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La Vita Agra di Luciano Bianciardi

Post n°179 pubblicato il 14 Settembre 2011 da nem_o

Mi è capitato tra le mani questo scritto di qualche anno fa ...

 

“Io non capisco tanta gente che sgobba per farsi la casa bella nella città dove lavora, e quando se l’è fatta sgobba ancora per comprarsi l’automobile e andar via dalla casa bella”

 

I viaggi sono sempre occasione di incontri. Anche letterari.

Ho conosciuto Terzani in Birmania quando l’allora mia compagna di viaggio prima di tornare anzitempo in Italia mi aveva lascito il suo libro di viaggio.

E da allora Terzani si è fatto mio amico per i viaggi a venire.

Ora, quasi a concludere un cerchio, per il mio ritorno nel sud est asiatico porterò con me ancora una volta quel libro, una nuova edizione e un nuovo peregrinare per il Laos meridionale.

Ma questa è un’altra storia.

Sono qui per parlare di un altro compagno di viaggio, incontrato anch’egli quasi per caso.

In Tunisia questa volta.

Con un suo simpatico resoconto di un viaggio in Barberia negli anni sessanta.

Da allora mi ero ripromesso di leggere altro di Bianciardi.

Ora, a distanza di qualche anno e di una vita, ho finito “La vita agra”, forse la sua creatura più famosa.

Il libro è uscito nel ’62 ma è di un’attualità disarmante.

Bianciardi era un giornalista ma prima ancora uno scrittore e prima ancora un profeta.

Non so perché o forse lo so, la sua origine ma soprattutto la sua fine, mi fanno pensare a Piero Ciampi. Tutti e due appartengono a un’epoca che non è la mia, a quel periodo che rimane confusamente sperso nei primi sessanta.

Luciano ci parlava di un mondo che era il suo ma che è soprattutto il nostro.

Aveva la straordinaria capacità di cogliere aspetti nascenti di una società che si stava evolvendo (o involvendo) verso quella attuale.

I rapporti di lavoro, l’egoismo sul posto di lavoro, le spese assurde di una vita normale, il desiderio di avere una vita personale quando la società cattolica italiana te ne imponeva un’altra, l’alienazione del lavoro e la ricerca del profitto a scapito dell’uomo, l’annullamento della capacità d’acquisto nei primi supermercati, l’odio nei confronti dei non allineati.

Il progresso che avanzando sovrastava l”arte: “La gente protesta semmai se nella casa di fronte tengono il grammofono troppo alto e arrivano a cascata le note di Vivaldi. Per i rumori lavorativi c’è rispetto sommo invece, e in quel dissennato scavare tutti vedono il segno del progresso”

 Il consumismo male della società con descrizione ironiche di quello che allora era battute e ora è realtà.: “Faremo insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda ……

….un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare.

…..io mi oppongo”

1962 o 2008?

Ed questa lucidità di analisi che attualizza il suo scritto, che ci porta a pensare a quello che ci potrà ancora succedere con un amaro sorriso sulle labbra.

Si perché in questo libro si sorride, e anche molto, ma mai si ride.

 

 
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Wilco - The Whole Love

Post n°178 pubblicato il 02 Settembre 2011 da nem_o

Ieri ho fatto un sogno.

Ho sognato un disco che uscirà solo a fine mese.

Ho sognato ripetutamente un brano dal titolo “Art of Almost”, mi ha tenuto sveglio per parte della notte con la sua potenza. Il brano che avrebbero scritto i Radiohead se avessero pisciato sul Josuah Tree anziché rigenerarsi con un Kid A dopo il quale nulla sarebbe più stato lo stesso. E poco mi importa se il Mucchio parla di Hawkind. Un gran pezzo con un gran finale schitarrato.

Il migliore del lotto?

Un sogno che non mi parla di solo rock, ma anche di reminiscenze alt-country e a volte velvettiane, come la prima parte di “Sunloathe”, che parte lenta e poi diventa Wilco.

E che dire di “Born Alone” il cui riff di basso prima e di chitarra poi ti entra ossessivamente in testa e se ne uscirà solo quando lo ballerai al prossimo concerto, e forse neanche allora.

Il singolo col suo organetto sixties si è già sentito nella realtà (fuori dal sogno).

Tra i pezzi vecchi Wilco direi che “Open Mind” fa sognare e forse rimpiangere le vecchie ballate (Summerteeth è dietro l’angolo)

“Capitol City” è un piacevole teatrino, “Standing O” un piacevole rock’n’roll per le feste di fine estate.

“Rising Red Lung” un altro passo indietro (o avanti) nella doppia anima di Jeff Tweedy, una voce sussurrata a cantare quello che erano i Wilco.

