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LA STRAGE DEI CALABRO-VALDESI. UN OLOCAUSTO DIMENTICATO E SAPPIAMO PERCHE' !

Post n°69 pubblicato il 26 Maggio 2012 da sciroccorosso
 
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Sappiamo tutto sull’olocausto degli ebrei, tutto sulle foibe, ma niente sull’olocausto degli zingari rinchiusi e gassificati negli stessi campi di concentramento degli ebrei, niente sull’inquisizione cattolica, niente sulle stragi compiute contro i Valdesi. Il prossimo 5 giugno è il giorno della memoria di una di queste stragi. Una strage di migliaia di uomini,donne ,bambini, avvenuta proprio nella nostra regione e dimenticata dai Papi  recenti. Non una parola venne detta da Papa Woitilia in visita a Paola qualche anno prima di morire ,e beatificato in tutta fretta, men che mai da Papa Benedetto recentemente giunto a Lametia terme a benedire il popolo calabrese. Si tratta della strage dei valdesi avvenuta il 5 giugno del 1561 a Guardia Piemontese. Se c’è una prova della grande tolleranza del popolo calabrese questa è proprio nell’accoglienza data ai valdesi in fuga da tutta Europa. Ne arrivarono a migliaia fin dal 1200 e si stabilirono tutti in terre di proprietà del Principe di Fuscaldo, Del Poggio, nobile Lombardo, ghibellino.  Oggi si parla di terre demaniali ad uso agricolo che lo stato vorrebbe vendere a privati, i quali avrebbero poi la possibilità di trasformarli in bad e breakfast o altro snaturandone la destinazione. Le terre oggi andrebbero date a chi vuole davvero coltivarle per sopravviverci.  Si potrebbero dare a giovani disoccupati come a famiglie di immigrati che certamente le renderebbero fertili e metterebbero in moto una micro economia forte e duratura. Appunto come avvenne nel 1540 quando in Calabria giunsero questi validi uomini con le proprie famiglie alla ricerca di terre da coltivare. Questi uomini erano laboriosi, obbedienti, umili, e non crearono mai al padrone feudatario di Fuscaldo il benché minimo problema che anzi prese a difenderli da eventuali intolleranze che provenivano dall’ambiente cattolico. Nel 1542 i comuni calabri interessati  dalla presenza valdese erano: Guardia Lombarda, detta poi Piemontese e San Sisto; ma folti gruppi di Valdesi vivevano a Vaccarizzo ad Argentino, a San Vincenzo la Costa ed a Montalto. La comunità valdese in Calabria stava diventando qualcosa di davvero pericoloso  per la chiesa cattolica e queste preoccupazioni provenivano dall’attrattiva che questi uomini avevano sempre di più verso gli altri contadini che professavano la religione cattolica. L’esempio della loro vita umile, il riconoscere la povertà come fatto davvero cristiano, non riconoscere alcuna autorità ecclesiastica, inculcare la solidarietà come fattore centrale della propria  esistenza, non mangiare carne, stava minando piano piano la chiesa cattolica che immediatamente mise in moto tutte le armi necessarie per destabilizzare queste terre fertili e toglierle ai legittimi proprietari.  La prima cosa che misero in atto fu quello di incolpare di satanismo il loro più importante predicatore: Luigi Pascale.

Era il 1542, San Domenico da Guzman , padre dell’Inquisizione e predicatore era sceso in Calabria, qualche anno prima , con l’intento di convertire le comunità valdesi ma se ne ritornò a Roma con le pive nel sacco. Ci riprovano due gesuiti ma anche loro fallirono. Si passa quindi all’arresto di Luigi Pascale che viene portato in catene a Cosenza e condannato da un Tribunale dell’inquisizione a diversi anni di carcere. La cosa non convince i tribunali di Roma che vedono nella condanna al carcere una forma di debolezza del tribunale calabrese e fanno  trasferire il predicatore Luigi Pascale nella capitale dove viene riprocessato e condannato al rogo per eresia. Scatta la repressione in tutta Italia. L’ordine di Pio V, poi fatto anche santo, fu quello di uccidere tutti gli eretici, in particolare i valdesi. E così fu. Il Principe di Fuscaldo che aveva prima appoggiato le attività dei valdesi nel suo territorio, minacciato di essere processato insieme ai suoi sudditi, decide di passare dalla parte della Chiesa cattolica e emana un bando dove invita tutti i delinquenti, assassini, detenuti, briganti ad aderire alla mattanza , ricevendo così l’assoluzione dai loro peccati e chiaramente la fine della detenzione e dei processi contro di loro. La popolazione valdese è tutta in fuga. Migliaia di donne, uomini, bambini cercano riparo e rifugio fuori dalle terre di Fuscaldo, ma oramai il piano è scattato, vengono circondati e catturati tutti . Le scarne cronache di quelle giornate sono terribili. Le loro fattorie vengono  incendiate, le donne giovani scompaiono, rapite e vendute dopo essere state violentate dalle bande mercenarie, i bambini vengono scaraventati dai campanili, tutte le abitazioni devastate e incendiate dopo essere state rapinate di tutti i beni . Le scene ricordano i rastrellamenti nazisti, che abbiamo visto in tanti documentari dell’epoca e nei tanti film fatti da importanti registi. Nessuno si è cimentato in queste stragi invece.  

In uno dei giorni della strage, in un paese valdese, così un occasionale cronista dell’epoca scrive in una lettera, come riportato da Oreste Dito: “Oggi a buon’ora si è cominciato a far l’orrenda iustizia di questi luterani, che solo in pensarvi è spaventevole: e così sono questi tali come una morte di castrati; li quali erano tutti serrati in una casa, e veniva il boia e li pigliava a uno a uno, e gli legava una benda avanti gli occhi, e poi lo menava in un luogo spazioso poco distante da quella casa, e lo faceva inginocchiare, e con un coltello gli tagliava la gola, e lo lasciava così; di poi pigliava quella benda così insanguinata, e col coltello sanguinato ritornava a pigliar l’altro, e faceva il simile... Si é dato l’ordine, e già sono qua le carra, e tutti si squarteranno e si metteranno di mano in mano per tutta la strada che fa il procaccio fino ai confini della Calabria”.

E la caccia si espanse in tutta la campagna, prosegue il Dito, dove i miseri cercarono scampo; infatti in altra lettera: “In undici giorni s’è fatta esecuzione di 2000 anime; e ne sono prigioni 1600 condannati; et è seguita la giustizia di cento e più ammazzati in campagna, trovati con l’arme circa quaranta, e l’altri tutti in disperazione a quattro e a cinque; brugiata l’una e l’altra terra (Guardia e S. Sisto), e fatte tagliare molte possessioni”. Altri osservatori testimoniano, come riporta il Bellinello: “... Furono gli 86 scorticati a pali piantati per tale uopo lungo la strada per la lunghezza di 36 miglia, e vedesi tal spettacolo spaventevole agli eretici e di gran confermazione ai cattolici”.

