Fogli volanti

Piccoli frammenti di me...

 

 

L’AMORE VERO

Post n°162 pubblicato il 07 Gennaio 2014 da cuorepulito1958

L’AMORE VERO

L’amore è il più grande esperimento della vita e coloro che vivono senza sperimentare l’energia dell’amore non sapranno mai che cos’è la vita; si limiteranno a restare sulla superficie, senza scendere nelle sue profondità.

L’AMORE VERO È CONDIVISIONE, È GIOIA DI DONARE TUTTO SE STESSO ALL’ALTRO. Dunque donati, condividi tutto ciò che hai con la persona amata e godi nel condividere! 

L’AMORE VERO PORTA SEMPRE APPAGAMENTO. Se ami davvero una persona ti preoccuperai di appagare i suoi bisogni più autentici, ti prenderai cura dei suoi bisogni.

 
 
 

Il ricco e il povero

Post n°161 pubblicato il 07 Agosto 2012 da cuorepulito1958
 

Il ricco e il povero

(di anonimo)

Un giorno un uomo ricco consegnò un cesto di spazzatura ad un uomo povero. L’uomo povero gli sorrise e se ne andò col cesto, poi lo svuotò, lo lavò e lo riempì di fiori bellissimi. Ritornò dall’uomo ricco e glielo diede.

L’uomo ricco si stupì e gli disse:

«Perché mi hai donato fiori bellissimi se io ti ho dato la spazzatura?».

E l’uomo povero disse:

«Ogni persona dà ciò che ha nel cuore».

 
 
 

Valore morale e attualità di Dante Alighieri

Post n°160 pubblicato il 21 Settembre 2011 da cuorepulito1958
 

Valore morale e attualità di Dante Alighieri

(di Corrado Giusti)

Quella della poesia dantesca è una missione universale, che trascende i tempi e si estende agli uomini di tutte le generazioni.

Una concorde ammirazione, che si è venuta ingigantendo attraverso i secoli, esalta Dante, presso tutti i popoli, come uno dei più grandi poeti che siano mai esistiti. Per noi italiani, poi, egli ha un valore ed un significato tutto particolare: è, infatti, il poeta nazionale d’Italia.

Nato con il sorgere della nazione italiana, egli ne interpretò i sentimenti e le aspirazioni, ne esaminò ed esaltò il passato radioso, ne soffrì il presente inquieto, ne auspicò un avvenire di concordia, di unità, di pace. Il culto di Dante si ravvivò nel Risorgimento, quando fu di vitale nutrimento all’arte dei nostri scrittori ed allo spirito dei nostri patrioti, che guardarono a lui come al Padre della Nazione; e, da allora, si può dire che non sia mai tramontato. Anche oggi la parola di Dante conserva tutto il suo valore e, per questa ragione, la sua opera è oggetto di studio nelle scuole italiane di ogni grado.

La gloria di Dante è essenzialmente legata alla sua poesia e, se non tutto quello che il poeta dice può essere compreso da tutti, presupponendo una conoscenza delle dottrine medievali che non tutti possono avere, ognuno è, però, in grado di comprendere bene le mirabili figure sorte dalla sua possente fantasia e di intuire e meditare il sostanziale ammonimento che è contenuto nei suoi versi. E proprio questa, a mio parere, è la cosa più importante.

I giovani, in particolare, leggendo un qualunque episodio della Divina Commedia, devono guardare alla potenza con cui la fantasia del poeta ha scolpito un personaggio, devono osservare attentamente l’ambiente che circonda il personaggio stesso, devono sentire l’incubo che avvolge i dannati, la mestizia degli spiriti espianti, la mistica letizia dei beati e, meditando su quanto hanno letto, devono cogliere il messaggio morale che è racchiuso nelle singole figure. È vero che la coscienza di Dante non sarebbe bastata da sola a creare una così stupenda poesia, ma quella poesia non sarebbe nata se non avesse avuto sotto di sé tanta ricchezza spirituale e tanta esperienza di vita.

Il Foscolo, uno dei primi e, forse, quello che, fra tutti i critici, meglio intese e sentì Dante, osserva che «dietro ad ogni verso di poesia c’è l’uomo immerso nel tempo in cui visse». E dietro ad ogni verso della Divina Commedia c’è Dante, assorto nel mondo medievale, un mondo pieno di lotte e di passioni; ma egli non si smarrisce in esse, perché seppe dominarle, pur senza perdere quella ricchezza passionale che è il suggello profondo della natura di ogni uomo.

Anche noi viviamo in tempi agitati: il progresso scientifico e tecnologico ha preso in contropiede l’umanità, impreparata ad accoglierlo, incapace di collegarsi al passato e di proiettarsi verso il futuro senza fratture. La funzione strumentale della scienza e della tecnica si è estesa fino ad influenzare gli aspetti morali della civiltà. I giovani vedono gente che corre alla conquista di beni materiali e di posizioni sociali e gran parte di essi è pronta a considerare il danaro come il metro del valore, la lotta senza scrupoli contro i propri simili come il mezzo più idoneo per averlo, la furbizia come la qualità più utile alla vita. Il progresso, dunque, può diventare, da strumento di costruzione, mezzo di distruzione, sorgente di nuove schiavitù.

Verso la metà dell’Ottocento Massimo D’Azeglio scrisse:

«Il vero progresso dell’umanità non istà nelle macchine a vapore, ma nella crescente potenza del senso del giusto e del vero».

Se ponderiamo bene queste parole, che hanno il valore di una massima, possiamo convincerci che l’insegnamento della Divina Commedia ai nostri giorni non è un anacronismo e che la personalità di Dante può e deve essere proposta, come esempio, ai giovani, oggi più che nel passato, perché quel senso del giusto e del vero, di cui parlava D’Azeglio, rischia, ogni giorno di più, di smarrirsi. Dante può insegnare ai giovani che, se la vita è una lotta (mai come ai nostri tempi questa osservazione appare indiscutibile!), essa va affrontata con serietà e con un corredo di ideali ai quali occorre restare sempre fedeli, per non perdere il rispetto di noi stessi, che è la meta più alta a cui l’uomo possa tendere.

