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"Le sette Principesse", "Il gatto Murr", Flaiano e la nascita del quartiere Talenti

Post n°922 pubblicato il 17 Settembre 2016 da giuliosforza

Post 851

Leggo, o rileggo? (sottolineature e annotazioni mi fanno propendere per una rilettura)  il  più grande poema persiano, Le sette Principesse, di Nezāmī e subito, nell’introduzione di Alessandro Bausani, traduttore e curatore, una citazione mi colpisce tratta da Khosrov-o-Shīrīn, altra sua opera:

La parola che non sgorga da profondo pensiero / non è degna, quella, d’esser scritta né detta. / Facile cosa è mettere in versi parole, / ma sempre accorti bisogna stare sopra il verso. / Sfronda le molte parole che ti vengono in mente, / non farne d’una cento, ma di cento, una: / la parola è come la perla e il poeta n’è il palombaro; / non è facile cosa afferrare una perla speciale!

La sottolineatura è mia. In un attacco di umiltà, intendo queste parole come un monito anche, soprattutto, per me.

*

Per consolarmi di un interno affanno mi regalo, freschissimo di stampa (marzo-maggio 2016, L'Orma editrice, Roma, 28 Euro) Il gatto Murr (Lebens Ansichten des Katers Murr), capolavoro di E.T.A. Hoffmann.
A 80 anni decisi: niente più libri. Non ho mantenuto la parola. A 83 la peccaminosa, per la precettistica di fine Settecento ma non solo, Lesewut,  Lesesucht, furia di leggere, dipendenza dalla lettura, non fa che aumentarmi. Sempre di più mi ubriaco di letteratura. E' la mia maniera, la sola ormai consentitami, di restare fedele al precetto prima goethiano poi baudelairiano, "man muss immer trunken sein", "il faut être toujours ivres", che assunsi ancora adolescente fra i miei motti.

*

Nel primo, che raccoglie gli scritti postumi, dei due volumi dedicati da Bompiani nella collana Classici a Ennio Flaiano, è contenuto anche La solitudine del satiro, una sorta di diario giornalistico degli anni 1956-1970 destinato a “Il Mondo” e al “Corriere della Sera”. Per chi ama Flaiano, la sua prosa asciutta, il suo spirito salace, una piacevole lettura. Ma in fondo anche per un d’annunziano come me, non fosse che per il fatto che è anch’egli un pescarese, nato in corso Manthoné a pochi metri dalla casa del vate, che nelle Novelle della Pescara ricorda il buon odore di pane fresco che si diffondeva dal forno dei Flaiano. Per un fatto curioso proprio in questi giorni, che mi sto interessando, anche su queste pagine, del mio vecchio quartiere Talenti ove per circa vent’anni vissi, in una strada prossima a quella dove abitava Stefano D’Arrigo (Via Roberto Bracco), l’autore del “romanzo del Novecento” Orcynus Orca, ai cui confini oggi son tornato a vivere, leggo su La solitudine del satiro, in un lungo servizio per “Il Mondo” del 17.12.1957, la descrizione dettagliata della nascita del Quartiere, che in buona parte corrisponde anche ai miei ricordi, alcuni dei quali qui condivisi qualche post fa. Io vi andai a vivere nel 1965, ma moltissimi cantieri erano ancora aperti (e sono ancor oggi, a tal punto che ormai la zona residenziale tocca il raccordo anulare est). In quasi tutto, ripeto, concordo con Flaiano, ma egli non riferisce, evidentemente perché ancora non nata, della zona altoborghese che si sarebbe sviluppata attorno al parco della villa di Pierluigi Talenti. Scrive dunque Flaiano:

“Le strade del nuovo quartiere che stanno facendo sui campi della Nomentana sono dedicati a quegli scrittori che nelle storie della letteratura vengono messi in blocco nell’ultimo capitolo, e trattati con affetto un po’ sommario. Vissuti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, di qualcuno i libri si ristampano, di altri no; e ora hanno le loro strade, come si conviene  a scrittori di vita modesta; strette, la maggior parte, e piene di curve. Meglio di niente. Io ci vado a spasso volentieri perché sono abbastanza deserte. Già bitumate, con strade nuove che sprofondano tra i terreni di diporto, le cantine ancora al sole, corrono tra le colline dei vecchi pascoli. Le targhe delle strade sono di legno, i marciapiedi di erba, sull’orlo dei fossati siede il pastore abruzzese a guardia del gregge. Lontano, il cacciatore spara agli storni e ai passeri: colpi fiochi che sembrano uno scherzo. Ogni tanto arriva un camion con scritto sulla cabina: “Forza Roma”, oppure: “vado e torno Carolina”: scarica terra e rifiuti, colmando i prati di montarozzi dove i cani dei cantieri vanno a rovistare, salendovi con l’aria di escursionisti.

Via Ugo Ojetti è la strada più importante, anzi è un grande viale. Ne hanno asfaltato solo metà, nel senso della lunghezza, il resto si indovina. Giovani pini lo divideranno. Per ora finisce in un fosso, oltre il quale c’è un campo di foot-ball. E’ una strada piena di sole, dove le macchine schiacciasassi e le bitumatrici vanno su e giù lentamente. Via Grazia Deledda scende verso un prato, tortuosa, e finisce brusca in un altro fosso. Sull’orlo vi sono seduti quattro muratori che stanno mangiando. Via Ettore Romagnoli, che incrocia via Ojetti, ha molti pini secolari disposti a pettine. Via Antonio Fogazzaro, tutta a brevi curve, è già appesantita da case che sembrano comprate bell’e fatte e messe lì ad asciugare. In via Emilio De Marchi stanno costruendo in fretta piccoli villini cue, una volta colorati, diventeranno giocattoli. Ormai le case assomigliano alle automobili  e alle stanze da bagno; e la loro vista riesce sempre a rattristarmi, benché ci sia abituato. Il poeta Mario Rapisardi ha la sua strada tgra terreni ancora vaghi e recintati; ma costruiranno Incrocia con via Luigi Siciliani, di cui non ho letto mai niente. Tra via Francesco D’Ovidio e via Achille Torelli (I mariti!) sorge la chiesa locale: fatta alla meglio, con un tetto ondulato. Come mai questa chiesa? E’ semplice: per le leggi edilizie siamo ancora nell’Agro Romano e se si vuole costruire un “nucleo” bisogna prima costruire una chiesa. Perciò, eccola chiesa: bruttina, economica, e con un campanile alto un metro.

Via Carlo Lorenzini porta alla Nomentana: è ancora sottosopra. Via Emilio Praga parte da viale Ugo Ojetti (finalmente due amici) e si inoltra tra un gruppo di palazzi. I negozi, tutti nuovi e allegri, sono in fila: salsamenteria, Ambulatorio, Panificio, Vini e Oli, elettricità e radio, Fioraio, Tintoria. A sera, quando le luci si accendono, la tintoria appare scritta in rosso, azzurro, giallo, rosa, verde e viola. Si prende via Isidoro del Lungo e dopo circa duecento metri di cooperative si sbocca in piazza Guido Gozzano: uno slargo non grande, circondate da nuove case di pessimo gusto. Tutte queste case vendonsi o acquistansi. Io preferisco via Giacomo Zanella. E’ un poeta che ho letto pochissimo, nei verdi anni di scuola, ma la sua strada è un nastro di asfalto bruno che attraversa un tenero prato. Non è ancora raggiunta dai cantieri, di qui la vista spazia libera, e si è soli. Vengono le donne a far cicoria e le automobile delle scuole di guida con gli allievi attaccati al volante che provano la marcia indietro.

Stamane, domenica, è venuta una famigliola con l’automobile ancora nuova: tutti sono scesi, hanno spalancato gli sportelli, tolto i sedili, hanno cominciato a pulirla. Le donne battono i tappetini, gli uomini lustrano i nichel. Altri guidatori solitari, nelle stradette che incrociano, aprono il cofano del motore e guardano dentro. I colloqui dell’Uomo, nella solitudine, sono ormai con la sua macchina. La Natura, il paesaggio, così bello qui dove i casali hanno per sfondo la cortina dei monti di Tivoli e la valle che s’apre tra i colli della Sabina, non suggeriscono all’Uomo altri pensieri se non quelli legati al mistero delle macchine che possiede.

