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Blog Simeoni. Edu festival...Come le pecorelle vanno al chiuso...

Post n°580 pubblicato il 27 Maggio 2012 da giuliosforza

Post 555

 

 

Inviato al neonato blog del Circolo culturale “Simeoni” di Palestrina il seguente telegrafico saluto:

 

Come socio del circolo e prenestino per passione e per elezione, sono felice ed onorato di poter tra i primi salutare la nascita del blog, al quale auguro una vita lunga sì. ma soprattutto intensa e piena, memori che Navigare necesse vivere non necesse: un motto che sembrerebbe essere stato coniato in tempi remoti espressamente per la rete e per i suoi internauti.

Felix faustumque sit.

*

“Edu, Festival dei Saperi educativi”, promosso dall’IPU, Istituto Progetto Uomo, nel quale insegno, ed il comune di Vitorchiano.

Reduce dalle tensioni e dallo stress emotivo di questi giorni, decido di parteciparvi, per riposare mente e cuore, come semplice spettatore. Due giorni pieni, tra iniziative culturali didattiche ed estetiche. Nella ricca complessità, variopinta ma necessariamente un po’ caotica, di esse, risaltano la qualità e lo spessore degli interventi (lectiones magistrales, come ama chiamarle il direttore Niccolò Pisano con simpatica enfasi), tra i quali i contributi di Franco Cambi, filosofo e storico dell’educazione all’Università di Firenze, che col suo aristocraticamente attenuato accento fiorentino ed i simpatici intercalari intrattiene profondamente e piacevolmente  su Cura di sé come processo educativo (titolo ripreso da una sua pubblicazione laterziana del 2010), e di Roberto Cipriani, sociologo di RomaTre che mi si chiede di presentare in qualità di ex collega, amico ed estimatore, relazionante sul tema “I giorni della festa. Nuove pratiche di educazione e socializzazione”, ove dottrina  sperimentazione sul campo e riflessione, come ad una ricerca sociologica s’addice, saldamente si intrecciano. Io approfitto, un poco prevaricando, del ruolo di conduttore per far passare qualche mio concetto, di quelli che ben conoscono i miei allievi, su la fondamentalità dell’autostima, spinta fino all’autocompiacimento quale autocoscienza della propria appartenenza alla natura divina del Tutto, e della Festa come  ludo di “panica” esaltazione, in una  con gli “astri che all’inizio cantavano in coro e lanciavano grida d’allegrezza” (Libro di Giobbe, se non vado errato) ed i Coeli ed i Firmamenta davidici  che enarrant gloriam et opera manuum eius annuntiant. 

Ed un’ altra idea lancio, su cui ho riflettuto a lungo: quella di trasformare il logo,da semplice abbreviazione di educativo, in un acronimo che potrebbe così sonare: Educazione come De-gregazione dell’Umano, o dall’umano (liberazione dell’uomo dal gregge, dell’uomo dall’uomo e di questo uomo da questo sé stesso, con le numerose implicazioni metantropologiche e metapedagogiche connesse); Educazione quale opera di Discoprimento, o disvelamento, dell’Umano sommerso, onde tutte le energie compresse represse refoulées gioiosamente, festivamente, riesplodano nell’esaltazione della Vita. A questo fine suggerisco di restituire anche nel nome il franco-anglo Festival al latino Festivalia o meglio ancora al germanico Festspiel, termine che così densamente, come è nella natura di quell’idioma, insieme collega i tre concetti fondamentali  che rendono la vita degna di essere vissuta: Festa, Gioco, Suono.

*

Mi avviene spesso di dover correggere affermazioni od attribuzioni improprie od errate da me fatte in queste pagine od altrove, e la cosa mi dà gusto e sollievo, e senso di liberazione. Questa è la volta dell’odioso “State contenti umana gente al quia”, il verso che ho sempre attribuito all'avo Cacciaguida  e che invece m’accorgo, rileggendo la  Comedia sul reader donatomi da Susy e Lorenzo, uscire dalla bocca di Virgilio all’inizio del III Canto del Purgatorio. Ma la scoperta non mi consola, se mai accresce il mio disappunto: una tale affermazione in bocca a Colui che dovrebbe rappresentare la Ragione! Ancor più imperdonabile, ancor più paradossale.

Più sotto, nello stesso Canto, è la lunga e bella immagine, poeticamente parlando, delle pecorelle  insieme deambulanti e ammusanti, sguardo fisso a terra e l’una le altre ciecamente seguendo senza rendersi conto del dove e del perché dell’andare. Al Poeta l’immagine serve solo per descrivere efficacemente il procedere degli ignavi della prima  balza, non per deprecare l’umano gregge, come fa Seneca nel De vita beata, da cui a me pare tanto l’immagine sia ripresa (…itaque praestandum est quam ne pecorum ritu sequamur antecedentium gregem, pergentes non quo eundum est sed qua itur).

Scrive Dante:

 

Come le pecorelle escon dal chiuso/ a una, a due, a tre, e l’altre stanno/ timidette atterrando l’occhio e il muso;/ e ciò che fa la prima e l’altre fanno,/ addossandosi a lei s’ella s’arresta,/ semplici e quete e lo ‘mperché non sanno…”.

 

Bel paragone, non v’è che dire. Ma guai a farne il paradigma dell’umano intendere esistere coesistere e procedere!

 

Chàirete Dàimones!

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Nona di Beeth. Susanna e Lorenzo. Napoleone. Dino Campana

Post n°579 pubblicato il 23 Maggio 2012 da giuliosforza

Post 554

 

La tanto attesa Nona di Santa Cecilia all’Auditorium è stata, per l’assenza di Prêtre, una grande delusione. Il giovane sostituto Jaris Valcuha, trentaseienne di già chiara fama, forse per tema di forzare, per il naturale giovanile fervore, i temi eroici della composizione (pericolo reale in un lavoro di tal genere), ha adottato un movimento che direi prudente, stanco e lento ed ha finito per togliere smalto scintillio e slancio ai quattro movimenti,  soprattutto all’ultimo, che senza di essi è snaturato. Imprecisa oltre  tutto la bacchetta, sicchè più di una sfilacciatura m’è parso di percepire negli attacchi sia strumentali che corali. Il quarto titanico movimento, quello della Freude, mi suonava come ingabbiato, come un urlo che non riesca ad erompere, un respiro che non riesca a liberarsi, un vento che non riesca a scatenarsi costretto da Eolo nella sua otre. Nemmeno un’eco vi ho percepito di quell’urlo cosmico che esso in realtà rappresenta. Mancava l’Anima.

Miei compagni di gioia, e di sofferenza, due autentici musicisti (Susanna, composizione e direzione d’Orchestra al conservatorio, e Lorenzo suo compagno, iniziatissimo) e non semplici musicofili e musicomani come me.

In ricordo del nostro incontro, in un serata troppo fredda  per la stagione, un  caldissimo pensiero da parte loro ed un graditissimo dono, in ringraziamento, dicono carinamente, per  averli fatti incontrare in occasione di una delle nostre memorabili Giornate di Natura e Cultura (vedo ancora i loro primi complici sguardi nel piazzale alla base della scalinata del Sacro Speco sublacense, lui romanticamente  isolato dal gruppo, pensoso, capello e sguardo e tratti e portamento novalisiani, appoggiato alla roccia sporgente per ripararsi; lei, ancora in macchina con me in attesa che la pioggia cessi, a dirmi: però, interessante quel tipo; e subito dopo il fulmine): il dono di un reader ove Lorenzo ha già scaricato numerose opere degli autori che sa a me più cari e che i miei lettori conoscono, da Bruno ai Romantici, ai Poètes maudits, a Nietzsche, a Trakl, a Rilke, a D’Annunzio (e un, tiro birbone, Pietro Aretino!) senza dire dei filosofi e dei musicisti, di Beeth, dei due Richard und so weitere… Mi sarà così possibile portare con me, in un rettangolino elettronico di ‘minimissimo’  ingombro, buona parte della mia biblioteca, sicché davvero io possa d’ora innanzi dire che Omnia bona mea mecum porto. Grazie, miei figlioli ed amici, e “non della ventura”, prediletti di Dio della Natura e di me, Vegliardo non ingrato né immemore di quanto egli debba al vostro discepolato, di quanto abbia da voi appreso, ancora apprenda e gli resti, se Dio vuole, da apprendere.

