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Metafisica del Suono

Post n°968 pubblicato il 20 Novembre 2017 da giuliosforza

Post 888

    Le due ultime settimane sono state le più belle di questo autunno di me e delle cose perché colme di musica. Colme di Wagner (Ring des Nibelungen), colme di Richard Strauss, ma anche di Bellini e di Donizetti. E di altro di successivamente cui dirò. Nell’ascolto mi sono ridisciolto nel suono primordiale (l’Urklang) che fu all’Inizio col Logos giovanneo (en Arché én ò Logos), con la faustiana Tat goethiana (Im Anfang war die Tat), con l’Atto gentiliano (di Logos e Tat, Pensiero e Azione, inscindibile sintesi). E ho ripensato a quello che scrissi nell’Introduzione al volume Musica mundi di Maria Teresa Luciani  che raccoglie tutte le preziose schede del seminario di educazione all’ascolto da lei curato nell’ambito dei miei corsi di Educazione estetica e di Metodologia dell’educazione musicale. Nella mia filosofia della musica l’ascolto occupa, con la coralità, un posto privilegiato. Il ruolo che gli riservo è quello di spalancare al colto e all’inclito le porte del tempio dell’Isi velata, nel cui tabernacolo si cela l’Essenza  di te e del mondo (di te-mondo) come onofriana  “rappresa melodia”. Essenza come Suono. Per questo non solo la vita senza musica sarebbe un errore (Nietzsche) ma, ancor più radicalmente, maggiore errore sarebbe una vita che non sia musica.

    Ripubblico qui di seguito quella Introduzione, anche spinto dalla suggestione di una recente lettura, del tutto occasionale, di un interessante studio dedicato a La scuola dell’ascolto. Oralità, suono e musica nell’opera di Elias Canetti (Antonello Lombardi, Utorpheus edizioni) dove l’ambito dell’ascolto è più vasto, le voci da acoltare sono di ogni genere e di ogni provenienza, ma alla fine si fondono nella  coralità cosmica che è l’essenza stessa del Suono primigenio.

    “Nel convincimento di chi scrive la musica è sì massima adorniana ‘ambiguità elevata a sistema’ e marceliana dialettica profonda dell’io, ma anche, e soprattutto, autorivelazione dell’Assoluto come emozione lirica (Selbstaufregung, Selbstgefühl) nella coscienza empirica, strada diretta  all’essenza nella cui percezione l’Urklang si avverte come sonora ratio seminalis della realtà. E sonorità rappresa, sonorità espansa risultan le cose, e i corpi non pesano, danzano, e la danza sfrenata degli esseri esorcizzati del demone della gravità (Nietzsche) è la sarabanda stessa dei suoni che premuti e compressi ed in ressa nella potenzialità seminale si dispiegano nella multiformità aerea delle essenze melodiche sovrapponentisi o rincorrentisi nella verticalità armonica o nella orizzontalità fuggevole, ma mai come nel moto placata, mai come nella stasi inquieta. E di essenza sonora tutte le cose fremono come assoluto liricamente autorivelantesi.

   Nella “misticità” sonora la “paganità” delle cose respira e la coscienza tragica del loro temporale e spaziale Destino si fa autocoscienza intemporale di un Io che è Fans del proprio Fatum, e tale si ama (Amor Fati come amor sui ipsius fantis).

   Attraverso la Musica la Conoscenza ridiventa pregna di Dio. Si dissequestra Iddio dalle incolture della liberazione  dalla vita e lo si rende alla cultura della liberazione della vita. Attraverso la Musica il morto Iddio risorge, un Iddio che della musica ha la serenità tragica e l’ironica tragicità. Musica come opus metaphysicum  dunque, ma zarathustrianamente metaphysicum, che vette ed abissi attinge (abissi come vette, vette come abissi) con  la leggerezza, la leggiadria, la temerarietà d’un Euforione, con essi giocando.

   La Musique creuse le ciel  dunque, diremo col Baudelaire delle Fusées, ma non senza avere prima avvertito essere il cielo interno alla terra, e solo perciò una novalisiana inneweltliche Askese poterlo attingere. Un cielo interno all’io anzi con l’io stesso profondo coincidente, del cui ritmo, un processo di negazione e di inveramenti, di scoperte e di smarrimenti, di occultamenti e di svelamenti l’essere stesso si ritma.

   Meravigliosamente tale natura, tale ruolo, tale fine del fatto sonoro intese e cantò chi sé disse fratello gemello del folle di Röcken. Chi abbia in buona disposizione d’animo letto Gabriele D’Annunzio, chi si sia da lui lasciato guidare alla sensuale e sensuosa e mistica scoperta del proprio corpo-universo nelle cose-tutto per le cose tutte, non solo ha avvertito in lui il più grande produttore di suoni come parole e di parole come cose (e di simboli di simboli e di metafore di metafore) ma anche uno dei più sottili indagatori dell’anima di Frau Musika e del suo corpo esperti. L’anima e il corpo di Frau Musika sono così presenti nell’opera totale dannunziana da rischiar di diventare invadenti. Quando non la trama di ogni azione se ne sostanzia l’atmosfera di essa se ne impregna. E poco a poco, romanzo per romanzo, dramma per dramma, lirica per lirica la velata Signora discopre all’iniziato i suoi fascini, pudibonda e procace,si rivela strada privilegiata, condizione pregiudiziale, per l’auspicata supernatura. L’uomo novissimo, l’uomo estetico inventore di desideri il cui avvento il declino dell’homo faber rende urgente, sembra aver bisogno soprattutto di musica. Levatrice del superuomo sembra essa destinata ad essere, Latona di Metanoesis, ponte lanciato tra la paleo e la metantropologia. L’uomo novissimo dalla sensibilità ripulita dilatata immillata fatta cosmica, liberato dagli impacci della gravità dei determinismi dei finalismi delle trascendenze delle deleghe delle mediazioni sembra trovar nel paradigma musicale di una sonorità autogonica il modello della sua propria autoctisi, del far sé nuovo con tutte le cose nuove. I suoni (i pensieri come suoni) sembrano destinati a rivolgersi contro il nuovo Atteone (brunianamente nuovo) per divorarne la residua empiricità e forzarlo al riconoscimento della propria divinità, dopo le sue affannose ed inutili rincorse di fallaci iddii, fuori di sé, in vuote spoglie lunari.

   Le strade dell’essenza che la musica discopre conducono al centro stesso del mistero che sono le cose, lo rivelano terra delle radicazioni comuni dell’Io e del Mondo e di Dio (nell’Io del Mondo e di Dio). Nella musica vige lo stesso principio di contraddizione che (non) regola il pensiero e l’essere. Essere e divenire, placazione e turbamento, abisso e vertice e vortice (nel vortice, come casa viva  dell’Essere e dell’Essere-Musica) sono gli stessi dell’assoluto ontologico e di quello musicale. Identici i séméia, come segnali alle porte di un deserto, di vuoto e di pienezza, di esplosione e di implosione, di dispersione e di interiorizzazione, di dissolvimento e di ricompaginazione.

   Dire la musica autocoscienza lirica (farsi lirico) dell’assoluto è dunque dir vero, come dirla  quell’Isi che nel suo volto cela il volto stesso di chi brama scoprirla.

Far musica è autenticamente philosophari se Sophia  ha suo luogo in quel centro dell’universo che è il mio cuore, se non anemica imperatrice è dei deserti dell’oggettivazione, ma sanguigna governatrice delle fiorenti province della comunione ontologica.

   Si può spingere il discorso oltre ed affermare che nella musica è consentita quell’esperienza di eternità come liberazione dell’atto dalla sua cornice spazio-temporale, che raramente consente anche l’amore.

   Nel mito di Orfeo questa dottrina è già prefigurata. L’Orpheus orphanòs , figlio di Oiagros, “colui che vaga nella solitudine dei campi”, solo attraverso la musica risolve l’angoscia del suo ex-sistere, la coscienza tragica del proprio distacco dall’essere, nell’esperienza dell’assoluto e dell’eternità fatta da vivo negli Inferi, comunica con le fiere e con la natura inanimata (recupero della totalità e dell’unità pre-oggettivazione) si fa armonia e puro spirito.

   Le astratte considerazioni finora fatte consentono di evidenziare il fondamentale ruolo della musica nella vita e nell’educazione e, di conseguenza, in una scuola che riprenda a cuore le sorti dell’uomo totale; nella quale già un’adeguata educazione all’ascolto rappresenterebbe una grandissima conquista, se la musica, prima o poi, finisce col parlare dentro come i quadri del Louvre diuturnamente osservati dentro la coscienza del giovane Berenson.

   Fra tutte le definizioni di ascolto come fenomeno sensoriale quella contenuta nel Dictionnaire de la musique –  Science de la musique – diretto da Marc Honneger, Bordas, Paris, 1976, mi pare la più esaustiva nella sua sinteticità. “ L’ascolto è un’attitudine percettiva implicante una focalizzazione dell’attenzione su uno stimolo acustico. Il soggetto percipiente è sottoposto ad una infinità di sollecitazioni acustiche non gerarchizzate che, se rispondono alle leggi generali della percezione, vengono avvertite senza l’intervento attivo del soggetto. L’operatore umano recettore di messaggio reagisce in lotta permanente contro il disordine della natura (rumore). Esso conforma intenzionalmente a sé una parte dell’universo e realizza il suo messaggio con relazioni di ordine e di equivalenza a partire da un repertorio di forme, di stereotipi e di simboli acquisiti anteriormente. Il confronto dello stimolo e dello stereotipo gli permette di calcolare il tasso di correlazione, la percentuale di punti comuni che la autorizzano ad avanzare un giudizio. Selezione ed analisi sono quasi istantanee (tempi di presenza) ed escludono temporaneamente gli stimoli marginali. Lo stimolo privilegiato entra nel campo della coscienza dell’individuo, che prende coscienza del reale e determina l’ascolto. Effettuandosi tale conoscenza in riferimento alle conoscenze anteriori, si può immaginare l’importanza della memoria e dell’apprendimento di ascolto

   Ascoltare è affinare (auscultare da aures colere ?), è assommare piacere cinestetico, piacere intellettuale, piacere estetico: è attivare le potenze, implicare se stessi in un processo di ricreazione-creazione (inventio).

   Anche l’eseguire è un ascoltare: è intender sensi (e sensi sono i suoni) e porsi con essi in consonanza. La fase dell’invenzione di sensi non può che essere successiva.

   Di qui il difetto di talune didattiche musicali ove l’apprendimento (necessariamente approssimativo) di uno strumento non sia accompagnato dall’ascolto dello strumento, della infinita varietà di messaggi di cui, nella infinita varietà del suo uso, è fatto mediatore. Suonare uno strumento è innanzitutto ascoltarlo, è interiorizzarlo, è farlo vibrare dentro di sé, farne il suono, un suono della voce interiore: ciò l’artista autentico gli chiede, di farsi tramite della sua coscienza.

E noi, pur condividendo le considerazioni di quanto i cultori del tema in oggetto, da Wiesengrund Adorno a Giacomo Manzoni, hanno affermato, noi si andava oltre, ritenendo che al di là delle sue pure premesse e finalità tecniche ogni educazione all’ascolto debba rappresentare una totale immersione nell’evento sonoro come nel più profondo di se stessi donde ogni evento, anche l’evento sonoro, prende origine e senso. Solo l’ascolto, costante e paziente, diuturno e illuminato è in grado di far sì che il fruitore “indifferente” adorniano risalga i gradini che lo conducono all’“esperto” passando per “colui che ascolta per passatempo”, per “l’ascoltatore risentito”, per “ l’ascoltatore emotivo”, per il “buon ascoltatore” e il “consumatore”, secondo la singolare classificazione del francofortese”. Ascoltare sul piano sensitivo, espressivo e musicale, non basta. La musica ha un significato che va al di là delle note: mai come in musica il nesso generale travalica infinitamente la serie dei significati particolari. Un piano metanoetico si impone, ove senso e intelletto, ragione e cuore si rendono disponibili all’esperienza del mistero che è nel suono come suono primitivo, come primitiva invocazione all’essere, come domanda metafisica. Urklang quale Urschrei, come si diceva”.

