Creato da giuliosforza il 28/11/2008
Riflessione filosofico-poetico-musicale

Area personale

 

Archivio messaggi

 
 << Luglio 2016 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31
 
 

Cerca in questo Blog

  Trova
 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 1
 

Ultime visite al Blog

loredanaguarnierigiuliosforzaparvathi62matteo.bonfigliolidr.francescoferrantegioiaamoreIrrequietaDdeteriora_sequorchristie_malrypepedgl16generazioneottantamaikol256il_pabloluigiesposito62paolorancati88
 

Chi puņ scrivere sul blog

Solo l'autore puņ pubblicare messaggi in questo Blog e tutti possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 

 

Canicola ...algida

Post n°916 pubblicato il 17 Luglio 2016 da giuliosforza

Post 845

Irruzione improvvisa e assassina dell'inverno nel bel bezzo della canicola. Alla Peschiera soffia una tramontana simile a quella che nei giorni del forzoso riposo di Proserpina fra le braccia di Pluto nel suo talamo ctonio, dopo aver sorvolato i ghiacciai di Gran Sasso Velino Sirente e Maiella ed essersi ben congelata si precipita coi suoi algidi soffi a squassare alberi e persone e cose nella piazza e pei vicoli del mio borgo. Mi rifugio al caldo della mia cella nel romitorio del Frainile. E penso e penso e scrivo e scrivo, e dei lontani urli del vento di settentrione beatamente mi infischio. Caldo è il mio corpo, e ancor più calda è l'anima, arsa dai fantasmi che da mill'anni l'inabitano.
*
Sono un simbolista e non mi piace il realismo, in nessun tipo di arte. Ma leggere in Rome di Zola le pagine descrittive di un tramonto dal Pincio mi crea una tale emozione quale solo le migliori pagine dello specialista Gabriele sono capaci di procurarmi. Non c'è nulla da fare: dove è grande arte non è realismo simbolismo neorealismo surrealismo impressionismo che contino. Mi godo l'arte viva nella sua "totalità attuosa". Lascio ai notomisti della critica le loro vivisezioni.
*
A proposito di realismo
In una di queste notti ho rivisto, in mancanza di meglio, Ladri di biciclette di De Sica, un classico per antonomasia del genere. Non mi sono divertito ma in compenso ho rivissuto alcuni momenti della storia urbanistica di Roma di cui fui testimone. In una delle scene del film, per esempio, apparivano uno dei caratteristici camion a cilindro per la raccolta dell'immondizia gestita dall'impresa Tudini -Talenti, e uno dei caratteristici autobus Sira, sempre di Talenti, che collegavano Monte Sacro col nuovo quartiere di Monte Sacro Alto dal Talenti costruito, e che da lui prese il nome che tutt'ora vanta. Quando io andai ad abitarvi nel 1965 la zona era ancora tutta un cantiere. Fino ad allora non v'erano che isolate cooperative della polizia e delle ferrovie, il resto era ancora tutta campagna adibita a pascolo e ad uliveti. La Tudini -Talenti, poi solo Talenti, era in forte credito col Comune per il servizio di nettezza urbana e il Comune si era sdebitato concedendole migliaia di ettari di terreno fabbricabile compreso tra la Nomentana e la Bufalotta, fino alla Marcigliana, ora riserva naturale, e alla Cesarina. Ne nacque Il nuovo quartiere, con pretese di medio-alta borghesia, detto Talenti o Monte Sarto Alto, che crebbe velocemente attorno all'asse via Ojetti- via Renato Fucini che la tagliano a Croce, e Via Capuana e Via Romagnoli. che con via della Bufalotta lo delimitano ad ovest. Con l'andare del tempio il quartier si allargò e continua ad allargarsi a dismisura, fino a comprendere tutta l'area dell'ex IV Circoscrizione, ora terzo Municipio, che si estende ben oltre il GRA fino a lambire Mentana Monterotondo e più a ovest la salaria e il Tevere.
Nella zona dove ora abito, con le mie figlie piccole in lunghe passeggiate si veniva a raccogliere le olive da metter in salamoia e i fiori campestri da portare alla mamma. Dalla finestra dello studiolo ove in questo momento scrivo guardo i pioppi folti e svettanti, le acacie robuste e contorte e le vaste chiome ad ombrello dei pini, forse gli stessi alla cui ombra si faceva merenda, e che ora formano il piccolo parco delle tartarughe, con immenso amore curato dai volontari della zona. Poco distante era un bosco semi selvaggio, forse là dove ora l'ultimo orto coltivato s'è salvato dal cemento, nei cui anfratti ombrosi, in un piccolo spazio ove filtrava qualche raggio di sole, mentre le bimbe giocavano io leggevo Hölderlin Trakl Rilke. Per il piccolo parco delle Tartarughe ora darei tutto il celebrato nuovo parco delle Sabine, che le ditte costruttrici ancora non consegnano al Comune, e che già sembra avvertire la sorte di decadenza che è, prima o poi, il triste destino di tutti i giardini e parchi pubblici di Roma.
*
Fra tutto il chiacchiericcio umorale, punto politico e culturale, fatto intorno al Mein Kampf hitleriano in occasione della furbesca iniziativa sallustiana di pubblicarlo in allegato al suo 'Giornale', poche cose m'è accaduto di leggere che meritasse considerazione. Le cose più intelligenti m'è ancora una volta toccato di trovarle sul 'Sole 24 Ore' domenicale del 19 giugno, in un articolo di Armando Massarenti dal titolo Hitler secondo l'anarchico Feyerabend. Spero di far cosa utile riportandolo qui.

"Dopo la recente affermazione della destra xenofoba in Austria, a un passo dal vincere le elezioni, ho ripensato a ciò che scriveva Paul K. Feyerabend nella sua splendida autobiografia, intitolata Ammazzando il tempo e uscita per Laterza nel 1994, anno della sua morte, a 70 anni di età. Esordiva fin dalle prime pagine avvertendo degli strani scherzi che può fare la memoria: quelli in forza dei quali magari oggi ci si stupisce del rinascere di certe idee che pensavamo del tutto tramontate.. Aveva deciso di scrivere quel libro nel 1988, durante il cinquantenario dell'unificazione tra Austria e Germania.

"Ricordavo che gli austriaci avevano accolto Hitler (che era austriaco di nascita, per chi l'avesse dimenticato nota mia) con straordinario entusiasmo, ma ora mi ritrovavo ad ascoltare condanne secche e toccanti appelli umanitari. Non che fossero tutti in malafede, eppure suonavano vuoti; lo attribuii alla loro genericità e pensai che un resoconto in prima persona sarebbe stato un modo migliore di fare storia. Ero anche piuttosto curioso. Dopo aver tenuto per quarant'anni lezioni in università inglesi e americane, mie ero quasi dimenticato dei miei anni nel Terzo Reich, dapprima come studente, poi da soldato in Francia, Iugoslavia Russia e Polonia".

Persino lui, Paul K. Feyerabend, dunque, già allora quello spirito libero che poi sarebbe divenuto famoso come l'epistemologo dell'anarchismo metodologico, aveva subito una forma di attrazione per il regime, e aveva anche meditato di entrare nelle SS,

"Perché? Perché un uomo delle SS aveva un aspetto migliore, parlava meglio e camminava meglio di un comune mortale: le mie ragioni erano estetiche, non ideologiche".

Finalmente un democratico, un libertario capace di non cadere nelle trappole dell'ipocrisia! Ho pensato ai tempi leggendo Ammazzando il tempo. E che ci fa capire meglio perché il nazismo potesse attrarre le giovani generazioni. Anche rivedere l'immagine stereotipata di Hitler era per Feyerabend un modo per capire meglio la realtà. Abbiamo visto mille volte spezzoni di documentari che ce lo mostrano come una macchietta in preda all'ira. Si tratta di una precisa scelta della propaganda post bellica. Feyerabend descrive invece così la sua arte oratoria:

"Hitler accennava ai problemi locali e a quanto era stato fatto fino ad allora, faceva battute, alcune abbastanza buone. Gradualmente cambiava il modo di parlare: quando si riferiva a ostacoli i inconvenienti aumentava il volume e la velocità del parlare: Gli accessi violenti che sono le uniche parti dei suoi discorsi conosciute in tutto il mondo, erano preparati con cura, ben interpretati e utilizzati con un umore più calmo una volta finiti; erano il risultato di controllo, non di rabbia, odio o disperazione".