Roma è lontana, dall’altra parte, e manda fin qui un boato sommesso. Nasce una curiosa società in questo quartiere. La maggior parte degli abitanti sono contadini che la riforma fondiaria ha improvvisamente fatto diventare cittadini. Hanno venduto i loro ettari e sono venuti in città a fare i portieri e i garagisti. Faranno studiare i figli a scapaccioni, sistemeranno le figlie e la domenica seguiteranno a raccogliere la cicoria nei prati. Non “prenderanno” mai Roma, accontentandosi del calore della sua presenza.

Le case in costruzione la domenica sembrano abbandonate. L’assistente aspetta i compratori, il cane del guardiano abbaia. Una cooperativa edilizia si chiama Virgo Fidelis, il costruttore è l’ingegner Rebecchini, figlio dell’ex sindaco di Roma. Come tutto incallisce, in questa città! Molte case, appena fatte, già cominciano a scrostarsi. A gonfiarsi come biscotti. Hanno i balconi sghembi, colorati vivacemente.

In questi prati sconvolti vive dunque una classe che si va formando e che guarda le targhe coi nomi di quei poveri scrittori, chiedendosi chi mai saranno. Sono nomi di gente che vanno bene per le strade nuove, senza fognature, senza niente. Ma èp già qualcosa. L’essenziale, per molti, è di trovarsi in città, di aver rotta la catena con la vita di campagna. Trovano tutto bello e utile. Breve discorso con un tale che mi confida: “Forse l’anno prossimo metto il telefono”.

Da Via Ettore Romagnoli si sbocca infine in piazza Pier Luigi Talenti. Forse scrittore anche lui? Comunque era parente del costruttore che ha lottizzato i suoi terreni in questa zona. Piazza Pier Luigi Talenti è assolata, alta sul colle, il punto migliore. L’ari qui è dolce, il sole riscalda l’asfalto di famiglia, l’evaporazione fa tremolare i prati e le piante attorno. Passano giovani coppie vestite a festa, tenendosi per mano, come al paese. Dalla veranda di una casa vuota si affaccia una donna con il marito: l’assistente spiega la mappa e indica il panorama. Pieno sole. Mutuo quinquennale.

Pace e silenzio, per ora. Un piccolo aeroplano rende più struggente il silenzio, fa pensare a certe mattine sui laghi, al ronzare di un motoscafo. L’aeroplano fa larghi giri, sempre sul punto di fermarsi e di cadere senza rompersi. Pochi anni fa qui era tutta campagna, l’unica strada correva tra i pini verso Mentana”.

Se Flaiano vivesse oggi, non riconoscerebbe Talenti, nel bene e nel male. L’alternanza di prati e abitazioni è completamente scomparsa, e il quartiere è ormai compatto. A delle zone altamente signorili, se ne alternano altre meno presuntuose e più chiassose. La popolazione è soprattutto impiegatizia, sono sorti grandi supermercati e una grande e bella chiesa, dedicata a Sant’Achille, officiata dai frati francescani del terz’ordine conventuale (gli stessi dei santi Cosma e Damiano ai Fori e della basilica del Foro Traiano) ha sostituito la chiesetta di cui dice Flaiano, che io vedevo affacciandomi dal mio balcone di Via Francesco D’Ovidio, e che penso sia ancora l’, trasformata in oratorio. Il primo parroco fu un giovane frate di Arsoli, Fausto d’Antimi, ottimo organista e fresco vincitore della cattedra di Organo fondamentale al Conservatorio di Firenze. La Chiesa nuova sorge all’incrocio di Via D’Ovidio con via Gaspara Stampa (la grande “cortigiana” del Cinquecento –vivere ardendo e non sentire il male- che non so come sia finita qui, fra tutti scrittori moderni: ve l’ha messa sicuramente qualche odonomasta ignorante di storia della letteratura). Ora, preso dalla nostalgia, vado spesso anch’io a passeggiare per Talenti, con cui confino, e dove abita ancora, in un borghesissimo condominio di Via Ojetti, una delle mie prime più care allieve, Maria S., con la quale ci ritrovammo  fortunosamente, dopo circa cinquanta anni, al Concerto del mio ottantesimo compleanno in St Pauls’ Within the Walls Episcopal Church, restando da allora cari amici (solo che ella ama i mesi estivi migrare al Mare che verde è come i pascoli dei monti, troppo trascurandomi, e gliene voglio). I negozi che io frequentavo sono quasi tutti ancora attivi, dal giornalaio al corniciaio all’orologiaio al ferramentaio. Solo il barbiere, al quale fui fedele anche durante il mio trentennale esilio in Tor Tre Teste Nuova, di recente si è sciolto nelle cose e il suo negozietto è  malinconicamente chiuso. E’ invece scomparsa, inghiottita dal cemento, la villetta ove abitava Amedeo Nazzari, ormai prossimo alla morte, che spesso incrociavo nella mie passeggiate mattutine.

Bando alle nostalgie. Quel che Flaiano dice della nascita di Talenti potrei io ora dire di Porta di Roma, ove abito. E forse, fra cinquant’anni, qualcuno potrà dire di  Porta di Roma quel che io ora dico del Talenti di Flaiano. Tornerò a vedere, oh se tornerò!

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 

 
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Hoffmann (Ritter Gluck), Cello-Duett, Ottuagenari e Rete, Trump

Post n°921 pubblicato il 13 Settembre 2016 da giuliosforza

Post 850

Giornata di afa fuori, di gradevole brezza dentro: l’ala di Frau Musika ha agitato tutto il giorno l’aria stagna attorno alla mia anima. Ho letto tutto il giorno di musica nei racconti fantasiosi di E.T.A. Hoffmann (Ritter Gluck –col quale il musicista disegnatore giudice H. nel 1809, a 35 anni, s’inventò scrittore-, Don Juan, Die Fermate, Der Baron von B.); e ho trascorso la serata, fino a notte alta, con il Cello Duet nel Castello Brancaccio di Roviano. Giorno e notte magici coi fantasmi di Gluck e di Don Giovanni e  coi violoncelli di Luca Paccagnella, davvero apprezzabile sia come esecutore che come comunicatore, e della sua discepola Margherita Massimi.

Si alzò (il fantasma di Gluck che assiste all’esecuzione della Ouverture della sua Ifigenia in Aulide) e si diresse lentamente, ma con fare deciso, verso i musicanti, colpendosi più volte la fronte col palmo della mano e alzando gli occhi al cielo, come uno che voglia risvegliare in sé qualche ricordo. Lo vidi parlare ai suonatori, che trattò con sovrano sussiego. Riornò poi al suo posto: e si era appena seduto, quando si cominciò a suonare l’ouverture dell’Ifigenia in Aulide. …… E così egli animava, dotandolo di muscoli e di colore, lo scheletro dell’ouverture che i pochi miserevoli violini disegnavano. Intesi il dolce tenero pianto elevato dal flauto, quando la tempesta dei violini e dei bassi cessò d’infuriare e tacque il frastuono dei timpani; intesi quei lievi suoni dei violoncelli e del fagotto che riempiono il cuore d’indicibile tristezza; poi il tutti riprese, l’unisono progredì nel suo cammino come un gigante enorme e maestoso, ed il sordo lamento spirò schiacciato dai suoi passi. L’ouverture era finita: L’uomo lasciò ricadere le due braccia e restò lì, sulla sedia, con gli occhi chiusi, come uno che sia sfinito da uno sforzo troppo grande….

La stessa carica lirica, lo stesso  romantico trasporto posseggono gli altri tre brevi i racconti musicali hoffmanniani. Per trovare qualcosa di simile bisogna ricorrere al Wackenroder degli Herzensergießungen eines kunstliebenden Klosterbruders, Sfoghi del cuore di un monaco amante dell’arte e del Merkwürdige musikalische Leben des Tonkünstlers Joseph Berglinger, meravigliosa vita musicale del direttore d’orchestra Joseph Berglinger

Il Duetto di Cello con Luca Paccagnella e Margherita Massimi ha animato per circa tre ore, dalle 21 alle 24,  il severo salone dei convegni del Castello Brancaccio con le più note (e giustamente anche le più scontate, dato il carattere essoterico della manifestazione) composizioni per violoncello o per violoncello dal Paccagnella ridotte ed adattate. Il Castello  di Roviano, popoloso borgo arroccato sui colli della Valle dell’Aniene di cui, col dirimpettaio Anticoli Corrado, è uno dei più begli ornamenti, ospita, tra l’altro, un ricchissimo museo della civiltà contadina.  In uno dei suoi bei saloni hanno risuonato le note di Marin Marais (ricordate il film Tous les matins du monde a lui dedicato e alla sua viola da gamba?)  di Bach, Vivaldi, Albinoni, Beethoven, Kummer, Brahms, Albeniz, Rota, Gardel, Moricone… Una vera delizia per il neofita, ma anche per l’iniziato, che ha particolarmente gustato i due assolo fuori programma del Maestro veneto.