*

Se la storia avesse potuto e potesse fare a meno dei grandi conquistatori e condottieri sarebbe ottima cosa. Ma pare che nessun  grande sovvertimento sia  nel mondo potuto avvenire, almeno fino ad oggi, senza l’azione di questi geni  politici e strategici la cui immagine è spesso, forse giustamente in alcuni casi, assimilata a quella di veri e propri mostri, crudi e truci carnefici e massacratori, che usarono tutto il loro ingegno per condurre milioni di uomini al macello (e strapparli così al bordello, aggiungerebbe Papini). Ma ahimé, il bellum omnium contra omnes non sono stati essi ad inventarselo: essi non sono stati che gli strumenti in mano ad una immanente ragion di stato e ad una superiore Astuzia della ragione. Di che lacrime è grondata  gronda e forse è destinata a grondare e di che sangue la faticosa  marcia dell’umanità verso…verso dove?

Ciò stabilito, se fossi richiesto di scegliere tra le figure dei grandissi Condottieri, per esempio tra Alessandro, Cesare, Napoleone, non avrei alcun dubbio: sceglierei Napoleone. Non ho mai nascosto la mia simpatia per chi, come cantò Hugo, plus grand que César, plus grand même que Rome/ absorbe dans son sort le sort di genre humain; per colui il quale, come sono uso dire, seminò per tutta Europa e non solo quella semente LEF ché, ancora le sue ceneri calde, iniziò ovunque a germogliare. Se a Lui non si dovessero che quel Codice ancora universalmente apprezzato e posto a base di quasi tutti i moderni Diritti, e l’interpretazione dei geroglifici, con tutto quanto ciò che i due eventi significarono per l’umana convivenza e per la cultura, mi sarebbe già sufficiente a giustificare la mia scelta. Ma ben altro in lui ho sempre ammirato: la sensibilità per l’arte e la letteratura, la  protezione da lui riservata agli artisti, e non solo ai suoi celebratori, e il culto e la padronanza della Parola concepita e venerata davvero come il Verbo che è all’inizio.

L’Editore Donzelli, leggo, sta distribuendo in questi giorni in libreria un volume curato da Ernesto Ferrero, le Memorie della campagna d’Italia che l’Esule dettò a Sant’Elena, l’unica tra le tante opere a lui attribuite che non abbia subito rimaneggiamenti e contraffazioni. E’ in esso che tutta la capacità affabulatoria del giovanissimo Generale si rivela, quella che gli consentiva di convincere ad arruolarsi 200mila uomini l’anno non solo, ma di “cambiare prontamente registro a seconda degli interlocutori. Ogni sua parola obbedisce ad una calcolata funzionalità. Con i soldati diventa uno di loro, parla un linguaggio schietto, diretto, ma anche immaginifico. Con Goethe”(che, sia detto tra parentesi, lo ammira, come il primo Beethoven, immensamente) “discetta di letteratura (…). Con lo Zar Alessandro” è “umanista, bibliofilo e philosophe Nei salotti mondani, che frequenta malvolentieri, affronta questioni gravi per far intendere che è impermeabile alle fatuità cui si abbandonano gli uomini comuni e che nessuno può contare sulla sua compiacenza. Dotato di una memoria di impressionante vastità e precisione, è capace di organizzare le sue letture in altrettanti files tematici da cui preleva ogni volta quello che gli serve per colpire il sua pubblico”. (dalla prefazione di Ferrero).

 

Mi sovviene che tra gli aforismi attribuiti al Còrso ve n’è uno assai interessante per il neo-neoidealista gentiliano ergo post gentiliano che sono, e ve lo passo: Non tuonò cannone che prima non lampeggiasse un’Idea. Davvero niente male.

*

L’uscita in libreria dell’epistolario di Dino Campana (Dino Campana, Lettere di un povero diavolo. Carteggio 1903-31, a cura di Cacho Millet, Polistampa, Firenze) mi spinge a riprender tra le mani i Canti orfici, sublime testimonianza di una poetica nuova non indegna dei poètes maudits (non caso da molti egli viene avvicinato a Rimbaud - in realtà a me ricorda molto anche Trakl ed il suo mondo, onirico tenebroso ed allucinato, oltre le comuni competenze farmaceutiche!). In nessun poeta come lui la vita è giocata tra follia e invenzione, ed il bisogno continuo di fuga ed il passare da un manicomio all’altro, da un devastante  amore all’altro- si veda l’irruzione nella sua vita di un personaggio come Sibilla Aleramo-, il peregrinare da un paese all’altro, lo testimoniano e ben  s’accordano con l’inquietudine che la caratterizza. Rileggo i Canti nell’edizione vallecchiana del 1973 (Campana, Opere e contributi, a cura di Enrico Falqui) e nuovamente mi incuriosiscono e mi fanno riflettere sottotitolo e dedica: Die Tragödie des letzen Germanen in Italien (la tragedia dell’ultimo germano in Italia) e “a Guglielmo II imperatore dei germani l’autore dedica”. Ulteriore motivo per amarlo.

Ha ragione Carlo Bo quando scrive:

« ... il destino così doloroso di Dino Campana risponde precisamente ad un problema sollevato dal giovane Victor Hugo, verso il 1834. La domanda di questo allora quasi sconosciuto Hugo era: "Jusqu'à quel point le chant appartient à la voix, et la poésie au poète?". Domanda di una inesauribile novità e contro cui nulla hanno potuto le innumerevoli esperienze poetiche in più di un secolo, anzi direi che rimane confermata dalle maggiori audacie degli esempi più usati: l'autorizzano Baudelaire, Rimbaud e la storia dei surrealisti. Noi sappiamo i nomi che mancano, quello di Dino Campana va fatto senza timore. » (dalla rete).

 

Chàirete Dàimones!

 
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A Dio, Paolo!

Post n°578 pubblicato il 20 Maggio 2012 da giuliosforza

Post 553

 

A Dio, Paolo!

Era scritto nel tuo sguardo dolce sempre velato di malinconia (lo sguardo di chi già scruta altri orizzonti, di chi già contempla panorami altri) il tuo destino di prossima trasfigurazione. Lo stupore infantile illuminava i tuoi occhi, come di un fanciullo era il tuo sorriso, il sorriso di chi ha avuto il dono di crescere senza uscire d’infanzia. Un canto sereno fu la tua vita, destinato a protrarsi negli spazi inestesi, nei tempi eterni della tua nuova dimensione. Con te ancora canteremo, ora e sempre, a gole piene in coro, nel nostro Coro, l’inno alla Vita, alla Natura, a Dio. Ti sei ridissolto nel divino Tutto, nell’Armonia universa, nella Musica che fu all’inizio e che sarà alla fine, di cui fosti e sarai Nota sempiterna.

Ti sia lieve la Terra, Paolo, ti sia benevolo il Cielo.  

 

 

 

 

 

 
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Steiner sesta settimana. Poeti mistici. Noche oscura. Lourdes di Pierri

Post n°577 pubblicato il 18 Maggio 2012 da giuliosforza

Post 552

 

Sesta settimana, 12-18 maggio, del Calendario dell’anima steineriano:

 

Es ist erstanden aus der Eigenheit

Mein Selbst und findet sich

Als Weltenoffembarung

In Zeit-und Raumenkräften;

Die Welt, sie zeigt mir überall

Als göttlich Urbild

Des eignen Abbilds Wahrheit.

 

Con stile onofriano così liberamente tradurei:

 

Il mio Sé si è  liberato della sua empirica ‘forma arcana’ (vedi Arturo Onofri, Terrestrità del sole, Oasi) e si è scoperto universale pur entro le forze dello spazio-tempo; ed ovunque il mondo, divino archetipo, mi si rivela come mia vera verità.

*

Tornare ai più grandi poeti mistici, tornare ad Hafiz, Rûmi, Khayyàm, Juan de Yespes Alvarez de la Cruz (San Giovanni della Croce), Thérèse Martin de Lisieux, il cui anelito sacro non perde di erotismo e nei cui versi, come in quelli del biblico Cantico, palpitano  sentimenti umanissimi  e di vera e propria carnalità variamente sublimata.

Tralasciando i mediorientali, nei quali ebbrezza ed orgasmo spirituali sono rappresentati con estremo realismo di immagini, si prenda ad esempio il famoso componimento di San Giovanni della Croce, Noche obscura de l’alma (di cui propongo quattro strofe), il quale, se non vi apparisse la parola anima, potrebbe essere scambiato per una normale poesia d’amore:

 

En una noche oscura,/ con ansias, en amores inflamada,/ ¡oh dichosa ventura!,/ salì sin ser notada,/ estando ya mi casa sosegada.

