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fin_che_ci_...
   
 
Creato da: fin_che_ci_sono il 22/11/2013
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STAMANI

Post n°62 pubblicato il 08 Aprile 2014 da fin_che_ci_sono

Messaggi a noi mortali

le luci intermittenti sul mare.

Alludono a rimedi

per mitigare anche la tempesta.

 

In alto il sole è chiaro

e non c'è vento.

E tutto è buono e tranquillo.

Anche i passanti sono calmi

e calmo il loro passare.

 

Un po' distanti

noto le canne e i pescatori

accolti da un braccio di pietra

sotto un azzurro cielo

tanto sgombro di nubi

da sembrare un cielo d'estate

mentre l'onda si allunga

e la voce sale di tono

la voce del mare.

 

Ma indifferenti

stanno i pescatori

e calmi rimangono i passanti.


A destra scorgo paesi

al mio similari

e tanto silenziosi per distanza.

Bianchi paesi

posti luminosi

riflessi di questo antico mare

dove naviga ancora la speranza.

 

 

 

 

IL BLOG E' CHIUSO.

SALUTI

E AUGURI DI BUONA VITA.

FIN

 

 
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DIECI MESI FELICI

Post n°61 pubblicato il 04 Aprile 2014 da fin_che_ci_sono

Stamani, al risveglio, non dovendo recarmi da nessuna parte, sono rimasto a letto, e i pensieri si sono affollati. A un certo punto, quasi d'un tratto, la mia vita precedente mi è passata davanti, e sembrava lamentarsi per non essermi mai soffermato abbastanza per meglio analizzarla, cercando di comprendere quella parte di me stesso sempre in fuga a causa delle solite circostanze. Per un qualsivoglia motivo, infatti, le mie giornate sono state sempre scandite dalla fretta, magari svolgendo compiti anche di mio gradimento ma portati a termine con l'acqua alla gola per motivi di tempo disponibile, e quindi senza la soddisfazione che potrebbe derivare dall'avere concluso un lavoro interessante.  Sottolineo quanto precede solo per concludere che per me i momenti sereni sono stati veramente rari, essendo che potrei viverli solo sentendomi dimenticato e non più reclamato dal mondo  né dalla sua stridula eco assillante.

Nel corso degli anni, però, ho anche vissuto un'incredibile vacanza, grazie a una serie di eventi fortuiti. Tempo fa, per motivi di famiglia, mi resi libero da ogni incombenza lavorativa per circa dieci mesi, da settembre al giugno successivo: "Come farò quest'inverno?", mi chiedevo, poiché le questioni di famiglia mi avrebbero impegnato la giornata solo parzialmente, lasciandomi tempo da passare senza sapere come, rischiando le trappole mostruose della noia. Nel frattempo, però, come per miracolo, nessuno mi reclamava né lo avrebbe fatto per ben dieci mesi: il mondo si era zittito. Sperimentai, allora, una sensazione di benessere, di serenità, che non avevo ancora provato in tutta la mia esistenza. Mi sentivo come si sarebbe sentito uno schiavo libero da quelle catene che non lo avrebbero serrato per un periodo di tempo abbastanza lungo, ma come fosse per sempre. E per occuparmi, evitando di cadere nella noia, mi rivolsi alle solite cose ma senza fretta, stavolta,  e con un diletto che ricordo ancora: ripresi in mano i miei vecchi libri, ma tanto zeppi di argomenti da essere sempre nuovi. E così, fra libri e pc che collegai fra di loro svolgendo dei simpatici lavori, trascorsi dieci mesi lontano da voci reclamanti, vivendo secondo un modello conforme al mio ideale di vita. Dieci mesi come non mai, irripetibili, sereni, non facili da rendere a parole, ma su cui ho sempre pensato di scrivere qualcosa: Dieci mesi felici!

 

 
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DON CHISCIOTTE

Post n°60 pubblicato il 01 Aprile 2014 da fin_che_ci_sono

Notte fonda mi desta cosparsa di stelle.

Attendo

e l'Assoluto piano fluisce

in questo mio vegliare.

Sopita è l'erba

silenziosa:

vi gioca un vento lieve e l'accarezza.

E tutto è pace incantata

umano piacere

vero sentire.

 

Com'è lontano il mondo e la sua pena

e quella mia follia e i cento immoti mulini

al chiaro che torna!

E i branchi dei nemici che un giorno sbaragliai:

svaniti!

 

Anche lei è lontana

la mia bella

dimenticata ai limiti di un sogno

dentro il mio cuore:

il mio cuore calmato da un riflesso lunare

mentre in sonno mi parla Ronzinante

da una piana che ascolta.

E mi narra il silenzio

il tempo fuggito

e l'illusione del tempo rimandato

e la stoltezza di Panza che si eleva

in alto in alto si eleva illuminando la notte

confusa alle stelle.