Un borgo molto attivo è Roviano, anche culturalmente, e assai vivace. In esso riescono a convivere, abbastanza civilmente e dialetticamente, istituzioni di segno opposto, fra le quali una destra ex missina, una sinistra ex comunista e una, non ex, Comunione e Liberazione. I circa 1500 abitanti hanno davvero di che non annoiarsi.

*

Mi piacerebbe censire i vegliardi ultra ottantenni che frequentano la rete. Temo siano molto pochi. Eppure la familiarità con la rete, oltre che  rappresentare uno straordinario esercizio cerebrale  ritardante il rimbambimento (che invece la tv inconfutabilmente accelera), potrebbe conferire ai pochi o molti anni che ai vegliardi restano da vivere il carattere di “anni di apprendistato” (Lehrjare) per la vicina eternità già, quale acronicità e aspazialità, già presente in rete: la rete possiede infatti tutti i tratti  dell’Intelletto unico averroistico, di quel il Nous poietikòs e pathetikòs che tutto pone in un Atto eterno, fuori del tempo e fuori dello spazio. Chissà se in quelle patetiche istituzioni dette Università della Terza età l’uso attivo, perché transazionale, della cibernetica è predominante. Se così non è temo che esse non frenino, ma accelerino, il  rimbambimento e la sclerotizzazione cerebrale.

*

Non son un esperto di politiche e delle loro trame. E non so di Trump se non quello che i suoi sostenitori e i suoi avversari politici e ideologici urlano, inaffidabili gli uni e gli altri. Ma ricordo, e quelli di una certa età ricordano con me, quel che si disse e si scrisse, sulla stampa americana e su quella ad essa asservita in tutto il mondo, contro il “guitto” Ronald Reagan che aveva la pretesa di diventare presidente degli States. La campagna antireaganiana non fu meno violenta di quella attuale antitrumpiana. Orbene, Reagan vinse, e col senno del poi non c’è storico che non lo riconosca come uno dei miglior presidenti della storia americana, certo il migliore tra i più recenti. Avvenisse la stessa cosa con Trump? In quanto ad Ilary, moglie comprensiva e generosa, non mi è stata mai simpatica come donna,  ma ciò non conta. Se, eventualmente eletta, dovesse essere come suo marito, poveri noi. Questi è passato alla storia  quasi solo per un episodio di pubblica fellatio. Se lei vi dovesse passare solo per un cunnilingus?

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Minette. Guadagnolo. Jean Paul Richter e Nietzsche. Un bastone satanico

Post n°920 pubblicato il 01 Settembre 2016 da giuliosforza

Post 849

Improvvisamente riappare Minette: riappare …in cartolina, ma su me l’effetto non è minore che se si trattasse di una riapparizione in carne ed ossa. Ricompare tra le pagine del mio Diario del 2007, al 27 di Agosto. La cartolina mostra una stupenda donna nuda, con appena un filino ai fianchi  a sorreggere l’invisibile perizoma, distesa supina (ma sollevata sui gomiti, i ginocchi un poco piegati, più il sinistro, appena appena il destro, occhi chiusi, folta capigliatura rosso-castana a lambire il bagnasciuga che in parte la riflette) di fronte a un mare verdeazzurro, presumibilmente l’adriatico di Gabri che verde è come i pascoli dei monti. Sul retro si legge: “Pescara 27-Agosto-2007. …Con un po’ di fantasia puoi vederla anche più bella di me questo sgorbio in cartolina!!!  A Mimmi da Minette, gattina un po’ cretina!

Minette Minette , irresolubile Geheimnis! (Sognasti, ricordi?, tu assolutamente ignara di tedesco, questa parola in uno dei nostri primi incontri. E mi spaventasti.). Minette Minette, pulcherrima inter mulieres …magicissima inter magas!

*

Dicono che il sogno sia la seconda vita. Per me è stato la vera vita, immensamente più ricca e complessa di quella della presunta veglia; le più belle cose le ho fatte nel presunto sogno, nel presunto sogno ho pensato i più bei pensieri. Stanotte, per esempio, ho immaginato che, per svegliare la gente del mio borgo dal sonno secolare, col benevolo patrocinio della nuova sindaca Beatrice, io guidassi una schiera di ingegneri artisti tecnici ed operai vari nello scavo di due enormi sale sotto il Castello Borghese, con ingresso su via Mastro Lavinio proprio di fronte al municipio, da affrescare a fini didascalici da novelli Michelangeli, con temi riassuntivi della storia della cultura e dell’umanità, una sorta di nuova doppia Cappella Sistina, l’una dedicata al “sacro”, quale religiosità cosmica aliena da ogni tipo di religione, l’altra al  “profano”, a tutto ciò che attiene all’umana creatività che sta reverente di fronte al tempio  (“pro-fanum”) del mistero ma non ne varca le soglie; l’una “officiata” da artisti e filosofi, l’altra da scienziati e tecnologi, fisici astrofisici astronomi, tutti coloro che indagano e descrivono l’universo coi metodi della ragione oggettivante, senza i quali ad artisti e filosofi non sarebbe possibile spremere dalle cose il novalisiano mistero (il Dio) che le inabita, non sarebbe possibile all’arte e al pensiero colmare il mondo di quei sensi che li sforza, d’annunzianamente, ad esistere.

Potessi io dire alla mia gente, come Pietro allo storpio: non ho denari da darti, ma quel che ho ti dono: alzati e cammina! 

*

Leggo che Nietzsche intendeva schernire Jean Paul Richter definendolo  “fato in veste da camera”. Per quanto mi sforzi, non riesco a capire che volesse dire. Che ce l’avesse con lui posso capirlo: da lui era stato preceduto, plagiato in qualche modo in anticipo e superato in provocazione, allorché nel capitolo VIII di Siebenkäs (Rede des toten Christus vom Weltgebäude herab, discorso del Cristo morto dal sommo dell’edificio del mondo), aveva fatto  annunciare da Cristo dass kein Gott sei, che nessun Dio esiste, un’affermazione ben più forte del Gott ist tot zarathustriano.

*

Guadagnolo  è un paesetto situato sul monte omonimo (alt. 1250 metri s. m., il più alto dell’area metropolitana di Roma) ed è una frazione di Capranica Prenestina. Da esso si gode una delle più belle viste d’Italia: l’empolitano, l’equo e il marsicano fino al Gran Sasso e alla Maiella ad est, la valle del Sacco, la campagna romana, i castelli romani e l’agro romano fino alle lontane brume dell’Urbe ad ovest. Davvero un luogo mitico (e sacro: in un suo anfratto è situato il santuario della Mentorella officiato da frati polacchi e perciò caro a Woytila, frequente meta delle sue escursioni sia da cardinale che da papa –un bel sentiero che ad esso conduce tra i boschi è ora dedicato al suo nome). Peccato che una selva di antenne, civili e militari, ne deturpino la vista e ne inquinino magneticamente l’aria, trasformandolo in uno dei luoghi più insani del circondario.

Proprio sul cucuzzolo di Guadagnolo  hanno casa estiva i Perini Salvati, ( una grande casa tra il conventuale e il baronale, con una  serie numerosa di stanze affrescate e arabescate, e due ameni giardini rupestri da cui è possibile godere un panorama unico a trecentosessanta gradi) che consente ai proprietari di essere signorilmente ospitali. Io stesso, in una notte magica di mille anni fa, dopo una notturna escursione, mano nella mano con Minette, in amena compagnia e al chiaro di una luna capricciosa, vi trascorsi una notte e un giorno indimenticabili. Non mi meraviglierei se in tempi passati pittori e artisti, Liszt in primis e Gregorovius, assidui frequentatori di Tivoli e dintorni, vi  abbiano soggiornato. Con i… castellani Paola  Francesco e l’adolescente radiosa Chiara (mai nome fu più appropriato), e gli ospiti assidui Fabio e Alberto, or è qualche giorno si brindò, sulle note di Quand je bois du vin nouveaux, Olin bevi, Viva Noè, ai cento anni del Vegliardo ivi salito ad…autocelebrarsi. Nel cielo meridiano brillava ancora un sole infuocato e le mucche stravaccavano ancora negli stazzi, quando con la sua stanca Saxo il Vegliardo tentò la ripartita: tentò, ché ben presto, al terzo tornante, il cuore della fida compagna degli ultimi quattordici anni d’avventure s’arrestò e… Ma di ciò forse un’altra volta.