……………

Aquesta me guiaba/ mas cierto que la luz del mediodia,/ donde me esperaba/ quien yo bien me sabia,/ en parte donde nadie parecia.

 

¡Oh noche que guiaste/  oh noche amable mas que el alborada;/ oh noche que juntaste/ amada con amado,/ amada con amado transformada!

 

En mi pecho florido!/ que entero para él solo se guardaba,/ allì quedo dormido,/ y yo le regalaba,/ y el ventalle de cedros aire daba.

 

Ne offro una traduzione in prosa, diffidente come sono nei confronti delle traduzioni ritmiche, le quali, se ogni tradurre è già di per sé un tradire, sono tradimenti alla seconda potenza.

“In una notte scura, in preda agli ardori ed ai tormenti d’amore, oh meravigliosa avventura!, senza esser vista me ne uscii, nel profondo silenzio della casa.

 

Una luce più che meridiana mi guidava là ove m’aspettava colui che ben conoscevo, in un luogo ove nessuno poteva vederci.

 

Oh notte che mi guidasti, o notte amabile e più chiara di un’alba, o notte che unisti l’amata all’amato, trasformandola  nell’amato

 

Sul mio petto ricoperto di fiori, che era solo per lui, se ne restò come assopito, ed io lo accarezzavo al fresco alitare di un cedro.

 

…………………………………..

*

Dai grandi mistici poeti all’ingenua pastorella di Lourdes, Bernadette Soubirous.

 

Sul “Sole 24 Ore”  della Domenica 13 maggio, leggo, a pag 33 dell’inserto culturale, una opinione dello storico Renato Pierri, riportata da massimo Teodori recensore del libro Nostra Signora di Lourdes. La madonna che non conosce il Vangelo

Il titolo dell’articolo di Teodori è: Le contraddizioni di Bernadette. Con una metaforica lettera alla pastorella cui nel 1858 a Lourdes apparve la Madonna lo storico Renato Pierri mette in discussione uno dei più popolari santuari della cattolicità. 

L’opinione di Pierri è molto netta. “Sulla scorta di una minuziosa analisi delle testimonianze e dei documenti dell’epoca”, scrive Teodori, “Pierri di nuovo argomenta in maniera inconfutabile l’inconsistenza delle apparizioni di Nostra Signora di Lourdes, mettendo a confronto l’immagine descritta da Bernadette e la Madre di Cristo secondo i Vangeli, il messaggio della Signora di Lourdes e il messaggio evangelico”. E citando Pierri stesso: “Se Bernadette non avesse avuto disavventure di piccola bambina, non avrebbe mai sognato la sua damisèle, e oggi nessuno conoscerebbe Nostra Signora di Lourdes… Basterebbe un minimo di razionalità e di buon senso per capire che la pletora di Madonne che appaiono nel mondo cattolico (e solo in quello) per comunicare messaggi da rotocalco, altro non sono che madonne-patacca inventate da veggenti in preda a evidenti stati allucinatori… Così, mentre le chiese si svuotano di fedeli, i santuari di madonne e santi patacca come Lourdes, Loreto, Pietralcina e Medjugorie si riempiono di pellegrini. Purtroppo poco o nulla incidono su questa stupida credulità i recenti e approfonditi studi che dimostrano, al di là di ogni dubbio, che ci troviamo sempre di fronte a imposture fabbricate su imbrogli e falsificazioni… Cara Bernadette”, questa la conclusione di Pierri, “non credo di averti fatto un torto, giacché riguardo gli eventi di Lourdes, non ho inventato e non ho nascosto nulla. Io credo di averti reso giustizia. Il torto è venuto da tutti coloro che ti hanno voluta santa a tutti i costi”.

 

     Che dire? Di letteratura pro o anti Lourdes ne conosco molta, e sinceramente confesso         

 

 

 

 

 

 

confesso di propendere per le posizioni del Pierri, salvo fatto il rispetto per coloro che, in buona fede, si lasciano consolare da opposte credenze. Ma spesso mi chiedo come si comporterebbe Gesù se entrasse in qualcuno dei santuari in questione, o semplicemente si fermasse ad osservare quel che avviene nelle vicinanze. Quante sferze gli servirebbero per scacciare i mercanti? Quanta ira scaricherebbe su coloro che hanno trasformato la casa del padre celeste in una fiera? Forse non è un caso che a narrare l’episodio dei mercanti sia l’evangelista più spirituale, l’amico del cuore di Cristo, colui per il quale en archè èn ho Logos, kai ho Lògos èn pros Theòn, kai Thèòs èn ho Logos (Giov., I, 1), ove Logos non sta certo per lucrum e mammona iniquitatis.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Farmacia. Nuova poesia.Ancora Ravasi. Elis di Trakl. Madonna dei Bisognosi

Post n°575 pubblicato il 15 Maggio 2012 da giuliosforza

Post 551

 

In un'antica farmacia romana:

 

E’ la cosa più brutta che cce sia

Buttà via li quatrini ‘n farmacia.

Però così dichiara l’omo accorto:

E’ mejo dàlli qui che ar beccamorto.

 

Consente il Vegliardo, che ormai di chimica sopravvive e alle farmacie versa buona parte della sua pensione.

*

Vigile ancora il veglio

ambo le fiche al Nulla

innalza come Vanni

gridando: togli, o tu, che a te le squadro.

E più trascorron gli anni

più come fosse eterno  si trastulla.

Con Pandiòniso ancora capriolare

ama e sui verdi clivi

con driadi ninfe e mènadi

ebbro satireggiare.

 

Sarà questa la penultima lirica, fresca fresca di scrittura, di Aqua Nuntia, la raccolta, spero non l’estrema, in corso di stampa presso il mio mastro tipografo Fabreschi di Subiaco.

*

Ancora una volta concordo, con qualche riserva, con Gianfranco Ravasi (‘Sole 24 Ore’ domenicale, 13 5 12):

 

Si parla sempre del fuoco dell’inferno, ma nessuno l’ha mai visto. L’inferno è freddo.

L’iconografia si è adattata entusiasticamente alla simbologia biblico-teologica: l’inferno è tutto un fiammeggiare di fuoco, come la Geenna, la valle che serviva da inceneritore per i rifiuti di Gerusalemme. Bernanos invece, nel suo romanzo Momsieur Ouine (1946) ribalta questo fortunato immaginario collettivo e sospetta un inferno glaciale, ove si avverta l’evangelico “stridor di denti”. E la spiegazione ce l’offriva nel suo capolavoro, Il Diario di un curato di campagna (1936), quando il protagonista dichiarava: “L’inferno è non amare più”. Frase che ci mostra la topografia degli inferni di cui costelliamo il nostro pianeta, anzi la trama della nostra stessa vita. L’ateo Sartre paradossalmente confermava la tesi del collega cattolico, quando formulava il terribile asserto nel dramma a porte chiuse: “L’enfer c’est les autres”, è il prossimo che odiamo e che ci odia il nostro inferno”.

Perché quel ‘paradossalmente?”. Perché quel ‘terribile’? Bernanos sembrano, e forse sono, agli antipodi. Ma quanto ‘ateismo’ del secondo rinvengo nel primo, quanta ‘fede’ del primo nel secondo! E non lo trovo né paradossale  né terribile.

*

Ein sanftes Glockenspiel tönt in Elis’ Brust

Am Abend,

Da sein Haupt ins schwarze Kissen sinkt.

 

……..

 

Blaue Tauben

Trinken nachts den eisigen Schweiss,

Der von Elis’ kristallener Stirne rinnt.

 

Immar tönt

An schwarzen Mauern Gottes einsamer Wind. (Trakl, Elis (3.Fassung)

 

“Un dolce carillon risuona nel petto di Elis

A sera,

Quando il suo capo affonda nel nero cuscino.

 

Colombe azzurre

Bevono di notte il sudore freddo

Che scorre sulla fronte cristallina di Elis.

 

E incessantemente sibila

Sulle nere mura il solitario vento di Dio.

 

Avete mai letto di  un amante che  più delicatamente vegli il sonno dell’amato?