 

 
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UN UOMO IN MARE

Post n°59 pubblicato il 29 Marzo 2014 da fin_che_ci_sono

Chi sia e come in mare sia finito non saprei. Se lo sapessi, però, eviterei di svelarlo: tagliare corto e trattare l'essenziale, secondo il parere degli esperti. E dunque, riprendo repentinamente dall'uomo appena abbozzato e dal dramma che sta per compiersi. Egli sa nuotare fin troppo bene e per di più la riva non è lontana. Mi domando cosa farebbe se si trovasse in condizioni diverse da quelle che sta vivendo, tenuto conto che in mare non c'è finito di sua volontà ma in seguito a una caduta di cui non si sa nulla, lui stesso all'oscuro di tutto, a parte l'impressione di essere caduto. È chiaro che in condizioni normali, sapendo nuotare, in trenta minuti circa guadagnerebbe la riva, magari scosso per la caduta, e da lì marcerebbe dritto verso casa. I fatti, però, non stanno in questi termini e la via di casa sembra irrimediabilmente preclusa.

Forse non sarà inutile far notare la perfetta solitudine in cui l'uomo è destinato a perdersi per non ritrovarsi mai più: l'idea di una barca e di un rematore nelle immediate vicinanze o di uno scoglio miracolosamente affiorante lì da presso, è soltanto la triste nostalgia di chi vagheggia inutilmente l'infinito.

Anche i rumori non sono da meno: per farsi un'idea di cosa intendo, si consideri la nave dei dannati che aspettano la punizione (primo fra tutti un colpevole e vecchio marinaio), drammaticamente immobile nella bonaccia spettrale che tante anime di lettori ha rapito nel corso di almeno due secoli, e tante altre ne rapirà ancora. Si pensi a una tale nave in simili silenzi per avere l'idea di quanto l'uomo in mare si rallegrerebbe se all'improvviso scoppiasse la tempesta. Ma neanche un filo di vento misericordioso, in tanta staticità, gli ricorda la vita dentro il piccolo cerchio del suo orizzonte. Infatti, ciò che lui può vedere è pochissima cosa se paragonato all'immensità del mare. Un semplice calcolo, basato sulla perfetta sfericità della terra e riferito a un essere di statura media che sta dritto, assicura una scorribanda visiva di circa 4500 metri. L'uomo in mare, considerando le sue condizioni che in merito al suddetto calcolo riducono la sua altezza a pochi centimetri di testa, di metri visivi non ne ha più di 1200. D'altra parte, un colpo di reni che lo affrancasse dal pelago fino all'ombelico, gli assicurerebbe non più di 2500 metri di visione, ma solo per qualche effimero istante. È così facendo che l'uomo vede profilarsi il dramma per la prima volta: un punto nero lo sta cercando nel ristretto cerchio del suo ultimo orizzonte. Un secondo colpo di reni potrebbe autorizzare l'ipotesi del miraggio, ma il punto nero punta dritto verso il centro delle sue visioni. Un terzo, un quarto e infine un quinto colpo rivela chiaramente ciò che tutti quanti hanno già capito da un pezzo: chi muove verso l'uomo in mare è la terribile dorsale di uno splendido esemplare di squalo assassino.

Adesso si rifletta qualche istante e si consideri la domanda: quale essere in simili condizioni non perderebbe la testa in preda al più violento dei panici? Credo nessuno. Chi scrive, però, si trova in ben altra condizione: quella dei seduti, e può supporre nell'uomo in mare non la fede, quella esasperata nella provvidenza, ma l'uso disumano della ragione. Egli sta fermo mentre il nemico si avvicina, e guarda la riva senza nostalgia perché sa di poterla raggiungere sano e salvo pur con lo squalo alle calcagna. Infatti, ricordando la descrizione  di un certo paradosso, non ha fretta né pensieri che riguardino lo squalo: solo Achille piè veloce ha nel cuore, e più avanti, ma di poco, la lenta tartaruga. Così, lento come lei, l'uomo punta verso la riva, convinto che lo squalo non potrà mai raggiungerlo, così come Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga. Sennonché si grava, all'improvviso, di un secondo inseguitore, più implacabile del primo: la già nota ragione gli ricorda con orrore che la cosa non può essere e che Achille raggiungerà la tartaruga, e lui, ahimè, sarà raggiunto e sbranato dallo squalo...

E dunque, tutto finito? Addio addio? Forse... ma prima passerà del tempo, tanto e tanto tempo. Infatti, l'uomo in mare si paragona a un personaggio sull'orlo della tragedia, ma secondo il resoconto di seguito riportato... 

