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Creato da: lettorecontemporaneo il 25/09/2005
una lettura di pochi versi di Dante per volta alla luce fatta da un lettore contemporaneo
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INFERNO VV4-9
Post n°2 pubblicato il 29 Settembre 2005 da lettorecontemporaneo
INFERNO vv. 4-6 Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura.
Dante ci dice però nella terzina successiva che l’esperienza umana del dolore non si può raccontare, è intraducibile a parole, ognuno ha la propria, ognuno ha ricordi tormentosi, nei quali si dibatte e si dibatterà sempre: aspra, selvaggia e difficoltosa è la selva della disperazione, aggirandosi nella quale l’uomo tortura se stesso..esta selva selvaggia e aspra e forte…la sofferenza stride nell’animo, fa male. A cosa allude in particolare il poeta? Al peccato, ad avvenimenti particolari della sua stessa vita, all’umiliazione dell’esule, alla perdita della donna amata? Se lo avesse precisato qui avrebbe trasformato il poema del pellegrinaggio dell’anima alla ricerca di se stessa in cronaca spicciola, in sterile predica, in vile atto d’accusa, in una aprioristica distinzione fra innocenti e colpevoli, fra dannati e salvati….se esiste una speranza, essa è accessibile, al di là delle contingenze storiche ed individuali, alla totalità degli esseri umani, purché non abbandonino la propria anima alla desolazione dell’incoscienza e non ne tradiscano le aspirazioni… vv. 7-9 Tant’è amara che poco più è morte; ma per trattar del ben ch’io vi trovai, dirò de l’altre cose ch’io vi ho scorte. Il poeta, abdica ancor di più al trono tradizionale di cantore di cose eccelse, per sviscerare la fenomenologia della disperazione/depressione. La selva è tanto amara che tutti coloro che ne hanno fatto esperienza hanno avuto la sensazione di non esser più vivi, di avere assaporato il gusto acre della non vita. Ma in ogni situazione cruciale vi è sempre una soglia ancora da varcare prima di arrivare al punto di non ritorno…è l’istante del ma, del dubbio, dell’esitazione, della dissonanza, e il varco attraverso cui si insinua il “bene” o il senso ultimo del nostro essere al mondo.
I versi 7-8, vaghi nell’indicare il cosa, il dove e il come, e pertanto, notano gli esperti, di controversa interpretazione, lasciano tuttavia emergere con chiarezza la volontà da parte dell’autore di “dire” e di “trattare del ben”e dunque indicano nella necessità di fare conoscere e in ultima analisi di “divulgare” il bene come risposta al male insito nella condizione umana, lo scopo dell’opera, che, vista la nobiltà degli intenti, assumerà le vesti di poema epico, dei generi letterari il più “divino”. *** In tutto nove versi, in cui Dante riassume i capolavori della letteratura scritti secoli dopo di lui: egli allude già all’uomo del sottosuolo di Dostoevkji, all’inferno in terra di Celine, all’ansia di ritrovare il tempo perduto di Proust, alla biblioteca labirintica di Borges, all’odore dei limoni di Montale.
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il 24/03/2009 alle 20:59
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