Ancora oggi, se del nazismo cerchiamo di capire le ragioni interne, e magari non ci spaventiamo a rileggere il Mein Kampf, non sapremo mai perché esso ha appassionato così tante persone. E sarà anche più difficile difendere i nostri valori più cari: libertà, pluralismo, democrazia. Benché l'intelligenza critica di Geyerabnd fosse già piuttosto acuta, al punto di commentare la lettura di Mein Kampf (ad alta voce alla famiglia riunita) come un "modo ridicolo di esporre un'opinione, "rozzo, ripetitivo, più un abbaiare che un parlare", egli stesso, pochi giorni dopo, avrebbe concluso un tema scolastico su Goethe legandolo proprio a Hitler. Non solo la memoria collettiva può fare brutti scherzi: anche la nostra attenzione critica è qualcosa di quanto mai fragile. Ma lo è ancora di più se ci rifiutiamo di rileggere senza ipocrisia le pagine più buie della nostra storia".

_______________________
Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno
(Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Biscion e Cara. Pan-ina. Goethe e Constant

Post n°915 pubblicato il 05 Luglio 2016 da giuliosforza

Post 844
Importante evento musicale a Roma, all'UNAR di via Ulisse Aldovrandi, nella raccolta sala alla quale s'accede per una terrazza aperta sui pini e sul mare di verde e di colori di Villa Borghese e di Valle Giulia. Ivi per "Percorsi contemporanei" un trio di Clarinetto (Irene Tiberini), violoncello (Francesco Malerba), pianoforte (Annie Corrado) ha eseguito egregiamente musiche di Paolo Coggiola (Quattro interludi sottomarini"), Alessandro Cusatelli (Trio per clarinetto, violoncello e pianoforte), Alberto Cara (Piccole contraddizioni), Federico Biscione (Preludio, Notturno e Finale).
Se è questa la musica contemporanea, che essa sia benedetta, e Frau Musika sempre se ne compiaccia. Tutta l'ho gustata, trovandola né d'avanguardia né di retroguardia, ma felicemente attuale ("attuosa", dirò meglio col Filosofo dell'Atto), viva e presente, in grado di assimilare il meglio del passato e di preavvertire ( ahnen, più icasticamente) le aure dei paesaggi musicali avvenire. In particolare (e non solo per motivi affettivi) ho amato i brani di Federico e di Alberto, il più giovane dei quattro, convertitosi anima e corpo ormai al culto dell'Isi Velata. Nei loro brani freschezza ironia potenza (il diabolico ‘finale' di Federico, oltretutto una sfida per la capacità tecnica degli esecutori, m'è ancora nell'orecchio sano) si risolvono in un godibilissimo intreccio di emozioni ove ‘musica pensante' e ‘pensiero musicante', mi si passi la parafrasi heideggeriana, felicemente s'abbracciano consentendo il disposarsi delle ragioni della mente con quelle del cuore
Complimenti, e grazie, Maestri e amici! E che Euterpe vi sia sempre più intima.
*
Di tanto in tanto, per esercitare il mio intelletto e sentirmi ancora battere in petto un cuore, torno alle rime petrose ("ei dice cose e voi dite parole", così il Berni ai petrarchisti)) di Michelangelo, che amo, e che posseggo di varie edizioni fra le quali una della insel taschenbuch curata, nelle note critiche e nella traduzione tedesca ritmata e rimata -che oltre tutto possiede il pregio, non ci crederete, di rendere chiari molti concetti ostici nel duro italiano del Gigante corrucciato- da Michael Engelhard. Stamane ho riletto alcune delle liriche ove si accenna a Vittoria Colonna, colei che teneva, amore altissimo e purissimo, ambo le chiavi del cuore del Capresano; e tra queste quella breve (tre strofe di tre versi, un endecasillabo e due settenari, più una coda di due) che inizia col famoso verso "Un uomo in una donna, anzi uno dio". Una mia alunna femminista ebbe da ridire su questo verso: non celebrerebbe la donna di per se stessa. Per la verità io non credo si possa meglio inneggiare alla "evità" ( m'inventai questo neologismo per la mia seconda raccolta poetica: trovavo il termine più intenso che femminilità), e celebrare nella donna il compendio della creazione, creatore compreso. Se è vero che a Eva si deve la Conoscenza, ottenuta mediante una trasgressione all'ordine d'un improbabile Iddio (che prima farebbe l'uomo a sua immagine e somiglianza poi gli vieterebbe la sua "scienza", se non l'onniscienza, che è una vera e propria insensatezza), nessuna meglio della Principessa di Ischia e di Pescara (sangue sforzesco per via di nonna materna) ne incarna la figura. Non di una diminutio dunque, si tratta, se mai di una sopravvalutazione dettata da Amore, che nessuna donna meritava più della vedova di Francesco d'Aragona, animatrice a Roma e nel castello ischitano di uno dei più celebrati circoli culturali del Rinascimento.
Un uomo in un donna, anzi uno dio / per la sua bocca parla, / ond'io per ascoltarla / son fatto tal che ma' sarò più mio. / I' credo ben, po' ch'io / a me da lei fu' tolto, / fuor di me stesso aver di me pietate; / sì sopra il van desio / mi sprona il suo bel volto, / ch'i' veggio morte in ogni altra beltade: / O donna che passate / per acqua e foco l'alme ai lieti giorni, / deh, fate c'a me stesso più non torni.
*
Leggo nei Diari di Benjamin Constant che egli era solito rivolgersi a Madame de Staël, all'epoca della loro intensa e contrastata relazione, col vezzeggiativo di Minette. Mi plagiava! Minette io chiamai, ignaro, una mia donna, realissima e immaginaria, con la quale concepii una bimba, realissima e immaginaria, dal nome Pan-ina che ancora, in forma di ciottolino ben levigato, vive la sua immaginaria, quanto reale, vita dentro una minuscola teca d'argento sul mio pianoforte. Oltre vent'anni ha ormai Pan-ina, ma ella preferisce non crescere e non uscire dal suo bozzolo d'argento, dal suo argireo sogno, felice accanto alla sua immaginaria e reale sorella di padre nomata Désirée.
*
Afferma il Francofortese:
"Wer Wissenschaft und Kunst besitzt der hat auch Religion. Wer jede beiden nicht besitzt der habe Religion (Goethe, Zahme Xenien IX) che mi pare di poter correttamente così rendere: "Chi possiede scienza e arte, ha già (in esse) la sua religione. Chi non possiede nessuna delle due abbia una Religione". Si tratta sostanzialmente della stessa interpretazione dei bruniani tedeschi della Giordano Bruno Stiftung che esplicitano meglio, nella logica della distinzione bruniana tra religione del dotto e religione dell'ignorante, il concetto sostituendo il "der hat auch Religion" con "der braucht keine Religion", non ha bisogno di alcuna religione. Nell'illuminista Benjamin Constant trovo una opinione alquanto diversa. In Adolphe, riferendosi ai riti dell'estrema unzione richiesta da Eléonore, egli scrive: "La lasciai e non rientrai che con tutta la sua gente per assistere alle ultime solenni preghiere. In ginocchio in un angolo della sua camera, a volta a volta mi inabissai nei miei pensieri, o guardai con una sorta di curiosità involontaria, tutte quelle persone riunite; il terrore degli uni, la distrazione degli altri e quella strana indifferenza che l'abitudine introduce in tutte le pratiche prescritte e che fa riguardare le cerimonie più solenni ed auguste come delle cose convenzionali e puramente formali: intesi quella gente ripetere macchinalmente le parole funebri come se essi non dovessero mai essere attori di una scena consimile, come se anch'essi non dovessero morire un giorno! Io era ben lungi dal disdegnar quelle pratiche, ve ne è dunque una sola, di cui l'uomo, nell'abisso della sua ignoranza possa proclamare l'inutilità? Esse davano a Eleonora un poco di calma; esse l'aiutavano a varcare quel terribile passo verso il quale noi tutti marciamo senza che nessuno di noi possa presentire ciò che proverà in quell'or! La mia sorpresa non è nel fatto che l'uomo abbia bisogno di una religione: ciò che mi stupisce è che egli possa talvolta credersi così forte, così al riparo dalla sventura da osare di rifiutarne una: mi sembra che egli dovrebbe essere portato dalla sua debolezza a invocarle tutte; nella notte fonda che ci avviluppa vi è forse una luce che noi possiamo respingere? Nel gorgo del torrente che ci trascina vi è una mano a cui possiamo rifiutare di abbrancarci?" (pp. 93-94) .
Molto ci sarebbe da riflettere su questi concetti (concetti poi od emozioni?) di Constant... Sul piano del sentimento non è difficile concordare. Ma su quello della ragione qualcosa stride. L'affermazione pascaliana che "esistono delle ragioni che la ragione non può comprendere", combinata con quella del Piccolo Principe ("non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi"), afferma qualcosa che può facilmente rovesciarsi nel suo contrario: si danno delle ragioni che il cuore non può avvertire, un'essenza che non sfugge agli occhi della mente e che il cuore vela. Oggi non mi sento però di prender parte per l'una o per l'altra opinione. Raccontano che il cardinale Cusching si dimettesse e si recasse missionario in Africa dopo aver confessato un vegliardo sul letto di morte alla maniera tradizionale chiedendogli conto della sua fede nei dogmi contenuti nel Simbono niceno. A un certo punto il vegliardo non rispose più; e al cardinale che lo scuoteva per accertarsi se fosse ancor vivo disse: padre, io sto morendo e lei si diverte con gli indovinelli...
Ecco, oggi i lascerei le Essenze al loro Mistero.
_______________________
Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (
Bruno Nolano)

