanti anni. Forse l’A.n.p.i. ne sa qualcosa e potrebbe illustrarci meglio la situazione, però questo immaginiamo sarebbe chiedere troppo....                 

Ma cos’era veramente quest’oro di Dongo, causa di tante morti ed infinito terrore? E’ presto detto.

L’oro che i partigiani scoprirono sui camion dei membri della R.S.I. fermati in prossimità di Musso, a pochi passi da Dongo, erano praticamente tutte le riserve auree dello stato repubblicano che Mussolini aveva provveduto a raccogliere, onde evitare che i tedeschi potessero fare razzia anche di quelle. Furono ritrovati molti lingotti d’oro, svariate banconote in lire italiane e valuta straniera (franchi svizzeri e sterline), oro e preziosi di vario genere, compresi i beni personali appartenuti ai ministri della R.S.I. e alle loro rispettive famiglie. Fra i vari soldi c’erano pure quelli che il Duce aveva ricavato dalla vendita del giornale di sua proprietà “Il popolo d’Italia”. Le stime fatte sull’ammontare di tutto quell’oro è ancor’oggi oggetto di discussione e forse non si arriverà mai a scoprirne l’esatto contenuto, ma una valutazione attendibile è quella che stabilisce il valore del tutto in ben 600 miliardi di lire dell’epoca! Secondo i dati per così dire “ufficiali”, l’inventario che i comunisti presentarono ammontava a circa 128 milioni di lire, ma è chiaro che viste le evidenti ruberie di quei giorni, quel dato era del tutto inattendibile. Secondo invece le ricerche fatte dagli americani, si risalirà ad una cifra di quasi 190 miliardi di lire. Sempre secondo la loro inchiesta, 400 milioni finirono nelle casse del Comando Alleato, mentre un centinaio di milioni venne dato al C.V.L.(Corpo Volontari della Libertà). Un’altra parte del denaro finì in “piccole” dosi ad alcuni partigiani locali (che in quelle ore avevano provveduto a rubare), o alle famiglie del luogo, come ricompensa che i ministri fascisti fermati a Dongo diedero in cambio di protezione per le loro famiglie. Tutto il resto finirà nelle casse del partito comunista italiano….. Come in molti confermeranno in seguito, su tutti Massimo Caprara, per vent’anni segretario di Palmiro Togliatti, quei soldi incassati illegalmente servirono come finanziamento illecito per:                               

1)acquistare la sede nazionale del partito comunista a Roma, ossia “Botteghe Oscure”                                                                                                                                     

2)acquistare la tipografia per il giornale di partito “L’Unità”.                          

3)acquistare un albergo che servì per ospitare i quadri del partito provenienti da fuori città.                                                                                      

4)pagare le spese di mantenimento e successiva liquidazione di tutte le squadre partigiane garibaldine                                                         

5) finanziare le campagne elettorali del P.c.i. nel 1946 e nel 1948                  

6) il resto rimase come fondo cassa del partito, usufruendone nei decenni successivi.

Secondo alcune stime, i comunisti spesero circa 30 miliardi dell’epoca per finanziare le due campagne elettorali, mentre ne spesero 3 per l’acquisto di Botteghe Oscure….Da non dimenticare inoltre che a questo s’aggiunge pure la vendita di una copia del carteggio “Churchill-Mussolini” che Togliatti consegnò personalmente a Churchill, dopo lunghe trattative, in cambio di “soli” due milioni e mezzo di lire dell’epoca. Ad ogni modo, per quanti miliardi siano stati effettivamente spesi, ciò che è certo è che una grossa fetta rimase per sempre nelle casse del P.c.i. di cui ne giovò per decenni, forse fino ai giorni nostri (alla faccia dello stato sociale e dei lavoratori che loro stessi millantavano di voler aiutare e tutelare….). Questo colossale furto, che non ha precedenti né seguito nella nostra storia, forse nemmeno in quella di tangentopoli, fu deciso dagli alti vertici comunisti e gestito presumibilmente, stando alle testimonianze ufficiali, dal dirigente di partito locale, tale Dante Gorreri, incaricato di amministrare l’oro di Dongo e tutti i documenti segreti del Duce rinvenuti nelle sue borse. Nessuno pagò mai per quel crimine contro lo stato e contro l’intero popolo italiano: a pagarne le conseguenze fummo invece solo noi italiani e le casse del nostro stato; ma soprattutto pagarono per primi coloro i quali persero la vita per porre in salvo quei soldi e consegnarli alle autorità....Anche questa è una storia tutta italiana, vergognosa e per la quale andrebbe fatta una volta per tutte chiarezza e soprattutto giustizia (magari obbligando gli eredi politici del P.c.i. a restituire allo stato italiano tutti i soldi rubati alle casse dell’erario).

