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Dorian Gray sessanta anni dopo

Post n°974 pubblicato il 13 Febbraio 2018 da giuliosforza

Post 894

 

Ripongo con grande delusione il pruriginoso romanzo di Giuseppe Conte Sesso e apocalisse a Istambul: mi pare un modesto giallo che gira intorno a un duplice centro, gli orifizi anteriori e posteriori, ossessivamente manipolati e frugati, come meglio non farebbero urologi e ginecologi, dei due protagonisti, cinquantenni assatanati, lei ricchissima moglie di senatore, lui sfigato libraio fallito. Non sono un moralista. Semplicemente  uomo di buon gusto che ancora sa apprezzare il fren dell’arte.

 *

 Dorian Gray sessanta anni dopo.

 Lessi l’unico  romanzo di Wilde agli inizi degli anni sessanta, in uno di quei deliziosi volumetti tascabili di Rizzoli, dall’inconfondibile color grigio, nella traduzione di Ugo Dèttore. Ora ne ho tra le mani una edizioncina di Giunti (2016) con prefazione di Luca Scarlini. E tanto tempo è passato dal mio primo incontro con esso  che avevo quasi  dimenticato di averlo letto.

Chi ama D’Annunzio ‘decadente’ e il suo estetismo (non l’arte imitare la vita, la vita imitare l’arte: vita come opera d’arte) ama naturalmente Wilde. Quanto l’Abruzzese e l’Irlandese a vicenda si richiamino non è difficile notare, ma ciò che li accomuna non è certo lo stile: il lungo respiro del primo non a nulla a che vedere con lo stile aforistico del secondo, tanto aforistico che potrebbe pensarsi tutte le vicende del suo famoso romanzo essere state pensate come collante, trait- d’union, cemento tra un aforisma e l’altro. Ma Lord Henry Wotton non sgrana solo aforismi (i famosi aforismi che passando di bocca in bocca, pur rischiando di diventar lisi, riescono a mantenere ancora una grande freschezza) non cessa di lasciarmi divertito e ammirato, e dalla sua bocca ancora ascolto con grande piacere il programma …diabolico che, insieme a quello proposto da Rimbaud al ‘poète maudit’(un longue, immense, raisonné dérèglement de tous les sens), rappresentò il modello per quella  mia ‘Dis-educazione (leggi de-gregazione) estetica’ che tutta la vita tentai (inutilmente?) di perseguire nell’azione didattica e non solo. Ecco le pagine per me a tal fine decisive:

 «Eppure», continuò Lord Henry con la sua voce bassa e musicale e con quel movimento della mano, simile a un’onda leggera, che era un suo gesto caratteristico fin dai tempi dei suoi studi ad Eton «io credo che se un uomo vivesse la sua vita con totale pienezza, se desse forma ai suoi sentimenti, espressione a ogni suo pensiero, realtà a ogni suo sogno, ebbene io credo che il mondo sarebbe rigenerato da impulsi tanto gioiosi da costringerci ad abbandonare tutte le nostre malattie medievaleggianti per ritornare all’ideale ellenico, o addirittura a qualcosa di più raffinato e più ricco dell’ideale ellenico, probabilmente. Ma anche i più coraggiosi di noi hanno paura di se stessi. La mutilazione dei selvaggi sopravvive tragicamente nella negazione di sé che impoverisce le nostre esistenze. Siamo pronti per ciò che ci proibiamo. Gli impulsi che ci affanniamo a reprimere rimangono a covare nella mente e ci avvelenano, viceversa, il corpo che cede al peccato si libera di quel peccato perché l’azione è una forma di purificazione: ci lascia, tutt’al più, la memoria di un piacere o il lusso di un rimpianto. L’unico modo di  liberarsi da una tentazione è cedervi. Rinuncia, e la tua anima si ammalerà rimpiangendo le cose che si è vietata e languendo nel desiderio di cose che solo leggi mostruose hanno bollato come illecite e mostruose. E’ stato detto che i grandi eventi dell’umanità si compiono nella mente. Ma anche i grandi peccati dell’umanità si compiono nella mente, e soltanto nella mente. Voi stesso, signor Gray, nella vostra giovinezza scarlatta e nella vostra candida fanciullezza, avrete conosciuto passioni che vi hanno fatto paura, pensieri che vi hanno riempito di terrore, e sogni –nel sonno, o a occhi aperti- il cui solo ricordo vi farebbe arrossire di vergogna…»  (pp. 49-50).

…………

«Perché la vostra giovinezza è splendida, e la giovinezza è l’unico bene che abbia valore [….] un giorno, quando sarete vecchio, rugoso e brutto, quando i pensieri avranno avvizzito la vostra fronte e le passioni con i loro odiosi ardori avranno segnato le vostre labbra, allora sì, ne avrete una grande considerazione. Eccome! Oggi, ovunque andiate, voi stregate il mondo: Sarà sempre così?... Avete un volto di una bellezza straordinaria, signor Gray. No, non vi incupite, è la verità. E la Bellezza è una forma di Genio… Direi, addirittura, che è qualcosa di superiore al Genio poiché non richiede spiegazioni. E’ uno dei grandi fenomeni della natura, come la luce del sole o la primavera o il riflesso nell’acqua cupa di quella conchiglia d’argento che chiamiamo luna. E’ indiscutibile. E’ sovrana per diritto divino, ed eleva al rango di principi coloro che la possiedono. Sorridete? Ah! Quando l’avrete perduta non sorriderete più….Si dice a volte che la Bellezza sia soltanto superficialità.  Può anche darsi, ma non è mai tanto superficiale quanto il pensiero. La Bellezza, per me, è la meraviglia delle meraviglie. Sono solo i superficiali a non giudicare dalle apparenze. Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile…Sì, signor Gray, gli dei sono stati benigni con voi. Ma gli dei si riprendono presto ciò che hanno elargito. Avete pochi anni da vivere realmente, perfettamente e pienamente….Ogni mese che passa vi avvicinerà sempre più a qualcosa di orrendo…il tempo è invidioso di voi e aggredirà i vostri gigli e le vostre rose….Dovete vivere, vivere la Vita meravigliosa che è in voi! Fate in modo che niente vada perduto…Un nuovo Edonismo, di questo ha bisogno il nostro secolo…Per una stagione il mondo vi appartiene…I più umili fiori di campo appassiscono, ma ritornano a fiorire. I maggiociondoli, il prossimo giugno, saranno gialli come ora. Tra un mese la climatide sarà coperta di stelle purpuree e, anno dopo anno, il vere notturno delle sue foglie racchiuderà altre stelle purpuree. Ma la giovinezza non ritorna…Degeneriamo in ripugnanti fantocci, ossessionati dalla memoria di passioni di cui abbiamo avuto troppa paura e tentazioni sublimi alle quali non abbiamo avuto il coraggio di cedere. Giovinezza! Non c’è nulla al mondo che valga la giovinezza!» (pagg. 53-55)

E via dicendo.

Non che tutti questi paradossi vadano presi sul serio. E’ lo stesso Dorian a farlo osservare a Lord Henry. Scherza molto, Wilde. Ma quanta verità sotto la maggior parte dei suoi scherzi! E’ l’aspetto ludico del Ritratto che di più ammiro, come nel Kafka di Metamorfosi (che è un bel modello di presa in giro del lettore, ma i barbassori non vogliono accorgersene e non smettono di scervellarsi per  trovarvi chissà quali significati reconditi), è il fuoco pirotecnico delle provocazioni mirate a épater le bourgeois, a scandalizzare il borghese bigotto camuffato da benpensante. Per il resto non trovo né grande né originale la trama: il tema dell’anima venduta al diavolo   è antico quanto e il mondo, e solo i geni di Goethe e di Mann sono stati capaci di profondamente rinverdirlo. E non può dirsi certo nuovo il tema della fugacità della giovinezza,  anche se sempre nuova può  essere, e qui in bocca a Lord Wotton lo è, la maniera di trattarlo. Vera novità sarebbe stata la richiesta di una giovinezza eterna, ché il ritratto, pur vivendo più a lungo, eterno non sarà. Gravissimo errore non mettere tale clausola dell’eterna giovinezza nel contratto. Senza di essa Dorian farà la fine della sibilla cumana che, ottenuta da Giove l’immortalità ma non l’eterna giovinezza (aveva dimenticato di chiedergliela) sarà condannata a diventar sempre più decrepita ed avvizzita  sì da finire dentro una minima ampolla dalla quale, con una vocina flebile ed esile come un pensiero, ai devoti che la interrogheranno sui suoi desideri (sybilla, ti tèleis, sibilla che chiedi) risponderà  con un ansito impercettibile: apothanèin tèlo, apothanèin telo, bramo morire, bramo morire! (E non poterlo: che fine sconcia per un Esteta!).

Ma la cosa che sempre, di Wilde, mi ha più impressionato, per non dire sconvolto, non è tanto l’opera nel suo complesso, o la sua concezione della vita come opera d’arte, ma la sua conversione in extremis al Cattolicesimo. Paura della morte? Via di Damasco? Improvvisa illuminazione? Per un esteta neopagano e dionisiaco convertirsi non significa semplicemente correggere minimi scarti di percorso, abbandonare  sentieri qua e là divaganti, per riprendere il cammino iniziale, o solo per un poco interrotto, e farli ri-convergere (conversio) verso la meta prestabilita; bensì cambiar direzione di  marcia, significa, retrocedere, significa, invertire la rotta, significa, poiché le strade per il Carmelo e per il Parnaso, per l’Olimpo e per il Calvario divergono irrimediabilmente. Convertirsi sottintende una totale palingenesi e una conseguente totale palinodia.  Gliele avrà chieste il confessore, come condizione sine qua non per l’assoluzione, nel momento dell’estremo anelito?

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Falk e Goethe. "Palestrina" di Pfitzner e Mann. La Bellezza salverà il mondo?

Post n°973 pubblicato il 29 Gennaio 2018 da giuliosforza

Post 893

Prima che di Dostoewskij e di Woytila, “La Bellezza salverà il mondo” fu, se pur con minime sfumature. di Goethe, ma nessuno se ne accorge (e chissà di quanti prima del Francofortese fu: non fu lui  ad affermare tutto il da dirsi essere  stato già detto, doversi semplicemente in maniera diversa dire  colmandolo di nuovi sensi?). L’ultimo a non accorgersene è Luca Scarlini, il curatore, per conto di Giunti, di una recente edizione del Ritratto di Dorian Gray. Alla pagina 9 dell’introduzione scrive: “ Non è detto che la bellezza salvi il mondo, anzi: Le prove della celebre (quanto discussa) frase coniata da Dostoevskij, sono sempre al cinquanta per cento…” Ora osservate bene questo aforisma poetico del Francofortese, soprattutto i due versi in rilievo, e quell’Angedenken che non è solo Erinnerung, ricordo, memoria, ma anche contemplazione. Platonismo puro : mediante il ricordo-contemplazione della Bellezza iperuranica fattasi terrestre, la terra potrà riconquistare le Essenze e salvarsi. La Bellezza come strada di ritorno alla Salvezza, all’Essenza. Proodòs ed epistrophé.

Angedenken an das Gute
Hält uns immer frisch bei Mute.
Angedenken an das Schöne
Ist das Heil der Erdensöhne.
Angedenken an das Liebe,
Glücklich! wenn's lebendig bliebe.
Angedenken an das Eine
Bleibt das Beste, was ich meine
.

 *

Due recenti scoperte: Johannes Daniel Falk e Gomez Dàvila. L’uno poeta filosofo e socialriformatore  contemporaneo di Goethe (visse come questi a Weimar e a lungo si frequentarono, e al loro rapporto è dedicato il Mit Goethe durch das Jahr 2018 dal quale traggo queste notizie, che ho potuto recuperare attraverso Amazon nonostante la chiusura della  Herder romana di Piazza Montercitorio -una delle decine di librerie costrette a chiudere, triste segnale dei tempi, a Roma); l’altro nei cui Escolios a un texto implicito incappo occasionalmente. Due imperdonabili mancanze alle quali intendo riparare. Il primo, essendo io ufficialmente un, anche se del tutto anomalo, pedagogista (e venendo per questo regolarmente foraggiato) avrebbe dovuto essere fra i miei interessi precipui; il secondo - aforista, critico dei sistemi, fautore della aristocrazia degli ingegni contro le democrazie oclocratiche,  ‘reazionario’ per autodefinizione ai limiti del fondamentalismo, per taluni aspetti il Nietzsche colombiano, vicinissimo perciò alla mia sensibilità estetica e filosofica e alla mia mentale anarchia- avrei dovuto annoverare  fra gli amici più cari, uno di quelli da capezzale. Li leggerò appena finito Sesso e Apocalisse ad Istambul, un romanzetto rilassante, erotico più del necessario e a sorpresa (evidentemente i settant’anni riattizzano i mai in realtà in lui sopiti demoni meridiani), dell’autore dello splendido Le terre del Mito e di tante altre cose belle, il genovese Giuseppe Conte. Passerò il resto di questo inverno in loro compagnia, e sarà meno tetro. Una curiosità non im-pertinente. In quarta di copertina del Mit Goethe è scritto circa Daniel Falk: “….Il 250° anniversario della sua morte ci offre l’opportunità di occuparci di un uomo che con grande generosità si dedicò ai bambini e ai giovani, e sviluppò via via interessanti progetti al riguardo. Ingiustamente egli è oggi pressoché dimenticato. Lo si conosce soprattutto come creatore della popolarissima canzone di Natale ‘O du fröhliche’…”. Cerco nel volume dei Deutsche Lieder e a pag. 807 la trovo, ma oh sorpresa: del ‘popolarissimo’ Lied Falk è autore solo delle tre brevi quartine del testo, per di più nei primi due versi di ognuna ripetitive, e non della musica la quale è semplicemente quella della melodia d’origine sicula (così onestamente una nota del curatore), essa sì universalmente conosciuta, O Sanctissima, o piissima, dulcis Virgo Maria! Mater amata, intemerata, ora ora pro nobis! . Immediata la voglia di risuonarmela nella interessante, semplice e solenne insieme, elaborazione per organo fattane da Louis Raffy e contenuta nel secondo volume di Organistes célèbres et grands maîtres classiques da lui curato. Anche il Francese accenna, nella presentazione del brano, alla sua vastissima notorietà: “Chi non conosce questo mottetto alla Santissima Vergine, canto pio e raccolto, pieno di grazie e di freschezza, più volte secolare, ripetuto da numerose generazioni e mai invecchiato e démodé?”. Solo che non è di Falk!

