Creato da Paintedonmyheart il 04/02/2015

TuttacolpadellaLuna

"...quando si avvicina troppo alla terra, fa impazzire tutti". William Shakespeare

 

La canzone non c'entra niente

Post n°21 pubblicato il 15 Luglio 2017 da Paintedonmyheart

 


Vivo per lei - Andrea Bocelli e Giorgia


La canzone non c'entra niente, lo so, ma è quella che danno alla radio di ritorno dalla stazione della metropolitana dove vi ho lasciate. Mentre le note invadono la macchina, ho davanti a me l'immagine di voi due e delle vostre espressioni da "bimbe", mentre con occhi lucidi ci salutavamo, ringraziandoci reciprocamente per questi due bellissimi giorni regalati. 

La canzone non c'entra niente, ma mentre guido la sua musica mi fa stare bene. Anzi, no: è il pensiero di questi due giorni trascorsi insieme a far niente, se non a guardarci, sorriderci, commuoverci, ridere, ballare, suonare... Può bastare per soli due giorni? Può bastare per sentirsi così vicine? Roma è ancora lì che ci aspetta, così come il programma da me più volte pensato e ripensato per rendere produttive al massimo le ore da trascorrere a visitarla, ma per questa volta il fascino della città eterna ha perso contro il desiderio di stare semplicemente insieme e si è visto preferire prima un salotto di casa, poi una spiaggia tra le dune, spettatrici, come noi, di un tramonto che cominciava a cedere al richiamo del mare.

La canzone non c'entra niente ma le sue note rendono bene quel sapore di benessere rimasto tra le pieghe della pelle arsa dal sole e quel senso liberatorio che si può provare quando cedi alla lusinga del vento e ti sciogli i capelli affinché te li scompigli, incurante dell'aspetto che avrai dopo che sarà passato.

La canzone non c'entra niente, ma oggi ogni cosa è al proprio posto: i semafori verdi, il poco traffico, l'aria che entra dal finestrino aperto, i bellissimi giardini dell'Eur, il cuore...

 

 
 
 

Senza titolo

Post n°20 pubblicato il 05 Luglio 2017 da Paintedonmyheart

 

 

E conto i battiti

che mi tengono legata 

E le ore che passano

e che sanno di sale

Ed i giorni

che saranno settimane

e poi mesi

in un rincorrersi infinito

di desideri appesi a brandelli di stelle

che sono rimasti ancora là, 

muti

a ricordarci di essere stati sogno 

per noi

E poi rosa in un deserto

E dopo ancora   

carne viva su quella sabbia bollente

E ci sorrideva il cielo

E la luna ci mostrava l’altra faccia

E ci voleva quella follia

quella lucida follia

per ridisegnare il nostro tempo

con l’amaro sapore 

dei baci rubati

e mai più restituiti.

 

(Le vent, le cri)

 
 
 

Com-prendere: come ci si dovrebbe amare

Post n°19 pubblicato il 01 Luglio 2017 da Paintedonmyheart

 

Che magnifico verbo è "comprendere"...

Derivante dal latino, composto di “cum” (con) e “prehendere” (prendere), non è un semplice e freddo "capire".

"Tu non mi capisci..."

A chi non è mai capitato di dirlo e di sentirselo dire almeno una volta?

Chi non si è mai sentito tradito nel provare una simile sensazione?

Questo perché si può essere capiti con la testa, ma si può essere compresi solo con il cuore, e quando questo non avviene, quando si sente di non essere stati ascoltati veramente e interpretati, quindi, nella giusta maniera, immediatamente scatta la distanza da chi non ha saputo cogliere di noi ciò che era essenziale affinché sentissimo quella persona vicina.

In realtà, questo accade spesso, perché non è da tutti riuscire a comprendere, in quanto è un processo che implica un sapersi dare molto più grande di quel che può avvenire in un atto di semplice ascolto. E’ un  “prendere con sé" quella persona, è un "afferrarla" con l'intelletto che il cuore accoglie e fa suo, un includere che cambia l'assetto precedente, come un mattone può cambiare quello di una casa. Uno scambio  vitale e continuo che avviene tra il compreso ed il comprendente che arricchisce, che mostra nuovi mondi e nuovi orizzonti, da cui si può solo uscirne trasformati, perché più ricchi. Uno scambio che sancisce un legame unico, perché nessuno dei due sarà compreso e comprenderà alla stessa maniera in un rapporto con un altro, perché comprendere significa anche riconoscersi: nei solchi della pelle nuda, in quei segni e in quelle cicatrici che spesso parlano e agiscono più di quanto non riesca a fare l’intelletto ed il buon senso. 

E' che siamo fatti di storie. Di parole di vita che ci vestono come se fossero un abito da cui difficilmente ci si potrà staccare. Quando si accarezza una persona, si toccano tutte le gioie che a quella pelle hanno dato i brividi ed i dolori che l’hanno fatta rabbrividire. E quando la si abbraccia, si stringe a sé anche tutto il suo passato, e non si può pensare di amarla davvero se non si ama e non si rispetta anche ogni singola parola di quella storia, che l’ha segnata e disegnata, tracciandone la via e rendendola così unica.

E la cosa più incredibile è che nel comprendere esce fuori la bellezza. Succede anche davanti ad un'opera d'arte: la si riconosce come bella, quando riusciamo a riconoscerci un po' in essa, nel coglierne elementi, "vibrazioni" che ci appartengono.

Una persona che comprendiamo, non può non apparire ai nostri occhi come "bella".

E allora se ti amo, io ti comprendo, e se ti comprendo, non posso non amarti.

Così come sei.

Così come sono.

 


(E’ possibile. Io ancora ci credo.)

 

 

 
 
 

Equivoci napoletani

Post n°18 pubblicato il 27 Giugno 2017 da Paintedonmyheart


Questo che segue è un episodio realmente accaduto , un po' di tempo fa, in una classe quinta di una scuola elementare di un quartiere molto degradato del centro di Napoli.


Quell’anno, tra le varie discipline, insegnavo storia ed ero arrivata a spiegare alla mia classe la rivoluzione francese. In aula regnava un silenzio insolito per quegli alunni, abituati com’erano a considerare la scuola come una parentesi forzata delle loro vite di strada. Quel giorno invece, erano tutti stranamente attenti, ma devo ammettere che sempre la storia di un popolo che lotta in nome della “Liberté, Egalité, Fraternité”  desta nei ragazzini interesse e partecipazione e, forse, a maggior ragione ne destava nei miei, cresciuti in un quartiere dove quei  principi probabilmente non erano e non sarebbero mai appartenuti ad alcuno.
 Un alunno in particolare, considerato il "più bravo della classe", mi guardava incredulo con occhi sgranati e bocca semiaperta...