S'immagini, come in Dostoevskij, la carretta che condurrà il condannato sotto il patibolo sopra cui  la mannaia del boia sta aspettando, convinta come chiunque che presto o tardi la sua vittima arriverà. In tali frangenti, quanti aspetti giocano a favore del condannato! La carretta, dato il folto pubblico, procede lenta mentre il condannato guarda verso il patibolo senza voltarsi indietro perché se vedesse le cose già superate, queste non sarebbero PIÙ da superare, e non l'idea di patibolo in generale gli ricorderebbero ma quella particolare e inquietante di patibolo PIÙ  vicino. E quindi, le cose già superate, sfilando in spettrale teoria gli direbbero mestamente addio. Egli - mi spiego -  punta il patibolo non per sfida alla morte, che trova orrenda, bensì per calcolo: infatti, le cose che gli vengono incontro sono ANCORA da superare, e non l'idea di patibolo prossimo gli ricordano ma quella più umana di patibolo ANCORA da arrivarci.  E chi pensa che tale argomentare non valga nulla, ammesso che abbia ragione, non è ancora morto perché ha da salire la scaletta che porta dritta sul patibolo, coi suoi tanti gradini: il che avverrà ma con la solita lentezza, anzi!, di più, giacché la maggiore vicinanza dell'atto estremo rende più solenni, e quindi più lenti, gli atti che da presso lo precedono. E cosa dire del prete e del suo discorso di commiato? Egli separerà di un tempo apprezzabile e misurabile non solo due parole in successione ma, datane una, pure le sillabe di questa. E mentre parlerà non poserà più volte la mano destra sul capo del condannato, cosa che potrebbe pur fare mentre parla, ma non farà: egli separerà anche i due atti: "parlare" e "posare la mano sul capo", e con mestiere prolungherà abilmente la vita. E l'atto del poggiare il capo sul ceppo che aspetta non sarà da meno. Infine, la mannaia del boia, una volta sollevata, non calerà mai più...

E l'uomo in mare? "Ciò che ha scritto Dostoevskij", pensa, "vale sempre, anche in questo caso", a parte la sveltezza dello squalo. E pur sapendo che anche il moto di una disgrazia imminente è pur sempre relativo a qualche altro, non disdegna, secondo ragione, di sperare che si tratti soltanto di un brutto sogno.

 

 
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CONTINUITA'

Post n°58 pubblicato il 26 Marzo 2014 da fin_che_ci_sono

O tu Primavera fiorita

ogni uomo è fatto di giorni

antico dolore.

Ogni fiore appassisce

o lo strappa il vento di marzo

anima acerba.

 

Ma tu sei nel sole

il bel tempo che torna

e trascorri adornata di viole

incurante del tempo.

 

Passi leggera su orme invisibili

come fosse la tua levità

una lieta promessa:

aprile la sogna

maggio l'annuncia

e incedendo un giugno tardivo

rinnova l'estate.

 

 
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TEMPO DI PRIMAVERA

Post n°57 pubblicato il 23 Marzo 2014 da fin_che_ci_sono

Vieni con me

ti porto a giocare

sul prato dell'alba. Nell'aria lieve

dolce sarà il canto del pettirosso

e la carezza del cielo azzurrino.

 

Dissolte nel sole

svaniranno le nostre paure

e avremo parole

preludio di baci.

Riderà Primavera fiorita

e tentando più timidi cuori

scherzerà con Amore

che rovescia il suo cesto di viole.

 

Sopiti sull'erba

ci desteremo al morente sole

forti del nostro bene

per la mesta preghiera. Ma lieta

sarà la notte e le sue canzoni:

raccoglieremo gli ultimi fiori

e spiando l'azzurro svanito

sapremo se questa è rugiada

o se piangono pure le stelle.

 

 
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UN VECCHIO POST

Post n°56 pubblicato il 19 Marzo 2014 da fin_che_ci_sono

Qualunque sostegno che possa contribuire ad aiutarci in questa bella e difficoltosa avventura chiamata Vita, può essere valido in tal senso.

A volte a venirci incontro sono le persone che ci stanno accanto, e le scopriamo importanti e meravigliose quando è evidente che da soli non toccheremmo mai quella meta che è assolutamente da toccare.

E nei momenti in cui un'inquietudine ci può sorprendere per mancanza di attività, ricorriamo alle nostre solite cose che ci distraggono e che possono essere le più varie: passare  un'ora al pc, un giro in macchina costeggiando il mare, fermarsi ed osservandolo da dentro l'abitacolo e scrivere magari: uno svago che prolungato nel tempo diventa un'attività a cui quasi non si può rinunciare, pur non essendo scrittori di professione e non aspirando a nulla.

Persone e attività che ci sostengono nei momenti in cui non bastiamo a noi stessi, essendo naturale non essere sempre in gamba.

E quando tutto manca, quando tutto ci sembra troppo complicato e imbrogliato perché si possa dipanare,  tiriamo fuori l'eterna Speranza, la nostra compagna che sempre cammina al nostro fianco e non disdegna la nostra cattiva sorte, quando capita che non sia buona. E la Speranza risponde sempre alla nostra chiamata, a ricordarci che i nostri Miti sono ancora intatti e che ad Essi possiamo ancora ricorrere guardando in qualche direzione. E di frequente guardiamo al Cielo, ammirandolo per quanto sia azzurro anche se coperto di nubi che sembra non debbano dissiparsi mai, come se mancasse la forza della Vita. E invece non manca e ce n'è tanta. E ci siamo anche noi, le persone che abbiamo accanto, le nostre attività che ci svagano e ci distraggono, e i nostri Miti che ci guardano e che avvertiamo e non vediamo mai, o quasi mai...

Tutto questo, e altro ancora, è la Sfera di cui teniamo il centro. E quando ci muoviamo e andiamo in giro per il Mondo, la nostra Sfera si muove con noi e ci sostiene lungo il cammino senza un perché apparente, o forse perché ci ama.

 

 
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ATTIVITA' SOSPESE

Post n°55 pubblicato il 10 Marzo 2014 da fin_che_ci_sono

Devo fermarmi a tempo indeterminato.