*

Uno dei compositori meno noti e sicuramente meno frequentati, almeno fra noi, è Hans Pfizner, autore fra l’altro di un’Opera (della quale, alla maniera wagneriana, scrive anche il testo), ‘Palestrina’, da lui detta "Leggenda musicale", dedicata alla vita e all’opera di Pierluigi da Palestrina, scritta tra il 1912 e il 1915, e rappresentata la prima volta al Prinzregententheater di Monaco di Baviera il 12 giugno 1917 sotto la direzione di Bruno Walter. Il mio interesse per Pfitzner nacque dalla lettura delle Considerazione di un impolitico  di Thomas Mann (Betrachtungen eines Unpolitischen. S. Fischer Verlag Berlin 1918, Adelphi 1997) ove gli sono dedicate una trentina di pagine (ristampate  ne “I Quaderni della Biblioteca Pierluigi” della Fondazione Pierluigi da Palestrina – Centro di Studi palestriniani’, Palestrina 1995-2001) che risentono della fase culturale allora attraversata dal grande scrittore di Lubecca, caratterizzata da una acuto spirito conservatore e nazionalistico (in tacita polemica col fratello Heinrich di tutt’altro orientamento), quello stesso che aveva alimentato il suo interventismo. Dell’opera pfitzneriana  scrive tra l’altro Mann: «Ho ascoltato finora tre volte la ‘leggenda musicale’ di Hans Pfitzner, ‘Palestrina’, un’opera brusca e ardita che si è fatta cosa mia, mio privato possesso, in un modo singolarmente rapido e facile. Quest’opera, prodotto estremo, consapevolmente estremo della sfera wagneriano-schopenhaueriana, romantica, con i suoi marcati lineamenti düreriani e faustiani, la sua aurea metafisica, il suo ethos di “croce, morte e sepolcro”, la sua mescolanza di musica, pessimismo e umorismo, rientra senz’altro nel nostro tema, nella tematica di questo libro. Il suo apparire in questo momento ha suscitato in me il conforto e il beneficio di una simpatia totale; essa corrisponde al mio più personale concetto di umanità, mi rende positivo, mi libera da ogni polemica, offre al mio sentimento un grande oggetto, che può abbracciare con gratitudine finché torna, sanato e placato, al proprio lavoro creativo, e in virtù del quale tutto ciò che è ripugnante acquista ai miei occhi una parvenza illusoria».

Nella trentina di pagine che seguono emerge la figura di un Pierluigi combattuto fra passato presente e futuro, tra nostalgie di conservazione e ansia di  rinnovamento, tra rimpianto e attesa, tra Sehnsucht ed Ahnung. Fa dire al fratello Silla: “Che impulso libero e splendido precorre i nostri tempi! / Giacché soltanto al pensiero / Della serena Firenze, / Il mio essere sembra liberarsi / Dal basso giogo della volgarità /E ascendere al sommo gradino. / Cos’è nell’arte a me cara, quando le voci / Già chiare languenti in misera polifonia, / Si liberano a esistere ognuna per suo conto… / Ora mi attrae ciò che è nuovo e bello./ E come a me dinnanzi splendono gloria e vita, / Così con me s’innalza in libertà crescente / Tutta l’umanità a impensate altezze”. Poi osserva: “Lo so, ma Silla mi crede ancora ignaro. / E’ un giovane cui Dio ha fatto molti doni, / Non mi sento in diritto di fermarlo”. Egli non si ribella, e al cardinal Borromeo, il fautore di una Chiesa forte, che lo rimprovera perché non rampogna il fratello e se ne sta  tranquillo, risponde: “Il minacciato sono io, non lui!” . E  prosegue: “L’arte dei grandi Maestri nei secoli / In misteriosa intesa di evo in evo / A erigere in eterno il grande duomo /, L’arte, a cui vita offerisce e fede, / Come offro la mia povera esistenza: / A lui sembra una cosa vecchia e logora, / La crede superata ormai e morta. / Or certi dilettanti di Firenze / Da vecchie scritture pagane / Escogitarono certe dottrine / Secondo cui dovrebbe farsi musica. / E Silla ormai è tutto preso in quelle, ! E vive e pensa sol nei nuovi suoni. / Forse ha ragione! Chi può mai saperlo, / Se il mondo non percorra ignote vie, / E quello che a noi pareva eterno, / Quasi preso dal vento, non si perda?/ Tristi pensieri, certo, inconcepibili…”.  Nell’accenno al ‘grande duomo’ avverto echi rilkiani de ‘La cattedrale’ (“Giorno per giorno, con mani tremanti, ti costruiamo, Dio, pietra su pietra).

Non è mia intenzione seguire Mann nelle sue ulteriori considerazioni. Le riassumerò osservando che egli ritrova in Palestrina la sua stessa posizione di conservatore ironico e disincantato, schopenhaueriano e leopardiano, non a tal punto ciecamente ottimista  da giurare sulla fatalità del progresso come  promessa del meglio,  anzi realisticamente più portato e considerarlo  premessa di disastro. Che se poi Pierluigi cede e, per salvare la polifonia, come gli si chiede, compone l’innovativa Missa Papae Marcelli, non è tanto perché si ricreda o si ritenga  reo di compromesso, ma semplicemente perché si avverte fine e principio, spartiacque di due epoche, con un piede nel Medioevo e con l’altro nel Rinascimento, e in quanto tale stanco e ‘nostalgico della morte’. Dice: “Non io, non io, debole e manchevole: / Né posso più sperare mutamenti. / Io sono un vecchio, un uomo stanco a morte / Alla fine di un’epoca maestosa. / Davanti a me non vedo che tristezza, / Non posso più forzare la mia anima”.  Rivolgendosi alle ombre dei Maestri:  “Viveste da forti in un’epoca forte, / Racchiusa ancora e scura nell’inconscio / Come un chicco nel grembo a madre terra. / Ma la luce mortal della coscienza /Che si alza cruda come un crudo giorno / E’ nemica alla dolce trama dei sogni, / Alle oprere dell’arte; anche il più forte / Davanti a quella  forza abbassa le armi”.     

Ora capisco perché, e non a caso, il primo e il terzo atto del Palestrina vennero etichettati dal critico Rudolf Kriss come gli “atti di Schopenhauer”. Li pervade la stessa profonda malinconia, lo stesso disincanto nei confronti delle magnifiche sorti e progressive. E lo stesso rimpianto e lo stesso scoramento. “Voglio fuggir dal tempo a occhi aperti / Affondando nel gorgo della vita… Ma questo suo proposito è respinto non senza rigore  dai Maestri: “ Sii pronto a porre l’ultima / Pietra dell’edificio; / Questo è il senso del tempo. / Se puoi mostrar finito / Tutto il disegno tuo, / Se compiuta è l’immagine / Tua com’era apparsa / Nel primo ardor creativo. / Allora irraggi limpido, / Risuoni allora puro, / Pierluigi Palestrina, / Ultima pietra tu / Della bella catena”

Qui Mann conclude le sue divagazioni palestriniane , per chiudere con altre esistenziali. Scrive: “Indubbiamente si tratta dell’arte di diventare sani. Ma il problema della salute non è semplice, il rapporto fra salute e malattia non si risolve in quello fra ottimismo e pessimismo, fra virtù progressista e simpatia con la morte. Il pessimismo di Schopenhauer, riferito alla sua persona, era certo qualcosa di più sano del dell’ottimismo dionisiaco di Nietzsche, perché Schopenhauer, che negava la vita, giunse a un’età patriarcale sempre suonando il suo flauto, mentre l’adesione di Nietzsche alla vita, come euforia paralitica, è compromessa senza speranza. Così possono dunque stare le cose a seconda delle persone, anche se con questo non si è detto nulla sul grado di sanità filosofica implicito nell’ottimismo e nel pessimismo. Ma, con tutti i miei buoni propositi di obbiettività, non riesco a ignorare del tutto le situazioni personali. Non a tutti la natura concede la felice alleanza col proprio tempo e col progresso, non a tutti si confà la salute democratica. Se u8no dispone di poderose spalle e di una robusta dentatura e si chiama Zola, Bjørnstjerne Biørnson o Roosvelt, può darsi che ne risulti un effetto armonioso. Se uno è nato invece un po’ vecchio e un po’ nobile, con una vocazione naturale per il dubbio, per l’ironia e la malinconia, se il vital rossore che mostra in viso è di congestione o di belletto, se è, in fondo, estetismo, allora la faccenda ha una sua indecenza morale che io non posso ignorare. C’è qualcosa che io ho sempre definito, fra me, il «tradimento della croce». E anche la virtù, anche la ‘democrazia’, anche la virtuosa impulsività politica significano a volte solo questo: il tradimento della croce.

Ci ha condotto lontano, Mann, con le sue considerazioni; verrebbe da domandarsi cosa abbia a che fare con tutto ciò il Palestrina pfitzeriano. Non lo farò, non ora.

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Chàirete Dàimones!

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Rossini. Donizetti. Harun Yarya

Post n°972 pubblicato il 16 Gennaio 2018 da giuliosforza

Post 892

Ero immerso in pensieri impegnativi  e seriosi (non aver  filosofi dell’educazione e pedagogisti come compito quello di distribuir modelli ma quello ben più difficile  d’individuare i segnali provenienti dall’ultimo bambino nascente al mondo, rappresentante la punta avanzata dell’evoluzione, dalla quale ognuno di noi  è in ritardo di tanto quanti sono i suoi anni, e attraverso cui sono da individuare i tratti dell’uomo futuro della metantropologia, diversamente detto del super – oltre - uomo; donde l’inversione dei ruoli e dei fini educativi tradizionali: non più il bambino guidato ma il bambino-guida) quando dalla televisione  perennemente accesa  su Rai 5 o su Cine Sony, mi sono arrivate le prime note del “Barbiere di Siviglia” ritrasmesso dal Regio di Torino in una bella edizione di qualche anno fa. E così ho smesso di pensare e sono corso al sdraiarmi sulla mia scomoda poltrona a dondolo di primo ottocento deciso a ”godermi” l’opera, solo solo piano piano zitto zitto, come all’incirca canta Figaro. Ho virgolettato ‘godermi’ perché per la verità Rossini, sia quello comico che quello serio, seriamente comico o comicamente serio, non è tra gli autori da me, beethoveniano-wagneriano mahleriano richardstraussiano incallito, più frequentati e goduti. Ma oggi ho cercato di sgombrare la mia mente dai pregiudizi, di liberarmi dagli “idòla specus” e accingermi ad offrire l’anima spoglia ai sortilegi e alle moine della Musa galante del Pesarese. Ed oh miracolo: tre ore filate, se non di estasi, di godimento della musica non solo, ma delle parole persino del libretto orrendo, della cui ridicolaggine pure m’è parso essere l’ironia rossiniana cosciente, e capace anche da essa di prendere lo spunto per indurre al riso canzonatorio. Figaro, Lindoro-Acquaviva, Don Bartolo, Rosina, Don Basilio li ho trovati tutti bravi ed esilaranti, spigliati quanto basta per dimostrare una finalmente acquisita capacità attoriale, che i burattini dell’opera tradizionale immobili sul palcoscenico, solo intenti, “hianti ore”, a combatter con gli scioglilingua e gli arzigogoli vocali della partitura, nemmen si sognavano. Qualche giorno prima gli stessi sentimenti avevo provato all’ascolto, sulla stessa rete, del Don Pasquale. Non ho dovuto attendere la adorata serenata di Ernesto del terzo atto (Come è gentil la notte a mezz’april, che mi fa stranamente pensare a Napoli) per godere della vena melodica del Bergamasco dal quale insieme a Bellini mi rifugio quando ho bisogno di riposarmi dagli affanni tragici. Una tradizione orale vuole che Donizetti, marito infedelissimo di una Teresa Vasselli di Riofreddo, abbia provato alcuni passi della Lucia appositamente trascritti per banda sulla piazza del mio paese, a Riofreddo prossimissimo, in occasione della festa patronale di Maria Santissima Illuminata (e quando ho pellegrinato alla sua tomba a Bergamo mi ha confermato  direttamente, peggio per voi se non ci credete, la veridicità della tradizione). Per questo anche lo amo.

 

Scusate se vi rovino i festeggiamenti. Ma in questa notte di varco io vedo Il Tempo assolvere lo stesso compito di Minosse :
"Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: 
essamina le colpe ne l’intrata; 
giudica e manda secondo ch’avvinghia
". 
(Inferno, V, 3-6)
Mi auguro che Minòs sia benevolo

*

Mamma li Turchi! (Iniziato l’attacco capillare ideologico all’occidente?).

Tra le tonnellate di cartacce pubblicitarie che giornalmente stipano le nostre cassette delle poste, avviene di trovare ogni tanto qualcosa di interessante. A me per esempio è capitato ieri di imbattermi in questo opuscolo, graficamente esemplare, addirittura prezioso, stampato completamente a colori su carta patinata, e ricchissimo di illustrazioni dei più vari e rari fossili, completamente dedicato alla confutazione della teoria evoluzionistica. Turco ne è l’autore , Adnam Oktar, che scrive sotto lo pseudonimo di Harun Yania, nato ad  Ankara nel 1956; turca la stampa in italiano, turca la diffusione. E siccome par sia tradotto in tutte le lingue del mondo e mondiale ne sia la diffusione gratuita, ci si provi ad immaginare che anima di capitale, non solo di denaro ma anche di fede, deve essergli dietro. La mia curiosità è tanta e m’accingo a scorrerlo senza pregiudizi, non essendo particolarmente interessato alla questione (nella mia visione del mondo creazionismo o evoluzionismo ha poca rilevanza) e, pur avendo letto parecchi degli scritti antropologici Di Charles Darwin nell’edizione longanesiana curata da Giorgio Celli (Milano 1971, pp. 1205), non potendo dirmi un esperto nel campo. L’intento apologetico dell’opuscolo è apertamente dichiarato (e questo va a suo merito o demerito, secondo i punti di vista), ma proprio perciò son portato a star cauto nel dar credito alla validità delle argomentazioni scientifiche rivendicate. Ho sempre diffidato di una scienza, come di una filosofia, ancillae theologiae . Trascrivo la quarta di copertina:

“…Dal 1980 l’autore ha pubblicato numerosi libri su tematiche connesse alla fede, alla scienza e alla politica: E’ noto come autore di importanti opere che svelano gli inganni degli evoluzionisti, le loro effimere affermazioni e l’oscura connessione tra il darwinismo e le ideologie sanguinarie come il fascismo e il comunismo.