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Trunken muss wir alle sein

Post n°914 pubblicato il 27 Giugno 2016 da giuliosforza

Post 843
Leggo nel Diario di Benjamin Constant una lode di Vincenzo Monti, fra noi per lo più irriso (basti pensare all'acido epigramma foscoliano: Questi è Vincenzo Monti cavaliero / gran traduttor dei traduttor d'Omero). Così invece il Losannese del disinvolto voltagabbana di Alfonsine: "Vado a Coppet, dove Madame de Staël è di ritorno. E vi giunge con me Vincenzo Monti. Egli ha una magnifica figura, dolce e fiera ad un tempo. Le sue declamazioni di versi sono interessantissime. Egli è un vero poeta, focoso, violento, debole, timido e incostante; un Andrea Chénier italiano, sebbene egli valga assai più di Chénier" (Diaro, p.137)
Esagerato. A meno che queste parole non celino del sarcasmo.
Amo Chénier, il martire della Terreur che scrisse: Sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques, che è la summa dell'ars poetica che preferisco, quella che salva dalle imposture dei falsi neoteroi.
*
Così sinteticamente in quarta di copertina di una delle tante traduzioni italiane è presentato il capolavoro lirico goethiano, l'Östwestlicher Divan:
"Composto tra il 1814 e il 1827, Il Divano occidentale orientale è l'unico canzoniere del diciannovesimo secolo che si possa avvicinare, per ricchezza, densità e profondità di orizzonti, ai Fiori del male di Baudelaire. Goethe stesso lo definì come "contemplazione serena della mobile attività terrena, che si ripete sempre in cerchio o a spirale, inclinazione che ondeggia tra due mondi, tutto il reale spiegato e risolto nel simbolo". Con grande eleganza, e con un metodo compositivo allusivo e combinatorio, Goethe costruisce un libro concepito come un avventuroso e sperimentale viaggio poetico nei generi - Massime, Riflessioni, Parabole - e nei temi - Amore, Paradiso, Nulla - che molto deve alla tradizione dei Divani lirici arabi e persiani. Cambiando registro, tono e musicalità di sezione in sezione e di verso in verso, la traduzione di Ludovica Koch e Ida Porena è straordinariamente mutevole e insieme fedele nel rendere in italiano questo indimenticabile capolavoro".
Io ne posseggo l'edizione francese Aubier (1950) nella traduzione, con testo originale a fronte e una ricchissima serie di dotte annotazioni, del prof Henri Lichteberger della Sorbona. E non vi dico il piacere di una lettura che riserva sempre nuove sorprese, tanto, sotto i tuoi occhi, il poetico dialogo fra Atem e Suleika (una vera e propria amorosa tenzone) vive e si trasforma, sempre in nuove e più alte e sottili forme evolvendo, in un testo in cui lirismo misticismo pensiero pensante e poesia poetante si fondono e nel quale ogni metafora rimanda a un'altra sicché un caleidoscopio si genera di metafore di metafore rimandantisi e intrecciantisi senza posa come tu fossi immerso in un processo eterno di invenzione e reinvenzione.
Dall'Östwestlicher Divan sono tratti i versi che leggo in uno dei numerosi cartigli incollati sulla facciata interna della mia porta d'ingresso a ricordarmi, con Goethe Beeth Mann Hesse Lutero Nietzsche D'Annunzio... di dedicare, nulla dies sine linea, ogni giorno un momento di meditazione agli autori di cui più s'è alimentata la mia vita spirituale.

Trunken müssen wir alle seyn!
Jugend ist Trunkenheit ohne Wein;
Trinkt sich das Alter wieder zu Jugend,
So ist es wundervolle Tugend.
Für Sorgen sorgt das liebe Leben
DobbiamUnd Sorgenbrecher sind die Reben.

(Dobbiamo essere tutti sempre ubriachi! / La giovinezza è una ebbrezza senza vino; / il vecchio trincando ridiventa giovane, / è una virtù meravigliosa. / Alle preoccupazioni ci pensa la cara vita / e gli scacciapensieri sono le viti).

Le sbornie cui Goethe accenna son certo metaforiche, ma anche reali. Egli è un bevitore raffinato e incallito, vizio, o virtù, che passerà al figlio Augusto premortogli, di cirrosi epatica, a Roma nel 1830.
Non c'è bisogno di ricordare che l' Il faut être toujours ivres di Baudelaire è la traduzione letterale del primo dei versi sopra riportati.

E a proposito di sbornie, reali e metaforiche.
Sopra l'archetto in mattoni rossi della porta dell'osteria del mia paese era scritto in vernice nera su intonaco bianco: Chi beve poco è un agnello, chi beve giusto è un leone, chi beve troppo è un maiale. Firmato Mussolini.
Tutti i frequentatori dell'Osteria del Grottino, contadini artigiani boscaioli, reduci da tre guerre e da una massacrante giornata lavorativa di venti ore e tutti avvinazzati, non tenevano conto del moralistico richiamo ducesco. Ogni sera una sbornia, fra canti di guerra, del lavoro e d'amore, unico sfogo a una vita di stenti e di bestiali fatiche. Io, piccino, m'univo a quei canti, finché non venivo richiamato a casa dalla mamma infuriata. Su La scuola del Grottino scrissi per un giornale romano un articolo poi incluso in Studi Variazioni Divagazioni, che intendo riproporre in uno dei prossimi post.
_______________________

Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

...e Sindaco fu!

Post n°913 pubblicato il 12 Giugno 2016 da giuliosforza

Post 842
Ricevo da un anonimo e volentieri pubblico.
"Ebbene sì. Da vivarese puro sangue, che nessuna culturale contaminazione è riuscito a corrompere, vado superbo di Beatrice, il neo- sindaco di Vivaro, plebiscitariamente chiamata alla guida della piccola comunità. Perché, più che di un voto, si è trattato di una presa d'atto, di un riconoscimento per quanto finora Beatrice per Vivaro ha rappresentato. A Vivaro ella ha dedicato i suoi anni migliori, come pubblica amministratrice, per circa vent'anni, e come animatrice culturale; sempre dimessa umile sorridente, disponibile e onnipresente, ha saputo contemperare i suoi doveri civici con quelli gravosi scolastici e familiari, con una forza che la sua gracilità non avrebbe mai lasciato immaginare. Non solo: da donna di cultura animata da una grande passione per la ricerca, innamorata della terra dei suoi avi, al recupero e alla salvaguardia delle tradizioni e dei costumi di essa ha dedicato, raccogliendo l'eredità del suo amico ed estimatore Don Gioacchino Di Nicola, numerosi volumi, curando la ripubblicazione di vecchi documenti (vedi la storia di Vivaro sotto la dominazione francese dell'Alessandri e la Vita del Cardinal Di Pietro del Presutti), la pubblicazione della voluminosa raccolta di poesie dialettali, curata e tradotta da Gabriele Moglioni e da Giulio Sforza introdotta, Sòle ranena e pennecchie, di Vittorio Peruzzi, e del Vocabulariu ‘ella lengua iuarana antica del prof Giuseppe Peruzzi; o lei stessa scrivendoli, come Vivaro la Terra la Gente, I Vivaresi e il canto popolare (in collaborazione con Francesco Petrucci), Me parea mill'anni, cronaca delle vicende della scuola elementare di Vivaro tra gli anni venti e cinquanta, quali risultano dai diari e dai resoconti di fine anno degli insegnanti; senza contare la ventina di calendari-almanacchi da lei compilati, e pubblicati dall'Associazione culturale di Varia Umanità e Musica ‘Vivarium' in collaborazione con Comune e Pro-Loco, ognuno illustrante un aspetto della civiltà contadina vivarese. Come si vede, una robusta serie di produzioni che rappresentano non solo un prezioso materiale di riflessione per l'antropologo culturale, ma la testimonianza di un tempo-che-fu guardato non tanto col commosso rimpianto, l' inutile geremiade di chi lo ritenga definitivamente perduto, ma con la passione di chi lo vede recuperabile nei suoi valori fondamentali, quali nuovi punti di partenza, pedane di lancio per un salto verso un futuro che almeno freni ed arresti la fatale decadenza a cui la nostra beata terra equa sembra dai nefasti eventi di una malintesa globalizzazione condannata.
Complimenti dunque a Beatrice e alla sua squadra, ai suoi leali avversari, al popolo tutto di Vivaro che, infrangendo secolari tabù, le ha concesso ampia fiducia; ed auguri infiniti perché le difficoltà, inevitabili anche nell'amministrazione di una pur minima comunità, alle quali andrà incontro, non ne fiacchino impegno ed entusiasmo; che anzi la corroborino nella sua volontà indomita e la ricarichino di energie. Come del gigante Anteo, si possa di lei dire che vires resumit in nuda tellure iacens, riprende energia e vigore abbandonata e distesa, anima e corpo, fra le braccia della sua Terra, sua Madre".
_______________________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Ricordi ed altro