Nè la strage si limitò a quelle cifre. Fu tale l’orrore dell’eccidio che venutone a conoscenza lo stesso Papa V, che la ordinò,  mandò il vescovo di Reggio per farla cessare, ma egli giunse a strage finita. Anche in provincia di Reggio era stata attuata la persecuzione: quattro furono i cittadini bruciati a Reggio ed undici a S. Lorenzo, di cui sette capuccini. Bastarono pochi giorni per liquidare l’intera isola allogena occitana in Calabria. Ai pochi superstiti furono comminate umilianti imposizioni: - a Guardia e S. Sisto vietati i capannelli oltre le sei persone – Messa giornaliera cattolica prima di andare a lavorare - scuola di cattolicesimo oltre i cinque anni, - per 25 anni divieto agli italiani di sposare una ultramontana. Nè mancò il segno dell’obbrobrio, tipo stella di Davide per gli Ebrei internati nei lager nazisti: a tutti i Valdesi superstiti fu imposto un abitello giallo con croce rossa. Un’ultima imposizione: abbandonare il proprio linguaggio per l’Italiano. Si mirò quindi a cancellare l’identità e la tradizione storica del popolo valdo-occitano sopravvissuto.

Di tutto questo oggi non rimane nulla nella memoria delle genti della Calabria. Nessuno accenno nei libri di storia, nessuna commemorazione con tanto di Inno di Mameli, nessuna corona di fiori depositata da qualche capo dello stato o del governo. La storia come si dice la scrivono i vincitori e  quella storia è stata scritta appunto dalla Chiesa cattolica che ha volutamente dimenticato fra tutte le sue colpe, delle quali ha chiesto ipocritamente perdono, proprio questa piccola grande storia che ci riguarda da vicino. 

 

su MEZZOEURO DEL 26 MAGGIO 2012 

 
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L'assalto al treno alla stazione di Paola. No Tav ? no pellegrini

Post n°68 pubblicato il 05 Maggio 2012 da sciroccorosso
 
Foto di sciroccorosso

Quando i treni arrivavano in orario , si è poi scoperto essere una favoletta del regime fascista per dimostrare come tutto funzionasse e tutto fosse in ordine. In effetti i treni erano pochi, lenti, in legno e se arrivavano in orario lo era perché era l’unico in circolazione. Per fortuna le cose poi sono cambiate. La circolazione dei treni è aumentata , così come sono aumentate le carrozze, i binari, le stazioni, le biglietterie e naturalmente gli orari di partenza ed arrivo. Tutto questo fino a qualche anno fa. E precisamente fino a quando i treni vengono privatizzati e Trenitalia non è più ferrovia dello Stato ma di un soggetto privato. Alla fine degli anni 80 nell’Ente ferrovie dello stato lavoravano 200 mila addetti. Nel 1985, anno della transizione da Azienda autonoma a Ente, la consistenza del personale ammontava a 216.310 unità; un primo decremento si registrerà già nel 1988, ma all'inizio degli anni '90 si avrà un vero e proprio esodo, proseguito fino alla metà degli anni '90, che porterà la consistenza del personale Fs a 112.018 unità nel 1999. Il trend proseguirà anche nei primi anni del 2000 arrivando a circa 100 mila unità nel 2003

. Assieme al blocco delle assunzioni furono infatti varate nove campagne di prepensionamento che consentivano ai lavoratori l'uscita volontaria e incentivata secondo criteri di anzianità. Queste scelte innescarono dei processi in parte imprevisti per incapacità di programmazione della dirigenza ed in parte tollerati, ed anzi utilizzati, in funzione dell'ottenimento del consenso, sia da parte sindacale che da parte aziendale. L'esito finale della scarsa progettualità nella attuazione di queste scelte strategiche si tradusse in un aggravio degli squilibri geografici nella dislocazione della forza lavoro fra Nord e Sud. Nel giro di circa un quinquennio il personale è stato infatti ridotto di circa 100 mila unità determinando così un innalzamento della produttività dei lavoratori. Questo sfasamento fra riduzione del personale e apporto di tecnologia ha prodotto degli effetti negativi sull'organizzazione del lavoro, ben percepiti dai lavoratori: Il personale è diminuito così tanto che non abbiamo neanche più persone per usare le macchine; infatti noi abbiamo macchine ferme che costano soldini, inutilizzate perché non abbiamo il personale per poterle usare, siamo carenti di personale .

Un'altra diretta conseguenza della riduzione indiscriminata del personale è stata il proliferare del cosiddetto straordinario selvaggio. Infatti, soprattutto fra il personale viaggiante e di macchina l'azienda, ad un certo punto, ha cominciato a fare un uso massiccio di prestazioni straordinarie per coprire turni di lavoro scoperti, ma anche per eludere la rigidità dell'orario di lavoro prevista per i turnisti.

La divisione interna a Trenitalia fra il trasporto passeggeri lunga percorrenza, il trasporto regionale ed il trasporto merci ha generato altre situazioni di disagio dei lavoratori e carenza qualitativa del servizio. Infatti, il personale, il materiale, la normativa sono divisi e diversi a seconda del ramo e anche fra questi settori non c'è e non è possibile alcun coordinamento. A pagare questa situazione sono state principalmente le stazioni del sud che da subito hanno subito il taglio delle fermate e quindi la liquidazione sia delle biglietterie che delle stazioni stesse che vengono messe in vendita. Spariscono anche le piccole tratte  regionali e di conseguenza aumentano i prezzi dei biglietti oltre che per mancanza di personale l’abbassamento della sicurezza oltre che della pulizia e del funzionamento dei treni stessi. Viene normale pensare che a questo punto il treno non viene più preso da chi lo usava prima per andare al lavoro, né da chi lo usava per semplice spostamento. Proliferano difatti le agenzie private di autobus così come prolifera il trasporto privato con mezzi privati. A tutto questo si aggiunge la soppressione di ben 21 treni che partivano o si fermavano in Calabria, avvenuta dall’inizio di quest’anno. Quello che è avvenuto nella stazione di Paola e Vagliolise, il 1 maggio di quest’anno è la precisa conseguenza di tutto quanto spiegato prima. Situazione che peggiorerà di anno in anno fino a quando le persone si organizzeranno diversamente e non si recheranno nemmeno in stazione. Difatti quanto avvenuto a Paola ha dell’incredibile e solo la infinita pazienza dei viaggiatori ha fatto sì che non succedesse qualcosa di ben più grave. Raccontiamo il fattaccio. Il 1 maggio si sa è festa del santo patrono calabrese e di Paola, San Francesco. A Paola ci sono le solite celebrazioni religiose, c’è la solita fiera, ci sono i soli incontri nella piccola cittadina, alla quale si recano da tutta la regione, chi in auto, chi in pullman , chi col treno. Ci vuole Einstein per capire che in quei giorni occorrono più carrozze oltre che più corse fra Paola e Cosenza ? E difatti in attesa del treno delle 18,30 che da Paola porta a Cosenza ci sono circa 500 persone . Dopo le 18,30 il prossimo treno è alle 21,30. E’ normale l’assalto, è normale la protesta per fortuna senza ricorrere alle mani, è normale qualche scazzottata fra passeggeri esasperati. Per cui ecco la calca per entrare nei pochi vagoni messi a disposizione, ecco la gente arrabbiata, ecco la gente salire senza nemmeno andare a fare il biglietto, in quanto la ressa alla biglietteria era incontenibile. Ecco scoprire delle truffe vere e proprie quando diversi viaggiatori  escono dalla stazione ferroviaria alla ricerca di un pullman sostitutivo che oltre al biglietto del treno costa tre euro in più. E’ davvero tutto incredibile e dimostra come la nostra regione sia nell’abbandono più completo sotto tutti gli aspetti. Parlano di alta velocità, di treni super moderni di Montezemolo, che comunque nascono da Salerno e non dalla Sicilia o da Reggio Calabria, escludendo in partenza gran parte dell’Italia. E la Calabria ? resta al palo con mezza regione servita da treni sporchi, che arrivano in ritardo senza alcun motivo apparente, che viaggia ancora su un binario solo dalla parte ionica e senza elettrificazione, che viaggia su treni che spesso si rompono e che nessuno aggiusta più. In altre nazioni, avrebbero incendiato la stazione di Paola , altro che civiltà dei passeggeri. La civiltà la devono dimostrare questi dirigenti che pensano di poter gestire un ente come se avessero a che fare con formiche piuttosto che con esseri umani. Ci sarà un responsabile di tutto questo ? 

