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Post n°169 pubblicato il 03 Settembre 2009 da crashandburns

Come si può far capire aqualcuno che non stiamo mentendo?..specie se si tratta di una zuccona?

 

mah..si aspettano idee

 
 
 

non vi ho abbandonato ragazzi...

Post n°168 pubblicato il 16 Ottobre 2007 da crashandburns

 
 
 

Gli abiti nuovi dell'imperatore

Post n°167 pubblicato il 16 Ottobre 2007 da crashandburns

C'era una volta un imperatore che amava così tanto la moda da spendere tutto il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza. Non aveva nessuna cura per i suoi soldati, né per il teatro o le passeggiate nei boschi, a meno che non si trattasse di sfoggiare i suoi vestiti nuovi: possedeva un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito di un re si dice: "È nella sala del Consiglio", di lui si diceva soltanto: "È nel vestibolo". Nella grande città che era la capitale del suo regno, c'era sempre da divertirsi: ogni giorno arrivavano forestieri, e una volta vennero anche due truffatori: essi dicevano di essere due tessitori e di saper tessere la stoffa più incredibile mai vista. Non solo i disegni e i colori erano meravigliosi, ma gli abiti prodotti con quella stoffa avevano un curioso potere: essi diventavano invisibili agli occhi degli uomini che non erano all'altezza della loro carica, o che erano semplicemente molto stupidi. "Quelli sì che sarebbero degli abiti meravigliosi!", pensò l'imperatore: con quelli indosso, io potrei riconoscere gli incapaci che lavorano nel mio impero, e saprei distinguere gli stupidi dagli intelligenti! Devo avere subito quella stoffa!". E pagò i due truffatori, affinché essi si mettessero al lavoro. Quei due montarono due telai, finsero di cominciare il loro lavoro, ma non avevano nessuna stoffa da tessere. Chiesero senza tanti complimenti la seta più bella e l'oro più brillante, se li misero in borsa, e continuarono a così, coi telai vuoti, fino a tarda notte. "Mi piacerebbe sapere a che punto stanno con la stoffa!", pensava intanto l'imperatore; ma a dire il vero si sentiva un po' nervoso al pensiero che una persona stupida, o incompetente, non avrebbe potuto vedere l'abito. Non che lui temesse per sé, figurarsi: tuttavia volle prima mandare qualcun altro a vedere come procedevano i lavori. Nel frattempo tutti gli abitanti della città avevano saputo delle incredibili virtù di quella stoffa, e non vedevano l'ora di vedere quanto stupido o incompetente fosse il proprio vicino. "Manderò dai tessitori il mio vecchio e fidato ministro", decise l'imperatore, "nessuno meglio di lui potrà vedere che aspetto ha quella stoffa, perché è intelligente e nessuno più di lui è all'altezza del proprio compito". Così quel vecchio e fidato ministro si recò nella stanza dove i due tessitori stavano tessendo sui telai vuoti. "Santo cielo!", pensò, spalancando gli occhi, "Non vedo assolutamente niente!" Ma non lo disse a voce alta. I due tessitori gli chiesero di avvicinarsi, e gli domandarono se il disegno e i colori erano di suo gradimento, sempre indicando il telaio vuoto: il povero ministro continuava a fare tanto d'occhi, ma senza riuscire a vedere niente, anche perché non c'era proprio niente. "Povero me", pensava intanto, "ma allora sono uno stupido? Non l'avrei mai detto! Ma è meglio che nessun altro lo sappia! O magari non sono degno della mia carica di ministro? No, in tutti casi non posso far sapere che non riesco a vedere la stoffa!" "E allora, cosa ne dice", chiese uno dei tessitori. "Belli, bellissimi!", disse il vecchio ministro, guardando da dietro gli occhiali. "Che disegni! Che colori! Mi piacciono moltissimo, e lo dirò all'imperatore." "Ah, bene, ne siamo felici", risposero quei due, e quindi si misero a discutere sulla quantità dei colori e a spiegare le particolarità del disegno. Il vecchio ministro ascoltò tutto molto attentamente, per poterlo ripetere fedelmente quando sarebbe tornato dall'imperatore; e così fece. Allora i due truffatori chiesero ancora soldi, e seta, e oro, che gli sarebbe servito per la tessitura. Ma poi infilarono tutto nella loro borsa, e nel telaio non ci misero neanche un filo. Eppure continuavano a tessere sul telaio vuoto. Dopo un po' di tempo l'imperatore inviò un altro funzionario, assai valente, a vedere come procedevano i lavori. Ma anche a lui capitò lo stesso caso del vecchio ministro: si mise a guardare, a guardare, ma siccome oltre ai telai vuoti non c'era niente, non poteva vedere niente. "Guardi la stoffa, non è magnifica?", dicevano i due truffatori, e intanto gli spiegavano il meraviglioso disegno che non esisteva affatto. "Io non sono uno stupido!", pensava il valente funzionario. "Forse