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DARK REALMS V2

So, I've decided to take my work back underground. To stop it falling into the wrong hands.

 

 

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Post n°82 pubblicato il 25 Maggio 2006 da Nekrophiliac
 
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PLANET FUNK: NON ZERO SUMNESS (2002)

Senza precedenti. Planet Funk, spiega l’introduzione al gruppo nel loro sito, è un nome che suggerisce un’idea di grandezza piuttosto anomala rispetto alla norma, nel nostro orizzonte discografico. Così in Italia, come all’estero. Non è il solito gruppo dance. È, piuttosto, un collettivo di musicisti, dj, cantanti e strumentisti che pensano alla e in grande. La formazione base conta 4 elementi stabili, ma, durante le loro esibizioni, non è infrequente veder salire sul palco molti più artisti, anche di differente “estrazione” musicale. « Vogliamo portare il nostro lavoro a un livello più alto », sottolinea Sergio Della Monica, uno dei cosiddetti “Magnifici Quattro”. « Ci piace il funk, ci piace il rock, ci piace la house, ci piace la trance, quindi, abbiamo deciso di unirci e mixare nella stessa 'pentola' tutte le influenze che avevamo ereditato dalle migliori esperienze musicali degli ultimi venti anni e vedere cosa veniva fuori ». Ambizioso. Ciò nonostante, i Planet Funk, artisti propriamente da dancefloor, riescono a far sapientemente coesistere nello stesso disco ascendenti musicali lontani anni luce tra loro: Pink Floyd, King Crimson, Police, Clash, Stevie Wonder, Brian Eno, Underworld, Leftfield, Cocteau Twins, New Order e Depeche Mode. La storia, abbastanza singolare di per sé, non può che iniziare a Napoli, non a caso, una delle città italiane più cosmopolite, un luogo dove classico e moderno si compenetrano, musica popolare, neomelodici e cantanti da e di quartiere convivono con una poderosa scena underground. È questa la casa dello Sergio Della Monica, di Alessandro Sommella e Domenico Canu, i tre producers conosciuti anni fa come Souled Out!. La loro prima club hit, Shine On, risale addirittura al 1991. In seguito giunge anche l'album di debutto, che diventa la prima produzione internazionale di Sony Italia. A metà anni '90 fondano l'etichetta Bustin' Loose, che produce e realizza brani come No Access di Hondy e la hit “crossover” Looking For Love di Karen Ramirez. La Bustin' Loose mette in circolazione anche un'altra hit, Where Is The Love: è un brano dei Kamasutra, ovvero l'altra metà dei Planet Funk. A incarnarla è lo spezino Alex Neri, dj di lungo corso che inizia a farsi strada collaborando con il tastierista Marco Baroni. La svolta è per il 1999, alla Winter Music Conference di Miami. È qui che Alex Neri  incontra Domenico Canu dei Souled Out!: tra i due nasce un feeling che si trasforma subito nella matta voglia di sperimentare insieme nuovi e inesplorati percorsi musicali. Al loro pronto ritorno in Italia, i Planet Funk, letteralmente, ri-nascono come un eclettico gruppo musicale, basato proprio sulle intime capacità dei quattro membri. Il primo frutto di questo nuovissimo approccio è Chase The Sun, con la voce della cantante lappone Auli Kokko. Nell'estate del 2000, Chase The Sun è mixata dai dj senza destare troppo interesse, ma, entro la fine della stagione di Ibiza, gente come Adam Freeland, Danny Tenaglia e gli stessi Deep Dish la trasformano in un successo. Risultato: le case discografiche cominciano, giustamente, a contendersi i Planet Funk. Vincitore di questa insolita competizione è David Boyd della Virgin, l'uomo, o meglio l’ “eminenza grigia”, che ha messo sotto contratto i grandissimi Verve di Richard Ashcroft. Tuttavia, l’altro “interprete-chiave” del gruppo è il carismatico e con talento da vendere Dan Black, ex membro dei Leigh Bowery's Minty e poi della band indie-rock sperimentale The Servant, che “timbra” quasi tutti i successi dei Planet Funk, di fatti, a fine primavera 2001 esce il secondo singolo, Inside All The People, magistralmente interpretata proprio dal vocalist inglese, che preannuncia l'uscita a marzo 2002 dell'LP d'esordio, appunto, Non Zero Sumness. Lo stesso Jim Kerr dei Simple Minds si accorge di loro e li assolda per una collaborazione in One Step Closer, brano incluso in Cry (2002). La consacrazione dei Planet Funk nel Belpaese passa anche attraverso MTV, poiché Who Said, ennesimo singolo, impazza per tutta l'estate in radio e tv. Sul finire dell'anno il disco è promosso anche all'estero e l’ultimo singolo in ordine di tempo, One Step Closet, precede un “aggiornamento” del debut album, Non Zero Sumness Plus One, che contiene anche i remix di Rosa Blu e Who Said. Il resto è storia recente. Nell’aprile 2005 è pubblicato il secondo album, The Illogical Consequence, ardita sintesi fra pop progressivo e psichedelico, dance ed elettro-pop. L’ultima sfida.