Finita la lezione, nel metterci in fila per uscire, questo ragazzino mi si avvicinò titubante e, scuotendo la testa, con aria pensierosa e sconcertata mi disse:

- Mae', certo che tutto quel casino...

- Non si dice casino…- lo ripresi con tono rassegnato.

- Sì sì…vabbè! Tutta quella roba là è successa perché a uno… gli è venuto in mente di prendersi una pillola!! 

Lo guardai perplessa. Gli sorrisi e gli chiesi, questa volta io incredula, come mai gli fosse venuta in mente un’assurdità del genere! Ed intanto tornavo con la mente alle cose da me dette (non si sa mai).

Lui sempre più convinto: 

- Mae’!! TU lo hai detto! Mica me lo sono sognato! 

Io...?! Non credevo alle mie orecchie…perché è vero che quando spiegavo in quella classe era molto facile che, nel cercare di tenere a bada l’uno o l’altro (più che lezioni erano lotte per la sopravvivenza) potessi distrarmi e forse dire qualche sciocchezza, ma una così madornale come avrebbe potuto uscirmi?

Avrei voluto cercare di approfondire la cosa e convincerlo che doveva aver capito male, che io non potevo aver detto una cosa del genere, ma la campana suonò e lui sgusciò via senza darmi il tempo di rispondere.

Il giorno dopo, rientrai in classe. Il mio alunno anche. Lo guardai. Era evidente che ci stesse ancora pensando: l’espressione del viso, con gli angoli della bocca in giù,  parlava da sola. Mi avvicinai per salutarlo e nuovamente lui, senza rispondere neanche al mio saluto, scuotendo sempre la testa, mi ribadì lo stesso pensiero del giorno prima, ancora più certo di quel che diceva per l’averne parlato a casa senza che NESSUNO dei componenti della sua famiglia avesse saputo trovare una spiegazione diversa al  fatto che l’assumere una pillola fosse stata una miccia capace di far scoppiare addirittura una rivoluzione.

Non sapevo più che pensare...  Eh sì che sono anche napoletana ed un piccolo sospettuccio mi sarebbe dovuto venire, ma niente! Non riuscivo a trovare alcun nesso logico tra la realtà dei fatti e quella strana interpretazione del mio alunno.

Allora, mantenendo la sicurezza della “brava insegnante”, lo rassicurai dicendogli che c’era stato sicuramente un equivoco, per cui ripresi l’argomento per chiarirlo.

A un certo punto, nel corso della spiegazione, i suoi occhi si illuminarono ed un sorriso abbagliante gli si stampò sul viso, per la soddisfazione di avere avuto finalmente la conferma di essere stato LUI ad aver capito bene!

Si alzò in piedi esultando e gridando:

- Ovvì mae' che avev' ragion' io!

Ero arrivata a parlare della...“presa della BASTIGLIA”!

Ed assicuro che avevo anche ben chiarito di che cosa si trattasse, eppure questa era la frase “incriminata”.
Quella che ha permesso di far credere per un giorno a un ragazzino napoletano  di 11 anni, ed a tutta la sua famiglia, che la miccia che fece scoppiare addirittura una rivoluzione fosse stata la “presa” di una...

          PASTIGLIA...

:)


© Robert Doisneau

 

 

 
 
 

La simmetria del cuore

Post n°17 pubblicato il 19 Giugno 2017 da Paintedonmyheart

 

da "Il contrario di uno" di Erri De Luca

(Un uomo e una donna in cordata escono da una nube addensata intorno a un pilastro di roccia che stanno scalando)

"Siamo quasi fuori, anche se non si vede la cima. Siamo due; non il doppio ma il contrario di uno e della sua solitudine sufficiente. La corda s’ammucchia sopra i piedi, lei si avvicina e io le guardo il nodo stretto in vita. Non per controllare se è a posto, ma per affetto verso un’alleanza di corda.

"Che stai guardando?" dice la sua voce. 

"Guardavo il tuo nodo."

Se lo controlla: "È a posto, no? Si può sapere che pensi?"

"Al numero due," rispondo.


“Due non è il doppio ma il contrario di uno, della sua solitudine. Due è alleanza, filo doppio che non è spezzato.”                                      


Mi è sempre piaciuto molto questo pensiero di Erri De Luca, uno scrittore napoletano che io amo particolarmente. Vi vedo tutto il riconoscimento della bellezza  dell'essere insieme, ma ognuno secondo la propria individualità, che per questo diventa ricchezza, valore aggiunto. E’ un sentirsi in due, che non ha bisogno di un “doppio”, di un altro sé, ma di “altro da sé", di qualcuno che con la sua diversità ed unicità in qualche modo ci completi, arrivando laddove non possiamo  noi.

L’esempio della cordata nello scalare una montagna ne è l’espressione più piena: due persone che in completa autonomia, contando ognuna sulle proprie forze, si dirigono nella stessa direzione, affrontano le medesime difficoltà nell’arrivare in cima, “sufficientemente” sole, ma mai del tutto, perché indissolubilmente legate tra loro da una corda che, nel caso in cui l’uno mettesse un piede in fallo, la sola presenza dell’altro gli eviterebbe di cadere. Nessun  preciso atto di volontà, però, in questo, atto che presupporrebbe forse un sacrificio, ma una naturale conseguenza di quel legame che ormai si è stretto che non permette più di andare avanti diversamente.

Sentirsi in due non è facile, però.

Si parlava tempo fa in classe della simmetria e di come la si possa trovare in tantissime cose, compreso il corpo umano. Facevo notare, infatti, ai miei piccoli alunni come, nel dividere e nel ripiegare idealmente il nostro corpo esattamente a metà lungo il suo asse di simmetria, le varie parti di un lato combaciassero perfettamente con le altri parti poste dall'altro lato. E’ così che succede praticamente con tutto: occhi, braccia, gambe, orecchie... Ma con il cuore non è così, perché posto leggermente a sinistra, non trovando nessuna parte simmetrica dall'altro lato, resterebbe "solo", spezzando così questa meravigliosa immagine di armonia ed equilibrio.
E andandomene un po' di fantasia, riflettevo allora su quanto sia significativa questa cosa, perché l’unico modo per riequilibrare questa "mancanza" è trovare la simmetria del proprio cuore in un'altra persona che sappia abbracciarci così stretti da farci diventare tutt'uno con lei, così che, corpo contro corpo, bocca su bocca, con il cuore dell’una posto a sinistra e quello dell’altro a destra, anche il cuore può trovare, non in un "altro sé" ma in quell'"altro da sé" così auspicabile, la sua parte simmetrica, quella che combacia perfettamente con il suo sentire...