che non sono all'altezza della mia carica! Davvero strano! Meglio che nessuno se ne accorga!" E così iniziò anche lui a lodare il tessuto che non riusciva a vedere, e parlò di quanto gli piacessero quei colori, e quei disegni così graziosi. "Sì, è davvero la stoffa più bella del mondo", disse poi all'imperatore. Tutti i sudditi non facevano che discutere di quel magnifico tessuto. Infine anche l'imperatore volle andare a vederlo, mentre esso era ancora sul telaio. Si fece accompagnare dalla sua scorta d'onore, nella quale c'erano anche i due ministri che erano già venuti, e si recò dai due astuti imbroglioni, che continuavano a tessere e a tessere... un filo che non c'era. "Non è forse 'magnifique'?", dicevano in coro i due funzionari; "Che disegni, Sua Maestà! Che colori!", e intanto indicavano il telaio vuoto, perché erano sicuri che gli altri ci vedessero sopra la stoffa. "Ma cosa sta succedendo?", pensò l'imperatore, "non vedo proprio nulla! Terribile! Che io sia stupido? O magari non sono degno di fare l'imperatore? Questo è il peggio che mi potesse capitare!" "Ma è bellissimo", intanto diceva. "Avete tutta la mia ammirazione!", e annuiva soddisfatto, mentre fissava il telaio vuoto: mica poteva dire che non vedeva niente! Tutti quelli che lo accompagnavano guardavano, guardavano, ma per quanto potessero guardare, la sostanza non cambiava: eppure anch'essi ripeterono le parole dell'imperatore: "Bellissimo!", e gli suggerirono di farsi fare un abito nuovo con quella stoffa, per l'imminente parata di corte. "'Magnifique'!, 'Excellent'!", non facevano che ripetere, ed erano tutti molto felici di dire cose del genere. L'imperatore consegnò ai due imbroglioni la Croce di Cavaliere da tenere appesa al petto, e li nominò Grandi Tessitori. Per tutta la notte prima della parata di corte, quei due rimasero alzati con più di sedici candele accese, di modo che tutti potessero vedere quanto era difficile confezionare i nuovi abiti dell'imperatore. Quindi fecero finta di staccare la stoffa dal telaio, e poi con due forbicioni tagliarono l'aria, cucirono con un ago senza filo, e dissero, finalmente: "Ecco i vestiti, sono pronti!" Venne allora l'imperatore in persona, coi suoi più illustri cavalieri, e i due truffatori, tenendo il braccio alzato come per reggere qualcosa, gli dissero: "Ecco qui i pantaloni, ecco la giacchetta, ecco la mantellina..." eccetera. "Che stoffa! È leggera come una tela di ragno! Sembra quasi di non avere indosso nulla, ma è questo appunto il suo pregio!" "Già", dissero tutti i cavalieri, anche se non vedevano niente, perché non c'era niente da vedere. "E ora", dissero i due imbroglioni, se Sua Maestà Imperiale vorrà degnarsi di spogliarsi, noi lo aiuteremo a indossare questi abiti nuovi proprio qui di fronte allo specchio!" L'imperatore si spogliò, e i due truffatori fingevano di porgergli, uno per uno, tutti i vestiti che, a detta loro, dovevano essere completati: quindi lo presero per la vita e fecero finta di legargli qualcosa dietro: era lo strascico. Ora l'imperatore si girava e rigirava allo specchio. "Come sta bene! Questi vestiti lo fanno sembrare più bello!", tutti dicevano. "Che disegno! Che colori! Che vestito incredibile!" "Stanno arrivando i portatori col baldacchino che starà sopra la testa del re durante il corteo!", disse il Gran Maestro del Cerimoniale. "Sono pronto", disse l'imperatore. "Sto proprio bene, non è vero?" E ancora una volta si rigirò davanti allo specchio, facendo finta di osservare il suo vestito. I ciambellani che erano incaricati di reggergli lo strascico finsero di raccoglierlo per terra, e poi si mossero tastando l'aria: mica potevano far capire che non vedevano niente. Così l'imperatore marciò alla testa del corteo, sotto il grande baldacchino, e la gente per la strada e alle finestre non faceva che dire: "Dio mio, quanto sono belli gli abiti nuovi dell'imperatore! Gli stanno proprio bene!" Nessuno voleva confessare di non vedere niente, per paura di passare per uno stupido, o un incompetente. Tra i tanti abiti dell'imperatore, nessuno aveva riscosso tanto successo. "Ma l'imperatore non ha nulla addosso!", disse a un certo punto un bambino. "Santo cielo", disse il padre, "Questa è la voce dell'innocenza!". Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva detto il bambino. "Non ha nulla indosso! C'è un bambino che dice che non ha nulla indosso!" "Non ha proprio nulla indosso!", si misero tutti a urlare alla fine. E l'imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione; ma intanto pensava: "Ormai devo condurre questa parata fino alla fine!", e così si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo una coda che non c'era per niente.