Post n°912 pubblicato il 04 Giugno 2016 da giuliosforza

Post 841
Albeggia. Ed io, recluso nella mia cella al Frainile (fuori diluvia, par che sia Novembre non primavera avanzata, anche la Natura piange con me lo sfascio di una Repubblica inutilmente nel suo settantesimo celebrata, rabbrividiscono dalle loro pareti Bach Beethoven Schubert Verdi Wieland Goethe Bruno Nietzsche Courbet Kodaly D'Annunzio...Sforza) m'abbandono, in uno strano stato d'animo misto di malinconia, nostalgia, sereno e ironico disincanto, ai ricordi.

In un giorno uggioso, simile a questo, dell'ottobre 1944, qualche mese dopo la ‘liberazione' di Roma, in groppa a uno dei cavalli di zio Amedeo (lo storico cavallo caprino di nome Pippo che in quella circostanza tentò nuovamente ma inutilmente di strapparmi al destino scaraventandomi in una scarpata di pietre e rovi tra il primo e il secondo ponte di Vallinfreda, in località detta Cupaiu, dopo averci provato, qualche anno prima, con una zampata assestatami in fronte, mal sopportando che gli tirassi per gioco la coda), abbandonai i miei colli per recarmi al collegio, situato nei pressi di Porta Pia, nel quale s'era deciso che io proseguissi gli studi. Ivi s'usava, due volte a settimana, nei pomeriggi del giovedì e della domenica, uscire ‘a passeggio', diretti per lo più in una delle ville romane, la Borghese l' Ada la Glori, frequentate soprattutto da soldati ‘alleati' avvinazzati e da ragazze di vita che offrivano, tra trilli e frullii (quelli dei respighiani Pini di Roma) i loro amori venali coram populo tra le folte siepi, dalle quali si scorgevano emergere giovanottoni sbracati, per lo più di colore nero od olivastro, americani africani indiani, in atto di ricomporsi dopo la foia dell'atto carnale: per l'undicenne collegiale una davvero simpatica ‘educazione sentimentale'', una delicata iniziazione al sesso. Qualche altra volta si percorreva, cantando, tutta la via Nomentana fino ai prati della Bufalotta, della Cesarina, della Marcigliana, ove si picniccheggiava attorno a rozzi tavoli sorretti da bossoli di proiettili di cannoni antiaerei, di cui era stata colà una postazione, da noi stessi incoscientemente con mezzi rustici svuotati, s'immagini con quali rischi, delle polveri. Di quei prati ora ben poco rimane, disordinati quartieri popolari, borghesi e medioborghesi, ne hanno preso il posto; e in uno di questi quartieri il caso ha voluto ch'io venissi a trascorrere la mia vecchiaia, dopo avervi a lungo vissuto amato, procreato, ma anche molto sofferto e sacrato, tra gli anni sessanta e novanta. In uno dei volumi delle mie poesiole (pomposamente sottotitolate Liriche dell'immanenza), quello che s'intitola Aqua Nuntia Aquae Iuliae, trova spazio anche una breve autobiografia, Puerizia infanzia fanciullezza e prima adolescenza di Atem, ove con più dovizia di particolari gli eventi dei miei anni infantili sono narrati. E non è detto che, gli iddii permettendo, non riprenda a narrare gli eventi della mia turbinosa e meravigliosa vita da essi ripartendo, fino ai giorni di questa turpe e stupenda vecchiezza, ad maiorem Dei gloriam e ad perennem ...mei memoriam. Anche non ne venisse una Dichtung und Warheit, il vecchio amor nostro Goethe forse non se ne dispiacerebbe; e non se ne dispiacerebbero nemmeno, forse, fra tanto altro abbondante ciarpame autobiografico, le patrie lettere!

P. S. Dovessi davvero scriverla, la mia autobiografia, la titolerei Dichtung Musik und Wahreit, Poesia Musica e Verità; si tratterebbe così solo di un mezzo plagio, Musik non essendo presente nel titolo goethiano. Oppure potrei dirla Vitam impendere Pulchro, spendere la vita per il Bello, se non avessi già dato questo titolo ad un altro dei miei libercoli semiautobiografico. Preoccupazione superflua: decido di rimandare la mia autobiografia alla prossima vita, nella speranza che sia più meritevole di esser narrata.
_______________________
Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)


 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Benjamin Constant. Orff. Byron. Hoelderlin

Post n°911 pubblicato il 27 Maggio 2016 da giuliosforza

Post 840
Un amico , di due anni di me più giovane, membro di una congregazione religiosa laicale, che non ha perso la fede e da sei anni è "missionario" in Bolivia (raffinitissimo letterato, storico, saggista e critico, fui io ad iniziarlo - ma ben presto mi sopravvanzò - alla letteratura toscana di fine ottocento primo novecento, in primis Papini e Prezzolini, per lui punto di partenza per ben più vaste esplorazioni, italiane europee mondiali: dopo essersi laureato in pedagogia discutendo con Volpicelli relatore e me correlatore una ponderosa tesi su Sartre e in filosofia con Franco Lombardi con un a tesi su Camus, con la stessa acribia e lodevole, soprattutto in un cattolico, apertura mentale propose, svecchiando non poco e non poco provocando e scandalizzando, i più moderni autori agli studenti dei licei nei quali insegnò, a Viterbo, Genova, Roma, lasciando della sua cultura davvero universale -ed ebbe colleghi-competitori del calibro di Walter Mauro - un ricordo indelebile); un amico dunque, col quale son solito celiare di mille argomenti, dai più seri ai più faceti molto apprendendo da lui (come,ad esempio, si faccia a conciliare religione cattolica romana e sostanzialmente ancora pagana religione cattolica india), che si vanta essere state le sue uniche medicine, nei suoi ormai ottantuno, quattro o cinque aspirine (è di ceppo buono, l'amico, sua madre e sua nonna hanno attinto e superato ambedue i cento) e di avere ancor fiato per le scalate (ma in Bolivia, la cui altezza media è di tre quattromila metri, parte avvantaggiato) ho risposto che mi sento più forte di lui, se negli ultimi quindici anni dei miei ottantatre (intorno ai settanta soltanto iniziai a curare i malanni della vecchiezza) baldamente ho resistito e resisto ai numerosi impasticcamenti chimici ai quali giornalmente mi sottopongo: fegato cuore polmoni reni pancreas stomaco prostata stanno tetragoni agli assalti della chimica, non si lasciano avvelenare, gagliardamente salvaguardando le loro funzioni. Ne sia lode agli dei cattolici e a quelli indii.
P. S.
Questo lungo tribolato periodo, zeppo di parentesi e di rimandi, non sarebbe piaciuto alla buon'anima di Eco, poiché contravviene gravemente a più di una delle sue...Regulae ad directionem ingenii...bene scribendi. Con tutto rispetto, Je m'en fiche e procedo diritto per la mia strada.
*
Di Benjamin Constant teorico della politica non mi interessai mai troppo: mi bastava il rousseauiano Contrat. Ma amai l' Adolphe e il Journal intime, in cui si avvertiva e si respirava già un'atmosfera pre-romantica. Il breve romanzo soprattutto, che lessi, il che è tutto dire, subito dopo il Paul et Virginie di Bernardin de Saint-Pierre, mi impressionò per la novità e la profondità dell'indagine psicologica dei personaggi e l'essenzialità del racconto dedicato a una tragica vicenda d'adulterio i cui protagonisti, il giovanissimo Adolphe appunto e la matura madre di due figli, Eléonore, vivono una passione bruciante che presto in lui si esaurisce lasciando nell'animo di Eléonore una insanabile dilacerazione che la condurrà alla morte. Oltre che un romanzo romantico antelitteram, Adolphe sembra anche, ed è un paradosso, un romanzo verista, che anticipa stile e moduli di Zola e Maupassant. L'ho riletto nell'edizione UTET del 1944, collana ‘I grandi scrittori stranieri' nella traduzione e cura di Giulia Gerace; una edizione elegante nella sua carta quasi paglia.
*
Non so come abbia potuto, nella mia veste di direttore di coro amatoriale, trascurare Orff e i suoi Carmina burana. Eppure la loro ‘paganità' (e i ragazzi del mio pagus erano in grado di respirarla tutta), non meno di quella del Trionfo di Afrodite, dei Catulli Carmina, e del Prometheus desmotes, era da sempre la mia paganità', di essa nacqui impastato, essa respirai nel ventre di mia madre. Proverò, in riparazione, a proporre Orff al coro angelico che spero mi sarà dato di dirigere. ¬
*
Ritrovo un piccolo cuscino da divano blu lapislazzuli, il colore della Perugina, con su trapunti un cuore rosso trapassato dalla freccia e la scritta ‘stringimi accarezzami coccolami'. Manca baciami, ma sarebbe stato pleonastico, ché la funzione del cuscino era di contenere, nella piccola sacca posteriore, i Baci.
Mi fu donato o me lo autodonai? Sono più per la seconda ipotesi. In un angolo della sacca ho rinvenuto uno di quei fogliettini rettangolari che una volta erano contenuti nell'involucro di ciascun Bacio e che riportavano in sei lingue una citazione con stretto o lato riferimento al tema dell'amore. In questo è riportato un pensierino che si vorrebbe di Byron, che così suona: " Il Piacere è Peccato, ma il Peccato è Piacere". La coincidenza è che ho ritrovato il biglietto in concomitanza con le riflessioni che andavo facendo su Orff e sulla sua paganità, e il pensiero mi è perciò subito corso sì agli Anni di pellegrinaggio del giovane Aroldo, ma soprattutto al Prometo liberato, la risposta del romantico biondo eroe alcionico al dramma eschileo. Alla lettura pedagogica del Prometeo liberato avevo dedicato uno dei miei primi corsi accademici, associato a quella dell'Iperione di Hölderlin, e ricordo con emozione l'intensità della partecipazione della maggior parte degli studenti, pur già disincantati dopo le sbornie sessantottine.
_______________________
Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Federico Biscione e Alberto Cara all'UNAR di via Aldovrandi