UNA LUNGA CATENA DI OMICIDI  

Durante il periodo che andava dagli ultimi giorni di aprile del 1945 fino alla fine di quella torbida estate, tutte le persone che sapevano della morte di Mussolini, o dei documenti che il Duce portava con se, e soprattutto dell’oro di Dongo, vennero fatte per sempre “tacere” con un metodo molto in voga in quei giorni: un colpo in petto ed uno in fronte e gettato nel profondo lago di Como, così il corpo incamerava subito acqua ed affondava, senza mai più risalire……Il testimone chiave di tutti gli eventi di Dongo, tale Luigi Canali, più conosciuto da tutti come il Capitano Neri, è fra le prime vittime della furia omicida dei comunisti.Per chi non lo conoscesse, egli era il capo di stato maggiore della 52^ brigata partigiana di Como, e fu colui che portò il Duce e la Petacci a Bonzanigo di Mezzegra, nella casa di suoi amici fidati, i coniugi De Maria. Fu anche colui che visionò tutti i documenti che il Duce portava con se, e che tentò vanamente di porre al sicuro, ritenendo quelle carte di grande importanza per la storia e per la nazione. Ma soprattutto fu colui che si occupò inizialmente di censire tutto l’oro di Dongo e che tentò di consegnare alle autorità, ritenendolo di proprietà dello stato italiano. Le sue denunce contro le prime sparizioni di denaro, i tentativi di sottrarre alle grinfie comuniste tutti quei beni, saranno la sua condanna a morte.Ma prima di Luigi Canali “capitano Neri”, toccò ad un altro partigiano di venir ucciso, anch’egli protagonista in quelle ore: tale Giuseppe Frangi, conosciuto da tutti come “Lino”, ossia uno dei due uomini messi a guardia di Mussolini fuori casa De Maria. Egli chiese di parlare col Neri, per rivelargli notizie importanti (si presume che volesse raccontare come avvenne esattamente la morte del Duce, visto che il Neri giunse a fatto già compiuto). Ma a quell’appuntamento non vi arriverà mai…..verrà assassinato la sera prima ed il suo corpo gettato nel lago…Tempo dopo toccherà anche alla partigiana “Gianna”, fidanzata del Neri e, strana coincidenza, colei che per ordine del suo uomo, censì tutto il materiale sequestrato alla colonna fascista a Dongo. In quei giorni non si era rassegnata alla scomparsa del suo fidanzato, tanto che tentò di tutto per ritrovarlo e per scoprire la verità sulla sua fine. Forse si era troppo sbilanciata oltre, tanto che la sera del 23 giugno 1945 verrà vista salire su una motocicletta con due uomini: pochi minuti dopo qualcuno udirà delle grida ed alcuni colpi di pistola. Verrà così uccisa ed anche il suo corpo sparirà per sempre nel lago…..Più avanti la furia assassina dei comunisti prese tutti coloro che sapevano o che si presumeva potessero parlare sugli eventi di Dongo: toccò ad Annamaria Bianchi, amica della Gianna, a conoscenza di molte sue confidenze. Quando iniziò a fare domande sulla scomparsa improvvisa della sua amica, sparirà nel nulla pure lei...Subito dopo verrà ucciso anche il padre di Annamaria, Michele Bianchi, deciso a far luce sulla scomparsa della figlia. Ma altri vennero presi nella morsa omicida dei comunisti, per ragioni più o meno oscure: da Natalina Chiappo, staffetta partigiana della 52^ brigata Garibaldi, al partigiano “Biondino” (amico di Bill) che venne coinvolto con altri ragazzi in un incredibile e strano incidente, saltando in aria su una bomba che si trovava all’interno della loro barca; da Angelo Magni, amico del Neri, il quale aveva soltanto “osato” chiedere informazioni sulla misteriosa scomparsa del suo amico, fino alla sparizione del postino di Dongo, che a quanto pare era a conoscenza del luogo esatto in cui fu nascosto l’oro della R.S.I. Tutti questi sapevano qualcosa, poco o tanto, sia sull’oro sparito, sia sui documenti del Duce, sia sulla reale fine che lui e Claretta fecero quel 28 aprile.Un anno dopo toccherà addirittura alle sfere più alte: per primo il giornalista del Meridiano D’Italia, Franco De Agazio, che nel 1946 venne assassinato solo per aver iniziato a pubblicare sul suo giornale una serie di articoli che stavano aprendo uno squarcio di luce sugli oscuri avvenimenti di Dongo ed in particolar modo sui nomi degli assassini del Capitano Neri e di Gianna. Poi, a distanza di anni, precisamente nel 1957, quando finalmente iniziò il processo per le morti di Dongo e per il furto dell’oro, uno dei giudici del processo, Silvio Andrighetti, il più deciso ed il più onesto, verrà trovato morto in ospedale, dopo esser stato ricoverato per un collasso: il suo decesso sarà bollato come suicidio…… Nel frattempo gli altri quattro giudici che componevano la corte si dimisero, abbandonando la carica assunta, sotto la singolare quanto patetica scusa dell’indisponibilità fisica…Intanto il partito comunista, per proteggere i suoi uomini, aveva provveduto a far eleggere deputati i principali uomini coinvolti in quelle vicende, tra questi anche il famigerato Dante Gorreri….. La sospensione del processo, l’amnistia di Togliatti e l’immunità parlamentare che taluni individui ricevettero con l’elezione a deputati, fecero per sempre insabbiare le prove ed impedire definitivamente lo svolgimento del processo e quindi delle condanne. Il resto, come ricordato fin qui, i comunisti lo otterranno chiudendo per sempre la bocca ai testimoni più scomodi. Così, giustizia non sarà mai fatta ed i colpevoli per sempre impuniti e addirittura in alcuni casi premiati con onorificenze per “meriti” resistenziali....

 
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Clamorose novità sull'omicidio di Mussolini

Post n°6 pubblicato il 28 Gennaio 2009 da comitatovgxmussolini

Clamorose novità sull’omicidio Mussolini: esisterebbe un filmato segreto della Cia  sull’uccisione del Duce.