 
 
 

Ecco come, a 18 anni, si può ancora morire d’amore

Post n°159 pubblicato il 07 Giugno 2011 da cuorepulito1958
 

In questa pagina ho riportato l’articolo di un giornale, risalente al 1975, che racconta la sfortunata storia d’amore di due adolescenti di Sassari e che ha ispirato la canzone “Preghiera”, composta e magistralmente interpretata da “I Cugini di Campagna”. A questo segue la lettera di ringraziamento scritta dalla mamma della ragazza ai componenti del suddetto gruppo musicale, un ricordo al quale essi sono molto affezionati. Per motivi di riservatezza sono state riportate solamente le iniziali dei nomi citati. 

Ecco come, a 18 anni, si può ancora morire d’amore 

A diciott’anni E. è morto per amore. Questo, però, la folla che si è accalcata, la mattina di lunedì 18 agosto, sotto l’alto ponte del Rasello per soddisfare la curiosità morbosa di vedere da vicino i resti di un suicida, non lo sapeva. Per loro quel mucchietto di vestiti, di ossa e di carne era soltanto «uno che si è buttato da trenta metri». Orrore, pietà, la parola «follia», serpeggiavano tra vecchi e giovani, tra padri e madri con i figlioletti in braccio e il collo proteso per guardare.

La verità è venuta dalla lettera che i poliziotti hanno trovato in tasca dei calzoni del ragazzo. E. l’aveva scritta verso mezzanotte, pochi minuti prima di buttarsi oltre la balaustra del ponte che unisce la Sassari vecchia alla nuova. In essa non c’erano scuse. Soltanto un addio a tutti «perchè senza J. la mia vita non ha più senso».

J., la fidanzatina quindicenne di E., era spirata alcune ore prima, a metà mattina di domenica, nell’ospedale sassarese, stroncata da un male inesorabile, la leucemia. Il ragazzo non è stato capace di sopravviverle. E non si può dire che la sua decisione sia maturata in un momento di sconforto. È venuta, invece, purtroppo, dopo un logorante calvario durato dieci giorni, quanti ne sono passati tra le prime avvisaglie del male e la morte di J.

Dieci giorni e dieci notti di agonia, che i due giovani hanno condiviso. Lei preda della malattia, lui pervaso ogni ora di più dalla disperazione di non poter fare nulla per salvarla, di vedere dissolversi, istante dopo istante, la felicità che avevano scoperto e assaporato soltanto da pochi mesi.

E. e J. si erano innamorati in primavera. Si trattava, per entrambi, di quel primo amore che, nonostante la rivoluzione sessuale e gli stress del modo di vivere odierno, ognuno di noi si porta chiuso dentro per tutta la vita, delicato miscuglio di dolce orgoglio, di tenerezza e di piacere.

Presi da questo sentimento esaltante, E. e J. si sono avvicinati, ma con una delicatezza e una serietà davvero d’altri tempi.

«Per tutti e due era una cosa seria», sono concordi nell’affermare gli amici di lui.

«Non che parlassero di matrimonio, però tra loro non c’erano quelle “crisi” tipiche delle cottarelle che durano solo qualche mese e poi chi s’è visto s’è visto», dice una compagna di J.

«Li univa qualcosa di tranquillo e di profondo. Non so trovare le parole giuste, ma J. era felice e serena», spiega un’altra.

Assieme, dunque, E. e J. formavano una coppia affiatata e serena, al riparo dai velleitarismi così comuni a troppi loro coetanei, per i quali amore e sesso fanno subito tutt’uno. In comune i due ragazzi avevano anche un particolare interesse: facevano parte di un’associazione scoutistica, alla quale si dedicavano con grande entusiasmo.

Erano stati, perciò, doppiamente felici quando, alla fine di luglio, erano partiti con le loro squadre di giovani esploratori per il campo-raduno di Montepisanu, presso Bono, a un centinaio di chilometri da Sassari. Era un’occasione per vedersi più spesso, per assolvere, uno accanto all’altra, le incombenze della giornata. Quasi uno spensierato preambolo a quella che sarebbe stata la loro futura vita coniugale. Un sogno a occhi aperti, nel quale era naturale giurarsi amore eterno e immergersi in una felicità che nulla sembrava poter scalfire.

La serietà delle intenzioni di entrambi è fuori discussione: un sacerdote vicino a E. e a J. ce l’ha confermato.

«Niente di ufficiale per il momento; il ragazzo si sarebbe diplomato geometra l’anno prossimo; J. frequentava il secondo anno del liceo scientifico», dice il nostro interlocutore. «Erano giovani e per sposarsi potevano tranquillamente aspettare che lui finisse l’università e trovasse una buona sistemazione. Volevano fare le cose con calma e com’è giusto. Invece...».

Invece, dopo una decina di giorni di campeggio, J. ha cominciato ad accusare malesseri e il suo stato di salute si è andato rapidamente aggravando, tanto che il medico curante ne ha ordinato il ricovero in ospedale per una serie di analisi. Il responso degli esami clinici è stata una sentenza inappellabile: leucemia, il “cancro del sangue”, che distrugge i globuli rossi e contro il quale la medicina non ha ancora trovato armi valide. Anche le trasfusioni di sangue, in moltissimi casi, sono soltanto un palliativo.

Per E. quella notizia ha rappresentato il passaggio da un sogno esaltante al peggiore degli incubi. Dapprima incredulo, poi sempre più disperato, si è trovato nella mente l’assillo di una domanda esasperante, che mai trovava una risposta:

«Perché doveva capitare proprio a noi? Che cos’ha fatto J., che cosa ho fatto io, che cosa abbiamo fatto, noi, per meritarci una punizione simile?».