Orgoglio partenopeo. C'è davvero da scommetterci, il potenziale d'impatto sonoro del debut album del progetto nato alle pendici del Vesuvio è davvero grande; il funk, il trip-hop in debito di malinconia, la house e la trance si fondono ad una attitudine rock e ad un amore indiscutibile per le sonorità pop anni '80 in maniera inossidabile, caratterizzandosi per una produzione dal respiro decisamente internazionale e, proprio per suddetti motivi, se non si conoscesse la storia di ognuno dei componenti del gruppo si farebbe fatica a credere alla provenienza estremamente “geografica” di questo progetto. L'album, in prima pubblicazione, si compone di undici pezzi che, senza pregiudizio alcuno, spaziano tra più generi già citati: ne fanno parte i quattro maggiori singoli di successo dei Planet Funk: a onor di cronaca, Chase The Sun, Inside All The People, The Switch e Who Said, anche queste ultime “firmate” sempre dall'incisiva voce di Dan Black, interprete pure di Paraffin, ballata tra i migliori pezzi dell'album, un mix di pop ed elettronica-dance, con tanto di video registrato presso il Centro Direzionale di Napoli. Gli altri vocalist che partecipano alle registrazioni sono, appunto, Auli Kokko, quel genio di Raiss e Sally Doherty. Ricapitolando: un inglese tirato a lucido, una lappone conosciuta guardando Rai Tre, l’ex frontman partenopeo degli Almamegretta e una cantante-violinista contattata attraverso Internet. Un cast eterogeneo e di qualità messo insieme grazie a una fantasia tutta napoletana. È l’arte di “arrangiarsi” a scandire i primi vagiti del gruppo. Se è vero, com’è vero, che in Italia la dance è stata ormai “sdoganata” dalle credenze popolari del pubblico più “rock”, questo esordio dei napoletani Planet Funk ne è un ulteriore conferma. In realtà, ci avevano già “pensato” Casino Royale, Motel Connection e gli stessi Almamegretta ad avvicinare due mondi solo apparentemente distanti, mentre nel frattempo raccoglievano (e raccolgono) i proficui frutti di altrui semine gli ormai “nazional-popolari” Subsonica. Certamente, per i Planet Funk non si tratta di battere le stesse strade dei cinque torinesi, visto e considerato che l’uso della lingua inglese li potrebbe tagliar fuori da una fetta di mercato, fortemente, “nostrana” che, a ragion veduta, potrebbero tranquillamente recuperare oltre l’anglo-francese Manica. Il perché è intrinseco al disco in questione, dato che gli ingredienti per spopolare al di fuori dai confini nazionali ci sono tutti e, soprattutto, una cura dei suoni decisamente sopra la media nazionale. Non a caso il disco, in fase “embrionale”, è stato concepito e registrato ai Sun Recording Studios di Napoli, ma i “ritocchi” sono, comunque, d’importazione, precisamente del Townhouse di Londra. Il disco riesce – grazie, forse, a una lavorazione “biennale” – con creatività mai doma, a generare molta “atmosfera” e un clima da viaggio capace di “sollevare” l’ascoltatore con variopinta musica, accompagnandolo per un gradevole percorso intorno al Pianeta. Ciò non fa altro che confermare la validità e la bontà del progetto. Ciascuno dei cinque singoli si è rilevato travolgente a modo suo, gli artisti “rendono” divinamente, tanto in studio che sul palco, e, paradossalmente – a differenza di tanti altri lavori da dancefloor, proiettati ai vertici delle classifiche di vendita per la presenza di soli singoli e poi caduti nell’oscuro abisso del dimenticatoio più totale – le altre canzoni dell’album sono effettivamente degne di essere ascoltate e riascoltate, decostruendo così ogni preconcetto di sorta. L’obiettivo è rappresentare la prima voce di un puro rinascimento musicale, qualcosa di universale: una missione per i coraggiosi Planet Funk, di non essere simbolica e passeggera parte storia della musica, ma di fare musica.