*

Su fb con la foto di un mio bastone satanico.

Dei cento circa bastoni in mio possesso di ogni foggia, per ogni uso, di ogni valore, questo è uno dei più ...birichini, ricavato da un bambù cui ho applicato un diavoletto da burattinaio. Ancora più birichina, prossima al blasfemo, è la scritta che vi ho apposto in latino: Zoroastris cavernae pulchraeque evitati praesidio sum omni pecori alienus - Lucifer sum rebellis rebellium amicus - Quis Lucifer nonnisi Deus cum laetus, hilaris, ludens est? 'Evitati' è il dativo del termine 'evitas' , da Eva, che mi sono inventato. Grato allo psicanalista che mi spiegherà l'origine della mia maniacale passione per i bastoni, se da bisogno di sostegno o da Wille zur Macht, da volontà di potenza...

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19 Agosto. Levana

Post n°919 pubblicato il 17 Agosto 2016 da giuliosforza

Post 848

Io nacqui un 19 di agosto, anniversario della morte di Augusto e della intuizione del ‘Cogito’ (padre della Ragione oggettivante, infausta per le sorti della Ragione partecipativa) da parte di Renato delle Carte. Era mezzogiorno, il solleone picchiava sulle case del borgo, le cicale frinivano sui platani della Peschiera, le pecore ammusavano negli stazzi,  l'oistros non dava tregua alle giovenche distese all’ombra dei salici delle ‘Vagli’ e una calma panica posava  sulle cose. Raccontano che il mattino seguente, se non lo stesso giorno, il gigantesco mio padre, afferratomi con una sola delle sue vaste mani (così ripentendo, forse inconsciamente, il rito antichissimo del riconoscimento  paterno ufficiale del neonato, al cospetto della invisibile Levana), col braccio levato mi portasse al poco distante Comune e mostrandomi all’impiegato esterrefatto esclamasse : eccolo, è nato, e si chiamerà Giulio Cesare Augusto Francesco, poiché in esso rivivranno le spirito del fondatore dell’Impero  e della sforzesca Signoria milanese. Aveva le idee chiare, mio padre! Avesse solo immaginato di aver messo al mondo un altro innocuo, superfluo, inutile ‘poeta’!

L’episodio è credibile. Mio padre era aduso ad atti del genere e sicuramente sognava, per quello che avrebbe dovuto essere il sesto dei suoi nati (e presumibilmente l’ultimo, ma così  non fu) un futuro di gloria. Immagino mia madre subisse tra le lacrime l’ennesima rodomontata del marito, cui era abituata, e non si placasse che riavutomi tra le braccia per coprirmi di baci (anche di quelli di cui presto per il mio lunghissimo esilio mi avrebbe privato) nel vasto e prezioso letto della mia concezione e della mia nascita, sotto lo sguardo benedicente di Sant’Anna. Saranno miei commensali, alla mia festa, fra i tanti, di sicuro Augusto, che morendo nella per me fatidica Nola (acta comoedia est, le sue ultime parole) mi diventò famiglio, il buon Delle Carte, Goethe e Luigi Volpicelli mio maestro che a Goethe mi iniziò e come lui concluse il suo ciclo terrestre  a ottantatre anni, quanti io me ne appresto a compiere. Inviterò naturalmente anche Ludwig e, per far dispetto al geloso Francofortese, ne intonerò il Wie herrzlich leuchtet mir die Natur, che ho per gioco adattato alle note del Canto di ringraziamento dei contadini dopo la tempesta della Sesta Sinfonia alle quali così bene s’adatta da sembrare essere stato per esse concepito.

*

Ho sognato me principe, prigioniero di in una casa scura, scavata in una roccia tufacea dai mille cunicoli labirintici, senza finestre ma dalle mille feritoie minuscole come di fortezza, dalle quali osservavo con animo placato, senta lacrime e senza lai, la Liza turgeneviana del Diario di un uomo superfluo(sì, proprio lei) fuggire da me, attraverso boschi e radure, presa da un borghesuccio danaroso (nel racconto del russo avviene il contrario). 
Il curioso è che, placato nel sogno, il mio animo al risveglio è turbato ed irato. Come, si chiede, può accostarsi a un omuncolo chi toccò Zarathustra?
Cose da vanesii, a dir poco.

Questo messaggio, pubblicato su fb, ha suscitato varie reazioni. Cito quella, esagerata, di Alberto Marchetti: “Se intendi superfluo per non omologato tu sei allora il loro, me compreso, comandante. E di Liza ne hai raggiunte così tante nella vita che forse sarebbe giusto iniziare un tuo diario, la tua Recherche, quel viaggio di studi infiniti, di amori infuocati, di lotte ideali, di sguardi febbrili e di bellezze abbracciate, che ti hanno reso il Maestro assoluto che sei. Sei la misura, inarrivabile per me nelle tue sorprendenti qualità, delle divine e infinite potenze di un uomo”.

Troppo buono, Alberto! Non sono superbo e luciferino a tal punto da credere di meritare le tue, un poco anche birbone, parole. Da lodare sei tu per la tua purezza, la tua  sagacia, il tuo ingegno e il tuo impegno civile di combattente indefesso per le cause che ritieni giuste. In quanto alle Lize…quelle reali (ché infinite, sì, furono le agognate, ‘che nella mente e nel cuor mi finsi’), si contano sulle dita di una mano. L’evità è stata da me celebrata in ogni modo, in  versi e in prosa, ma poco nel…talamo (ricordi? “La femme / j’en sors / la mort / dans l’ȃme…). E in quanto alla Recherche…mai se ne avrà da me una sistematica: sono bruniano e nicciano,  non sono amante, forse perché  incapace, di sistemi. Ma chi è davvero interessato alla mia vita in ogni suo aspetto (intellettuale, morale, estetico, politico, affettivo), ne avrà ad abundantiam ricomponendo i frammenti di tutta la mia opera “scientifica” o letteraria, che è tutta, per principio, autobiografica. Soprattutto le ormai migliaia di pagine di questo mio diario virtuale  altro non sono che minutissima e dettagliatissima  autobiografia, lo ho già scritto qualche post fa rispondendo a una richiesta simile. Se una ricerca dovessi, ma è ormai troppo tardi, intraprendere, dovrebbe essere quella dell’abisso del mio cuore, destinato a rimanere insondato, forse perché insondabile. 

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 
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Puzzle di Goethe. Jean Paul. Stefan George

Post n°918 pubblicato il 05 Agosto 2016 da giuliosforza

Post 847

Circa un ritratto goethiano trasformato in puzzle.

Non è l'immagine che preferisco di Goethe, un Goethe ormai "vecchio", compassato, medagliato, olimpico, venerato e osannato in tutto il mondo come una icona vivente. Ma trattandosi di un puzzle creato da allieve del mio corso 2015-2016 sui Wanderjahe, che mi ha permesso di ricomporre forse per la prima volta in vita mia un puzzle, questa immagine finirà per essermi particolarmente cara. In più l'avervi inserito tre strofe di una delle più belle e "ingenue" liriche del Francofortese (che abbiamo cantato sulle note del ‘Canto di ringraziamento dei contadini dopo la tempesta" della Sesta Sinfonia beethoveniana) celebrante la primavera, l'amore, e l'universale risorgente Vita, la rende particolarmente originale, unica e dunque preziosa. Grazie, fanciulle, e...Chàirete!

Ecco le tre strofette:

Wie herrzlich leuchtet / mir di Natur! / Wie glänzt die Sonne, / Wie lacht die Flur!

Es dringen Blühten / Aus jeder Zweig, / Und tausend Stimmen / Aus dem Gesträuch:

Und Freud’ und Wonne / Aus jeder Brust: / O Erd’ o Soinne, / O Glück o Lust!

Come magnificamente risplende per me la Natura, come irraggia il sole, come tutta la vegetazione sorride!  Spuntano fiori da ogni ramo e mille voci si levano da ogni cespuglio. E gioia e tripudio da ogni cuore. O Terra, o Sole, o Felicità, o Voluttà!

