Creato da Nekrophiliac il 21/02/2005

DARK REALMS V2

So, I've decided to take my work back underground. To stop it falling into the wrong hands.

 

 

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Post N° 21

Post n°21 pubblicato il 21 Febbraio 2005 da Nekrophiliac
 
Foto di Nekrophiliac

ICED EARTH: SOMETHING WICKED THIS WAY COMES (1998)

Non credo di dovermi dilungare tanto con questa recensione e, per di più, non mi sembra irrisorio dire che ci troviamo di fronte a un prodotto, a dir poco, unico di una band che è praticamente un'istituzione nel suo campo. Arriva qualcosa di malvagio a distanza di due anni da The Dark Saga (1996), con il difficile compito di non deludere le aspettative e tanto meno il suo decoroso predecessore. In effetti, Something Wicked This Way Comes è nettamente superiore, il materiale proposto è ottimo, la produzione non perde colpi, gli arrangiamenti sono lineari e le canzoni costruite su ben concepite ritmiche. Il vocalist, Matthew Barlow, raggiunge qui il suo apice espressivo, mentre John Schaffer alla chitarra è ispiratissimo e riesce, grazie al suo magistrale songwriting a creare le solite tetre atmosfere, come nella migliore tradizione della band, fondendo il noto vecchio stile con nuove idee che non hanno fatto altro che maturare il gruppo, nonostante i continui cambi di line-up, anche se a tal proposito le new entries, il bassista James MacDonough, il batterista Mark Prator e il chitarrista Larry Tarnowsky, si riveleranno importanti pedine nella realizzazione del capolavoro. I frutti si vedono, eccome, questo è l’album che ha reso famosi gli Iced Earh in Europa. Il disco si apre su livelli altissimi con l’opener Burning Times, un mid-tempo granitico e cattivo che descrive i tempi dell'inquisizione, infatti, è noto come la chiesa cattolica non sia mai stata simpatica alla band! Melancholy (Holy Martyr) è una canzone che conquista al primo ascolto per quella malinconia che si trasforma in aggressività grazie ad un’interpretazione da applausi di Matthew Barlow. Il tema in questione è la crocifissione, vista però dagli occhi di Cristo stesso.

Decisamente antiecclesiastica è Disciples Of The Lie, si testimonia l’abuso della violenza psicologica dei sacerdoti attraverso dei riffs potenti e decisi. Traccia veloce e quindi traccia lenta come Watching Over Me, melodia malinconica e toccante che narra la morte di un amico di John Schaffer deceduto in un incidente stradale. Poi tocca a Stand Alone infiammare. È un tributo ai Metallica di …And justice for all (1988), ricalca il tema dell'opener Blackened. Essenziale nei taglienti riffs, è un overdose di metallo. Lascio immaginare l’esito nella mia mente, roba da guerra santa. Le acque si calmano nuovamente con Consequences, dove gli Iced Earth si esprimono seguendo canoni più rock che heavy ma non è da buttare via… il ritornello è semplice ed accattivante. La settima traccia è la splendida e veloce My Own Savior in cui è percepibile l’influenza thrash, a differenza di Reaping Stone, che è oscura calma e ruvida distorsione, e fa si che l’ascoltatore sia condotto comodamente all’esplosione finale. Si parte con 1776, un fantastico pezzo strumentale, una vera e propria perla d’altri tempi. Sulla scia di Reaping Stone, gli Iced Earth propongono l’evocativa e triste Blessed Are You, il cui inizio pacato sembra che perduri a lungo, ma poi si incontrano distorsioni a go-go. L’album si conclude con una trilogia. Su racconta una misteriosa e tenebrosa storia di complotti e cospirazioni aliene ai danni dell’umanità, la cui stessa esistenza è messa in pericolo da un popolo sterminato dagli esseri umani circa diecimila anni fa e, non per niente, il vessillo di questa annunciata distruzione è la diabolica creatura che campeggia in copertina, Set Abominae, la nuova e temporanea mascotte. Il primo episodio della trilogia è Prophecy, un pezzo di oltre sei minuti che alterna le parti iniziali e conclusive dell’arpeggio orientaleggiante a una parte centrale distorta e spedita. Birth Of The Wicked è più tirata e spiana la strada per la stupenda The Coming Curse, dieci minuti di potenza e melodia, la cui struttura rimanda ai tempi di Night Of The Stormrider (1992), una canzone che è un delicato intreccio di riffs diversi e cambi di tempo allucinanti. Alle già citate influenze thrash, sparse qua e là, il power e l’heavy si fondono perfettamente e riescono a strabiliare per più di un’ora e rendono quest’album una vera e propria pietra miliare.

 
 
 
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