__________________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 

 
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Luther-Luder? Commemorazione del Goethe-Institut, Conservatorio di Santa Cecilia

Post n°967 pubblicato il 05 Novembre 2017 da giuliosforza

Post 887

In questo declinare di anno, quinto anniversario della Riforma, si intensificano le iniziative per commemorare l’Evento. Io ho deciso di  partecipare a quella promossa dal Goethe-Institut di Roma in collaborazione col Conservatori di Santa Cecilia, collaborazione apparsami particolarmente originale poiché fra i discussi meriti di Lutero due ve ne sono non discutibili: quello di essere stato il vero fondatore della Lingua tedesca moderna, che con Goethe e Nietzsche avrebbe raggiunto il suo fulgore massino, e di aver promosso, mediante i Corali, quell’educazione musicale che ha fatto del popolo tedesco il custode più fedele e il più alto celebratore dell’arte di Euterpe. Nel programma era prevista quella che ora è invalso nell’uso chiamare (e la cosa mi fa ridere, visto il bando che al latino è stato dato nella cultura contemporanea dal deprecabile imperialismo della lingua di Shakespeare imbarbarita in bocca yankee da una parte, e, dall’altra, il conclamato rifiuto   dell’argumentum auctoritatis) lectio magistralis, sostanzialmente una chiacchierata erudita  dello storico della filosofia Marramao, appena …”emeritato” da Roma Tre; dal quale sul piano storico-filosofico, per non dire teologico, mi son trovato in più punti a dissentire (come apparirà nel breve post scripum), ma la cosa  qui è di poco rilievo. Sarebbe seguito, ma l’ora tarda mi impedì di parteciparvi, una serata musicale di Jazz e prosa secondo il ricco programma che qui trascrivo.   

“Galassia Luther, una serata di filosofia, jazz e teatro per i 500 anni della Riforma Protestante. 19 ottobre 2017

Il destino dell'Europa nelle parole del filosofo Marramao, le lettere luterane di Pasolini musicate per l'occasione da Paolo Damiani, una pièce teatrale che indaga le tante anime di Lutero, tutto in una sera che, dalle 18.30 fino alle 22.00, ruota intorno alla figura del monaco tedesco che lanciò la Riforma.

Il 19 ottobre 2017, in occasione dei 500 anni della Riforma, il Goethe-Institut dedica una serata speciale a Martin Lutero adatta ad ogni tipo di pubblico. L'appuntamento sarà, infatti, scandito in tre momenti di riflessione e intrattenimento pensati sia per un pubblico appassionato di filosofia sia per gli agli amanti del jazz e del teatro.

Galassia Luther prende il via alle 18.30 presso la Sala Accademica del Conservatorio di Santa Cecilia Via dei Greci, 18 Roma.

Qui, dopo i saluti della direttrice del Goethe-Institut, Gabriele Kreuter-Lenz, il filosofo Giacomo Marramao interverrà con una lectio magistralis dal titolo, Saeculum: l'eredità della Riforma e il destino dell'Europa. All'incontro seguiranno il concerto di Paolo Damiani, Silenzi Luterani e lo spettacolo teatrale Non un'opera buona della compagnia Il Servomuto. L'ingresso è libero.

Programma
18.30: Saluti e
Lectio magistralis di Giacomo Marramao
Saeculum: l'eredità della Riforma e il destino dell'Europa

Giacomo Marramao, filosofo di livello internazionale, è Ordinario all'Università degli Studi Roma Tre. Invitato presso diverse università europee, americane e asiatiche è membro del Collège International de Philosophie di Parigi. Tra i suoi libri, tradotti in diverse lingue straniere, Potere e secolarizzazione, Minima temporalia, Cielo e terra, Passaggio a Occidente.

19.30: Pausa

20.00: Concerto Jazz -Silenzi Luterani
Composizione originale di Paolo Damiani. Testi di Pier Paolo Pasolini e Martin Lutero
Il titolo di questo lavoro evoca le Lettere Luterane di Pier Paolo Pasolini. Anche Pasolini, come Lutero, si scagliava contro i mali della sua epoca. Le musiche di Damiani vengono liberamente interpolate con frammenti melodici scritti da Lutero e testi dello scrittore friulano, in un percorso ondivago tra suoni estremi e silenzi osceni, che rappresentano forse l'unica possibile risposta quando l'indignazione non basta più. Dice Paolo Damiani Il titolo del brano evoca le Lettere Luterane di Pier Paolo Pasolini, articoli scritti nel 1975 e pubblicati sul Corriere della Sera, pochi mesi prima della sua tragica scomparsa. Gli scritti stigmatizzavano profeticamente la mutazione antropologica del Paese e i vizi dell'Italia democristiana devastata da conformismo e corruzione: Luterane quindi in quanto anche Pasolini- come Lutero- si scagliava contro i mali della sua epoca: la televisione pervasiva e diseducativa, le collusioni dei potenti, il conformismo dei giovani...

Con Daniele Tittarelli, sassofoni, solista ospite; Paolo Damiani, contrabbasso, musiche, arrangiamenti;
Daniela Troilo, voce, arrangiamenti; Marta Alquati, voce; Daphne Nisi, voce; Laura Sciocchetti, voce; Erica Scherl, violino; Lewis Saccocci, pianoforte; Francesco Merenda, batteria

21.00: Teatro
Non un'opera buona – Compagnia il Servomuto

A cinquecento anni dall'affissione delle 95 tesi al portone della Chiesa di Wittenberg, ancora non esiste un'opinione univoca sulla natura dell'uomo Martin Lutero. Partendo da fonti dell'epoca, documentali e iconografiche, da saggi e testi teatrali - come il più̀ famoso Lutero di Osborne - la drammaturgia originale prova a gettare luce su tutti quegli aspetti controversi di un uomo che, pur in un rapporto ambiguo con il peccato, si oppose strenuamente ad un Papato che aveva reso la Chiesa terreno fertile per il mercato di indulgenze e che affrontava in quegli anni la sua ora più buia. Il regista Mario Scandale: Durante il primo periodo di studio e ricerca ci siamo resi conto dell'esistenza forte discrasia sulle fonti, per la maggior parte di matrice cattolica anziché protestante e ci siamo continuamente interrogati sulle tante versioni diverse che vengono attribuite a quest'uomo, sul come tante anime possano conciliarsi in una sola. Abbiamo quindi deciso di mettere in scena proprio queste molte anime di Lutero.

Regia Mario Scandale, Drammaturgia Michele Segreto, Con Emmanuele Aita, Luisa Borini, Gabriele Genovese, Roberto Marinelli. Vincitore teatro del sacro V edizione”.

La parte musicale e drammatica è quella che più mi avrebbe interessato, per gli spunti di riflessione offerti alla mia curiosità, mai indifferente ai nuovi tentativi, più o meno riusciti, di sforzare, come direbbe il Vate, il mondo a esistere per opera dell’arte; ma l’ora tarda, proibitiva per i Vegliardi,  mi vietò di goderne e di conseguenza di poterne qui riferire. Riporterò quindi il fedele abrégé che dell’intervento di Marramao è riportato sul sito del “Goethe”, al quale farò seguire alcune riflessioni, riprese  dal mio testo La Funzione didattica, spunti per un discorso sul metodo come episteme,  dalle quali si potranno evincere i miei punti di dissenso dalle interpretazioni che fanno della figura di Lutero e della sua opera dei monumenti di progresso e di civiltà indiscutibili; non senza aver premesso un brano di una lettera di Goethe a Carl Ludwig von Knebel (Mit Goethe durch das Jahe, pag. 98), con testo a fronte, nel quale l’insospettabile Francofortese confidenzialmente si esprime con parole non certo lusinghiere nei riguardi del Grande Riformatore:

“Pfaffer und Shulleute quälen unendlich, die Reformation soll durch hunderterlei Shriften, verherrlicht werden; Maler und Kupferstecher gevinnen auch was dabei. Ich fürchte nur, durch alle diese Bemühungen kommt die Sache so in’s Klare, dass die Figuren ihren poetischen, mythologischen Anstrich verlieren. Denn, unter uns gesagt, ist an der ganzen Sache nichts interessant als Luthers Charakter, und es ist auch des Einzige, was der Menge eigentlich imponiert: Alles übrige ist ein verworrener Quark, wie er uns noch täglich zur Last fällt.” (Preti e gente di scuola rompono senza fine, la Riforma deve essere esaltata con centinaia e centinaia di scritti, e  pittori e incisori vanno anche oltre.  Io temo soltanto che attraverso tutti questi affannarsi una sola cosa emerga ben chiara, che i colori  della loro poetica, mitologica rappresentazione si stingano. Di fatti, detto fra noi, in tutta la faccenda, nulla v’è di interessante, se non il carattere di Lutero, che in fine  è anche la sola cosa che si impone  massa. Il resto non è che una confusa poltiglia, che anche a noi quotidianamente continua a pesare).    

Ed ora la relazione di Marramao in sintesi:

 
“Lutero è un uomo della religione cristiana che ha avuto un ruolo decisivo nel cambiare il mondo, non solo la Germania”. Il professor Marramao apre così la serata e la sua
lectio magistralis, “le novantacinque tesi non sono solo la ribellione contro il sistema delle indulgenze, sono la ribellione contro quella che potremmo chiamare ‘l’industria del Sacro’ che sotto non aveva più nulla di sacro, la ribellione contro la mondanità senza spiritualità della corte pontificia”. E grazie Lutero, dirà più avanti, “la Fede è stata riaccesa in un mondo che dopo l’uscita dal Medioevo sembrava risucchiato in una spirale di mondanità priva di spiritualità”.

GERMANIA E ITALIA, NAZIONI INVENTATE DAI POETI

Marramao inquadra Lutero nel suo tempo, partendo proprio dal titolo della serata, che riecheggia il saggio di Marshall McLuhan Galassia Gutenberg. “Avete fatto bene a intitolare queste iniziative Galassia Luther, ad alludere alla Galassia Gutenberg, perché Lutero significa anche l’evento straordinario della traduzione, e della stampa, della Bibbia in volgare tedesco. Lutero traduce in volgare le cose più alte che si possano immaginare, esattamente come aveva fatto qualche secolo prima Dante con la Divina Commedia”. E parlando di Dante Alighieri arriva il paragone con l’Italia. “Politicamente Italia e Germania si sono unificate tardi rispetto alle altre grandi nazioni europee, ma sono state le prime nell’unificazione culturale. Le uniche dove la lingua nazionale è quella dei poeti e non, come per esempio è accaduto in Francia e in Inghilterra, quella dei re. Si può dire che la nazione tedesca e la nazione italiana siano state un’invenzione dei poeti”.

UN ATTO DEVASTANTE

La traduzione e la stampa della Bibbia, e la conseguente possibilità per tutti di accedere alle Scritture senza intermediari, è stato un atto devastante. Secondo Marramao ha determinato un’ondata che ha provocato una vera e propria frattura nel corpo della cristianità. “Il Sacro Romano Impero, la Res Publica Christiana, fino  a quel momento era un’area che malgrado i suoi confitti trovava il suo collante nel Cristianesimo. Con Lutero questo collante non c’è più. E da questa frattura vengono fuori dei processi storici enormi. Le guerre civili di religione, che sono state il laboratorio dell’Europa moderna, degli stati laici moderni. Perché la posta in gioco delle guerre di religione era che un’entità religiosa non accampasse diritti di egemonia sul potere secolare. Lutero divide i due ambiti, chirurgicamente”.