Luciano Randazzo, avvocato di Guido Mussolini (nipote del Duce) incaricato di indagare sulle vicende del 28 aprile 1945, sostiene che la verità sulla morte di Mussolini potrebbe risiedere negli Stati Uniti d’America, più precisamente a Langley, sede centrale della Cia. Negli archivi dei servizi segreti statunitensi infatti, secondo l’avvocato, vi sarebbe ben più di un semplice documento sui fatti di Mezzegra. A Langley, in Virginia, risulterebbe conservato e tuttora archiviato come top secret, nientemeno che un filmato sugli ultimi minuti di vita del Duce. L’avvocato Randazzo afferma: «Ho notizie certe e affidabili riguardo l’esistenza di un filmato di tre minuti conservato a Langley, nella sede centrale della Cia, con le immagini dell’esecuzione di Benito Mussolini.  Si tratterebbe di un documento ripreso da un videoamatore e subito fatto sparire. Ora, grazie ad una nostra fonte, siamo riusciti a scoprire dove si trova e intendiamo chiederne una copia».

La ricerca della verità sulle ultime ore del Duce si è dunque spostata in questi ultimi anni soprattutto tra l’Inghilterra e l’America.

Nell’archivio di Stato di Richmond, non lontano da Londra, ci sarebbe la lettera datata 1944 con la quale un agente inglese infiltrato nei partigiani avrebbe sottoposto a Winston Churchill in persona il progetto per eliminare Benito Mussolini.   

In America invece, sarebbero presenti numerosi documenti definiti «interessanti» se non addirittura «risolutivi» dall’avvocato Randazzo, e custoditi, oltre che nell’archivio della Cia a Langley, anche in quello della marina militare a Washington, nell’archivio governativo, sempre a Washington, ed in un paio di archivi privati di appassionati documentaristi.
«È nostra intenzione andare fino in fondo - conferma il legale di Guido Mussolini - Quanto prima partiremo per Londra e stiamo aspettando notizie certe sul filmato che, secondo la nostra fonte, potrebbe essere custodito in copia anche presso la presidenza del Consiglio dei ministri, a Roma».

Sulla morte di Benito Mussolini, l’avvocato Randazzo si dice convinto dell’ipotesi di un complotto internazionale, con il coinvolgimento di agenti dei servizi segreti britannici alla ricerca del carteggio Mussolini-Churchill.

 

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini commenta:

Quello che a noi interessa di più è l’affermazione che anche a Roma, nella sede della presidenza del consiglio dei ministri, giacerebbe una copia di quel filmato....Allora, senza aspettare improbabili favori dalla Cia, ci domandiamo e chiediamo cosa aspetta l’Italia a rendere pubblico un documento d’importanza storica così rilevante? Cosa aspetta il signor presidente del consiglio, sempre pronto a riempirsi la bocca di termini come libertà, verità, ecc. ecc. ecc., a compiere per una volta un gesto davvero liberale? In tanti anni alla presidenza del consiglio dei ministri, non gli è mai venuto in mente di rendere giustizia alla storia del nostro paese? Ed il signor presidente della camera, vista la sua provenienza politica, quale ruolo svolge in tutto questo? Il ruolo di chi non vede, non sente e non parla, per convenienza? E gli altri signori di An che sono attualmente ministri? Alla luce di queste ulteriori ipotesi, a maggior ragione le nostre pressioni sullo stato italiano e sull’opinione pubblica si faranno sempre più insistenti.  Noi esigiamo la verità, ed in un modo o nell’altro prima o poi la porteremo a casa. Per rendere verità e giustizia a Benito Mussolini....

 

 
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I contenuti del carteggio Mussolini-Churchill

Post n°5 pubblicato il 26 Gennaio 2009 da comitatovgxmussolini

   I CONTENUTI DEL CARTEGGIO MUSSOLINI-CHURCHILL

 

Ci sono molte testimonianze, più o meno attendibili, che ci riportano quelli che possono essere i reali contenuti della corrispondenza segreta tra il Duce ed il premier inglese.

Quello che possiamo dare per certo è che Churchill si spese per convincere l’Italia a restare fuori dal conflitto, garantendo in cambio territori in Africa settentrionale e probabilmente territori francesi (vedi Nizza e Savoia) oltre che greci (le isole del Dodecanneso) e la restituzione definitiva della Dalmazia.

La cosa effettivamente compromettente per la Gran Bretagna sarebbe perciò quella di aver promesso all’Italia territori di altre nazioni, fra oltretutto alleate degli inglesi, senza minimamente interpretare la Francia in primis, ma anche le altre nazioni chiamate in causa. Questo almeno è ciò che trasparirebbe dalla prima parte dei carteggi.

Esiste infatti una seconda fase della corrispondenza tra Mussolini e Churchill, che sarebbe ripresa nell’estate del 1944 (dopo una lunga interruzione di quasi tre anni).

Qui le cose si farebbero ancora più compromettenti. Infatti gli innumerevoli incontri avvenuti sulle sponde del Garda, nel complesso amministrativo di Salò, tra esponenti del governo della Repubblica Sociale ed emissari inglesi e americani, riportano prepotentemente alla ribalta la questione. Ad un paio di questi incontri vi avrebbe partecipato direttamente anche lo stesso Mussolini. Qui non vi sono dubbi sulle motivazioni di quelle riunioni: l’Italia avrebbe convinto la Germania a raggiungere una pace separata con l’Inghilterra e gli Stati Uniti, ponendo quindi fine alle ostilità, per unirsi tutti insieme nel contrastare la preoccupante avanzata bolscevica dell’Unione Sovietica nel cuore dell’Europa. In sostanza avremmo assistito ad un capovolgimento del fronte, con conseguenze clamorose, se non fosse che solo all’ultimo momento gli Alleati rinunciarono, perché oramai era prossimo il loro successo sulle forze dell’Asse.