L’amore, forse, così si spiega.

 

 

(per volare non basta un'ala sola)

 
 
 

Promesse d'estate (è ancora estate)

Post n°16 pubblicato il 07 Giugno 2017 da Paintedonmyheart


Ricordo, quando ero piccola, la trepidazione che provavo quando cominciavano le belle giornate, che preannunciavano l’arrivo imminente dell’estate. 

Io la trascorrevo quasi tutta ad Ischia, in una grande casa immersa in un bellissimo giardino di peri, i cui frutti  appena colti sono ancora oggi tra i più buoni e dolci che abbia mai mangiato.
Ricordo una lunga e allegra scalinata esterna, tutta ricoperta di pezzi di ceramica colorata, che portava al terrazzo sul tetto, dove mia madre stendeva la biancheria ad asciugare, e le ore che io trascorrevo lì sopra, tra quelle bianche lenzuola fluttuanti al vento, inventandomi storie fantastiche di fate e principesse, ed immaginando di essere in un posto incantato. E ricordo i versi assordanti delle cicale, che ci accompagnavano fino a sera e che hanno reso indelebili quelle sensazioni di pace e spensieratezza al punto da riprovarle uguali ancora oggi al solo risentirli.
Ricordo la pelle cocente ed abbronzatissima per il sole sempre addosso, a tutte le ore del giorno, bevuto in maniera insaziabile nel perdurare dei mille giochi all’aperto che c’inventavamo con amici e cugini. E ricordo il sapore delle merende fatte di pane, olio e sale, o con i pomodorini dellEpomeo e, quando era festa, con lo zucchero. E ricordo i rientri a casa a sole tramontato, tutti sporchi di terra e sconvolti di aria e sole, dopo aver completato la giornata con la consueta guerra di gavettoni, la caccia alle lucertole e le immancabili carezze ai tanti conigli, di cui l'isola è piena e che trovavamo nei giardini di quasi tutte le case: stanchi ma soddisfatti per l’essere ancora una volta riusciti nelle nostre piccole avventure.

Quando divenni un po’ più grande, l’estate cominciò a rappresentare un altro tipo di libertà, quello delle uscite da sola in orari che in città erano proibitivi. Uscite che rappresentavano, per me e la cugina che sempre stava con me, un’occasione incredibile per conoscere ragazzi carini.  Ricordo che, anche mesi prima di partire, trascorrevamo ore al telefono a preparare mentalmente quella partenza e ad immaginare tutte le cose belle che avremmo di lì a poco vissuto. Ci raccontavamo, come se lo vivessimo, il momento dell’incontro con il nostro “lui”, gli occhi dolci che avrebbe avuto ed il sorriso…e i vestiti che avremmo indossato e quanto ci saremmo sentite belle…e poi le serate che avremmo trascorso in spiaggia alla luce di un falò, cullati da canzoni alla chitarra e dal rumore delle onde che s’infrangevano sulla riva. Immagini che, inutile dirlo, superavano quasi sempre di gran lunga la realtà di quel che avremmo poi realmente vissuto, ma che bastavano a riempire quell’attesa di sensazioni meravigliose e irrinunciabili. 

 Ricordo il viaggio in macchine supercariche per arrivare in quei luoghi magici,  gli improperi di mio padre per l’esserci portati così tanta roba e l’elenco concitato delle cose che faceva mia madre per giustificarsi e dimostrare così che fosse tutto bagaglio necessario. Ricordo i finestrini aperti per non soffocare dal caldo ed il tono di voce sempre troppo alto per parlarci, nel tentativo di superare il rumore del vento, che irrompeva nella macchina a scompigliarci tutti i capelli. Ricordo le canzoni cantate a squarciagola da noi figli per ingannare l’attesa di quelle lunghe ore di traffico, trascorse nei giorni e negli orari più proibitivi per le partenze, in autostrade affollatissime. Ancora oggi mi chiedo, con tenerezza, come facessero i miei genitori a sopportare così pazientemente tutta quella confusione.

E tutto quello che c'era ancora da venire, era un libro sempre nuovo da scrivere.

 Penso spesso a quelle estati. C’è sempre un suono o un odore che me le riporta alla mente, ed io stessa mi stupiscoo di come mi senta a volte ancora così: in attesa di un qualcosa di bello che mi sorprenderà. E di come sia rimasta ancora intatta dentro di me quella promessa di serenità che la mia estate mi offriva ogni anno, dove tutto era permesso. 

Persino essere felici.


 

 

Sere d’estate

(mai) dimenticate

 

 

 

 
 
 

Un giorno, forse

Post n°15 pubblicato il 02 Giugno 2017 da Paintedonmyheart

 

Un giorno, forse,

scriverò una poesia.

Sarà il canto della mia gioia

e avrà il suono di mille risate.

La scriverò senza provare più dolore.

Un giorno, forse,

sì, un giorno forse ci riuscirò.

Canteranno  allora le cicale in inverno

e ci sveglierà il sole a mezzanotte.

Le rose fioriranno in  dicembre

e i fiumi, risalendo su per le montagne,

sfideranno la forza di gravità

e si confonderanno con il cielo.

E allora anche le nuvole avranno le loro onde.

Sarà calda la neve

e vicine le stelle

Ed io sarò lontana.

Lontana da questi dubbi.

Lontana da tutto ciò che non capisco.

Lontana dai silenzi, 

dalle cose non dette 

e da quelle dette senza amore.

Lontana

Un giorno

Forse.


(ispirata da una poesia di Dario Jaramillo Agudelo)

 


 

 

 

E quel giorno tutto il mondo sarà verde.

Forse.

 

 

 

 

 
 
 

Viva l'amore a tutte le ore

Post n°14 pubblicato il 28 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

 

Non so voi, ma io di questa foto ne farei un manifesto di Vita!

Però sarei curiosa di sapere a che ora abbiano chiuso...


(a parte gli scherzi, può sembrare solo il pretesto per una battuta, ma davvero io ci vedo tanto in questa foto: c'è una vera filosofia di vita, un mettere l'amore al primo posto ed il considerare il lavoro come mezzo per un  miglioramento di vita e non fine a se stesso.
E c'è la consapevolezza della forza dell'amore, che deve essere leggero e sfrontato e non deve temere alcun giudizio.
E deve fare invidia.
Sì, l'amore deve fare invidia per essere contagioso.)

 

 
 
 

È poesia

Post n°13 pubblicato il 26 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

Nella vita c'è bisogno di poesia.

Io ho bisogno di poesia.