Hans Christian Andersen

Biografia di Andersen

Andersen, Hans Christian (Odense 1805 - Copenaghen 1875), scrittore danese, uno dei massimi autori europei di letteratura per l'infanzia. Di famiglia umile, orfano a undici anni, a quattordici fuggì a Copenaghen, dove ebbe l'opportunità di studiare grazie all'aiuto di Jonas Collin, direttore del Teatro reale. Fin dal 1822 cominciò a pubblicare volumi di prosa e poesia e a comporre opere teatrali, ma il successo gli arrise soltanto con il romanzo L'improvvisatore (1835). Compì lunghi viaggi in Europa, Asia e Africa e fu autore fecondo, anche di resoconti di viaggio, come Il bazar di un poeta (1842). La sua fama si fonda però sugli oltre 150 racconti per l'infanzia, che appartengono ormai ai classici della letteratura mondiale. Ben lontano dall'imitare i suoi immediati predecessori nel genere del racconto, quali Charles Perrault, Antoine Galland ed E.T.A. Hoffmann, o i fratelli Grimm, Andersen seppe esprimere mirabilmente le emozioni più sottili e le idee più fini attraverso un uso equilibrato del linguaggio corrente e delle espressioni popolari, passando senza difficoltà dalla poesia all'ironia, dalla farsa alla tragedia, dal quotidiano al meraviglioso. La sua opera appare innovativa non solo nello stile ma anche nei contenuti: Andersen usò infatti un linguaggio quotidiano ed espresse nelle fiabe pensieri e sentimenti fino ad allora ritenuti estranei alla comprensione di un bambino, attraverso le vicende di re e regine storici o leggendari, ma anche di animali, piante, creature magiche e persino di oggetti. Alcuni fra i suoi titoli più noti sono Il brutto anatroccolo, I vestiti nuovi dell'imperatore, La regina delle nevi, Scarpette rosse e La sirenetta. Le fiabe di Andersen sono state tradotte in tutte le lingue e hanno ispirato innumerevoli opere teatrali, balletti, film, nonché opere d'arte figurativa.

 
 
 

Post N° 166

Post n°166 pubblicato il 05 Ottobre 2007 da crashandburns

 
 
 