LA NASCITA DEL SOGGETTO MODERNO, IL “SOGGETTO LIBERO”

Da questa nuova realtà europea vengono fuori tutta una serie di fenomeni con cui abbiamo a che fare ancora oggi, fino al nuovo ruolo delle religioni sul versante dell’economia e della politica. “Il tema fondamentale di Lutero è la nascita del ‘soggetto libero’, che prima della Riforma non esisteva. Con la Bibbia stampata, e scritta in volgare, la religione viene in un certo senso democratizzata. Ognuno è libero di interpretare le scritture, nell’intimità del ‘foro interiore’ della propria coscienza, il tribunale individuale dove bene e male si confrontano. Vi è dunque un nesso diretto per Lutero tra il singolo e la trascendenza divina. Nasce così il soggetto moderno, libero da un’autorità che lo condiziona. È l’inizio di un processo che porterà ai tempi moderni. A partire da Lutero la persona diventa oggetto di un’attenzione nuova”.

SOLO UN UOMO

Le riflessioni stimolate da Marramao aleggiano a lungo nella sala anche dopo la conclusione del suo intervento. La fustigazione dei costumi dei governanti, la democratizzazione della religione, e conseguentemente anche dei canti liturgici, eseguiti in tedesco e non più in latino e affidati da Lutero al popolo e non ai celebranti, sono in un certo senso al centro anche di Silenzi luterani, la composizione di Paolo Damiani che segue l’intervento del filosofo. Silenzi Luterani mescola il raffinatissimo jazz del contrabbasso di Damiani, dei sassofoni di Daniele Tittarelli, dei preziosi impasti vocali di Daniela Troilo, Marta Alquati, Daphne Nisi, Laura Sciocchetti, del violino di Erica Scherl, del piano di Lewis Saccocci e della batteria di Francesco Merenda, alla lettura di alcune delle tesi del monaco tedesco e di passi tratti dalle Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini, dando vita a una sintesi a volte straniante, ma di grande efficacia.
 

Chiude degnamente la serata lo spettacolo teatrale Non un’opera buona, della compagnia Il Servo Muto, progetto e regia di Mario Scandale, drammaturgia di Michele Segreto, con Emmanuele Aita, Luisa Borini, Gabriele Genovese, Roberto Marinelli. Con toni e personaggi a volte volutamente grotteschi, pensiamo al venditore di indulgenze o agli attori, spesso personaggi simbolici quanto indefiniti, in scena con indosso un passamontagna. Lo spettacolo si sofferma su Lutero come uomo comune, rappresentato ormai vecchio e dedito al vino, contraddittorio a suo modo. Che come tutti gli uomini comuni indulge in vizi e compromessi, senza però che questo incrini minimamente il valore del suo pensiero e della sua opera.
 
E la battuta finale di tutta la serata è forse la battuta finale di Non un’opera buona, con il Papa che riceve per un colloquio (ovviamente mai avvenuto) Filippo Melantone, braccio destro di Lutero. Dopo la morte di quest’ultimo, entrambi vorrebbero mettere fine alla guerra religiosa che dilania Germania ed Europa, cosa che non avverrà. Dice il Papa: “Ma in fin dei conti Lutero era solo un uomo”.

Qui finisce l’intervento di Marramao. Pur condividendo in buona parte le tesi in esso sostenute, alquanto diverso è il mio punto di vista su Lutero e la sua Riforma. Ecco cosa ne scrivevo brevemente in La Funzione didattica (“Il maestro protestante”, pag. 91-92):

“ Si usa normalmente parlare della rivoluzione luterana come di uno dei fenomeni più prettamente rinascimentali. E’ una opinione che discuto.

“Se è indubitabile che essa nasce da una esigenza di libertà e di autenticità e dalla volontà di eliminare qualsiasi intermediario fra la coscienza e Dio, è altrettanto indubbio che finisce per immiserire ed umiliare la figura dell’uomo, quale abbiam visto emergere nel Rinascimento, nella figura dell’uomo peccatore, dell’uomo solo, dell’uomo che ha nella Grazia e nella fede l’unica via di salvezza. In questa maniera il Protestantesimo finisce per stare al Rinascimento come la bruma nordica al sole mediterraneo. Lo vediamo lottare contro la cultura classica come sconsacrata: Lo vediamo eriger nuovi roghi e contrapporre indici ad indici. Che se non fosse stato per la grandezza d’animo e la lungimiranza del Magister totius Germaniae, di Melantone, che seppe moderare e correggere la furia iconoclastica di frate Martino e separare, nei di lui covoni, il grano dal loglio, i frutti della sua intelligenza geniale da quelli delle sue ansie nevrotiche, si sarebbe riproposto come una barbarie culturale peggiore di quella che presumeva combattere. E il maestro protestante, per voler esser maestro a tutti di autentico cristianesimo, guida alla lettura diretta dell’unico libro da salvare, la Bibbia, avrebbe finito per esser maestro di nessuno: strumento di un nuovo oscurantismo culturale, remora alla marcia avanzante del libero pensiero.

Ma infinita è l’astuzia della ragione.

 Lutero volle, con la scuola per tutti, consegnare alle masse gli strumenti adatti per la lettura del “Libro”. E consegnava, ahilui, gli strumenti per la lettura e la scrittura di tutti i libri: le chiavi di interpretazione della nuova civiltà: invitava gli uomini in massa a partecipare al banchetto della cultura. E così, senza volerlo, diventava uno dei più grandi benefattori, forse il più grande, del suo popolo, che stimolò a conquiste culturali che ancor oggi attendono d’esser dagli altri popoli eguagliate, ed un maestro di libertà per l’umanità intera”.

Questo mio punto di vista è chiaro e non piacerà ai dissacratori del fenomeno rinascimentale. Ma non dispiacerà a coloro che in Lutero non vedono solo un “deformatore, non un riformatore, che morì disperato”.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Superomismo. Solitudine. Zolla e Blondet. Zolla e Eco. "Zolla e la ricerca dell'Oltre" alla Libreria Rotondi

Post n°966 pubblicato il 27 Ottobre 2017 da giuliosforza

Post 886

Un colpo basso a tradimento per il mio superomismo, al mio risveglio, da Goethe (Mit Goethe durch das Jahr, 14 Ottobre):

Es glaubt der Mensch sein Leben zu leiten, sich selbst zu führen, und sein Innerstes wird unwiderstehlich nach seinem Schicksale gezogen. Ritiene l’uomo esser lui a orientare la sua vita, a guidare se stesso, mentre il suo io profondo viene ineluttabilmente trascinato verso il suo destino.

Non spetta dunque a me la decisione? Non posso dunque, con Ludwig, afferrare il destino per la gola? Non posso con Fritz  Ja sagen al destino che sono?

*

Pauci satis, unus satis, nullus satis. Uno alla volta, o per morte o per abbandono, vanno i miei amici. Farmene una ragione? Fedelissima mi resta la Solitudine, che “solo un Dio può riempire di sé (Lamartine).

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Mi chiede Thirsenos  (post 884): “Un dubbio: perché al sommo Deus ex machina, al secolo U. Eco, Zolla non andava a genio? Stesso dicasi per il meno "deus" Maurizio Blondet che nel suo " Gli Adelphi della dissoluzione" ne fa oggetto d'inquisizione da Sant'Uffizio...

Ho più volte espresso la mia opinione su Umberto Eco, intelligenza lucidissima, informazione sconfinata, poligrafo ineguagliabile con una malcelata tendenza alla presunzione d’inerranza. Cattolico di formazione, una formazione ortodossamente tomistica, Eco era crescendo approdato a un radicale illuminismo voltairiano ulteriormente laicizzato (non credo ne accettasse il deismo), mantenendo per altro il peggio della cultura di provenienza e non accogliendo il meglio di quella di arrivo: il peggio, la predisposizione al dogmatismo, il meglio quella alla tolleranza, all’apertura mentale, alla disponibilità intellettuale. Ferreamente razionalista, egli non concepiva le ragioni del cuore, e dalla carta geografica dello spirito aveva semplicemente cancellato le regioni del sentimento e del mistero. Poteva amare Zolla, l’uomo e lo studioso attento ai fenomeni esoterici di ogni tipo, ai misticismi, allo sciamanesimo? Il suo antizollismo dunque non mi stupisce più di tanto, né me ne scandalizzo, ma spero che la denominazione “Reparto dei cretini”, ch’egli aveva dato, leggo, agli scomparti della sua biblioteca presumibilmente riservati agli scrittori capaci ancora di stupirsi (uno degli ultimi libri di Zolla s’intitolava  Lo stupore infantile) fosse stata da lui pensata con un bonario sorriso sulle labbra e non con un beffardo cachinno. Sarebbe imperdonabile.

Per quanto riguarda Maurizio Blondet (che non è una mia frequentazione -frequentai ed amai invece molto in gioventù un suo quasi omonimo, quel Maurizio Blondel filosofo de L’Action che, col Renouvier de l’Uchronie, col Bergson de L’Evolution créatrice, col Marcel del Journal métaphysique fu uno dei punti cardini della mia formazione) non ho che informazioni di seconda mano. Ho appreso che è un giornalista cattolico integralista, ho letto qualche vivace e combattiva intervista, poco in verità ma sufficiente a permettermi di esprimere una opinione. Io come Eco (ma ahimé senza l’ingegno di Eco) vengo da una formazione ortodossamente cattolica, anche se fin dagli inizi sofferta: i credi niceni costantinopolitani  con tutta la serie di elucubrazioni più o meno geniali che ne sono lungo i secoli discese (straordinario aspetto della letteratura fantastica è la teologia, secondo Borges, e condivido) mi andavano per natura stretti, ma finché potei ne ressi la morsa. Quando per onestà intellettuale  me ne liberai e ritrovai il mio “neopaganesimo”, gnostico panteistico e lirico, di cui ero evidentemente per  nascita impastato (son convinto  chi si converte ad una fede averla sempre avuta, chi ne esce non averla mai posseduta), non volli tenere, come molti son tentati di fare, due piedi in una staffa: non si possono accettare trascendenza, incarnazione,  unione ipostatica etc   senza accettarne tutte le implicazioni,. Insomma: o tutto o niente. Il cattolicesimo (quella particolare interpretazione e codificazione della religiosità cristica- non oso dire cristiana, già essa stessa  per molti manipolazione paolina dell’autentico messaggio del Nazzareno) con tutto il suo bagaglio dogmatico va o in toto accettato o in toto rifiutato, e in questa luce ho rispetto per la posizione dei fondamentalisti  alla Lefebvre o alla…Blondet. Capisco anche l’Indice dei libri proibiti riscavato dall’Opus Dei -nel quale sono immodestamente finito anch’io! Grazie a Dio e alle lotte per la libertà che a qualcosa sono pur servite, le crisi di fede hanno oggi molte possibilità di sbocchi: chi  non ne esce riconfermato può uscirne senza rischiare il rogo (almeno quello materiale) passando ad altre confessioni, le classiche “ortodosse” greco-bizantine (che mi risultano vivere una stagione di rifioritura) per esempio;  le postriformiste,  le  neomoderniste,  e perché no le buddiste e le scintoiste, con la variegata New Age oggi variamente di moda, che dovrebbero placare le ansie di chi non se la sente, in buona fede si spera, di fare il salto verso la sponda del pensiero libero.