E la vedo intorno a me, in tutto ciò che di bello questo mondo ci regala. 

Sono poesia le mie figlie, ormai più grandi di me, che ancora si stendono addosso abbandonandosi, come quando da piccole giocavano a fare la "bimba coperta" con il mio corpo. 

È poesia la dolcezza del musetto del mio cane con le orecchie abbassate, quando mi guarda innamorato.

È poesia l'odore della terra bagnata dopo un temporale e quello del bucato pulito steso al sole.

È poesia il faccino tondo del mio piccolo alunno quando rassegnato mi confessa candidamente che lui mangerebbe pizza con la mortadella a tutte le ore (e spesso lo fa).

È poesia (pura poesia) un piatto fumante e profumato di spaghetti con le telline, che mi mangerei a chili (e spesso lo faccio).

È poesia quell'ora poco prima del tramonto quando il mare si veste di mille luci e tu lo guardi e pensi che potresti restare così per sempre.

È poesia il pianto di un piccolo angelo che dopo un anno riesce finalmente a lasciarsi andare al dolore per la sua mamma che non c'è più. È struggente, è ingiusto, ma è poesia. 

È poesia la mia bianca camera da letto, quando per un attimo sulla soglia mi fermo incantata a guardarla, perché colpita dalla calda luce dorata che passa dalle tende.

È poesia percorrere in bicicletta un viale alberato e sorridere del sole che gioca a nascondino tra i rami.

È poesia la luce di una candela che rende incerti i contorni delle cose, per dare spazio alle emozioni, a ciò che senti e non a ciò che vedi. 

È poesia restare in silenzio, occhi negli occhi, perché la felicità commuove, perché l'amore commuove, e allora l'emozione prende il posto delle parole.

Sono poesia i visi trasformati dagli anni dei miei genitori che conservano, però, negli occhi lo stesso identico amore.

È poesia quando cammini per strada ed il suono di una fisarmonica ti coglie impreparata: all'improvviso tutte le cose cambiano aspetto e una strana felicità ti entra nel cuore.

È poesia giugno, quando finisce la scuola ed io mi sento leggera come quando ero bambina.

È poesia la poesia a me dedicata scritta da un mio piccolo alunno, in cui dice che io sono un fiore che sta quasi per sbocciare...fa ben sperare per il futuro, no?

È poesia lasciarsi accarezzare dal vento e dall'odore del mare, quando seduta sulla riva guardi verso l'orizzonte e, un po' malinconica, pensi che vorresti avere anche tu il tuo cielo da toccare.

 

È poesia…


 

Anche gli alberi in primavera scrivono poesie.

E gli stupidi pensano siano fiori.

Donato Di Poce


 
 
 

Lumacone

Post n°12 pubblicato il 21 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

Lumacone è un mio vicino di casa, così soprannominato da me, quando ancora non ci conoscevamo, perché quando mi vedeva passare lasciava sempre la scia...cioè, mi sbavava dietro.

Lumacone non mi aveva mai interessato, perché troppo facile ai complimenti. Non credo alle sviolinate eccessive, mi sanno di falso e m'imbarazzano, al punto che, a chi prova a paragonare il mio aspetto fisico a quello di una ragazzina, preferisco rispondere ironicamente con quel famoso detto che recita: "Dietro il liceo, davanti il museo"... Anche se ammetto che ci sia sempre un certo piacere nel sentirselo dire, che sia vero o no. 
Lumacone, però, mi aveva dato l’idea di quello che ci provava banalmente con tutte, magari anche un po’ sfigato (come lo definirebbero le mie figlie) perché la sua non sembrava essere una buona strategia, visto che era sempre solo, e perché, dal momento che aveva aperto bocca, mi aveva dato l'idea dell’uomo un po’ orsacchiotto, tutto tenero e dolce, con gli occhioni a cuoricino da cane bastonato che tendono ad andare leggermente all’ingiù. E niente di male in questo, mi piacciono gli occhi a cuoricino ed anche i cani, ma un orsacchiotto che fa il lumacone con gli occhioni da cane non si può proprio vedere… E in genere non c'è neanche tanto da fidarsi.

Una sera, però, portando il mio cagnolino a spasso, l'ho  incontrato con degli amici per strada e, cosa incredibile a dirsi, è stato veramente simpatico. Ironizzava lui stesso sui complimenti eccessivi che mi faceva, con gli amici che lo prendevano in giro facendogli il gesto della sviolinata, e lui è stato molto ironicamente al gioco anche delle mie battute, e devo dire che questa cosa mi ha piacevolmente sorpresa, perché una qualità che apprezzo moltissimo in una persona, è proprio quella dell'autoironia. Così, qualche sera dopo, sempre a seguito di un incontro casuale (il cane a passeggio è un aiuto enorme per queste cose, lo consiglio a tutti quelli in vena di acchiappo) ho accettato di andare fuori a prendere qualcosa da bere con lui.
All'inizio è stata una serata veramente piacevole, perché Marco, questo il suo vero nome, ha tante cose da raccontare. Ha avuto una vita incredibile, essendo un ufficiale dell'esercito e avendo vissuto per anni all’estero, soprattutto in paesi "caldi", cosa che non gli ha permesso di fermarsi mai e di farsi, quindi, una famiglia. È stato una specie di profiler degli attentatori (o una cosa del genere) e lui stesso è scampato non so a quanti attentati. Almeno lui così mi ha detto, ma da un "lumacanorso" che ti sbava dietro c'è da aspettarsi anche che tenda ad ingigantire un po' la realtà per farsi bello. Devo dire, però, che mi ha spiazzata quando ha cominciato a parlare arabo con un ragazzo egiziano che serviva ai tavoli. E con che gentilezza… Lo ammetto: mi ha impressionata. Forse allora, qualcosa di vero c'era stato nel suo racconto.

Peccato che a un certo punto abbia cominciato a guardarmi insistentemente con occhi strani...

Sentivo l'inquietudine salire in me: perché quello sguardo da serial killer? Assicuro che era davvero uno sguardo inquietante, con gli occhietti sempre più piccoli, la fronte corrugata e quello strano silenzio che era caduto tra noi. Con il busto proteso in avanti, mi guardava fisso negli occhi ad una vicinanza sempre maggiore.
Mantenendo un sorriso serafico, ho provato inizialmente a far finta di niente ma, evidentemente a disagio, alla fine gli ho chiesto cosa avesse, e Lumacone, in risposta, ha attaccato a parlare di me e di tutto ciò che, secondo lui, il linguaggio del mio corpo gli diceva.

- Finalmente un uomo che sa andare oltre le parole!- ci sarebbe stato da pensare.