A ritrovarci, eventualmente, quando sarà possibile.

A Voi un saluto e buona continuazione.

Fin

 

 
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DALLA PANCHINA

Post n°54 pubblicato il 07 Marzo 2014 da fin_che_ci_sono

È ancora inverno, e sulla spiaggia le barche sono tutte posate a rovescio. Ma i fiorellini multicolori, preannuncianti la bella primavera, svettano rigogliosi a tinte variegate: giallini, violetti e bianchini, frammisti all'erbetta cresciuta al naturale, non incoraggiata da nessuna mano.

Da quanto tempo ci siamo persi di vista, a parte una passeggiata pomeridiana? Per un anno ho disertato la panchina da cui ho sempre ammirato le tue onde. Sto parlando con te, immenso mare! Oggi mi sono accomodato su quella panchina come se fosse la prima volta. E ti ho ritrovato in tutto e per tutto come in fondo sempre sei stato: fermo nel carattere impulsivo, mostrando le tue solite immagini ma senza monotonia, bensì con la ferma volontà di esserci ancora. Oggi ti ho in pregio come ti ebbi un tempo e come ti avrò in futuro.

È inverno, eppure c'è il sole: quello che rifletti nei miei occhi. Ma dove sono le navi? Tagliavano giusto l'orizzonte mentre arrivavo. Ho abbassato lo sguardo sul foglio per scrivere di te, e nel frattempo... sparite!: hanno varcato l'orizzonte per un nuovo altrove, sempre navigandoti, oltre la linea che ti unisce al cielo e dove ancora fermo i miei  sparsi pensieri per alcuni istanti, prima di tornarmene a casa non senza salutarti. E allora... un grandissimo ciao, amico di sempre, mio carissimo amico, amico di tutte le stagioni della mia vita, Amico Mare!

 

 
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PASSEGGIATA POMERIDIANA

Post n°53 pubblicato il 05 Marzo 2014 da fin_che_ci_sono

Stamani mi sono svegliato pensando il mare: sarà perché ieri, nel pomeriggio, ho fatto una breve passeggiata in Via Marina, da solo, col tempo che non prometteva bene, mantenendosi cupo, ma di un grigio che solo apparentemente minacciava burrasca. È questa l'atmosfera che mi piace quando non ho nulla da fare e posso viaggiare a mio piacimento con i miei pensieri.

Lungo il tragitto non ho incontrato quasi nessuno, e i radi passanti davano l'impressione di pensarla giusto come me in quel prezioso momento: forse anche loro erano usciti di casa per ammirare il grande spettacolo del mare in tempesta, un evento che non si lascia facilmente descrivere con parole. E forse anche un semplice "ciao" avrebbe disturbato quella visione.

Di questi tempi, il fatto che "Una buona compagnia è da preferire alla solitudine, ecc.", non sempre mi torna veritiero: a volte mi capita, come nel pomeriggio di ieri sul lungomare, di preferire meglio stare da solo. Ragion per cui, non è detto che i personaggi famosi l'azzecchino sempre con le loro sentenze. Non sempre con tutti, almeno, e i casi particolari, anche se sono una minoranza, vanno tutelati e salvati.

E già che ci sono: neanche mi sta bene che "Sol chi non lascia eredità d'affetti/poca gioia ha dell'urna..." Beh, ne siamo veramente certi? ¿Soltanto chi ha creato "eredità d'affetti"  non fa un dramma della futura e certa dipartita  perché sa che la sua urna non sarà disadorna e solitaria? Infatti, ci penserà la sua discendenza ad abbellirla con fiori e a visitarla periodicamente, continuando a dimostrare quell'amore che per lui, ora trapassato, ha avuto nel corso della vita.

Tutto questo è edificante, conservatore e meraviglioso, ma è incompleto perché non tiene  conto di chi non lascia "eredità d'affetti" e che può trovarsi in condizioni tali di sofferenza fisica o anche psicologica da non poterne assolutamente più, guardando benevolmente all'urna come a un riparo dai tanti suoi mali che la morte dissolverà per sempre. E poi, a un tizio troppo oberato cosa volete che importi se la sua urna sarà o non sarà adornata con fiori, se sarà o non sarà visitata da un'anima generosa? Sull'argomento ognuno la pensi come vuole. Il mare non è interrogabile al riguardo, e neanche su altre questioni.  Ieri continuava la sua azione tanto devastante quanto spettacolare mentre passeggiavo, continuando imperterrito pure quando gli ho voltato le spalle per tornarmene a casa, girando su me stesso di mezzo giro, almeno una volta, per salutarlo con l'ultimo sguardo.

 

 
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IPOTIZZANDO

Post n°52 pubblicato il 04 Marzo 2014 da fin_che_ci_sono

Se fossi un fiore abiterei in un campo

vicino a una strada.

Ma non sarei una rosa

e non sarei un giglio

né stella né giacinto né una viola.

Sarei un fiore semplice

senza portare nome.

 

E non m'allieterei

perché i fiori non sanno della gioia.

Né sentirei una voce

lamenti che non fossero di vento

e pianti che non fossero rugiada.

 

Tranquillo poserei nella mia pace

ma nulla comprendendo della pace

o della guerra che trancia le radici.