Tutte le opere dell’autore condividono un unico obiettivo: trasmettere il messaggio del Corano, incoraggiare i lettori a riflettere sulle questioni basilari legate alla fede quali l’esistenza di Dio, la sua Unicità e l’Aldilà, e dimostrare la fragilità delle fondamenta dei sistemi laici e delle ideologie distorte. Le sue oltre 300 opere, tradotte in 73 lingue diverse, si sono diffuse  presso un vasto pubblico di lettori in tutto il mondo.

Con la volontà di Dio, i libri di Harun Yahya saranno un mezzo attraverso il quale gli esseri umani del ventunesimo secolo arriveranno alla pace, alla giustizia e alla felicità promesse nel Corano…”. E ancora: “Il libro che hai tra le mani dimostra, attraverso prove scientifiche incontrovertibili, che il darwinismo è un inganno e che esistono i più di 700 milioni di fossili che smentiscono totalmente l’evoluzione, e dichiara al mondo intero che niente, nemmeno una singola proteina, può essersi originato per caso. Questo libro svela la mendacità e la sfacciataggine della dittatura darwinista che ha imposto al mondo intero la teoria dell’evoluzione, attraverso l’utilizzo di prove false, e contiene le prove scientifiche che confutano il darwinismo. La demagogia non gioverà più in alcun modo ai darwinisti”.

Questo sì è avere le idee chiare, questo sì è parlar chiaro! Che Tertulliano e tutti gli apologisti cristiani al confronto?  E ancora, a rincarare la dose:

“Il libro che hai tra le mani dimostra, attraverso prove scientifiche incontrovertibili, che il darwinismo è un inganno e che esistono più di 700 milioni di fossili che smentiscono totalmente l’evoluzione, e dichiara al mondo intero che niente, neppure una singola proteina, può essersi originata per caso. Questo libro svela la mendacità e la sfacciataggine della dittatura darwinista che ha imposto al mondo intero la teoria dell’evoluzione, attraverso l’utilizzo di prove false, e contiene le prove scientifiche che confutano il darwinismo. La demagogia non gioverà più in alcun modo ai darwinisti”.

Che aggiungere. Questo tono da iconoclasti suona così stonato a un orecchio di pensatore libero, capace di intendere ogni linguaggio tranne quello dei dogmatismi, che la tentazione di cestinare il libretto sarebbe grande. Ma alla tentazione resisto. Il tollerante è condannato ad esserlo anche con l’intollerante. E poi così tante e così belle sono le illustrazioni che per uno che non è un naturalista e non ha dimestichezza con le paleontologie e le antropologie (sue assidue frequentazioni sono semmai le metantropologie alle quali con ogni sforzo anela) che sarebbe davvero un peccato perdersele. Mettiamola così: in nome dell’arte sono disposto a passar sopra anche al più becero degli oscurantismi. Ove dell’oscurantista non do alle teorie antievoluzionistiche in sé: so che ne esistono di molte, e molto serie. Ma al tono, che è esso a far la canzone.

*

Son solito trascorrere da sempre la notte di San Silvestro in solitudine, un po’ per snobismo un po’ perché nostalgico delle irrecuperabili chiarità elleniche e dei loro thiasi, ricordando, meditando, ascoltando Palestrina Beeth e Wagner, scrivendo. E la cartelliera della mia biblioteca pseudorinascimentale trabocca di manoscritti, in parte rilegati in un grosso volume dal titolo Notti di San Silvestro,  ai quali, più che alle cosucce che ho pubblicato, è affidata post mortem la mia immortalità. Siano avvisati eredi e posteri : tutto vada perso, donato, venduto, bruciato, ma non le quasi diecimila pagine manoscritte di varia  diaristica che, con Notti di San Silvestro,  stipano gli scaffali della mia amata cartelliera. Ripeto, da quelle dipende la mia immortalità!!!

Questa volta  tra l’altro ho scritto:

Un giorno, credendo di fare a una donna assai bella e, presumevo, intelligente, di me venticinque anni più giovane, il più bel complimento, le dedicai il bellissimo verso di Michelangelo (il primo della stanza  del Canzoniere  scritta  per Vittoria Colonna): Un uomo in una donna, anzi uno dio che io trovavo e trovo semplicemente straordinario, lapidario come un colpo di scalpello  (il Capresano scriveva come scolpiva, e bene scrisse di lui il Berni contro i petrarchisti:  E’ dice cose, e voi dite parole).  Che fece la sciocca? Non dico che s’offese, ma di certo non lo gradì, trovandolo … maschilista. Erano i tempi dell’invasamento, e glielo perdonai. Non lo farei adesso che l’uomofobia mi par  vivaddio meno di moda, prestandosi più attenzione, per la verità una attenzione anch’essa  ossessiva, all’omofobia (senza dire che, date le tendenze sessuali michelangiolesche, nel verso è possibile cogliere più sottili allusioni). Avesse lei detto a me Una donna in un uomo anzi una dea! Ma me lo attesi inutilmente:  non era persona da tanto, pur essendo una persona fine. Che destino abbia avuto  non so; voglio immaginare, e sperare, sia una di quelle splendide sessantenni che sempre più spesso oggi si incontrano. E anche che, senza darmi la soddisfazione di dirmelo, sia una delle mie cinque lettrici; e che, levigata dalla vita, sia in grado di godersi, magari con quel tanto di ironico disincanto che a una sessantenne si addice, i versi che oggi, per dispetto, le ridedico per intero.

Un uomo in una donna, anzi uno dio
per la sua bocca parla,
ond’io per ascoltarla
son fatto tal, che ma’ più sarò mio.
I’ credo ben, po’ ch’io
a me da lei fu’ tolto,
fuor di me stesso aver di me pietate;
sì sopra ’l van desio
mi sprona il suo bel volto,
ch’i’ veggio morte in ogni altra beltate.
O donna che passate
per acqua e foco l’alme a’ lieti giorni,
deh, fate c’a me stesso più non torni.

*

Saluto l'anno, e gli amici, coi versi che chiudono la terza raccolta delle mie poesie neoclassiche Aqua nuntia Aquae juliae , e che potrebbero intitolarsi 'Amore e Morte'. Di essi la cosa più notevole mi pare, oltre al prestito schilleriano-beethoveniano, l'ultimo verso il quale, riferendosi alla Morte come all' Amata immortale'l, la chiama coi nomi con cui la denotarono le principali lingue antiche e moderne, così formando un perfetto endecasillabo che ha oltretutto il merito di non suonar affatto macabro. O no?

."Amare, amare, amare, non temere
di morire d’amore. Oh belle mort!
Non cedere all’inedia
della mente e del cuore, della quiete 
eterna inverecondo
simbolo. Seid umschlungen, 
Millionen! Dieser Kuss 
der ganzen Welt
! Migliore 
allenamento al mondo non si dà
al bacio ed all’abbraccio 
dell’Amata immortale, 
Thanatosmorstoddeathmortmuertemorte.
*

__________________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Dendrosofia (Tiziano Fratus), antipedagoia, star wars

Post n°971 pubblicato il 28 Dicembre 2017 da giuliosforza

Post 891

    Scopro  un autore ancor giovane, Tiziano Fratus, che fa oggetto della sua poetica e della sua ricerca gli alberi, e s’è inventato la Dendroteca e la Dendrosofia. Interessante e da approfondire. Con i miei studenti, nel corso delle Passeggiate di Natura e Cultura, non si saltava mai il rito dell’abbraccio collettivo dell’albero per consentire all’energia cosmica che esso, privilegiato fra gli enti, assorbe da terra e cielo, in terra e cielo mediante radici e rami, radici aeree, profondato, di trapassare in noi. Se ancora sarò tra i viventi, a primavera riproporrò il rito ai meno immemori dei miei ex: per me rappresenterà un bel tirocinio per la ridissoluzione nella nuova dimensione dell’Essere destinatami (o meritatami), per essi una ricarica formidabile per affrontare con successo le fatiche della Vita, ‘dono grande e terribile del Dio’.

    Nella mia vita tre alberi sono stati fondamentali: lo ieroplatanos, il platano sacro, della Piazza della Peschiera del mio paese, e il grande leccio di Ponte primo, attorno ai quali avvennero tutte le mie iniziazioni; con essi il faggio solitario che veglia il mistero del Cervia sabino: lo eleggemmo, in un giorno d’ebbrezza e di invasamento, ad albero della nuova Conoscenza (la Metanoesi), attorno ad esso danzando, satiri per una volta pudichi e per una volta non discinte baccanti, ed inneggiando a Pandionisio. Ancora se ne odono gli echi per le valli intorno.

*

    Non frequento con assiduità cantautori, se non quel tanto, o quel poco, necessario a consentirmi di concettualmente collocare nello Zeitgeist quell’autoposizione, spesso confusa e caotica, dello Spirito in momento di stanca che dicono musica leggera. Naturalmente quella italiana mi è più familiare e fra essa quella della mia generazione, le cui frequenze il mio orecchio è in grado, seppure ai limiti,  di reggere. Stamane ho ascoltato per caso una canzone di Gaber, uno di quelli che con i Celentano, i De Gregori, i Guccini eccetera erano, e sono, soliti fare predicozzi, in melodie o in recitativi, dai palchi e degli schermi televisivi, d’etica e di politica. Questo Gaber che ho ascoltato per caso stamane potrebbe confortare la mia antipedagogia, o metapedagogia, assai bene, e forse avrebbe meritato ch’io lo proponessi, insieme ai classici, come testo di riflessione per i miei studenti. In versi semplici ed in altrettanto pacata melodia il cantautore demistifica, tra il serio e il faceto, tutta la pedagogia blasonata alla quale io stesso tutta la vita ho attentato, sicuramente con minor successo. Si tratta di Non insegnare ai bambini

    Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

    Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.

    Giro giro tondo cambia il mondo.

    Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.

    Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un'antica speranza.

    Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore il resto è niente.

    Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.

    Avrei qualcosa da ridire circa il pregiudizio platonico, che sembra perdurare in Gaber, nei confronti del teatro, del bel canto, della danza, ma per il resto mi pare tutto condivisibile. Da Rousseau a Tolstoi  v’è tutto il meglio delle antipedagogie della storia dell’educazione.

*

    Invitato da un mio nipote adolescente sono andato a vedere, ci credereste mai?, in una stipatissima sala, una delle quattordici di un affollatissimo  centro commerciale, Guerre stellari 8. Credo sia stato il primo, da intendere il solo, film di fantascienza della mia vita, e il bello è che mi sono pure divertito, dopo un primo breve appisolamento, apprendendo anche qualcosa: per esempio che il may the force be with you con cui i miei nipoti, giocando sul mio cognome, che vorrei fosse anche il loro, usano salutarmi, viene da lì, pronunciato da una splendida guerriera della resistenza; che al di là di tutte le diavolerie tecnologiche la trama resta sempre la stessa: quella semplice e gracile della guerra, che qui diventa cosmica, tra buoni e cattivi (questi destinati naturalmente, come in tutte le fiabe che si rispettano, a perdere); che la spada luminosa, che credo nessun bambino non possegga nel suo armamentario, è quella che la Walchiria della galassia impugna e con la quale compie mirabilia. Se nella seconda parte del film ho abbandonato non è stato per stanchezza, ma per altre immaginabili senili esigenze. Solo che mentre nel freddo quasi polare raggiungevo a piedi la mia dimora, a quel luogo prossima, e incrociavo altre famigliole dirette allo spettacolo successivo, e vedevo spade  come lucciole accendersi e spegnersi nella notte precoce di quest’inizio d’inverno, e udivo gridolini di battaglia, il ‘mestiere’ riprendeva il sopravvento e mi chiedevo quello che da sempre, senza avere risposta, mi chiedo allorché immagino nei così detti cattivi i bambini che furono, e osservo i loro sguardi puri e i loro sorrisi e i loro infantili vezzi: a chi e a cosa si deve la loro trasformazione in “mostri” del Male, quale perfido Iddio li ha predestinati, quale Caso, o quale assurdo uso (tale in fine la scelta autolesionistica del male) di libero arbitrio? Come può darsi una corruptio optimi pessima? Come può da un insieme di uomini nati buoni generarsi una società cattiva? Per la prima, grazie a Starwars, dubito anche del Ginevrino.

P. S. per chi è preoccupato della fine della serie. Tranquilli. Mi pare di aver capito che la resistenza riprenderà!

*

    Sogno sognante un sogno sognante un sogno. Sogno alla terza potenza. Somnium nec somniatum nec somnians (L’Io come Assoluto, l’Essere impersonale, la cui sostanza è il Sogno), Somnium somniatum somnians (l’io empirico Giulio Sforza sognate una fanciulla divina…),  Somnium somniatum somnians (la fanciulla divina semidiscinta sognante una vecchia…),  Somnium somniatum nec somnians (la vecchia laida non sognante oberata di stracci maleodoranti). Strano proodos, ancor più strana epistrophé. Dal Sublime l’osceno. Dall’osceno il Sublime. Plotino, Scoto Eriugena,  Francesco Colonna, Immanuel Kant, Enneadi, De divisione naturae, Hypnerotomachia Poliphili, Kritik des Urteilskraft  in un sol colpo confutati dai vaneggiamenti senili d’inizio inverno del Somniun somniatum somnians

*

    A proposito del mio Somnium alla terza potenza, modellato, tra il serio e il faceto, sul concetto di Natura una e triplice, anzi quadruplice, dell’Eriugena, di coincidentia oppositorum, di Natura naturans e Natura naturata, di mondo come Deus contractus o explicatio Dei, e di Dio come implicatio mundi susaniani  (cryppffsiani!), di conseguente Mens super omnia e Mens insita omnibus  del De Uno et innumerabilibus  bruniani, ecc  ecc (in sostanza di Uno-molteplice e del Molteplice- uno, di Immanenza trascendente e di Trascendenza immanente, tutti concetti in apparenza contraddittori – ma fui forse io ad inventarmi il Credo quia absurdum?): a proposito di ciò molti amici preoccupati mi hanno chiamato con la scusa degli auguri, in realtà per accertarsi del mio stato di salute mentale, per verificare se cominciassi a dar segnali di senile confusione. E li ringrazio per questo, li capisco. Ma debbo rassicurarli: mai la mia mente fu più vigile, mai come in queste luminose albe natalizie le mie idee furono, nonostante gli impacci corporei della (turpe?) vecchiezza, più “chiare e distinte” , mai i segnali luminosi delle albe eterne trapassarono a tingere con più vigore di rossi intensi i tenui rosa del mio tramonto. Non furono forse questi un giorno i Giorni del Sole invitto? Chàirete, Dàimones!

