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Creato da: lettorecontemporaneo il 25/09/2005
una lettura di pochi versi di Dante per volta alla luce fatta da un lettore contemporaneo
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INFERNO, vv.10-12
Post n°3 pubblicato il 05 Ottobre 2005 da lettorecontemporaneo
Io non so ben ridir com’io v’intrai Tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai. Dante, dopo la parentesi illustrativa e tranquillizzante dei versi precedenti, trova l’audacia per rendere ancora più cupo il racconto della sua immersione nella condizione catatonica e raccapricciante di cadavere vivente: abbandonata la strada della ragione e della coscienza, cammina in trance sonnambulo, senza sapere dove va, vive una vita illusoria e ingannevole, deviando dalla realtà “verace”. Vengono in mente gli zombi dei film di Romero, visione allucinata e metaforica delle nostre società popolate di centri commerciali assediate da automi senz’anima, ossessionati dalla loro sete bestiale di sangue...E il destino futuro e possibile per un’umanità robotizzata Dante lo vede esemplificato in sé. Il richiamo insistente e ribadito al proprio passato nella sua rude sobrietà non è autobiografico narcisismo, bensì assunzione di responsabilità: il poeta porta il peso/maledizione della propria esemplarità e la luce scaturita dal porto sepolto nel fondo della sua anima, è canto di civiltà e di rinascita…Ed ecco le due terzine successive, traboccanti di insperata speranza…
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