Con tutto questo che hanno a che fare Blondet e Zolla? Blondet  auspica a Zolla l’inquisizione, e non c’è, per un giornalista fondamentalista cattolico, nulla di strano.  Il buon Elémire se la ride  nel suo Oltre (spiegherò in un secondo momento l’uso che faccio di questo termine). Il guaio di chiunque vede le cose dall’alto (il veder giusto) e non da vicino (il veder bene), è che nella sua visione universalistica trovano comprensione tutte le visioni particolaristiche, ma non viceversa (come dico ai miei amici preti: per il vostro Dio nel mio c’è posto, nel vostro per il mio no) e, paradosso dei paradossi, colmo dei colmi, ha l’obbligo morale (per coerenza intellettuale) del rispetto e della tolleranza anche nei confronti del più radicale degli intolleranti. Se ciò sia un bene o un male, non so. So solo che, se fregatura è, si tratta di una nobilissima fregatura.          

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Ancora a proposito di Zolla.

Proprio nei giorni in cui ne ricordavo su queste pagine la figura, mi giunse l’invito ad una conferenza dal titolo  “Elémire Zolla e la ricerca dell’Oltre” che sarebbe stata tenuta dalla vedova Grazia Marchianò (già docente di estetica all’Università di Siena-Arezzo e lei stessa assidua frequentatrice di culture e spiritualità orientali nonché fedele custode e divulgatrice della  memoria del marito) presso la nota Libreria antiquaria  “A. Rotondi o delle occasioni” (via Merulana 84), specializzata in Religioni, Filosofia, esoterismo, oriente, fondata da quell’Amedeo Rotondi, in arte Vico di Varo (egli era vicovarese di nascita) o, esotericamente, A. Valdben, che fu maestro elementare e, quale cultore di varia spiritualità, autore di numerosi volumi iniziatici  diversamente giudicati. La conferenza prevedeva la presenza del noto teologo dissidente ed ex sacerdote Vito Mancuso, da anni presentissimo nel dibattito culturale sui media di ogni tendenza e autore di fortunate opere di divulgazione dalle quali risalta il dramma spirituale che egli vive: quello di una irrisolta competizione tra le ragioni della trascendenza e quelle dell’immanenza assoluta. Confesso che la presenza del Mancuso mi intricava assai, dal suo intervento m’attendevo parole chiarificatrici  (eventualmente dal pubblico e anche da me provocate) sui temi più scottanti dell’attuale dibattito culturale e sulla sua posizione nei loro confronti. Ma purtroppo l’intervento di Mancuso dovette ridursi a una nervosa, schematica  enunciazione degli argomenti che avrebbe voluto trattare e che la mancanza di tempo gli impediva di sviluppare: ché la Marchianò lo aveva tenuto confinato all’angolo per oltre due ore, tanto era durata la sua relazione la quale, partita dall’intenzione di approfondire il concetto filosofico-religioso dell’ Oltre  in Zolla (attorno, sopra, dentro?),  s’era poi essenzialmente dilungata sulla vita e l’opera del Pensatore torinese nelle sue varie fasi. Peccato per Mancuso. Eppure egli era lì, vivo e vegeto, l’asciutta figura ancora più intensa e visibilmente contratta e un poco turbata: quale migliore occasione per comprendere pensieri, emozioni, affetti, turbamenti d’un’anima bella e viva in travaglio?

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Chiesa dei Martiri Canadesi. Renzo Piano e lo ius soli. Mario Sforza pittore

Post n°965 pubblicato il 16 Ottobre 2017 da giuliosforza

Post 885

Nella Dolce vita felliniana una scena è ambientata nell’allora appena inaugurata, ma non ancora consacrata, chiesa di nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei Santi Martiri Canadesi, in Via Giovanni Battista de Rossi, nel quartiere Nomentano-Trieste, quasi all’incrocio di Viale 21 Aprile con la Nomentana, all’altezza del massiccio monumento al finanziere che guarda il comando generale della Finanza: si tratta della scena di un concerto d’organo, al quale Mastroianni assiste in non ricordo bene quale veste (immagino in quella di cronista, il ruolo che nel film interpreta). Il caso volle che fossi presente alla ripresa di quella scena: le circostanze,  in quel periodo della mia vita in cui la mia apostasia, da sempre latente, non era ancora esplosa, mi conducevano spesso in quella chiesa, sicuramente una delle più belle fra le nuove chiese di Roma, ricca di mosaici, maioliche e  pregiate opere in legno e vetro  (confessionali –oggi in disuso: ho visto confessare all’interno su normali panche coram populo e persino all’esterno, nel sagrato antistante , prete e penitente seduti su un muretto di cemento…-, panche, vetrate), ma soprattutto per l’architettura interna: una serie di arcate neogotiche ogivali  in cemento armato lavorato, che da terra attingono il soffitto, e creano uno straordinario effetto prospettico in direzione del grande baldacchino del presbiterio, totalmente ricoperto di preziose ceramiche policrome.

La chiesa è officiata dai Padri Sacramentini, addetti all’adorazione perpetua, fondati da San Julien Eymard, uno dei tre canonizzati della Congregazione della Società di Maria, o Padri Maristi, con Marcellin Champagnat, a sua volta fondatore dei Piccoli Fratelli di Maria o Fratelli Maristi delle Scuole, e Pierre Chanel, protomartire dell’Oceania. Curioso che il cofondatore e capo del…direttorio, Jean-Pierre Colin, non abbia fatto carriera, chissà per quale motivo, e si sia  fermato, se non vado errato, a Servo di Dio, che del processo è la prima tappa. La Società di Maria fu una delle tante congregazioni religiose sorte in Francia dopo la Rivoluzione con lo scopo preciso di ricristianizzarla. Quanto tal fine sia stato raggiunto non saprei giudicare.

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Questa settimana l’illustrazione dei giornali italiani e il colloquio con gli ascoltatori di Mattino Rai Tre sono affidati a una mia parente assai brava, Francesca Sforza, che da molti anni lavora alla “Stampa”. La ascolto con curiosità comprensibile, con maggiore concentrazione di quella che normalmente l’orario, che è quello della toilette, consente. Tra le segnalazioni più curiose che Francesca ha fatto è quella di una intervista  di non so quale quotidiano a Renzo Piano, un personaggio che come uomo e come artista (lo ritengo, mi si perdoni la bestemmia, coi suoi celebratissimi interventi, dal Centre Pompidou al romano Auditorium, un deturpatore di ambienti) e come uomo “superimpegnato” non colloco nella mia dissacrante graduatoria  degli uomini illustri, e ne sarò punito. Considero poi il fatto che sia stato creato senatore è vita una delle ultime canagliate dello stalinista salottiero radical chic senza erre moscia Giorgio Napolitano. Dunque in quella intervista Piano non parlava di architettura ma diceva la sua sullo ius soli (e diceva tutto quello che uno s’attende dica uno come lui) e, se non ho sentito male,  intendeva lo ius latino come il Jus franco-inglese, e attorno all’accezione di succo bellamente ricamava. Io spero, ripeto, di aver male inteso, e che a intendere male non sia stato Piano, nuovo, in questo caso, belliano marchesino Eufemio che “latinizzando esercito distrutto / disse exercitus lardi ed ebbe il premio”.  

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Mentana, l’antica Nomentun, ormai può dirsi un quartiere di Roma, pur respirandovisi, geograficamente e culturalmente, aria sabina. Raggiungerla non mi è stato difficile in questa mattina chiara come nessun altra, per una via Nomentana serpeggiante fra vigneti e oliveti (ormai, per la verità, quasi tutti scomparsi, avendo ceduto il posto a un nuovo grande comune, Fontenuova, che ha assorbito Santa Lucia e Tor Lupara e le molte ville ivi esistenti di noti personaggi  come lo storico dell’arte  Zeri, il canterino Morandi e Roberto Rossellini che proprio al limitare est del comune di Roma, in località Prato Lauto, ivi a lungo soggiornò all’epoca dei suoi amori con la Magnani prima, la Bergman poi e per ultima l’indiana Sonali das Gupta). Frequentai in tempi andati a lungo Mentana (la nonna materna delle mie figlie aveva oltretutto qui le sue radici), in occasione di incontri didattico- culturali nelle scuole, nella galleria Borghese e nel Museo garibaldino, che conserva i non gloriosi cimeli della disfatta del 1867, l’ultima prima di Porta Pia, dalla cui breccia non sarebbe entrata l’Italia in Roma, ma sarebbe uscito il Vaticano alla conquista dell’Italia.

Questa volta sono andato alla Galleria Borghese per un particolare Vernissage, non mondano e rutilante di colori di vesti di dame salottiere  e  di discorsi criptici di critici prezzolati, ma intimo, raccolto, intenso per ‘in-genuità’ e serenità, le stesse emergenti dall’autopresentazione dell’artista, un giovane  quarantenne dallo sguardo puro e splendente come quello di un che il mondo guarda con gli occhi di chi la bellezza del mondo sa cogliere, e di essa sa godere, anche sotto la scorza della realtà più ruvida e rude. Realtà ho scritto, e questo è il termine migliore per descrivere il mondo di Mario Sforza (questo anche il suo cognome, ma nessun rapporto di parentela, almeno recente, sì di conterraneità, con me e con la  Francesca di cui sopra). Realista infatti egli non ha paura di definirsi, pur non disdegnando, nella sua multiforme attività, che ingloba archeologia architettura restauro indagine scientifica, esperienze e metodologie d’avanguardia. I suoi maestri, superfluo dirlo, sono i più grande maestri del passato che egli rivisita: con l’amatissimo Caravaggio Correggio, Michelangelo, Bernini, il Volterra, David, Goya, Canova, Van Gogh, Cézanne e Monet, partendo dai quali il suo realismo spontaneamente trapassa nel surrealismo, nel tentativo di disvelare quella ‘realtà’ onirica che definisce la vita, se la vida es sueño, se we are such stuff as dreams are made on.

Sono grato a Mario Sforza (cell. 348 091 0440, mail mariosforza @yahoo.it, web mariosforza1977,facebook.it) per le emozioni che sa suscitare con la sua opera concepita nella gioia e partorita nel dolore: ché come tutti i veri artisti egli è sacerdote e vittima sacrificale insieme, immolante e immolantesi sull’altare dell’Arte  per la salvezza ( la Bellezza) del mondo.

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Meminisse iuvabit. "Eros e Magia nel Rinascimento". Culianu. Zolla

Post n°964 pubblicato il 30 Settembre 2017 da giuliosforza

Post 884

Meminisse iuvat, non solo iuvabit. Ricordare è vivere. Alla mia età è la sola forma del  vivere, l’unica maniera per tentare di conferir senso a quel non essente che diciamo presente, stranissimo risultato dell’incontro di ciò che non è più e di ciò che non è ancora, compendio dunque, essere, di due non-essere: un non essente alla seconda potenza (questo il paradosso che definisce l’Assurdo che chiamano esistere, e che logica vorrebbe non fosse consentito - ma ancor più assurdo dover parlare del non essere usando il verbo essere). Il passato è l’unica cosa che resta al Vegliardo, delle tre illusioni (inconsistenze) che determinano il tempo non restandogli che la terza.

Eppure quanto è bello ricordare. Quanto è dolce, nella illusione del reale, tuffarsi nella verità di quella fiaba incantevole (ché illusione per illusione -illusione alla seconda potenza- fa reale, negativo per negativo fa positivo) e insieme tragica che fu la vita. Quanto è tenero tuffarsi nell’oceano di immagini ammassatesi lungo il tempo nel caleidoscopio della mente (e dalla vista interiore organizzate in sempre nuove forme, mai a sé stesse identiche, mai fisse, mai immote) e farsene, come da onde, cullare.  

Ho trascorso buona parte della giornata a ricordare alcuni dei film della mia giovinezza. Con Judy Garland (bella era, e giovane, e bionda, non ancora distrutta dalla droga e dall’alcool) sono ripenetrato nel fantasmagorico mondo del Mago di Oz; con Bette Davis di Perdutamente tua ho rivissuto la profonda ed unica passione degli amori inconsumati e inconsunti, come veste inconsutili che nessun evento avverso potrà mai ridurre in brandelli; con Bogart ho navigato le acque maltesi alla ricerca del falcone e del suo mistero. Il sonno m’ha colto in compagnia di Amedeo Nazzari, già mio vicino di casa  a Talenti, ancora bello e prestante in una delle sue commediole strappalacrime (Dopo divorzieremo). E il mio sonno è stato profondo e insieme lieve, senza incubi, e il mio cuore senza sussulti.