Ma anche no! Visto che ha azzardato di me situazioni della mia vita di cui io non sapevo proprio niente, ma di cui lui sembrava esserne certo.

E poi:

- Tu non mantieni il mio sguardo, perché hai paura di quello che io potrei scoprire di te nel tuo… E questa cosa ti mette a disagio! - mi diceva.

E lì a fissarmi in maniera imbarazzante e a sciorinare tutta una serie di motivi per i quali io fossi, secondo lui, una donna ancora sola.
In realtà, prima che lui cominciasse a fissarmi, io stavo benissimo! E comunque, non mantenevo lo sguardo soprattutto perché non sarebbe stato carino ridergli in faccia, ma non c'era verso di controbattere quel che diceva, che lui rivestiva di significati psicologici occulti tutto quel che gli contestassi o che facessi.

E allora: ero priva di avere le braccia conserte che lui le interpretava come chiusura, la posizione delle  mani, aperte, a pugno, non so cosa invece significassero, e le gambe, accavallate o meno, e il busto, in avanti, all'indietro, altro ancora. Insomma: ogni mio più piccolo gesto sembrava rivelargli qualcosa di me, al punto che presto mi trasformai in una specie di mummia che a stento diceva sì o no sbattendo le palpebre.
Ma ovviamente, neanche a dirlo, anche la mia tentata immobilità per lui aveva il suo significato...

La cosa più grave è che fosse così preso dallo sfoggiare le sue capacità (?) di capire le persone (diceva che aveva fatto non so quali studi e corsi per diventare quel che era) offuscato dal piacere dionisiaco di sentire il suono della propria voce, che aveva finito col non ascoltarmi più. Avrei potuto non esserci e sarebbe stata la stessa cosa.

La serata si è, così, rivelata quasi surreale, perché bisogna ammettere che uscire con un lumacone/cane bastonato/orsacchiotto e trovarsi nel corso della serata con un pavone preoccupato solo di sfoggiare la sua bella coda, supera davvero ogni aspettativa...

Con Lumacone non sono voluta uscire più.

Avrà pensato che sia stato il mio subconscio a farmi stare lontana da chi sapeva capirmi così bene...

 

 
 
 

Fermess che

Post n°11 pubblicato il 16 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

......................................................................Fermarsi

.............................Cantarsi

.................................................................................................................Respirarsi

 .............................................................Gioirsi

 ..............Amarsi

 ........................................................................................Allegrarsi

............................................Spogliarsi

...........................................................................................................................Rispettarsi

.............Dimenticarsi


Salvarsi

"Se puoi fermati qui

dove c’é vento

Le nuvole hanno poca memoria

ma l’erba resta dov’è

Sei puoi fermati qui

anche se la terra vola

anche se l’occhio brucia

fermati qui

Perché non conosco una rosa 

in grado di graffiare il vento

perché non conosco un vento

che puó dimenticare una rosa”


Davide Van De Sfroos - Rosa del vento

 



 
 
 

A denti stretti e cuore largo

Post n°10 pubblicato il 13 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

Posso sembrare un po' pazza ma a me quest'età piace tantissimo. 

Ormai ho quasi cinquantuno anni, ma mai mi sono sentita così bene con me stessa. Sono lontana da tutte quelle ansie che mi tormentavano, frutto di illusioni infrante e di desideri di cose impossibili. Lontana dall'avere un occhio sempre più in là del mio presente, perché soprattutto proiettata in avanti con progetti di vita, che un soffio di vento un po' più forte, poi, può spazzare via all'improvviso. Lontana da quelle insicurezze e paure, che mettevano un freno alla mia voglia di vivere. Lontana dal desiderio di piacere agli altri, che oscurava quello ben più importante di piacere prima di tutto a me stessa. 

Sono qui, ora.

Con la solidità del mio presente e l'esperienza che mi rende forte. Con i dolori che mi rendono umana e le delusioni che mi aprono gli occhi. Con l'amore che ho conosciuto e che mi permette di saperlo riconoscere e apprezzare in chi incontro e in chi amo. Con il mio corpo sempre un po' più stanco, che rende perciò  prezioso ogni giorno che passa.

Sono qui, ora.

A denti stretti e cuore largo.

 


 

(…e mi faccio bella per me)

 
 
 

Raccontami una storia

Post n°9 pubblicato il 11 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

 

 

Raccontami una storia

ma una storia bella.

Che sappia di pane, di olio e di sale

che abbia il colore della pelle al sole

che splenda di luce di luna sul mare

e che mi svegli senza fare rumore

Che dopo il tramonto non mi lasci mai sola

Che sappia capire quando l'anima vola

Che abbia sempre una parola da dire, da fare

ed un'altra da colorare e sognare.

Che sia piena di pagine scritte

da stringere al petto quando son triste

Una storia che scriva a matita

tutti i suoi "no, non posso, è finita"

Che esca fuori di giorno a ballare

e che il silenzio lo faccia cantare

Che abbia il profumo della terra bagnata

e biglietti per voli di sola andata

dove non esistono castelli, principesse e re, 

ma solo occhi pieni di me e di te

di noi che c'incontrammo

e che mai più ci lasciammo

di noi che abbiam sofferto

lasciando sempre un cassetto aperto

di te che non vuoi andare

e di me che ti faccio restare

Regalami una storia

una storia così

ed io l’abiterò…

 


 
 
 

Ricordi

Post n°7 pubblicato il 07 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

Vecchio post, ricordi sempre attuali.

 

Ci siamo incontrati per caso al supermercato.

Lui sempre ben vestito, inappuntabile nel suo bel soprabito, e sempre con quell'aria fresca e profumata. Ho avuto un sussulto nel trovarlo inaspettatamente davanti, tutta presa com'ero dal leggere etichette minuscole che la vista, sempre più calante, rende ormai indecifrabili. Mi ha sorriso, con quella sua espressione impertinente, e mi ha preso in giro per l'età che avanza e per il fatto che non mi decida ad indossare gli occhiali. Divertita, gli ho ricordato che la sua testa ormai rapata a zero, non è certo per questione di moda. Poi, come sempre, l'imbarazzo ha preso il sopravvento, e sembra assurdo a dirlo, ma dopo 24 anni di unione e di amore, qualche battutina ironica è il massimo a cui ancora permettiamo di esistere tra noi.

Mi ha salutata e ha continuato il suo giro. So già che comprerà: l'ho fatto sempre io per lui nei tanti anni che ci hanno visti sposati.

Lo guardo allontanarsi ed un groppo alla gola mi costringe a deglutire più volte per mandarlo di nuovo giù: dove deve stare.

