Creato da Nekrophiliac il 21/02/2005

DARK REALMS V2

So, I've decided to take my work back underground. To stop it falling into the wrong hands.

 

 

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Post N° 63

Post n°63 pubblicato il 12 Settembre 2005 da Nekrophiliac
 
Foto di Nekrophiliac

ICED EARTH: THE GLORIOUS BURDEN (2003)

Un salto nel recente passato. Ad inizio del 2003 si verifica la scossa dal terremoto più grande della storia degli Iced Earth: Matthew Barlow, una delle più grandi voci in circolazioni, ha deciso di lasciare la band. Il segno indelebile di un tragico e mai dimenticato 11 settembre. Matthew Barlow non se la sente di proseguire una carriera che non potrebbe dare nulla al suo paese e così decide di proseguire gli studi e riprendere il suo impiego governativo. Scelte. Non è mai facile per un gruppo separarsi dal proprio cantante "storico" (o comunque dal carismatico front-man con il quale si è raggiunto un certo successo); vuoi perché a volte i fans proprio non digeriscono la sostituzione o perché la voce è uno dei pilastri sui quali poggia il song-writing della band, rimane il fatto che un cambiamento così evidente rischia di compromettere lo stato di salute del gruppo. In tutto questo, il nuovo album The Glorious Burden era già pronto e registrato con il precedente vocalist, ma Jon Schaffer sostiene di non sentire il cuore di Matthew Barlow in quelle registrazioni, perciò si mette alla ricerca di un potenziale sostituto. In pochi giorni la notizia: Tim “Ripper” Owens diviene, a tutti gli effetti, il nuovo cantante degli Iced Earth. Approfittando della sua fuoriuscita dai Judas Priest, l’abile Jon Schaffer se n’è prima assicurato i servigi per registrare nuovamente The Glorious Burden e successivamente è integrato nella band, non nuova a stravolgimenti di line-up. Infatti, tempo prima, anche il chitarrista Larry Tarnowsky aveva piantato in asso gli Iced Earth, perché voleva più spazio in fase di song-writing ed era stato sostituito da Ralph Santolla. Riepilogando, a tutt’oggi, la mitica formazione degli Iced Earth prevede: Jimmy Mc Donough al basso (tanto per cambiare, un altro “rientrante”), Richard Christy alla batteria, Jon Schaffer e Ralph Santolla alle chitarre e Tim Owens in vesti di cantante. The Glorious Burden è un album scritto e suonato col cuore: celebra gli Stati Uniti D’America, senza mai cadere nella banalità cinematografica tipicamente a stelle e strisce. Il tema centrale sono le guerre combattute dagli Statunitensi: dalla guerra di indipendenza, passando per quella di secessione, sino alla prima guerra mondiale. È Jon Schaffer a mettere in risalto un concetto chiaro come non mai: la guerra è terribile, lascia milioni di morti, ma la storia insegna che, in determinate circostanze storiche, si rivela inevitabile e talvolta persino decisiva per assicurare un futuro migliore ad un triste mondo malato, abitato, per giunta, dall’animale più stupido di sempre. L’uomo. Articolando parole riguardo il lato strettamente musicale ritengo sia necessario l'ormai consueto track-by-track.

The Star-Spangled Banner. Per chi non lo sapesse si tratta dell’inno nazionale degli Stati Uniti. Rivisitato, naturalmente, in chiave chitarristica, con la solista in primissimo piano. Purtroppo, è presente solo nell’edizione limitata ed in quella statunitense, non nell’europea regolare. Sventola una bandiera a stelle e strisce, è ora il momento di Declaration Day. Direttamente collegata alla precedente, di fatti, il finale concluderà il precedente inno nazionale, tratta della dichiarazione d’indipendenza della Stati Uniti del 1776 e della guerra sostenuta per ottenere la libertà.