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M’è giunto finalmente Eros e magia nel Rinascimento (Bollati Boringhieri, Torino 2006-2016, pp 423) di Ioan Petru Culianu, e ne inizio la lettura senza por tempo in mezzo. E subito mi imbatto in Bruno, che del testo sarà un assoluto protagonista. «Al massimo grado di sviluppo, raggiunto nell’opera di Giordano Bruno, la magia è un metodo di controllo dell’individuo e delle masse basato su una profonda conoscenza delle pulsioni erotiche individuali e collettive. Vi si può riconoscere non solo il lontano progenitore della psicoanalisi, ma anche quello della psicosociologia applicata e della psicologia di massa. Accanto a questo, però, v’è un altro aspetto fondamentale della manipolazione dei fantasmi, la meravigliosa arte della memoria: il nesso tra eros, mnemotecnica e magia è così indissolubile che sarebbe impossibile capire l’ultima senza avere prima studiato i meccanismi degli altri due”». E più oltre dall’Introduzione: «Certo sarebbe arduo sostenere che il metodo della magia ha qualcosa in comune con il metodo delle nostre scienze della natura: La struttura della materia viene completamente ignorata, e i fenomeni fisiochimici sono attribuiti a forze occukte agenti nel cosmo. Eppure la magia ha in comune con la tecnologia moderna la pretesa di pervenire, con altri mezzi, agli stessi risultati; comunicazione a distanza, trasporti rapidi, viaggi interplanetari fanno parte delle normali prodezze del mago» (pag. 7).

Dissi  nel precedente post 883 qualcosa sulla figura dello storico romeno, martire del libero pensiero (sempre più evidente che ad assassinarlo furono gli sgherri di Iliescu, succeduto al Ceausecu dal cui regime Culianu era pur fuggito, ma non meno di lui carnefice e più di lui volgare fino a seppellire in una fossa comune cadaveri sottratti agli obitori per poi spettacolarmente riscavarli e contrabbandarli per vittime del Dittatore). Dirò ora qualcosa di Elémire Zolla, altro grande Spirito ch’ebbi la fortuna di incrociare lungo la mia via, al quale si può applicare lo stesso apprezzamento che Culianu riserva a Mircea Eliade: «…è stato per me, durante gli ultimi quindici anni, una garanzia che la bontà, la semplicità e la serenità non sono del tutto scomparse dal mondo».

Zolla, amico lui stesso e in qualche modo discepolo di Eliade, fu tra noi certo il miglior cultore di misticismo e di esoterismo, ai quali aveva dedicato tutti i suoi interessi extraaccademici, in fine preponderanti. Insegnava letteratura angloamericana al Magistero di Roma, poi RomaTre, e la sua stanza era situata sopra la mia al terzo piano del palazzo che la facoltà di Scienze della Formazione (allora dell’Educazione) condivideva con Letterature anglo-americane. Suo vicino di stanza era Giorgio Melchiori, una delle più grandi, se non la somma, autorità negli studi scespiriani almeno in Italia (che tempi quelli per le Università e che Maestri!)  in Via del Castro Pretorio 20. Per anni ci si era incontrati e salutati velocemente in ascensore, per le scale o nei consigli di Facoltà, ma senza entrare in particolare confidenza, finché l’occasione di rompere il ghiaccio mi fu porta dalla necessità di trovare degli esperti per il convegno che nel 1990 stavo organizzando su “Religioni ed educazione. Dialogo delle Civiltà”. Avevo letto varie cose di Zolla. a partire  dal famoso e discusso Eclissi dell’intellettuale del ’59 e da I mistici dell’Occidente del ’63, e l’avevo trovato  spirito supremamente, aristocraticamente, libero, e me ne ero naturalmente innamorato. La sua stessa vita privata m’intrigava e suscitava invidia, le sue lunghe relazioni con la squisita poetessa Maria Luisa Spaziani prima,  con Cristina Campo (l’evanescente, eterea figura che mi ha sempre ricordato il  fiore azzurro, die blaue Blume, novalisiano, simbolo di quella Ahnung, di quella Sehnsucht d’assoluto destinate a mai sopirsi) poi; e infine con la esimia e sensibile studiosa di Estetica Grazia Marchianò, la Presenza che negli ultimi quindici anni della vita lo sostenne ed ora ne cura e tramanda la memoria, anche pubblicandone i numerosi inediti. Al nostro Colloquio Zolla trattò di “Sincretismo ed educazitone” nel salone del Castello Massimo di Arsoli. Ho negli occhi e nell’anima la sua solenne figura, la sua asma, il suo estraniamento dal mondo (egli come il poeta baudelairiano “planava sul mondo e comprendeva senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute”) il suo Stupore infantile, che sarà il titolo di un suo prossimo delicatissimo libro, la sua ironia, la sua compostezza, la sua dolcezza. Di quei giorni un episodio ancora ricordo che la dice tutta sul personaggio. Mi ero dato da fare per ospitare i relatori a Villa celeste, immersa nel fitto verde che circonda, poco più sopra, anche la Villa di Ricciotti Garibaldi, a Riofreddo. Un posto più tranquillo di quello non avrei potuto immaginare. Quando la mattina dopo salii a prelevare gli ospiti, trovai la prof Marchianò infuriata con me. “Non ha potuto chiudere occhio, eppure le avevo raccomandato di trovargli un posto silenzioso!”. Io non capivo e guardavo lui che pacatamente sorrideva. Ma quando  capii il motivo della giusta rabbia di Grazia, fui io ad infuriarmi con gli albergatori, ai quali  mi ero raccomandato in nome di Dio di non farmi far figuracce. “Qui sentiranno  solo gli uccelli che daranno loro all’alba la sveglia”, mi avevano risposto. In realtà i Vasselli, i ristoratori, forse discendenti di quei Vasselli che avevano dato in moglie la dolce Teresa allo sciupafemmine Gaetano Donizetti, avevano dimenticato (?) di  dirmi che quella sera una  squadra giovanile  di calcio sarebbe stata loro ospite per il ritiro. All’anima del ritirò! Quegli scalmanati avevano fatto fino all’alba un casino del diavolo ed Elémire, ma non solo lui, non aveva chiuso occhio. Mortificato, mi profusi in scuse, ma egli, sorridendo e tenendomi affettuosamente sottobraccio, replicò: non scusarti, Giulio, son io a doverti ringraziare per avermi fatto rivivere, dopo secoli, una notte goliardica.

Questo, ma tanto di più, era Zolla. Leggo che  Umberto Eco nella sua biblioteca aveva posto i suoi libri nella “sezione cretini”. E che Flaiano gli aveva dedicato l’epigramma “Zolla. Preferisco la folla”. Spero che il voltairiano Umberto in qualche luogo lo incontri, e si vergogni e si nasconda, e che invece il figlio del fornaio di Corso Manthoné (quello immortalato nei Racconti della Pescara del mio Gabri) gli dia, anche da parte mia, un forte bacio. Son sicuro che Elémire glielo renderebbe poiché, a differenza del suo borioso conterraneo, era umile e rispettoso delle opinioni. E quella del Pescarese non era solo una simpatica opinione  spiritosamente espressa, ma anche un implicito riconoscimento dell’ “aristocrazia” di un Uomo che non solo i sincretisti e gli esoteristi di tutto il mondo a lungo ricorderanno.

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Petru Culianu e Bruno ("Eros e magia nel Rinascimento"

Post n°963 pubblicato il 15 Settembre 2017 da giuliosforza

Post 883

Sul sito di Guido del Giudice, che non perde occasione per segnalare novità e curiosità riguardanti il suo  beneamato Nolano, leggo un articolo di Diego Gabutti pubblicato su ITALIAOGGI che trovo particolarmente interessante e per questo lo riprendo. Dice cose per me nuove di Bruno e di Culianu lettore di Bruno per  me, bruniano ‘non della ventura’ e per caso implicato in una delle ultime vicende della breve vita dello studioso romeno, particolarmente intriganti.

«Eros e magia nel Rinascimento (Bollati Boringhieri 2006, pp. 423, 17,00) uscì in prima edizione a Parigi nel 1984. Opera di Ioan Petru Culianu, o Couliano, che due anni più tardi avrebbe ereditato da Mircea Eliade, il grande storico delle religioni, la cattedra di storia del cristianesimo all'Università di Chicago, non era il libro d'un accademico. Era l'opera d'uno storico e d'un metafisico, d'un teorico della politica. Era un libro sulla violenza, sulle guerre segrete, sui rapporti tra religione, esoterismo, politica e sulle loro radici comuni. Per Culianu esoterismo, «magia» e religione erano politica tout-court. Erano le forme stesse, anzi, della politica - antiche come «la vita sulla Terra», tenute «segrete fin dalla fondazione del mondo». Eros e magia nel Rinascimento è un libro ironico, dotto, sconsolato e bellissimo. Soprattutto è uno dei rari libri che non indorano la pillola della convivenza umana su questo pianeta.

Culianu, che nel 1991 fu misteriosamente ucciso dalle revolverate d'un killer rimasto sconosciuto, incise questa speciale «gnosi», di cui fu uno studioso d'altissimo livello, nella sua stessa esistenza. Al pari del suo maestro, Mircea Eliade, anche Culianu era nato in Romania, che aveva lasciato a ventidue anni, nel 1972, riparando dapprima in Italia, dove si laureò con Ugo Bianchi alla Cattolica di Milano, poi in Olanda e infine negli Stati Uniti.

Insegnò e scrisse libri, per lo più saggi, ma anche narrativa. Poliglotta, scriveva in italiano, in francese e in inglese, oltre che in rumeno. Era un oppositore del regime comunista. Ma quando Ceausescu, alla fine degli anni ottanta, dopo la caduta del Muro di Berlino, fu finalmente sbalzato dal trono, Culianu non s'unì al coro dei rumeni esultanti, ma sentì subito odore d'imbroglio metafisico, di «magia rinascimentale». Diffidò soprattutto quando a Timisoara, mentre Ceausescu e signora venivano processati e condannati a morte in diretta tv, cominciò la macabra saga dei cadaveri: migliaia d'oppositori assassinati e sotterrati in un campo, che la polizia politica rumena disseppelliva uno dopo l'altro, a telecamere accese, nell'ora dei telegiornali.

Culianu aveva scritto Eros e magia soprattutto a partire da un'opera a torto ritenuta minore di Giordano Bruno, il De vinculis in genere (Biblioteca dell'Immagine 1991). Ragionando intorno al De vinculis, il giovane professore rumeno, che all'epoca aveva poco più di trent'anni, spiegò che la magia rinascimentale non era un «affare d'abracadabra». Nessun dimonio, niente magia bianca o nera. Per capire la magia rinascimentale, di cui Giordano Bruno era stato un oscuro e straordinario maestro, bisognerebbe essere al corrente dell'attività segreta dei vari ministeri della propaganda e poter dare un'occhiata ai manuali delle scuole di spionaggio. Se il Principe di Machiavelli», scriveva Culianu, «è l'antenato dell'avventuriero politico, la cui figura è in procinto di sparire, il mago del De vinculis è il prototipo dei sistemi impersonali dei mass media, della manipolazione globale e della censura indiretta».