 
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La civiltą di un popolo si vede da come tratta i propri carcerati

Post n°67 pubblicato il 28 Aprile 2012 da sciroccorosso
 
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Il carcere è di per sé un “non luogo”. Niente della vita che si svolge al suo interno è paragonabile alla vita reale, quella di fuori, quella che viviamo ogni giorno. Hanno riempito di luoghi comuni la testa della gente , che è portata a pensare che in “carcere si stia bene”, “che c’è anche la televisione”. Il carcerato odia tutto all’interno della struttura, anche la più bella che possa esistere, odia quindi anche la televisione e tutto ciò che possa far sembrare “normale” un luogo che invece non lo è . Perché tutto è anormale in un carcere, dalla mattina alla sera. Regole esistenti all’interno delle carceri ancora oggi sono di origine borbonica. Niente è libero dentro ad un carcere, niente è vivibile. Nel carcere di Siano, in provincia di Catanzaro, vi entrai nel 2007 al seguito dell’allora deputato di Rifondazione Comunista Francesco Caruso. Una struttura fatiscente, che avrebbe bisogno di una continua manutenzione che non c’è mai, perché come disse a noi visitatori, l’allora direttore, il ministero destinava ogni anno solo 17 mila euro, che non servivano neanche per cambiare le lampadine.  Lo spettacolo che ci si presentò allora fu desolante, e spero che qualcosa sia cambiata a distanza di qualche anno. Ma ci credo poco. Piccoli erano i cortili del passeggio dove neanche entra il sole durante le ore di passeggio, piccole le celle, con piccole finestre, piccolissima la sala di riunione dove addirittura le finestre sono blindate e dove ci si sta stretti pur di avere un minimo di socialità completamente inesistente, e così penso che sia rimasto. Allora non c’era una palestra, né una biblioteca, e così penso che sia oggi, mentre spero che gli ascensori siano  funzionanti e così i  riscaldamenti. Nella riunione che i deputati e gli accompagnatori facemmo  con i detenuti le voci più arrabbiate si focalizzarono proprio sulle strutture. Un detenuto con problemi di deambulazione non poteva scendere dal quarto piano al passeggio, per cui risultava murato vivo nella sua cella. Un altro che soffriva di claustrofobia non poteva frequentare la sala riunione perchè le finestre erano blindate inutilmente mentre quelle delle celle erano a metà chiuse. In questo carcere è finito dopo un lungo iter, il giovane 34enne Alessandro Cataldo, arrestato nell’ambito dell’Operazione Overloading, il 2 dicembre 2010. Alessandro è sposato ed ha due figlie. Non interessa di cosa sia accusato. Avrà un processo, ha un avvocato e speriamo che possa dimostrare la sua estraneità sulle cose di cui è accusato. La notizia è un'altra, è grave, e dimostra il grado di insensibilità esistente oggi , che è sempre garantista con i potenti di turno e spietato con i deboli. Garantista con i politici principalmente. Commettono reati gravi contro l’amministrazione pubblica, rubano milioni di euro, e restano liberi. Cosa che riteniamo giusta, ma che dovrebbe valere per tutti. Anche per un ragazzo come Alessandro, proveniente da un piccolo paese di provincia qual’ è Cetraro. Appena arrestato , Alessandro è stato portato nel carcere di Vibo, poi venne trasferito a Crotone, poi ancora a Viterbo infine, almeno al momento che scriviamo a Catanzaro,nel carcere di Siano. Dopo qualche settimana dal suo arresto, Alessandro ha avvertito dei forti dolori al collo. Chiese più volte accertamenti e visite specialistiche alla direzione delle carceri nelle quali si trovava, senza mai ricevere nessun controllo. Solo dopo l’interessamento dei propri familiari, Alessandro riceve la visita del dott. Ciardullo medico di Cetraro che a spese della famiglia riesce ad avere un incontro . Il dott. Ciardullo certifica la presenza di alcuni noduli e chiede che venga fatta una Tac. Cosa che Alessandro fa all’ospedale di Germaneto. Dalla Tac, il dott. Brusca dell’ospedale di Cetraro chiede che venga fatta una biopsia. La richiesta venne fatta nel mese di gennaio e solo il 27 febbraio Alessandro riusciva a fare questa importantissima analisi che rilevò il 27 marzo scorso  la presenza  del linfoma di Hodgkin di primo grado. A questo punto la presenza in carcere di Alessandro diventa incompatibile, in quanto per combattere il male c’è bisogno di cure specialistiche quali la chemioterapia e la radioterapia che naturalmente non può eseguire stando in una struttura come è il carcere. L’avv.Bruno del foro di paola, difensore di Alessandro ha subito chiesto gli arresti domiciliari e la possibilità che possa curarsi ma ad oggi, 25 aprile, anniversario della liberazione, nessuna risposta è giunta né ai familiari, né ad Alessandro che vivrà sicuramente momenti terribili chiuso nella sua cella. E proprio in occasione del 25 aprile dal carcere di Siano è uscita questa lettera scritta da Alessandro. Una richiesta di aiuto che in un paese civile non dovrebbe assolutamente venire da una struttura carceraria. 

SONO IN CARCERE. AIUTATEMI A GUARIRE DAL LINFOMA DI  HODGKIN 

Catanzaro, 24 aprile 2012 

Egr. Sig. Direttore

Mi chiamo Cataldo Alessandro, nato il 23/7/1977 a Cetraro (CS). Sono un detenuto dal 2 dicembre 2010 per l’operazione Over Loading e quindi da un anno e mezzo detenuto e praticamente da otto mesi nel carcere di Siano in attesa di un processo.

In questi otto mesi ho riscontrato un disturbo che mi portava dolore al collo e quindi dopo aver fatto tutti gli esami specifici, il 27 marzo 2012 sono venuto a conoscenza tramite il dirigente sanitario che il disturbo dipendeva da noduli, cioè tumore e quindi io dovrei urgentemente essere sottoposto a chemioterapia ed altre cure specifiche. Però ad oggi, 24 aprile 2012, nessuna di queste terapie essenziali mi è stata applicata. Io, con questa missiva mi appello alle istituzioni competenti o chi di dovere per risolvere il mio drammatico problema che essendo ristretto in carcere non ho nessuna possibilità di curarmi cioè un diritto che in un paese civile mi toccherebbe a livello di umanità e diritto alla vita.