I punti principali, come ricorderà poi nelle sue testimonianze anche un ufficiale della Decima Mas, Sergio Nesi, presente ad una di quelle riunioni, erano precisamente i seguenti:

1) Legale riconoscimento dello stato della Repubblica Sociale Italiana

2) Armistizio “con condizioni” con la R.S.I. e successivamente anche con la Germania.

3) Formazione di un’alleanza tra R.S.I., Germania, Inghilterra e Stati Uniti per volgere le proprie armate contro l’Unione Sovietica.

4) Spostamento della 5^ armata americana e dell’8^ armata britannica (quelle del generale Patton e del generale Montgomery) insieme alle truppe della R.S.I. e a quelle tedesche, tutte di stanza in Italia, sui confini orientali (per fermare l’invasione di Tito e per chiudere la strada alla successiva avanzata delle truppe dell’armata  rossa).

In quest’ottica rientra anche il piano De Courten, dove truppe del Regio esercito del governo del sud Italia, in collaborazione con la Decima Mas e la brigata partigiana Osoppo (di sicura fede democratica ed anticomunista) avrebbero dovuto in gran segreto collaborare e quindi operare una difesa dei confini orientali italiani dall’invasione jugoslava delle truppe comuniste di Tito.

A confermare queste clamorose proposte ci sono, oltre che la testimonianza di Sergio Nesi, quella del principe Junio Valerio Borghese, quella di Pietro Carradori (attendente del Duce, che lo accompagnò personalmente almeno a due incontri, il 21 settembre del 1944 ed il 21 gennaio del 1945); ma anche Ermanno Amicucci, all’epoca direttore del Corriere della Sera e amico del Duce,(che testimonia di aver visto Mussolini recarsi ad incontri con emissari inglesi, iniziati già nel giugno del 1944 e dove in un occasione il Duce andò all’appuntamento da solo, guidando personalmente una balilla); oppure Alfredo Cucco, sottosegretario alla cultura popolare, che testimonia di ripetuti incontri avvenuti con autorità britanniche, già nell’estate del 1944, o ancora il generale Ruggero Bonomi, sottosegretario dell’Aeronautica Repubblicana, anch’egli testimone di riunioni avvenute in gran segreto su alcune ville della Lombardia, messe a disposizione da proprietari che avevano contatti diretti con gli inglesi. Senza dimenticare inoltre la testimonianza di Claudio Ersoch, nipote di Tommaso David (capo dei servizi segreti della R.S.I.) in cui dichiara che suo nonno gli raccontò che i cosiddetti documenti segreti di Mussolini potevano valere come arma di scambio per ridare all’Italia l’Istria, in quanto specificò chiaramente come fra quelle carte c’erano dimostrati gli accordi che tra il 1944-45 i membri della R.S.I. e quelli della Germania avevano avuto con l’Inghilterra e gli Stati Uniti per giungere ad una pace in Europa ed unirsi assieme contro l’invasione dell’Unione Sovietica.  

C’è anche la testimonianza di Alberto Botta, che riporta le dichiarazioni del fratello Ercole, (il partigiano “Capitano Fede”) che fu uno fra quelli che lesse i contenuti del carteggio, dove anch’egli riscontrò fra l’altro questo tentativo di accordo fra R.S.I., Germania e Angloamericani per allearsi e combattere uniti l’Urss di Stalin.

Non sappiamo di preciso se i contenuti sopra elencati potranno avere un giorno ulteriori ed inequivocabili conferme, tuttavia è interessante riproporre l’unica lettera  scritta di cui siamo effettivamente in possesso, che è assai indicativa nel confermare la presenze di accordi tra i due statisti.

La scrisse Mussolini il 24 aprile 1945, che la consegnò poi in prefettura a Milano al tenente delle SS Franz Spoegler, incaricato di farla pervenire al premier britannico. Così si legge in questa ultima lettera:

Eccellenza,

gli eventi purtroppo incalzano. Inutilmente mi si lasciarono ignorare le trattative in corso tra Gran Bretagna e Stati Uniti con la Germania. Nelle condizioni in cui dopo cinque anni di lotta è tratta l’Italia, non mi resta che augurare successo al Vostro personale intervento.

Voglio tuttavia ricordarvi le Vostre stesse parole: -L’Italia è un ponte. L’Italia non può essere sacrificata- Ed ancora quelle della Vostra stessa propaganda, che non ha mancato di elogiare ed esaltare il valore sfortunato del soldato italiano.

Inutile è inoltre rammentarvi quale sia la mia posizione davanti alla storia. Forse siete il solo oggi a sapere che io non debba temerne il giudizio. Non chiedo quindi mi venga usata clemenza, ma riconosciuta giustizia e la facoltà di giustificarmi e difendermi.

Ed anche ora, una resa senza condizioni è impossibile perché travolgerebbe vincitori e vinti.

Mandatemi dunque un vostro fiduciario; vi interesseranno le documentazioni di cui potrò fornirlo di fronte alla necessità di imporsi al pericolo dell’Oriente.

Molta parte dell’avvenire è nelle Vostre mani. E che Dio ci assista”.

Benito Mussolini

 

Vogliamo chiudere questo argomento ricordando ancora questa passaggio della lettera, secondo noi eloquente più di ogni altra frase:

“....Inutile è inoltre rammentarvi quale sia la mia posizione davanti alla storia. Forse siete  il solo oggi a sapere che io non debba temerne il giudizio.....”