Il finale, “One Sunday Morning” è il giusto contraltare del feroce impatto sonoro del primo brano, dodici minuti di soffice chitarra … riportando tutto a casa?

 

In conclusione devo dire di un sogno bello, ma non bellissimo.

Chissà che risvegliandomi non riesca a vederlo sotto altra luce.

La luce del giorno, perlomeno.

O magari a sognare Summerteeth e un mondo dove Yankee Hotel Foxtrot deve ancora uscire … e sì ... mio caro Jeff, non sei l’unico ad avere due anime ….

 
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2010 in musica: The Promise

Post n°177 pubblicato il 04 Gennaio 2011 da nem_o

The promise 2010

Non posso fare una lista dei 10 migliori dischi dell’anno passato perché non ne ho ascoltati molti e non ho un grosso bacino tra cui scegliere, però qualcosa che mi è piaciuto c’è!

 

I primi tre

Belle and Sebastian “Belle and Sebastian write about love”

The Black Angels   “Phosphene Dream”

Neil Young  “Le noise”

 

Gli altri sette

Giant Sand “Blurry Blue Mountain”

The Avett Brothers “Live Vol. 3”

Tame Impala “Innerspeaker”

The tallest man on earth “The wild Hunt”

Rocky erikson and Okkervil River “True love cast out all evil”

The National  “High Violet”

Marc Almond “Variete”

 

 

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Bob Dylan “The Witmark demos”

Bruce Springsteen “The Promise”: che potrebbe essere disco dell’anno, ristampa dell’anno, dvd dell’anno, rockumentario dell’anno, cofanetto dell’anno …. Che però non lo è perché non c’è più la spasmodica ricerca dell’inedito dei miei vent’anni!

 

Canzone: Love and War (Neil Young)

Concerto:“Swell Season” Ferarra

Concerto perso “Arcade Fire” Bologna, Wilco Ferrara

 

Cover:

Champaign Illinois (Desolation Row) – Old ‘97

Luigi Mariano - “Matamoros banks”

 
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Blood on the tracks - Bob Dylan

Post n°176 pubblicato il 20 Dicembre 2010 da nem_o

Blood on the Tracks – Bob Dylan

 

“Amo la musica di mio padre, naturalmente …. Ma album come Blood on the Tracks non riesco ad ascoltarli. …. Quello è mio padre e mia madre che vanno in pezzi … Quale figlio vorrebbe ascoltare un disco del genere?” (Jakob Dylan)

 

“Ho letto che questa canzone dovrebbe parlare di me e di mia moglie. Vorrei che la gente mi chiedesse le cose prima di andare a stampare sui giornali  quello che viene loro in mente. Questi giudici del mio lavoro a volte sono dei veri stronzi, stupidi e fuorvianti ” (Bob Dylan)

 

Per il ritorno alla Columbia (dopo una brevissima parentesi alla Asylum) Dylan scegli di mettersi a nudo. E non solo, si mette a nudo con un capolavoro.

Non credete a quello che Dylan dice, lui è sempre il contrario di tutto e di tutti. Anzi è sempre un po’ più avanti di tutti gli altri.

E anche stavolta vuol farci credere il contrario.

Testi come quelli di “You’re a big girl now” o di  “If you se her, Say Hallo” non possono che parlare di una tragica separazione.

E forse solo chi l’ha provata realmente sulla propria pelle può capire il significato di versi come: “I'm going out of my mind, oh, oh,
With a pain that stops and starts
Like a corkscrew to my heart
Ever since we've been apart”.

Si dice che lo zio Bob faccia un disco epocale ogni decennio, e forse questa vola forse va oltre, confermandosi come il disco più importante dopo l’incidente motociclistico.

Questo lavoro ha una doppia genesi.

Viene registrato una prima volta a New York nel settembre del ’74 con (almeno inizialmente) la band dei Deliverance. Il rapporto non da i frutti sperati, nel senso che la band non riesce a stare dietro al genio: accordature impossibili e disordine creativo estremo portano la band a abbandonare il progetto. Qualcuno rimane e si adatta con difficoltà alla modalità di lavoro di Bob: “Bob non fa prova, Bob crea e basta – dice uno dei session man – Potete scrivermi gli accordi, mi volete aiutare? Non serve a niente, perché tanto non rifarà una canzone per due volte allo stesso modo .Una volta cambierà una sequenza di accordi, un’altra volta passerà al verso successivo saltando il ritornello”.

Il disco viene comunque terminato e dato alle stampe.