Inoltre, per quello che riguarda la mia posizione giuridica sono ancora giudicabile e quindi avendo una custodia cautelare non colpevole fino al terzo grado di giudizio, e pure che io fossi un condannato, sarebbe sempre un mio diritto come essere umano curarmi di un male perché non capisco per quale motivo le istituzioni competenti alla mia posizione giuridica e sanitaria non prendono decisione sul da farsi mandandomi o in un centro per cure specifiche oppure dando a me la possibilità e l’autonomia di andarmi a curare in una clinica o un centro apposito.

Con questo mio scritto non voglio esonerarmi da nessuna responsabilità penale che potrebbe esserci  su di me. La ringrazio per  essere stato ascoltato e spero che al più presto qualcuna delle istituzioni a cui mi sono appellato mi dia risposta.

 

                                                                                                          Alessandro Cataldo

                                                                                                 Casa Circondariale di Siano (CZ)

 

Con questo chiedo la pubblicazione di questo mio scritto o un suo intervento a questa mia problematica.

 

Oltre 100 detenuti l’anno muoiono per "cause naturali" nelle carceri italiane. Raramente i giornali ne danno notizia. A volte la causa della morte è l’infarto, evento difficilmente prevedibile. Altre volte sono le complicazioni di un malanno trascurato o curato male. Altre volte ancora la morte arriva al termine di un lungo deperimento, dovuto a malattie croniche, o a scioperi della fame.

A riguardo di questi ultimi casi, va detto che i tribunali applicano in maniera molto disomogenea le norme sul differimento della pena per le persone gravemente ammalate (art. 146 e art. 147 c.p.) e, spesso, la scarcerazione non viene concessa perché il detenuto è considerato ancora pericoloso, nonostante la malattia che lo debilita.

L’articolo 1 del Decreto Legislativo 230/99, sul riordino della medicina penitenziaria stabilisce che: "I detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, alla erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, efficaci ed appropriate, sulla base degli obiettivi generali e speciali di salute e dei livelli essenziali e uniformi di assistenza individuati nel Piano sanitario nazionale, nei piani sanitari regionali ed in quelli locali". Nel 2011 i morti in carcere per suicidio e malattie non curate sono stati 186, nel 2012 fino ad aprile sono stati 57. Dati allarmanti che dimostrano il grado raggiunto della nostra civiltà, come diceva Voltaire.

anche su Mezzoeuro del 128 aprile 2012 

 
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Vacanze romane

Post n°66 pubblicato il 16 Aprile 2012 da sciroccorosso
 
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Se non c i fosse stata la mia compagna sarei impazzito questa Pasqua a Roma. Mi risulta molto difficile vivere in una città e mi chiedo spesso come fanno quelli che avrebbero possibilità diverse a viverci. La gente mi sembrano  topi in una gabbia. Corrono,sono nervosi,urlano. Io che sto sempre attento a quanto mi succede attorno,per la mia ansia di trovarmi in una catastrofe e saperne uscirne grazie a quanto visto nei film di fantascienza ,vedo tutto e mi accorgo di tutto. Per questo assisto a diversi siparietti e duetti fra gente nella folla, come se fossi in Matrix. La gente continua a camminare e correre , incurante di tutto,  io invece mi fermo a guardare. Un signore viene toccato ad un piede da una signora e questo scoppia e sclera come un pazzo, la signora risponde e proseguono insultandosi per una cinquantina di metri fino a che le loro strade non si dividono. Degli operai che scaricano dei materassi davanti un’ edicola fanno cadere dei giocattoli posti in mezzo al marciapiede e l’edicolante sclera contro di loro insultandoli sulla loro maldestrità. Non parliamo delle urla fra automobilisti, un litigio continuo fra loro, fra loro ed i pedoni, fra pedoni stessi. Ho potuto sperimentare in questi  sette giorni la puntualità della metropolitana. Una cosa che funziona c’è a Roma, anche se sotto continui lavori. Ogni minuto, massimo due,arriva un treno. Ed è scritto anche su un cartellone luminoso posto al centro della stazione. Prossimo arrivo fra 1 minuto. Perché allora,mi chiedo, si corre per prendere la metro ? Ho visto un ragazzo cercare di aprire la porta della metro in partenza, quasi si ammazzava. Non sapeva aspettare un minuto ? Un minuto dico ! Se ci sono le scale mobili, per facilitare i movimenti da una stazione all’altra perché ,le persone, non si fanno trasportare belli e rilassati ed invece  corrono ? Tanto varrebbe allora mettere le scale ferme e si risparmierebbe in energia. insomma ho notato che tutti vanno di fretta. La mia curiosità sarebbe quella di sapere dove vanno, perc hè potrei spiegarmi la fretta alle 8 del mattino , dovuta al ritardo su un luogo di lavoro, ma alle 10 del mattino ? alle 15, alle 18 ? fai un secondo turno di lavoro ? corri dal dentista ? hai bisogno urgente di un idraulico ? gli unici che vanno piano ed intasano tutto sono i turisti. Loro si,  vanno piano, d’altra parte sono in vacanza. E sono tanti in una città come Roma, ma proprio tanti. Sono come i piccioni. Sono dappertutto. La metro, i bus, sono pieni per loro. Solo loro. In un alcuni bus ho notato che solo io e Francesca eravamo italiani.  Come nelle barzellette da caserma, ci trovavamo noi due ed attorno a noi, dieci giapponesi, venti americani, cinque bangladesh, sei africani, otto spagnoli, due francesi,forse un solo romano. Certo la multi etnicità mi piace, ci vivo benissimo,ma quando diventa moltitudine in tutto, su tutto, divento claustrofobico,perché non c’è comunicazione, perché non hai a che fare con gli immigrati che scendono da un barcone e che vogliono e cercano da te lavoro, ospitalità,solidarietà, cosa buona e giusta,ma con turisti formiche, che vogliono e cercano solo un monumento da fotografare semmai  con un centurione affianco,una chiesa da visitare, una trattoria romana con i carciofi fuori a mò di pianta con i bigliettini da visita infilati dentro fra una foglia e l’altra, un museo antico, una mostra esclusiva. In questa massa informe sembri un turista anche tu e diventi oggetto dei richiami delle belle ragazze fuori i ristoranti, i pub ,le trattorie,messe apposta lì come specchietti parlanti per allodole da spennare. Siamo  entrati in un bar . Ci siamo seduti. Bella atmosfera con musica e film. ordiniamo uno spritz ed un aperitivo. Ci portano una ciotolina con patatine ed un conto di ben 11 euro. Somigliamo proprio a due americani evidentemente ! Penso che oramai queste città, vale per Roma, ma anche per Napoli, Palermo,Verona, siano diventate degli enormi lunapark e che tutto ruoti a questa unica industria che è il turismo di massa. Il resto è gente che lavora , male, che vive ,male, che si sposta male, e che tutto questo male determini rabbia,sofferenza,scleri vari. Insomma ,te ne torni al tuo paesello e sei felice di viverci anche se non c’è la metro, non ci sono le mille iniziative quotidiane,le manifestazioni parate. A Roma poi vedi troppi preti e troppe Chiese. Già c’è il Vaticano, dicono, quindi è il luogo dove Dio tiene di più.  Alla fine devo dire che delle cose buone le ho viste. In definitiva c’è gente che resiste. Per esempio Marco, un giovane calabrese trapiantato a Roma che gestisce una piccola libreria nel quartiere di San Lorenzo. Qui si respira un aria diversa. Non sembra nemmeno essere a Roma a volte. Qui i turisti,per fortuna non vengono. Solo romani in giro. Ebbene Marco organizza cose di cultura. Presenta libri in una birreria vicina al suo piccolo bugigattolo,organizza incontri e parla con tutti della cultura ultras, specie quella cosentina, delle nuove tendenze musicali, delle rivolte nel mondo. Un sognatore in una città mezza Matrix, mezza reale. Pillola blu o rossa ? Marco prenderebbe la rossa. E poi da questo quartiere partono le onde della radio storica del movimento romano, che è radio Onda Rossa, da qui le manifestazioni contro la Tav, i fascisti,i razzismi. Già, a Roma fra i tanti problemi marci, ci sono alcune piazze controllate dai mazzieri fascisti. Qualche compagno , o gay,o immigrato spesso cade nelle loro grinfie. Sono vigliacchi e spesso vengono anche loro ben mazzolati. Cosa difficile da fare perché protetti dalla polizia. Fra i tanti pensieri bisogna metterci anche questo. Ed ho detto tutto. Se pensate quindi di farvi una vacanza andate in un posto dove non ci siano piccioni.   