 

Forse proprio perchè Churchill era l’unico a saperlo, si è chiusa per sempre la bocca a Mussolini e alla Petacci, facendo sparire nel nulla le prove scottanti di quelle lettere....

 
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Il carteggio Mussolini-Churchill

Post n°4 pubblicato il 24 Gennaio 2009 da comitatovgxmussolini

Il carteggio Mussolini-Churchill


Le conferme


“Fate attenzione! In quelle borse ci sono documenti molto importanti per il futuro dell’ Italia!”
E’ con questa misteriosa ammonizione che Mussolini fece capire al partigiano Bill, l’uomo che poco prima lo aveva scoperto sul camion tedesco e messo poi in stato di fermo, che fra i suoi documenti esisteva qualcosa di veramente scottante e determinante per il giudizio della storia e per le conseguenze che si sarebbero potute verificare da lì in avanti nel nostro Paese e forse anche nel resto d’Europa.
Da quel preciso momento avrà inizio il lungo enigma del carteggio, che ci calerà esclusivamente in un’atmosfera cupa, impregnata soltanto di terrore, mistero e morte....... Molte persone saranno costrette al silenzio, sotto costante minaccia; ad altre invece, verrà chiusa la bocca per sempre....
E’ oramai certo che il Duce portasse con se documenti molto importanti per il nostro futuro e  per la storia: ma esattamente quali? Forse gli originali e le copie delle 62 o più lettere che Mussolini e Churchill si erano scambiati in tutti quegli anni e che per ragioni più o meno oscure non avevano mai cessato di proseguire, nonostante la guerra? Probabilmente.......
A tal proposito è molto interessante la conferma che ci viene dai registri pubblici della Public Record Office di Londra, dove, una volta divulgati, si sono potuti scoprire due importanti elementi:
1) vi è un documento che dimostra l’esistenza di un’operazione dei servizi segreti britannici per uccidere Benito Mussolini. A capo di questa operazione venne designato un agente segreto con il nome in codice “Capitano John”.
2) Un altro documento trovato fra i registri, si riferisce in maniera esplicita alla questione delle presunte carte segrete, di fatto ammettendone l’esistenza e l’assoluta necessità di recuperarle quanto prima. In una nota per i servizi segreti, dopo aver accennato la presenza di un piano studiato da Mussolini per dividere gli Alleati, datato aprile 1945, ad un certo punto si legge :
“Negli archivi di Mussolini c’è molto materiale che dovremmo recuperare al più presto… Molto di questo materiale è compromettente per gli Alleati e per alte personalità italiane….”
Cosa c’era di così compromettente per gli Alleati e per alcuni importanti uomini della resistenza o del governo italiano? Ed è dunque l’ombra di questo introvabile carteggio che ha portato all’assassinio di Mussolini?
Non si può certo trascurare come a tal proposito furono profetiche le parole di Claretta Petacci,  espresse in una telefonata a Mussolini il 2 aprile 1945, intercettata dai centralinisti tedeschi :
“Hanno tutti l’interesse a farti tacere per sempre! Tu dici: parlano i documenti. Ma loro sanno che i documenti si comprano, si rapinano, si distruggono. Un fatto è sicuro: se tu, se il carteggio, doveste un giorno essere in loro possesso, le tue ore di vita, nonché quelle del carteggio ,sarebbero contate!”  
Ma esistono tante altre conferme, più o meno esplicite, sull’esistenza effettiva del carteggio,  e la maggior parte la riscontriamo nel libro di Ricciotti Lazzero “Il sacco d’Italia” (Ediz. Mondadori) dove lo storico ha raccolto lettere e trascrizioni di intercettazioni telefoniche, di cui era in possesso l’ex comandante delle SS in Italia, Karl Wolff. Tutti gli storici ed i massimi esperti hanno potuto in seguito constatare l’autenticità inequivocabile di quei documenti.
Gli stralci più significativi, come anche Luciano Garibaldi ha riproposto nel suo libro (La pista inglese-Ediz. Ares) potrebbero in breve riassumersi in questo modo:


Il 10/09/1944  Mussolini scriveva così al ministro Graziani:


“...Soltanto il carteggio, ormai voluminoso, in caso di bisogno parlerà e spezzerà ogni lancia puntata verso di noi. Il solo conoscere l’esistenza dei miei incartamenti fa paura a troppi: da Vittorio Emanuele a Badoglio. Ma anche lo stesso Churchill e lo stesso Hitler…”


Il 09/01/1945  Mussolini scriveva di nuovo al ministro Graziani:


“…Al momento, ritengo di grande importanza portare al sicuro questi incartamenti, in primo luogo lo scambio di lettere e gli accordi con Churchill. Questi saranno i  testimoni della malafede inglese. Questi documenti valgono più di una guerra vinta…”


Il 25/03/1945 Mussolini è al telefono col ministro Zerbino:


“…Mandate subito il materiale a Milano. Le altre due copie devono essere conservate in posti diversi. Io terrò poche carte. Non si sa mai a cosa si può andare incontro e  bisogna in ogni modo impedire che anche una piccola parte possa cadere in mani di gente che abbia interesse a distruggerla o a nasconderla……”