A Timisoara, dove i cadaveri uscivano dal campo dei miracoli come piccioni dal cappello d'un mago, c'era odore di servizi segreti, odore di manipolazione globale, di ministeri della propaganda: magia rinascimentale purissima, la stessa magia teorizzata secoli prima da Giordano Bruno, una magia da lui detta «erotica» per le passioni che aveva lo scopo di suscitare e per i mezzi di cui si valeva per «vincolare» e manipolare il prossimo suo (altro che amarlo, come forse gli avevano insegnato in seminario).

Cacciatore d'anime, Bruno insegnava a creare vincoli. Ai suoi occhi la libertà era inverosimile. Alla fine, dopo l'esecuzione dei due mostri che avevano governato la Romania per vent'anni, saltò fuori che quella di Timisoara era stata davvero una sceneggiata: i cadaveri erano quelli d'un vicino obitorio, che i servizi segreti avevano sepolto in un campo per intortare i media internazionali e pilotare l'informazione. Fu poco dopo aver denunciato i maghi neri di Timisoara che Culianu, come in un action movie di serie B, fu ucciso da un killer mentre faceva pipì nei gabinetti dell'Università di Chicago. Era il 21 maggio del 1991. Culianu aveva quarantun anni».

Avevo conosciuto Culianu nel maggio del 1991, allorché intervenne, accompagnando il suo amico e secondo maestro Elemire Zolla, al Colloquio internazionale itinerante, il secondo della ventina che avrei organizzato con argomento di riferimento l’educazione estetica, dedicato al tema “Religioni, educazione, educazione estetica”, che tanta risonanza ebbe sulla stampa dell’epoca. Vi partecipavano Augustine Thottakara per l’induismo, Edda Ducci per il cattolicesimo, Paolo Ricca per i Valdesi, Abdal Wahid Pallacicini e Nur Dachan per l’islamismo, Abramo Alberto Piattelli per l’ebraismo, Zolla per il misticismo esoterico, Mario Maranzana, grande attore e cultore di varia umanità, con un ricordo della figura carismatica di Giovanni XXXIII e del suo zelo ecumenico. L’intervento di Culianu fu breve ma denso. Da storico affrontò il fenomeno delle fatali integrazioni delle civiltà («Se siamo disposti ad ammettere che la somma delle menti umane è il motore della nostra storia, e che questo motore non si blocca perle povere e spesso stupide differenze tra una civiltà e l’altra, una lingua e l’altra, ci troviamo evidentemente davanti un terreno il cui fondamento è l’unità»),  particolarmente il Cristianesimo e l’Islam, due grandi religioni che hanno spesso messo barriere fra di loro. «C’è chi di noi ha magari l’abitudine di andare in chiesa, fosse pure en touriste, di accendere candele o di guardare altri che lo fanno, e sentire odore di incenso. Ebbene questa è una prassi, da storico posso dirlo, che si instaurò nelle basiliche romane all’inizio del IV secolo. E’ esistita prima? Sì, questa prassi risale al culto nei templi romani all’epoca dell’impero: A quel tempo i sacrifici erano stati semplificati, e si usava perciò bruciare incenso e accendere candele. Ci sono delle lettere di Plinio il Giovane, quando era governatore di provincia in Asia minore, all’imperatore Triano, dove viene riportata la notizia del processo e dell’esecuzione di alcuni cristiani all’inizio del II secolo. Ebbene, quei cristiani erano perseguitati perché si erano rifiutati di bruciare incenso agli dei del pantheon romano e all’imperatore, e di accendere candele. Saremo sorpresi e farà tristezza venire a sapere che un rito che si adotta a partire dal IV secolo era lo stesso rito che era stato aborrito dai cristiani due secoli prima al punto di farne dei martiri. Si vede allora che il pensare produce un fatto straordinario, cancella i confini e dà al rito un nuovo significato: da quasi due millenni quel rito è ora di casa nel Cristianesimo.

Veniamo all’Islam. Uno dei momenti di gloria della civiltà islamica è stato il califfato Omaiade di Cordoba, in Andalusia. Lì, sulla fine del X secolo, un terzo grande califfo sognò di erigere  il più imponente palazzo mai fatto da mano d’uomo. In effetti fece erigere un intero villaggio capace di contenere ventimila abitanti, e lo chiamo Al Medina Al Sacrà, che vuol dire Città di Venere, perché Al Sacrà –questo non si trova nelle guide di Cordoba- è il pianeta Venere: Sulla porta d’ingresso del villaggio, quel califfo fece innalzare una splendida statua di Venere romana, che ho il forte sospetto sia quella ora custodita al Museo di Siviglia, ma la guida non dice nulla in proposito. Dunque, una stupenda statua di Venere ignuda, decapitata, finisce a Siviglia alla fine del XII secolo. Questo gesto è interessante perché voleva mostrare a un’altra gloriosa città, il Cairo (in arabo significa Il Vittorioso- ma è il nome del pianeta Marte), che la civiltà musulmana dell’Andalusia era più bella, più fastosa di quella del califfato fatimide dell’Egitto. Allora, questo gesto straordinario di edificare una città a Venere e di mettere sulle mura del più splendido palazzo mai realizzato da mano d’uomo una stupenda effigie della dea tutta ignuda, mostra che, tutto sommato, anche l’Islam si muove su più binari, che anche lì si pensa, e c’è motivo allora di alimentare una speranza» (AAVV, Religioni ed educazione. Dialogo delle civiltà, a cura di Giulio Sforza, Anicia, Roma, 1994, pagg. 97-98).

Con questa lunga citazione ho voluto  onorare la memoria di un Martire del pensiero libero che prima che  Mircea Eliade ed Elemire Zolla aveva avuto Maestro un tal Bruno Nolano, in arte Giordano.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Muzio Clementi-Louis Raffy, 'Prélude funèbre'. Diderot, 'La Religieuse'. A che punto sta la musica in Italia.

Post n°962 pubblicato il 09 Settembre 2017 da giuliosforza

Post 882

Da molto tempo non rimettevo le mani sul mio organo Farfisa. Notato con piacere che il caldo non ha influito sulla intonazione. Ed ho riaperto il mio antico Raffy, Organistes célèbres et grands maîtres classiques, volume quarto, al “Prélude funèbre” (do minore, andante sostenuto) di Muzio Clementi, dall’aspetto assai curioso dovuto al suo ritmo sincopato che gli conferisce un carattere di una originalità poco comune: sembra dipingere un dolore rassegnato, quello di un’anima che si sottomette, senza riserve, alla volontà di Dio. Secondo il suo costume, Louis Raffy è solito premettere a ogni pezzo, per l’interprete, presunto dilettante, delle note didattico-esplicative che in questo caso recitano: “Suonare il brano lentamente e a media sonorità, osservando le sfumature del testo. Ai fini di una esecuzione ben legata il pezzo offre una certa difficoltà di esecuzione per la mano destra; in effetti, riunendo questa due parti che si muovono a intervalli molto distanziati, deve osservare numerosi scambi di diteggiatura  in posizioni spesso molto scomodi.  Si dovrà lavorare prima molto sulla mano destra sola, prima di riunire le due mani; agire diversamente complicare lo studio di questo pezzo.

Ho sempre amato il romano Clementi (1752-1832), e non ritenuto quel “cialtrone, come tutti gli italiani”, che un poco sbavando lo riteneva Mozart, geloso oltretutto del suo genio pianistico. Il Prélude funè bre (non so se sia il titolo originale) mi strappa il cuore. Oggi risonandolo mi sono commosso fino alle lacrime, immaginandolo suonato al mio funerale. Anche  da morto …mi ascoltavo e mi piangevo addosso. E Maria la romena, sospendendo le pulizie, piangeva con me.  

*

Per tutti gli amici musicisti, musicofili e musicomani pubblico una recensione di Quirino Principe, (da molti, me compreso, ritenuto, spero non solo per simpatia di coetaneità, …principe -con Paolo Isotta, al quale l’accostano una sconfinata cultura non solo musicale, e una rara indipendenza di giudizio- dei musicologi e degli storici della musica) che da una vita dedica il suo multiforme ingegno alla causa dell’arte di Euterpe. Lo ammirai, e non smisi poi mai di seguirlo in ogni tipo della sua varia attività pubblicistica, dopo aver letto il suo compendioso Mahler. Questo non mi ha impedito di trovare alcune sua dissacrazioni eccessive, e le mie prese di distanza non è difficile trovar documentate qua e là in questo diario. Del breve articolo recensivo che qui riporto condivido, ad una prima veloce lettura, sostanzialmente tutto, contenuto e stile. Ma dovrei leggere il volume curato dalla Zarletti (Ars nova. Ventuno compositori italiani di oggi raccontano la musica, Castelvecchi, Roma, pagg.284) per confermarmi o no in questa opinione. Troppo pochi di fatti gli autori di cui Principe riporta qualche pur minima opinione  atta a far intendere quale davvero sia lo stato della musica italiana, se la scontata minima o nessuna attenzione riservatale dalle istituzioni in Italia basti a giustificare il suo stato di crisi. Troverete la recensione di Principe  sul Sole 24 Ore domenicale del 27 Agosto sotto titolo Come sta la musica italiana.

«Qui, tutto è difficile. Amaro, né potrebbe essere diversamente, è il vissuto dei compositori italiani, di quelli veri che conoscono la musica poiché l’hanno studiata come va studiata: tecnicamente, matematicamente, filosoficamente. Muniti di ferri del mestiere lucidi e collaudati, lavorano curiosi e animati dall’impegno didattico e comunicativo. Si ascolti come si commuovono, chiaroveggenti. Nicola Sani che tiene una conferenza, o Letizia Michelon che inaugura un convegno dalle idei fortissime. O Alessandro Solbiati che parla a Radio3 per “Lezioni di musica”, e la commozione, contagiosa. Si trasmette a chi ascolta. Eccoli con la schiena dritta e un bel sorriso malgrado tutto, pronti a motivare ogni particella del loro lavoro, reggendo, come reali e oscuri eroi di un V secolo dopo Cristo che oggi è revenant. Li vediamo come  reincarnazioni di Simmaco e Celso combattenti contro il vescovo impostore e i tre imperatori suoi lacchè. Oggi, l’incubo è un Occidente condannato a morte e già da tempo maleodorante di un’americanizzazione che è prodromo di una islamizzante putrefazione. Ci lascia senza fiato, in questo libro, la Lettera sulla Musica di Salvatore Sciarrino, o la dolente autoapologia di Mario Guido Scapucci che sembra volersi bruciare alla fiamma di un’ellenica lampada, in nome della propria verità, o Silvia Colasanti che narra il proprio metodo di lavoro. Eppure nessuno di loro nasconde, né vuole farlo, il senso di gelo, né la paurosa solitudine che circonda oggi gli autori di musica forte in questo infelice Occidente, “morto che cammina”, come direbbe quella cosa sempre un po’ mafiosa che è la Storia. Questa solitudine di artisti colti e civilissimi, che lanciano la propria musica in una cantina buia popolata da ciechi e sordomuti, guida vendetta contro l’oscena e miliardaria insipienza allo stato brado ostentata da buffoni ritinti e sgambettanti caricature che da altri cretini ricevono acclamazioni o il Nobel.

Difficilissimo è stato il compito che si è assunta la curatrice, Sara Zurletti: pensando a come questa studiosa, sorretta da una conoscenza di livello superiore e allenata all’interpretazione della cultura musicale, filosofica, letteraria e artistica di epoche diverse, ha organizzato negli ultimi anni simili imprese di testimonianza e di sintesi, diciamo che soltanto lei poteva scegliere, con tanto sottile equilibrio di diverse generazioni, tendenze e sensibilità filosofica, i ventuno compositori. Sara Zurletti apre la sua introduzione illuminandoci sull’idea originaria del libro, ed è una illuminazione destinata a ritornare in seguito: che l’attuale situazione della musica abbia tratti comuni con quella del XIV secolo, quando uscì “il più importante trattato musicale del passato”, Ars nova (1329) di Philippe de Vitry, il quale, liberandola musica della teologia, proponeva un esempio di quel “superare conservando”, prossimo all’’Aufhebung hegeliana, che la musica occidentale ha oiù volte rifiutato negli enunciati teorici, ma ha finito per accogliere nella realtà di fare musica. Aggiungiamo, ringraziando Sara Zurletti, che “superare conservando” significa Occidente e soprattutto Europa».