 
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Quando noi eravamo gli altri

Post n°65 pubblicato il 05 Marzo 2012 da sciroccorosso
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Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano al lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano ne nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali. 
Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

Relazione dell’Ispettorato all’immigrazione del Congresso americano, ottobre 1912.

 
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Il TAV e la Calabria. Alcune riflessioni

Post n°64 pubblicato il 03 Marzo 2012 da sciroccorosso
 
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PERCHE’ IL POPOLO CALABRESE  DOVREBBE ESSERE TUTTO UNITO CONTRO IL TAV

Negli ultimi 20 anni,  la Calabria dal punto di vista strutturale e lavorativo è crollata ai minimi storici. Quando si tratta di fare tagli in Calabria, non si parla mai di chi è stato responsabile del malaffare, dello spreco,dell’inutilità di un opera, delle tangenti pagate , del finanziamento avuto su dati falsati da qualche funzionario. Quando si tratta della Calabria, la scure dei tagli non ha pietà di nessuno. Ed il politico di turno, dopo aver fatto il suo bravo comunicato stampa di protesta o di accordo, si mette e fa mettere l’anima in pace , con i soliti ragionamenti, che non ci sono soldi, che bisogna stringere la cinghia, che è così ovunque, che bisogna pagare gli sbagli fatti in passato. E ora Monti, questo alieno che sembra arrivare da marte , uomo di destra e delle banche mondiali, accorda la destra e la cosiddetta sinistra su queste operazioni. Ed ecco la scure. Tagli alla sanità con la chiusura degli ospedali, chiusure di scuole attraverso i cosiddetti accorpamenti, chiusura delle linee ferroviarie storiche, blocco delle opere pubbliche compresa quella megastruttura inutile, dannosa che era il Ponte sullo Stretto di Messina. Mi viene voglia a questo punto, ma non lo ha fatto nemmeno il Presidente della Regione Scopelliti che ha finanziato , così come fece Chiaravalloti e in parte Loiero, a fondo perduto, studi della cosiddetta Società per lo Stretto di Messina, di dire  che , il Ponte sullo stretto lo voglio. Si lo voglio perchè voi volete la Tav , perché se dite che il TAV è strategica, lo è anche il Ponte, lo avete sempre detto contro chi , come me , non lo voleva . Lo voglio perché se il TAV porta lavoro anche il Ponte lo portava, lo avete sempre detto. Così come avete sempre detto che non avrebbe rovinato l’ambiente ed il paesaggio, con le discariche che si sarebbero dovuto aprire per le migliaia di tonnellate di inerti che sarebbero state create dall’escavazioni per i piloni. Ma alla fine è meglio così. Alla notizia dell’esclusione del Ponte sullo stretto dalle opere strategiche di questo governo non è successo niente , segno che nessuno ci credeva e segno che ci volevano solo mangiare sotto sotto. Nessuna ribellione neanche alla soppressione di ben 22 treni che partivano o passavano dalla Calabria provenienti dalla Sicilia. 800 lavoratori, di quelli delle linee Notte,  buttati sulla strada, costretti a salire sui piloni come fece Luca, costretti ad una lotta della quale nessuno si è fatto carico. Le argomentazioni della soppressione ? Non ci sono soldi, non è più frequentata, non è competitiva questa tratta notturna. Con i soldi della TAV , invece si sarebbe potuto fare molto di diverso. E vediamoli i costi. Ben 32 miliardi di euro, più altri costi non quantificabili . A questi costi bisogna aggiungere quelli della militarizzazione di un intero territorio, dal momento che lì la popolazione a differenza nostra difende le proprie case e la propria vita. Da quello che leggo oggi in val di Susa sono mobilitati circa 2.000 poliziotti, per lo sgombero del cantiere di Chiomonte, per controllare le autostrade, per vigilare sui vari cantieri già aperti. Ogni otto ore devono fare il cambio turno, con spostamento di mezzi, masserizie, costi di occupazione di alberghi e altri aspetti logistici. Se il costo lordo orario di un poliziotto è di circa 30 euro all’ora (comprensivi degli oneri citati), stima decisamente al ribasso viene che 30 euro moltiplicato 2.000 poliziotti è uguale a 60.000 euro all’ora. Per le 24 ore diventano 1 milione e 440 mila euro al giorno.. al mese il costo diventa di oltre 43 milioni di euro. Sull’anno parliamo di oltre mezzo miliardo di euro. Ecco perché allora vorrebbero che la situazione si pacificasse, regalando soldi ai sindaci per i loro asili e le scuole e per altre loro esigenze territoriali. Ma oggi si è aperta un'altra questione. Il CIPE ha richiamato l’attenzione su una questione che balza troppo poco nelle cronache quotidiane. Nella montagna da bucare c’è amianto e uranio. Il CIPE dice che sono in pericolo anche i lavoratori e avverte che se i livelli delle emanazioni tossiche, durante l’estrazione diventano incontrollabili, potrebbe chiedere la sospensione dei lavori. Ma ci rendiamo conto con chi abbiamo a che fare ?  Un ultimo aspetto che chiarisce una volta per tutte per quale motivo destra e PD sono d’accordo sull’opera .  Chi ha vinto gli appalti. La  Cmc (Cooperativa Muratori e Cementisti) cooperativa rossa, quinta impresa di costruzioni italiana, al 96esimo posto nella classifica dei principali 225 «contractor» internazionali che vanta un ex-amministratore illustre, Pier Luigi Bersani, si è aggiudicata  l’incarico (affidato senza gara) di guidare un consorzio di imprese (Strabag AG, Cogeis SpA, Bentini SpA e Geotecna SpA) per la realizzazione del cunicolo esplorativo a Maddalena di Chiomonte. Valore dell’appalto 96 milioni di Euro. Rocksoil s.p.a società di geoingegneria fondata e guidata da Giuseppe Lunardi il quale ha ceduto le sue azioni ai suoi familiari nel momento di assumere l’incarico di ministro delle Infrastrutture e dei trasporti del governo Berlusconi dal 2001 al 2006. Nel 2002, la Rocksoil ha ricevuto un incarico di consulenza dalla società francese Eiffage, che a sua volta era stata incaricata da Rete Ferroviaria Italiana (di proprietà dello stato) di progettare il tunnel di 54 Km della Torino-Lione che da solo assorbirà 13 miliardi di Euro. Il ministro si è difeso dall’accusa di conflitto di interessi dicendo che la sua società lavorava solo all’estero.  Impregilo è la principale impresa di costruzioni italiana. È il general contractor del progetto Torino-Lione e del ponte sullo stretto di Messina. Appartiene a: 33% Argofin: Gruppo Gavio. Marcello Gavio è stato latitante negli anni 92-93 in quanto ricercato per reati di corruzione legati alla costruzione dell’Autostrada Milano-Genova. Prosciolto successivamente per prescrizione del reato. 33% Autostrade: Gruppo Benetton. Uno dei principali gruppi imprenditoriali italiani noto all’estero per lo sfruttamento dei lavoratori delle sue fabbriche di tessile in Asia e per aver sottratto quasi un milione di ettari di terra alle comunità Mapuche in Argentina e Cile . 33% Immobiliare Lombarda: Gruppo Ligresti. Salvatore Ligresti è stato condannato nell’ambito dell’inchiesta di Tangentopoli pattuendo una condanna a 4 anni e due mesi dopo la quale è tornato tranquillamente alla sua attività di costruttore. E’ contro questa gente che si lotta , gente che tiene alle proprie imprese ed ai propri investimenti ed in questo aiutati dai poteri costituiti. In Calabria , la nostra politica non serve a niente. I nostri politici non sono stati in grado di difendere niente, perché loro per primi non credono a niente. Non difendono i nostri ospedali, così come le nostre scuole, così come le nostre tratte ferroviarie. E’ per questo che le popolazioni calabresi devono capire che sta a noi difender ei nostri territori, così come i No TAV difendono la loro. Immaginate la rivolta alla soppressione delle tratte ferroviarie ? alla chiusura di un ospedale ? alla chiusura di una scuola ? alla distruzione totale dei nostri territori con le discariche, le navi dei veleni, i rifiuti tossici sotterrati ? Ci sarebbe voluto l’esercito altro che 2000 poliziotti !