La lettera che però sembra esser più eloquente di tutte, sulle conseguenze che quelle carte avrebbero avuto sia in sede storica che militare, è quella che Mussolini scrisse il 07-03-1945 al ministro Graziani. Eccone lo stralcio più significativo:
“…Churchill sa che io ho le cartucce pronte. Certamente si mangia le unghie per la sua lettera dell’ottobre 1940, ora che si trova nelle grinfie dell’orso russo. E se io agissi? La sua posizione diverrebbe insostenibile, sarebbe la fine, potrebbe avere come conseguenze il suo siluramento. Fine per noi augurabile? No, non sono di tale avviso. Per noi è un ponte, un appiglio in caso di estrema necessità. Tutto questo Churchill lo sa benissimo…”
Cosa poteva mai esserci scritto di così clamoroso tanto da far dire al Duce: “questi documenti valgono più di una guerra vinta...”? Ed è eventualmente per queste carte che Churchill in persona, nei mesi successivi alla fine della guerra, si recò più volte in Italia, proprio nei luoghi teatro delle ultime vicende mussoliniane, come Villa Gemma a Gardone, luogo in cui visse Carlo Alberto Biggini, ministro della Repubblica Sociale Italiana, il quale si dice fu costretto dal precipitare degli eventi ad abbandonare nella sua casa una copia del carteggio? Guarda caso la stessa abitazione in cui il premier inglese si farà fotografare quell’estate. Proprio una strana coincidenza....Come mai si trovava proprio lì?
I testimoni che dicono di aver visto queste carte sono molti, compreso esponenti della resistenza. Fra i tanti è interessante riportare lo stralcio di una lettera scritta da Oscar Sforni, segretario del comitato di liberazione nazionale (CLN) di Como ai suoi superiori del distretto provinciale, il 29 settembre del 1945:
 “…Esistevano, e ciò era notorio, documenti di un valore eccezionale facenti parte dell’archivio segreto di Mussolini, e oltre ai carteggi storici delle varie conferenze di Stresa, di Monaco, ecc., vi era un carteggio personale fra Mussolini e Churchill e fra Mussolini e Chamberlain…. Ora si è avuta la notizia incredibile che questi documenti, di una importanza così evidente per la nazione e per la storia, sono stati ritirati da  ufficiali inglesi dell’Intelligence Service, in occasione della venuta di Churchill sul lago
di Como....”
Che dire di più? Se perfino un esponente di spicco del CLN comasco dichiara esplicitamente quel che abbiamo appena letto, evidentemente qualcosa dev’esser pur esistito fra quei documenti in mano al Duce….


Esistono altri importanti testimoni, sicuramente credibili vista la loro posizione, come ad esempio:
-Luigi Carissimi Priori, capo dell’ufficio politico della questura di Como dopo il 25 aprile.Fu presente quando vennero fatte alcune fotocopie del carteggio (le carte erano  quelle sequestrate a Dongo dalle borse del Duce). Egli afferma di averne letto anche i  contenuti, parlando di una sessantina di lettere, datate tra il 1936 ed il 1940. 
- Aristide Tabasso, capo della polizia partigiana di Verona. La sua storia appare sui giornali e lui pubblicamente si rivolge ad Umberto II° di Savoia perché renda noto a  tutti il contenuto del carteggio (pochi mesi dopo morirà in circostanze poco chiare). Successivamente abbiamo la testimonianza del figlio Franco che fu presente la sera  in cui il padre aprì la valigia contenente quei scottanti documenti, e dove un giornalista tentò vanamente di convincerlo a lasciargli fotografare alcune carte, sotto compenso.
- Massimo Caprara, segretario per vent’anni di Palmiro Togliatti. Ha dichiarato in molte interviste ed anche nei libri che ha scritto, che le carte sequestrate a Dongo, o copie di esse, furono prese da Emilio Sereni, funzionario del Pci e consegnate a Togliatti. Successivamente il leader comunista riuscì a “ricattare” Churchill, fino a quando decise di consegnargli le copie in suo possesso,in cambio di denaro (2.500.000 di lire dell’epoca). 
-Urbano Lazzaro “Bill”. Secondo la sua testimonianza, diede in consegna al partigiano  Renzo Bianchi la borsa che sequestrò a Dongo a Marcello Petacci (fratello di Claretta). Successivamente il Bianchi gli avrebbe raccontato di aver visto, rovistando nella borsa, una cartellina rosa con scritto:
“Corrispondenza Churchill-Mussolini”. Non si può inoltre dimenticare che nelle sue memorie “Bill” ricordava sempre la frase chiara ed inequivocabile con cui Mussolini gli si rivolse, non appena il partigiano prese in mano le sue borse:“Fate attenzione! In quelle borse ci sono documenti molto
importanti per il futuro dell’Italia!”
A tutte queste, ed altre che si potrebbero aggiungere, vogliamo citarne una che proviene direttamente da Elena Curti, presunta figlia segreta di Mussolini, la quale gli stette accanto nell’ultimo periodo della sua vita, con mansioni all’interno di un ministero della R.S.I. Quella fatidica mattina del 27 aprile anche lei si trovava nella colonna fermata a Dongo e poté testimoniare di aver visto il Duce portare con se le due famose borse di cuoio, più una busta di pelle. Ad un certo punto Mussolini, rivolgendosi a lei, affermò che con se aveva documenti di estrema importanza e sorprendenti.... Le sue parole precise furono:
“.......Qui c’è la verità di come sono andate le cose e chi sono i veri responsabili della guerra. Il mondo deve saperlo e si sorprenderà!” (tratta dal libro “Il chiodo a tre punte” di Elena Curti, ediz. Iuculano).


Forse non sapremo mai quali segreti si celano dietro quei documenti, ma sappiamo per certo che il carteggio Mussolini-Churchill è realmente esistito. Probabilmente negli archivi segreti di Londra, o in qualche archivio del vecchio Pci, o forse in quelli di Mosca, o di qualche collezionista, sicuramente si possono trovare le copie o addirittura gli originali. Quello che di certo possiamo dire, è che volenti o nolenti quelle carte devono in qualche modo aver contribuito alla decisione di assassinare Benito Mussolini e Claretta Petacci.
Anche per questo e soprattutto per questo è nostro dovere indagare, insistendo nonostante i boicottaggi che continuano ad arrivare sull’argomento.