*

    Copio da una citazione in rete di Raffaella Canovi (Il secondo amante di Lucrezia Buti):

    "Oggi, dopo lo sforzo severo della tragedia adriaca, mi rimetto a scrivere per me, per me solo, pel mio piacere, pel mio gioco, per la mia ricerca; e, in terra toscana, invento una sintassi volubile che sembra animata da una brezza mattutina odorosa di spigo e di salvia, come un certo drappare in certi disegni di maestri toscani ch′io so.
Ho preso il fanciullo di Pescara, e me lo son messo su le spalle."

Ma quando mai il nostro amatissimo birbante smise di scrivere per sé solo? E con ragione! Scrivere per il proprio piacere non è forse la prima condizione per piacere?

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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D'Annunzio al Mediamuseum. Montéhus e "La Terre Nationale". Civiltà e civilizzazione secondo T. Mann

Post n°970 pubblicato il 10 Dicembre 2017 da giuliosforza

Post 890

Così, a prima vista, un convegno che sarebbe stato assolutamente da non mancare. L’ironia, il sarcasmo, la malinconia, fanno da sfondo alla retorica panvitalistica e all’attonimento panico dannunziani, rappresentano i colori base della sua tavolozza spirituale, etica ed estetica. Un tema che ho sempre ritenuto fondamentale ma che non ho mai sviluppato e visto sviluppare. Ora pare, a leggere dai rapporti in rete, ci abbia pensato il 44esimo convegno di Studi dannunziani del Mediamuseum e della fondazione Taboni di Pescara. Una rosa di relatori dannunzisti, non necessariamente dannunziani, giovani e meno giovani, fra i quali spicca il nome di  Gianni Oliva, hanno dedicato all’argomento due intense giornate. Leggo in un resoconto giornalistico anonimo:

“Ironia e malinconia sono due tratti costitutivi della personalità dannunziana, come attestano le acquisizioni manoscritte e documentarie degli ultimi anni, in maniera anche più significativa rispetto al recente passato.

    Sul piano critico ed introspettivo l’influenza che la malinconia e l’ironia hanno avuto per D’Annunzio è rimasta a lungo sullo sfondo rispetto alla cifra lirica e metapoietica che ne segna l’invenzione letteraria. In questo senso, lo studio del rapporto tra arte e vita si rivela un percorso di conoscenza a tutto tondo per comprendere la genesi e l’evoluzione del D’Annunzio uomo pubblico ed esteta, che trova evidentemente nella scrittura la sua espressione esistenziale più compiuta. Non solo i romanzi e le poesie, ma anche le cronache giornalistiche, le lettere, le prose memoriali, i taccuini schiudono scenari e motivi ‘liminari’, tali da porre il lettore al cospetto di un intellettuale inaspettatamente ironico e sarcastico, o sorprendentemente malinconico e riflessivo.

    Per queste ragioni ironia e malinconia sono da concepire come poli supplementari e interconnessi dell’officina creativa dannunziana, dalle novelle giovanili fino alle epigrafi memoriali del Vittoriale, laddove il flusso dei ricordi si alimenta spesso dei fasti vitalistici del passato. Di qui l’opportunità per studiosi, critici, docenti, ricercatori di approfondire la dimensione più propriamente ironica e melanconica dello scrittore, mediante lo studio circostanziato di un singolo libro o di uno specifico percorso di ricerca e di lettura con l’obiettivo di evidenziare due aspetti essenziali della modernità dannunziana, così prossima alla sensibilità esistenzialista e sperimentale del Novecento”. ( estratto da L’Opinionista, Giornale on line del 20/11/2017).

Anche senza ricorrere al tetrastico conclusivo del Libro segreto, conclusivo si direbbe anche di tutta la vita e di tutta l’opera del Pescarese (Tutta la vita è senza mutamento / Ha un solo volto l malinconia / Il pensiere ha per cima la follia / E l’amore è legato a l tradimento), nel quale alla malinconia evocata  è sottesa una ben celata ironia, al lettore attento non sfugge come anche sotto le euforie superomistiche, anche sotto il tardoromantico o neoromantito Streben del d’Annunzio giovane e di quello maturo, facciano capolino i segnali depressivi  (post coitum animal triste …), susseguenti alle euforie di quel bipolare che ogni artista, soprattutto il grande artista, fatalmente è.

Raffaella Canovi per gli Amici del Vittoriale ha accennato, col titolo “Schegge e baleni dal 44mo Convegno di studi dannunziani; spunti di riflessione e approfondimento”, ad altri temi trattati nel convegno, anch’essi meritevoli di attenzione e di approfondimento:
1) gestualità verbale dannunziana, per stupire e attirare su sé l'attenzione 
2) il corpo ferito del poeta nelle pagine del "Notturno", dove l'immaginazione compensa l'immobilità, dove la scrittura diviene strumento sensoriale 
3) "Il secondo amante di Lucrezia Buti", ipertesto dannunziano, reticolo di citazioni 
4) ultimo atto al Vittoriale: poeta prigioniero della vecchiaia, Comandante disarmato dagli anni, amante dall'eros angoscioso…

Non resta che attendere gli Atti.

*

Nelle mie frequenti peregrinazioni a Parigi non mi son fatta mai mancare una visitina ai bouquinistes del Lungosenna, presso i quali ho trovato più di una cosa interessante, fra cui due stampe a colori della famosa Imageries d’Épinal (stampe popolari antenate dei fumetti odierni, del formato, centimetro più centimetro meno, di una pagina della nostra fu Domenica del Corriere) la cui curiosità è che, pubblicate allo scoppio della Grande Guerra 15-18, sono una testimonianza della ubriacatura patriottarda di quei giorni e, ancora di più, dell’abbandono, per l’occasione, della vocazione universalistica da parte di uno degli autori. Una image è dedicata alla Marsigliese, parole melodia e illustrazione tratteggiante una Marianne alata che impugna la bandiera e guida i rivoluzionari alla battaglia; un’altra a La Terre Nationale, composta da Théodore Botrel stando alla stampa, da Marty Montéhus stando invece ad un’altra fonte, alla quale io son portato a dare più credito. Costui, come molti altri, cambia opinione per la circostanza, e da autore di canzoni ispirate all’ideale del socialismo pacifista ed internazionalista, passa con nonchalance alla composizione di canzoni militariste e patriottiche. In ciò egli segue l’umore delle folle che, tranne pochissime eccezioni, sono per l’‘Union sacrée’  contro il maledetto nemico alemanno. Ne La Guerre Finale,  deviando da L’Internationale, scrive: Et maintenant tous à l’ouvrage / Amis, on ne meurt qu’une fois! E nella Lettre d’un Socialo: Nous chantons la Marseilleuse / Car dans ces terribles jours / On laisse l’Internationale / Pour la victoire finale / On la chantera au retour:

Nella canzone impregnata del razzismo del suo tempo, intitolata L’Arbi, Montéhus esprime in jargon propositi xenofobi: Moi li sait bien, toi pas voulu guerre / Toi, li Français, c'est kif kif le bon Dieu.  E Più oltre:

Moi suis content voir Paris: / J'suis content, c'est bézef bonno / A couper cabêche aux sales Pruscots / Car eux, du tout, pas gentils / As pas peur, as pas peur, Sidi / Si Pruscots venir, moi coupe kiki.

Durante i quattro anni di guerra, non smette di comporre canzoni bellicose (La Dernière victimeLa Voix des mourantsLa Vision sanglanteDebout les Morts !, etc.), non sarà mai mobilitato e non conoscerà di conseguenza personalmente gli orrori del fronte. In compenso, sulla scena, à l'Olympia, si mostrerà ferito alla testa cantando canzoni belliciste, e alla fine della guerra, nel ’18, per i suoi buoni e leali servizi, riceverà la Croce di guerra.

Per quanto riguarda La Terre nationale che dire. Si tratta di un inno di ben nove strofe composte  di otto novenari piani e tronchi, più un ritornello. affidate ad una melodia a tempo di marcia molto orecchiabile. Riporto la prima e l’ultima strofa e il ritornello, quanto basta per farsi un idea. L’illustrazione centrale, di proposito molto naïve, mostra in alto una schiera di soldati lanciati alla battaglia dalla Marianne armata, la personificazione storica della Francia rivoluzionaria; e in basso un lavoratore che col cappello, la mano destra levata, saluta i soldati, mentre con la sinistra guida un aratro dai cui sillons (chiara allusione alla Marseilleuse) fuoriescono teschi.

De même que du fond de l’ȃme / Nous n’aimons d’un aveugle amour / Que la vaillante et noble flamme / Qui, jadis, nous donna le jour; / Dans l’univers entier, de même, / Il n’est, sous le bleu firmament, / Qu’une seule terre qu’on aime /Comme une seconde maman.

Refrain: C’est la Terre Nationale / Que de nos morts est l’immense tombeau. / Pour garder la Terre Natale / Soyons tous prêts à risquer notre peau. / Pour la Terre Nationale, / Serrons nos rangs sous le même Drapeau!

……

Et c’est Toi, Patrie adorable, / Que d’aucuns voudraient déserter, / C’est ton Drapeau qu’un miserable / Sur le fumier voudrait planter! / De peur que ces Iscariotes / Ne la vendent è l’Étranger, / Coeur contre coeur, fils patriotes, / Entourons la Mère en danger!

Refrain.

Sarei curioso di sapere quale è il misterioso personaggio indicato come colui che vorrebbe piantare la bandiera su un mucchio di letame, ma forse è solo da intendere, collettivamente, come l’insieme degli iscarioti traditori della causa, i pacifisti non interventisti.

Con i risorgenti nazionalismi, soprattutto  nella Frania chauviniste di sempre, quest’inno potrebbe nuovamente tornare d’attualità. Hai visto mai….

P. S.

Per che volesse fare un salto indietro di un centinaio di anni: La Musique d’accompagnement (piano) est en vente chez M. E. MAZO, 8, Boulevard Magenta, 8, PARIS. Pour l’achat de la présente image d’Epinal, en gros, s’adresser: soit directement à la Maison Pellerin & C°, à Epinal (Vosges); soit à “LA BONNE CHANSON” 35, Rue Boissy d’Anglas, à PARIS: soit à M. E. MAZO, 8, Boulevard Magenta, 8, à PARIS.

Cette chanson existe dans presque toutes le marques de phonographe, enregistrée par Georges Elval.

*

A proposito di ‘culture’ e del loro rispetto, tema particolarmente attuale, mi piace riportare l’opinione di Thomas Mann, che trovo nell’introduzione al suo “Considerazioni di un impolitico” (“Betrachtungen eines Unpolitischen”, 1918) curato da Marianello Marianelli e di Marlis Ingenmey per Adelphi 1997. Nel 1914 Thomas era in fitta corrispondenza polemica epistolare col fratello Heinrich (autore fra l’altro del famoso “Professor Umrat” da cui fu tratto il film L’Angelo azzurro con la Dietrich), socialista progressista antiinterventista, assai critico con la Germania dell’Epoca, e pubblicò, in risposta indiretta, “Gedanken im Kriege”, Pensieri di guerra, dove tra l’altro scriveva:

«Civilizzazione e cultura non soltanto non sono la stessa cosa, sono due cose opposte…Nessuno vorrà negare, per esempio, che il Messico, al tempo in cui venne scoperto, possedesse una sua cultura, ma nessuno potrà sostenere che fosse civilizzato. Evidentemente cultura non è il contrario di barbarie: essa è piuttosto e abbastanza spesso una primitività stilizzata, e d’altronde, civilizzati, tra tutti i popoli dell’antichità furono forse solo i cinesi. Cultura significa unità, stile, forma, compostezza, gusto, è una certa organizzazione spirituale del mondo, per quantio tutto possa sembrare avventuroso, scurrile, selvaggio, sanguinoso, tremendo. La cultura può comprendere l’oracolo, la magia, la pederastia, messe nere, sacrifici umani, culti orgiastici, l’Inquisizione, l’autodafé, il ballo di san Vito, processi alle streghe, il fiorire di venefici e le più varie atrocità. Civilizzazione è invece ragione, illuminismo, addomesticamento, incivilimento, scetticismo, dissolvimento -spirito».

La questione per me resta aperta, non mi è facile prendere una posizione.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 

 
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"Non ha Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre"? ed altre provocazioni.

Post n°969 pubblicato il 01 Dicembre 2017 da giuliosforza

Post 889

Nell’anticamera di uno studio medico, tra il vario ciarpame editoriale cairesco  messo a disposizione del pubblico desideroso di acculturarsi, un giornalino degli ex allievi e delle ex allieve di una nota congregazione religiosa, di cui scorro velocemente l’indice. Solite tiritere. Ma un titolo attrae la mia attenzione: non ha Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre, e mi sconvolgerebbe, se non fossi ormai quel disincantato faust senza salvifiche margherite che sono. Cribio, mi dico, che capolavoro di ecumenismo! L’avessero scritta gli inquisitori opusdeisti capirei, ma i …, mein Gott! Una così esplicita ed antistorica e infine becera dichiarazione non ricordo d’averla letta o udita da moltissimo tempo, nemmeno dai più radicali de Maistre e D’Aurevilly (ma senza il loro ingegno) dei nostri giorni.

Bon Dieu de la France, sauvez l’Italie, car son Dieu est en vacance.

*

Tre pensieri dominanti

La mia lunga esperienza mi fa ormai convinto che tra le fenomenologie dell’Eros non è stata ancora superata quella proposta da Diotima nel Simposio platonico: l’Eros essere una entità metà demonica metà demoniaca, occupante gli spazi intermediali tra (metaxy - metà e syn-, zwischen, between, entre-deux…)  umano e divino, eternità e tempo, vita e morte, gioia e dolore, estasi e tormento. Cosa l’uno dei due elementi, il positivo o il negativo, spinga a evolvere, o devolvere, nell’altro rimane un mistero, a men che non si chiamino in ballo una insensata moira, una non meno incomprensibile benevola provvidenza, un crudele destino, o un santissimo caso. Tra paradiso ed inferno sta l’eros, ad avvicinare  e ad allontanare, a separare e ad unire, come le pareti di una stanza, come i muri di una prigione. I fortunati che attraverso l’amore han trovato il paradiso son quei santi inutilmente invocati da noi (i più?) dannati all’inferno di un’eros da demonico fatto demoniaco.