*

Madonna dei Bisognosi, in quel di Pereto, 1047 sul mare. Vi salgo col proposito di riammirare, l’ennesima volta, l’affresco naïf del Giudizio universale di anonimo del XV-XVI secolo, d’un  tale verismo da cadere, e non giurerei sulla sua involontarietà,  nel burlesco. Ma l’antica cappella in cui è conservato, retrostante all’attuale presbiterio, è chiusa e la visita ne è consentita solo su richiesta. Inoltre è l’ora della messa festiva pomeridiana, la chiesetta è piena di villici e gitanti, un  istrionico celebrante (che mi dicono  ex cappuccino passato al clero regolare della diocesi dei marsi)  dall’indubbio fascino, barba e portamento sciamanico, mimica e gesto da attore consumato, commenta il vangelo con foga, oltre mezz’ora di compiaciuta retorica che un solo concetto afferma e ripete, con discrete variazioni (riesce a citare perfino il Marcel dell’Homo viator), senza mai stancarsi: Dio vuol darci il suo amore, ma noi siamo indegni e impreparati a riceverlo. È evidente che si ascolta e si piace. Vorrei uscire ma la ressa me lo impedisce, e darei scandalo. Inoltre, ad attirare la mia attenzione, anzi a prendermi per incantamento, è una bellissima fanciulla bruna a me prossima, indiana o nordafricana non saprei, slanciata e snella come una silfide, dal volto d’una bellezza da far impallidire quello delle più belle Vergini del nostrano repertorio pittorico, somigliantissima ad una scultura lignea dipinta di circa due metri che ho nello studio e che ritrae una giovane indiana di profilo e leggiadramente china nel gesto gentile del Namaste. Una apparizione. Mentre scrivo la scultura s’anima e mi sorride: è la fanciulla della Madonna dei Bisognosi. E poi dicono che i prodigi non esistono.

 

Chàirete, Dàimones!

 

 
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La Nona a Santa Cecilia. Parma

Post n°574 pubblicato il 11 Maggio 2012 da giuliosforza

Post 550

 

Nona di Beethoven a santa Cecilia.

Spero di non perdermela. Programmo la partecipazione per lunedì 14 alle 21. Sarà un bell’inizio di preparazione spirituale al Convegno su Beethoven previsto a Civitavecchia per il maggio 2013, al quale sono chiamato, se gli dei lo vorranno, a relazionare. Che felicità sarebbe incontrarvi, per condividere, qualche amica e qualche amico!

 

Dal programma di sala

 

Orchestra e Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Juraj Valcuha direttore

Kristiane Kaiser soprano

Iris Vermillion contralto

Nikolai Schukoff tenore

Florian Boesch basso

·                       Beethoven Sinfonia n. 9

Per motivi di salute, Georges Prêtre non potrà mantenere il suo impegno per i concerti in programma. Sul podio dell'Orchestra e del Coro dell'Accademia di Santa Cecilia salirà Juraj Valcuha, Direttore Musicale dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, già applaudito lo scorso anno dal pubblico ceciliano.

"La musica non sarà mai più la stessa" disse un anziano Joseph Haydn dopo l'ascolto della Sinfonia "Eroica" di Beethoven. Se fosse vissuto più a lungo, chissà cosa avrebbe pensato se avesse potuto presenziare alla prima esecuzione della Nona Sinfonia, il 7 maggio 1824 a Vienna. La grande rivoluzione del linguaggio sinfonico attuata da Beethoven con la Terza, nella Nona giunge a un risultato ancora più estremo superando ampiamente, per la prima volta nella storia della musica, le dimensioni di una normale sinfonia, e arrivando a coinvolgere, insieme all'orchestra, un coro a quattro voci e un quartetto vocale pur di riuscire ad esprimere l'intensità dell'abbraccio all'umanità intera, esortata con le parole dell'Inno alla Gioia di Schiller a ricercare la felicità attraverso l'amore, la pace e la fratellanza tra gli uomini. Inno ufficiale dell'Unione Europea, dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO, la Nona Sinfonia di Beethoven è tra le più alte vette della creatività artistica di ogni tempo, e sui suoi circa 75 minuti di durata ci si è regolati trent'anni fa nell'inventare il Compact Disc.

JuraiValcuha
Classe 1976 - Si dice che assomigli a Thielemann ( non a caso i Münchner Philharmoniker lo hanno più volte invitato) ma Valcuha non sembra concentrato sul solo repertorio tedesco, come il suo più noto collega, anzi. In teatro si divide tra Strauss, Puccini, Debussy, Mozart nelle sale da concerto il suo repertorio diventa amplissimo. E' stato ospite di orchestre come Oslo Philharmonic, Orchestre National de France, Deutsches
Sinfonieorchester di Berlino, Rotterdam Philharmonic, Philharmonia di Londra ed è il nuovo Direttore Musicale dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. L'origine mitteleuropea gli ha consentito di assorbire felicemente le più diverse esperienze musicali che si esprimono in un eclettismo di gusti e di scelte e in una aderenza immediata a qualsiasi partitura.

*

Per due intensi giorni mi ha riavuto Parma, ove mancavo da qualche anno, dall’epoca di un notevole Verdi al Regio cui assistetti con Marzio Pieri, italianista e musicologo impareggiabile e critico, in ogni senso, assai fine ed, all’occorrenza, assai pungente. Non ricordo si trattasse del Don Carlos o dei Vespri, edizione francese. Nessuna musica questa volta, ma lunghe passeggiate, Chiese, (con grande piacere degli occhi e del cuore mi rigodo la Crocifissione dell’Antelami ed i fittissmi affreschi- caratteristica delle chiese parmensi è di non aver centimetro quadrato libero da interventi pittorici- della cattedrale; e nella Chiesa della Steccaca, quella  che opportunamente s’erige dinnanzi al Regio, mi raccolgo e mi rinfresco all’ombra ristoratrice); e musei, in particolare  la casa di Toscanini colma anche di memorie, a me graditissime, d’annunziane: con sorpresa trovo, con dedica al grande Direttore, la stessa incisione del Dante donata al fondatore degli Hortus italici di cui recentemente qui riferii. Guida sapiente l’ex direttore delle biblioteche comunali Valerio Cervetti, che per l’occasione mi dona una preziosa edizione commemorativa da lui curata di Pascoli nel centenario della morte, ricca di immagini e di testi di Gianfranco Miro Gori, Rosita Boschetti, Umberto Sereni: una edizione strenna di rara eleganza e sostanza da cui la  turbatissima e complessa, al di là di ogni stereotipo, personalità del ‘mite’, già “dinamitardo” anarcosocialista,  Cantore di Myricae emerge in ogni particolare; opera di raro spessore storico ed artistico che segnalo ai miei lettori con grande piacere.

Ma il motivo della mia presenza nella città di sua Altezza Maria Luigia e di sua Maestà Frau Musika, per via di Verdi, di Paganini, che vi è sepolto, di Toscanini che vi nacque, è questa volta una conversazione con gli  studenti di scienze dell’educazione (cattedra di Cristiano Casalini, con l’inclita Luana scavatore appassionato di posseviniani tesori e dissodatore di vaste, per lo più incolte od inesplorate, lande di saperi educativi) sul tema delle  “Emozioni bruniane” che da tempo, con sempre nuove variazioni, vado proponendo ai pubblici che la passione bruniana possiede. Folta la presenza di gentil sesso (due soli i rappresentanti del sesso…rozzo, destino di ogni corso di scienze dell’educazione), che regge, senza pudori me ne compiaccio, due ore filate di mia logorrea senza dar segno di cedimento e senza muover ciglio, anzi aprendo ripetutamente anima all’emozione, pupille e labbra al sorriso. Merito naturalmente del Satiro Nolano, da cui mi lascio come medium possedere, che così bene sa trovare le strade della mente e del cuore, insinuarvisi in profondo ed, insinuatosi, stabilmente insediarvisi.

Chi, dopo il fuoco di fila della prima ora rischia una umiliante défaillance è  invece il quattro volte ventenne vegliardo, subito per altro ripresosi e impavidamente rimasto sugli spalti fino al tocco, tranne poi ad abbandonarsi, spossato, su un divano a riprendere animo e fiato (ma la completa rianimazione avverrà solo alla Taverna del Trinca, in Strada Aurelio Saffi).

Sulla via del ritorno a Roma, deviazione per Langhirano ove Rocco Postiglione, il  giovane collega autista, si rifornisce dei preziosi prosciutti di Slega e di non so quali e quanti altri prodotti caseari e di norcineria presso un negozio esclusivo. Invidia e nostalgia dell’Asceta che amò e celebrò il porco con versi…immortali, quelli coi quali oggi si (ri?) congeda:         

Venero il porco. Della sua sostanza

A lungo il mio cervello fu nutrito.