Post n°910 pubblicato il 18 Maggio 2016 da giuliosforza

Post 839

Giovedì prossimo 19 maggio, alle 20.30, all'UNAR di via Ulisse Aldovrandi in Roma , si terra un concerto di musiche contemporanee, tra cui figurano brani degli amici Federico Biscione e Alberto Cara, dei quali intendo riferire a suo tempo. Frattanto mi piace ripubblicare un articolo che l'8 Giugno 1994 scrissi per un giornale tiburtino, hinterland, nel quale riferivo di un concerto beethoveniano diretto dal giovanissimo Federico, di cui tessevo le lodi e sul cui futuro giuravo. Federico ha mantenuto le promesse, è oggi uno dei più noti compositori in Italia e insegna composizione al Conservatorio di Bari. Di Alberto Cara dirò a parte, e mi sarà difficile trovare per il suo straordinario talento parole adeguate.

Zum erstaunen sind wir da.
Lo annotò nei suoi Quaderni di Conversazione il grande Sordo. Ed io non cesso di es¬sere stupito da Federico Biscione, il cui poliedrico talento musicale di pianista, compositore, direttore non persi occasione, pubblica o privata, di celebrare fin dai tempi in cui, ancora studente, da cantore sopportava le intemperanze del direttore di quel Coro Polifonico Tiburtino (ora muto, ma non indegnamente, spero, sopravvivente, nel mio diletto Gruppo Corale «Metanoesi») cui tanta passione dedicai e tanto tempo, faticosamente e testardamente sottratto agli impegni accademici.
Già allora emergevano i tratti della personalità artistica di Federico. Musicista autentico, edel, purosangue (egli è dei pochi che pensino musicalmente), intenso ed antiretorico, aristocraticamente composto, già allora mi si rivelava l'artista capace di intendere, uma-nisticamente e romanticamente, la natura «musica» del reale che solo una Ragione partecipativa, fondamento della Comunione ontologica, per l'Arte in generale e la Musica in particolare è in grado di penetrare (quella musica che sa le vie dell'Assoluto, avrei detto in altri tempi, quando l'ala dell'aquila di Zarathustra non era ancor scesa ad avvivare la santa Terrestrità del mio Fuoco).
Già allora egli (me lo dicevano le sue prime composizioni ed esecuzioni) pellegrinava all'Isi velata con l'animo del novalisiano discepolo di Sais ignaro (ma quanto poi veramente?) di essere in procinto di scoprire nel volto della dea le fattezze dell'amata, o del bruniano Atteone che, lanciati i suoi cani all'inseguimento di Diana, viene infine da questi sbranato, riconosciuto per quel dio che egli fuori di sé va cercando. Federico chiede alla musica ciò che egli già in sé possiede ed è, la musica è la sua autocoscienza, per la musica l'essenza lirica del reale si fa in lui chiara a sé medesima. Che egli poi condivida o no questa mia musicale estetica è di minimo momento: solo per essa egli pure, la sua «musica» natura, può in me puntualmente, attuosamente pensarsi!

Il recente Concerto in S. Lorenzo ed il suo successo hanno felicemente confermato le mie intuizioni. Debuttare con il Ludwig «corrucciato e doglioso che non credeva se non nella Bontà» (così un D'Annunzio confidenziale a Daniele Luise) dell'Ouverture op, 62 e dell'Eroica rappresentava una temibile sfida. Ma Federico l'ha vinta con sovrana disinvoltura e con grande stile, pur no avendo a disposizione il migliore degli organici.
La musica beethoveniana del Coriolano , pensata per il modesto dramma di H. Collin, ha in realtà un respiro scespiriano. L'intimo conflitto dell'animo del leggendario Generale romano, dapprima tempestoso poi profondamente patetico, trova in essa compiti espressione. V'è, secondo Walter Kirchler, «un accanimento, una intensità, una tenebrosità rischiarata soltanto per qualche istante dalla melodie in maggiore; ma c'è anche la forza, altrettanto grande, di dominare l'oscurità». Farsi prendere la mano, in simili circostanze, è fin troppo facile. Costante è il pericolo di forzare o di attenuare i toni, di cadere di volta in volta nell'artificiosità vuoi di un titanismo trionfalìstico, vuoi di un intimismo edulcorato, ambedue estranei alla particolare drammaticità beethoveniana sostanziata classicamente d'epicità. Interpretare Beethoven è sempre rischiare di tradirne la «demonicità», che è in lui sempre, goethianamente sto per dire, controllata.
Federico Biscione ha avvertito il pericolo ed ha dominato la massa sonora plasmandola con perizia e saggiamente distribuendola ove densità o levità lo richiedessero. Il suo dirigere poi a mente, vezzo inutile in chi non sia pregiudizialmente in grado di padroneggiare comunque la materia orchestrale, gli ha consentito un dialogo serrato con gli interlocutori giovani e valenti del Complesso ascolano sen-za pause e senza cadute. Notevolissimo Coriolano davvero, uno dei migliori che mi sia stato dato d'ascoltare.
Quanto all'Eroica, che dire? Destinata ad intitolarsi in un primo tempo Bonaparte essa può veramente ritenersi opera prometeica in grado di celebrare, nella figura del Corso, l'hegeliano «spirito del mondo che cavalca attraverso la Storia». Sentitosi poi Ludwig-Bruto tradito dal cesarismo napoleonico, correggerà la dedica della Sinfonia, la caricherà di sensi nuovi, l'animo rivolto alla glorificazione dell'eroe purissimo che ha in Prometeo il prototipo. Prometeo che invola il fuoco agli dei per illuminare la notte degli uomini, Prometeo che paga il suo ardimento con il supplizio atroce su gli speroni del Caucaso: questi i motivi che la musica beethoveniana attraversa e scava, scandaglia ed illumina, esalta e compiange.
La sua vicenda si celebra tra un epinicio e un epicedio. Quella immane trenodia che è la Marcia funebre sovrasta i restanti movimenti a tal punto che avrebbe potuto introdurli e coronarli. Ma anche se ne sostanzia, se ne lascia penetrare come corpo traslucido, e fa del compianto canto, del lamento peana. Davvero suprema espressione della beethoveniana tensione, l'Eroica fonde divinamente materia e forma, forgia il ferro alle esigenze dello spirito duttile, alle volute, alle trine dell'anima. Impresa davvero da far tremare le vene e i polsi rendere l'anima dell'Eroica!
E Federico ne è stato cosciente, forse troppo cosciente. E per tema di prevaricare ha temuto di osare. Qualche slancio in più, qualche spericolata arditezza, qualche ulteriore approfondimento avrei gradito. Ma infine ho condiviso la scelta prudente. Sarebbe stata in grado la pur brava, ma giovane e ridotta orchestra di rispondere adeguatamente? Ne è risultata un'Eroica polita e forbita, formalmente ineccepibile: E soprattutto non tradita. Che è sempre un esito straordinario.
Ricordatevi di questo nome: Federico Biscione. Potreste un giorno rimpiangere di non averlo conosciuto.

