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DARK REALMS V2

So, I've decided to take my work back underground. To stop it falling into the wrong hands.

 

 

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Post N° 90

Post n°90 pubblicato il 25 Novembre 2006 da Nekrophiliac
 
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FAITHLESS: NO ROOTS (2004)

Applausi per. Faithless: progetto del produttore britannico Rollo Armstrong, che con lo pseudonimo di Felix aveva alle spalle la hit Don't You Want Me (1992), e della disc jockey Ayalah "Sister Bliss" Bentovim, capace di più d’un virtuosismo al violino e più d’un prodigio al pianoforte, tuttavia, nota come intrattenitrice della scena acid house, di cui aveva scalato le classiche con Cantgetaman, Cantgetajob (Life's A Bitch) (1994). Nel 1995, al duo si aggiunsero la cantante Jamie Catto – già in gruppo con la cantante new age Gabrielle Roth – e un altro disc jockey Maxwell Frazer, in arte Maxi Jazz. I Faithless esordirono, nell’incertezza e indifferenza generale, con l’eccedente e vorticosa Salva Mea nel settembre 1995. Il secondo singolo dell’ensemble, Insomnia, fu, è e sarà sempre il vero e proprio saggio di decostruzione della techno degli anni ‘90: in otto minuti da puro panico, il brano era stravolto a tal punto, da confondere l’ascoltatore sempre più, allontanandolo da ciò che era nato per essere, nient’altro che un mero, seppur genuino, ritmo da ballo. L'hip-hop introspettivo di Reverence (1996) completò l’apprendistato dei Faithless. Altro che gavetta. Dall’oggi al domani, da allievi i Faithless divennero maestri con album quali Sunday 8 P.M. (1998) prima – trascinato da una delle canzoni più belle di sempre, cioè God Is A DJ, e dall’indomita Take Long Way Home – e poi con Outrospective (2001) – dove spiccavano ispirati e variegati brani quali We Come 1 e Tarantula. Album che complessivamente vendettero ben 3 milioni di copie. E non bruscolini, pur trattandosi di un gruppo “dance”.

Senza fede, davvero. All'uscita del nuovo album, per l’appunto No Roots, i Faithless misero, clamorosamente, le mani avanti. Perché? La dance, a loro detta, ormai apparteneva al passato: « abbiamo pensato che questo sarebbe stato il nostro ultimo album, forse abbiamo già avuto il nostro posto al Sole. Con la morte della musica dance, i Faithless sentono di avere i giorni contati ». A seguito di tali parole scritte dall’osteggiato Rollo, estratte dal denso libretto allegato a No Roots, Maxi Jazz e soci sembrano voler rendersi conclamate “vittime” di un certo “sistema”, che avrebbe preferito un loro “Best Of” come uscita discografica dell’anno 2004 – e non sempre, però, si tratta di sinonimo di “pensione” – anziché tale disco in questione, che è, invece, la più netta dimostrazione di come la vena creativa della band non sia esaurita affatto. Tanto per cambiare, No Roots sembra essere trattenuto, o quasi intrappolato, all’interno di un buco nero temporale, da qualche parte tra il 1989 e il 2004, il che potrebbe addurre a plausibili scelte stilistiche, eppure, l'impressione che se ne ricava è un'altra. Forse Rollo, mente tecnica del collettivo – perennemente assente persino dai tour in giro per il mondo, pur di restare in studio – trascorre troppo tempo tra i suoi macchinari e alle spalle dei recenti successi della sorellina Dido, piuttosto che concentrarsi sull’andazzo musicale mondiale? Se non altro, i risultati conseguiti con No Roots sono di non alto, bensì altissimo livello. Elettronica a go-go, chitarre su chitarre, bassi dub, arcigni groove, insomma, più d’un genere fa parte delle “radici” del quarto lavoro dei Faithless. A dispetto del titolo, però, No Roots non è per niente “senza radici”, anzi è ben saldo nella consuetudine musicale dei Faithless e nella scia di tutte le loro attività. Stavolta il capolavoro risulta esser composto da un'unica, lunghissima “suite”, i cui singoli brani finiscono per apparire come una sorta di variazioni costanti su un unico tema, ognuna fluidamente allacciata alla precedente e alla successiva, tratteggiando un “colpo d'orecchio” sonoro ora celere e vigoroso, ora ipnotico o addirittura malinconico e, comunque, sempre novello e sempre attraente. Benché, a differenza dei lavori precedenti non ci siano dei singoli trascinanti, No Roots sembrerebbe esser quasi “anonimo” a un primo distratto ascolto ma, in realtà, è assai più introverso e personale dei precedenti, richiedendo, perciò, un ascolto attento, proprio per la tipicità di tale sua particolare struttura a rimandi. Che sia l’alba di un nuovo Mezzanine (1998)? I Faithless si sono avvicinati non poco ai Massive Attack. Sicuro.