I rari sprazzi di speranza sono destinati a durare soltanto poche ore. I ricordi di felicità goduta fino a pochi giorni prima adesso sono motivo di dolore per quanto egli sa ormai perduto e irripetibile.

«E. si chiudeva ogni giorno di più in se stesso», racconta uno dei suoi migliori amici. «Era diventato cupo e a nulla servivano le parole di conforto mie e degli altri. Ogni volta che lasciava l’ospedale appariva più abbattuto. Era come se quel male terribile avesse preso anche lui».

Quattro giorni prima della morte di J., quando ormai i medici avevano tolto ogni speranza, E. era andato a parlare con un sacerdote, don D., della parrocchia di San Giuseppe, per chiedergli conforto.

«Se J. muore non voglio più vivere», aveva detto al religioso.

Questi aveva fatto ricorso a tutta la sua forza di persuasione, ricordando al giovane i suoi doveri di cristiano e di uomo, che Dio ci sottopone a prove durissime e che non sta a noi giudicare, che la vera vita non è su questa terra e così via, proponendogli il conforto della fede e della preghiera.

Fosse stato meno innamorato, meno giovane, meno idealista E., forse, avrebbe compreso e si sarebbe fatto una ragione del dramma che stava vivendo. Invece, quando la mattina della domenica seguente ha visto spirare J., è corso fuori dall’ospedale gridando:

«La seguirò nella tomba!».

Ai presenti, ed era naturale, è sembrato che si trattasse di una frase pronunciata nel momento del dolore più grande, che la solitudine di alcune ore sarebbe stata la cura migliore. Per questo, soltanto a sera, non vedendolo rientrare, i parenti hanno cominciato a preoccuparsi seriamente. È stato diramato l’allarme e sono iniziate le ricerche. Per tutta la notte parenti e amici hanno setacciato le vie di Sassari alla ricerca del ragazzo. Inutilmente.

Soltanto l’indomani mattina un giovane ha visto un corpo sfracellato in un orto sotto l’arcata centrale dell’altissimo ponte del Rasello e ha avvertito la polizia. Tra una folla indisponente di curiosi in cerca di macabre sensazioni, un fratello e due sorelle di E. hanno riconosciuto ufficialmente il cadavere e hanno letto la lettera con la quale il ragazzo ha detto addio a tutti.

«Perché senza J. la mia vita non ha più senso».

Cambiate il nome e potrebbe averla scritta il Romeo di Shakespeare. 

La lettera che la madre di J. ha scritto a “I Cugini di Campagna”

Gentilissimo complesso,

sono la mamma di J., la ragazza morta a Sassari il 17 agosto, affetta da leucemia; nella stessa sera E. si buttò dal ponte per amore di mia figlia.

Molti ragazzi dei boy-scout mi dicono che voi avete scritto e musicato la canzone Preghiera, dedicata ai nostri ragazzi. Mi complimento con voi; è molto bella; è come mia figlia era. Ed E. ha veramente implorato il Signore, ciò che voi, con le vostre parole e con la vostra musica, dite.

Vi sono molto grata di quanto avete scritto e continuate a dire verso i nostri angeli, che sicuramente ci guardano dall’alto.

Vorrei da voi una conferma; cercate di capire due mamme.

Vorrei dilungarmi tanto, dandovi tante benedizioni, ma, credetemi, la commozione mi ha vinta.

L’angelo di J. e di E. vi protegga per tutta la vita.

Vi abbraccio tutti, con tanto, tanto amore, come se voi foste i miei ragazzi.

M.

 
 
 

Essere monarchici

Post n°157 pubblicato il 06 Marzo 2011 da cuorepulito1958
 

Essere monarchici

Premetto: non sono mai stato iscritto ad alcun partito, né ad alcuna organizzazione sindacale.

Non ho mai fatto attività politica. A nessun livello.

Mi considero un libero pensatore. Niente di più.

I miei studi storici mi hanno portato a preferire, dal punto di vista istituzionale, la forma monarchica a quella repubblicana. Naturalmente, quando parlo di forma monarchica, mi riferisco ad una monarchia costituzionale e parlamentare (in Europa ce ne sono dieci!) e non ad una monarchia assoluta.

Ma cosa vuol dire, al giorno d’oggi, essere monarchici?

Essere monarchici non significa in nessun modo essere di destra o di centro o di sinistra: ci sono monarchici che votano a destra, monarchici che votano al centro e monarchici che votano a sinistra, così come ci sono repubblicani che votano a destra, repubblicani che votano al centro e repubblicani che votano a sinistra. Al contrario: essere monarchici rappresenta la sintesi di un ragionamento che si sviluppa dalla visione oggettiva della vera essenza dell’essere umano e dalle sue esigenze di ordine sociale.

Tante volte mi sono chiesto:

«Perché un uomo che ha sempre avuto idee progressiste e che si è sempre trovato in linea con i princìpi propri della sinistra moderata (l’esaltazione della comunità sul singolo cittadino, la tutela delle fasce più deboli, la solidarietà e l’uguaglianza sociale) è, come me, un convinto sostenitore della monarchia?».

E le risposte sono state sempre le stesse:

«Perché essere monarchico non significa essere sostenitore del singolo individuo in contrapposizione alla comunità; perché essere monarchico non significa trascurare o non farsi carico delle problematiche delle fasce più deboli; perché essere monarchico non significa non possedere i valori della solidarietà e dell’uguaglianza sociale».

L’assioma «essere monarchico = essere di destra», dunque, non solo non è vero nella realtà sociale di tutti quei Paesi in cui l’istituzione monarchica esiste (non si può, certo, affermare che i laburisti inglesi siano di destra, così come non si può, certo, affermare che i socialdemocratici svedesi siano di destra!), ma, spesso, è addirittura una contraddizione: basti pensare ai concetti d’individualismo e di populismo propri della destra storica.

 
 
 

«Solo ora la vita ha un senso!»