Si fece in me spirito puro, l’arie

volò con me, nutrì la mia poesia,

la mia musica, la filosofia

lirica in che l’estetico mio dio

si rivelò.

               Di ghiande il corpo fragile

nutrii col porco del Querceto e crebbe

l’anima mia possente. Col mio corpo

il suo corpo seguì l’orma dell’anima.

E se libero ormai di gravità

plano sul mondo, fu il suo grugno inteso

diuturnamente alla terrestrità

a caricarmi d’ansie aeree e l’ali

a sforzarmi a spuntare.

                                     Lieve porco,

or che mi vietano i senili morbi

il nutrimento tuo, forse all’incanto

dico addio delle belle fantasie

per cui vissi, ma te

ritroverò per i querceti nuovi

che in mondi nuovi arcani stormiranno,

ove alato le ghiande coglierai

trasvolando leggiadro.

E io ti cavalcherò e ai celesti zeffiri

abbandonati le porcelle alate

inseguiremo, sospirosi canti

di passione grugnendo.

 

P.S.

 

SOS!!!

 

Sul mio blog si è resa inattiva la funzione “cerca nel blog”, fondamentale per me per vari motivi, ma soprattutto per  evitare ripetizioni. Libero, che ne è il gestore, è irraggiungibile.
Sarò grato a quanti fra i miei lettori, in grado di aiutarmi a risolvere il problema, mi contatteranno all’indirizzo di posta elettronica zarathustra33@alice.it

Chàirete Dàimones!

 
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Convegno dantesco a Civitavecchia. Emozioni bruniane a Parma. "La Ginestra". Trakl

Post n°573 pubblicato il 07 Maggio 2012 da giuliosforza

Post 549

 


Torno euforico da Civitavecchia ove, invitato dal  circolo culturale C.I.C e dall’Accademia Orion, nella grande sala dell’Hotel San Giorgio ho s-parlato di Dante (primo intervento: Dante? No, grazie!- dal Goethe? Nein Danke! degli studenti tedeschi del ‘68) , per poi restituirlo (secondo intervento, Dante? Sì, grazie!) incondizionatamente ai vertici della Conoscenza, per recuperarlo al ruolo che gli compete di corifeo della danza metanoetica e metantropologica.

Torno dunque felice da un luogo che inizia ad essermi familiare, che ogni volta mi accoglie regalmente e che, in questa circostanza, mi ha riservato, per iniziativa di Luciano Pranzetti, vicario dell’Accademia e  mio genialissimo ex allievo di ginnasio poi d’università di cui altre volte ho avuto modo di tesser le lodi, varie sorprese fra le quali, tra tutte la più inattesa, l’esecuzione pubblica, nel contesto di un più vasto concerto, di una  canzonzina da me composta negli anni cinquanta (Stelle tremolanti nel cielo agostano). Mi sono commosso fino alle lacrime. 

Il livello del convegno è stato elevato. Gli intellettuali, non solo locali, chiamati a riferire, tutti alieni dall’arida boria dei dantisti barbosi e spocchiosi, hanno saputo dire cose belle e sotto molti aspetti originali. Uno psichiatra  si è addirittura divertito, si fa per dire, a sottoporre il giovane Dante della Vita nova a sette  sedute psicanalitiche. E due universitari, già con piglio di studioso l’uno, con aria sbarazzina l’altro, hanno rispettivamente detto di concezioni politiche ed estetiche dantesche con giovanile freschezza ma non senza profondità e pertinenza. Il mio finale contributo giocoso è stato  ceder per gli Atti due pagine pasticciatissime di appunti, somiglianti ad un quadro surreale, presi  nella notte insonne, onde qualcuno, Luciano naturalmente, si…diletti a decriptarli. Ritengo che il civettare un poco ed un poco il celiare non nuoccia, sia anzi prezioso per abbassare il normale livello di soporosità che i convegni in genere favoriscono.
M'appresto ora a salire a Parma  ben caricato. Andrò a dire di "Emozioni bruniane" e d’altro agli studenti d’un’allievo di un mio allievo e perciò mio allievo.
.

Non so quanto nella calda Emilia Romagna arda il fuoco del Nolano, o se sia necessario un poco alimentarlo. Mi ci proverò con gli studenti dell’ateneo parmigiano, già per altro iniziati da Marzio Pieri e da Cristiano Casalini, linguista il primo, storico dei processi educativi il secondo, che al secolo di Montaigne, di Giordano e dei Gesuiti da anni dedicano le loro ricerche. Terrò naturalmente presenti i due grossi tomi (1600 pagine complessive, Il Bruno furioso e Arcicommedia) dal Pieri dedicati al Nolano e  coraggiosamente stampati da una editrice che con grande ammirazione scopro aristocraticamente, direi brunianamente, libera ed indipendente, votata all’ideale, dai più ritenuto utopia pura, di una ricerca non appigionata e della diffusione di una cultura non puttanescamente ‘coinquinata’ coi lenoni, vulgo magnaccia, della politica e della finanza.

L’autopresentazione che l’Editrice fa nel suo sito merita ch’io la riporti:

“La denominazione "La Finestra" prende le mosse da un passaggio dell'opera del letterato e filosofo russo Pavel Aleksandrovič Florenskij Le porte regali, laddove dice: «Una finestra è una finestra in quanto attraverso essa si diffonde il dominio  della luce, e allora la stessa finestra che ci dà luce è luce, non è somigliante alla luce, non è collegata per un'associazione soggettiva a una nozione di luce soggettivamente escogitata, ma è la luce stessa nella sua identità ontologica, quella stessa luce indivisibile in sé e non divisibile dal sole che splende nel nostro spazio. Ma in se stessa, fuor dal rapporto con la luce, fuor dalla sua funzione, la finestra è come inesistente, morta.»

Con questo impegnativo biglietto da visita, che in qualche modo equipara l'editore ai suoi libri e al loro contenuto o, estremizzando, alla sapienza stessa, La Finestra si propone come un'impresa (nel doppio significato di "ditta" e di "azione memorabile") culturale al di fuori delle logiche di mercato e delle mode imperanti, una sorta di "artigianato della cultura" in contrapposizione con l'"industria culturale". Essa si prefigge infatti il recupero ad ogni livello (geografico o temporale) di quel vasto e misconosciuto patrimonio di opere intellettualmente significative divenute rare e introvabili, o rese tali; gli esempi tipici sono quello delle "summe" medievali, neglette e fatte così scomparire dai pensatori e letterati dell'Umanesimo e del Rinascimento (gli stessi che, non a caso, coniarono per l'appunto il termine negativo di Medioevo), o quello dei poeti italiani del Novecento resi "invisibili" dalla critica osannante Montale e Ungaretti. In sintonia con il proprio impegno nel far "risorgere" questi testi "scomparsi" per rimetterli a disposizione degli studiosi, la Finestra editrice ha scelto come logo l'immagine simbolica della fenice”.

“In una progettualità tanto esigente e ambiziosa, l'allora trentenne fondatore Marco Albertazzi (laurea a Trento e dottorato alla Sorbona) si è giovato, e continua ad avvalersi, della consulenza e della collaborazione di eminenti studiosi e di intellettuali contemporanei, tra cui si possono ricordare Gianni Gori, Marzio Pieri, Guido Ceronetti, Mino Gabriele, Jean-Pierre Brach, Franco Cardini, George Wallace, Frédérick Tristan, Cesare Vasoli, Marie-France Tristan.

Dal punto di vista finanziario la casa editrice non appartiene né è supportata da alcun gruppo industriale o economico, ma si muove in maniera completamente autonoma nel panorama dell'editoria internazionale. Dal punto di vista culturale, essa collabora invece con altri editori, associazioni e varie istituzioni sia italiane che straniere per la scoperta di testi inediti e per la riproposizione di opere rare, sempre corredate da specifici e approfonditi studi critici; è il caso, in particolare, dei progetti per la riproduzione dei preziosi manoscritti della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia e della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.”

*

Riprendo la lettura di Trakl. L’infelice poeta salisburghese, morto ventisettenne, probabilmente suicida per una dose eccessiva di cocaina, nell’ospedale psichiatrico militare di Cracovia nel 1914, mi è stato molto vicino in periodi bui della mia vita. La sua serena, pacata malinconia, che gli fa guardare con disincanto la Verfallung,  (decadenza, rovina, putrescenza) delle cose senza per altro togliergli la capacità di infantilmente meravigliarsi e stupirsi (Schön ist der Mensch und erscheinend im Dunkel, bello è l’uomo e  risplendente nel buio) ha in quei  cupi tempi disposato la mia, consentendole poco a volta di dissolversi e di non precipitare nella Verzweiflung.