Storia di uno che se ne andò in cerca della paura

Post n°165 pubblicato il 05 Ottobre 2007 da crashandburns

Un padre aveva due figli. Il maggiore era giudizioso e prudente e sapeva cavarsela in ogni situazione, mentre il minore era stupido, non imparava né‚ capiva nulla e quando la gente lo incontrava diceva: -Sarà un bel peso per il padre!-. Se c'era qualcosa da fare, toccava sempre al maggiore; ma se il padre lo mandava a prendere qualcosa di sera o addirittura di notte, e la strada passava vicino al cimitero o a qualche luogo terrificante, egli rispondeva: -Ah, padre mi viene la pelle d'oca!-, poiché‚ era pauroso. Oppure quando di sera, accanto al fuoco, si raccontavano delle storie da far rabbrividire, coloro che ascoltavano dicevano a volte: -Ah mi viene la pelle d'oca!-. Il minore se ne stava seduto in un angolo, ascoltava e non capiva che cosa ciò potesse significare. -Dicono sempre: mi viene la pelle d'oca! mi viene la pelle d'oca! A me non viene: sarà anche questa un'arte di cui non capisco niente.- Un bel giorno il padre gli disse: -Ascolta, tu in quell'angolo diventi grande e grosso, ed è ora che impari a guadagnarti il pane. Guarda come si dà da fare tuo fratello; ma con te è fatica sprecata-. -Sì padre- egli rispose -vorrei imparare qualcosa; anzi, se fosse possibile, mi piacerebbe imparare a farmi venire la pelle d'oca; di questo non so proprio nulla.- Il fratello maggiore rise nell'udirlo e pensò fra s‚: "Mio Dio, che stupido è mio fratello, non se ne caverà mai nulla. Il buon giorno si vede dal mattino". Il padre sbuffò e gli rispose: -La pelle d'oca imparerai ad averla, ma con questo non ti guadagnerai il pane-. Poco tempo dopo venne a fare loro visita il sagrestano; il padre gli confidò i suoi guai e gli raccontò che il figlio più giovane era maldestro in ogni cosa, non sapeva e non imparava nulla. -Pensate, quando gli ho chiesto in che modo voleva guadagnarsi il pane, ha risposto che voleva imparare a farsi venire la pelle d'oca!- -Oh!- rispose il sagrestano -può impararlo da me; affidatemelo, lo sgrosserò.- Il padre era contento perché‚ pensava che il giovane avrebbe messo giudizio. Così il sagrestano se lo portò a casa ed egli dovette suonargli le campane. Un paio di giorni dopo lo svegliò a mezzanotte, gli ordinò di alzarsi, di salire sul campanile e di suonare. ''Imparerai che cos'è la pelle d'oca!" pensava e, per fargli prendere un bello spavento, lo precedette di nascosto e si mise davanti allo spiraglio della porta: il giovane doveva credere che fosse un fantasma. Questi salì tranquillamente fino in cima al campanile, e quando fu sopra vide una figura nello spiraglio. -Chi è là?- gridò, ma la figura non rispose n‚ si mosse. Allora gli disse: -Che vuoi qui di notte? Vattene o ti butto giù-. Il sagrestano pensò: "Non avrà intenzioni così malvagie", tacque e restò immobile. Il giovane lo interpellò per la terza volta e, siccome non ottenne nessuna risposta, prese la rincorsa e buttò giù il fantasma che si ruppe le gambe e il collo. Suonò poi le campane e, subito dopo, discese e si rimise a dormire senza dire una parola. La moglie del sagrestano attese a lungo il marito, ma quello non veniva mai. Alla fine si spaventò, svegliò il giovane e disse: -Non sai dov'è mio marito? E' salito con te sul campani le-. -No- rispose il ragazzo -ma c'era un tale nello spiraglio, e siccome non se ne andava e non voleva rispondermi, l'ho buttato giù. Andate a vedere se è lui.- La donna corse al camposanto, piena di paura, e trovò il marito che giaceva per terra, morto. Allora si recò urlando dal padre del ragazzo, lo svegliò e disse: -Ah, che sciagura ha causato il vostro fannullone! Ha buttato giù mio marito dal campanile, e ora giace morto al camposanto-. Il padre si spaventò, corse dal ragazzo e gli disse, rimproverandolo aspramente: -Queste empietà deve avertele ispirate il Maligno!-. -Ah padre!- rispose egli -sono innocente: se ne stava là di notte, come uno che ha cattive intenzioni. Io non sapevo chi fosse e gliel'hodomandato tre volte; perché‚ non se n'è andato?- -Ah- disse il padre -da te ho soltanto dei dispiaceri, togliti dai piedi, non ti voglio più vedere.- -Sì padre, volentieri, aspetta solo che faccia giorno e me ne andrò, e imparerò che cosa sia avere la pelle d'oca, così conoscerò un'arte che mi darà da mangiare.