Abbandonare i luoghi comuni. È consolidata tradizione che la c.d. musica dance sia, letteralmente, snobbata dai dittatori del rock. Ed è pur sempre una “mezza” rivincita nei confronti di loro stessi, già additati come balordi da parte della vera musica classica. Attenzione, Signore e Signori, qui si va ben oltre tutto ciò. La dance potrà essere sì priva di forma e contenuti, eppure non pochi gruppi sono riusciti ad oltrepassare il muro del suono e dell’apprezzamento generale: Chemical Brothers, Prodigy ed Underworld, nient’altro che la “Santissima Trinità”. Gruppi che riescono a fondere la dance e il rock con una semplicità disarmante, conquistando ed unendo i seguaci di questi generi in faida fra loro, tra queste band, sicuramente, occorre citare i Faithless che, a conti fatti, non sono meno considerati, poiché la loro importanza deriva soprattutto dal non rinnegare, guarda un po’, le proprie radici, seppur “concimandole” con “veri” strumenti e melodie talvolta “popolari”. No Roots è la conferma che in tanti attendevano, la conferma delle canzoni che soverchiano uno e più pregiudizi, celebrando il trionfo della creatività. Ipnotica. Così come la matrice sonica che divide – in due identitarie parti e due poliedriche anime – il disco: la prima più "pop" e smaliziata, la seconda più “dance” e sperimentale. Due anche le novità: come si legge anche ancora all'interno del nutrito booklet, risultano essere la collaborazione del vocalist LSK – dotato di una calda voce blues – che unita alla più suggestiva ma secca voce di Maxi Jazz, rende più “melodico” il disco; e l’idea di un “concept”, quale la tonalità in “do” che accomuna le quindici tracce, pervase, allo stesso tempo, da un’atmosfera fonda e mesta, rischiando di far rimanere delusi i sostenitori dei primi e trascinanti Faithless. A fronte di nuovi spunti e nuove motivazioni, piuttosto, non deve stupire che il disco abbia facilmente raggiunto, anche con una certa fretta, il primo posto delle classifiche inglesi, considerata la sua mai doma versatilità con cui la sintesi musicale – tra dance, rock e pop – è stata concepita e realizzata.

Qualcosa in più. No Roots è, semplicemente, un grande album. È omogeneo, compatto, ed elegante e malinconico. I grandissimi testi di Maxi Jazz infatti sono fuori dal comune e ciò ribadisce il prediligere il placido ascolto al movimento frenetico. È una lama nel cuore che affonda lentamente nella nuda carne, raffinata ed affilata, discreta all'inizio e coinvolge alla fine. No Roots emana uno strano e sensuale magnetismo che ispira morbidezza e sinuosità. L'intero disco ha, a tal fine, un ritmo costante e controllato, colonna sonora di una nottata in un fumosa e buia “discoteca – labirinto”, grande un centinaio di chilometri dalla quale non si “voglia” uscire. Cinquantaquattro minuti: né troppo lungo, né troppo corto, senza superflui fronzoli e senza sbavatura alcuna. Un'alternanza di accelerazioni e frenate ben proporzionate e sapienti con una cura del suono e dei dettagli concretamente perfetta. Ad avvalorare la tesi delle ambizioni del nuovo progetto la sua valenza proprio sotto il profilo lirico del forse album più denso di significati socio-politici della band, è l’apripista Mass Destruction, che si innesta su un framework ritmico senza sosta, non appena l’Intro ha termine. Mass Destruction, slogan no-global sui ben noti mali che affliggono questo mondo – nonché oscura techno minimale, figlia di una crudele allegria scandita da tempi fuori di sesto – è la celebrazione dell’onirico rap del sempre pungente Maxi Jazz. La successiva I Want More è, praticamente, spezzata in due, ed immette in rampa di lancio, presentandolo alle scene che contano, il sopraccitato vocalist LSK, che grazie alla sua delicata voce, si lascia andare in una artificiosa ballata in bilico tra un rullante dowm – tempo e una sorta di charleston d’altri tempi. Insomma, I Want More, Pt. 1 proietta un intero universo acustico in uno specchio house, fregiato dalla targa Faithless: per l’appunto, I Want More, Pt. 2, acida, eccitante e, perché no, frenetica.