Ma la mente è ormai lì, in altri giorni che ci hanno visti insieme: un'altra vita, in cui essere felici e avere mille cose da dirci sembravano gli unici modi di viverci.

E rivedo una strada. Quella che ci portava dalla cittadina sull'Adriatico, in cui eravamo andati a vivere appena sposati, a Napoli, città in cui siamo entrambi nati e cresciuti, e dove ancora ci recavamo spesso per salutare le rispettive famiglie. 
Abbiamo avuto la nostra prima casa lì, in quel piccolo tratto di costa del Molise, una casa che ci ha sorriso dal primo giorno in cui ci siamo entrati (sì, anche le case possono sorridere). 
Le uniche strade che attraversano gli Appennini da quella zona sono due, chiamate la "Trignina" e la "Bifernina" dai nomi dei fiumi che hanno scavato la via, e mai strada ci è sembrata più bella ogni volta che insieme percorrevamo l'una o l'altra.

Rivedo quella natura ancora incontaminata che ci accompagnava durante quegli spostamenti, e che bellissima ed affascinante, come una donna ad una festa, si vestiva dei colori delle stagioni che si avvicendavano. 

Rivedo il lago di Guardialfiera, che improvviso compariva in mezzo alle montagne, un suggestivo squarcio d'azzuro in mezzo a tutto quel verde, attraversato da un lungo viadotto che in alcuni punti ci faceva viaggiare completamente immersi in quel colore inaspettato, come sospesi: né cielo né terra, ma sul punto di poter toccare sia l'uno che l'altra. Come forse si dovrebbe vivere.

Percorrere quelle strade mi dava una serenità incredibile...

Ci impiegavamo circa due ore e mezzo per arrivare a casa, e per tutto il tragitto con mio marito non facevamo altro che stuzzicarci e ridere.

Un giorno, dopo l'ennesima risata, mi toccai il pancione, che intanto era cresciuto, e guardandolo con la commozione di chi è consapevole di vivere un sogno, gli dissi che nostra figlia sarebbe stata fortunata ad avere dei genitori che si amavano e sapevano divertirsi tra loro in una maniera così bella e forte. 
Ci sorridemmo senza più parlare. Lui mi prese la mano e me la baciò con gli occhi che gli brillavano di felicità: attimo infinito…
 Avevo trent'anni ed erano già dodici anni che stavamo insieme, ma per me era come se fosse un giorno.

Tutto il resto che è arrivato l'ho affrontato come un gioco, con la leggerezza e l'entusiasmo di chi non desiderava altro che quel che aveva già, nonostante vivessi praticamente da sola, e per di più lontanissima dalla vita che ero abituata a respirare in una città come Napoli, che dal cuore non va più via. 
Lui non c'era mai per lavoro, spesso anche di notte, a volte per giorni, ed io nel trasferirmi avevo lasciato tutto: le mie supplenze a scuola, i miei alunni di pianoforte, ed ovviamente tutti gli affetti,  amici, famiglia, ed il mio amato cane, la mia ombra, rimasto a Napoli perché non ero l'unica ad amarlo così tanto.

Lontana da tutto ciò che fino a quel momento era stato il mio mondo, crescevo nostra figlia e mi occupavo di tutto da sola, ma niente mi pesava, se non la mancanza di condivisione di tutte le piccole conquiste della mia bimba con qualcuno d'importante per me, e il conseguente senso di solitudine.

Eppure ero felice...

Poi, è arrivata la seconda figlia e con lei nuovi trasferimenti.

E poi…

E poi…

E poi…

E poi tutto ha avuto fine. 

Inutile ricercarne le colpe, so solo che l'amore non basta, non basta mai, di certo non è bastato il mio.

Lo guardo oggi allontanarsi lungo la corsia di un supermercato stranamente vuoto, e penso che sarebbe bastato restare.

Restare non solo con il corpo, ma con l'impegno, con la volontà a farlo, con la rinuncia del futile, con la disperazione di chi sa che sta perdendo tutto ciò che di bello aveva, con la rabbia contro la vita che ci ha voluti così fragili e sconfitti, con la forza di chi sa amare fino in fondo, perché sa che è da lì che ci si può dare la spinta per risalire verso l'alto e muovere così i propri passi in una direzione piuttosto che in un'altra.

Lentamente l'ho visto sparire tra gli scaffali...

Ma quell'uomo che ho tanto amato è ancora lì, su quella strada lussureggiante in mezzo alle montagne, anche lui incontaminato da tutto il male che è venuto dopo. 

I suoi occhi innamorati e il suo sorriso impertinente per sempre in me.

 

"Un-Break My Heart" di Gheorghe Zamfir


(ed è arrivato anche quel momento,
quello del sigillo definitivo alla parola "fine",
che sbatte la porta in faccia a quella piccola illusione ancora rimasta,
e che neanche sapevo di avere,
che fosse stato tutto vero,
che eravamo davvero invincibili...)

 

 
 
 

Sorprendersi

Post n°6 pubblicato il 05 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

Ciò che desidererei di più adesso?

Sorprendermi sorpresa. 

Stupirsi è il segno meraviglioso dell'essere ancora vivi. Il sorprendersi sorpresi ci lascia fuori equlibrio, perchè ci dice che dentro ancora vivono tutte quelle cose che la vita vorrebbe uccidere.

Sarebbe come accorgermi che, una bella mattina,  dietro di me sia sempre attaccato quello stupendo paio di grandi ali, che pensavo di aver perso.

E il cielo tornerebbe a riempirsi anche di me. 


 

 (E poi mi sorprendo, invece,

di come a volte

sia il viaggio la vera sorpresa.

 Anche una balena

può avere il suo fiume da risalire,

ma lungo il tragitto:

quanti mondi da scoprire,

quanta vita da vivere...)


 
 
 

C'è tempo

Post n°5 pubblicato il 01 Maggio 2017 da Paintedonmyheart

 

Dalle mie finestre vedo l’alba. 

Mi piace questa casa e la sensazione che mi lascia ogni volta che vi entro e la trovo inondata di luce. La grande porta finestra del salotto dona un bel senso di continuità con l’esterno e c’è quasi sempre un attimo, dopo esservi entrata, in cui mi fermo per lasciarmi avvolgere dalla luce che vi entra  e dalla prepotente allegria dei colori dei fiori che si intravedono e che stanno esplodendo nelle grandi fioriere del terrazzino.

Non so di cosa stia scrivendo.