Dedico all’alba di questo 5 di Agosto canti voci gioie tripudi felicità e voluttà della Natura alla Vergine Illuminata, splendidior Sole, che il mio popolo oggi festeggia, commosso omaggio d’un panico all’Iside cristiana.

*

I miei Libri per le vacanze.

Oltre al Bandello (Novelle) e a Zola (Rome, troppo bello e troppo cristiano  per non finire nell’Index librorum prohibitorum dell’ Inquisizione romana) mi faranno compagnia l’ancora fresco di stampa Mundus furiosus di Giulio Tremonti (un’analisi lucidissima della crisi del mondo occidentale, soprattutto dell’Europa, il cui declino ricorda nei tratti e nelle caratteristiche quello dell’Impero romano d’Occidente) e Levana e altri scritti di Jean Paul Richter in una vecchia edizione  UTET curata da Clara Bovero e introdotta da Egli Becchi. Questo grande spirito rousseauiano, contemporaneo e pressoché coetaneo di  Goethe  Schiller Herder Heine Novalis,  Fichte Hegel Schelling, il filosofo a lui più spiritualmente affine, Haydn Mozart Beethoven  Schubert... (che avreste dato per nascere nell’epoca e nella patria della più alta epifania dell’Assoluto nel suo autoporsi come supremi Pensiero poetante e Arte pensante?) animerà il mio prossimo corso accademico, se mi sarà richiesto, e me ne sentirò l’animo, di proseguire nell’insegnamento. Spirito tra i più elevati della Germania a cavallo tra il XVIII e XIX secolo, romanziere filosofo pedagogista fra i più liberi,  academico di nulla academia, pecora di nessun gregge, fedele di nessun tempio, adepto di nessuna sètta, inappigionato e inappigionabile, supremamente “religioso” epperciò alieno da gabbie dogmatiche, riproporre Jean Paul a una gioventù cui tocca vivere in  una delle epoche più buie aride e meno feconde (se non di ferina violenza e di bellum omnium contra omnes) della storia, non immotivatamente perciò tentata di disincanto se non di disperazione, può essere utile per tentarne un recupero alla speranza, il cui fiorire in questo deserto di visioni e di valori è più insensato attendersi, direbbe Marcel, che dall’asfalto di un marciapiede fosse solo un fil d’erba.

Altro libro, impegnativo nel suo simbolismo, per il mio vacare, le Poesie  di Stefan George, altro spirito supremamente libero,  tradotte, con testo originale a fronte, da Leone Traverso, il tanto celebrato Traverso che per me possiede l’arte di rendere complicate le cose semplici, oscure quelle chiare, per il suo intestardirsi nel tradure (tradire l’originaria musicalità) in rima e ritmo. Tra le cose che amo di George è  il suo affetto per Eliogabalo, come Nerone Caracalla Caligola  sognatore di un impero “estetico”, e perciò bistrattato dai soliti storici moralisti e acrimoniosi, non necessariamente o solo cristiani.

 

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Del suicidio. Autobiografia

Post n°917 pubblicato il 30 Luglio 2016 da giuliosforza

Post 846

Sto pensando seriamente al suicidio.

Sì. Sto pensando seriamente al suicidio.  Rifletto molto sul suo senso filosofico, non prendendo in considerazione quello religioso, che non mi appartiene. E Il succo dei miei pensamenti è il seguente: scegliere di nascere non ci è concesso; sì, per chi ne abbia il coraggio e sia abbastanza stoico da farlo, di morire. Il suicidio, per chi non accetti il determinismo cosmico, che prevede pur esso una sorta di trascendenza che elimina in partenza il problema,  per il quale la stessa libertà è una illusione in quanto ogni suo atto è anch’esso predeterminato (inutile cavillo: traverso la mia libertà la  causa determinante si auto determinerebbe, eliminando in radice la questione) è’ l’unico vero atto di libertà consentitoci da una Natura, una cieca Voluntas, per lo più interessata solo, schopenhauerianamente,  alla conservazione della  specie, e completamente indifferente nei riguardi dell’individuo, vittima sacrificale sull’altare della Totalità.  A ben riflettere ogni scelta volontaria e cosciente di rinuncia è una scelta di morte (se scelta è rinuncia a ciò che non si sceglie), un esercizio di suicidio. E c’è chi crede opportuno  rinunciare a tale stillicidio e assommare in un unico gesto di autodistruzione un suicidio…in pillole!

Non tema, il mio affezionato lettore! Sto in parte celiando e non ho, per ora, pur tentazione e motivi cominciando ad esserne numerosi, di togliermi ex abrupto la vita. Ma sto decidendo di cominciare ad abituarmi all’idea rinunciando, in piena avvertenza e deliberato consenso, prima cioè che la baudelairiana ala del rimbambimento io avverta alitarmi intorno  e un esecrabile evento cerebrale decida per me, a quella parte determinante della mia vita consistita nell’operazione il più delle volte di imbonimento e di affabulazione ma più, nei miei intenti almeno, di provocazione e de-gregazione in che consiste la funzione didattica. Insomma : dopo sessantaqattro anni di insegnamento in scuole di ogni ordine e grado, la maggior parte dei quali all’Università, sto seriamente pensando di recedere, pur nel pieno ancora  delle mie forze cerebrali e nella quasi integrità , grazie ad Asclepio e a Ippocrate, di quelle fisiche. Non dunque perché sia   timidus et formidolosus (Qui timidus est et formidolosus recedat, ancora recita il detto antico, inciso nel peperino della porta  d’ingresso del deturpato convento cappuccino della Palanzana, immerso nel verde dei Cimini occidentali, ove un 26 luglio di or sono mill’anni  fui spergiuro) recedo, ma perché l’istinto di morte comincia a farsi avvertire e  la matera inizia a esser sorda a rispondere.

*

A quei pochi curiosi di me, che mi amano e stimano e mi chiedono di scrivere la mia autobiografia (i turbolenti eventi della mia vita si presterebbero a un racconto esilarante; ma qualcosa ho già pubblicato, quale intermezzo ad Aquae nuntiae Aquae iuliae col titolo Infanzia puerizia e prima adolescenza di Atem)  rispondo: che è questo mio blog, giunto già all’ottavo anno e che, stampato, riempirebbe otto volumi di fitte pagine, se non una lunghissima, appassionata e pletorica autobiografia, in cui ogni evento della mia vita, soprattutto intellettuale ma anche affettiva e professionale, è ‘spiattellato” coram universo mundo,  senza pudore alcuno affidato all’etere in edizione virtuale, generosamente e disinteressatamente offerto alla bramosia di terrestri e, perché no, di alieni? Messo t’ho inanzi, omai per te ti ciba, lettore avido e curioso di conoscenza! Mi manca il tempo, ma soprattutto mi manca la voglia, di ‘mettere ordine’ (vale a dire di tradire) a questi disordinati, ma colti nell’atto del loro vivo farsi, sentimenti e pensieri dei quali la trama della mia vita si intessé e continuerà, chissà, anche post mortem a intessersi: ché se Piaga per allentar d’arco non sana, la freccia dei pensieri e dei sentimenti per allentar d’arco, per il venir meno dello slancio vitale, non frena il suo corso, e  procede inarrestabile per la sua via, per la sua vita eterna.

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Chàirete Dàimones!