Da questo momento in poi, comincerà a fare capolino una sempre più frequente chitarra acustica, vero Giano Bifronte delle elettroniche sgroppate e dei sintetici tappeti, composti da Sister Bliss. Dunque, non manca di certo l’energia delle martellanti hits del passato in ciò che è considerabile come il lavoro più maturo del trio. Più avanti, l’ascoltatore s’imbatte in Love Lives On My Streets e Bluegrass: una oculata accoppiata alla stregua di un comune decorso di considerazioni senza soluzione di costanza sul rapporto con gli imponenti media d’oggi e con la corrotta politica, intervallate dal “ragamuffin” cantilenante in persistente dialogo con la chitarra acustica nel mezzo della quiete da riflessione. Sweep, piuttosto, è il richiamo alle nottate “ambient”, trascorse su colorati ritmi simili, miglior introduzione possibile per l’ennesima traccia da ricordare nel tempo: Miss U Less, See U More, dove il fiato delle diverse anime del disco si fa sempre più rarefatto sino a divenire un unico sbuffo nella calda nebbia.

La title-track, No Roots, sfoggia il rap d’ordinanza di Maxi Jazz, alternato nel ritornello dalla angelica voce di Dido – consueta presenza tra gli ospiti della band – tra un riff di chitarra e un colpetto al tamburello. Non passa inosservata la strumentale Swingers, che è oltremodo spocchiosa, sebbene arricchita da un superbo loop di distorta chitarra, mentre la suggestiva Pastoral, dal filtrato sintetizzatore, è il preludio del capolavoro di LSK, ovvero Everything Will Be Alright Tomorrow. Dal cilindro del “mago Rollo” sono poi estratti in serie prima la carismatica What About Love, poi In The End, che rimanda come suono “trance” al precedente lavoro dei Faithless, il già richiamato alle mente Outrospective (2001). "Ciliegina" sulla torta a più variopinti e dolci strati, Mass Destruction: P*nut e Sister Bliss Mix. Tuttavia, si tratta del primo singolo estratto da No Roots. "Una mente malvagia è un'arma di distruzione di massa, la disinformazione è un'arma di distruzione di massa, il razzismo è un'arma di distruzione di massa, l'avidità è un'arma di distruzione di massa": questo, uno stralcio dello stoico testo del brano. Ora se l’ascoltatore ha seguito il percorso dei Faithless, come se fosse un concorso, allora gli tocca l’ultimo sforzo e chiedersi il perché.

Probabilmente, nel momento in cui hanno “concepito” questo video, i Faithless non avevano idea dello scalpore che avrebbe suscitato da lì a breve. Concretizzato come un pamphlet pacifista, Mass Destruction a una prima e realista impressione non sembra porsi in posizione così radicalmente antagonista da giustificare improvvise levate di spessi scudi da parte degli accaniti conservatori di Stati Uniti e Regno Unito. Certo, il brano non lesinerà di “andar giù pesante” nella sua sgridata antimilitarista, e il video non è da assolutamente meno; eppure, in giro attorno al mondo s’è vista ultimamente roba ben più drastica, ad esempio, Boom! dei System Of A Down – diretto dal panciuto Michael Moore – sino a Shoot The Dog di George Michael. In fondo, i Faithless all’attacco frontale hanno preferito l’aggiramento e il gioco di sponda, il che si traduce nello sfrenato impiego della ricorrente e ridondante metafora. Ci sono, è sotto gli occhi di tutti, immagini di bambini che "giocano" alla guerra, in un bianco e nero sgranato che fa tornare alla mente lo storico Zombie dei Cranberries, però, la piena “consistenza” simbolica del video è negli interni a colori, con Maxi Jazz che canta davanti a una parete di mattoni (un muro di?), mentre alle sue spalle una coppia di piacenti strumentiste, tra cui Sister Bliss, lo accompagna nella ritmica. Complimenti per l’originale trovata, quanto mai visualizzazione di un gruppo la cui mentalità da collettivo l’ha spinto ad innovarsi. Sopra la media.

 
 
 
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