Dylan non è però soddisfatto, va in Minnesota per le festività natalizie e, su consiglio del fratello, registra nuovamente il tuttoa Minneapolis. Il fratello contatta dei musicisti locali, Dylan affitta una chitarra (sic!) e in due giorni, il 27 e il 30 dicembre, il dico viene risuonato e cambiato.

Le canzoni prendono nuova vita.

Prendiamo ad esempio “If you se her, Say Hallo”.

La versione newyorkese è più scarna, tre chitarre e la voce di Dylan.

La nuova versione è più ricca strumentalmente, più raffinata, e il cantato sembra più partecipe, più dentro il testo. Uno dei capolavori assoluti della poetica Dylaniana (se ne ricorda anche una versione italiana molto fedele all’originale di De Gregari)

Il disco viene pubblicato il 17 gennaio del ’75, quindici giorni dopo la sua registrazione! Le copertine sono già stampate, il nome dei nuovi musicisti non compare. Per loro solo un posto nei libri di storia.

E le canzoni?

Tutte degne di nota ….

Tra le mie preferite “You’re a big girl now” suonata divinamente a Minneapolis e bellissima nella crudezze del suo testo:

“L'amore è così semplice, per usare una frase fatta,
ne eri consapevole da tempo, io invece lo sto imparando adesso
Oh, so bene dove trovarti, oh, oh,
nella stanza di qualcuno.
E' il prezzo che devo pagare
Ad ogni modo sei una ragazza grande”

 

Altra preferita la già citata “If you se her, Say Hallo”.

“Abbiamo avuto alti e bassi come succede spesso a chi si ama
Ed a pensare al modo in cui se n'è andata quella notte mi vengono ancora i
brividi
E sebbene la nostra separazione mi abbia trafitto il cuore
lei vive ancora dentro di me, non ci siamo mai lasciati davvero”

 

E poi Idiot Wind bella nelle sue due versioni, più intimista la prima, epica la seconda, la mia preferita.

Ora sono stato ingannato col doppio gioco per l'ultima volta e sono libero finalmente
Ho dato il bacio di addio alla bestia urlante sul confine che ti separa da me
Non saprai mai il dolore che ho sofferto nè la pena che devo sopportare
ed io non saprò mai lo stesso di te, della tua santità o del tuo amore,
e questo mi dispiace

Che dire ancora?

Disco storico, il migliore di Dylan?

Forse si …. a  patto che se ne dimentici qualcun altro ………

 

Utile corredo per l’ascolto di questo album:

Biograph (Sony 1985)

The bootleg Series vol 1-3 (sony 1991)

 

Un grazie di cuore a Paolo Vites  per quanto mi ha insegnato su Bob Dylan.

 

 
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Bob Dylan

Post n°175 pubblicato il 26 Ottobre 2010 da nem_o

 

Bob Dylan, Newport 25 luglio 1965

Certo che ci vuole un bel coraggio a 24 anni per dare una simile lezione di svecchiamento a quei giovani vecchi tromboni di Newport.

Il mondo dovrebbe essere governato da uomini “senza capelli” come ebbe a dire di lì a poco.

Certi che ci vuole altrettanto coraggio per far cambiare idea pure a me.

Che avevo dato per assodato che la necessità di esserci era quella di esserci stato il 15 dicembre 1978 o forse qualche settimana prima al Capital Theater. Là, ne avevo acquisito certezza, si stava scrivendo la musica.

Qui stavolta si tracciava il solco da cui sarebbe nato tutto, qui si scriveva la MUSICA.

Ma facciamo un passo avanti dopo aver fatto un lungo passo indietro.

Londra, 1966.

“Cosa è successo a Woody Guthrie, Bob?”

“Sono tutte canzoni di protesta, forza… Non è musica inglese, è musica americana questa”

In due frasi c’è concentrato tutto quanto di grande era successo negli ultimi 12 mesi.

La sconnessione finta, reale o drogata di Dylan, (ma a nessuno importano le cause) che lo portano a dire che le sue non sono canzoni di protesta, che lui non rappresenta nessuno, che lui è Bob Dylan, sua Bobbità come saremo portati a dire ora. E’ da mesi che lo sostiene ai quattro venti e la sua ironia con il contestatore inglese rimarca ancora una volta il concetto … dai che sono canzoni di protesta … stai zitto … non hai capito nulla. Parole non dette ma urlate tra le righe.

E poi questa è musica americana, anzi Americana.

Se vogliamo individuare un momento anteriore ai Basement Tapes, sicuramente è in quella serata di luglio che tanto fece infuriare Pete Seeger, che va ricercato il tutto.

Anzi a voler quadrare il cerchio anche quel giovanotto del ’78 incontrerà sulla sua strada Pete Seeger e non so bene quanto questo (a Peter) lo renderà felice. Ma questa è un’altra storia.