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Canicola ...algida

Post n°916 pubblicato il 17 Luglio 2016 da giuliosforza

Post 845

Irruzione improvvisa e assassina dell'inverno nel bel bezzo della canicola. Alla Peschiera soffia una tramontana simile a quella che nei giorni del forzoso riposo di Proserpina fra le braccia di Pluto nel suo talamo ctonio, dopo aver sorvolato i ghiacciai di Gran Sasso Velino Sirente e Maiella ed essersi ben congelata si precipita coi suoi algidi soffi a squassare alberi e persone e cose nella piazza e pei vicoli del mio borgo. Mi rifugio al caldo della mia cella nel romitorio del Frainile. E penso e penso e scrivo e scrivo, e dei lontani urli del vento di settentrione beatamente mi infischio. Caldo è il mio corpo, e ancor più calda è l'anima, arsa dai fantasmi che da mill'anni l'inabitano.
*
Sono un simbolista e non mi piace il realismo, in nessun tipo di arte. Ma leggere in Rome di Zola le pagine descrittive di un tramonto dal Pincio mi crea una tale emozione quale solo le migliori pagine dello specialista Gabriele sono capaci di procurarmi. Non c'è nulla da fare: dove è grande arte non è realismo simbolismo neorealismo surrealismo impressionismo che contino. Mi godo l'arte viva nella sua "totalità attuosa". Lascio ai notomisti della critica le loro vivisezioni.
*
A proposito di realismo
In una di queste notti ho rivisto, in mancanza di meglio, Ladri di biciclette di De Sica, un classico per antonomasia del genere. Non mi sono divertito ma in compenso ho rivissuto alcuni momenti della storia urbanistica di Roma di cui fui testimone. In una delle scene del film, per esempio, apparivano uno dei caratteristici camion a cilindro per la raccolta dell'immondizia gestita dall'impresa Tudini -Talenti, e uno dei caratteristici autobus Sira, sempre di Talenti, che collegavano Monte Sacro col nuovo quartiere di Monte Sacro Alto dal Talenti costruito, e che da lui prese il nome che tutt'ora vanta. Quando io andai ad abitarvi nel 1965 la zona era ancora tutta un cantiere. Fino ad allora non v'erano che isolate cooperative della polizia e delle ferrovie, il resto era ancora tutta campagna adibita a pascolo e ad uliveti. La Tudini -Talenti, poi solo Talenti, era in forte credito col Comune per il servizio di nettezza urbana e il Comune si era sdebitato concedendole migliaia di ettari di terreno fabbricabile compreso tra la Nomentana e la Bufalotta, fino alla Marcigliana, ora riserva naturale, e alla Cesarina. Ne nacque Il nuovo quartiere, con pretese di medio-alta borghesia, detto Talenti o Monte Sarto Alto, che crebbe velocemente attorno all'asse via Ojetti- via Renato Fucini che la tagliano a Croce, e Via Capuana e Via Romagnoli. che con via della Bufalotta lo delimitano ad ovest. Con l'andare del tempio il quartier si allargò e continua ad allargarsi a dismisura, fino a comprendere tutta l'area dell'ex IV Circoscrizione, ora terzo Municipio, che si estende ben oltre il GRA fino a lambire Mentana Monterotondo e più a ovest la salaria e il Tevere.
Nella zona dove ora abito, con le mie figlie piccole in lunghe passeggiate si veniva a raccogliere le olive da metter in salamoia e i fiori campestri da portare alla mamma. Dalla finestra dello studiolo ove in questo momento scrivo guardo i pioppi folti e svettanti, le acacie robuste e contorte e le vaste chiome ad ombrello dei pini, forse gli stessi alla cui ombra si faceva merenda, e che ora formano il piccolo parco delle tartarughe, con immenso amore curato dai volontari della zona. Poco distante era un bosco semi selvaggio, forse là dove ora l'ultimo orto coltivato s'è salvato dal cemento, nei cui anfratti ombrosi, in un piccolo spazio ove filtrava qualche raggio di sole, mentre le bimbe giocavano io leggevo Hölderlin Trakl Rilke. Per il piccolo parco delle Tartarughe ora darei tutto il celebrato nuovo parco delle Sabine, che le ditte costruttrici ancora non consegnano al Comune, e che già sembra avvertire la sorte di decadenza che è, prima o poi, il triste destino di tutti i giardini e parchi pubblici di Roma.
*
Fra tutto il chiacchiericcio umorale, punto politico e culturale, fatto intorno al Mein Kampf hitleriano in occasione della furbesca iniziativa sallustiana di pubblicarlo in allegato al suo 'Giornale', poche cose m'è accaduto di leggere che meritasse considerazione. Le cose più intelligenti m'è ancora una volta toccato di trovarle sul 'Sole 24 Ore' domenicale del 19 giugno, in un articolo di Armando Massarenti dal titolo Hitler secondo l'anarchico Feyerabend. Spero di far cosa utile riportandolo qui.

"Dopo la recente affermazione della destra xenofoba in Austria, a un passo dal vincere le elezioni, ho ripensato a ciò che scriveva Paul K. Feyerabend nella sua splendida autobiografia, intitolata Ammazzando il tempo e uscita per Laterza nel 1994, anno della sua morte, a 70 anni di età. Esordiva fin dalle prime pagine avvertendo degli strani scherzi che può fare la memoria: quelli in forza dei quali magari oggi ci si stupisce del rinascere di certe idee che pensavamo del tutto tramontate.. Aveva deciso di scrivere quel libro nel 1988, durante il cinquantenario dell'unificazione tra Austria e Germania.

"Ricordavo che gli austriaci avevano accolto Hitler (che era austriaco di nascita, per chi l'avesse dimenticato nota mia) con straordinario entusiasmo, ma ora mi ritrovavo ad ascoltare condanne secche e toccanti appelli umanitari. Non che fossero tutti in malafede, eppure suonavano vuoti; lo attribuii alla loro genericità e pensai che un resoconto in prima persona sarebbe stato un modo migliore di fare storia. Ero anche piuttosto curioso. Dopo aver tenuto per quarant'anni lezioni in università inglesi e americane, mie ero quasi dimenticato dei miei anni nel Terzo Reich, dapprima come studente, poi da soldato in Francia, Iugoslavia Russia e Polonia".

Persino lui, Paul K. Feyerabend, dunque, già allora quello spirito libero che poi sarebbe divenuto famoso come l'epistemologo dell'anarchismo metodologico, aveva subito una forma di attrazione per il regime, e aveva anche meditato di entrare nelle SS,

"Perché? Perché un uomo delle SS aveva un aspetto migliore, parlava meglio e camminava meglio di un comune mortale: le mie ragioni erano estetiche, non ideologiche".

Finalmente un democratico, un libertario capace di non cadere nelle trappole dell'ipocrisia! Ho pensato ai tempi leggendo Ammazzando il tempo. E che ci fa capire meglio perché il nazismo potesse attrarre le giovani generazioni. Anche rivedere l'immagine stereotipata di Hitler era per Feyerabend un modo per capire meglio la realtà. Abbiamo visto mille volte spezzoni di documentari che ce lo mostrano come una macchietta in preda all'ira. Si tratta di una precisa scelta della propaganda post bellica. Feyerabend descrive invece così la sua arte oratoria:

"Hitler accennava ai problemi locali e a quanto era stato fatto fino ad allora, faceva battute, alcune abbastanza buone. Gradualmente cambiava il modo di parlare: quando si riferiva a ostacoli i inconvenienti aumentava il volume e la velocità del parlare: Gli accessi violenti che sono le uniche parti dei suoi discorsi conosciute in tutto il mondo, erano preparati con cura, ben interpretati e utilizzati con un umore più calmo una volta finiti; erano il risultato di controllo, non di rabbia, odio o disperazione".

Ancora oggi, se del nazismo cerchiamo di capire le ragioni interne, e magari non ci spaventiamo a rileggere il Mein Kampf, non sapremo mai perché esso ha appassionato così tante persone. E sarà anche più difficile difendere i nostri valori più cari: libertà, pluralismo, democrazia. Benché l'intelligenza critica di Geyerabnd fosse già piuttosto acuta, al punto di commentare la lettura di Mein Kampf (ad alta voce alla famiglia riunita) come un "modo ridicolo di esporre un'opinione, "rozzo, ripetitivo, più un abbaiare che un parlare", egli stesso, pochi giorni dopo, avrebbe concluso un tema scolastico su Goethe legandolo proprio a Hitler. Non solo la memoria collettiva può fare brutti scherzi: anche la nostra attenzione critica è qualcosa di quanto mai fragile. Ma lo è ancora di più se ci rifiutiamo di rileggere senza ipocrisia le pagine più buie della nostra storia".