Francesco Cirillo – ambientalista

 

 

 
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Paola: č sparita la Statua di San Francesco...ma io so dov'č

Post n°63 pubblicato il 10 Gennaio 2012 da sciroccorosso
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Io so dov’è finita la statua di San Francesco sparita nel mare di Paola. Lo so perchè conosco bene come la pensa questo Francesco di Paola rivoluzionario e nemico dei potenti. Non gli è mai andata giù la storia della Prestigiacomo, dei sindacì rassicuratori, dei pescatori dello strascico, dei sub al servizio dei turisti, degli albergatori e dei proprietari di villaggi turistici. Questo sovversivo di frate, santificato dopo la sua morte e osteggiato dalla Chiesa e dal Re Ferrante da vivo,  fino a mandarlo in esilio in Francia, sa bene come sono andate le cose nel nostro mare. Conosce la mafia cetrarese, sa di cosa è capace di fare e ha creduto al pentito Fonti quando dichiarò di aver affondato la Cunsky nel mare di Cetraro. D’altra parte perchè non avrebbe dovuto crederci ? Francesco frate di Paola, Sapeva bene del traffico dei rifiuti tossici nel mare mediterraneo, e conosceva bene i traffici delle cosche nell’alto tirreno cosentino. Ora si è scocciato. Eccolo quindi andare di persona a cercare quella nave, affondata proprio dove la Capitaneria di Porto di Cetraro vietò con ordinanza specifica di non pescare. Ora  è posizionata lì quella statua ed è lì che bisognerà cercarla. Vicino alla Cunsky, due chilometri più a nord del piroscafo Catania . 

 
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Quei proiettili da Lamezia Terme. Un film gią visto.

Post n°62 pubblicato il 21 Dicembre 2011 da sciroccorosso
 
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Quei proiettili da Lamezia terme, un film già visto.

Il 23 febbraio  del 2012 si terrà a Roma l’udienza in Corte di Cassazione che metterà fine al processo no global. Pochi giorni prima  dalla diffusione di questa notizia , un'altra notizia aveva tenuto banco a livello regionale e nazionale. Il ritrovamento negli uffici postali centrali di Lametia Terme di diverse buste contenenti proiettili ed indirizzate a capi di partito , dello Stato e del governo. Un film già visto il 15 dicembre del 2002. Protagonisti di quel film , furono inconsapevolmente una trentina di militanti del Sud Ribelle, dei quali 18 vennero arrestati e processati. Un arresto durato solo 18 giorni grazie al Tribunale del Riesame di Catanzaro che ritenne , sin da subito, infondate tutte le accuse.  Il processo a 13 militanti no global,  invece si fece. Voluto dalla Procura Generale di Cosenza e sostenuto da vari magistrati nelle varie funzioni di GIP e PM. In prima fila il Pm Domenico Fiordalisi. Il processo durò due anni circa e dopo una sessantina di udienze tenutesi nel Tribunale di Cosenza, tutti gli imputati vennero assolti con formula piena. Lo stesso avvenne a Catanzaro nell’appello voluto sempre dalla Procura di Cosenza. Registi di questa follia giudiziaria furono la Digos di Cosenza governata dall’allora ben noto Cantafora ora trasferito a Roma, da tutta la Procura di Cosenza, in prima fila il magistrato Fiordalisi , anch’egli trasferito e promosso Procuratore del Tribunale di Lanusei in Sardegna, dopo la riabilitazione nel Tribunale di Paola da dove era stato allontanato negli anni 80 per  incompatibilità ambientale. Su tutto,  i ROS del generale Ganzer, ancora oggi condannato in primo grado a 14 anni di carcere per traffico di droga. I Ros erano quelli che avevano preparato un voluminoso dossier sul SUD Ribelle, accusato di essere l’organizzatore degli scontri a Napoli durante il Global forum  ed Genova durante il G8 del 2001 e che le procure di Napoli e Genova non vollero prendere in considerazione. Secondo i ROS gli scontri di Genova vennero pianificati in Calabria ed a Napoli. Scontri organizzati a vario titolo dai militanti no global i quali avevano a disposizione truppe con ben 20 mila militanti. Questo film iniziò con un misterioso attentato avvenuto, secondi gli inquirenti a Roma ad opera di un fantomatico, quanto inesistente gruppo armato denominato NIPR ( Nucleo internazionalista proletario rivoluzionario). Questo gruppo inviò buste con le farneticanti rivendicazioni in tutta Italia, a sedi di partito, redazioni di giornali, fabbriche. Fra le sedi prescelte la Zanussi di Rende. Poi si scoprì che la Zanussi di Rende non era una fabbrica con operai, ma un semplice magazzino di ricambi con un solo impiegato che vi lavorava.  Nessun gruppo vero avrebbe commesso un simile errore. Ma quella busta, quel fantomatico attentato, servirono per far partire intercettazioni telefoniche, perquisizioni, pedinamenti, installazioni in auto ed abitazioni di cimici. Una gigantesca , e costosa, operazione che portò all’arresto dei 18 militanti. Insomma fu una chiara montatura che aveva l’unico scopo di intimidire i giovani partecipanti al movimento, reprimere e condannare quelle persone che erano più attive,in Calabria, Puglia e Campania,  e che agivano alla luce del sole, nelle associazioni sindacali, ambientali, di comitati di lotta. Queste buste , ora fatte ritrovare, volutamente a Lamezia terme fanno parte di questo stesso film. La firma di questo Movimento Armato Proletario, ricorda quella dei NIPR. Qualcuno forse vorrebbe in vista della Cassazione del 13 febbraio , continuare quel film precedente, lasciato a metà . C’è puzza in tutto questo. Se non del solito mitomane incazzato con le misure del governo, dei soliti registi, che ancora non si sono rassegnati della sconfitta subita nei due gradi del processo e che sperano in una rivincita nella Cassazione. Vorrebbero, questi registi, che la Cassazione annullasse  tutti per i soliti difetti costituzionali e che si ricominciasse daccapo . 