Post n°156 pubblicato il 09 Gennaio 2011 da cuorepulito1958
 

Riporto, qui di seguito, le parti più salienti di un bellissimo articolo di Ennio Macconi, pubblicato il 31 dicembre 2002 sul quotidiano “La Nazione”. È la storia di una famosa modella, che, un bel giorno, abbandona di punto in bianco le passerelle, i riflettori e i facili guadagni per seguire il suo cuore, in mezzo all’Africa. È una storia che ancora oggi mi tormenta l’anima e che m’induce a riflettere a fondo sul senso vero della vita...

«Solo ora la vita ha un senso!»

(di Ennio Macconi)

Provate voi ad essere prima una modella di successo su passerelle nazionali e internazionali e decidere, poi, in modo lucido e ragionato, che, in fin dei conti, la vita vera è un’altra, quella vissuta lontano dalle passerelle e dai riflettori, per fare qualcosa «che serva di più» e finire in mezzo all’Africa, ai suoi drammi, alla sua umanità che non ce la fa. E questo non per sputare sentenze o ergersi ad essere più sensibili di altri, ma solo per sentirsi più semplicemente se stessi. Questa è la storia pulita di Camilla Lodi, nata 28 anni fa [n.d.r.: oggi ha 36 anni] in Inghilterra, da una mamma inglese e un padre italiano, in un paesino del Sussex, a Frimley, e che è una fiorentina da sempre, che ha deciso di amare l’Africa e la sua gente, i bambini, soprattutto, con spirito assolutamente laico e trasparente. È proprio per questo che la vicenda di Camilla, prima fotomodella di successo (ha sfilato a Firenze, a Milano, a Parigi e su tante altre passerelle per Cavalli, Gigli, Ferragamo...) e poi «educatrice» a Berbera (nella Somalia del Nord, sul mare, sul golfo di Aden, di fronte allo Yemen, e non lontano dall’infuocata Gibuti, tra fucili mitragliatori, pronti a far fuoco, capanne, pochi agi e molti disagi, fame di tanti e speranza di tanti altri ancora), non può non incuriosire e stupire un po’. [...]

In Somalia lavora in una O.N.G. (Organizzazione Non Governativa), la “Coopi”, pagata sì, ma non tanto da arricchirsi come avrebbe potuto fare sulle passerelle, decisa, per una scelta di vita che ora le appartiene fino in fondo. La incontriamo e ci racconta la sua storia singolare: prima studentessa al Liceo Linguistico “Pascoli” di Firenze, quasi in contemporanea le sue prime esperienze come fotomodella e indossatrice.

«Un giorno – spiega – un’amica della mamma, che aveva un’agenzia di moda, mi disse di presentarmi per un casting. Io ho accettato l’invito anche per guadagnare, per non pesare sulla mia famiglia, per mantenermi da sola. Ho iniziato prima in Toscana, nelle sfilatine, nelle piazze. E poi, quando sono entrata nel giro, ci sono state Firenze, Milano, Parigi. Quello che guadagnavo in una giornata per un servizio fotografico lo guadagno, ora, in un mese di lavoro come educatrice professionale».

Sì, perché Camilla, dopo le superiori, si è laureata con 110/110 in Scienze dell’Educazione, all’Università di Firenze.

E la svolta?

Un viaggio in Kenya nel 2000; l’aggancio con gli ambienti delle O.N.G.; la proposta concreta di redigere un progetto sull’educazione per la Somalia, per “Intersos”; il rientro in Italia; l’offerta di un anno di lavoro, fattale da “Coopi”.

Là vive come può, in case senza tetto e mangiando quello che c’è. Ci crede. Lo dice. Ti ci fa credere. [...]

Così, oggi, è Camilla: bella; sorridente; una modella fa; una Somalia oggi, da vivere con passione.

Per lei, ma anche per tutti quelli che ci credono.

 
 
 

Un eremita in città

Post n°155 pubblicato il 15 Novembre 2010 da cuorepulito1958
 

Un eremita in città

La mia nuova casetta, finalmente, è pronta! Credetemi: sono davvero al settimo cielo!

Quante notti passate a progettare! Quanti pensieri! Quante preoccupazioni! Quante difficoltà ho dovuto affrontare! Alla fine, però, tutto è tornato alla perfezione, esattamente come volevo io: dal pavimento (in cotto di Chiusi) al soffitto (con travi, correnti e mezzane), dalla rubinetteria (antica, com’era in voga nei primi anni del Novecento) all’arredamento (semplice, in arte povera).

Nulla ho lasciato al caso. Ho curato tutto. Nei minimi particolari. Tutto quello che avevo in mente un anno fa, quando mi tuffai a capofitto in quest’affascinante avventura, è, ora, una splendida realtà.

Mi ritirerò qui, in questo caldo e accogliente nido. Condurrò una vita appartata, lontano dalle luci, dal chiasso, dal clamore, dalla massa. Sarò, in sostanza, un eremita... moderno! Un eremita in città. Seguirò alla lettera gl’insegnamenti del grande Francesco Petrarca, il quale respingeva con decisione la “solitudine radicale”, auspicando, invece, una “solitudine socievole”, in grado di conservare amici, memorie e luoghi. Scriveva il Poeta:

«La natura rifiuta la solitudine assoluta; mai mi sembrerà che la presenza di un amico interrompa la solitudine, bensì che la adorni».

Come articolerò, d’ora in poi, le mie giornate?

La mattina andrò a lavorare nel nuovo ente pubblico che mi ha accolto a braccia aperte (dopo 25 anni di onorato servizio, infatti, ho lasciato il Comune di Castiglione della Pescaia); il resto della giornata lo dividerò con le persone a me più care, senza tralasciare le mie intramontabili passioni: i francobolli, la musica italiana, i libri... Quando potrò (la domenica o nei giorni in cui sarò in ferie) continuerò ad esplorare gli angoli più incantati della nostra bellissima Italia, alla scoperta di nuove storie, di nuove tradizioni popolari, di nuove specialità culinarie...