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Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno
(Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 
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Biscion e Cara. Pan-ina. Goethe e Constant

Post n°915 pubblicato il 05 Luglio 2016 da giuliosforza

Post 844
Importante evento musicale a Roma, all'UNAR di via Ulisse Aldovrandi, nella raccolta sala alla quale s'accede per una terrazza aperta sui pini e sul mare di verde e di colori di Villa Borghese e di Valle Giulia. Ivi per "Percorsi contemporanei" un trio di Clarinetto (Irene Tiberini), violoncello (Francesco Malerba), pianoforte (Annie Corrado) ha eseguito egregiamente musiche di Paolo Coggiola (Quattro interludi sottomarini"), Alessandro Cusatelli (Trio per clarinetto, violoncello e pianoforte), Alberto Cara (Piccole contraddizioni), Federico Biscione (Preludio, Notturno e Finale).
Se è questa la musica contemporanea, che essa sia benedetta, e Frau Musika sempre se ne compiaccia. Tutta l'ho gustata, trovandola né d'avanguardia né di retroguardia, ma felicemente attuale ("attuosa", dirò meglio col Filosofo dell'Atto), viva e presente, in grado di assimilare il meglio del passato e di preavvertire ( ahnen, più icasticamente) le aure dei paesaggi musicali avvenire. In particolare (e non solo per motivi affettivi) ho amato i brani di Federico e di Alberto, il più giovane dei quattro, convertitosi anima e corpo ormai al culto dell'Isi Velata. Nei loro brani freschezza ironia potenza (il diabolico ‘finale' di Federico, oltretutto una sfida per la capacità tecnica degli esecutori, m'è ancora nell'orecchio sano) si risolvono in un godibilissimo intreccio di emozioni ove ‘musica pensante' e ‘pensiero musicante', mi si passi la parafrasi heideggeriana, felicemente s'abbracciano consentendo il disposarsi delle ragioni della mente con quelle del cuore
Complimenti, e grazie, Maestri e amici! E che Euterpe vi sia sempre più intima.
*
Di tanto in tanto, per esercitare il mio intelletto e sentirmi ancora battere in petto un cuore, torno alle rime petrose ("ei dice cose e voi dite parole", così il Berni ai petrarchisti)) di Michelangelo, che amo, e che posseggo di varie edizioni fra le quali una della insel taschenbuch curata, nelle note critiche e nella traduzione tedesca ritmata e rimata -che oltre tutto possiede il pregio, non ci crederete, di rendere chiari molti concetti ostici nel duro italiano del Gigante corrucciato- da Michael Engelhard. Stamane ho riletto alcune delle liriche ove si accenna a Vittoria Colonna, colei che teneva, amore altissimo e purissimo, ambo le chiavi del cuore del Capresano; e tra queste quella breve (tre strofe di tre versi, un endecasillabo e due settenari, più una coda di due) che inizia col famoso verso "Un uomo in una donna, anzi uno dio". Una mia alunna femminista ebbe da ridire su questo verso: non celebrerebbe la donna di per se stessa. Per la verità io non credo si possa meglio inneggiare alla "evità" ( m'inventai questo neologismo per la mia seconda raccolta poetica: trovavo il termine più intenso che femminilità), e celebrare nella donna il compendio della creazione, creatore compreso. Se è vero che a Eva si deve la Conoscenza, ottenuta mediante una trasgressione all'ordine d'un improbabile Iddio (che prima farebbe l'uomo a sua immagine e somiglianza poi gli vieterebbe la sua "scienza", se non l'onniscienza, che è una vera e propria insensatezza), nessuna meglio della Principessa di Ischia e di Pescara (sangue sforzesco per via di nonna materna) ne incarna la figura. Non di una diminutio dunque, si tratta, se mai di una sopravvalutazione dettata da Amore, che nessuna donna meritava più della vedova di Francesco d'Aragona, animatrice a Roma e nel castello ischitano di uno dei più celebrati circoli culturali del Rinascimento.
Un uomo in un donna, anzi uno dio / per la sua bocca parla, / ond'io per ascoltarla / son fatto tal che ma' sarò più mio. / I' credo ben, po' ch'io / a me da lei fu' tolto, / fuor di me stesso aver di me pietate; / sì sopra il van desio / mi sprona il suo bel volto, / ch'i' veggio morte in ogni altra beltade: / O donna che passate / per acqua e foco l'alme ai lieti giorni, / deh, fate c'a me stesso più non torni.
*
Leggo nei Diari di Benjamin Constant che egli era solito rivolgersi a Madame de Staël, all'epoca della loro intensa e contrastata relazione, col vezzeggiativo di Minette. Mi plagiava! Minette io chiamai, ignaro, una mia donna, realissima e immaginaria, con la quale concepii una bimba, realissima e immaginaria, dal nome Pan-ina che ancora, in forma di ciottolino ben levigato, vive la sua immaginaria, quanto reale, vita dentro una minuscola teca d'argento sul mio pianoforte. Oltre vent'anni ha ormai Pan-ina, ma ella preferisce non crescere e non uscire dal suo bozzolo d'argento, dal suo argireo sogno, felice accanto alla sua immaginaria e reale sorella di padre nomata Désirée.
*
Afferma il Francofortese:
"Wer Wissenschaft und Kunst besitzt der hat auch Religion. Wer jede beiden nicht besitzt der habe Religion (Goethe, Zahme Xenien IX) che mi pare di poter correttamente così rendere: "Chi possiede scienza e arte, ha già (in esse) la sua religione. Chi non possiede nessuna delle due abbia una Religione". Si tratta sostanzialmente della stessa interpretazione dei bruniani tedeschi della Giordano Bruno Stiftung che esplicitano meglio, nella logica della distinzione bruniana tra religione del dotto e religione dell'ignorante, il concetto sostituendo il "der hat auch Religion" con "der braucht keine Religion", non ha bisogno di alcuna religione. Nell'illuminista Benjamin Constant trovo una opinione alquanto diversa. In Adolphe, riferendosi ai riti dell'estrema unzione richiesta da Eléonore, egli scrive: "La lasciai e non rientrai che con tutta la sua gente per assistere alle ultime solenni preghiere. In ginocchio in un angolo della sua camera, a volta a volta mi inabissai nei miei pensieri, o guardai con una sorta di curiosità involontaria, tutte quelle persone riunite; il terrore degli uni, la distrazione degli altri e quella strana indifferenza che l'abitudine introduce in tutte le pratiche prescritte e che fa riguardare le cerimonie più solenni ed auguste come delle cose convenzionali e puramente formali: intesi quella gente ripetere macchinalmente le parole funebri come se essi non dovessero mai essere attori di una scena consimile, come se anch'essi non dovessero morire un giorno! Io era ben lungi dal disdegnar quelle pratiche, ve ne è dunque una sola, di cui l'uomo, nell'abisso della sua ignoranza possa proclamare l'inutilità? Esse davano a Eleonora un poco di calma; esse l'aiutavano a varcare quel terribile passo verso il quale noi tutti marciamo senza che nessuno di noi possa presentire ciò che proverà in quell'or! La mia sorpresa non è nel fatto che l'uomo abbia bisogno di una religione: ciò che mi stupisce è che egli possa talvolta credersi così forte, così al riparo dalla sventura da osare di rifiutarne una: mi sembra che egli dovrebbe essere portato dalla sua debolezza a invocarle tutte; nella notte fonda che ci avviluppa vi è forse una luce che noi possiamo respingere? Nel gorgo del torrente che ci trascina vi è una mano a cui possiamo rifiutare di abbrancarci?" (pp. 93-94) .
Molto ci sarebbe da riflettere su questi concetti (concetti poi od emozioni?) di Constant... Sul piano del sentimento non è difficile concordare. Ma su quello della ragione qualcosa stride. L'affermazione pascaliana che "esistono delle ragioni che la ragione non può comprendere", combinata con quella del Piccolo Principe ("non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi"), afferma qualcosa che può facilmente rovesciarsi nel suo contrario: si danno delle ragioni che il cuore non può avvertire, un'essenza che non sfugge agli occhi della mente e che il cuore vela. Oggi non mi sento però di prender parte per l'una o per l'altra opinione. Raccontano che il cardinale Cusching si dimettesse e si recasse missionario in Africa dopo aver confessato un vegliardo sul letto di morte alla maniera tradizionale chiedendogli conto della sua fede nei dogmi contenuti nel Simbono niceno. A un certo punto il vegliardo non rispose più; e al cardinale che lo scuoteva per accertarsi se fosse ancor vivo disse: padre, io sto morendo e lei si diverte con gli indovinelli...
Ecco, oggi i lascerei le Essenze al loro Mistero.
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Bruno Nolano)

 

 