 

Vivrei nell'ignoranza

ch'è certezza

e qui starebbe tutta la mia linfa

la mia filosofia.

 

E m'innamorerei senza passione

del cielo e della terra

e di un lontano mare.

Anche di un'ape m'innamorerei

anche di un fiore:

di quello a me accanto

perché mi piace

che mi stia accanto.

E lui di me

di me s'incanterebbe

o non sarei quel fiore a lui vicino.

 

Sarei un fiore semplice e indifeso

che non capisce il gioco dei passanti

né quella mano che mi strapperebbe

fossi davvero un fiore

tingendomi di rosso sul morire.

 

 
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OGGI

Post n°51 pubblicato il 02 Marzo 2014 da fin_che_ci_sono

Dentro la casa dove abito c'è un piano che ha per tetto il cielo. Oggi, quando mi sono alzato, ho visto che il piano era bagnato di pioggia e che il tempo non predisponeva all'allegria ma alla tristezza. Quella vista, però, non ha intaccato l'umore del mio animo, che era buono e continua ad esserlo ora, mentre ne sto scrivendo. E ciò mi accade quando avverto di essere svincolato da ogni orpello.

Oggi ho avvertito di esserlo, e mi sono ricordato delle parole che il filosofo Seneca rivolgeva, per lettera, al suo ipotetico allievo Lucilio: "Pensa, Lucilio, quando arriverà il momento che avremo assolto ogni nostro compito e non ne avremo altri, nessun legame che non ci garbi, e saremo padroni di noi stessi, finalmente liberi!..." Ho riportato il senso di ciò che la lettera intende, ma la frase tra virgolette non è conforme all'originale che non ricordo, avendo effettuato la lettura parecchi anni fa.

Del resto, gli effetti profondi di un sentire non sono facilmente trasmissibili, non si possono raccontare, a parte qualche aspetto esteriore: stamani, alla vista del piano bagnato di pioggia e del tempo grigio senza speranza, non ho avvertito un'ombra di tristezza ma un moto spontaneo di  sollievo, salutando quell'evento invernale con un sorriso discreto che non ha visto nessuno.

 

 
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CORRERE

Post n°50 pubblicato il 28 Febbraio 2014 da fin_che_ci_sono

Il mio programma di oggi, intorno alle ore 16.00, prevede una corsa leggera. Una mezzoretta appena, che è quanto rimane di una lunga attività scoperta da ragazzo in  luoghi lontani e praticata costantemente fino ad oggi, correndo in qualsiasi condizione: sole, pioggia, vento, freddo, caldo... mancandoci solo la grandine.

L'attività si è sviluppata per molto tempo, con chilometri percorsi quasi giornalmente sempre allo stesso ritmo, non elevato però costante: così come dev'essere, si dice, e come non è semplice mantenere perché correre sembra facile, ma non lo è. Dopo anni di pratica si comprende come correre sia una scienza, e quanto sia necessario saper gestire le proprie risorse in modo tale che riportino a casa senza soste intermedie. Ne consegue che bisogna dosare il passo giusto, adeguato alla propria resistenza: è questo l'aspetto più difficile da tenere sotto controllo!

Oggi mantengo la sana abitudine di sempre, limitandola a qualche chilometro percorso trotterellando, ma bastevole per farmi sentire ancora attivo. Certo, non ho più lo spirito di una volta. Oltretutto, pur continuando a correre, sento in coscienza di avere appeso oramai le scarpette al chiodo, e posta la tuta in un cassetto che riaprirò soltanto di rado. Ma continuo comunque la mia corsa per mantenermi vispo di fronte ai problemi che la giornata comporta.

Un tempo, fisico e mente andavano di buona lena e di pari passo. Oggi sono sportivo nel fisico  solo a sufficienza e ancor meno nella mente. Sta di fatto, però, che ho scritto qualcosa sulla corsa,  un'attività che per essersi confermata nel tempo ha rappresentato, e  rappresenta ancora, una nota importante di vita.

 

 
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LA VOCE

Post n°49 pubblicato il 25 Febbraio 2014 da fin_che_ci_sono

C'è soltanto la vita che tu inventi

e la morte che ti assale.

Tu la guardi negli occhi questa morte

così strana così assente

inopportuna

esatta come un disco immaginario

che suona e canta con tono di madre

il cuore gonfio di eterna nostalgia.

 

Tu la guardi in quegli occhi misteriosi

lenti e tranquilli come uno specchio di mare

in una notte stellata di mezza estate.

 

Tu la insegui

morbosamente attratto dall'abisso

che si spalanca

davanti al tuo cuore curioso.

Cosa cerchi in quell'abisso?

e perché gesticoli?

perché ti sforzi

davanti a quel mostro senza tempo?

speri forse di parlare con un dio?

Ingenuo che sei!

non lo sai che l'Ombra

è avara di parole?

La senti appena bisbigliare

quando passa quel vento delittuoso

che sperde ancora le tue melodie

di eterno bambino:

le non cantate

mai ascoltate

immaginate forse

forse sognate.

 

Cosa cerchi in quel posto così freddo

così incolore così sfigurato

sonnolento come il buio dell'esistenza

enormemente vuoto di sé?