Questo, tutto questo è quel che ho in mente... Spero, in qualche modo, di riuscire a realizzarlo... Non chiedo altro dalla vita...

Oggi, dunque, sono un uomo felice. Un giorno vorrei essere un uomo sereno. Qualcuno ha detto che è difficile essere felici, ma è ancora più difficile essere sereni. Perché la felicità dura un istante, mentre la serenità è un modo di vivere, è un sentimento che nasce solo in chi sa gustare tutto ciò che la vita gli offre. Da un profumo a un tramonto, a un piccolo istante di dolore.

 
 
 

Pane e... balena!

Post n°154 pubblicato il 05 Ottobre 2010 da cuorepulito1958
 

Pane e... balena!

Quand’ero ragazzino nonna Lina mi preparava spesso, a merenda, pane e... balena! Prendeva una bella fetta di pane casalingo, la scaldava a fuoco lento, da ambo le parti, sulla gratella e, poi, ci spalmava sopra un po’ di burro e la mitica pasta d’acciughe Balena (vedi immagine n° 1). Che bontà! Una merenda semplice e genuina, all’insegna della tipica tradizione toscana.

Ma qual è la storia di questo antico prodotto ancora oggi diffusissimo?

Attorno al 1850 il giovane Cesare Balena apprese l’arte della salagione nelle isole dell’arcipelago toscano. Qui si era soliti preparare un condimento particolare, ottenuto sminuzzando le acciughe salate, che poi venivano tritate e pestate in un piccolo mortaio. Da questo condimento, un po’ rudimentale e risalente a tradizioni antichissime, nacque un nuovo prodotto, inventato dallo stesso Balena: la pasta d’acciughe. Non più un impasto granuloso, ma un prodotto assai più raffinato, omogeneo e privo di parti liscose; non una crema, bensì una pasta, per non perdere il senso della materia prima che le dà origine. Nel 1880 Cesare Balena associò alla propria attività il figlio Attilio e insieme crearono il marchio della ditta, che è rimasto invariato sino ai giorni nostri: una balena che nuota sulla superficie del mare mentre viene colpita da un fulmine rosso, che, secondo un’antica tradizione orale, simboleggia la qualità (vedi immagine n° 2).

Successivamente Cesare Balena, ormai quasi novantenne, si ritirò dall’attività, che proseguì nelle mani del figlio Attilio, il quale si mantenne scrupolosamente fedele alle scelte paterne. Rimase invariato anche il piccolo laboratorio nel quale era allestito il prodotto e gli ingegnosi macchinari, ideati dal padre. Attilio Balena, tuttavia, non fu un semplice continuatore: a lui si deve l’adozione del tubetto come contenitore ideale della pasta d’acciughe (inizialmente di stagno e solo molto tempo dopo di alluminio), sul quale comparve non solo il marchio Balena ma anche il tricolore italiano, in omaggio allo Stato nazionale, nato da pochi anni. In virtù di questa scelta, ormai più che centenaria, il suddetto tricolore è stato riconosciuto ufficialmente come uno dei segni distintivi della pasta d’acciughe Balena.

Attilio Balena migliorò ulteriormente la ricetta paterna e potenziò la commercializzazione del prodotto. Il crescente successo di quest’ultimo finì, però, col creargli non poche difficoltà: ormai anziano faticò assai ad allestire i quantitativi necessari per la tempestiva evasione degli ordini.

Negli anni trenta del secolo passato ci fu il passaggio di testimone: Attilio Balena consegnò l’attività ad un’antica e prestigiosa famiglia d’imprenditori, che, per cinque generazioni, traghetterà con successo la Balena s.r.l. sino ai giorni nostri e che fa tuttora parte della direzione dell’azienda.

Con un lentissimo apprendistato durato anni furono meticolosamente trasmesse le “regole dell’arte” fin nelle più sottili sfumature e ciò permise ai nuovi titolari di mantenere alta, come e più di prima, la bandiera della qualità Balena. La fedeltà alle antiche scelte merceologiche è rimasta costante ed assoluta ed, anzi, si sono aggiunti ulteriori perfezionamenti con l’individuazione della materia prima più idonea.

I nuovi amministratori della società Balena, pur nel pieno rispetto della tradizione e degli antichi metodi lavorativi, hanno potenziato ulteriormente l’azienda, dilatandone il mercato anche all’estero.

Oggi la pasta d’acciughe Balena, da sempre riconosciuta leader del settore, è facilmente reperibile sia presso i negozi tradizionali, anche i più piccoli e decentrati, sia presso i supermercati e gli ipermercati.

Resta intatto lo spirito che animava Cesare Balena nel suo piccolo laboratorio: la ricerca della massima qualità, non nel complesso della produzione ma in ogni singolo tubetto, creato, oggi come allora, con cura artigianale.

 
 
 

Sullo «status» della lingua italiana

Post n°151 pubblicato il 23 Agosto 2010 da cuorepulito1958
 

Sullo «status» della lingua italiana

Recentemente, a Firenze, nella Sala Pistelli di Palazzo Medici-Riccardi, il Presidente dell’Accademia della Crusca si è incontrato con i massimi esponenti di alcune importantissime istituzioni culturali (l’Accademia Nazionale dei Lincei e l’Associazione per la Storia della Lingua Italiana) e, tutti assieme, hanno fatto il punto sullo «status» della lingua italiana. Al termine dei lavori è stato emesso un documento, nel quale si legge, tra l’altro, che, «mentre è in corso un complesso processo di riordino dell’istruzione secondaria e del sistema universitario, è fondamentale rilanciare lo studio dell’italiano, in una società profondamente diversa da quella del recente passato». Si tratta di un obiettivo vitale per garantire all’Italia uno sviluppo e una condizione culturale in grado di reggere la dura realtà della competizione internazionale. Nel suddetto documento si sottolinea, inoltre, che «una padronanza medio-alta dell’italiano è un bene per il Paese e per il suo sviluppo culturale ed economico» e che «una conoscenza della lingua materna sicura e ricca, che non si limiti ai bisogni comunicativi primari, elementari, è una precondizione per un Paese civile». Gli accademici, infine, hanno proposto un «deciso rafforzamento dell’italiano nell’insegnamento scolastico».