Attendo le opinioni degli amici compositori Federico Biscione e Alberto Cara, tra i più attivi rappresentanti della generazione che dirò dei più riflessivi, dediti ad una intelligente opera di innesto di classicità sui non sempre svelti virgulti delle nuove tendenze.

*

Appena uscito dalla fornace ardente di una estate per il mio vecchio cuore tra le più inique (inutile la fuga-rifugio fra le colline del mio paese natio -800 metri sul mare, dirimpettaio il Velino) e ripiombato nel deserto popolatissimo d’impresenze in quel di Porta di Roma ove, ben lo avverto,  sono stato destinato a chiudere i miei giorni, torno alle mie dilette letture. Abbandono per un momento i contemporanei (ho appena terminato l’autobiografia di Jean d’Ormesson e il suo romanzo-saga sulla sua famiglia A Dio piacendo – al qual proposito andrò presto a visitare i luoghi romani da lui citati, soprattutto San Giovanni a Porta Latina e San Giovanni in oleo, legati alla sua origine) e torno a Diderot; ma non alla sua Encyclopédie, bensì a La Religieuse, storia di una monaca per forza senza vocazione e delle sevizie di ogni tipo, di una crudeltà inimmaginabile, fisiche e morali, a cui è sottoposta perché receda dalla sua volontà di rinuncia ai voti. Il lettore moderno resta allibito a quella lettura, dinanzi alla malvagità che superiora e consorelle son capaci di esercitare sulla povera vittima. Ma resta allibito solo se non conosce le vessazioni e le persecuzioni a cui gli/le attuali rinuncianti sono sottoposti, meno vistose e più sopraffine, ma capaci di distruggere la vita di chi, non appigionato e non appigionabile, “…non nato a percuotere/ le dure illustri porte / nudo accorrà, ma libero / il regno della morte”. Ma che costo, quella libertà, e quanto inutile! So di una mia ex allieva indiana suora che, decisa a “tornare nel mondo”, non per una crisi di fede ma per una crisi di identità, non solo non è stata aiutata economicamente a reinserirsi, ma le sono stati messi ogni sorta di bastoni tra lo le ruote perché non trovasse lavoro. Disperata, è finita sul marciapiede. Fossi Denis ne racconterei minuziosamente la storia che, fra tutte quelle che non fanno notizia in un periodo come il nostro in cui peraltro non fa che parlarsi (santissima causa, per carità) di violenze esercitate sulle donne, è sicuramente una delle più inumane ed anticristiane.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Notturno triste. Giovannino Di Pietro (fratel Alessandro). Loreto Michetti ("C'era vita alla vecchia fonte)

Post n°961 pubblicato il 25 Agosto 2017 da giuliosforza

Post 881

Tra i numerosi auguri che hanno allietato il mio compleanno, uno ve n’è di una ex allieva straniera che mi ha particolarmente emozionato,  e che voglio riportare, anche se con un po’ di imbarazzo,

 

“Lo sai, mettersi ad amare qualcuno, è un’impresa. Bisogna avere un’energia, una generosità, un accecamento. C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette, non lo si fa” (Sartre).

 

«Non so se la citazione sia effettivamente attribuibile a Sartre, ma mi ha fatto tornare in mente i ricordi delle sue lezioni, i riferimenti all'esistenzialismo e "i voli pindarici" che facevo ad occhi aperti seduta al mio banco.
Penso a Marcel, al metaproblematico, all'amore, alla musica..al canto intonato insieme in aula, ai versi della poesia di Goehte –Wie herrzlich leuchtet mir die Natur! Anche il ricordo dell'esame sostenuto con lei ha il tono della gioia e il sapore della "metanoesi".
Oggi prof, la ringrazio, ancora una volta, per il seme dell'entusiasmo che è riuscito a risvegliare in me.
Sarà il ricordo più ricco che porterò ovunque andrò
.

Chàirete daimones!»

 

Anche il mio ricordo sarà indelebile e la mia nostalgia incolmabile. Per quell’amore vissi, per quello morirò.

 

*

Alta è la notte, profondissima la quiete, e i miei pensieri annegano nell’eterno. E mi sovviene delle morte stagioni e delle nuove, e mi son compagni il genio triste del Recanatese, e l’Ecclesiaste e Cioran che ammiccano sbeffeggianti dai loro inferni. Eppure dovrei esultare, mille voci devote e beneauguranti mi espressero affetto, gratitudine, ammirazione, e dovrei esultare come un infante alle porte della nuova fanciullezza e della novella adolescenza che mi sarà dato a breve di vivere. Ma il mio attuale chimismo non me lo consente, dovrò attendere che il sangue torni pulito a fluire nelle vene e ad alimentare in fiotti potenti cervello e cuore. Fra poco la nuova alba fugherà le tenebre. Già mi giungono di tra gli aridi rami che nessuna rugiada da tempo irrora i suoi primi timidi bagliori.

*

Due eventi m’hanno avuto in questi giorni protagonista.

Il 13 u. sc. m’è stato chiesto, dalla Sindaca, di ricordare, spero non solo per meri motivi anagrafici, nella nostra piccola biblioteca, la bella figura (in ogni senso, fisico e morale) di Giovannino Di Pietro,…in arte Fratel Alessandro, religioso della congregazione laicale dei Fratelli Maristi delle Scuole, direttore negli anni della seconda guerra mondiale, dell’Istituto San Leone Magno, una della scuole religiose allora più prestigiose di Roma, che aveva avuto dagli ultimi anni dell’Ottocento sede in Via Montebello 124 a ridosso delle mura aureliane (ora sede del Liceo Scientifico Plinio Seniore), e dal ’56 trasferitosi il Piazza Santa Costanza nel quartiere Nomentano -Trieste. L’Istituto, recentemente tornato all’onore delle cronache per le vicende narrate da Albinati nel suo discusso La scuola cattolica, premio Strega 2016, di cui mi sono a lungo occupato in questo diario. ospitò in quell’epoca tragica, come la maggior parte delle scuole religiose e dei conventi, col tacito consenso delle autorità fasciste, molti ebrei e personalità politiche della dissidenza, salvandoli dalla deportazione, e il suo direttore Fratel Alessandro  trovò negli anni Novanta per questo motivo posto fra i circa trentamila “Giusti tra le Nazioni”, l’albo d’Onore creato dalla Stato di Israele a perpetua memoria. Fratel Alessandro, nativo del mio stesso borgo, Di Pietro per parte di padre, Sforza per parte di madre, era entrato ancora fanciullo nel probandato marista di Mondovi, aveva fatto noviziato  e studentato e quindi pronunciato i suoi voti a Ventimiglia, e ben presto era stato chiamato ad occupare ruoli di dirigenza: non era nato per fare l’intellettuale e l’insegnante, il suo savoir faire e le sue doti diplomatiche, unite al suo prestante aspetto fisico, lo destinavano ad altra…carriera: ancor giovane, nel 1949 fu chiamato a rivestire la carica di Procuratore generale della congregazione, una sorta di ambasciatore presso il Vaticano che aveva il compito di patrocinare le Cause dei Santi (sotto di lui il Fondatore Marcellino Champagnat fu beatificato) e di seguire le varie pratiche burocratiche riguardanti vicende che vedevano implicati i membri della congregazione in ogni parte del mondo, comprese quelle abbastanza complesse e delicate dello scioglimento dai voti dei …rinuncianti fedifraghi. Alla sua decadenza Fratel Alessandro rientrò, come suol dirsi, nei ranghi, destinato per lo più ad umili ruoli di collaboratore di segreteria o di economato, ruoli che adempì con semplicità fin quasi al termine dei suoi giorni che avvenne, lui ormai quasi novantaquattrenne, nella squallida, stando alle parole di un testimone, casa di riposo di Carmagnola.

Il compito che m’ero scelto nella commemorazione era essenzialmente quello di tratteggiare con distacco e serena obiettività, con indipendenza e spregiudicatezza di giudizio, gli eventi storici e politici che avevano fatto da contorno alla Shoà quale fu vissuta in Italia e a Roma  e dei quali ero stato testimone, e stemperare, con riferimenti ‘lievi’ letterari ed estetici, la “durezza” della materia. Forse Fratel Alessandro meritava un ricordo più …devoto e compunto, ma mi ci fossi adeguato avrei tradito la mia natura di storico disincantato e non appigionato, corrotto la sostanza dei fatti e ridotto a pio sermone domenicale una disanima critica. Giovannino Di Pietro avrebbe gradito?

*

L’altro evento era di tutt’altra natura. Si trattava di presentare un opuscolo assai originale, nello stile e nel contenuto, del mio eclettico ex allievo Loreto Michetti, la cui ingegnosità multiforme confina con la genialità: laureato con lode da me con una tesi sul colore e le sue implicazioni pedagogico-didattiche, è anche pittore non da crosta che promette di dedicarsi, nella sua splendida casa di campagna, ormai giovane pensionato, all’arte di Apelle con rinnovata e più continuativa passione. L’opuscolo, dal titolo C’era vita alla vecchia fonte, illustrato in copertina da una suggestiva immagine tratteggiata a matita dallo stesso autore, contiene una serie di brevi racconti evocanti scene bucolico-pastorali di cui il fanciullo Loreto fu testimone ed attore e che sotto la sua penna di forbitissimo, elegantissimo, dottissimo narratore splendidamente si rianimano. La “vecchia” fonte (ora, come tanti altri luoghi delle nostre terre, trasformata, meglio sarebbe dire offesa e deturpata, da improvvidi interventi restaurativi) è situata ai margini di un vecchio tratturo, ora asfaltato, tra i boschi di Nespolo, borgo dell’estremo lembo della bassa Sabina, ai confini dei territori degli Equi e dei Marsi, adagiato in una conca verde che immagino lo preservi dai rigidi inverni e dalle estati affocate; e posto  ad una altezza di circa mille metri, prossima a quella di Collalto Sabino, svettante, gigante solitario, di fronte al Cervia selvaggio (in una cui valletta amena, presso la cima, in un giorno fatato intonammo, io e il mio stuolo di baccanti inebriate, attorno a un gigantesco faggio solitario l’inno della Metanoesi sacra al Wotan mediterraneo). Picchiava sull’anfratto non più folto di fronde un sole ostinato tardo ad attenuare, in quei giorni di anomala canicola leonina, i suoi raggi, ma il numeroso pubblico accorso alla commemorazione e lo stesso antico oratore resistettero tetragoni, il loro fuoco interiore temperando (“vivere ardendo e non sentire il male”: così, ignara, per l’Arso immenso del Campo la sublime Gaspara Cortigiana d’Amore) anzi quasi spegnendo l’ardenza dell’aria. Non fui per Loreto Michetti scarso di elogi: “fannoti onore e di ciò fanno bene”; parafrasai per lui l’autoelogio vergiliano del Limbo dantesco; lodai la ricchezza d’annunziana di suoi lessici, la ricercatezza, la classicità, non la vecchiezza, del suo stile: ché classico è, dissi, ciò che è sempre attuale, sempreverde che resiste alle tramontane, non stipa di cui gli autunni del tempo faranno seccume; celebrai l’originalità aristocratica della sua prosa, che fa del suo opuscolo della memoria un unicum che toto coelo differt dai pur  numerosi memoriali dei borghi del circondario, in quanto traduzione in un linguaggio che può apparir aulico, ma è solo ricco e nobile, di emozioni nate dal profondo animo popolare, che la sua terra avverte come prolungamento della sua anima e del suo corpo, le cui linfe e forze recondite nella sua anima e nel suo corpo assorbe ed assimila a tal punto da sentirsi, rousseuaianamente, come “la sua terra che cammina””.