- -Impara quel che ti pare- disse il padre -per me fa lo stesso. Eccoti cinquanta scudi, prendili e sparisci dalla mia vista; e non dire a nessuno da dove vieni e chi è tuo padre, perché‚ mi vergogno di te.- -Sì padre, come volete; se non chiedete altro, posso ben tenerlo a mente.- Allo spuntar del giorno, il giovane si mise in tasca i suoi cinquanta scudi e se ne andò sulla via maestra dicendo fra s‚: -Ah, se mi venisse la pelle d'oca! Se mi venisse la pelle d'oca!-. Lo raggiunse un uomo che sentì questo discorso; quando ebbero fatto un pezzo di strada e furono in vista della forca, questi disse al ragazzo: -Vedi, quello è l'albero su cui sette uomini hanno sposato la figlia del funaio: siediti là sotto e aspetta che venga notte, allora imparerai che cos'è la pelle d'oca-. -Se è tutto qui- rispose il giovane -è presto fatto; se imparo così in fretta che cos'è la pelle d'oca, avrai i miei cinquanta scudi: ritorna da me domani mattina presto.- Il giovane andò allora alla forca, vi si sedette sotto e attese la sera. Poiché‚ aveva freddo, accese un fuoco; ma a mezzanotte il vento soffiava così gelido che egli non riusciva a scaldarsi nonostante il fuoco. Quando il vento spinse gli impiccati l'uno contro l'altro facendoli oscillare su e giù, egli pensò: "Tu geli qui accanto al fuoco, chissà che freddo hanno quelli lassù! E come si dimenano!". E siccome era di buon cuore, appoggiò la scala alla forca, salì, li staccò a uno a uno e li portò giù tutti e sette. Poi attizzò il fuoco, ci soffiò sopra e ci sedette intorno gli impiccati perché‚ si scaldassero. Ma essi se ne stavano seduti senza muoversi e il fuoco si appiccò ai loro vestiti. Allora egli disse: -Fate attenzione, altrimenti vi riappendo di nuovo lassù-. Ma i morti non sentivano, tacevano e continuavano a lasciar bruciare i loro stracci. Perciò egli andò in collera e disse: -Se non volete fare attenzione, io non posso aiutarvi: non voglio bruciare con voi-. E li riappese l'uno dopo l'altro. Poi si sedette accanto al fuoco e si addormentò. Il mattino dopo venne l'uomo che voleva i cinquanta scudi e disse: -Hai imparato che cos'è la pelle d'oca?-. -No- rispose egli. -Come avrei potuto impararlo? Quelli lassù non hanno aperto bocca, e sono così stupidi da lasciar bruciare quei due vecchi stracci che hanno addosso.- L'uomo capì che per quel giorno non poteva prendersi i cinquanta scudi, se ne andò e disse: -Non mi è mai capitato di incontrare un tipo simile-. Anche il giovane andò per la sua strada e ricominciò a dire fra s‚: -Ah, se mi venisse la pelle d'oca! Se mi venisse la pelle d'oca!-. L'udì un carrettiere che camminava dietro di lui e domandò: -Chi sei?-. -Non lo so- rispose il giovane. Il carrettiere domandò ancora: -Da dove vieni?-. -Non lo so.- -Chi è tuo padre?- -Non posso dirlo.- -Che cosa vai borbottando fra i denti?- -Ah- rispose il giovane -vorrei farmi venire la pelle d'oca, ma nessuno sa insegnarmelo.- -Piantala di dire sciocchezze- disse il carrettiere. -Vieni con me, ti troverò un posto di lavoro.- Il giovane andò con il carrettiere e la sera giunsero a un'osteria dove volevano pernottare. Entrando egli disse ad alta voce: -Se mi venisse la pelle d'oca! Se mi venisse la pelle d'oca!-. L'oste, all'udirlo, disse ridendo: -Se ne hai tanta voglia, qui ci sarebbe una bella occasione!-. -Ah taci!- disse l'ostessa. -Troppi audaci hanno già perso la vita. Sarebbe un vero peccato se quei begli occhi non dovessero rivedere la luce del giorno!- Ma il giovane disse: -Anche se è difficile, voglio impararlo una buona volta: me ne sono andato di casa per questo-. Non lasciò in pace l'oste finché‚ questi non gli raccontò che nelle vicinanze c'era un castello fatato, dove si poteva imparare benissimo che cosa fosse la pelle d'oca, purché‚ ci si vegliasse tre notti. A chi aveva tanto coraggio, il re aveva promesso in isposa sua figlia, la più bella fanciulla che esistesse al mondo. Nel castello erano inoltre celati dei favolosi tesori custoditi da spiriti, e sarebbero diventati di proprietà di chi avesse superato la prova. Già molti erano entrati nel castello, ma nessuno ne era uscito. Il mattino dopo, il giovane si presentò al re e disse: -Se fosse possibile vorrei vegliare tre notti nel castello fatato-. Il re lo guardò e siccome gli piacque disse: -Puoi chiedermi anche tre cose e portarle con te al castello, ma devono essere cose prive di vita-. Allora egli rispose: -Chiedo un fuoco, un tornio e un banco da ebanista con il suo coltello-. Il re gli fece portare ogni cosa al castello durante il giorno All'imbrunire il giovane vi entrò, si accese un bel fuoco in una stanza, vi mise accanto il banco da ebanista con il coltello, e si sedette sul tornio. -Ah, se mi venisse la pelle d'oca!