Anche il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, nel corso dell’annuale cerimonia di consegna dei Premi Presidente della Repubblica, ha precisato che «la lingua italiana parlata rimane un fattore essenziale del processo unitario del Paese» e che serve una «coltivazione non statica della lingua».

 
 
 

Una lettera compromettente

Post n°150 pubblicato il 18 Agosto 2010 da cuorepulito1958
 

Una lettera compromettente

Catania, 1869.

Il poeta Mario Rapisardi (nella foto sopra) conobbe, in un salotto, la diciottenne Giselda Fojanesi, una maestra disoccupata proveniente da un paesino della Val di Chiana (in Toscana). Subito s’interessò per farla assumere al Convitto Provinciale Femminile. Nel 1873 la sposò.

Dieci anni dopo, il 14 dicembre 1883, apprese che la moglie era l’amante del suo grande amico Giovanni Verga. Per caso, sfogliando alcune carte, trovò una lettera appassionata diretta dal Verga a Giselda, nella quale quest’ultimo diceva testualmente:

«Cara, cara, cara, tu sei la donna come l’avrei sognata io, l’amica, la sorella, l’amante, tutto... Ti bacio sul viso, sugli occhi, sulla bocca, così... così, a lungo... prenditi qui l’anima mia...».

Il Rapisardi, come era logico aspettarsi, cacciò la moglie da casa.

Giselda avvertì subito l’amante di quanto era accaduto, ma il Verga non mosse un dito, né in suo aiuto, né in sua difesa, per cui la sventurata fu costretta a tornarsene nella residenza toscana.

Le ricerche testimoniali sulla clamorosa tresca si sono trascinate per un secolo circa, ma, alla fine, gli studiosi hanno scoperto non solo le prove del tradimento, ma hanno ricostruito, nei minimi particolari, la storia degli incontri e dei luoghi in cui i due amanti erano soliti nascondersi.

Il Rapisardi, dopo un periodo di cupa disperazione, nel corso del quale confidò ad un amico: «Mi hanno insidiato la fama, l’onore, la pace; m’insidiano, ora, la cattedra ed il pane», si consolò con la giovane Amalia Poniatowski, che aveva solo... 26 anni!

 
 
 

La crostata

Post n°149 pubblicato il 26 Luglio 2010 da cuorepulito1958
 

Siamo a Firenze, nel XIV secolo...

La crostata

(di anonimo)

Fue una buona femina ch’avea fatta una sua fine crostata d’anguille [1] et aveala messa nella màdia. Poco stante, vide entrare un topo per la finestrella, che traeva all’olore [2]. Quella corse, e allettò la gatta, e misela nella màdia perché vi pigliasse entro [3], e turò la finestrella. Il topo si nascose tra la farina, e la gatta si mangiòe la crostata; e quand’ella aperse la màdia, il topo ne saltò fuori, e la gatta, perch’era satolla, nol prese [4].

***

Note

[1] una sua fine crostata d’anguille: un piatto delicato, molto caro ai fiorentini. Ne parla anche Donato Velluti nella sua Cronica.

[2] che traeva all’olore: attirato dall’odore della crostata.

[3] perché vi pigliasse entro: per prendere il topo.

[4] nol prese: non lo prese.

 
 
 

Liala

Post n°148 pubblicato il 20 Luglio 2010 da cuorepulito1958
 

Liala

Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi, in arte Liala (Carate Lario, 4 marzo 1897 - Varese, 15 aprile 1995), è l’indiscussa regina della letteratura rosa. È stata, infatti, fra le più amate autrici di romanzi d’appendice del Novecento.

Fu Gabriele D’Annunzio a coniare per lei il nome Liala, col quale firmò tutte le sue opere: «Ti chiamerò Liala, perché ci sia sempre un’ala nel tuo nome».

Malgrado i suoi romanzi appaiano, a volte, datati e melensi, è indubbio come abbia saputo coltivare la fantasia di più di una generazione di lettori e, soprattutto, di lettrici.

Liala ci ha lasciato dei libri meravigliosi, testimonianza di un’epoca di eroismo e di grandi valori umani. Rileggere, di questi tempi, in cui imperano volgarità e superficialità, le sue pagine non può che farci bene.

I suoi libri hanno venduto, solo in Italia, più di dieci milioni di copie.

 
 
 

La lavandaia e il prete

Post n°147 pubblicato il 10 Giugno 2010 da cuorepulito1958
 

Ma che furbacchioni questi preti... rinascimentali!

La lavandaia e il prete

(di Leonardo da Vinci)

Una lavava i panni e pel freddo aveva i piedi molto rossi, e, passandole appresso, uno prete domandò con ammirazione donde tale rossezza dirivassi; al quale la femmina subito rispuose che tale effetto accadeva perché ella aveva sotto il foco. Allora il prete mise mano a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella accostatosi, con dolce e sommessiva voce, pregò quella che ‘n cortesia li dovessi un poco accendere quella candela.

 
 
 

Il barattolo della maionese e i due bicchieri di vino

Post n°146 pubblicato il 17 Maggio 2010 da cuorepulito1958
 

Quando ti sembra di avere troppe cose da gestire nella vita, quando ventiquattro ore al giorno non sono abbastanza, ricordati del barattolo della maionese e dei due bicchieri di vino...

Il barattolo della maionese e i due bicchieri di vino

(di anonimo)

Un professore di filosofia se ne stava seduto davanti alla sua classe. Sulla sua cattedra aveva appoggiato alcuni oggetti. Quando la classe si zittò prese un grande barattolo vuoto di maionese e lo iniziò a riempire di palline da golf. Poi chiese agli studenti se il barattolo fosse pieno e questi risposero di sì.