Un solo appunto ho fatto a Michetti: totalmente assente la musica fra le sue memorie. Eppure nulla come il canto popolare rende il canto delle acque, ed è impensabile una fonte senza che attorno ad essa si intonino cori che si disperdono nell’aria delle alte notti agostane, echeggiando per i profondissimi silenzi degli spazi ad accompagnare  il rito sacro delle braciolate di pecora (pagana comunione anch’esse con l’iddio panico che in ogni sua creatura si incarna) e in essa il vino sacro si immerga a rinfrescarsi per il brindisi bacchico. O fons Bandusaie, dulci digna mero non sine floribus!           

Michetti s’è impegnato a fare ammenda del fallo nel suo prossimo capolavoro.

 

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Grazie dei fior... Aragon per il mio compleanno

Post n°960 pubblicato il 19 Agosto 2017 da giuliosforza

Post 880

JE DIRAI MALGRE’ TOUT QUE CETTE VIE FUT BELLE…

Con questo breve post intendo ringraziare quanti oggi hanno avuto, hanno e avranno per me pensieri beneauguranti in occasione del mio compleanno

Alla mia mamma e al mio papà, che 84 anni or sono al mezzogiorno di oggi mi consegnavano alla luce

Un Trilussa che ignoravo.

Quann’ero reagazzino mamma mia / me diceva: ricordati, fijolo / quanno te senti veramente solo / tu prova a recità n’Ave Maria. / L’anima tua da sola spicca er volo / e te solleva come pe’ magia. / Ormai so vecchio, er tempo m’è volato; / da un pezzo s’è addormita la vecchietta, / ma quer consijo nun l’ho mai scordato. / Come me sento veramente solo / io prego la Madonna benedetta / e l’anima da sola pija er volo

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Aragon per il mio compleanno

C’est une chose étrange à la fin que le monde / Un jour je m’en irai sans en avoir tout dit / Ces moments di bonheur ces matin d’incendie / La nuit immense et noire aux déchirures blondes

Il y aura toujours un couple frémissant / Pour qui ce matin-là sera l’aube première / Il y aura toujours l’eau le vent la lumière / Rien ne passe après tout si ce n’est le passant

Je dirai malgré tout que cette vie fut telle / Qu’à qui voudra m’entendre à qui je parle ici / N’ayant plus sur la lèvre un seul mot que merci / Je dirai malgré tout que cette vie fut belle.

Cosa davvero strana infine questo mondo / Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto / Quei momenti di felicità quelle albe infuocate /La notte immensa e nera dai biondi brandelli.

I sarà sempre una coppietta fremente / Per la quale quel mattino sarà come la prima alba del mondo / Ci saranno sempre l’acqua il vento la luce / Dopotutto nulla passa se non il passante

Dirò malgrado tutto che tale fu la mia vita / Che a chi vorrà ascoltarmi colui al quale sto parlando / Non avendo più sul labbro se non la parola grazie / dirò malgrado tutto che questa vita fu bella.

Ebbene sì, Aragon non fu tra i miei poeti preferiti: troppo ideologica la sua poesia, troppo ‘impegnata’. Ed io almeno in questo, in poetica, sono crociano: la poesia che non sia pura intuizione lirica è didascalismo puro, è prosa ritmica  (so di condannare così anche buona parte della mia produzione, che è poco male per le patrie muse). Ma questi versi, riportati alla pagina 341 dell’autobiografia d’ormessoniana, mi piacciono assai nella loro estrema semplicità, direi nella loro nudità , spogliati come sono di ogni pur minimo orpello, persino della punteggiatura. E dicono tutto quanto v’è da dire sulla vita e sulla morte, sul senso dell’esserci intemporale e dell’esserci stati, sulla bella terra e sul dolce rimpianto del suo abbandono. Sono versi delicati d’un uomo al tramonto che vive serenamente, seppur nostalgicamente, i suoi giorni estremi ed è grato alla Vita per essersi voluta in lui celebrare. Sono versi trasparenti d’un’anima bella nei quali tutto il suo cosmico attonimento si svela. E’ per questo motivo che amo offrirli ai miei amici come ringraziamento per il loro ricordo in questo mio quasi centesimo genetliaco, risparmiando loro il mio retoricissimo Inno Inno alla Vita (Hymnus an das Leben, che apre i mie Canti di Pan e ritmi del thiaso, e che i curiosi potranno trovare su queste pagine (site:blog.libero.it/disincanti/ Inno alla vita).

 

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Charles Péguy

Post n°959 pubblicato il 14 Agosto 2017 da giuliosforza

Post 879

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    Alba al Frainile. "Comme de longs échos qui de loin se confondent / les parfums les couleurs et les sons se répondent" (Ch. B.)

 

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    Non so a quanti dei miei lettori possa  interessare Charles Péguy. Per me rappresenta una delle più belle figure della Francia a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo. Lo frequentai soprattutto come poeta, ma ora lo riscopro saggista di vaglia (probabilmente lessi in gioventù Notre jeunesse, ma non ne ho precisa memoria). Ed ora che avevo deciso, in queste affocate vacanze, di vacare anche dal pensare, eccomi proditoriamente piombare addosso l’ebreo “laico” di origine polacca Alain Finkelkraut, accademico di Francia e professore di Cultura generale e Storia delle idee all’École polytéchnique, col suo studio L’incontemporaneo. Péguy, lettore del mondo moderno (Lindau, Torino 2012, pp157) che, con lo scopo di recuperare l’Autore francese alla cultura libertaria contro tutti i fraintendimenti, ideologici e strumentali, della sua vita e del suo pensiero, obbliga ad un rilettura critica di tutti i personaggi  implicati nella vicenda, deyfusardi ed antidréyfisardi, progressisti e reazionari, socialisti e conservatori, filosofi e letterati, tutto il fior fiore della vita culturale dell’epoca, dai Taine, i Michelet, i Bergson, i Bernanos, gli Zola, le Arendt, gli Husserl ai Maurras, i Jauress, i Benda, i Renan, i Lazare....e quant’altri mai.  Gli anni della vita di P. furono tra i più difficili di tutta la storia di Francia, faticosamente  impegnata nel riprendersi dall’umiliante disastro di Sédan e travagliata dalla bagarre ideologica generatasi intorno all’Affaire Dreyfuss che per anni divise l’opinione pubblica risollevando non solo la questione ebraica ma alimentando un dibattito acceso su ogni tema ad essa collegato, economico, politico, sociologico, storico, estetico, religioso.

   

“Perché Péguy oggi?’, si domanda l’autore. “Che cosa hanno da dirci le inquietudini di questo scrittore francese, ‘morto sul campo dell’onore’ un secolo fa nella prima battaglia della Marna? Socialista, dreyfusardo, poi convertito al cattolicesimo, tradizionalista, patriota, Péguy appare agli occhi di Finkelkraut come un ‘profeta disperato’ del malessere spirituale moderno. Animo perennemente insoddisfatto, sempre alla ricerca di una verità più grande di quella contemplata dalla scienza e dalle ideologie del suo tempo e comunque non limitata all’orizzonte della storia e del sapere umano, Péguy è stato emarginato dalla cultura di sinistra cui pure appartenne, ma di cui rifiutò dogmi e pregiudizi. Eppure la sua riflessione sulla modernità – sulle implicazioni dell’affare Dreyfus, sul nazionalismo che avrebbe portato alla prima guerra mondiale, sui cambiamenti sociali prodotti dal progresso tecnologico, sulla scomparsa della tradizione, sul declino della religiosità, sulla miopia degli intellettuali, sulla decomposizione della famiglia – è imprescindibile per chiunque voglia capire la crisi di certezze che caratterizza il nostro tempo” (dalla nota editoriale).

«Impossibile essere moderni», scrive a sua volta Finkelkraut, «vale a dire lasciar fare al tempo. La guerra infligge alla religione del progresso un’impietosa sconfessione. Essa mostra a Péguy che tutto si muove senza che nulla cambi, che le scoperte si susseguono e le invenzioni si accumulano, ma la storia balbetta, che allo sviluppo sfolgorante della tecnica fa da contraltare il mantenimento opprimente dell’orrore: Bisogna dunque concludere che la barbarie non è la preistoria dell’umanità, ma l’ombra fedele che accompagna ciascuno dei suoi passi. Quando il nostro mondo, per il fatto stesso di dirsi moderno, afferma che dopo è sempre meglio che prima, generalizza il modello cumulativo delle scienze e delle tecniche estendendolo abusivamente a tutti i settori dell’esistenza”.

   

E Péguy: «A questo gioco oggi è giunta l’umanità, un mondo di barbari, di bruti, di villani; più che una panidiozia, più che la temibile panidiozia annunciata, più che la temibile panidiozia constatata, una panvillania senza limiti; (…) un mondo che non solo scherza, ma che non sa far altro che scherzare, che fa ogni genere di scherzi e si prende gioco di tutto».

   

    Fra le citazioni  di Finkelkraut trovano spazio anche due brani nicciani, uno tratto dall’Anticristo, l’altro da Al di là del bene e del male, che possono essere letti come ‘terribili obiezioni’ a Péguy. Ma così, naturalmente, non è, Nietzsche è l’altro spirito antimoderno di cui continua a farsi brandelli da quanti, spirti deboli, sono spaventati dalla verità tragica dei suoi paradossi. Le citazioni qui riportate sembrano scritte stamane:

«La conclusione di tutti gli idioti, che una causa per la quale taluno affronta la morte (o che, come quella del primo cristianesimo, genera addirittura bramosia di morte in forma epidemica), abbia un valore – questa conclusione è diventata una remora enorme all’indagine, allo spirito di indagine e di cautela (…). I martiri recarono danno alla verità. Ancora oggi basta un’asprezza della persecuzione per dare un nome rispettabile a un settarismo in sé ancora insignificante». E l’altra, che sconcerterà quanti, non avvezzi alle imprevedibili provocazioni (e alle benedette contraddizioni) del Folle di Röcken, contrabbandato dai grossi come antisemita (sol per aver avuto un cognato invasato ed una sorella di lui degna) e protonazista, con la quale, riferendosi alla febbre nazionalista che cominciava a infiammare l’Europa, la definì “crisi di ristupidimento”.

    Dopo aver riletto il saggio di Finkelkraut ho ancor meglio capito perché Péguy tanto piacesse al mio venerato e poi hegelianamente ‘superato’, mai rinnegato, ‘maestro’ Gabriel Marcel (al cui pensiero dedicai la mia tesi di laurea, poi pubblicata col titolo Metaproblematico e Pedagogia. Motivi pedagogici marceliani). Con Schelling fra i Romantici, Heidegger e Jaspers fra i così detti esistenzialisti (tra i quali Marcel stesso viene, contro la sua volontà, annoverato, preferendo egli dirsi un ‘socratico cristiano’) Péguy fu l’autore da Marcel più frequentato, condividendone l’antiscientismo precritico, colpevole di quel ‘trauma ontologico’ di cui è vittima il deluso adepto della religione positivistica, il concetto di ‘trascendenza, o Mistero, incarnata’, di Io assoluto, di lotta allo spirito di oggettivazione, di comunione ontologica e di molti altri che pari pari in ambedue si ritrovano.

     Se Finkelkraut sia molto o poco riuscito a recuperare ad una sinistra critica, ad un progressismo illuminato, Charles Péguy, non saprei. Ma una cosa è certa: l’aver riportato l’attenzione su di lui in epoca di Europa in crisi di identità, e averlo fatto con tanta sapienza e tanta passione, è aver fatto a tale Europa un enorme, impagabile servizio.

     

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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