- disse egli -Ma non lo imparerò neanche qui.- Verso mezzanotte volle attizzare il fuoco; mentre ci soffiava sopra, udì all'improvviso gridare da un angolo: -Ohi miao! che freddo abbiamo!- -Scimuniti,- esclamò -perché‚ gridate? Se avete freddo, venite, sedetevi accanto al fuoco e scaldatevi.- Come ebbe detto questo, due grossi gatti neri si avvicinarono d'un balzo e gli si sedettero ai lati guardandolo ferocemente con i loro occhi di fuoco. Dopo un poco, quando si furono scaldati, dissero: -Camerata, vogliamo giocare a carte?-. -Sì- egli rispose -ma mostratemi le zampe.- Essi allora tirarono fuori gli artigli -Oh,- egli disse -che unghie lunghe avete! Aspettate, devo prima tagliarvele!- Li afferrò allora per la collottola, li mise sul banco ed imprigionò loro le zampe. -Vi ho tenuti d'occhio- disse -e mi è passata la voglia di giocare a carte.- Li uccise e li gettò in acqua. Ma aveva appena tolto di mezzo quei due e stava per sedersi accanto al fuoco, quando sbucarono da ogni parte cani e gatti neri, attaccati a catene infuocate; erano tanti ma tanti che egli non sapeva più dove cacciarsi. Gridavano terribilmente, gli calpestavano il fuoco, disperdevano le braci e volevano spegnerlo. Per un po' stette a guardare tranquillamente, ma quando incominciò a sentirsi a mal partito, afferrò il coltello, gridò: -Finiamola, canaglia!- e si gettò su di loro. Alcuni balzarono via, gli altri li uccise e li buttò nello stagno. Come fu di ritorno, riattizzò il fuoco soffiando sulla brace e si scaldò. E, mentre se ne stava così seduto, si accorse che non riusciva più a tenere gli occhi aperti e che aveva voglia di dormire. Allora guardò intorno a s‚, vide un gran letto in un angolo e ci si coricò. Ma come volle chiudere gli occhi, il letto incominciò a muoversi da solo e andò a spasso per tutto il castello. -Benissimo- disse il giovane -ancora più in fretta!- Allora il letto incominciò a rotolare su e giù per soglie e scale, come se fosse trainato da sei cavalli; d'un tratto, hopp, hopp, si ribaltò a gambe all'aria, e gli restò addosso. Allora egli scagliò in aria coperte e cuscini, saltò fuori e disse: -Adesso vada a spasso chi ne ha voglia!- si distese accanto al fuoco e dormì sino a giorno. Al mattino venne il re e quando lo vide disteso a terra pensò che fosse morto e che gli spettri lo avessero ucciso. Allora disse: -Peccato! Un così bel ragazzo!-. Il giovane lo udì, si rizzò e disse: -Non siamo ancora a questo punto!-. Il re si stupì e, tutto contento, gli domandò com'era andata. -Benissimo- rispose egli -la prima notte è passata e passeranno anche le altre due!- Quando tornò dall'oste, questi fece tanto d'occhi e disse: -Non pensavo di rivederti ancora vivo; hai imparato finalmente che cos'è la pelle d'oca?- -No- rispose il giovane -non lo so; se solo qualcuno me lo dicesse!- La seconda notte salì di nuovo al vecchio castello, si sedette accanto al fuoco e disse: -Se mi venisse la pelle d'oca!-. Verso mezzanotte sentì un rumore e un tramestio, prima piano, poi sempre più forte; poi un breve silenzio, infine un mezzo uomo cadde dal camino urlando, e gli piombò davanti. -Olà!- esclamò -ce ne vuole ancora metà, così è troppo poco.- Allora il rumore ricominciò, si udì strepitare e urlare, e anche la seconda metà cadde giù. -Aspetta- disse -voglio attizzarti un po' il fuoco.- Quando ebbe finito e si guardò nuovamente intorno, i due pezzi si erano riuniti e un omaccio orribile sedeva al suo posto. -Non intendevo dir questo- disse il giovane -il banco è mio.- L'uomo voleva respingerlo, ma il giovane non lo lasciò fare, lo spinse via con forza e si risedette di nuovo al suo posto. Allora caddero giù altri uomini che avevano nove stinchi e due teschi, li rizzarono e giocarono a birilli. Anche al giovane venne voglia di giocare e domandò: -Sentite, posso giocare anch'io?-. -Sì, se hai denaro.- -Di denaro ne ho a sufficienza- rispose -ma le vostre palle non sono ben rotonde.- Allora egli prese i teschi, li mise sul tornio e li arrotondò. -Adesso rotoleranno meglio!- disse. -Olà, ora ci divertiremo!