Il professore, allora, prese un barattolo di ghiaia, lo rovesciò nel barattolo di maionese e lo scosse leggermente, finché i sassolini si posizionarono negli spazi vuoti, tra le palline da golf. Chiese di nuovo agli studenti se il barattolo fosse pieno e questi concordarono che lo era.

Il professore prese, poi, una scatola di sabbia e la rovesciò nel barattolo; la sabbia, ovviamente, si sparse ovunque all’interno. Chiese ancora una volta se il barattolo fosse pieno e gli studenti risposero con un unanime sì.

Il professore, quindi, estrasse due bicchieri di vino da sotto la cattedra e rovesciò, nel barattolo, il vino, che andò a riempire gli spazi vuoti lasciati dalla sabbia. Gli studenti risero.

«Ora – disse il professore non appena la risata si fu placata – voglio che consideriate questo barattolo come la vostra vita. Le palle da golf sono le cose importanti: la vostra famiglia, i vostri bambini, la vostra salute, i vostri amici e le vostre passioni, le cose per cui, se anche tutto il resto andasse perduto e solo queste rimanessero, la vostra vita continuerebbe ad essere piena. I sassolini sono le altre cose importanti: il vostro lavoro, la casa, l’automobile. La sabbia è tutto il resto, le piccole cose. Se voi mettete nel barattolo, per prima, la sabbia non ci sarà spazio per le palle da golf e nemmeno per la ghiaia. La stessa cosa vale per la vita: se spendete tutto il vostro tempo, tutte le vostre energie, nelle piccole cose non avrete più spazio per le cose importanti. Prima di tutto, dunque, prendetevi cura delle palle da golf, delle cose che contano davvero. Fissate delle priorità. Tutto il resto è sabbia».

Uno degli studenti alzò la mano e chiese cosa rappresentasse il vino.

Il professore sorrise:

«Sono felice che tu me l’abbia chiesto! Volevo solo mostrarvi che, per quanto piena possa sembrare la vostra vita, ci dovrà essere sempre spazio per un paio di bicchieri di buon vino con un amico...».

 
 
 

Dopo un lunghissimo silenzio

Post n°145 pubblicato il 01 Settembre 2009 da cuorepulito1958
 

Dopo un lunghissimo silenzio, durato ben 16 mesi, torno a scrivere sul mio amato blog.

La mia vita, nel frattempo, è cambiata completamente.

Dopo vent’anni di matrimonio mi sono separato legalmente.

Ho venduto la mia vecchia auto d’epoca, la mitica Lancia Àrdea, e ho investito il denaro che ho ricavato da questa vendita in “cose” ben più importanti.

Ho appeso la penna al chiodo. Non scrivo più. Non ho più tempo per farlo.

Ho rinunciato a quasi tutte le mie attività in campo monarchico: continuerò a far parte solo del glorioso Istituto Nazionale delle Guardie d’Onore. Non mi occuperò d’altro. Le ultime “disavventure politiche” del Principe Emanuele Filiberto di Savoia, peraltro largamente prevedibili, mi hanno letteralmente disgustato... Per non dire delle Sue continue apparizioni in programmi televisivi «trash»...

Ho chiuso anche col calcio: non andrò più a vedere le partite del mio amatissimo Grosseto, che ho sempre seguìto con passione sin da ragazzino; mi limiterò a leggerne le imprese sui giornali o a vederlo in tv, ogni tanto, quando ne avrò la possibilità.

Di tutto ciò che era il “vecchio Corrado”, in sostanza, è rimasto ben poco...

Continuo ad ascoltare la musica italiana.

Leggo quando posso.

Mi piace scoprire gli angoli più incantati della nostra bellissima Italia, la storia, le tradizioni popolari e le specialità culinarie d’ogni regione, soprattutto di quelle del sud (sono sempre più convinto che Edoardo Raspelli e Osvaldo Bevilacqua, conduttori, rispettivamente, di Mela verde e di Sereno variabile, siano uomini davvero fortunati!).

Dal punto di vista lavorativo mi sono buttato a capofitto nella mia seconda professione, quella di perito filatelico. In breve tempo ho ottenuto risultati, a livello nazionale, davvero impensabili. I francobolli antichi mi stanno dando tante, tantissime soddisfazioni, sotto tutti i punti di vista. Naturalmente, per ovvi motivi, sono ancora un impiegato comunale, pur non avendo mai amato questo lavoro.

Ora guardo al futuro con rinnovato ottimismo. Sì, perché “qualcuno” ha detto che «cambiare è la regola della vita. E quelli che guardano al passato o al presente certamente perderanno il futuro»...

 
 
 

Post N° 142

Post n°142 pubblicato il 17 Aprile 2008 da cuorepulito1958
 
Tag: Poesie

Sandrino Aquilani (Vetralla, 1945) è un fine poeta contemporaneo...

Guardare il cielo

(di Sandrino Aquilani)

Come è possibile pensare

oltre una notte buia

oppure di sfondare

il muro di una volta antica?

Più facile guardare il cielo,

fissare le stelle ad una ad una,

come fossero i tuoi occhi...

Nando Gazzolo legge “Guardare il cielo”

 
 
 

Post N° 140

Post n°140 pubblicato il 09 Marzo 2008 da cuorepulito1958
 

Cambia la tua strategia quando le cose non vanno molto bene e vedrai che, poi, andrà meglio...

Il cieco

(di anonimo)

Un giorno un non vedente era seduto sul gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto:

«Sono cieco, aiutatemi per favore!».

Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che, nel cappello, vi erano solo alcuni centesimi. Si chinò e versò delle monete, poi, senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un’altra frase.

Al pomeriggio il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote. Il non vedente riconobbe il passo dell’uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e, soprattutto, che cosa vi avesse annotato. Il pubblicitario rispose:

«Nulla che non sia vero! Ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo!».