 
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Se il razzismo diventa normale

Post n°61 pubblicato il 15 Dicembre 2011 da sciroccorosso
 

Quasi ogni giorno nella nostra Italia assistiamo ad episodi di razzismo. Piccoli e meno piccoli. C’è il sindaco che vieta i mercati agli immigrati, c’è il barista che vieta l’ingresso ai romeni, c’è il commerciante che se la prende con i cinesi, c’è il prefetto che vieta la cucina etnica, c’è la maestra che sgrida l’alunno per le sue usanze che porta anche a scuola. Sono cronache che leggiamo quasi ogni giorno, in modo distratto e che i giornali ed i telegiornali riportano come se fosse tutto normale. Poi ci sono gruppi organizzati e politici che ne fanno la propria bandiera. Leghisti e fascisti in prima fila. Basta ascoltare i comizi dei leghisti per rendersene conto. Basta leggere quello che scrivono i topi di fogna fascisti contro gli immigrati per capire cosa bolla nella pentola della galassia di questi , per fortuna pochi, pazzi in circolazione nel nostro paese tutelati dalle istituzioni. Casa Pound, Forza Nuova, Fiamma Tricolore, nonostante la nostra Costituzione, nata dalla resistenza antifascista, vieti la ricostituzione del partito fascista e la sua propaganda, vengono tutelati e protetti dalle forze dell’ordine e dai governi come quello di Berlusconi con in quali fece accordi elettorali oltre che elargì loro sovvenzioni, fino all’acquisto da parte del sindaco fascista di Roma Alemanno della sede “occupata” da Casa Pound. I fascisti si permettono anche di organizzare raduni nelle città, come quello tentato qualche settimana a Napoli dove la feccia di tutta Italia tentò di sfilare con i loro labari fascisti, le croci celtiche, le svastiche ed i saluti romani. Se non fosse per i giovani dei centri sociali, per qualche partito ancora anti fascista come  il PRC ed il PdCi , questi sfilerebbero tranquillamente nelle nostre città. Ma questa feccia si nasconde in organizzazioni studentesche, sindacali, adotta slogan di sinistra contro le banche e la mancanza di case, per far passare ideologie fasciste e razziste, quali le case agli italiani, contro le case agli immigrati. Un sottile lavoro sotterraneo che non serve a dare la casa a chi non l’ha , ma a far passare il concetto che la società multi etnica è da combattere a favore dell’italiano in quanto unico proprietario virtuale del nostro territorio. E’ la tattica di quello che viene chiamata destra sociale. Assumersi problemi veri per far passare problematiche legate al razzismo, al fascismo, al nazismo. La difesa della famiglia non nel senso storico cattolico, ma in quanto strumento contro i gay, le coppie di fatto, la convivenza, l’aborto,il divorzio,il femminismo. Qualche giovane sprovveduto, qualche proletario stanco dei partiti e delle istituzioni, qualche commerciante, cade in queste trappole, e si ritrova fra svastiche e croci celtiche senza neanche accorgersene.  Anche negli stadi succede la stessa cosa. Anche qui tollerati per anni, le svastiche, le urla contro i calciatori di colore. Ogni volta questi episodi di razzismo diventano “normali”. Si è sempre sminuito, il corteo fascista, il saluto romano, il coro della curva. Ed ora eccoci all’esplodere della violenza cieca, fascista vera e propria. I topi di fogna escono alla luce. Il fascista che spara contro gli immigrati fratelli senegalesi uccidendo sul colpi Diop Mur e Samb Modou e ferendone altri tre tra i quali Moustapfa Dieng in gravi condizioni, il corteo a Torino che devasta e brucia il campo Rom. I cronisti parlano di criminalità, di follia, di pazzo che spara, di infiltrati. Nessuno che invece analizza la tolleranza avuta fino ad ora su questi gruppi che sotto sotto fanno comodo alle istituzioni ed alle forze dell’ordine. Se ne servono per la vecchia teoria degli opposti estremismi, come se fosse qualcosa che non appartenesse a loro, alla loro pancia, ai loro interessi. Dopo tutto questi fasci accoltellano giovani di sinistra, assaltano i centri sociali, picchiano i gay che passeggiano mano nella mano, pestano gli immigrati che vanno chiusi nei CIE ed espulsi dal suolo italiano. Sono funzionali al nostro sistema. Se si fanno leggi contro gli immigrati, se si creano ghetti dove tenere i rom, se si fanno prigioni per espellere questa povera gente, se si cacciano dai mercati, se si grida al nero, alla paura, alla ghettizzazione, è logico che ci sia chi ne approfitti per far passare ideologie razziste e naziste. Sono sicuro che passati i funerali dei due fratelli senegalesi, ricostruito il campo rom in qualche altro posto, tutto ritornerà alla normalità. Diverso sarebbe se ci fosse una regolarizzazione delle coppie gay, se diventasse reato l’omofobia, se si mettessero fuorilegge organizzazione razziste come quelle fasciste, se si sciogliessero i club sportivi che portano svastiche allo stadio, se si accogliessero gli immigrati per integrarli nella nostra società, se fosse questo a diventare normale, tutta la società ne usufruirebbe e crescerebbe insieme in un mondo migliore. 