- Giocò e perse un po' di denaro, ma quando suonò mezzanotte tutto sparì davanti ai suoi occhi. Si distese e si addormentò tranquillamente. Il mattino dopo venne il re a informarsi: -Come ti è andata questa volta?- domandò. -Ho giocato a birilli- rispose -e ho perduto qualche soldo.- -Non ti è venuta la pelle d'oca?- -macché‚- disse -me la sono spassata; se solo sapessi che cos'è la pelle d'oca!- La terza notte sedette di nuovo al suo banco e diceva tutto malinconico: -Se mi venisse la pelle d'oca!-. A notte inoltrata, giunsero sei omacci che portavano una cassa da morto. Allora egli disse: -Ah, ah, è sicuramente il mio cuginetto che è morto qualche giorno fa-. Fece un cenno con il dito e gridò: -Vieni, cuginetto, vieni!-. Misero la bara a terra, ma egli si avvicinò e tolse il coperchio: dentro c'era un morto. Gli toccò il viso, ma era freddo come il ghiaccio. -Aspetta- disse -ti voglio riscaldare un po'.- Andò al fuoco, si riscaldò la mano e gliela mise sul viso, ma il morto rimase freddo. Allora lo tirò fuori, si sedette davanti al fuoco, se lo prese sulle ginocchia e gli strofinò le braccia per riscaldarlo, Ma siccome anche questo non servì a nulla, gli venne un'idea: "Se due sono a letto insieme, si riscaldano". Lo portò a letto, lo coprì e gli si distese accanto. Dopo un po' anche il morto fu caldo e incominciò a muoversi. Allora il giovane disse: -Vedi, cuginetto, se non ti avessi scaldato!-. Ma il morto prese a dire: -Adesso ti voglio strozzare-. -Cosa?- disse egli. -E' questa la mia ricompensa? Torna pure nella tua bara!- Lo sollevò, ce lo buttò dentro e chiuse il coperchio: ritornarono i sei uomini e lo portarono via. -Non mi vuol venire la pelle d'oca- egli disse -qui non l'imparerò mai.- Allora entrò un uomo, che era più grosso di tutti gli altri e aveva un aspetto terribile; ma era vecchio e aveva una lunga barba bianca. -Oh tu, nanerottolo, imparerai presto che cos'è la pelle d'oca perché‚ devi morire.- -Non così in fretta!- egli rispose. -Per morire devo esserci anch'io.- L'uomo disse: -Ti prenderò!-. -Piano, non darti tante arie; sono forte quanto te, e forse anche di più.- -Lo vedremo- disse il vecchio -se sei forte più di me, ti lascerò andare; vieni, proviamo.- Attraverso passaggi oscuri, lo condusse a una fucina, prese un'accetta e con un colpo sbatté‚ a terra un'incudine. -So fare di meglio- disse il giovane e andò all'altra incudine; il vecchio gli si mise accanto per vedere, con la barba bianca penzoloni. Il giovane afferrò allora l'accetta, con un colpo spaccò l'incudine e vi serrò dentro la barba del vecchio. -Ora ti ho in pugno!- disse il ragazzo. -Adesso tocca a te morire.- Afferrò una sbarra di ferro e percosse il vecchio fino a che questi si mise a piagnucolare e lo pregò di smettere: gli avrebbe dato dei grossi tesori. Il giovane estrasse allora l'accetta e lasciò libero il vecchio che lo ricondusse al castello e gli mostrò in una cantina tre casse colme d'oro. -Di quest'oro- disse -una parte è dei poveri, l'altra del re, la terza è tua.- In quel momento suonò mezzanotte e lo spirito scomparve, sicché‚ il giovane si trovò al buio. -Me la caverò ugualmente- disse; a tastoni trovò il cammino che lo condusse alla sua stanza, dove si addormentò accanto al fuoco. Il mattino dopo venne il re e disse: -Ora avrai imparato che cos'è la pelle d'oca!-. -No- rispose -che roba è questa? E' stato qui mio cugino morto ed è venuto un vecchio barbuto che mi ha mostrato molto denaro là sotto, ma che cosa sia la pelle d'oca non me l'ha insegnato nessuno.- Il re disse: -Hai sciolto l'incantesimo del castello e sposerai mia figlia-. -Tutto questo va benissimo, ma io continuo a non sapere che cos'è la pelle d'oca.- L'oro fu portato su e si celebrarono le nozze, ma il giovane re, per quanto amasse la sua sposa e fosse felice con lei, diceva sempre: -Se mi venisse la pelle d'oca! Se mi venisse la pelle d'oca!-. La sposa finì coll'infastidirsi. Allora la sua cameriera disse: -Ci penserò io: imparerà che cos'è la pelle d'oca!-. Uscì e fece riempire un secchio di ghiozzi. Di notte, mentre il giovane re dormiva, sua moglie gli tolse la coperta e gli rovesciò addosso il secchio pieno di acqua gelata con i ghiozzi, cosicché‚ i pesciolini gli guizzarono intorno. Allora egli si svegliò e gridò: -Ah, che pelle d'oca, che pelle d'oca, moglie mia! Sì, ora so cos'è la pelle d'oca.