Altissima emozione estetica, la lettura di Georg, ma anche terapia.  

Chàirete Dàimones!

 

 
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Pomeriggio da Umberto. Premonizione. Santa Maria Nova.Salvador Dalì. Emozioni bruniane a Palestrina. La calla di Gabi

Post n°572 pubblicato il 02 Maggio 2012 da giuliosforza

Post 548

 

Giornata da favola nella campagna palombarese nella casa-giardino di Umberto,  intellettuale pasionario e scrittore  engagé, indeciso e conteso tra questi verdi intensissimi e i verdi della Bourgogne,  per le prove del  nostro gruppo vocale: tre ore di Suite panica, con intervallo pranzo. Foto di gruppo (Antonella, Donatella, Paola, Simona, Fabio, Alberto, Umberto, Giulio) tra querce secolari e gatti impertinenti. Pubblicata da Fabio su fb, l’ho così commentata: “Tuffati nel verde e nella Musica in compagnia di ninfe, triadi, Bacco e Pan: che volete di più dalla vita?”. La pudica Artemide era sicuramente, nella sua invisibilità, presente. Assente, in apparenza,  almeno  me Vegliardo testimone, Afrodite. Ma non ho il minimo dubbio che, dopo la  mia sollecita partenza, la Cipride sia apparsa in tutto il suo primaverile splendore, avvolta in botticelliane trasparenze, a rallegrare vieppiù la ormai inebriata di sole di canto di vino “settima” compagnia”, solo nel tardo pomeriggio discioltasi. Mi è lecito crepare d’invidia?

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Divinazione.

Una amica molto versata, fra l’altro, in arti esoteriche, che aveva saputo dei miei sogni del 26 ultimo scorso, uno riguardante Giorgio Consolini (a lei del tutto sconosciuto), nel mio sogno fatto ministro della cultura da Monti, mi annuncia la morte del cantante avvenuta ieri 28 a 91 anni. Sono sconvolto. Non m’era mai accaduto nulla di simile (eppur mi ritenevo, di Ahnungen, esperto). Da anni immemorabili non ne sentivo più parlare, era completamente uscito dalla mia memoria. Le stesse canzoni che lo portarono  al successo, che come tanti ho canticchiato molto spesso, fra le quali “Son tutte belle la mamme del mondo”, ma soprattutto “Vecchio scarpone”, non ricordavo come sue. Gli mando un pensiero negli empirei, ove starà sicuramente cantando a tutte le mamme ed a tutti i soldati di Adua, del Carso, d’Amba Alagi, di El Alamein nel frattempo involatisi.

*

Per dare un senso al mio tempo festivo  approdo in via dell’Impero. Calca umana e cappa di piombo. Sfuggo ad ambedue rifugiandomi in Santa Maria Nova alias Santa Francesca Romana (in ricordo della sposa e madre felice poi suora e fondatrice nel Quattrocento delle Oblate di Tor de’ Specchi),  chiesa prediletta dei …'matrimoniandi'. Per quanto mi riguarda la Chiesa mi …'smatrimoniò': l’ultima foto di famiglia ancora unita -1978- ci ritrae nello spiazzo antistante alla basilica. Ricchissimo soffitto, sacre profonde e vaste impronte su duro basalto delle ginocchia di San Pietro, orante perché  Simon Mago lievitato, per una delle sue tante magie, nel foro dinnanzi ad una folla sbalordita, precipiti; scheletro macabro rivestito di saio, nella cripta, della Santa (sotto molti aspetti, non certo quello dei rispettivi mariti, l’uno dolcissimo l’altro violento, una Santa Rita da Cascia ante litteram)

“A seguire” visita alla Mostra di Salvador Dalì al Vittoriano: Salvador  Dalì,  l’artista, il genio. Mostra monotematica: rapporti con l’Italia e debiti dichiarati nei confronti della pittura italiana del Rinascimento e di Palladio. Ottimo il supporto tecnologico. Trovo strano che da nessuna parte sia fatto risultare, se non il debito, almeno l’involontario(?) plagio nei confronti di d’Annunzio. Salvador è in pittura il perfetto corrispettivo dell’Imaginifico, ne riproduce atteggiamenti e pose, anche egli vuole fare della sua vita in ogni suo aspetto un’opera d’arte totale, ed a questo fine si traveste, si inventa, si teatralizza.

“Ogni giorno guardandomi alla specchio non posso non ammirare quel capolavoro, beniamino degli Dei e della Natura, chiamato Salvador Dalì”. “ La differenza fra me ed i surrealisti è che io sono surrealista”. Due delle sue frasi sicuramente ad effetto.

Non visitavo una mostra da anni. Odio le code, le file, il torrente umano che ti travolge e t’obbliga a non fare l’unica cosa che in una mostra dovresti fare: sostare di fronte ad un’opera, una sola, per ore, finché essa non ti parli dentro. Come racconta di sé Berenson: fin da piccolo essere stato aduso a rimaner chiuso in un museo e, seduto a terra, a contemplare un quadro il tempo necessario perché quel quadro gli parlasse, appunto, da dentro.

   

*

Andò anche il pomeriggio prenestino delle”Emozioni bruniane da dirsi e da cantarsi a più voci” nella sala della trifora di palazzo Barberini (Circolo culturale Simeoni)”. Poco ho detto, supportato dal molto polifonicamente cantato. I miei otto ragazzi di Metanoesi (Antonella, Donatella, Paola, Simona, Alberto, Fabio, Umberto e…Giulio, assenti giustificati Barbara e Giuliana) si sono decorosamnete districati tra i Rosard, i Daudet, i Rimbaud, gli Orlando di Lasso, i Domenico da Nola, i Monteverdi i Goethe i Beethoven i d’Annunzio gli... Sforza chiamati ad omaggiare il Nolano, senza troppo oltraggiarli. Il noto attore Failla ha letto il  Meriggio da Alcyone, Paolino Fusco da Nola ha celebrato il grande Concittadino come un Eroe “preromantico”. Il non numeroso ma scelto pubblico, attento e paziente, ha approvato. Drink e successiva orgia dei “ ragazzi” (il Vegliardo si è prudentemente presto defilato) in casa di Domenico di Paola, il cui terrazzo affaccia sulla vasta piana illuminata aprentesi, tra i monti Albani e i Simbruini, un largo varco al mare.

Sperimentazione sicuramente non dispiaciuta al grande Rubello: il suo più noto sonetto ed uno del suo diletto Tansillo musicati da Alberto ed affidati ad una piccola band, quartetto di voce, armonica a bocca, chitarra. Successo. Sorpresa ed originale imprevisto dono non solo per il Nolano.

Toccante l’iniziale commemorazione di Mario Maranzana ricordato, oltre che da me, da Failla. La proiezione di parte di una delle sue lezioni, tratte da face book,  sulla Comedia, poi diventata divina per bocca del Boccaccio, ce lo ha restituito vivo, consentendoci di udire a nuovo risuonare in quella sala principesca ed austera la sua voce baritonale e di riammirare la sua straordinaria, inimitabile mimica.  Una gigantografia che lo ritrae sorridente insieme a me in uno dei tanti nostri incontri, dominava la sala. Purtroppo assente, per una indisposizione improvvisa, Luisa. Ma ella era pur lì,  Presenza discreta di terza o quarta fila, in tutta la sua aristocratica bellezza a divorarsi con occhi lucidi il suo Mario. Al quale sia lieve la Terra.

*

I tre snelli steli di calla fiorita appassiscono sul mio balcone, ma un altro candido calice spunta da una piccola calla, un trapianto ben riuscito tentato con un rejeton da Gabi, la mia bella colf rumena che parla coi fiori e li bacia, alla cui vista si commuove e sorride, ed è come se parlasse a me, baciasse me, si commuovesse per me, a me sorridesse, l’antico panteista che tutta la vita con inaudito coraggio s’intestardì ad affermare, contrariis quibuscumque minime obstantibus, solo Dio esistere e la Natura tutta esser divina.

*

Chàirete Dàimones!    