Nuove Ossessioni. L’incipit del disco è Where Is The Max, influenzato, senza ombra di dubbio, dal ritmo pop dei primi Depeche Mode, qui privo, però, di quella intensa malinconia, quel crepuscolo di fondo che contraddistingue le opere di Martin Gore e illustri soci. Un brano, questo, che annuncia un disco propriamente atipico. Un’ouverture suggestiva che rende l’effetto del pezzo d’apertura nelle serate nei club. È l’inizio. L’ascoltatore inizia ad avvertire l’atmosfera ipnotica, eppure rimane interdetto, prima di restituire tutto sé stesso alla diretta appartenenza a quella musica. Spazio a Chase The Sun, il primo pezzo esplosivo in senso stretto, motivo trascinante di qualche tempo fa: un impatto puramente dance, poi ecco si ritrovano ancora gli ultimi Depeche Mode, Exciter (2001) docet, gli echi dell’eccelso Crises (1983) di Mike Oldfield.

La domanda viene così da sé, circa quale sia il Sole che si sta inseguendo. Un brano, dunque, luminoso e incandescente, probabilmente, il più noto della band. È la volta poi All Man’s Land, melodia prossima alla trance, dove la spregiudicata leggerezza risulta essere controbilanciata all’opposto, da una vena inquieta e riflessiva e deliziosamente espressiva di una nostalgia implacabile. Una segnalazione per le doti canore dell’eterea e delicata Sally Doherty. A proposito, non si limita a cantare. Il flauto qui è il suo. Da qui al vacillare il passo è breve: prima The Switch e poi Inside All The People, due brani che rendono evidente la presenza nel background della band di quel rock che ha reso famosa Manchester tra la fine degli anni Ottanta ed i primi Novanta, una ricerca melodica che non pregiudica l’attitudine, in verità, ballabile di questi due stessi e riusciti brani. The Switch, terzo singolo, accompagnato da suggestioni alla Morcheeba, è, probabilmente, uno dei pezzi più “leggeri” del disco, in quanto orecchiabile e trascinante a dovere.

Per Inside All The People è difficile scrivere qualcosa che vada al di là di un commento euforico. C’è da alzarsi in piedi. Un’interpretazione di Dan Black suggestiva e ammaliante, anima della canzone magnetica e incisiva e prossima all’immortalità, nel suo genere. Un martellante e frenetico inno che, nella sua grandezza, non resterà “ascritto” ad un genere o ad una influenza particolare. Inside All The People deve essere ascoltata più volte, interiorizzata, sino a lasciarla esplodere entro e fuori il proprio essere fisico e non.