Lascio andare i miei pensieri, perché sono giorni che non li capisco. Saltellano di qua e di là, e, strattonandomi, mi trascinano con loro. Mi spingono su a ritrovare tutte le sensazioni più belle, tra ricordi e nuovi sogni, e un attimo dopo giù in picchiata, lasciandomi annegare tra tutti quelli che per anni sono stati il "leit motiv" della mia vita. Affollano disordinatamente tutta la mia testa e qualche volta mi fanno qualche dispetto, scacciando quelli che sarebbero più urgenti, con il disappunto delle mie figlie e di chi mi vive da vicino.

Il grande orologio della cucina segna ancora un'ora indietro, forse a ricordarmi che c'è ancora tempo.

Ma tempo per cosa? 

A volte mi sento come il Bianconiglio di Alice: perennemente di fretta, con tanta voglia di andare in nessun posto, ma andare purché si vada.

Ma dalle mie finestre vedo l'alba.

E lo so che anche oggi è un nuovo giorno.

 

 

 

 

(quello che non so dire)

 

 

 

 
 
 

Rifarsi una vita

Post n°4 pubblicato il 28 Aprile 2017 da Paintedonmyheart


E' da quando mi sono separata che la maggior parte delle persone, quando m’incontra, puntualmente mi rivolge la stessa identica domanda:

- Ma non ti sei rifatta ancora una vita?

Che tradotto in maniera un po' meno poetica, e con un tono quasi sullo scandalizzato, vorrebbe dire:

- Ma non hai ancora un nuovo compagno?!

Eh sì, perché è così che ragiona questa "maggior parte delle persone": la vita da single...non è vita!

Ed io ogni volta vorrei poter dire loro che, al contrario di quel che si potrebbe pensare, ho avuto e colto la mia prima possibilità di “rifarmi una vita” proprio in quel giorno di un po’ di anni fa, quando con un fil di voce ed un dolore, che non è più andato via, ho guardato negli occhi mio marito, trovando proprio in quel dolore la forza di comunicargli la mia decisione di separarmi, ponendo così fine ad un rapporto ventennale con un uomo che amavo più della mia vita…

E vorrei dire loro che mi “rifaccio una vita” ogni volta che scelgo liberamente, 

che seguo il mio cuore, dando ascolto alla parte più nascosta, ma forse più vera di me, 

ogni volta che non mi lascio abbattere e scoraggiare dalle inevitabili delusioni e gioisco ancora delle stesse piccole cose, 

ogni volta che riesco a mostrarmi per quella che sono: un essere con tanti difetti, che io per prima devo imparare ad accettare e ad amare, se voglio che lo facciano anche gli altri, 

ogni volta che riesco a volermi bene, almeno io, ed ho il coraggio di fare scelte che mi portano esattamente là, dove posso ritrovarmi.

Ma forse basterebbe dire loro che  “rifarsi una vita”  è ogni volta che si sceglie 

semplicemente di…ESSERE…


 

Presi un Sorso di Vita

Vi dirò quanto l'ho pagato

Esattamente un'esistenza

Il prezzo di mercato, dicevano.

 

Mi pesarono, Granello per Granello

Bilanciarono Fibra con Fibra,

Poi mi porsero il valore del mio Essere

Un singolo Grammo di Cielo!

Emily Dickinson

 

 
 
 

Lentamente camminava

Post n°3 pubblicato il 25 Aprile 2017 da Paintedonmyheart

Non sempre siamo in grado di guardare oltre.
Non sempre siamo interessati a scoprire
se ciò che sembra lo sia realmente.
Ci accontentiamo delle mezze verità,
di ciò che riusciamo ad accettare
senza farci troppo male…

 

Camminava  lentamente per le vie quasi deserte della piccola città. Il rumore dei suoi passi gli teneva compagnia. Alzò lo sguardo verso l’alto, dove finestre chiuse e balconi vuoti gli ricordarono che tutto era cambiato.

Sin da piccolo era sempre stato affascinato dal candore dei panni stesi al sole ad asciugare ed ancora oggi guardava sempre, con una sorta di ammirazione, quei balconi che li sventolavano  come bandiere, a testimonianza che lì c’era una vita che andava avanti, malgrado tutto. Oppure gli capitava di non riuscire a distogliere lo sguardo da una finestra illuminata da una calda luce dorata, perché lo aveva sempre incuriosito sapere chi fossero e come vivevano quelle persone, che avevano una casa che dal di fuori sembrava così accogliente. Che sia chiaro: non aveva mai spiato nessuno. Si era sempre limitato soltanto a guardare dalla strada, e a volte anche dalla macchina in movimento, in direzione di ciò che lui amava chiamare “gli occhi delle case”, perché le finestre sono lo specchio di chi vi abita, se le sai guardare attentamente. Lui lo sapeva ed è per questo che insisteva con lo sguardo: per cercare di intravedere una qualche immagine della vita di quella casa, quasi a voler trovare una corrispondenza tra quello che appariva e quello che traspariva.

Non è un caso, infatti, che i ricordi più forti che aveva erano quelli legati ai suoni e agli odori, che fuoriuscivano dalle finestre spalancate e dagli usci perennemente socchiusi delle case nei vicoli di Napoli, la sua città. Sua nonna abitava lì, in un antico palazzo che una volta era stato un monastero. Scalinate altissime e gradini consumati, soffitti a volta, mura spessissime, tutte rigorosamente in tufo, una pietra di cui le viscere di Napoli sono piene. Al suo interno ogni tanto si aprivano dei cortili, di cui alcuni, memori della loro antica destinazione, serbavano ancora delle lapidi che ricordavano i frati, le cui morti si erano susseguite nel trascorrere di centinaia di anni. Questo, però, non aveva mai spaventato nessuno degli abitanti di quel palazzo, compresa sua nonna, che non capiva perché, arrivato in prossimità di quel cortile, il suo impressionabile nipotino cominciasse a correre a perdifiato per rifugiarsi tra le mura della sua vecchia e rassicurante casa. A nessun altro era mai importato di quella particolare convivenza. A Napoli, in certi quartieri, non puoi permetterti di avere degli spazi completamente tuoi, e poco male se a condividerli siano delle tombe di frati…magari porteranno anche bene. A Napoli non si è mai soli.

In quei cortili riecheggiava la vita, fatta di musica e di voci, di rumori di stoviglie e tintinnìo di bicchieri di vetro all’ora di pranzo, di richiami melodiosi e cadenzati ad alta voce da un balcone all’altro. Tutto contribuiva a riempire ogni spazio, invadendo anche quello delle altre case. Spesso le musiche si intrecciavano tra loro, creando delle assonanze che mai più avrebbe ritrovato lungo la sua strada.