 
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Milton e Byron. Furio e De Musset. I Promessi Sposi, Trilussa e mio padre

Post n°571 pubblicato il 27 Aprile 2012 da giuliosforza

Post 547

 

Ho per un vita citato i versi  …mortali/ meditate soffrite! E se l’esterno/ mondo vi manca ne costruisca un altro/ Intimo intellettivo il vostro cuore/ Così farvi potrete alla natura/ Spirtal vicini e triunfar la vostra”, come tratti dal Paradise lost di Milton nella traduzione ottocentesca di Andrea Maffei, il poeta ottimo traduttore anche di Schiller e di Goethe. Ora scopro che in realtà appartengono al Caino di Byron, pur se il traduttore è lo stesso. Si tratta dei cinque versi conclusivi:”’Gainst all external sense and inward feeling:/ Think and endure, -and form an inner world/ In your own bosom – where the outward falls;/ So shall you nearer be the spiritual/ Nature, and war triumphant with your own”.

Come è facile costruirsi false certezze, sulle quali si è poi pronti a giurare!

E pensare che sulla lettura pedagogica di Byron avevo tenuto un corso accademico alla fine degli anni novanta, e non m’ero accorto dell’errore. Imperdonabile davvero. Unica attenuante è che allora m’ero soffermato coi miei alunni soprattutto sul Child Harold’s Pilgrimage, forse per la sua sostanziale natura di Bildungsroman, e su Don Juan. Imperdonabile lo stesso, visto che dal Cain, a Mystery in particolare emerge il prometeismo byroniano a me tanto caro.  

*

Trovo su un appunto di gioventù una citazione riferita ad un tal Furio “che attese la rivelazione nella ‘dolorante’ notte del Subasio”. Chi sia questo Furio non saprei. Forse l’ingegnere anarchico, filosofo e poeta Bruno Misefari, che usava tale pseudonimo? Direi proprio di no, a meno che non si sia convertito in extremis, cosa che non mi risulta. Forse Furio Colombo, l’anziano combattivo giornalista ora a Il Fatto quotidiano? Men che meno. Chiunque ne sia l’autore, trovo la citazione degna ancora di nota e di riflessione, e perciò ve la passo: “Egli attende l’uomo al discrimen del dolore. L’uomo ne esce salvo o perduto. Ma questo discrimen si impone. Guai, guai all’anima alla cui porta non bussa il ‘messo di Dio’!. Parole che mi ricordano tanto Alfred De Musset: “L’homme est un apprenti, la douleur est son maître/ Et nul ne se connaît tant qu’il n’a pas souffert”.

 

*

Questa notte, in un lungo intervallo di veglia, ho ripreso fra le mani Trilussa. Dal biondo Albionico a Carlo Alberto Salustri. Un bel salto davvero, ma quanto piacevole. Il poeta romanesco non sarà un genio ma i suoi quadretti, soprattutto quelli costretti entro la ferrea legge del sonetto, sono perfetti e la loro causticità ed icasticità non hanno pari.

Da Trilussa a mio padre il passo non è stato difficile.

Mio padre era un capomastro muratore di grande perizia, non uomo di lettere; ma la curiosità per la letteratura e per l’arte, che mi avrebbe trasmessa,  non era da meno. Amantissimo dell’Opera era capace da giovane di farsi a piedi  centinaia di chilometri per andare ad ascoltare il suo amato Verdi; nutriva  una vera e propria passione, a me non trapassata, per I promessi sposi, una cui edizione popolare a lui appartenuta e maneggiatissima ancora ne va per casa; ed amava moltissimo Trilussa, di cui conosceva molte cose a mente, che spesso in maniera assai appropriata citava. Prima anarcosocialista da olio di ricino, poi anarcofascista per necessità, infine anarcocomunista per convinzione e temperamento, non mancava di un profondo senso critico e rifuggiva da ogni dogmatismo, sia politico che religioso. Rarissime furono per lui e per me le occasioni di poter confidenzialmente stare insieme e parlare: le mie e le sue vicissitudini ci tennero quasi tutta la vita lontani. Ma di queste rare occasioni due ne esistono il cui ricordo è in me profondamente impresso. La prima risale alla mia fanciullezza allorchè, il giorno avanti al mio ingresso in collegio o durante una breve vacanza, non ricordo bene, mi volle regalare un giro per Roma in carrozzella, spendendo le poche lire che aveva in tasca e raccomandandomi di non dirlo alla mamma. Arrivati nei pressi di Piazza san Pietro, alla vista della Cupola e dei palazzi pontifici fui preso da un raptus d’entusiastica ammirazione e gridai: papà, la sede del papa, di  Pio XII, il Pastore Angelico, il duecentosessantaquattresimo successore di San  Pietro! Egli parve non far caso al mio invasamento, ma io ben m’accorsi che sussurrava qualcosa fra i denti sperando che non l’udissi; e quel che sussurrava era terribile, era: la duecento sessantaquattresima carogna. Il mio shock fu grande, e ne piansi. Ed a lui fu molto difficile consolarmi. Pregai il buon Dio perché lo perdonasse. Ora son sicuro che il buon Dio lo ha perdonato, come l’ho perdonato, oh se l’ho perdonato e compreso, io.

La seconda occasione risale a molti anni più tardi, credo al 1968, quando  frequentavo il Movimento di Nuova Repubblica di Pacciardi. Per completare la lista in occasione delle elezioni comunali a Roma fui inserito anch’io, naturalmente senza alcuna speranza di successo. Mio padre mi disse. “Che faccio? Ti voto? Pacciardi da Ministro della Difesa non mi era particolarmete amico” (in quegli anni faceva lavori di manutenzione al ministero di Via Venti Settembre) “e fui lì lì per essere licenziato, in quanto comunista. E poi non dimentico che alle elezioni del 1948 dietro pressione pretesca mi facesti stracciare di nascosto da tua madre la tessera del PCI, cosa che le costò molto cara”. A queste parole replicai: “Papà, sta sereno, non mi votare, non sprecare il tuo voto”. Al che  lui, solennemente: “Se sei mio figlio sei un galantuomo, non posso non votarti”. Ebbi trentuno voti e la consolazione di vedere, non so per quale caso, scritto accanto al mio nome su un manifesto elettorale in  via Cavour: votalo! (Che fosse stato Lui l’anonimo fan? Il luogo era prossimo a Via Capocci, che egli bazzicava per via di una nota trattoria ove amici e compaesani erano soliti incontrarsi per solenni bisbocce…). Comunque quell’incitamento e quel voto non servirono, nessuno della nostra lista fu eletto, Quando mio padre seppe l’esito mi invitò a brindare …alla vittoria in un localino di Via Cernaia e, abbozzando un sorriso malizioso, per consolarmi dello smacco, sempre doloroso anche se atteso, mi recitò con ironico disincanto, tra un bicchiere l’altro di buon Frascati, Er compagno scompagno di Trilussa. Eccovelo

 

Er compagno scompagno

 

Un Gatto, che faceva er socialista

solo a lo scopo d'arivà in un posto,

se stava lavoranno un pollo arosto

ne la cucina d'un capitalista.

 

Quanno da un finestrino su per aria

s'affacciò un antro Gatto: - Amico mio,

pensa - je disse - che ce so' pur'io

ch'appartengo a la classe proletaria!

 

Io che conosco bene l'idee tue

so' certo che quer pollo che te magni,

se vengo giù, sarà diviso in due:

mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni!

 

- No, no: - rispose er Gatto senza core

io nun divido gnente co' nessuno:

fo er socialista quanno sto a diggiuno,

ma quanno magno so' conservatore!

 

Che con questa citazione birbona, che oggi si direbbe appartenere al repertorio dell’antipolitica qualunquistica, l’irriducibile compagno anarcocomunista, disincantato, volesse disincantare anche me? Se davvero questa era la sua intenzione, debbo riconoscere che gli riuscì perfettamente, e senza troppa difficoltà. 

Ne risi a crepapelle e lo baciai. Forse  una delle poche volte che in vita mia lo baciai; sicuramente, ahimé,  l’ultima. Ché, di lì a poco, mori

 

Chàirete Dàimones!

 
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Thorwaldsen e Roma, Goethe e Roma, io e i luoghi dell'anima, Rime di Michelangelo

Post n°570 pubblicato il 23 Aprile 2012 da giuliosforza

Post 546

 

Leggo che lo scultore danese Thorwaldsen non ricordava il giorno della sua nascita, ma sì la data della prima visione di Roma: 8 marzo 1797. Credibilissimo. Ché né la data né il luogo della nascita anagrafica corrispondono alla data ed al luogo della nascita vera. Anche Goethe si sentì nascere, al suo ingresso in Roma da Piazza del Popolo il 29 Ottobre 1786:

“Non osavo dire a me stesso dove andavo. Dubitavo ancora per via e soltanto sotto Porta del Popolo fui sicuro di essere a Roma (…) Sì, sono finalmente arrivato in questa capitale del mondo! (...) Il desiderio di arrivare a Roma era così intenso ed aumentava ad ogni momento del mio viaggio, al punto che non mi era possibile arrestarmi; e mi trattenni a Firenze tre ore soltanto. Ora eccomi qui tranquillo e (…) rassicurato per tutta la vita. Si può dire infatti che comincia una nuova vita (…) ora vedo vivere tutti i sogni della mia gioventù (…) dovunque vado una nuova conoscenza e un mondo nuovo…”.