Dunque siamo alle porte di una serata in cui la (nostra) musica stava per cambiare.

Ancora un passo indietro si rende necessario. A dire il vero si stanno smarrendo le coordinate spazio temporali, ma non importa. Il ragazzo le aveva smarrite da tempo.

Anche in quei giorni a cavallo tra aprile e maggio del ’65 quando in un breve tour inglese si rende conto di essere prigioniero, di avere svenduto la sua libertà ad un crocicchio dove c’era un banchetto del “movimento”. In cambio di che? Un contratto con la Columbia? Il posto fisso a Newport? I duetti con la Baez? Noooo, I don’t believe you … dirà giusto un anno dopo.

Al limite dell’arroganza e della scortesia dirà la sua al giornalista del Time, lui ragazzino pretende di insegnare a vivere al navigato giornalista. Nulla è impossibile a questo folk (oopps!) singer.

Non può continuare così.

E infatti, torna a casa e tira fuori un 45 che così lungo non si era mai fatto. Diviso sulle due facciate tanto che nessuno dj lo suonerà mai in radio esce “Like a Rolling Stones”. Si è vero, era già uscito “Bringing” ma qui la fa veramente fuori dal vasetto. Folk singer a chi?

Ma folk singer lo è ancora. O almeno pensano che lo sia. E quindi torna per la terza volta a Newport. Siamo nel ’65.

Il 24 luglio nel workshop pomeridiano suona acustico, la sera dopo, il 25 luglio sale sul palco con la Butterfield Blues Band (senza Paul Buttertfield) e succede il dramma!

Con un volume inaudito Dylan, anzi la band (non la Band, quella arriverà tra qualche mese) attacca “Maggie’s Farm”, elettrica of course. La gente è inorridita, Petr Seeger è terrorizzato, non si sente la parole, il suo povero papà controlla l’apparecchio acustico, il figlio brandisce un’ascia (leggenda o verità poco importa) per mettere fine a tale obbrobrio.

E infatti il suono non è dei migliori, il fonico fa quello che può. Molto rumore per molto.E’ folk ma è suonato rock, è rock ma ha l’impatto del punk.

Bobby li sfida con la sua voce “I try my best to be just like I am, but everybody wants you to be just like them”. I vecchi tromboni del folk establishment non fanno più per lui. Lui non fa più per loro, per loro non ha venduto l’anima a un crocicchio, è il diavolo in persona.

Il pubblico rumoreggia, fischia e la band parte con “Like a Rolling Stones”, ancora  “It’s take a lot to laugh, It takes a train to Cry”.

Eroi, null’altro.

Mike Bloomfiled (chitarra), Al Kooper (organo), Barry Goldber (organo), Jerome Arnold (basso), Sam Lay (batteria).

Dopo solo tre pezzi, Dylan l’attrazione della serata, esce tra i fischi

Peter Yarrow lo richiama, lo supplica quasi e Bob  ritorna in lacrime con una significativa “It’s all over now, Baby Blue” ……” Accendi un altro fiammifero, ricomincia da capo è tutto finito ora, bambina triste”

Prima di andarsene chide in prestito un’armonica al pubblico (forse non aveva previsto di usarla) e saluta con “Mr. Tamburine man”.

Di lì in avanti non piangerà più, nessuno lo intimorerà più

Anche se gli insulti saranno ancora molti nel tour europeo che andrà a iniziare a breve.

Li perderà veramente tutto il suo passato da folk singer, compresa la Baez che sarà lasciata ai margini, anzi con suo sommo sbigottimento direttamente nei camerini.

La scena ora è solo per lui, la strada è tracciata.

“Judas” urla il giovane di Manchester.

Si guarda un pò intorno Dylan, poi si avvicina al microfono “I don’t believe you”

 Sembra nervoso, quasi saltella sul posto, fa due passi indietro, un giro su se stesso e si riavvicina al microfono “You are a liar”.

Un passo indietro, incrocia lo sguardo di Robbie Robertson e intima alla Band (questa volta veramente la Band): “Play fucking LOUD”

E parte una delle più potenti e mai sentita versione di “Like a Rolling Stones”

Dopo verrà l’incidente motociclistico, un silenzio live di 8 anni, e un nuovo Dylan.

Ma questa è un’altra vita, ora è tardi…..

 

Videografia consigliata

“The Other Side of The Mirror – Live at the Newport Folk Festival 1963-1965”

“Don’t look back” di A. Pennebaker (tour europeo del ’65)

“Don’t look back outtakes”

“Eat the document” di A. Pennebaker (tour europeo del ’66)

“No Direction Home” di Martin Scorsese

 

 

 

 

 
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