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Se si rinuncia a vivere, se si rinnega
ciò che era e ciò che può accadere,
si penserà mai abbastanza all'amica che,
con insistenza, compie accanto a noi la propria opera di fata?
(Rilke)
mia nonna cucina sempre minestra, tutti i santi giorni. anche
d'estate, ti capita di entrare in cucina e la trovi china sui
fornelli, in un bagno di sudore (sospetto che questo sia un modo di
dire un po' frusto, ma non so che farci: ho le mie debolezze). le
dici, nonna, ma che fai, siamo a giugno, ancora la minestra. ma è un
così bel mangiare, dice lei con un esclamativo che ometto per pudore.
poi mi chiede se ne voglio un po'. serena ne vuoi un po'. io dico
sempre sì, dai, nonna, magari per mamma e papà. con il mestolo delle
piccole e grandi occasioni ne cava dal pentolone quanto basta, q.b. in
una gavetta portatile, la stessa che usa da anni. mi fa anche una
carezza. anzi, scusatemi, forse fa un po' ridere: sospetto che la
minestra di nonna sia il suo modo di carezzarmi. minestra bollente a
giugno in pieno viso. nonna, nonna che combini. sorrido e le lascio
l'impronta delle labbra sulla guancia. torno a casa col pentolino che
balla molto piano contro la coscia. il calore di nonna sulla gamba. se
fa il sole, se fa quel sole pulito e cordiale di giugno, senza
zanzare, di sera all'inizio, sul marciapiede sono contenta e penso a
tutti i prati e i cieli di giugno della mia vita (modesta). mi sento
già meglio, sapete. penso che ho voglia di chiamare gigi, di carezzare
aristotele, di uscire la sera, di fare una vacanza sulla strada, di
paese in paese, fermandoci solo quando siamo stanchi morti. tutte
queste cose. una cosa va detta: la minestra di nonna è buonissima.
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Premi il bottone e dal muro esce una voce
asettica efficiente impersonale
"Che cosa desidera? Dica".
E tu
dici alla voce in attesa dentro il muro:
"Penso di non volere la cena.
Ho mal di stomaco e proprio non mi va di mangiare".
Un click lontano e il passo felpato si avvicina per il corridoio;
e lei ti dà un bicchiere di medicina bianca
che sa di menta, di fresco e latte magro.
Dice: "Fra poco arriva il pane tostato col tè e il budino di crema".
E tu dici va bene e giri la testa perché stai per piangere.
Fuori dalla finestra dipinta la pioggia cade
e tutti gli sbagli che hai fatto o farai cadono anch'essi in silenzio
dal cielo di ieri là
dove stanno i natimorti idioti di domani.
Sylvia Plath
(traduzione di Simona Fefè)
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you need me
like the wind
needs the trees
aristotele cammina sul filo del letto
fuori, la luce è violenta
insostenibile
le pareti soffici
come le zampe di un gatto
i suoi occhi larghi come monete
si stende sopra me
sui miei piedi e mi guarda
con le monete al posto degli occhi
tra le coperte alzo la mano
lo accarezzo e vorrei chiedergli se sa
(del dolore della paura dell'incertezza)
sa che dovrà svaporare
come acqua
di lui non resterà niente
niente pelo, niente orecchie
solo ciappi nel piattino
e qualche chiazza di vomito sulla sabbiera
non è esatto, dice aristotele
con le vibrisse faranno le corde di un ukulele
con i denti una collana per le bambine
con gli occhi, biglie per giocarci per strada
nella polvere di tutto il tempo
sceso sopra di noi
sopra me e te, serena
lo senti, serena
il respiro del giorno,
la luce, fuori, violenta
fa male
anche se restiamo qui
riposti nelle nostre vite
piccole come fiammiferi
dice tutto questo
e mi salta sulle ginocchia
accende le fusa
quel ron ron familiare
vibra tutto
mi guarda e dice
ma ora tu accarezzami
qui sul collo sotto la bocca
non avere paura
serena
noi non siamo, non esistiamo
questa stanza è carta velina
le tue dita sono morte
morte, serena
mentre mi accarezzi
tutto il resto, tutto quel che c'è qui fuori
svanisce come uno dei soffioni
nel prato dietro il condominio
vedi: tra le dita
serena, guarda: nemmeno il gambo
non resta niente e credimi
non c'è nient'altro
è ottobre, pare. lo dicono in tanti. lo sente anche aristotele, che nelle ultime mattine trovo spesso appallottolato sui miei piedi. oggi il pomeriggio è chiaro, luminoso, persino violento e tutto nella stanza è soffice e doloroso nella stessa maniera. i rumori. da fuori. il metrò per loreto, le auto, i ragazzi che corrono nel parchetto sotto casa, gli anziani che giocano a carte sotto il bersò, sono lontani e vicini come aristotele, che cammina sul filo del letto e non dice nulla, non apre la bocca, solo ogni tanto guarda verso la finestra e si ferma: si siede e sbadiglia. io qui. il libro, ci faccio un'orecchia come consueto e poi guardo in basso. sì, il mio corpo è ancora al suo posto, giusto sotto il collo. il vetro è trasparente, le foglie si muovono lentamente, nella luce del pomeriggio, troppo violenta. vorrei gigi, ora. lo vorrei com'era un tempo. questa primavera, l'estate scorsa. i suoi capelli spampanati e gli occhi persi. vorrei chiedergli se può regalarmi un minuto. un minuto dei suoi, prima che io mi alzi e cammini con aristotele tra grilli e cicale. una parola leziosa, inutilmente poetica, tra noi due che non siamo altro che piccini, esseri minuscoli, ci muoviamo a stento. aristotele e io, i suoi peli sulla mia gamba, la sua lingua sulla mano, il suo corpo che si insinua lieve sotto pelle e miagola con me. le piastrelle sono bianche come le pareti, la scrivania di truciolato marrone chiaro. le mie mani, rosa, le unghie divorate dall'ansia, dall'angoscia. sento che non basta, che non basta ancora, che il male scava e non c'è appiglio. le onde mi travolgono e aristotele, allora, parla: dice, serena accarezzami, stringimi, resta qui accanto a me, non te ne andare.
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