Capace di causare ulteriori positive suggestioni è Under The Rain, una delle tracce più complesse: inizialmente seduce grazie alla voce ancora di Sally Doherty, un parlato che si risolve in una progressivo canto di sirena – sembra quasi che i Planet Funk avessero desiderato rallentare il ritmo impressionante di Inside All The People con una traccia decisamente più vicina all’opera agli Everything But The Girl – dove poi il club-style, i virtuosismi alle tastiere e la sonora discesa introspettiva dominano la scena. Al terzo minuto dei sei della canzone è possibile essere assuefatti da ipotetiche visioni, dove un brano come questo potrebbe, non a caso, rappresentare l’archetipo dello stato d’animo di chi vive un’attesa meravigliosa e lacerante. Una lenta pioggia cade sul suolo della nuda terra. Effetti “collaterali” mediati dai Planet Funk che allietano poi con la “ballata sintetica” Paraffin', senza azzardo, il miglior brano dell’intero lavoro, mix di pop ed elettronica-dance, sigillato da un riff di chitarra a cui è davvero impossibile resistere. Paraffin’ annovera ancora Dan Black alla voce, penultima volta dopo i virtuosismi di The Switch e la titanica interpretazione di Inside All The People. L’atmosfera rimanda, inequivocabilmente, ai Porcupine Tree, o se preferite, a tratti delle sperimentazioni del progetto U.N.K.L.E. (1998) del duo Dj Shadow / James Lavelle. A questo punto sarebbe alquanto estraniante pensare ai Planet Funk come a una band italiana.

C’è tanto intimismo interiorizzato in Piano Piano, brano che sembra annunciare la prossima conclusione dell’esperimento sonoro di Non Zero Sumness. Una sorta di rappresentativa pausa di riflessione del progetto Planet Funk. A chiudere la lista degli ospiti ecco un napoletano D.O.C., il già citato Raiss, ex deus ex machina degli Almamegretta, in forma come ai tempi di Lingo (1998) che in Tightrope Artist firma il capitolo più sperimentale dell'intero album, una sorta di viaggio ai confini delle radici house-music, dà nuovamente prova delle sue abilità vocali in un brano che, crediamo, il gruppo ha “cucito su misura”. Un altro manufatto italiano da esportare all’estero e stavolta la lingua non dovrebbe essere un problema. Tightrope Artist ricorda, “causalmente” e non “casualmente”, quell’insieme di pulsioni dub che sono proiettate in direzione dei Massive Attack dei primi tempi, delle Blue Lines (1993), o i primissimi Prodigy; l’interpretazione roca e sporca di Raiss contribuisce a realizzare un pezzo piuttosto dissonante, almeno in apertura, col resto del disco. Poco a poco, “sottovoce”, ritorna la magia dell’incantesimo Planet Funk, atmosfera più sognante e visione pura di una ricerca nuova nel panorama musicale. Voilà, Who Said, ultima apparizione di Dan Black alla voce. Influenze, ancora una volta, dalla dance nobile, per così dire: il protratto estraniarsi, ancora una volta, nasce dall’interpretazione del vocalist, che trasporta l’ascoltatore nella dimensione sperimentale dei piccoli gruppi underground inglesi. Quanta nostalgia dei Depeche Mode che furono maestri imprescindibili di un ventennio fa. Who Said è devastante, dal ritmo al testo. Niente è lasciato al caso. Ripetitiva sì, ma con stile.

Il brano di chiusura è The Waltz, interpretato da Sally Doherty. Un titolo dalle “arie mitteleuropee” per una band che davvero dista dalla mitteleuropa e, per contaminazioni e quant’altro, è più mediterranea che mai. È il tributo a Jean Michel Jarre, ai Pink Floyd della Division Bell (1994), un’impropria escursione epica che conclude degnamente un album tanto innovativo, quanto sperimentale. C’è persino tempo per una ghost track, dal sapore psichedelico e notturno. Che aggiungere più? Alchemici Planet Funk, non solo Napoli, ma l'intero Pianeta vi merita.

 
 
 
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