Utopia della comunicabilità tra le generazioni. Se esiste una puramente teorica possibilità che un vecchio possa comprendere un giovane (egli ha vissuto i vent’anni, il giovane ignora che siano gli ottanta) in pratica comunicare è impossibile: troppo mutate le categorie mentali, troppo diversi i valori (quelli morali, hegelianamente individuali, e quelli etici, hegelianamente sociali) le situazioni storiche, gli usi e i costumi. Le categorie, nel senso originario aristotelico di determinazioni dell’essere o kantianamente del pensiero che pensa  l'essere e pensandolo lo pone, sono alla base di ogni comprensione. Esse mutate, illusoria ogni speranza  di comunicazione. La pretesa poi del vecchio di guidare il carro della storia è risibile, come patetiche son le sue querule lagnanze (oh tempora, oh mores! Oh gran bontà dei cavalieri antiqui!) sui tempi mutati. Le punte avanzate dell’evoluzione son le nuove generazioni, son esse a trainare il carro della storia, e le strade da noi vecchi segnate solo dagli ignavi son ripercorse.  Noi vecchi rappresentiamo solo dei monumenti, e ne abbiamo la stessa funzione: testimonianza, pura testimonianza,  ammirata o derisa, d’un tempo che fu. Piaccia o non piaccia così va il mondo. Ed è un bene che vada così. Leibnizismo puro ripensato.

Immaginate voi cosa possano condividere con me, tranne forse il DNA, i miei nipoti, ma già i miei figli? E cosa con me possano aver condiviso i miei genitori, io da fanciullo spettatore di una delle più disastrose guerre della storia, essi attori 0 tragicamente testimoni di tre guerre, le due mondiali e nell’intermezzo, quasi non bastasse, la coloniale? Immaginate quale profondo abisso non solo di dolore celassero gli occhi di mio padre e di mia madre, quali misteriose metamorfosi fossero nella loro mente e nel loro cuore avvenute, quali traumi, quali sconvolgimenti, veri e propri terremoti ontologici? Capirsi allora, comprendersi, è forse possibile anche solo pensarlo? Evidente  che non si nasce per comprendere, ripetere, riprodurre ma per reintendere, reinventare, ricreare. Per nessuno il mondo, e Dio col mondo, è quello che gli è dato. Ma quello rilkiano è, che ognuno di noi  è chiamato a ‘costruire  giorno, pietra su pietra, con mani tremanti’.      

*

Ho ritenuto a lungo, e ne ho anche scritto, che il falsificazionismo popperiano fosse una grande novità, non solo nei confronti del contestabile principio scientifico della verifica, dalla quale il verificatore s’attende la conferma delle sue ipotesi e perciò è portato a forzare il fenomeno perché come egli s’attende risponda,  ma anche, per le sue implicazioni, in filosofia e in pedagogia ai fini della creazione di una mente libera. Ora mi imbatto in una citazione tratta dal Sofista platonico, riportata da Vito Mancuso, che mi convince sempre di più tutto essere stato già detto: “La confutazione è la più grande e la più potente delle purificazioni” (in Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina editore, Milano 2007, p. 30).

*

In vecchiaia lo svegliarsi presto è una grande opportunità concessa dalla natura per il recupero del tempo perduto (se ne hai le forze, naturalmente, se no puoi sempre spararti). Le lunghissime ore che precedono i primi spiragli di luce possono essere tra le più proficue o le più tediose. Dipende da che le riempi. Io oggi ho avuto fortuna e i pensieri, stimolati da opportune letture ed ascolti (tra questi il Qui comincia di raitre, da qualche giorno programma sempre più ricco e meglio confezionato tra parola e suoni), mi hanno affollato la mente in un susseguirsi ininterrotto che quattro ore circa ha rappreso in un tempo-durata bergsoniana non computabile in termini di tempo-spazialità. Eccone alcuni.

Arundathi Roy, Il dio delle piccole cose. La scrittrice contro corrente hindi mi era ignota, come ignoti m’erano il suo impegno politico e la lotta alla globalizzazione becera per il recupero e la valorizzazione dell’ambiente.

Sono convinto che giustizia e libertà si escludono a vicenda. Ora mi sorge il dubbio che anche tra  sicurezza e libertà sia dia lo stesso rapporto dialettico. A farmi sorgere il dubbio è Mauro Barberis in  Sicurezza e libertà, il fallimento delle politiche antiterrorismo, Il Mulino, Bologna 2017, pp.136, recensito in Qui comincia, tra uno Schubert e un Domenico Scarlatti, da un Attilio Scarpellini sempre più bravo e garbato (ma mi manca Paolo Terni, troppo presto dissoltosi nelle cose).

Benjamin Constant,  De la liberté des anciens comparée à celle des modernes :’Peuple en masse, peuple en détail’.  Singolo ‘schiuma delle onde’.

Ascolto: nel capitalismo il credito ha sostituito il Credo. Io aggiungo: o è il Credo ad essersi ridotto a credito?

Ne ho da scaldarmi l’anima per tutti questi algidi mesi invernali.

 

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Al doppio concerto d’organo offerto in St. Paul’s within walls Church da Marco Lo Muscio per il compleanno suo e del collega Federico Borsari (di questi interpretava vari brani Roberto Marini, mentre di Marco eseguiva una decina di pezzi  Kevin Bowyer) ho per la prima volta in vita mia (e ne ho sentiti di concerti d’organo in questo quasi secolo di mia passeggiata terrestre!) un brano per quattro mani e quattro piedi dal titolo ‘Ostinato’. Perdinci che diavolo di ostinazione! Quattro piedi e quattro mani indiavolati (quelli di Marco e di Bowyer) che “strapazzavano” senza pietà le tastiere e il pedale trasformando quel benedetto strumento in una orchestra possente i cui suoni, trapassando muri e vetrate, si diffondevano nel cielo dell’Urbe purificandolo da smog e rumori e restituendolo alla purezza dell’Urklang coevo, se non anteriore, al Fiat della Luce. Nemmeno dal mio maestro Giacomo Pedemonte avevo sentito trarre qualcosa di simile dal fantastico superorgano nella chiesa dell’Immacolata in Via Assarotti a Genova. Ma sicuramente il lucreziana simulacrum pedemontiano dai suoi cieli avrà anch’esso gradito.

Tutto il doppio concerto mi è piaciuto: ottimo Roberto Marini nell’esecuzione di “ Finale sul Veni Creator”, “Dalle Chiese dimenticate”, “Cinque pezzi liturgici”, “Lullaby” di Federico Borsari; ed ottimo Kevin Bowyer, con stile e nonchalance esecutore dei lomusciani “Eowin’ Memories”, “Trittico toscano”, “Vocalise n. 5 ‘To Nadja’”,”Concert Variations on ‘Greensleeves’”, “In memoriam Teodosia”, “Blue Prelude”, “Mystic Alleluja in Memory of Messiaen”, “Stazione ottava dalla Via Crucis: Gesù incontra le donne di Gerusalemme”, “New Litanies in Memory of Jehan Alain”. Oltre l’’Ostinato’ di cui ho detto, naturalmente

Inatteso l’Happy Birthday con britannico humour improvvisato da Bowyer. Ci credereste? All’organo è tutt’altra cosa. E’ persino sopportabile.

*   

Sogno di una notte di mezza estate di Michael Hoffmann, riproposto da non ricordo quale canale TV, un film in consonanza con l’attuale mio stato d’animo e la particolare atmosfera musicale che in questo periodo respiro. Un film che ben lungi dal tradire il modello scespiriano (ah i miei Titania, Oberon, Puck!) ne rende anzi il clima ancor più fatato unendo alle musiche di scena mendelssohniane  tanto di Bellini, Donizetti, Verdi, Mascagni (‘Intermezzo’  della Cavalleria, ‘Casta Diva’, ‘Una furtiva lacrima’, ‘Brindiam nei lieti calici’… ne costituiscono buona parte della colonna sonora) quasi ad avvalorare oltretutto le ipotesi (dicerie?) dell’italianità del Drammaturgo d’Oltremanica. I personaggi son tornati a ripopolare le mie stanze uscendo integri  dalle pagine di Shakespeare e di von Weber, musicalmente suo primo riscopritore romantico, e, se permettete, di…Giulio Sforza che in più riprese le vicende di Titania e di Oberon celebrò nei Canti di Pan ambientandole fra i colli le valli le selve della sua terra.

P. S.

Per una ghirlandetta / ch’io vidi, mi farà / sospirar ogni fiore. / Al mio giardin soletta / la mia donna verrà / coronata d’amore

Col Panfilo del dannunziano Sogno di un mattino di primavera di primavera intonerò all’alba la ballata per madonna Fiammetta; e il Sogno d’un tramonto d’autunno nella musica di Malipiero chiuderà il mio giorno affatato.

*

Una amenità musicale , ma non solo musicale. In questi tempi in cui inetti governanti italiani, talebani di casa nostra che non riescono, comprensibilmente, a liberarsi dei fantasmi di un passato ingombrante,  propongono la rimozione  di monumenti (perché non allora più radicalmente la distruzione di città, di quartieri, di architetture, di case, di scuole, di università, di opere pubbliche, di ogni testimonianza insomma, dalla più remota antichità ad oggi?) qualche imbecille mette le mani persino sui testi dei libretti d’Opera, là dove si imbatta in parole come Patria, onore, armi, gloria. In una per il resto bella esecuzione de ‘I Puritani’ belliniani ho trovato, fino a tal punto si spinge l’imbecillità umana, l’All’armi, all’armi! del famoso “Suoni la tromba” (al cui termine il pubblico intero della prima parigina del 1835, pochi mesi prima della morte prematura del Catanese, s’era levato in piedi invaso da furore patriottico, agitando, gli uomini, in aria i cappelli e le donne sventolando i fazzoletti, lo stesso pubblico che aveva pianto romantiche lacrime alla scena della pazzia di Elvira e al suo notturno canto amoroso) con all’alba! All’alba! Incredibile ma poi non tanto, se direttore pare fosse Muti. Parlavo del ridicolo mis-fatto con l’orafo Bevilacqua, ineguagliabile esperto d’opera, musicomane e addirittura musicologo molto più attrezzato di tanti barbassori di mia conoscenza, che ho ritrovato, intatto ultraottantenne, dietro il suo bancone nel negozio di Via Francesco D’Ovidio dopo tanti anni. Dirlo scandalizzato è dir poco. Furioso è la parola giusta.

Per dispetto degli allalbesi me ne vado al piano e me la canto e me la suono tutta in originale.

 “Suoni la tromba e intrepido /io pugnerò da forte: / bello è affrontar la morte / gridando libertà. / Amor di patria impavido /mieta i sanguigni allori, / poi terga i bei sudori / e i pianti la pietà. /All'armi! All’armi! / Sia voce di terror / Patria, vittoria e onor.

*

Tra i motti di cui sono andato strada facendo appropriandomi o che mi sono inventato, tra i più cari mi è quello beethoveniano tratto dai Quaderni di conversazione: “afferrare il destino per la gola!” Ora ascolto il grande romanziere James Ellroy affermare, in una intervista, tra l’altro, esser Beethoven con Wagner il suo punto di riferimento e come lui volere “afferrare il destino per la gola”. Strabiliante! Tranne qualche eccezione, odio tutta la romanzeria americana contemporanea, ma temo che dovrò con essa riconciliarmi avvicinandomi ad Ellroy, di cui confesso d’aver finora ignorato finanche nome. Dall’intervista sono uscito innamorato. Anche il suo genere dovesse non piacermi (non sono attratto da gialli, polizieschi, thriller, horror e compagnia …macabra) in lui ci dev’essere qualcosa di speciale: non può non esservi in un beethoveniano wagneriano. Di quel qualcosa di speciale andrò alla ricerca, e sicuramente in qualche parte lo scoverò.  

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 



 

 

 

 
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Metafisica del Suono

Post n°968 pubblicato il 20 Novembre 2017 da giuliosforza

Post 888

    Le due ultime settimane sono state le più belle di questo autunno di me e delle cose perché colme di musica. Colme di Wagner (Ring des Nibelungen), colme di Richard Strauss, ma anche di Bellini e di Donizetti. E di altro di successivamente cui dirò. Nell’ascolto mi sono ridisciolto nel suono primordiale (l’Urklang) che fu all’Inizio col Logos giovanneo (en Arché én ò Logos), con la faustiana Tat goethiana (Im Anfang war die Tat), con l’Atto gentiliano (di Logos e Tat, Pensiero e Azione, inscindibile sintesi). E ho ripensato a quello che scrissi nell’Introduzione al volume Musica mundi di Maria Teresa Luciani  che raccoglie tutte le preziose schede del seminario di educazione all’ascolto da lei curato nell’ambito dei miei corsi di Educazione estetica e di Metodologia dell’educazione musicale. Nella mia filosofia della musica l’ascolto occupa, con la coralità, un posto privilegiato. Il ruolo che gli riservo è quello di spalancare al colto e all’inclito le porte del tempio dell’Isi velata, nel cui tabernacolo si cela l’Essenza  di te e del mondo (di te-mondo) come onofriana  “rappresa melodia”. Essenza come Suono. Per questo non solo la vita senza musica sarebbe un errore (Nietzsche) ma, ancor più radicalmente, maggiore errore sarebbe una vita che non sia musica.

    Ripubblico qui di seguito quella Introduzione, anche spinto dalla suggestione di una recente lettura, del tutto occasionale, di un interessante studio dedicato a La scuola dell’ascolto. Oralità, suono e musica nell’opera di Elias Canetti (Antonello Lombardi, Utorpheus edizioni) dove l’ambito dell’ascolto è più vasto, le voci da acoltare sono di ogni genere e di ogni provenienza, ma alla fine si fondono nella  coralità cosmica che è l’essenza stessa del Suono primigenio.