 
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Trunken muss wir alle sein

Post n°914 pubblicato il 27 Giugno 2016 da giuliosforza

Post 843
Leggo nel Diario di Benjamin Constant una lode di Vincenzo Monti, fra noi per lo più irriso (basti pensare all'acido epigramma foscoliano: Questi è Vincenzo Monti cavaliero / gran traduttor dei traduttor d'Omero). Così invece il Losannese del disinvolto voltagabbana di Alfonsine: "Vado a Coppet, dove Madame de Staël è di ritorno. E vi giunge con me Vincenzo Monti. Egli ha una magnifica figura, dolce e fiera ad un tempo. Le sue declamazioni di versi sono interessantissime. Egli è un vero poeta, focoso, violento, debole, timido e incostante; un Andrea Chénier italiano, sebbene egli valga assai più di Chénier" (Diaro, p.137)
Esagerato. A meno che queste parole non celino del sarcasmo.
Amo Chénier, il martire della Terreur che scrisse: Sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques, che è la summa dell'ars poetica che preferisco, quella che salva dalle imposture dei falsi neoteroi.
*
Così sinteticamente in quarta di copertina di una delle tante traduzioni italiane è presentato il capolavoro lirico goethiano, l'Östwestlicher Divan:
"Composto tra il 1814 e il 1827, Il Divano occidentale orientale è l'unico canzoniere del diciannovesimo secolo che si possa avvicinare, per ricchezza, densità e profondità di orizzonti, ai Fiori del male di Baudelaire. Goethe stesso lo definì come "contemplazione serena della mobile attività terrena, che si ripete sempre in cerchio o a spirale, inclinazione che ondeggia tra due mondi, tutto il reale spiegato e risolto nel simbolo". Con grande eleganza, e con un metodo compositivo allusivo e combinatorio, Goethe costruisce un libro concepito come un avventuroso e sperimentale viaggio poetico nei generi - Massime, Riflessioni, Parabole - e nei temi - Amore, Paradiso, Nulla - che molto deve alla tradizione dei Divani lirici arabi e persiani. Cambiando registro, tono e musicalità di sezione in sezione e di verso in verso, la traduzione di Ludovica Koch e Ida Porena è straordinariamente mutevole e insieme fedele nel rendere in italiano questo indimenticabile capolavoro".
Io ne posseggo l'edizione francese Aubier (1950) nella traduzione, con testo originale a fronte e una ricchissima serie di dotte annotazioni, del prof Henri Lichteberger della Sorbona. E non vi dico il piacere di una lettura che riserva sempre nuove sorprese, tanto, sotto i tuoi occhi, il poetico dialogo fra Atem e Suleika (una vera e propria amorosa tenzone) vive e si trasforma, sempre in nuove e più alte e sottili forme evolvendo, in un testo in cui lirismo misticismo pensiero pensante e poesia poetante si fondono e nel quale ogni metafora rimanda a un'altra sicché un caleidoscopio si genera di metafore di metafore rimandantisi e intrecciantisi senza posa come tu fossi immerso in un processo eterno di invenzione e reinvenzione.
Dall'Östwestlicher Divan sono tratti i versi che leggo in uno dei numerosi cartigli incollati sulla facciata interna della mia porta d'ingresso a ricordarmi, con Goethe Beeth Mann Hesse Lutero Nietzsche D'Annunzio... di dedicare, nulla dies sine linea, ogni giorno un momento di meditazione agli autori di cui più s'è alimentata la mia vita spirituale.

Trunken müssen wir alle seyn!
Jugend ist Trunkenheit ohne Wein;
Trinkt sich das Alter wieder zu Jugend,
So ist es wundervolle Tugend.
Für Sorgen sorgt das liebe Leben
DobbiamUnd Sorgenbrecher sind die Reben.

(Dobbiamo essere tutti sempre ubriachi! / La giovinezza è una ebbrezza senza vino; / il vecchio trincando ridiventa giovane, / è una virtù meravigliosa. / Alle preoccupazioni ci pensa la cara vita / e gli scacciapensieri sono le viti).

Le sbornie cui Goethe accenna son certo metaforiche, ma anche reali. Egli è un bevitore raffinato e incallito, vizio, o virtù, che passerà al figlio Augusto premortogli, di cirrosi epatica, a Roma nel 1830.
Non c'è bisogno di ricordare che l' Il faut être toujours ivres di Baudelaire è la traduzione letterale del primo dei versi sopra riportati.

E a proposito di sbornie, reali e metaforiche.
Sopra l'archetto in mattoni rossi della porta dell'osteria del mia paese era scritto in vernice nera su intonaco bianco: Chi beve poco è un agnello, chi beve giusto è un leone, chi beve troppo è un maiale. Firmato Mussolini.
Tutti i frequentatori dell'Osteria del Grottino, contadini artigiani boscaioli, reduci da tre guerre e da una massacrante giornata lavorativa di venti ore e tutti avvinazzati, non tenevano conto del moralistico richiamo ducesco. Ogni sera una sbornia, fra canti di guerra, del lavoro e d'amore, unico sfogo a una vita di stenti e di bestiali fatiche. Io, piccino, m'univo a quei canti, finché non venivo richiamato a casa dalla mamma infuriata. Su La scuola del Grottino scrissi per un giornale romano un articolo poi incluso in Studi Variazioni Divagazioni, che intendo riproporre in uno dei prossimi post.
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Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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...e Sindaco fu!

Post n°913 pubblicato il 12 Giugno 2016 da giuliosforza

Post 842
Ricevo da un anonimo e volentieri pubblico.
"Ebbene sì. Da vivarese puro sangue, che nessuna culturale contaminazione è riuscito a corrompere, vado superbo di Beatrice, il neo- sindaco di Vivaro, plebiscitariamente chiamata alla guida della piccola comunità. Perché, più che di un voto, si è trattato di una presa d'atto, di un riconoscimento per quanto finora Beatrice per Vivaro ha rappresentato. A Vivaro ella ha dedicato i suoi anni migliori, come pubblica amministratrice, per circa vent'anni, e come animatrice culturale; sempre dimessa umile sorridente, disponibile e onnipresente, ha saputo contemperare i suoi doveri civici con quelli gravosi scolastici e familiari, con una forza che la sua gracilità non avrebbe mai lasciato immaginare. Non solo: da donna di cultura animata da una grande passione per la ricerca, innamorata della terra dei suoi avi, al recupero e alla salvaguardia delle tradizioni e dei costumi di essa ha dedicato, raccogliendo l'eredità del suo amico ed estimatore Don Gioacchino Di Nicola, numerosi volumi, curando la ripubblicazione di vecchi documenti (vedi la storia di Vivaro sotto la dominazione francese dell'Alessandri e la Vita del Cardinal Di Pietro del Presutti), la pubblicazione della voluminosa raccolta di poesie dialettali, curata e tradotta da Gabriele Moglioni e da Giulio Sforza introdotta, Sòle ranena e pennecchie, di Vittorio Peruzzi, e del Vocabulariu ‘ella lengua iuarana antica del prof Giuseppe Peruzzi; o lei stessa scrivendoli, come Vivaro la Terra la Gente, I Vivaresi e il canto popolare (in collaborazione con Francesco Petrucci), Me parea mill'anni, cronaca delle vicende della scuola elementare di Vivaro tra gli anni venti e cinquanta, quali risultano dai diari e dai resoconti di fine anno degli insegnanti; senza contare la ventina di calendari-almanacchi da lei compilati, e pubblicati dall'Associazione culturale di Varia Umanità e Musica ‘Vivarium' in collaborazione con Comune e Pro-Loco, ognuno illustrante un aspetto della civiltà contadina vivarese. Come si vede, una robusta serie di produzioni che rappresentano non solo un prezioso materiale di riflessione per l'antropologo culturale, ma la testimonianza di un tempo-che-fu guardato non tanto col commosso rimpianto, l' inutile geremiade di chi lo ritenga definitivamente perduto, ma con la passione di chi lo vede recuperabile nei suoi valori fondamentali, quali nuovi punti di partenza, pedane di lancio per un salto verso un futuro che almeno freni ed arresti la fatale decadenza a cui la nostra beata terra equa sembra dai nefasti eventi di una malintesa globalizzazione condannata.
Complimenti dunque a Beatrice e alla sua squadra, ai suoi leali avversari, al popolo tutto di Vivaro che, infrangendo secolari tabù, le ha concesso ampia fiducia; ed auguri infiniti perché le difficoltà, inevitabili anche nell'amministrazione di una pur minima comunità, alle quali andrà incontro, non ne fiacchino impegno ed entusiasmo; che anzi la corroborino nella sua volontà indomita e la ricarichino di energie. Come del gigante Anteo, si possa di lei dire che vires resumit in nuda tellure iacens, riprende energia e vigore abbandonata e distesa, anima e corpo, fra le braccia della sua Terra, sua Madre".
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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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