 
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UN ATTO CRIMINALE

Post n°3 pubblicato il 23 Gennaio 2009 da comitatovgxmussolini

L’omicidio Mussolini (poiché è questo il vero ed unico giudizio che bisogna dare a quella feroce operazione paramilitare avvenuta nei dintorni di Bonzanigo di Mezzegra nell’ormai lontano 28 aprile del 1945), si tratta essere a tutti gli effetti un delitto in piena regola, studiato a tavolino e messo in atto da un gruppo di vili criminali, che hanno agito in modo del tutto arbitrario, infischiandosene delle leggi vigenti e degli ordini imposti da coloro che in quel momento governavano, dando retta invece soltanto ad esigenze forse ideologiche, forse politiche. Non si può parlare quindi di un atto di giustizia, poiché la vera giustizia prevedeva un regolare processo, in un regolare tribunale, alla presenza di regolari giudici, autorizzati a svolgere la loro professione da un regolare stato, che emanava regolari leggi. E Mussolini, come qualunque altro essere umano su questa terra, aveva il sacrosanto diritto di potersi difendere in un’aula di tribunale, rispondendo alle accuse che sarebbero state mosse nei suoi confronti, e forse, sarebbe pure riuscito a presentare le prove che lo avrebbero assolto da più di una delle accuse internazionali, eventualmente mosse a suo carico. Lui stesso dichiarò in quei giorni, attraverso una lettera-memoriale, di prevedere il fatto che non sarebbe mai stato  processato perché da accusato sarebbe diventato pubblico accusatore. Chissà, forse è morto proprio per evitare che si arrivasse a questo......Ma, a parte ciò, nessuno poteva sostituirsi al giudizio Divino, né a quello legittimo della magistratura, per sentenziare se un uomo è degno o no di continuare a vivere. Ed invece.... Chi ha processato Mussolini? Nessuno. Chi lo ha portato in un’aula di tribunale? Nessuno. Chi, fra quelli che ne avevano l’autorità, ha emesso la condanna a morte? Non si sa....Forse un giudice? No. Allora il governo Bonomi con un proprio emendamento? No. Gli Alleati? Nemmeno. Ma allora, alla presenza di chi e quando si è svolto questo processo? Mai... L’omicidio di Mussolini e della Petacci (perché anche lei è stata volutamente assassinata) sono stati degli atti immorali ed illegali che avrebbero dovuto portare a perseguire legalmente gli autori ed i complici di quella feroce operazione paramilitare; ma per fare ciò bisognava prima scoprire i colpevoli, quelli veri, cosa questa praticamente impossibile, perché sono passati sessantaquattro anni ormai ed ancora non si è frantumato quel muro di menzogne e di omertà che i comunisti ed i loro affiliati hanno imposto con la forza e col terrore.Già, i comunisti...... coloro i quali si sono attribuiti il “merito” di aver assassinato il Duce e altre diciassette personalità legate alla R.S.I. (ovvero gli uomini catturati a Dongo insieme a Claretta e Marcello Petacci); gli stessi, questi comunisti, che il giorno dopo ordinarono l’infame scempio di Piazzale Loreto esponendo i cadaveri come bestie sgozzate in un macello. Un volgare spettacolo da “macelleria messicana” dirà poi qualcuno.....Anche qui nessuno pagò mai per quel crimine: vilipendio di cadaveri (ben 19 se calcoliamo anche il malcapitato Achille Starace, che nulla aveva più avuto a che fare con la politica fin dal lontano 1939, emarginato da tutto e da tutti, ma che fu preso mentre correva in tuta ginnica per la strada e messo vigliaccamente anch’egli nel calderone delle vittime, esposto poi alla gogna). E’ proprio a Piazzale Loreto che l’Italia si macchierà della pagina più vergognosa della propria storia, mostrando al mondo intero quegli istinti animaleschi di una parte del proprio popolo, evidentemente ancora troglodita.....Anche per questo, non possiamo esimerci dal pretendere che la verità venga alla luce, ribadendo il nostro intento di rendere giustizia morale e storica a Mussolini, alla Petacci e a tutti gli uomini che hanno lottato e sono morti trucidati, per difendere la sovranità e l’onore d’Italia.

 
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BREVE RESOCONTO

Post n°2 pubblicato il 23 Gennaio 2009 da comitatovgxmussolini

 