Spazio ora al singolo estratto: The Reckoning (Don’t Thread On Me): incredibilmente ispirato con un riffing forsennato di tipico stampo “schafferriano” (i primi cinquanta e più secondi) che poi proseguirà grandiosamente in tutto il pezzo, e con delle maestrali vocals tirate di un Tim Owens al vetriolo - una delle rare volte in cui usa la sua voce in stile Judas Priest - ottimo come il drumming del “mostro-sacro” Richard Christy.

Sfortunatamente, anche Greenface è presente solo nell’edizione limitata ed in quella statunitense, davvero un peccato, perché si tratta dell’unica killer-track dell’album (alla Stand Alone, da Something Wicked This Way Comes, 1998). Riesce ad unire un riffing tipicamente heavy-metal con dei tempi terribilmente thrash, violenza allo stato puro. Attila, piuttosto, è una delle poche tracce ambientate fuori dagli States, ma non delude di certo. Nella strofa Tim Owens e Jon Schaffer sono efficacissimi, il chorus è alquanto epico con delle stupende backing vocals nelle quali compare anche il compianto Matthew Barlow. La settima traccia è Red Baron/Blue Max. Ascoltato, per la prima volta, il riffing iniziale rimasi assolutamente attonito: violento e cadenzato, suono moderno, innovativo, poco Iced Earth e, ciò nonostante, spettacolare. Non comprendo ancora quale sia l’apporto di Tim Owens a questo pezzo, ma sicuramente si tratta di una delle sue prove più efficaci. Per quanto riguarda la ritmica è difficile non restare a bocca aperta. Capolavoro. Il tutto condito, nel bel mezzo, da un assolo monumentale e schizoide di Ralph Santolla. L’augurio è che un chitarrista del genere non scappi come gli altri. Nuova ballata emozionale con Hollow Man: testo molto profondo, interpretazione vocale nella norma; mentre, la seguente Valley Forge regala un assolo corposo ed una dignitosa parte solista. Waterloo è il secondo pezzo ambientato al di fuori dagli States, e questa volta non è contenuto nella versione statunitense, ma solo nella limitata e in quella europea. Epico e solenne nel coro e molto ritmato nelle strofe. Fila liscio. La chiusura del primo disco è affidata, come già enunciato in precedenza, a When The Eagle Cries (Unplugged), presente solo nella versione limitata. Niente male.

Sotto con il secondo disco: Gettysburg (1863). Il ritorno della trilogia. In Horror Show (2001) erano state accantonate, ma con The Glorious Burden Jon Schaffer ha voluto fare le cose in grande: la bellezza di trentadue minuti per descrivere i tre storici giorni della battaglia di Gettysburg, con la partecipazione dell’Orchestra Filarmonica di Praga. In prima battuta: The Devil To Pay. La trilogia stessa è introdotta dall’inno degli Stati Uniti, stavolta completamente orchestrale; e quando il pezzo attacca si è introdotti in una dimensione molto rock. Tim Owens è strepitoso dall’inizio alla fine, descrivendo una prima vittoria dei Sudisti, e Jon Schaffer, appassionato di storia, ha lavorato per quattro per poter ricreare l’atmosfera della battaglia, davvero d’effetto l’interludio con canzoni storiche americane. Al secondo posto, Hold At All Costs che sunteggia un singolo avvenimento, cioè, una mossa improvvisa che permette di raggiungere un ragguardevole vantaggio all’esercito dell’Unione. Infine, High Water Mark: l’apice compositivo. Dall’inizio sussurrato, passando per la conversazione tra Lee e Longstreet e concludendo con le due strofe finali: quella dell’attacco dei Sudisti e quella delle recriminazioni del generale Lee, picco interpretativo di Tim Owens. Tirando le somme, un disco del genere non è per niente inferiore ai capisaldi della discografia Iced Earth. È l’ennesima certezza che pur cambiando i fattori stessi, il risultato non ne risente affatto. Immenso.

 
 
 
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