Abbandona quel mare paludoso

e inventa un mondo

non più fatto di parole.

Inventa finalmente la vita!

 

 
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SUL GIOCO DEL CALCIO

Post n°48 pubblicato il 22 Febbraio 2014 da fin_che_ci_sono

Il distacco inevitabile da qualsiasi cosa amata dovrebbe avvenire senza dolore alcuno: poco alla volta per non sentirne l'effetto. Pochissimo, talmente poco da arrivare al quanto: il minimo al di sotto del quale non si può più scendere. Dovrebbe accadere com'è accaduto a me con il gioco del calcio. Da ragazzo, e anche dopo per un certo tempo, lo amavo. Da ragazzino, poi, sognavo ad occhi aperti in modo normalissimo, senza incubi. Volevo diventare un grande calciatore. E dato che ero e sono mancino naturale (mano e piede), sarei diventato bravo come Gigi Riva, mancino purosangue anche lui e mio idolo da sempre, anche adesso che di calcio non m'interesso più in tutti i sensi. Ma poi le cose andarono diversamente. Non diventai  né un grande né un piccolo calciatore. Diventai qualcos'altro. Ma questa è un'altra storia...

Ebbene, riguardo al calcio un giorno mi resi conto che non seguivo più il campionato di serie A e che ciò mi sembrava strano: "Com'è possibile?", mi domandavo: "E me ne sono accorto solo ora, dopo anni, che il calcio non m'interessa più!" Mi sembrava strano ma senza provare l'impressione di avere perso qualcosa d'importante. Un giorno dopo l'altro, o un quanto dopo l'altro, impercettibilmente, mi sono allontanato da quello che mi fu carissimo un tempo. Ecco ciò che intendo per distacco indolore: accorgersi d'un tratto che l'oggetto del trastullo non c'è più perché l'abbiamo abbandonato senza nemmeno ricordarci quando,  incominciando a non trovarlo più interessante senza averne coscienza.

E così per tante altre cose: possono cadere in disuso senza intendere il graduale mancamento, accorgendosi della perdita totale in un giorno qualsiasi e senza rimpianti, come per il gioco del calcio riguardante il mio caso.

Accadesse così anche per la vita, non ci sarebbero problemi di sorta nell'abbandonarla: si andrebbe via senza lasciare nulla di cui valesse la pena lamentarsi, abbandonando quel nulla addirittura senza un pur minimo distacco per sua stessa definizione: la sua sicura esistenza da una certa epoca in avanti, dipendente dalle circostanze e dal soggetto interessato. A ciò conseguirerebbe un vivere, da quell'epoca in poi, senza interessi ma non soffrendone, accorgendosi del fatto ancora in vita - ovviamente! - in un giorno qualunque, come per il calcio, che continua a ritornare in gioco forse perché oggi, sabato 22 febbraio 2014, dopo circa trent'anni, ho preso a calci un pallone per puro caso, constatando una grave perdita in fluidità nel palleggiare, e trovando strana la cosa al punto tale da rappresentare, come credo, la causa che mi ha indotto a scrivere questa pagina, esente da ogni piano per terminare qui.    

 

 
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FINE DI UN GIORNO

Post n°47 pubblicato il 21 Febbraio 2014 da fin_che_ci_sono

Stasera le risorse mentali non sono esaltanti, e forse sarebbe il caso di deporre la penna e la carta e farsi venire il sonno che almeno porta dimenticanza, senza allocare da nessuna parte. Ma vado avanti. E andiamo avanti. Ma dove andiamo?

Da dove arrivi, stanco viandante, senza annunciarti? Non provieni dai monti o dal mare, e neanche sei  figlio del cielo. Ma senza radici vai. O altrimenti, fisso come un albero, non ce la faresti a camminare. Il mondo ti chiama e tu non vorresti essere chiamato. E dunque, nessuna gloria ti può conquistare?

Adesso riposi, mentre zittisce il giorno contro la cui forza hai dovuto lottare. Vorresti parlarne, ma non trovi le giuste parole. E se anche tu le trovassi e ci fosse qualcuno a sentirle, nulla capirebbe di preciso, anche se il tuo dire fosse del tutto chiaro. Ma se capisse si spaventerebbe e lo faresti solo scappare. E dunque non dire, non raccontare. Deponi la penna, la carta e i pensieri: hai scritto poco, ma resta l'impressione.

E vacci dentro, ancora più dentro, sotto le coperte. Non senti?: già qualcuno ti culla che non vedi, e sfumano i contorni. E il mago continua a cullarti, ora che sei e non sei: perché decresci sotto le coperte e diventi leggero. E si direbbe che tu viva felice soltanto se non senti di essere felice, soltanto se dormi. E allora dormi!