Dopo i fatti tragici dell’aprile 1945, nel nostro paese è incomprensibilmente iniziata una sistematica censura su tutta la verità che si cela dietro la morte ancora misteriosa di Benito Mussolini e Claretta Petacci; una verità che a tutti i costi non doveva e non deve tutt’ora passare.... Perché? Cosa accadde di così inenarrabile quel 28 aprile a Bonzanigo di Mezzegra e dintorni tanto da dover mentire per così tanto tempo? Chi si vuol tutt’ora coprire? E soprattutto per quale motivo? Perché sono stati uccisi alcuni testimoni di quei fatti, se tanto il duplice omicidio è stato reso pubblico e giustificato?Perché si è inscenata una finta fucilazione davanti al cancello di villa Belmonte, sparando su due cadaveri? C’entrano forse i scottanti documenti che il Duce aveva con se, su tutti, il famoso carteggio segreto “Churchill-Mussolini”? O in qualche modo è implicato l’ingente oro sequestrato alla colonna fascista fermata a Dongo dai partigiani e fatto poi sparire per sempre (dai comunisti)? O cos’altro ancora? Nessuno fra i principali protagonisti volle parlarne, nessuno avrà mai il coraggio, né l’onesta di farlo; “la pelle è una sola.....” dirà poi uno dei testimoni di quelle vicende.......Comunque siano andate le cose, l’unica cosa certa è che la storia che ci hanno fin qui sempre raccontato è una colossale menzogna, smentita oramai da molti testimoni e da perspicaci storici che hanno dedicato parte della loro vita a svolgere tutte le indagini possibili pur di giungere alla tanto sospirata verità. Gli storici ci hanno sempre fin qui narrato che ad uccidere Benito e Claretta sono stati esclusivamente i comunisti; altri invece hanno affermato che sono stati gli agenti dei servizi segreti inglesi, sotto commissione di Churchill; quindi il dibattito si è sempre svolto fin’ora nel guardare o solo da una parte o solo dall’altra. Si può comunque ritenere, alla luce di tutti i documenti fin qui raccolti, che probabilmente entrambe le componenti abbiano partecipato al duplice omicidio, più o meno attivamente.Sia i comunisti che gli inglesi infatti, volevano Mussolini morto, ed una delle due parti aveva già deciso che anche la Petacci doveva morire. Entrambi gli schieramenti sono partiti con una missione segreta, decisa sottobanco, in barba alle disposizioni ufficiali degli Alleati e della Convenzione di Ginevra. Si può supporre che è stata solo una questione di tempistica: chi per primo è arrivato, ha “fatto fuori” il Duce; gli altri, giunti soltanto dopo sul posto, si sono “accontentati” di finire il lavoro sporco, eliminando anche la povera Claretta. Perché? Qui molte cose inducono a credere alla pista inglese, ma non si può neppure escludere l’ipotesi della cattiva gestione degli avvenimenti da parte di chi aveva Mussolini e la Petacci in custodia, degenerando col passare delle ore alla duplice tragedia finale. Quello che sicuramente sappiamo oramai con certezza è che la versione passata alla storia non rappresenta la verità, tanto che in molti l’hanno smentita, facendone notare e molteplici contraddizioni e falsità.

 

 
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PRESENTAZIONE DEL COMITATO VERITA' e GIUSTIZIA per MUSSOLINI

Post n°1 pubblicato il 23 Gennaio 2009 da comitatovgxmussolini

Presentazione

Questo comitato nasce come gruppo di ricerca, rivolto principalmente all’esigenza di scoprire la verità sull’omicidio di Benito Mussolini, cercando con ogni mezzo a nostra disposizione tutti gli elementi possibili per far luce su quella vicenda e rendere finalmente giustizia alla figura del Duce.

In quest’ottica s’inserisce conseguentemente anche la necessità di scoprire tutti i misteri che si celano dietro questa morte, a partire dai misteriosi carteggi con Churchill fino alla sparizione dell’oro di Dongo.

Inevitabilmente, facendoci carico di questa iniziativa, riteniamo necessario lavorare ad una corretta revisione storica della figura di Benito Mussolini e del fascismo, nell’ottica di consegnare alle future generazioni un quadro più chiaro e onesto, cosa questa che per oltre sessant’anni ci è stata negata dalla vulgata resistenziale. Ma allo stesso tempo significherebbe finalmente onorare moralmente e storicamente il politico, lo statista, l’uomo Mussolini.

Ci prefiggiamo come prima cosa di svolgere pressioni verso lo stato italiano affinché si decida a rendere pubblici i molti documenti attualmente ritenuti riservati, a partire dai diari di Claretta Petacci, che in qualche modo spiegherebbero molte questione sulla scelta del Duce di entrare in guerra, probabilmente includendo notizie utili anche sull’esistenza ed i contenuti del carteggio Mussolini-Churchill.

Come seconda iniziativa intendiamo chiedere al nostro governo di fare pressioni nei confronti dell’Inghilterra affinché rendano pubblici i contenuti degli scambi di lettere tra il Duce e Churchill, fornendo inoltre le prove fotografiche che per anni si sono rifiutati di consegnare, le quali dimostrerebbero la presenza sul luogo del delitto di emissari inglesi, che avrebbero immortalato i corpi di Mussolini e la Petacci, nei minuti successivi al loro decesso, ben prima di quelle 16:10.

Terzo obiettivo è ottenere l’autorizzazione a dedicare strade, piazze e monumenti a Benito Mussolini, senza incorrere in sanzioni penali.

Quarto punto, chiedere alle nostre istituzioni d’intraprendere una giusta e obiettiva revisione storica del ventennio, riscrivendo da zero quel periodo, attingendo a nuovi documenti, nel rispetto e nella pluralità dei giudizi. Insomma, dare a Cesare quel che è di Cesare (o se si preferisce, dare a Benito quel che è di Benito).

Vi chiediamo inoltre di contribuire al progetto segnalandoci qualunque fonte, documento, fotografia, testimonianza o libri possano in qualche modo riservare nuovi sviluppi utili a far chiarezza su quegli avvenimenti.Da queste pagine aggiorneremo quotidianamente la lista dei firmatari che vorranno aderire a questa iniziativa: chiedere Verità e Giustizia per Mussolini. Raccolto il numero adeguato di richiedenti, procederemo con il sottoporre allo stato italiano la nostra petizione.

Il tutto per amor di verità e per poter rendere finalmente giustizia a Benito Mussolini.

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

 
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