 

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Minima Aesthetica et Moralia. Novalis e Keats. Beuys

Post n°909 pubblicato il 10 Maggio 2016 da giuliosforza

Post 838
A-tomista
Per molto tempo fui presocratico, atomista ed omeomerista, e insieme, ante litteram con Anassagora, ‘tomista', poiché mi piacque credere che a un certo punto Nous èlthe kài panta diekòsmese, venne una Mente e ordinò il tutto (che è una ammissione di finalismo trascendentistico). Immaginare che a un certo punto della mia lunga vita avrei riso di tutte le teorie archetipiche mi sarebbe stato impensabile, e che avrei concluso l'arché essere il santissimo Caso (tutt'altro che caos anagrammato), per quem omnia ad arbitrium (col rischio che qualcosa di buono e di giocoso ci esca, evento nei determinismi e nei finalismi, determinismi alla rovescia, non immaginabile) facta sunt .
Scherzi del Caso.
*
Mercoledì 4 Aprile Rai5.
Tre ore di teatro con Gilberto Govi in TV (Colpi di timone - 1958) che riscattano migliaia di ore insulse di un cinquantennio di tv non-dedicate al teatro. Nel '58 ero a Genova e forse vidi lo spettacolo in presenza al Politeama. Ma stamane l'ho rigoduto come una diretta. E dire che come allora ho riso a crepapelle, ma mi sono anche commosso, e ho molto, è superfluo.
*
Del tedesco Joseph Beuys ignoravo persino il nome. Ci ha pensato Ettore Le Donne a farmelo conoscere e ad incuriosirmene. Si tratta di uno di quegli artisti di avanguardia che ho sempre spocchiosamente snobbato, nella convinzione che nell'arte d'avanguardia e più generalmente contemporanea non sai dove finisca l'arte e cominci l'impostura e viceversa.. Ne ‘L'Oracolo', il foglio quotidiano che egli ha fondato e dirige, il pittore iperspazialista pubblica una intervista alla baronessa Lucrezia De Domizio Durini in occasione della "Biennale Arte & Industria 2016, Labin, Istria/Croazia, dalla stessa curata. Nell'intervista la maggiore conoscitrice, estimatrice e divulgatrice della pittura di Beuys e del suo spirito ‘pedagogico e democratico', chiarisce, tra le altre questioni più tecniche poste dall'intervistatore, il legame tra un suo libro, Perché, edito da Mondadori nel 2013, e il fatto di essere stata chiamata a curare la Mostra croata. Alla domanda esplicita di Le Donne a tal proposito, la baronessa tesse un elogio della Croazia che del paese slavo dà una immagine molto diversa da quella da noi percepita, e che sarebbe piaciuta a Tommaseo e D'Annunzio. Riproduco la risposta della Durini perché abbastanza indicativa della situazione culturale in cui un o spirito indipendente è attualmente obbligato a vivere:
hanno perfino tradotto in croato il mio libro Perché.
I croati sono molto sensibili alla cultura, amano profondamente l'arte, sono attenti alle varie contemporaneità artistiche. Si documentano, studiano e quando possono viaggiano.
L'intervista continua con una professione di fede nell' Utopia=Realtà e in quella che la Durini chiama in inglese, ed avrebbe potuto evitarselo, Creative Life. Dice:

"Anche se in questo momento storico uomini di potere, esercitando una democrazia dittatoriale, tentano il genocidio delle nostre utopie, l'uomo non può vivere senza un sogno, un desiderio, una utopia e ancor più gli artisti...i veri artisti. L'arte si ciba dell'Utopia concreta, quella che Beuys, con libertà e coraggio, generosamente ha esercitato con ogni mezzo per l'intera sua vita rivolta al miglioramento dell'uomo e dei sistemi sociali, non inventando nessun metodo, ma tentando con il suo fare il miglioramento dei metodi esistenti....Questo è il senso dei due titoli "Il significato, sia reale che concettuale, del mio libro Perché è un percorso di vita coraggiosa, tenace e libera che gurada sempre lontano e tenta di disegnare le atre vette dell'arte.

Una specie di semina montana...quel progetto che Beuys il giorno del suo 63mo compleanno, il 12 Maggio del 1984, disegnò su un foglio bianco nel mio Palazzo di Bolognano e che per la sua prematura scomparsa non portò a termine. Io, attraverso ogni mezzo, tento di tenere accesa la fiaccola che Beuys mi ha lasciato ...tento... ma non sempre i semi vanno sul terreno fertile... non mi scoraggio e vado sempre avanti come un bulldozer...

In Croazia ho sempre trovato un humus fertile di persone sensibili, disponibili a percepire e seguire il messaggio beuysiano. Già dai tempi lontani mi è stato possibile promuovere conferenze e mostre a Zagabria, Spalato, Dubrovnik del Maestro tedesco........

Una riflessione.

Io sono un sostenitore dell'arte per l'arte, ed espressioni come ‘fare dell'arte un servizio per una Società migliore' mi suonano ostiche. L'Arte non ha bisogno di proporsi finalità moralizzatrici esplicite, se non vuole svilirsi e negarsi. L'Arte didascalica è un controsenso. L'Arte, se è arte e non impostura, in quanto tale è già morale: Bello Buono Utile Vero nell'unità dello Spirito convertuntur. E se l'arte di Beuys sia vera arte, in quanto tale di per sé morale e moralizzatrice, non ho le competenze per dire. Cercherò. E ringrazio Ettore le Donne e la baronessa Lucrezia De Domizio Durini per lo stimolo che mi hanno dato per continuare a cercare . Come il vegliardo giuntalodiano citato dal Vate in qualche parte, il mio motto è Anchòra apprendo, e la mia curiosità morirà ora dopo la mia morte.
*
Amo l'azzurro, come amo il rosa, e più sono tenui più li amo. Sarà perché sono per antonomasia i colori angelici e verginali? Sarà perché Heinrich von Hardenberg, in arte Novalis, sulla cui tomba a Weissenfels versai giovanili lacrime, fu detto dagli amici romantici ‘fiore azzurro'? O perché Keats, il Novalis inglese, all'azzurro dedicò un bellissimo sonetto, quello "Written in Answer to a Sonnet Ending Thus: ‘Dark Eyes are dearer far Than those that mock the hyacinthine bell' Assai più cari sono gli occhi bruni / di quelli che imitano la campanula di giacinto? (By J. H. Reynolds)

Non so.

Ecco il sonetto ( John Keats Percy B. Schelley, Amore e Fama, edizioni il Labirinto, Roma, quarta edizione febbraio 2016) nella traduzione di Franco Palmary :

Azzurro! Vita del cielo - dominio / di Cinzia - immenso palazzo del sole / padiglione d'Espero con il suo seguito - / seno di nuvole d'oro, grigie, livide / Azzurro! Vita delle acque - Oceano / coi suoi sudditi i fiumi, i laghi infiniti, / pure se inquietiin furia spumeggiando, / alla fonda quiete azzurra torneranno. / Azzurro! Del verde bosco mite cugino, / sposato al verde nei fiori più teneri - / / miosotide, campanula, e quella regina / del riserbo, la violetta, che singolare / potere ha già d'ombra! Ma smisurato / se sei in un occhio, vivo con il suo fato!
______________
Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Dante, Munch, Grande Vecchio (secondo Gautier)

Post n°908 pubblicato il 03 Maggio 2016 da giuliosforza

 

Post 837

    Ancora una volta voglio tessere le lodi del mio ex allievo Luciano Pranzetti, saggista, poeta, pittore, scultore et coetera et coetera.