F.lli Grimm

Biografia di Grimm 

Grimm, Jacob e Wilhelm Filologi tedeschi, si dedicarono allo studio e alla ricerca nel campo della letteratura e del folclore. Jacob Ludwig Karl (Hanau, Assia 1785 - Berlino 1863), concentrò i suoi interessi soprattutto sulla letteratura medievale e sullo studio della lingua; il fratello, Wilhelm Karl (Hanau 1786 - Berlino 1859), fu attivo anche come critico letterario. Dopo aver lavorato per alcuni anni presso la biblioteca di Kassel, nel 1830 i due fratelli erano a Gottinga, dove avevano ottenuto vari incarichi universitari. Nel 1837, per ragioni politiche, dovettero ritornare a Kassel, che lasciarono nel 1841 per stabilirsi a Berlino su invito di Federico Guglielmo IV di Prussia. Qui rimasero fino al termine dei loro giorni, dedicandosi all'insegnamento universitario. Massimo merito scientifico di Jacob Grimm è la Grammatica tedesca (1819-1837), considerata il fondamento della filologia germanica. La seconda edizione (1822) contiene anche la cosiddetta "legge di Grimm", o prima rotazione consonantica, fondamentale per la ricostruzione storica della lingua tedesca. Le altre opere comprendono la Mitologia tedesca (1835) e la Storia della lingua tedesca (1848). Fra i contributi di Wilhelm Grimm, anche curatore di un'edizione critica della letteratura tedesca colta e popolare del Medioevo, figura La leggenda eroica tedesca (1829). Profondamente interessati alle espressioni letterarie popolari tedesche, i fratelli Grimm raccolsero numerose fiabe da svariate fonti, prevalentemente orali, e le pubblicarono nei tre volumi di quelle Fiabe per bambini e famiglie (1812-1822) che, seppure concepite a scopo scientifico-filologico, sarebbero divenute un classico della letteratura per l'infanzia. Dalla collaborazione dei due fratelli nacque, a partire dal 1854, un monumentale Vocabolario tedesco, tuttora importantissimo punto di riferimento, che fu completato nel 1954 da altri studiosi.

 
 
 
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Data di creazione: 13/06/2006
 

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