    “Nel convincimento di chi scrive la musica è sì massima adorniana ‘ambiguità elevata a sistema’ e marceliana dialettica profonda dell’io, ma anche, e soprattutto, autorivelazione dell’Assoluto come emozione lirica (Selbstaufregung, Selbstgefühl) nella coscienza empirica, strada diretta  all’essenza nella cui percezione l’Urklang si avverte come sonora ratio seminalis della realtà. E sonorità rappresa, sonorità espansa risultan le cose, e i corpi non pesano, danzano, e la danza sfrenata degli esseri esorcizzati del demone della gravità (Nietzsche) è la sarabanda stessa dei suoni che premuti e compressi ed in ressa nella potenzialità seminale si dispiegano nella multiformità aerea delle essenze melodiche sovrapponentisi o rincorrentisi nella verticalità armonica o nella orizzontalità fuggevole, ma mai come nel moto placata, mai come nella stasi inquieta. E di essenza sonora tutte le cose fremono come assoluto liricamente autorivelantesi.

   Nella “misticità” sonora la “paganità” delle cose respira e la coscienza tragica del loro temporale e spaziale Destino si fa autocoscienza intemporale di un Io che è Fans del proprio Fatum, e tale si ama (Amor Fati come amor sui ipsius fantis).

   Attraverso la Musica la Conoscenza ridiventa pregna di Dio. Si dissequestra Iddio dalle incolture della liberazione  dalla vita e lo si rende alla cultura della liberazione della vita. Attraverso la Musica il morto Iddio risorge, un Iddio che della musica ha la serenità tragica e l’ironica tragicità. Musica come opus metaphysicum  dunque, ma zarathustrianamente metaphysicum, che vette ed abissi attinge (abissi come vette, vette come abissi) con  la leggerezza, la leggiadria, la temerarietà d’un Euforione, con essi giocando.

   La Musique creuse le ciel  dunque, diremo col Baudelaire delle Fusées, ma non senza avere prima avvertito essere il cielo interno alla terra, e solo perciò una novalisiana inneweltliche Askese poterlo attingere. Un cielo interno all’io anzi con l’io stesso profondo coincidente, del cui ritmo, un processo di negazione e di inveramenti, di scoperte e di smarrimenti, di occultamenti e di svelamenti l’essere stesso si ritma.

   Meravigliosamente tale natura, tale ruolo, tale fine del fatto sonoro intese e cantò chi sé disse fratello gemello del folle di Röcken. Chi abbia in buona disposizione d’animo letto Gabriele D’Annunzio, chi si sia da lui lasciato guidare alla sensuale e sensuosa e mistica scoperta del proprio corpo-universo nelle cose-tutto per le cose tutte, non solo ha avvertito in lui il più grande produttore di suoni come parole e di parole come cose (e di simboli di simboli e di metafore di metafore) ma anche uno dei più sottili indagatori dell’anima di Frau Musika e del suo corpo esperti. L’anima e il corpo di Frau Musika sono così presenti nell’opera totale dannunziana da rischiar di diventare invadenti. Quando non la trama di ogni azione se ne sostanzia l’atmosfera di essa se ne impregna. E poco a poco, romanzo per romanzo, dramma per dramma, lirica per lirica la velata Signora discopre all’iniziato i suoi fascini, pudibonda e procace,si rivela strada privilegiata, condizione pregiudiziale, per l’auspicata supernatura. L’uomo novissimo, l’uomo estetico inventore di desideri il cui avvento il declino dell’homo faber rende urgente, sembra aver bisogno soprattutto di musica. Levatrice del superuomo sembra essa destinata ad essere, Latona di Metanoesis, ponte lanciato tra la paleo e la metantropologia. L’uomo novissimo dalla sensibilità ripulita dilatata immillata fatta cosmica, liberato dagli impacci della gravità dei determinismi dei finalismi delle trascendenze delle deleghe delle mediazioni sembra trovar nel paradigma musicale di una sonorità autogonica il modello della sua propria autoctisi, del far sé nuovo con tutte le cose nuove. I suoni (i pensieri come suoni) sembrano destinati a rivolgersi contro il nuovo Atteone (brunianamente nuovo) per divorarne la residua empiricità e forzarlo al riconoscimento della propria divinità, dopo le sue affannose ed inutili rincorse di fallaci iddii, fuori di sé, in vuote spoglie lunari.

   Le strade dell’essenza che la musica discopre conducono al centro stesso del mistero che sono le cose, lo rivelano terra delle radicazioni comuni dell’Io e del Mondo e di Dio (nell’Io del Mondo e di Dio). Nella musica vige lo stesso principio di contraddizione che (non) regola il pensiero e l’essere. Essere e divenire, placazione e turbamento, abisso e vertice e vortice (nel vortice, come casa viva  dell’Essere e dell’Essere-Musica) sono gli stessi dell’assoluto ontologico e di quello musicale. Identici i séméia, come segnali alle porte di un deserto, di vuoto e di pienezza, di esplosione e di implosione, di dispersione e di interiorizzazione, di dissolvimento e di ricompaginazione.

   Dire la musica autocoscienza lirica (farsi lirico) dell’assoluto è dunque dir vero, come dirla  quell’Isi che nel suo volto cela il volto stesso di chi brama scoprirla.

Far musica è autenticamente philosophari se Sophia  ha suo luogo in quel centro dell’universo che è il mio cuore, se non anemica imperatrice è dei deserti dell’oggettivazione, ma sanguigna governatrice delle fiorenti province della comunione ontologica.

   Si può spingere il discorso oltre ed affermare che nella musica è consentita quell’esperienza di eternità come liberazione dell’atto dalla sua cornice spazio-temporale, che raramente consente anche l’amore.

   Nel mito di Orfeo questa dottrina è già prefigurata. L’Orpheus orphanòs , figlio di Oiagros, “colui che vaga nella solitudine dei campi”, solo attraverso la musica risolve l’angoscia del suo ex-sistere, la coscienza tragica del proprio distacco dall’essere, nell’esperienza dell’assoluto e dell’eternità fatta da vivo negli Inferi, comunica con le fiere e con la natura inanimata (recupero della totalità e dell’unità pre-oggettivazione) si fa armonia e puro spirito.

   Le astratte considerazioni finora fatte consentono di evidenziare il fondamentale ruolo della musica nella vita e nell’educazione e, di conseguenza, in una scuola che riprenda a cuore le sorti dell’uomo totale; nella quale già un’adeguata educazione all’ascolto rappresenterebbe una grandissima conquista, se la musica, prima o poi, finisce col parlare dentro come i quadri del Louvre diuturnamente osservati dentro la coscienza del giovane Berenson.

   Fra tutte le definizioni di ascolto come fenomeno sensoriale quella contenuta nel Dictionnaire de la musique –  Science de la musique – diretto da Marc Honneger, Bordas, Paris, 1976, mi pare la più esaustiva nella sua sinteticità. “ L’ascolto è un’attitudine percettiva implicante una focalizzazione dell’attenzione su uno stimolo acustico. Il soggetto percipiente è sottoposto ad una infinità di sollecitazioni acustiche non gerarchizzate che, se rispondono alle leggi generali della percezione, vengono avvertite senza l’intervento attivo del soggetto. L’operatore umano recettore di messaggio reagisce in lotta permanente contro il disordine della natura (rumore). Esso conforma intenzionalmente a sé una parte dell’universo e realizza il suo messaggio con relazioni di ordine e di equivalenza a partire da un repertorio di forme, di stereotipi e di simboli acquisiti anteriormente. Il confronto dello stimolo e dello stereotipo gli permette di calcolare il tasso di correlazione, la percentuale di punti comuni che la autorizzano ad avanzare un giudizio. Selezione ed analisi sono quasi istantanee (tempi di presenza) ed escludono temporaneamente gli stimoli marginali. Lo stimolo privilegiato entra nel campo della coscienza dell’individuo, che prende coscienza del reale e determina l’ascolto. Effettuandosi tale conoscenza in riferimento alle conoscenze anteriori, si può immaginare l’importanza della memoria e dell’apprendimento di ascolto

   Ascoltare è affinare (auscultare da aures colere ?), è assommare piacere cinestetico, piacere intellettuale, piacere estetico: è attivare le potenze, implicare se stessi in un processo di ricreazione-creazione (inventio).

   Anche l’eseguire è un ascoltare: è intender sensi (e sensi sono i suoni) e porsi con essi in consonanza. La fase dell’invenzione di sensi non può che essere successiva.

   Di qui il difetto di talune didattiche musicali ove l’apprendimento (necessariamente approssimativo) di uno strumento non sia accompagnato dall’ascolto dello strumento, della infinita varietà di messaggi di cui, nella infinita varietà del suo uso, è fatto mediatore. Suonare uno strumento è innanzitutto ascoltarlo, è interiorizzarlo, è farlo vibrare dentro di sé, farne il suono, un suono della voce interiore: ciò l’artista autentico gli chiede, di farsi tramite della sua coscienza.

E noi, pur condividendo le considerazioni di quanto i cultori del tema in oggetto, da Wiesengrund Adorno a Giacomo Manzoni, hanno affermato, noi si andava oltre, ritenendo che al di là delle sue pure premesse e finalità tecniche ogni educazione all’ascolto debba rappresentare una totale immersione nell’evento sonoro come nel più profondo di se stessi donde ogni evento, anche l’evento sonoro, prende origine e senso. Solo l’ascolto, costante e paziente, diuturno e illuminato è in grado di far sì che il fruitore “indifferente” adorniano risalga i gradini che lo conducono all’“esperto” passando per “colui che ascolta per passatempo”, per “l’ascoltatore risentito”, per “ l’ascoltatore emotivo”, per il “buon ascoltatore” e il “consumatore”, secondo la singolare classificazione del francofortese”. Ascoltare sul piano sensitivo, espressivo e musicale, non basta. La musica ha un significato che va al di là delle note: mai come in musica il nesso generale travalica infinitamente la serie dei significati particolari. Un piano metanoetico si impone, ove senso e intelletto, ragione e cuore si rendono disponibili all’esperienza del mistero che è nel suono come suono primitivo, come primitiva invocazione all’essere, come domanda metafisica. Urklang quale Urschrei, come si diceva”.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 

 
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Luther-Luder? Commemorazione del Goethe-Institut, Conservatorio di Santa Cecilia

Post n°967 pubblicato il 05 Novembre 2017 da giuliosforza

Post 887

In questo declinare di anno, quinto anniversario della Riforma, si intensificano le iniziative per commemorare l’Evento. Io ho deciso di  partecipare a quella promossa dal Goethe-Institut di Roma in collaborazione col Conservatori di Santa Cecilia, collaborazione apparsami particolarmente originale poiché fra i discussi meriti di Lutero due ve ne sono non discutibili: quello di essere stato il vero fondatore della Lingua tedesca moderna, che con Goethe e Nietzsche avrebbe raggiunto il suo fulgore massino, e di aver promosso, mediante i Corali, quell’educazione musicale che ha fatto del popolo tedesco il custode più fedele e il più alto celebratore dell’arte di Euterpe. Nel programma era prevista quella che ora è invalso nell’uso chiamare (e la cosa mi fa ridere, visto il bando che al latino è stato dato nella cultura contemporanea dal deprecabile imperialismo della lingua di Shakespeare imbarbarita in bocca yankee da una parte, e, dall’altra, il conclamato rifiuto   dell’argumentum auctoritatis) lectio magistralis, sostanzialmente una chiacchierata erudita  dello storico della filosofia Marramao, appena …”emeritato” da Roma Tre; dal quale sul piano storico-filosofico, per non dire teologico, mi son trovato in più punti a dissentire (come apparirà nel breve post scripum), ma la cosa  qui è di poco rilievo. Sarebbe seguito, ma l’ora tarda mi impedì di parteciparvi, una serata musicale di Jazz e prosa secondo il ricco programma che qui trascrivo.   

“Galassia Luther, una serata di filosofia, jazz e teatro per i 500 anni della Riforma Protestante. 19 ottobre 2017

Il destino dell'Europa nelle parole del filosofo Marramao, le lettere luterane di Pasolini musicate per l'occasione da Paolo Damiani, una pièce teatrale che indaga le tante anime di Lutero, tutto in una sera che, dalle 18.30 fino alle 22.00, ruota intorno alla figura del monaco tedesco che lanciò la Riforma.

Il 19 ottobre 2017, in occasione dei 500 anni della Riforma, il Goethe-Institut dedica una serata speciale a Martin Lutero adatta ad ogni tipo di pubblico. L'appuntamento sarà, infatti, scandito in tre momenti di riflessione e intrattenimento pensati sia per un pubblico appassionato di filosofia sia per gli agli amanti del jazz e del teatro.

Galassia Luther prende il via alle 18.30 presso la Sala Accademica del Conservatorio di Santa Cecilia Via dei Greci, 18 Roma.

Qui, dopo i saluti della direttrice del Goethe-Institut, Gabriele Kreuter-Lenz, il filosofo Giacomo Marramao interverrà con una lectio magistralis dal titolo, Saeculum: l'eredità della Riforma e il destino dell'Europa. All'incontro seguiranno il concerto di Paolo Damiani, Silenzi Luterani e lo spettacolo teatrale Non un'opera buona della compagnia Il Servomuto. L'ingresso è libero.

Programma
18.30: Saluti e
Lectio magistralis di Giacomo Marramao
Saeculum: l'eredità della Riforma e il destino dell'Europa

Giacomo Marramao, filosofo di livello internazionale, è Ordinario all'Università degli Studi Roma Tre. Invitato presso diverse università europee, americane e asiatiche è membro del Collège International de Philosophie di Parigi. Tra i suoi libri, tradotti in diverse lingue straniere, Potere e secolarizzazione, Minima temporalia, Cielo e terra, Passaggio a Occidente.

19.30: Pausa

20.00: Concerto Jazz -Silenzi Luterani
Composizione originale di Paolo Damiani. Testi di Pier Paolo Pasolini e Martin Lutero
Il titolo di questo lavoro evoca le Lettere Luterane di Pier Paolo Pasolini. Anche Pasolini, come Lutero, si scagliava contro i mali della sua epoca. Le musiche di Damiani vengono liberamente interpolate con frammenti melodici scritti da Lutero e testi dello scrittore friulano, in un percorso ondivago tra suoni estremi e silenzi osceni, che rappresentano forse l'unica possibile risposta quando l'indignazione non basta più. Dice Paolo Damiani Il titolo del brano evoca le Lettere Luterane di Pier Paolo Pasolini, articoli scritti nel 1975 e pubblicati sul Corriere della Sera, pochi mesi prima della sua tragica scomparsa. Gli scritti stigmatizzavano profeticamente la mutazione antropologica del Paese e i vizi dell'Italia democristiana devastata da conformismo e corruzione: Luterane quindi in quanto anche Pasolini- come Lutero- si scagliava contro i mali della sua epoca: la televisione pervasiva e diseducativa, le collusioni dei potenti, il conformismo dei giovani...