 

 
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CARNEVALE

Post n°46 pubblicato il 19 Febbraio 2014 da fin_che_ci_sono

Per non essere da meno rispetto a tanti, anch'io cercherò di scrivere qualcosa sul Carnevale, il mio personale parere. Pensare il Carnevale mi disorienta, non avendo ancora compreso in quale giorno cade l'evento: un giorno che non è stabile come quello di Natale. C'è da notare che neanche la Pasqua cade sempre uno stesso giorno dell'anno: anche questo mi disorienta, ma non come il giorno di Carnevale.  Ciò che forse ho capito è che tale giorno si stabilisce tenendo conto di altri giorni, ognuno dei quali ricorda una tradizione, ma non saprei assolutamente spiegare i fatti. D'altra parte, informarmi sull'argomento in modo sistematico è stato sempre più forte di me, e la mia ignoranza in merito è destinata sicuramente ad accompagnarmi per tutta la vita. Ma è un male? Mi sia concessa l'osservazione che segue: non bisogna credere che non intuisca il sorriso di chi legge queste righe  forse inconsuete, scritte intorno alla mezzanotte. Oltretutto, penso che intuire faccia bene, però a volte non è un bene. Mentre intuire fin troppo spesso,  può risultare svantaggioso. Ma intuire sempre, tutto azzeccando,  è  terribile senza alcun dubbio!

E comunque, il Carnevale è un evento che va oltre la mia ignoranza indolente (lo comprendo) e da se stesso si conduce laddove menano i suoi carri variopinti... Sto scrivendo a ruota libera, in modo arbitrario, in base a quello che passa il convento. Mi accade quando sono arrabbiato, come stasera...

In ogni caso, credo che non seguirò i carri quest'anno, come non li ho seguiti l'anno scorso e come non li ho seguiti mai. D'altra parte, non seguo più nulla. E non mi fermerò nemmeno sul ciglio della strada per vederli passare: che spettacolo noioso! E che tristezza vedere coriandoli volteggiare, stelle filanti lanciate che s'avvolgono dappertutto, borotalchi spruzzati, residui capodanneschi in forma di petardi scoppiettanti, suoni che provengono da tutte le parti, bande di maschere fra cui si distingue sempre un qualche gorilla... Tutto un complesso cigolante che già mi sembra veder passare come un simbolo davanti, e lentamente allontanarsi mentre guardo la sua fiancata che si mostra per un certo tempo e che man mano si restringe in lunghezza, fino ad annullarsi e vedendo soltanto la coda: il retro che ancora scorgo e prolunga il brano presente, a cui metto fine quando il corteo si perde in lontananza, assumendo le dimensioni di un punto.    

 

 
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COSE COSI'

Post n°45 pubblicato il 17 Febbraio 2014 da fin_che_ci_sono

Un tempo scrivevo prose molto brevi, e le chiamavo Pensieri orizzontali poiché le pensavo stando disteso comodo sul letto. In quella posizione ho scritto quasi tutto. E quando dico tutto intendo,  fra l'altro, tutte le poesie, iniziando una sera dalla prima: una rima baciata, piena di amore vero e dedicata, ma oggi distici riposti in un cassetto dove rimarranno chiusi per sempre. Ne accenno solo per caso, vale a dire senza ritorni o possibili rimpianti o altri ipotizzabili spasmi del cuore. Forse quella prima m'ingombra la memoria perché stasera è tempo di ricordi, e quando ricordo sento il bisogno di scrivere qualcosa o citare qualcosa, la prima che affiora alla mente e... perché no?: la prima poesia che mi vuole per fedele compagno. E stasera le tendo la mano per un contatto a pelle che non costa nulla.

Eh, la prima poesia!... E la ricordo senza sapere come, senza aspirazioni. Ma poi non è vero perché aspiro vagamente a scrivere un libro: Il mio cuore messo a nudo. Avendo il coraggio di comporlo e poi di pubblicarlo, si diventerebbe subito famosi, pensava Baudelaire. Ma noi, come giudicare? Pensava bene il francese?  Io credo che pensasse bene, ma solo in teoria poiché il problema è di sapere cosa imperversa in realtà nel cuore che s'intende di tutto spogliare, compresi i due  sporchi calzini. Con l'avvertenza, quindi, che dopo averlo fatto si può sempre nutrire il dubbio di aver lasciato qualcosa d'intentato, di non avere visto nel profondo del cuore, e d'ignorare ancora i suoi segreti, i suoi importanti segreti, i suoi dolci segreti, e quel suo ricordare silenzioso venato di qualche nostalgia.  

 

 
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I CORVI SAN CONTARE FINO A 4... E I BAMBINI APPENA NATI?

Post n°44 pubblicato il 13 Febbraio 2014 da fin_che_ci_sono

Un corvo s'appollaia sopra un ramo di un albero e attende. Ha l'abitudine di volare dentro una torre vicina quando sa che lì non c'è nessuno. Dentro la torre entra un uomo col fucile. Il corvo lo nota e spicca il volo verso la sua dimora soltanto dopo che l'uomo è uscito: il corvo sa contare fino a 1.

Due uomini entrano, uno alla volta, nella torre. Il corvo se ne sta buono sul suo ramo. I due lasciano la torre, sempre uno alla volta. Il corvo vola dentro la torre soltanto dopo che vede uscire il primo uomo e poi il secondo: il corvo sa contare fino a 2.

E così di seguito: nella torre entrano tre uomini e poi quattro, e il corvo dimostra di saper contare fino  3 e anche fino a 4.