(Goethe, Viaggio in Italia, Istituto geografico De Agostini, 1982, pp. 95-96).

 

A me, si parva licet. la stessa cosa avvenne allorché per la prima volta calcai i suoli della mia anima: Vienna, Salisburgo, Lucerna, Basilea, Heidelberg, Colonia, Francoforte, Weissenfels, Rücken, Erfurt, Eisenach, Iena, Weimar, Lipsia, Dresda…Ebbi come la sensazione di rinascere, memore delle mille vite già da me in quei luoghi vissute in compagnia dei Grandi sodali della mia passione.

*

Una amica mi invia questo brano di  Kahlil Gibram, sicuramente tratto da Il Profeta, nella speranza di farmi cosa gradita. Ne può dubitare? Il grande Libanese ha in sé tutto l’afflato dell’Autore dello Zatathustra, senza possederne le asprezze. Di tutto riposo è la sua lettura, quanto dirompente e dinamitarda è l’altra. Kahlil è un Friedrich finalmente placato.

 

E un vecchio sacerdote disse: Parlaci della Religione. Ed egli disse: Ho forse parlato di qualcos’altro quest’oggi? Non è forse religione ogni atto e ogni riflessione,
E quello che non è né atto né riflessione, ma una meraviglia e uno stupore
sempre sgorganti nell’anima, perfino mentre le mani tagliano la pietra o
attendono al telaio?
Chi può separare la sua fede dalle sue azioni, o la sua convinzione dalle sue
occupazioni?
Chi può disporre le sue ore davanti a sé, dicendo: «Questa è per Dio e questa
per me stesso. Questa per la mia anima e quest’altra per il mio corpo?»
Tutte le vostre ore sono ali che si aprono la strada attraverso lo spazio da
sé a sé.
Colui che indossa la sua moralità soltanto come il suo migliore indumento
starebbe meglio nudo.
Il vento e il sole non produrranno nessuna lacerazione nella sua pelle.
E colui che definisce la sua condotta secondo l’etica imprigiona il suo
uccello-canoro in una gabbia.
Il canto più libero non viene attraverso sbarre e fili metallici.
E colui per il quale lo stare ad adorare è una finestra, da aprire ma anche da
chiudere, non ha ancora visitato la casa della sua anima le cui finestre sono
aperte da aurora ad aurora.
In sostanza il discorso di Cristo alla Samaritana
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Un altro dei miei Libri da capezzale sono le Rime di Michelangelo.

Ne posseggo tre edizioni: una ridotta, tascabile e molto elegante, con sovra copertina verdolina, della Giunti-Nardini, curata niente meno che da Mario Luzi, donatami da P., fanciulla in fiore che splendidamente adornò per troppo poche stagioni il mio giardino e ne fu incontrastata regina, il 9 marzo del ’92 con questa dedica: “Come può esser ch’io non sia più mio/ (…) Chi m’ha tolto a me stesso/ C’a me fosse più presso/ o più di me potesse che poss’io?”, versi tratti da un madrigale del 1511; l’edizione ormai classica della BUR del 1975, seconda edizione ’81,  a cura di Ettore Barelli e con una fine introduzione di Giovanni Testori, un artista vicinissimo alla tormentata sensibilità anche sessuale  del Capresano; infine l’edizione bilingue della Insel Taschenbuch del 1999 curata da Michael Engelhard alla quale ricorro allorchè incappo in qualcuno dei tanti versi, come i personaggi di alcune Pietà incompiute contorti e aggrovigliati ed appena sbozzati, duri a comprendersi, che nella versione tedesca miracolosamente  acquistano chiarezza, evidenza, agilità. Ché il poetare di Michelangelo è uno scolpire, ogni parola è un colpo di martello e scalpello che dalla rude e compatta materia linguistica porta alla luce gigantesche e insieme delicatissime e levigatissime forme che invano cercheresti  nei contemporanei verseggiatori, petrarchisti rammolliti vacui e pedissequi, onanisti infecondi che tentano la perpetuazione d’uno stile poetico impensabile nel secolo forse più grande e più tormentato della storia non solo d’Italia ma dell’Europa e del mondo; petrarchisti che lo odiarono, non compresero, dileggiarono e che, nel LXV dei suoi capitoli (quello indirizzato a Sebastiano del Piombo) s’ebbero dal Berni la loro (Io dico Michel Agnol Buonarroti,/ che quand'il veggio mi vien fantasia/ d'ardergli incenso ed attaccargli voti;/ Ho visto qualche sua composizione:/ son ignorante, e pur direi d'avélle/ lette tutte nel mezzo di Platone;/ sì ch'egli è nuovo Apollo e nuovo Apelle:/ tacete unquanco, pallide vïole/ e liquidi cristalli e fiere snelle:/ e' dice cose e voi dite parole./ Così, moderni voi scalpellatori/ et anche antichi, andate tutti al sole);

Una lingua, quella di Michelagnolo, ch’è prossima a quella rude e possente, sia nel verso che nella prosa, dell’altro ‘piccolo’  gigante che il Cinquecento contribuì ad elevare a secolo d’oro della storia della cultura, il Nolano del Candelaio e degli altri dialoghi in volgare,  anch’egli irrisore, nella vita e nell’opera, dei rammolliti plagiatori  del Poeta d’Arquà nei suoi aspetti peggiori, nelle sue svenevolezze e nei suoi languori. E’ sufficiente osservare il primo verso di alcune composizioni per rendersi conto dell’essenzialità della lingua di Michelangelo e della sua capacità di “scolpire” con poche parole un volto ed un carattere: quasi ogni primo verso ha un senso compiuto, conchiuso, tale che potrebbe tranquillamente stare senza seguito a sé. Soprattutto nelle poesie d’amore, per altro predominanti, siano dirette agli “amici” Febo del Poggio o Tommaso Cavalieri od a Vittoria Colonna (‘Un uomo in una donna amzi uno Iddio’) od in quelle che descrivono i profondi turbamenti dell’Artista o del credente inquieto, tale potenza di rappresentazione si manifesta configurandosi come trapasso spontaneo dell’atto manuale scultoreo in quello poetico che parola e pietra plasmano con la stessa facilità.

A la terra la terra e l’alma al cielo;Carico d’anni e di peccati pieno; Caro m’è il sonno e più l’essere di sasso; Ché mal si può amar ben che non si vede;Chi qui morto mi piange indarno spera; Come può esser ch’io non sia più mio?; Crudele, acerbo e dispietato core; Crudele stella, anzi crudel arbitrio; Du’ occhi asciutti, e’ mie, fan triste il mondo; Fuggite, amanti, amor, fuggite ‘l foco; I’ fe’ degli occhi porte al mio veleno; I’ fu’ già son molt’anni, mille volte; In me la morte, in te la vita mia; La beltà che qui giace al mondo vinse; La m’arde e lega e tiemmi e parmi un zucchero; La voglia invoglia ed ella ha poi la voglia; Mal fa chi tanta fé sì tosto oblia; Non è più tempo, Amor, che ‘l cor m’infiammi; Non vi si pensa quanto sangue costa; Qua si fa elmi di calici e spade; Scarco d’un’importuna e greve salma; Signore io fallo e veggio il mio fallire; Vivo al peccato, a  me morendo vivo; Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio.

Potrei a lungo continuare nell’elencazione di quelli che non sembrano primi versi ma massime a sé, fregi di sculture che vivono una vita propria all’interno della composizione. Al solitario che si macera e muore nel tugurio di Macel de’ Corvi in una povertà da anacoreta  (un forziere colmo di tesori pricipeschi abbandonato in un angolo buio- non certo indice d’avarizia, solo di sommo dispregio),  dalla dura materia verbale è spontaneo trarre con la stessa facilità che dal marmo l’immagine, il più delle volte tragica, nel profondo di essa celata.

 

Chàirete Dàimones!

 

 

 

 

 

 

 
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