    Mi ha inviato, fresco di ristampa, il primo (Inferno)  dei tre volumi che egli ha in mente di dedicare alle corrispondenze tra la Commedia, la Bibbia e la Teologia, soprattutto quella tomistica. Il titolo, da lui stesso  classicamente illustrato (la copertina, a colori, sembra l'opera d'un miniaturista del Trecento) è DANTE. LA DIVINA COMMEDIA TRA SACRA SCRITTURA PATRISTICA E SCOLASTICA, ed è stampato a cura del Centro Incontri Culturali di Civitavecchia. Dell'iconografia di copertina così egli illustra il senso:

 

    "E' noto come una copertina, di qual che sia libro, debba in genere rappresentare ed anticipare, iconograficamente, l'argomento trattato. Sicché anche  noi, in tutti i nostri testi, abbiam cercato di indicarvi una certa qual idealità di massima attraverso simboli e figure di elaborata concezione di antica esecuzione. Nella presente opera, il cui tema è l'Inferno dantiano della Divina Commedia. Il disegno si connota per riferimenti pertinenti alla cantica prima quasi a costituirne una guida per immagini. La struttura architettonica, come ben si vede, è volutamente corrispondente alla grandiosità e alla preziosità dell'opera dell'Alighieri, un arco trionfale su cui sono fissati gli elementi di cui tratta il tema. Le due paraste presentano decori di stucco in stile "grottesca" su un fondo d'oro, poggianti su un basamento leggiadro, in cornicioni marmorei e con riquadri in cui sono indicate varie figure. In basso a sinistra, nel piccolo riquadro v'è il Minotauro (canto VII) mentre, corrispondente, alla destra sta Gerione (canto XVII). Verso il centro si osservano, entro un ovale il cane tricefalo Cerbero (canto VI) a sinistra e, a destra, Minosse  giudice. Al centro domina l'idea stessa dell'Inferno, che ritrae la figura del mostro in pietra del bosco sacro di Bomarzo appeso a una catena quale porta d'entrata a Satana stesso. A ridosso interno delle paraste sta un possente nudo michelangioniano a testimoniare la possanza bruta dei Giganti custodi del nono cerchio, l'ultimo e più profondo (canto XXXI). Poiché il presente studio esamina i rimandi biblici, patristici e scolastici abbiam rappresentato, nel coronamento dei pilastrini, i due massimi esponenti della Teologia cattolica: San Tommaso d'Aquino autore della Summa teologica a sinistra, e Sant'Agostino autore de La Città di Dio a destra. La trabeazione, orizzontale, è divisa in tre scomparti e vi son rappresentati Mosè, simbolo del V. T. a sinistra, e i 4 Evangelisti quali autori del N. T. a destra. Al centro campeggia uno scudo in azzurro "oriental zaffiro"  (Purg. I, 13) che contiene il volto del poeta tratto dalla statua (scultore Enrico Pozzi - 1865) posta davanti al tempiuo di Santa Croce in Firenze, con due fasci di lauro a significarne eterna gloria. Dallo scudo si diramano due lemnischi, o nostri, sui cui è riportato l'incipit della prima cantica.

 

    Ai motivi per cui Pranzetti usi dantiano e non dantesco, michelangioliano e non michelangiolesco è dedicata una meticolosa e dotta postilla alla quale son obbligato a rimandare. Si tratta delle stesse puntualità,  meticolosità, dottrina con cui egli è solito trattare  ogni suo argomento.

 

    Gli ho scritto a caldo :

    Mi sto godendo da morirne le tue introduzioni, prefazioni, postille, postfazioni: sei un fenomeno e uno spasso: Bloy e Monsignor Lefèbvre ti fanno un baffo! La tua verve di polemista, sorretta da una sterminata erudizione, è impressionante e io ne godo perché, pur al di fuori da secoli ormai dalle tematiche che tratti, condivido completamente la tua posizione coerentemente intransigente. Il depositum fidei non si tocca, nemmeno dai suoi custodi populisti: a coloro cui non sta bene s'apre dinnanzi un vastissimo vestaglio di scelte: se ne vadano, chi li obbliga a restare?

Proseguirò con calma e diletto la lettura. Ti ringrazio per essermi di così intensa compagnia nelle mie solitudini (che non sono sempre e  sole beate!).

 

*

    Edvard Munch su rai5.

   Buona biografia e buona bibliografia, senza eccessivi approfondimenti. Un Munch...di massa.

 

 

 

 

Nato come D'Annunzio nel 1863, nonostante i suoi non minori e non meno numerosi eccessi, aggravati dal  crollo nervoso, morì a ottanta anni, cinque più del Vate. Che la pittura sfibri meno della poesia?  Non forse ut pictura poesis?

    Quando nel 1986 visitai il suo Museo ad Oslo rimasi sconvolto: circa 30.000! . Nulla dies sine linea, evidentemente, che per nessun altro più che per lui sembra valere. Come non vero musicista è colui che  non pensi e non respiri in suoni, così non è buon pittore chi non pensi e non respiri in colori:  ogni pensiero, ogni respiro una partitura, ogni pensiero, ogni respiro un quadro. VitArte.

    Trovo in rete due belle affermazioni senza documentazione di  fonte che il pittore deve aver scritto dopo la cura Jacobson. La prima ricalca Beethoven, la seconda pare uscita dalla bocca dal più sereno dei monisti panici. Mi sono ambedue particolarmente care, perché sono state e sono alla base della mia estetica e della mia metafisica:   

    « Ogni forma d'arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore. L'arte è il sangue del nostro cuore".

    "Dal mio corpo in putrefazione nasceranno dei fiori e io sarò dentro di loro: questa è l'eternità"

 

 

*

­­­­­­­­    Quelli della mia generazione, che attraversarono due terzi del secolo XIX, portano nel corpo e nell'anima, più o meno visibili e vistose, le cicatrici di tre guerre: di quella d'Africa del '36 e della Seconda Guerra mondiale, direttamente sofferte nei periodi più delicati dell'esistenza, la prima infanzia e la fanciullezza; e di una terza, la prima Guerra Mondiale, vissuta attraverso le memorie e le testimonianze dirette di quanti scamparono alla morte nelle trincee e negli scontri in campo aperto ma feriti, alcoolizzati, abbrutiti, come fantasmi trascinarono la loro restante esistenza fra gli incubi dei ricordi.

    Per lo più all'osteria del mio paese (più che dalle lettere segrete dal fronte di mio padre e di mio zio finito decapitato da uno schrapnell nella battaglia di Bligny, a conclusione dell'ultima, decisiva, campagna delle Ardenne) dove, per dimenticare, contadini boscaioli vaccari pecorai si incontravano la sera  e  si ubriacavano dopo una  stremante giornata di lavoro sui monti, nella selva, a valle, cantando struggenti canzoni di guerra d'emigrazione d'amore e del lavoro, io appresi della terribile realtà di una guerra combattuta tra mille atrocità, di cui non fu la minore la giornaliera vessazione cui i morituri venivano sottoposti: nelle attese tra una attacco e l'altro, immersi  nel sudiciume e nel fango, li si drogava di alcool e di tabacco che, per non essere visti dal nemico, dovevano  'ciccare', vale a dire masticare fino a trarne l'ultima essenza ; e, nel caso dei sigari,  fumarli con la parte accesa in bocca, per lo stesso motivo e perché durassero più a lungo.

   Le tecniche di stordimento da droga dei soldati sono antiche quanto il mondo. Muta solo la loro efferatezza e "raffinatezza". L'entusiasmo con cui, per esempio, nell'attuale guerra  mondiale non dichiarata i moderni kamikaze  si fanno esplodere dipende più da droga ideologica che da droga chimica, di cui non escluderei per altro la presenza. Ma  l 'esito è identico, come identiche furon le cause: sempre  dietro un kamikaze fu ed è un Grande Vecchio, fu ed è un Potere 'taumaturgico' nel senso originario del termine, capace cioè di incutere thauma, paura e sgomento. e plagiare fino al martirio. 

Théophile Gautier nel capitoletto di Hashish  (Passigli - Sole 24 Ore 2016, pp 13-15) così scrive:

   "Un tempo esisteva in Oriente un ordine di temibili settari comandati da uno sceicco che aveva il titolo di Vecchio della Montagna o principe degli Assassini.

    Il vecchio della montagna era ubbidito senza discutere; gli Assassini suoi sudditi correvano a eseguirne gli ordini, quali che fossero, con un totale spirito di sacrificio: nessun pericolo li fermava, nemmeno la certezza assoluta della morte. A un cenno del loro capo si precipitavano dall'alto di una torre, andavano a pugnalare un sovrano nel suo palazzo, in mezzo alle sue guardie.

   Con quali espedienti il Vecchio della Montagna otteneva un'abnegazione così completa?

    Per mezzo di una droga meravigliosa di cui possedeva la ricetta. E che ha la proprietà di provocare allucinazioni strabilianti.

   Chi la prendeva trovava, al risveglio dall'ebbrezza, la vita reale così triste e incolore che la sacrificava con gioia pur di tornare nel paradiso dei suoi sogni; infatti ogni uomo ucciso mentre adempiva gli ordini dello sceicco andava in cielo con pieno diritto, o, se scampava alla morte, era nuovamente ammesso a godere le gioie della misteriosa sostanza.