 
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In memoria di mia madre

Post n°60 pubblicato il 15 Novembre 2011 da sciroccorosso
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Per parlare di mia madre devo per forza parlare di tutta la mia famiglia. Il mio bisnonno Raffaele e mio nonno Ciccio agli inizi del 900 partono emigrati in Brasile, a Campinas, dove esiste una piccola comunità di diamantesi, dediti quasi tutti al commercio di tessuti. Mio bisnonno Raffaele apre un negozio di tessuti e liquori e comincia a guadagnare bene. Compra subito una casa nel centro del paese a Diamante ed a ogni viaggio di ritorno dal Brasile, carico di monete d’oro che nascondeva in un gilet, acquistava terreni e continuava a costruire piano per piano la casa. Con lo scoppio della 1 guerra mondiale tutti gli emigrati ritornano in Italia. Mio nonno partecipa alla guerra come lancia bombe  e perde un occhio in trincea  ritornandosene definitivamente a Diamante. Qui si sposa e si diploma come ragioniere. Trova subito posto nella prima Cassa di Risparmio del Tirreno, a Belvedere M.mo dove si reca ogni giorno in bicicletta da Diamante. Durante il fascismo diventa segretario del partito fascista di Diamante ed un importante esponente calabrese. Mia madre, Luisa, nasce nel 1928. Mio nonno non gradisce questa figlia femmina, voleva un maschio e decide di non avere più figli adottando me come figlio. Mio nonno è molto repressivo e praticamente tiene chiusa in casa mia madre, fino a quando all’età di 18 anni conosce mio padre, orologiaio ambulante e se lo sposa al volo nel 1947 al suo ritorno dalla guerra, e dopo un anno di prigionia in un campo di lavoro americano. Mio padre era carrista, della famosa divisione Ariete, catturato dagli inglesi in Tunisia e consegnato agli americani. Mio padre comincia a fare figli a raffica.  Ben sei . La famiglia , nella grande casa del centro storico è quindi composta da sei figli, i due nonni, i genitori, una donna di servizio e suo figlio.  Mio nonno intanto è diventato , cassiere capo della banca di Diamante, mio padre apre un bel negozio di oreficeria , nella piazza principale del paese. Si riesce di conseguenza a campare bene. Quando i figli crescono la famiglia si trasforma. Mia madre che ha subito la repressione familiare, si libera e segue la moda beat degli anni 60 aprendo la casa alle feste, agli amici dei figli, agli amici di mio padre. La casa diventa un enorme “centro sociale” cittadino, dove si svolgono in continuazione feste, pranzi, cene, balli. Noi cresciamo tutti in questo clima di feste e di amicizia creato prevalentemente da mio padre che era un tipo molto amante degli scherzi e della buona  tavola. Diamante è piena di aneddoti sugli scherzi di mio padre che ne varrebbe la pena scriverci un libro di racconti.   Le mie sorelle saranno le prime ad indossare le minigonne già dal 1967, io e mio fratello a farsi crescere i capelli lunghi e vestirsi con camicie  a fiori e pantaloni a zampa di elefante. Ogni Natale, Capodanno, Pasqua, è un occasione per fare pranzi di 20-25 persone. In casa , in inverno  si  facevano salsicce e capicolli. Per fare questo lavoro , arrivavano una decina di donne che si mettevano in una stanza e vi lavorano per 3-4 giorni. E poi si facevano i fichi imbottiti, e le alici salate, e le pizzatole di Pasqua.  Mia madre dirigeva tutto. Mia nonna cucinava, mia madre organizzava. Siamo tutti cresciuti in questo clima di festa, di amicizia, di conoscenze di persone di ogni genere che appena conoscevamo portavamo subito a mangiare a pranzo a casa nostra. Oggi, ricordano ancora in molti, i pranzi a casa mia con la cucina di mia nonna Scina che era unica e particolare. Quando negli anni 50 i matrimoni si facevano nelle case, si chiedeva a mio nonno se mia nonna poteva cucinare per gli sposi ed i loro invitati, permesso  che mio nonno concedeva molto volentieri.  In famiglia non abbiamo avuto un educazione rigidamente religiosa. Mia madre era una donna di chiesa ma non ci ha mai imposto di seguire pedissequamente la religione cattolica . Certamente ci ha cresimati ( io mi sono salvato ) e battezzati a tutti ma mai con rigidità, come avveniva in altre famiglie del paese. Difatti siamo tutti cresciuti molto liberi. Mia madre così come mia nonna aiutava molto le famiglie povere del paese. Vicini di casa, che abitavano in un vicoletto, spesso non avevano da mangiare. E quando si cucinava per noi, si cucinava anche per loro. Mia madre con un enorme paniere calava il pranzo dal nostro terrazzo al loro terrazzo sottostante . A casa nostra nel periodo di Natale si giocava a carte  e tombola ogni sera. La nostra casa era molto grande e ci si distribuiva a secondo delle amicizie. Il tavolo pesante dove si giocava a sette e mezzo fino alle 5 di mattina era quello del salone principale, comandato da mio padre e mio fratello. Ogni sera qui giocavano dalle 10 alle 15 persone. Poi c’era la stanza dei più poveri. La mia e quella delle mie sorelle dove giocavamo a tombola. E’ chiaro che tutta questa gente ad un certo punto voleva mangiare e mia nonna preparava paste aglio ed olio, innaffiate da vino rosso. Poi dal 1979 la morte entra in casa nostra. Prima muore il nonno nel 1979, poi la nonna nel 1984, poi mio padre nel 1997, poi mia sorella nel 2003, poi ancora mio fratello nel 2005. Mia madre affronta queste morti con grande forza, pensando ai figli rimasti, ai suoi nipoti dei quali diventa una seconda madre più che una nonna vera e propria. Lei si chiude nella religione e comincia a frequentare assiduamente la Chiesa partecipando a tutte le funzioni religiose, oltre che alle attività dell’azione cattolica. Si dedica agli ammalati, agli anziani, ai poveri, girando ogni giorno casa per casa a portare loro conforto, aiuto morale e anche materiale.  Segue i suoi figli giorno per giorno. Partecipa alla manifestazione no global nel novembre 2002 a seguito del mio arresto diventando sotto i media nazionali la nonnina no global in prima fila al corteo. Infine ad 80 anni quando ancora era in piena forza la scoperta del tumore al colon. Viene operata a Roma, l’operazione riesce ma dovrà vivere con una stomia, cosa che non accetta sia dal punto di vista psicologico che materiale. Tutta la sua famiglia è unita attorno a lei. Non viene lasciata sola per un solo momento fino alla sua morte.  I quattro figli,io,  Teresa, Patrizia,Lorella, decidiamo di tenerla con noi nella casa di famiglia. Non vogliamo fare come fanno spesso molte persone, che lasciano i propri genitori in ospedale, certamente meglio curati ma in un luogo freddo che non gli appartiene. Viviamo i suoi ultimi mesi, le sue ultime settimane, i suoi ultimi giorni, insieme, abbracciati al suo dolore ed alla sua sofferenza, che lei affronta con grande dignità e forza fino alla sua scomparsa alle 5,45 del mattino dell’11 novembre del 2011. Mamma se ne va con un cruccio. Pensava che il suo impegno nell’azione cattolica e nella Chiesa fosse servito a ricevere , oltre che a dare. Si aspettava ogni giorno la visita di amiche. Visite che non arrivavano mai, salvo qualcuna assidua, nessuno in due anni di malattia, con alti e bassi, si è fatta vedere in casa . Lo disse anche in una delle ultime riunioni dell’Azione cattolica alla quale partecipò. Prima di andare mi telefonò e mi disse che avrebbe fatto un casino “ faccio come te” mi disse . E lo fece. Ma non servì a nulla, tutto continuò come prima e Don Cono nella sua omelia, alla fine dovette dirlo: “ fedeli state tranquilli che Luisina ha perdonato tutti “.  Ora state con l’anima in pace ! 

 

 
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