Sorrise e se ne andò.

Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era scritto:

«Oggi è primavera e io non posso vederla...».

 
 
 

Post N° 134

Post n°134 pubblicato il 14 Dicembre 2007 da cuorepulito1958
 

Introduzione alla filatelia

Francobolli nuovi e francobolli usati

(di Corrado Giusti)

I francobolli si dividono in due grandi categorie: nuovi e usati.

Un francobollo si dice nuovo (nella foto sopra) quando non è mai stato usato, quando, cioè, non è mai stato annullato (timbrato).

Un francobollo nuovo si dice fior di stampa quando mantiene inalterate tutte le caratteristiche che possedeva il giorno in cui fu emesso e, cioè:

  • piena gomma originale [n.d.r.: la gomma è una sostanza naturale o sintetica spalmata al verso dei francobolli, affinché questi possano essere incollati agli oggetti postali];

  • dentellatura integra (o margini regolari, in caso di francobolli non dentellati);

  • assoluta freschezza della carta e della gomma e, quindi, assenza di ruggine e/o d’ingiallimenti e/o di macchie;

  • assenza di abrasioni superficiali, sia sul fronte, sia al verso.

Un francobollo nuovo si dice linguellato quando, al verso, presenta tracce evidenti o lievi di linguella [n.d.r.: strisciolina di carta, solitamente in pergamino trasparente, gommata su un lato; piegata in due, serviva, un tempo, per applicare i francobolli agli albums]. Tali francobolli, di solito, valgono la metà di quelli fior di stampa.

Un francobollo nuovo si dice con gomma parziale quando, per qualche incidente, ha perso parte della gomma. Un francobollo nuovo che presenta questa caratteristica ha un valore nettamente inferiore rispetto a quello gommato.

Un francobollo nuovo si dice senza gomma quando è privo di quest’ultima. Nella quasi totalità dei casi si tratta di esemplari che provengono da recuperi o da corrispondenze passate per posta ma non timbrate o da immersioni in acqua, volute o indesiderate. Un francobollo nuovo senza gomma ha un valore nettamente inferiore rispetto a quello gommato. Esistono, tuttavia, francobolli nati privi di gomma.

Un francobollo si dice usato (nella foto sotto) quando è stato annullato, con inchiostro indelebile, da un apposito timbro postale.

 
 
 

Post N° 131

Post n°131 pubblicato il 02 Dicembre 2007 da cuorepulito1958
 

La politica

Da una bustina di zucchero...

 
 
 

Post N° 129

Post n°129 pubblicato il 25 Novembre 2007 da cuorepulito1958
 

Introduzione alla filatelia

La nascita del francobollo

(di Corrado Giusti)

Il termine filatelia deriva dal greco «filos», che vuol dire “amante”, e «atelìa», che vuol dire “esenzione da tassa”. In modo meno letterale possiamo tranquillamente dire che tale termine significa costruire una raccolta di francobolli in modo organico, o per nazione (spesso limitandosi a un determinato periodo temporale) o per soggetto (filatelia tematica).

Ma come nasce l’idea del francobollo?

E chi lo ha inventato?

Siamo nel 1836. Rowland Hill (Kidderminster, 1795 – Hampstead, 1879), un integerrimo impiegato statale inglese, mentre passeggia per la campagna irlandese, assiste, per caso, ad una scena commovente: una ragazza non è in grado di pagare al postino la tassa della lettera che il fidanzato le aveva inviato da Londra. A quel tempo, infatti, la tassa era a carico del destinatario. La giovane gira e rigira la lettera tra le mani e, poi, la restituisce al postino. Rowland Hill (nella foto sopra) si fa avanti senza indugio e paga la tassa, malgrado l’opposizione della ragazza. Andato via il postino, la ragazza svela al generoso impiegato statale il perché della sua opposizione: la busta, infatti, contiene solo un foglio bianco, perché lei e il fidanzato, per evadere la tassa postale, avevano deciso d’inviarsi a vicenda lettere bianche, recanti all’esterno segni convenzionali preventivamente concordati tra loro. Rowland Hill si rende conto all’istante che questa scorrettezza, diffondendosi, avrebbe arrecato notevoli danni all’erario. Nasce così l’idea del francobollo, un rettangolino di carta emesso dallo Stato, da pagare in anticipo, che il mittente, poi, dovrà applicare sulla busta. Le poste, a loro volta, prima d’inoltrare la lettera al destinatario, dovranno annullare il francobollo con un apposito timbro indelebile, per impedirne il riutilizzo.

Questa invenzione ebbe risonanza mondiale e fu adottata, nel giro di pochi anni, da molte altre nazioni.

Grazie a questa sua rivoluzionaria idea, Rowland Hill fu insignito del titolo di baronetto e la prestigiosa Università di Oxford gli conferì la laurea «honoris causa». Ma non è tutto: fu nominato Consigliere delle Poste e, dal 1854 al 1864, anno in cui andò in pensione, divenne il Segretario Unico delle Poste. Una carriera fulminante. E meritatissima, direi.

Il primo francobollo al mondo, emesso il 6 maggio 1840, è il famosissimo Penny black inglese, raffigurante l’effigie della Regina Vittoria (nella foto sotto).

I primi francobolli che hanno visto la luce nella nostra Penisola risalgono al 1° giugno 1850; sono stati emessi dal Lombardo Veneto (nella foto sotto).

I primi francobolli della raccolta italiana, invece, sono stati emessi dal Regno di Sardegna il 1° gennaio 1851 e raffigurano l’effigie di Re Vittorio Emanuele II (nella foto sotto).

L’interesse per i francobolli si diffuse subito dopo la loro nascita; già nell’Ottocento erano considerati, da uomini d’affari, da intellettuali e persino da teste coronate, una delle più importanti forme di collezionismo e d’investimento.

 
 
 
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