Con Daniele Tittarelli, sassofoni, solista ospite; Paolo Damiani, contrabbasso, musiche, arrangiamenti;
Daniela Troilo, voce, arrangiamenti; Marta Alquati, voce; Daphne Nisi, voce; Laura Sciocchetti, voce; Erica Scherl, violino; Lewis Saccocci, pianoforte; Francesco Merenda, batteria

21.00: Teatro
Non un'opera buona – Compagnia il Servomuto

A cinquecento anni dall'affissione delle 95 tesi al portone della Chiesa di Wittenberg, ancora non esiste un'opinione univoca sulla natura dell'uomo Martin Lutero. Partendo da fonti dell'epoca, documentali e iconografiche, da saggi e testi teatrali - come il più̀ famoso Lutero di Osborne - la drammaturgia originale prova a gettare luce su tutti quegli aspetti controversi di un uomo che, pur in un rapporto ambiguo con il peccato, si oppose strenuamente ad un Papato che aveva reso la Chiesa terreno fertile per il mercato di indulgenze e che affrontava in quegli anni la sua ora più buia. Il regista Mario Scandale: Durante il primo periodo di studio e ricerca ci siamo resi conto dell'esistenza forte discrasia sulle fonti, per la maggior parte di matrice cattolica anziché protestante e ci siamo continuamente interrogati sulle tante versioni diverse che vengono attribuite a quest'uomo, sul come tante anime possano conciliarsi in una sola. Abbiamo quindi deciso di mettere in scena proprio queste molte anime di Lutero.

Regia Mario Scandale, Drammaturgia Michele Segreto, Con Emmanuele Aita, Luisa Borini, Gabriele Genovese, Roberto Marinelli. Vincitore teatro del sacro V edizione”.

La parte musicale e drammatica è quella che più mi avrebbe interessato, per gli spunti di riflessione offerti alla mia curiosità, mai indifferente ai nuovi tentativi, più o meno riusciti, di sforzare, come direbbe il Vate, il mondo a esistere per opera dell’arte; ma l’ora tarda, proibitiva per i Vegliardi,  mi vietò di goderne e di conseguenza di poterne qui riferire. Riporterò quindi il fedele abrégé che dell’intervento di Marramao è riportato sul sito del “Goethe”, al quale farò seguire alcune riflessioni, riprese  dal mio testo La Funzione didattica, spunti per un discorso sul metodo come episteme,  dalle quali si potranno evincere i miei punti di dissenso dalle interpretazioni che fanno della figura di Lutero e della sua opera dei monumenti di progresso e di civiltà indiscutibili; non senza aver premesso un brano di una lettera di Goethe a Carl Ludwig von Knebel (Mit Goethe durch das Jahe, pag. 98), con testo a fronte, nel quale l’insospettabile Francofortese confidenzialmente si esprime con parole non certo lusinghiere nei riguardi del Grande Riformatore:

“Pfaffer und Shulleute quälen unendlich, die Reformation soll durch hunderterlei Shriften, verherrlicht werden; Maler und Kupferstecher gevinnen auch was dabei. Ich fürchte nur, durch alle diese Bemühungen kommt die Sache so in’s Klare, dass die Figuren ihren poetischen, mythologischen Anstrich verlieren. Denn, unter uns gesagt, ist an der ganzen Sache nichts interessant als Luthers Charakter, und es ist auch des Einzige, was der Menge eigentlich imponiert: Alles übrige ist ein verworrener Quark, wie er uns noch täglich zur Last fällt.” (Preti e gente di scuola rompono senza fine, la Riforma deve essere esaltata con centinaia e centinaia di scritti, e  pittori e incisori vanno anche oltre.  Io temo soltanto che attraverso tutti questi affannarsi una sola cosa emerga ben chiara, che i colori  della loro poetica, mitologica rappresentazione si stingano. Di fatti, detto fra noi, in tutta la faccenda, nulla v’è di interessante, se non il carattere di Lutero, che in fine  è anche la sola cosa che si impone  massa. Il resto non è che una confusa poltiglia, che anche a noi quotidianamente continua a pesare).    

Ed ora la relazione di Marramao in sintesi:

 
“Lutero è un uomo della religione cristiana che ha avuto un ruolo decisivo nel cambiare il mondo, non solo la Germania”. Il professor Marramao apre così la serata e la sua
lectio magistralis, “le novantacinque tesi non sono solo la ribellione contro il sistema delle indulgenze, sono la ribellione contro quella che potremmo chiamare ‘l’industria del Sacro’ che sotto non aveva più nulla di sacro, la ribellione contro la mondanità senza spiritualità della corte pontificia”. E grazie Lutero, dirà più avanti, “la Fede è stata riaccesa in un mondo che dopo l’uscita dal Medioevo sembrava risucchiato in una spirale di mondanità priva di spiritualità”.

GERMANIA E ITALIA, NAZIONI INVENTATE DAI POETI

Marramao inquadra Lutero nel suo tempo, partendo proprio dal titolo della serata, che riecheggia il saggio di Marshall McLuhan Galassia Gutenberg. “Avete fatto bene a intitolare queste iniziative Galassia Luther, ad alludere alla Galassia Gutenberg, perché Lutero significa anche l’evento straordinario della traduzione, e della stampa, della Bibbia in volgare tedesco. Lutero traduce in volgare le cose più alte che si possano immaginare, esattamente come aveva fatto qualche secolo prima Dante con la Divina Commedia”. E parlando di Dante Alighieri arriva il paragone con l’Italia. “Politicamente Italia e Germania si sono unificate tardi rispetto alle altre grandi nazioni europee, ma sono state le prime nell’unificazione culturale. Le uniche dove la lingua nazionale è quella dei poeti e non, come per esempio è accaduto in Francia e in Inghilterra, quella dei re. Si può dire che la nazione tedesca e la nazione italiana siano state un’invenzione dei poeti”.

UN ATTO DEVASTANTE

La traduzione e la stampa della Bibbia, e la conseguente possibilità per tutti di accedere alle Scritture senza intermediari, è stato un atto devastante. Secondo Marramao ha determinato un’ondata che ha provocato una vera e propria frattura nel corpo della cristianità. “Il Sacro Romano Impero, la Res Publica Christiana, fino  a quel momento era un’area che malgrado i suoi confitti trovava il suo collante nel Cristianesimo. Con Lutero questo collante non c’è più. E da questa frattura vengono fuori dei processi storici enormi. Le guerre civili di religione, che sono state il laboratorio dell’Europa moderna, degli stati laici moderni. Perché la posta in gioco delle guerre di religione era che un’entità religiosa non accampasse diritti di egemonia sul potere secolare. Lutero divide i due ambiti, chirurgicamente”.

LA NASCITA DEL SOGGETTO MODERNO, IL “SOGGETTO LIBERO”

Da questa nuova realtà europea vengono fuori tutta una serie di fenomeni con cui abbiamo a che fare ancora oggi, fino al nuovo ruolo delle religioni sul versante dell’economia e della politica. “Il tema fondamentale di Lutero è la nascita del ‘soggetto libero’, che prima della Riforma non esisteva. Con la Bibbia stampata, e scritta in volgare, la religione viene in un certo senso democratizzata. Ognuno è libero di interpretare le scritture, nell’intimità del ‘foro interiore’ della propria coscienza, il tribunale individuale dove bene e male si confrontano. Vi è dunque un nesso diretto per Lutero tra il singolo e la trascendenza divina. Nasce così il soggetto moderno, libero da un’autorità che lo condiziona. È l’inizio di un processo che porterà ai tempi moderni. A partire da Lutero la persona diventa oggetto di un’attenzione nuova”.

SOLO UN UOMO

Le riflessioni stimolate da Marramao aleggiano a lungo nella sala anche dopo la conclusione del suo intervento. La fustigazione dei costumi dei governanti, la democratizzazione della religione, e conseguentemente anche dei canti liturgici, eseguiti in tedesco e non più in latino e affidati da Lutero al popolo e non ai celebranti, sono in un certo senso al centro anche di Silenzi luterani, la composizione di Paolo Damiani che segue l’intervento del filosofo. Silenzi Luterani mescola il raffinatissimo jazz del contrabbasso di Damiani, dei sassofoni di Daniele Tittarelli, dei preziosi impasti vocali di Daniela Troilo, Marta Alquati, Daphne Nisi, Laura Sciocchetti, del violino di Erica Scherl, del piano di Lewis Saccocci e della batteria di Francesco Merenda, alla lettura di alcune delle tesi del monaco tedesco e di passi tratti dalle Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini, dando vita a una sintesi a volte straniante, ma di grande efficacia.
 

Chiude degnamente la serata lo spettacolo teatrale Non un’opera buona, della compagnia Il Servo Muto, progetto e regia di Mario Scandale, drammaturgia di Michele Segreto, con Emmanuele Aita, Luisa Borini, Gabriele Genovese, Roberto Marinelli. Con toni e personaggi a volte volutamente grotteschi, pensiamo al venditore di indulgenze o agli attori, spesso personaggi simbolici quanto indefiniti, in scena con indosso un passamontagna. Lo spettacolo si sofferma su Lutero come uomo comune, rappresentato ormai vecchio e dedito al vino, contraddittorio a suo modo. Che come tutti gli uomini comuni indulge in vizi e compromessi, senza però che questo incrini minimamente il valore del suo pensiero e della sua opera.
 
E la battuta finale di tutta la serata è forse la battuta finale di Non un’opera buona, con il Papa che riceve per un colloquio (ovviamente mai avvenuto) Filippo Melantone, braccio destro di Lutero. Dopo la morte di quest’ultimo, entrambi vorrebbero mettere fine alla guerra religiosa che dilania Germania ed Europa, cosa che non avverrà. Dice il Papa: “Ma in fin dei conti Lutero era solo un uomo”.

Qui finisce l’intervento di Marramao. Pur condividendo in buona parte le tesi in esso sostenute, alquanto diverso è il mio punto di vista su Lutero e la sua Riforma. Ecco cosa ne scrivevo brevemente in La Funzione didattica (“Il maestro protestante”, pag. 91-92):

“ Si usa normalmente parlare della rivoluzione luterana come di uno dei fenomeni più prettamente rinascimentali. E’ una opinione che discuto.

“Se è indubitabile che essa nasce da una esigenza di libertà e di autenticità e dalla volontà di eliminare qualsiasi intermediario fra la coscienza e Dio, è altrettanto indubbio che finisce per immiserire ed umiliare la figura dell’uomo, quale abbiam visto emergere nel Rinascimento, nella figura dell’uomo peccatore, dell’uomo solo, dell’uomo che ha nella Grazia e nella fede l’unica via di salvezza. In questa maniera il Protestantesimo finisce per stare al Rinascimento come la bruma nordica al sole mediterraneo. Lo vediamo lottare contro la cultura classica come sconsacrata: Lo vediamo eriger nuovi roghi e contrapporre indici ad indici. Che se non fosse stato per la grandezza d’animo e la lungimiranza del Magister totius Germaniae, di Melantone, che seppe moderare e correggere la furia iconoclastica di frate Martino e separare, nei di lui covoni, il grano dal loglio, i frutti della sua intelligenza geniale da quelli delle sue ansie nevrotiche, si sarebbe riproposto come una barbarie culturale peggiore di quella che presumeva combattere. E il maestro protestante, per voler esser maestro a tutti di autentico cristianesimo, guida alla lettura diretta dell’unico libro da salvare, la Bibbia, avrebbe finito per esser maestro di nessuno: strumento di un nuovo oscurantismo culturale, remora alla marcia avanzante del libero pensiero.

Ma infinita è l’astuzia della ragione.

 Lutero volle, con la scuola per tutti, consegnare alle masse gli strumenti adatti per la lettura del “Libro”. E consegnava, ahilui, gli strumenti per la lettura e la scrittura di tutti i libri: le chiavi di interpretazione della nuova civiltà: invitava gli uomini in massa a partecipare al banchetto della cultura. E così, senza volerlo, diventava uno dei più grandi benefattori, forse il più grande, del suo popolo, che stimolò a conquiste culturali che ancor oggi attendono d’esser dagli altri popoli eguagliate, ed un maestro di libertà per l’umanità intera”.

Questo mio punto di vista è chiaro e non piacerà ai dissacratori del fenomeno rinascimentale. Ma non dispiacerà a coloro che in Lutero non vedono solo un “deformatore, non un riformatore, che morì disperato”.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Superomismo. Solitudine. Zolla e Blondet. Zolla e Eco. "Zolla e la ricerca dell'Oltre" alla Libreria Rotondi

Post n°966 pubblicato il 27 Ottobre 2017 da giuliosforza

Post 886

Un colpo basso a tradimento per il mio superomismo, al mio risveglio, da Goethe (Mit Goethe durch das Jahr, 14 Ottobre):

Es glaubt der Mensch sein Leben zu leiten, sich selbst zu führen, und sein Innerstes wird unwiderstehlich nach seinem Schicksale gezogen. Ritiene l’uomo esser lui a orientare la sua vita, a guidare se stesso, mentre il suo io profondo viene ineluttabilmente trascinato verso il suo destino.

Non spetta dunque a me la decisione? Non posso dunque, con Ludwig, afferrare il destino per la gola? Non posso con Fritz  Ja sagen al destino che sono?

*

Pauci satis, unus satis, nullus satis. Uno alla volta, o per morte o per abbandono, vanno i miei amici. Farmene una ragione? Fedelissima mi resta la Solitudine, che “solo un Dio può riempire di sé (Lamartine).

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Mi chiede Thirsenos  (post 884): “Un dubbio: perché al sommo Deus ex machina, al secolo U. Eco, Zolla non andava a genio? Stesso dicasi per il meno "deus" Maurizio Blondet che nel suo " Gli Adelphi della dissoluzione" ne fa oggetto d'inquisizione da Sant'Uffizio...