Tutti partecipavano non visti della vita, che prepotente si imponeva sopra ogni altra cosa, e tutto era estremamente piacevole per lui. Persino i litigi, che sfociavano in urla, a volte stridule a volte sommesse, gli davano una visione della propria vita più accettabile. La condivisione si sa, alleggerisce gli animi. Quegli odori poi… di ragù, di fritto, di carne arrosto… Richiami invitanti di pranzi e cene preparate con cura e sapienza, frutto di ricette che nessun libro avrebbe mai potuto trasmettere.

Tutto questo gli tornava alla mente guardando la tristezza di quei balconi apparentemente disabitati.
Come c’era capitato lì… E perché, soprattutto, si ostinava a restarci?

La risposta se la diede quando capì di non essersi accorto di essere arrivato sotto casa sua, tanto era confusa tra il grigiore delle altre.

No, il suo posto non poteva essere più lì...

 

 
 
 

Tutta colpa della Luna

Post n°2 pubblicato il 23 Aprile 2017 da Paintedonmyheart

 

Elicone: Buongiorno Gaio.

Caligola: Buongiorno Elicone.

(pausa)

Elicone: Sembri affaticato.

Caligola: Ho camminato molto.

Elicone: Sì, la tua assenza è durata a lungo.

(pausa)

Caligola: Era difficile da trovare.

Elicone: Che cosa?

Caligola: Quello che volevo.

Elicone: E cosa volevi?

Caligola: La luna.

Elicone: Cosa?

Caligola: Sì, volevo la luna.

Elicone: Ah! (pausa) Per fare che?

Caligola: Ebbene!… È una delle cose che non ho.

Elicone: Certamente. E ora, è tutto a posto?

Caligola: No, non ho potuto averla.

Elicone: È seccante.

Caligola: Sì, è per questo che sono affaticato. (pausa) Elicone!

Elicone: Sì, Gaio.

Caligola: Tu pensi che io sia pazzo.

Elicone: Sai bene che io non penso mai. Sono fin troppo intelligente per pensare.

Caligola: Sì. Infine! Ma io non sono pazzo e anzi non sono mai stato così ragionevole. Semplicemente, mi sono sentito all’improvviso un bisogno di impossibile. (pausa) Le cose, così come sono, non mi sembrano soddisfacenti.

Elicone: È un’opinione abbastanza diffusa. 

Caligola: È vero. Ma prima non lo sapevo. Ora, lo so. Questo mondo, così come è fatto, non è sopportabile. Ho dunque bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità, di qualcosa che sia forse insensato, ma che non sia di questo mondo.

Elicone: È un ragionamento che sta in piedi. Ma, generalmente, non lo si può sostenere fino in fondo.

Caligola: Tu non ne sai nulla. È perché non lo si sostiene mai fino in fondo che nulla è ottenuto. Ma forse basta restare logici sino alla fine. (pausa) So anche quello che pensi. Quante storie per la morte di una donna! No, non è questo. Credo di ricordarmi, è vero, che qualche giorno fa, una donna che amavo è morta. Ma cos’è l’amore? Poca cosa. Questa morte non è nulla, te lo giuro; è solamente il segno di una verità che mi rende la luna necessaria. È una verità molto semplice e molto chiara, un po’ stupida, ma difficile da scoprire e pesante da portare. 

Elicone: E qual è dunque questa verità, Gaio?

Caligola: Gli uomini muoiono e non sono felici.

(pausa) 

Elicone: Andiamo, Gaio, è una verità con la quale ci si può benissimo arrangiare. Guardati attorno. Non è questo che impedisce loro di mangiare.

Caligola: Allora, è che tutto, attorno a me, è menzogna, e io, io voglio che si viva nella verità! E ho giustappunto i mezzi per farli vivere nella verità. Perché io so ciò che manca loro, Elicone. Essi sono privi della conoscenza e manca loro un maestro che sappia ciò di cui parla.

Elicone: Non ti offendere, Gaio, di quello che sto per dirti. Ma tu dovresti anzitutto riposarti.

Caligola: Questo non è possibile, Elicone, questo non sarà mai più possibile.

Elicone: E perché dunque?

Caligola: Se dormo, chi mi darà la luna?

(pausa) 

Elicone: Questo è vero.

(pausa) 

Caligola: Ascolta, Elicone. Sento passi e rumori di voci. Mantieni il silenzio e dimentica di avermi visto. 

Elicone: Ho capito.

(pausa) 

Caligola: E, se vuoi, d’ora innanzi aiutami.

Elicone: Non ho ragioni per non farlo, Gaio. Ma so molte cose e poche mi interessano. In cosa dunque posso aiutarti?

Caligola: Nell’impossibile.

Elicone: Farò del mio meglio

Caligola (I atto, IV scena) di Albert Camus

 

 

Mi sono chiesta più di una volta

se fosse sbagliato lasciare la sicurezza di ciò che si ha per inseguire un sogno,

se fosse pazzia mettere a rischio il proprio equilibrio per sentirsi di nuovo veramente vivi, 

se fosse da stupidi anelare alla felicità, pur ben sapendo che non sia fatta che di attimi,

e se non fosse questo il vero ostacolo al sentirsi pienamente soddisfatti della propria vita.

...

Ma c'è  stata una notte di luna piena

in cui ho visto rivestire le cose di un incanto

che non vedevo più da tanto.

Il tempo si era fermato ed io con lui.

Era mio quel vento tiepido,

mie le stelle,

mia l'aria profumata di mare.

Ho guardato il cielo e mi sono specchiata nella luna:

c'era pace, silenzio ed un pizzico di follia.

È stato allora che ho capito cosa volessi diventare.


Jason Mraz - Fly me to the moon

 

 

«Siate realisti: chiedete l’impossibile»

A. Camus



 
 
 

Un due tre, prova!

Post n°1 pubblicato il 21 Aprile 2017 da Paintedonmyheart

Su su forza, non è poi così tanto difficile, lo hai fatto già altre volte, non ti lascerai mica intimorire da un foglio ancora così bianco?! Devi solo cominciare, poi il resto verrà da sé (forse) anche se adesso la sensazione è quella di non avere molto da dire o, peggio ancora, di avere solo cose banali da esprimere. Sì, lo so, anche questo che stai scrivendo ti sembra stupido, ci sarebbe da chiedersi perché pubblicarlo e non tenerlo per sé, in fondo a chi dovrebbero interessare le seghe mentali di una sconosciuta.
Il grande Pessoa, però, diceva che scrivendo ciò che sentiva, abbassava la febbre del sentire e questo, al di là della qualità di come lo si possa fare, credo possa valere un po' per tutti.
E allora mettiamola così: ho di nuovo la febbre.

Si perdoneranno i miei deliri.

 
 
 

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