   Ora, la pasta verde che il dottore ci aveva appena distribuito era per l'appunto la nstessa che il Vecchio della Montagna somministrava un tempo ai suoi fanatici senza che se ne accorgessero, facendo credere di avere a sua disposizione il cielo di Maometto e le urì di tre sfumature - ovvero l'hashish, da cui viene hashishin, "mangiatore di hashish, radice della parola assassino, la cui accezione feroce è perfettamente spiegata dalle abitudini sanguinarie dei sicari del Vecchio della Montagna.

Certamente la gente che mi aveva visto uscire di casa nell'ora in cui i semplici mortali consumano un pasto, non immaginava che sarei  andato nell'isola di Saint- Louis, luogo virtuoso e patriarcale se mai ce ne fu, per mangiare una strana pietanza  che, parecchi secoli fa, era usata come mezzo di eccitamento da uno sceicco impostore  per spingere alcuni esaltati all'assassinio. Nel mio abbigliamento perfettamente borghese non c'era niente che avrebbe potuto rendermi sospetto di un eccesso di orientalismo, avevo anzi l'aspetto di un nipote che vada a cena dalla vecchia zia più che quello di un credente sul punto di assaporare i sapori del cielo di Mohammed in compagnia di dodici arabi quanto mai francesi.

   Prima di tale rivelazione, se vi avessero detto che esisteva a Parigi nel 1845, in quest'epoca di aggiotaggio e di ferrovie, un ordine di hashishin, di cui Hammer non ha scritto la storia, non lo avreste creduto, eppure non c'era niente di più vero - come accade di solito con le cose inverosimili".

______________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)  

 

 

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

D'Annunzio al Mediamuseum. Cimitero acattolico

Post n°907 pubblicato il 24 Aprile 2016 da giuliosforza

Post 836

Tutti sanno chi sono le naiadi: sono, con ninfe driadi amadriadi oreidi e via discorrendo, le più leggiadre tra le energie vive personificate dalle menti imaginifiche dell'uomo ancora felicemente pagano, immerso nel Tutto e traspirante del suo stesso respiro; le forze che penetrano le cose, le vivificano e le agitano dal di dentro come mille aspetti dell'unica Mens che agitat molem totoque se corpore miscet (Virgilio, Eneide, VI). Le naiadi muovono le acque, dalle sorgenti al mare, generano le correnti precipiti e sconvolgono le onde per poi, placatele, con esse giocare e da esse lasciarsi cullare .
Ho assistito in Tivoli a un aristocratico evento, creato dalla famiglia Perini in ricordo del patriarca Oreste, della madre e di una sorella precocemente scomparsa. Un quartetto di arpe, quattro angiole musicanti poco più che fanciulle del Conservatorio aquilano (Beatrice Dionisi, Erika Fossi, Valentina Gulizia, Letizia Martinangeli), ha suonato brani noti di Haendel, Respighi, Bizet, Ortiz se non con perizia e maestria somme (hanno tutta una vita le fanciulle davanti a sé per crescere), certo con grazia commovente onorando in tal modo il nome del loro complesso, Naïades, così da esse denominato forse perché memori del Concerto per flauto e arpa di William Alwyn o di quel Tombeau des Naïades di Débussy che fa parte, con La flûte de Pan e Chevelure, del trittico Trois chansons de Bilitis tratte dalla raccolta poetica che Pierre Louÿs pubblicò nel 1894 spacciandola per una sua traduzione dal greco antico di testi di una fantomatica poetessa chiamata Bilitis. Davvero onde gli arpeggi, naiadi, wagneriane ondine, le fanciulle sensuosamente all'onde abbandonate e nel loro gioco coinvolgenti un pubblico sensibile e attento, fin troppo numeroso per un evento di natura essenzialmente cameristica.
*
Il tram numero 3 di Roma compie uno dei percorsi più belli al mondo. Partitosi da Valle Giulia, nel cuore della Roma verde, raggiunge la Piramide Cestia, Porta San Paolo e il Cimitero acattolico di Testaccio. E il tratto compreso poi fra Porta Maggiore e il capolinea di Piazzale Ostiense ritengo il più bello in assoluto. Abbandonata la grandiosa Porta con la tomba del fornaio e costeggiati Santa Croce in Gerusalemme e San Giovanni in Laterano a sinistra, discende per Via Labicana al Colosseo, lo aggira, costeggia il Colle Celio dominato dalla Basilica dei SS Giovanni e Paolo (ove mi sposai, e non mi portò bene) e l'antichissima basilica gregoriana , saluta a destra il Palatino, il Circo Massimo con la visione a distanza del Cupolone, l' Aventino e, a sinistra, il mussoliniano palazzo destinato al Ministero per l'Africa Italiana, già vigilato dall'obelisco di Axum ora improvvidamente reso all'Etiopia (perché non allora i cento obelischi egizi all'Egitto?) attuale sede della Fao; e per il Viale Aventino raggiunge il capolinea. In due o tre kilometri condensati oltre duemila anni di Storia, e che Storia.
La mia meta è il Cimitero acattolico, anche detto impropriamente degli Inglesi, essendo oggi questi in minoranza. Torno a salutare dopo troppo tempo le Ombre di Keats e Shelley ‘Cor cordium' , di August von Goethe premorto di tre anni al Padre, di Malwida von Meisebug, la nobile e generosa mezzana dell'incontro romano prima, per un lungo anno  sorrentino poi, del Folle di Röcken con Lou Salomé suo grande amore, sua illusione e sua dannazione, e Paul Rée. Ma saluterò anche, per la prima volta, le ceneri di Labriola e di Gramsci, a me non discaro per il suo gentilesimo di sinistra ma non certo sodale per concezione politica (ho in uggia l'intellettuale organico); e di Dario Bellezza e di Arnoldo Foà...acquisti recenti. E' un limpidissimo giorno infrasettimanale di calda primavera, non v'è ressa turistica e trascorro due ore di grande serenità all'ombra dei cipressi del cimitero vecchio e tra i vialetti del nuovo intersecantisi fra cespugli di rose e fiori di ogni tipo, che rendono ameno pacificante e rasserenante questo luogo di morte dedicato alla Amore e alla Fama. Un ignoto francese mi saluta dal suo cippo con un birichino e beffardo ‘au revoir', e io gli rispondo con un malinconico . malinconico e nostalgico, ‘à bientôt!'.
*
Sotto la presidenza del geniale Giordano Bruno Guerri il Vittoriale degli Italiani è diventato un centro fin troppo attivo (ma do atto allo Storico di aver fatto, per tale attivismo, del sito uno dei parchi più belli e suggestivi d'Italia, che via via si arricchisce di contributi e iniziative d'arte di ogni genere che ne fanno una sorta di museo-laboratorio permanente) di diffusione principalmente della la figura del D'Annunzio amante e guerriero , a tal punto da aver l'impressione che il poeta non abiti più lì; e così mi vedo costretto, obtorto collo, a ricorrere al Mediamuseum di Pescara, per suo conto spesso dedito, come l'attuale amministrazione della città a guida Alessandrini, più alla denigrazione che alla celebrazione di quel Vate in cui volle l'Iddio "del creator suo spirito / più vasta orma stampar".
Tra le iniziative del Mediamuseum è da sempre un Centro di Studi d'annunziani che cura, tra l'altro, i lunedì letterari, quest'anno dedicati (in 15 incontri) a temi d'annunziani di vario genere. Oggi l'argomento è " D'annunzio, la Francia e Maupassant", affidato a un relatore di cui non farò il nome. Dire di delusione è forse troppo, ma di quasi delusione no. Nulla assolutamente di nuovo e il vecchio né ripensato né ridetto. Il relatore illustra i risultati di una sua ricerca e, motivo principale della mia presenza, dà notizia di una edizione bernese (Peter Lang editore, euro 90) da lui introdotta per il lettore italiano, del volume-epistolario di Georges Hérelle, il noto traduttore e amico di una vita, Gabriele D'Annunzio ou la théorie et la pratique de la surhumanité. Ma purtroppo dalla sua bocca escono solo ovvietà, e le poche citazioni originali son fatte in un francese talmente barbaro che un patito del dolcissimo idioma della douce France 
qual io mi sono non può non inorridire: nessuna nasale, nessuna muta, nessuna liaison, nessuna attenuazione, la u pronunciata senza dieresi e la eu assimilata alla au, sicché cheveux diventa chevaux, i capelli diventano cavalli. 

Ma il mio soggiorno pescarese non è stato del tutto inutile. A parte l'ennesima visita alla Casa dell'Annunciazione e del Parto e l'incontro con le carissime amiche mie e non della ventura Conti, ho scoperto un B&B davvero incantevole dal nome Jolie, jolie come la signora che lo gestisce. E' prossimissimo all'Aurum. Tornerò.
______________
Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)


 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 
« Precedenti Successivi »