Ho più volte espresso la mia opinione su Umberto Eco, intelligenza lucidissima, informazione sconfinata, poligrafo ineguagliabile con una malcelata tendenza alla presunzione d’inerranza. Cattolico di formazione, una formazione ortodossamente tomistica, Eco era crescendo approdato a un radicale illuminismo voltairiano ulteriormente laicizzato (non credo ne accettasse il deismo), mantenendo per altro il peggio della cultura di provenienza e non accogliendo il meglio di quella di arrivo: il peggio, la predisposizione al dogmatismo, il meglio quella alla tolleranza, all’apertura mentale, alla disponibilità intellettuale. Ferreamente razionalista, egli non concepiva le ragioni del cuore, e dalla carta geografica dello spirito aveva semplicemente cancellato le regioni del sentimento e del mistero. Poteva amare Zolla, l’uomo e lo studioso attento ai fenomeni esoterici di ogni tipo, ai misticismi, allo sciamanesimo? Il suo antizollismo dunque non mi stupisce più di tanto, né me ne scandalizzo, ma spero che la denominazione “Reparto dei cretini”, ch’egli aveva dato, leggo, agli scomparti della sua biblioteca presumibilmente riservati agli scrittori capaci ancora di stupirsi (uno degli ultimi libri di Zolla s’intitolava  Lo stupore infantile) fosse stata da lui pensata con un bonario sorriso sulle labbra e non con un beffardo cachinno. Sarebbe imperdonabile.

Per quanto riguarda Maurizio Blondet (che non è una mia frequentazione -frequentai ed amai invece molto in gioventù un suo quasi omonimo, quel Maurizio Blondel filosofo de L’Action che, col Renouvier de l’Uchronie, col Bergson de L’Evolution créatrice, col Marcel del Journal métaphysique fu uno dei punti cardini della mia formazione) non ho che informazioni di seconda mano. Ho appreso che è un giornalista cattolico integralista, ho letto qualche vivace e combattiva intervista, poco in verità ma sufficiente a permettermi di esprimere una opinione. Io come Eco (ma ahimé senza l’ingegno di Eco) vengo da una formazione ortodossamente cattolica, anche se fin dagli inizi sofferta: i credi niceni costantinopolitani  con tutta la serie di elucubrazioni più o meno geniali che ne sono lungo i secoli discese (straordinario aspetto della letteratura fantastica è la teologia, secondo Borges, e condivido) mi andavano per natura stretti, ma finché potei ne ressi la morsa. Quando per onestà intellettuale  me ne liberai e ritrovai il mio “neopaganesimo”, gnostico panteistico e lirico, di cui ero evidentemente per  nascita impastato (son convinto  chi si converte ad una fede averla sempre avuta, chi ne esce non averla mai posseduta), non volli tenere, come molti son tentati di fare, due piedi in una staffa: non si possono accettare trascendenza, incarnazione,  unione ipostatica etc   senza accettarne tutte le implicazioni,. Insomma: o tutto o niente. Il cattolicesimo (quella particolare interpretazione e codificazione della religiosità cristica- non oso dire cristiana, già essa stessa  per molti manipolazione paolina dell’autentico messaggio del Nazzareno) con tutto il suo bagaglio dogmatico va o in toto accettato o in toto rifiutato, e in questa luce ho rispetto per la posizione dei fondamentalisti  alla Lefebvre o alla…Blondet. Capisco anche l’Indice dei libri proibiti riscavato dall’Opus Dei -nel quale sono immodestamente finito anch’io! Grazie a Dio e alle lotte per la libertà che a qualcosa sono pur servite, le crisi di fede hanno oggi molte possibilità di sbocchi: chi  non ne esce riconfermato può uscirne senza rischiare il rogo (almeno quello materiale) passando ad altre confessioni, le classiche “ortodosse” greco-bizantine (che mi risultano vivere una stagione di rifioritura) per esempio;  le postriformiste,  le  neomoderniste,  e perché no le buddiste e le scintoiste, con la variegata New Age oggi variamente di moda, che dovrebbero placare le ansie di chi non se la sente, in buona fede si spera, di fare il salto verso la sponda del pensiero libero.

Con tutto questo che hanno a che fare Blondet e Zolla? Blondet  auspica a Zolla l’inquisizione, e non c’è, per un giornalista fondamentalista cattolico, nulla di strano.  Il buon Elémire se la ride  nel suo Oltre (spiegherò in un secondo momento l’uso che faccio di questo termine). Il guaio di chiunque vede le cose dall’alto (il veder giusto) e non da vicino (il veder bene), è che nella sua visione universalistica trovano comprensione tutte le visioni particolaristiche, ma non viceversa (come dico ai miei amici preti: per il vostro Dio nel mio c’è posto, nel vostro per il mio no) e, paradosso dei paradossi, colmo dei colmi, ha l’obbligo morale (per coerenza intellettuale) del rispetto e della tolleranza anche nei confronti del più radicale degli intolleranti. Se ciò sia un bene o un male, non so. So solo che, se fregatura è, si tratta di una nobilissima fregatura.          

*

Ancora a proposito di Zolla.

Proprio nei giorni in cui ne ricordavo su queste pagine la figura, mi giunse l’invito ad una conferenza dal titolo  “Elémire Zolla e la ricerca dell’Oltre” che sarebbe stata tenuta dalla vedova Grazia Marchianò (già docente di estetica all’Università di Siena-Arezzo e lei stessa assidua frequentatrice di culture e spiritualità orientali nonché fedele custode e divulgatrice della  memoria del marito) presso la nota Libreria antiquaria  “A. Rotondi o delle occasioni” (via Merulana 84), specializzata in Religioni, Filosofia, esoterismo, oriente, fondata da quell’Amedeo Rotondi, in arte Vico di Varo (egli era vicovarese di nascita) o, esotericamente, A. Valdben, che fu maestro elementare e, quale cultore di varia spiritualità, autore di numerosi volumi iniziatici  diversamente giudicati. La conferenza prevedeva la presenza del noto teologo dissidente ed ex sacerdote Vito Mancuso, da anni presentissimo nel dibattito culturale sui media di ogni tendenza e autore di fortunate opere di divulgazione dalle quali risalta il dramma spirituale che egli vive: quello di una irrisolta competizione tra le ragioni della trascendenza e quelle dell’immanenza assoluta. Confesso che la presenza del Mancuso mi intricava assai, dal suo intervento m’attendevo parole chiarificatrici  (eventualmente dal pubblico e anche da me provocate) sui temi più scottanti dell’attuale dibattito culturale e sulla sua posizione nei loro confronti. Ma purtroppo l’intervento di Mancuso dovette ridursi a una nervosa, schematica  enunciazione degli argomenti che avrebbe voluto trattare e che la mancanza di tempo gli impediva di sviluppare: ché la Marchianò lo aveva tenuto confinato all’angolo per oltre due ore, tanto era durata la sua relazione la quale, partita dall’intenzione di approfondire il concetto filosofico-religioso dell’ Oltre  in Zolla (attorno, sopra, dentro?),  s’era poi essenzialmente dilungata sulla vita e l’opera del Pensatore torinese nelle sue varie fasi. Peccato per Mancuso. Eppure egli era lì, vivo e vegeto, l’asciutta figura ancora più intensa e visibilmente contratta e un poco turbata: quale migliore occasione per comprendere pensieri, emozioni, affetti, turbamenti d’un’anima bella e viva in travaglio?

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Chiesa dei Martiri Canadesi. Renzo Piano e lo ius soli. Mario Sforza pittore

Post n°965 pubblicato il 16 Ottobre 2017 da giuliosforza

Post 885

Nella Dolce vita felliniana una scena è ambientata nell’allora appena inaugurata, ma non ancora consacrata, chiesa di nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei Santi Martiri Canadesi, in Via Giovanni Battista de Rossi, nel quartiere Nomentano-Trieste, quasi all’incrocio di Viale 21 Aprile con la Nomentana, all’altezza del massiccio monumento al finanziere che guarda il comando generale della Finanza: si tratta della scena di un concerto d’organo, al quale Mastroianni assiste in non ricordo bene quale veste (immagino in quella di cronista, il ruolo che nel film interpreta). Il caso volle che fossi presente alla ripresa di quella scena: le circostanze,  in quel periodo della mia vita in cui la mia apostasia, da sempre latente, non era ancora esplosa, mi conducevano spesso in quella chiesa, sicuramente una delle più belle fra le nuove chiese di Roma, ricca di mosaici, maioliche e  pregiate opere in legno e vetro  (confessionali –oggi in disuso: ho visto confessare all’interno su normali panche coram populo e persino all’esterno, nel sagrato antistante , prete e penitente seduti su un muretto di cemento…-, panche, vetrate), ma soprattutto per l’architettura interna: una serie di arcate neogotiche ogivali  in cemento armato lavorato, che da terra attingono il soffitto, e creano uno straordinario effetto prospettico in direzione del grande baldacchino del presbiterio, totalmente ricoperto di preziose ceramiche policrome.

La chiesa è officiata dai Padri Sacramentini, addetti all’adorazione perpetua, fondati da San Julien Eymard, uno dei tre canonizzati della Congregazione della Società di Maria, o Padri Maristi, con Marcellin Champagnat, a sua volta fondatore dei Piccoli Fratelli di Maria o Fratelli Maristi delle Scuole, e Pierre Chanel, protomartire dell’Oceania. Curioso che il cofondatore e capo del…direttorio, Jean-Pierre Colin, non abbia fatto carriera, chissà per quale motivo, e si sia  fermato, se non vado errato, a Servo di Dio, che del processo è la prima tappa. La Società di Maria fu una delle tante congregazioni religiose sorte in Francia dopo la Rivoluzione con lo scopo preciso di ricristianizzarla. Quanto tal fine sia stato raggiunto non saprei giudicare.

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Questa settimana l’illustrazione dei giornali italiani e il colloquio con gli ascoltatori di Mattino Rai Tre sono affidati a una mia parente assai brava, Francesca Sforza, che da molti anni lavora alla “Stampa”. La ascolto con curiosità comprensibile, con maggiore concentrazione di quella che normalmente l’orario, che è quello della toilette, consente. Tra le segnalazioni più curiose che Francesca ha fatto è quella di una intervista  di non so quale quotidiano a Renzo Piano, un personaggio che come uomo e come artista (lo ritengo, mi si perdoni la bestemmia, coi suoi celebratissimi interventi, dal Centre Pompidou al romano Auditorium, un deturpatore di ambienti) e come uomo “superimpegnato” non colloco nella mia dissacrante graduatoria  degli uomini illustri, e ne sarò punito. Considero poi il fatto che sia stato creato senatore è vita una delle ultime canagliate dello stalinista salottiero radical chic senza erre moscia Giorgio Napolitano. Dunque in quella intervista Piano non parlava di architettura ma diceva la sua sullo ius soli (e diceva tutto quello che uno s’attende dica uno come lui) e, se non ho sentito male,  intendeva lo ius latino come il Jus franco-inglese, e attorno all’accezione di succo bellamente ricamava. Io spero, ripeto, di aver male inteso, e che a intendere male non sia stato Piano, nuovo, in questo caso, belliano marchesino Eufemio che “latinizzando esercito distrutto / disse exercitus lardi ed ebbe il premio”.  

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Mentana, l’antica Nomentun, ormai può dirsi un quartiere di Roma, pur respirandovisi, geograficamente e culturalmente, aria sabina. Raggiungerla non mi è stato difficile in questa mattina chiara come nessun altra, per una via Nomentana serpeggiante fra vigneti e oliveti (ormai, per la verità, quasi tutti scomparsi, avendo ceduto il posto a un nuovo grande comune, Fontenuova, che ha assorbito Santa Lucia e Tor Lupara e le molte ville ivi esistenti di noti personaggi  come lo storico dell’arte  Zeri, il canterino Morandi e Roberto Rossellini che proprio al limitare est del comune di Roma, in località Prato Lauto, ivi a lungo soggiornò all’epoca dei suoi amori con la Magnani prima, la Bergman poi e per ultima l’indiana Sonali das Gupta). Frequentai in tempi andati a lungo Mentana (la nonna materna delle mie figlie aveva oltretutto qui le sue radici), in occasione di incontri didattico- culturali nelle scuole, nella galleria Borghese e nel Museo garibaldino, che conserva i non gloriosi cimeli della disfatta del 1867, l’ultima prima di Porta Pia, dalla cui breccia non sarebbe entrata l’Italia in Roma, ma sarebbe uscito il Vaticano alla conquista dell’Italia.

Questa volta sono andato alla Galleria Borghese per un particolare Vernissage, non mondano e rutilante di colori di vesti di dame salottiere  e  di discorsi criptici di critici prezzolati, ma intimo, raccolto, intenso per ‘in-genuità’ e serenità, le stesse emergenti dall’autopresentazione dell’artista, un giovane  quarantenne dallo sguardo puro e splendente come quello di un che il mondo guarda con gli occhi di chi la bellezza del mondo sa cogliere, e di essa sa godere, anche sotto la scorza della realtà più ruvida e rude. Realtà ho scritto, e questo è il termine migliore per descrivere il mondo di Mario Sforza (questo anche il suo cognome, ma nessun rapporto di parentela, almeno recente, sì di conterraneità, con me e con la  Francesca di cui sopra). Realista infatti egli non ha paura di definirsi, pur non disdegnando, nella sua multiforme attività, che ingloba archeologia architettura restauro indagine scientifica, esperienze e metodologie d’avanguardia. I suoi maestri, superfluo dirlo, sono i più grande maestri del passato che egli rivisita: con l’amatissimo Caravaggio Correggio, Michelangelo, Bernini, il Volterra, David, Goya, Canova, Van Gogh, Cézanne e Monet, partendo dai quali il suo realismo spontaneamente trapassa nel surrealismo, nel tentativo di disvelare quella ‘realtà’ onirica che definisce la vita, se la vida es sueño, se we are such stuff as dreams are made on.

Sono grato a Mario Sforza (cell. 348 091 0440, mail mariosforza @yahoo.it, web mariosforza1977,facebook.it) per le emozioni che sa suscitare con la sua opera concepita nella gioia e partorita nel dolore: ché come tutti i veri artisti egli è sacerdote e vittima sacrificale insieme, immolante e immolantesi sull’altare dell’Arte  per la salvezza ( la Bellezza) del mondo.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  

 

 

 
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