Ma... cinque uomini entrano, uno alla volta, dentro la torre. Il  corvo non si muove fin quando non escono (sempre uno alla volta) il primo, il secondo, il terzo e il quarto uomo. Vola verso la torre non tenendo conto del quinto uomo che è ancora dentro. Il corvo tiene il conto fino a 4. Il corvo sa contare fino a 4, per l'appunto.

Anche i bambini appena nati sanno contare: fino a 2! E sembra, stando agli esperti, che si comportino piuttosto stranamente riguardo a quanto è accaduto nel campo delle scoperte matematiche.

Il problema della misura, dello stabilire le dimensioni di un oggetto, è stato almeno parzialmente risolto fin da prima del periodo classico greco: formule per determinare  lunghezze di curve, aree di superfici e volumi di solidi, ci sono sempre state. L'Umanità, in altre parole, ha familiarizzato abbastanza presto col problema della misura, certamente per motivi molto pratici. L'aspetto topologico, relativo alle forme degli oggetti, invece, è stato studiato in modo sistematico solo in tempi relativamente recenti. La topologia, infatti, è una delle branche più importanti della matematica moderna e non si cura affatto delle dimensioni: si concentra solo sulla forma degli oggetti, ciò che più di tutto attrae i bambini appena nati, i quali s'interessano eventualmente delle dimensioni soltanto dopo avere esaminato bene le forme. Gli stessi esperti si chiedono come mai sia possibile un tale comportamento da parte dei bambini, dato che l'Umanità ha prima studiato le dimensioni degli oggetti e solo molto più tardi ha preso seriamente in considerazione il problema delle forme. Perché i bambini non fanno lo stesso? Perché, si chiedono gli esperti, i bambini si comportano al contrario, andando contro corrente?

Sui bambini appena nati si racconta anche una favoletta. La matematica è piena zeppa di congetture: enunciati per cui non esiste la dimostrazione. E dunque, le congetture potrebbero essere o vere o false, una delle due (ma potrebbero essere indecidibili, poiché una delle grandi scoperte del '900 è che la matematica non è onnipotente e non può dimostrare tutto quello che vorrebbe, essendo minata dalla parziale e inevitabile impotenza delle sue basi). Una congettura diventata celebre  anche fra i non addetti ai lavori, grazie a un romanzo, è quella secondo cui le coppie di numeri primi gemelli (3-5, 5-7, 11-13, 17-19, ...) sarebbero infinite. Sarebbero, perché da alcuni secoli a questa parte nessuno è riuscito a dimostrarlo.

La congettura più importante, però, è l'ipotesi di Riemann (congettura e ipotesi sono per noi termini equivalenti). Tralascio di riportare l'enunciato, essendo un po' complesso. L'importanza dell'ipotesi di Riemann, se è vera, è cruciale: getterebbe una luce sfolgorante sui numeri primi, i mattoni dell'intero edificio matematico. È  il Santo Graal non solo della matematica ma anche di altre discipline, come la fisica. Si sostiene, fra l'altro, che giusto un fisico potrebbe dimostrarla...

Ritornando ai bambini appena nati, si pensa simpaticamente che sarebbero i soli, Creatore a parte,  a conoscere la dimostrazione dell'ipotesi di Riemann. Purtroppo la dimenticano quasi subito, non appena si affacciano in questo mondo pieno di problemi da risolvere fin dal primo giorno di vita. In conclusione, per quanto l'Umanità possa rimboccarsi le maniche, il mistero del Santo Graal sembra destinato a rimanere per molto tempo ancora insoluto.

 

 
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SCRITTO IL 09-02-2014

Post n°43 pubblicato il 12 Febbraio 2014 da fin_che_ci_sono

Strano giorno la domenica! Non sarà mai il mio preferito. Regalerei, fosse possibile, tutte le mie domeniche a qualcuno, con la conseguenza di vivere meno del previsto. Faccio subito il conto, supponendo di esistere per ottant'anni: in tale periodo ci sono buoni undici anni in cui è sempre domenica, un tempo di vita che eviterei senza pensarci più di tanto. Mi rendo conto di essere crudo, ma la domenica lo è di meno? Il problema lo pongo in termini di salvezza: mi salvo o non mi salvo da essa? M'ama o non m'ama la domenica? E concludo, puntualmente, che affatto non m'ama! Ho sfogliato più volte la margherita dei giorni, e mai una volta che abbia ottenuto il risultato contrario: che la domenica m'ama.

Vivrei pur sempre sessantanove anni se tutte le domeniche fossero detratte dal mio tempo vitale fin dall'inizio, dal giorno in cui nacqui una mattina sul presto: un evento che mi è stato riferito da fonte sicura. Quel giovedì si gelava, stando alla fonte, e il giorno era ancora nell'ombra. Quando nacqui ovviamente piangevo, come piangono tutti i bambini in quel momento fatale. Ciò che la fonte non m'ha riferito, perché non sapeva, è che venuto alla luce dimenticai quasi subito un sacco di cose: in particolare, una nota molto rilevante su cui adesso non mi soffermo e che secondo una certa leggenda tutti i bambini conoscono all'atto del nascere, ma la scordano presto a causa dei problemi che attendono di essere  risolti a partire dal primo giorno di vita. 

 

 
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