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Sunt lacrimae rerum. "Controcanto" di Sandro Arciello

Post n°940 pubblicato il 19 Aprile 2017 da giuliosforza

Post 869

Pasqua grigia, pasqua triste. Sunt lacrimae rerum. Distillano lacrime i ramoscelli nuovi del noce che lambiscono il vetro della finestrella della mia cella al Frainile,  piangono dimessamente i bocci nuovi delle rose e i tulipani del mio giardino. E sullo sfondo, oltre i verdi novelli, i muri fatiscenti d’ una casa deserta di presenze,  e i ruderi del castello Borghese incombenti su la Piana del Cavaliere, lago di nebbia, stamane, che sale a lambire le pendici stesse della Lacciara. Problematico in questo clima risorgere, eppure m’è d’obbligo tentarlo, docile all’Oportet nasci denuo, conscio che il ri-nascere presuppone il morire. E così  il ‘memento mori’ non mi suonerà più  funereo  e antivitalistico , ma  si trasformerà nel goethiano  Gedenke zu leben, ricordati di vivere. E nuovi risuoneranno i canti.

*

Controcanto

C’è un bel gruppo corale romano, del quale mi è avvenuto di parlare qui spesso, ‘Entropie Armoniche’, da qualche anno  oramai maggiorenne, ma dallo spirito sempre giovanilmente goliardico e  non ingrigito come  i capelli dei suoi componenti.  Son felice di ridirne ora, in occasione dell’uscita di uno spigliato volumetto intitolato Controcanto (Albatros editore, Roma) dovuto alla penna felice  di uno dei suoi membri, da sempre voce ufficiale del gruppo di cui fu, con la maestra Claudia Gili , uno dei padri fondatori. Dico di Sandro Arciello, torinese trapiantato a Roma, tecnologo in una società internazionale. E patito di Euterpe Tersicore e Polimnia (non è raro che un che per mestiere eserciti una professione di per sé in-estetica si trovi poi a suo perfetto agio in Elicona fra le muse  danzanti, corifeo l’Elio solare). E’ in buona compagnia, l’Arciello: potrei porlo, e non è tutta celia, accanto  a un tal Heinrich von Hardemberg, in arte Novalis, per mestiere contabile nella paterna miniera di Heissenfels, e a un tal Franz Kafka, ancor più prosaicamente impiegato  nella filiale di una società assicuratrice, ambedue immolatisi giovani –sacerdoti e vittime insieme- sull’altare dell’arte per l’elevazione di una  per lo più immeritevole e prona (non in adorazione, ma pecorum ritu) umanità.

 

La magia legata alla parola canto, verbo e sostantivo, e ai suoi composti e derivati (incanto, discanto, controcanto, disincanto…) mi catturò  fin dall’ infanzia e non fa dunque meraviglia che io mi getti con curiosità su un libro che dal  titolo potrebbe far pensare a una  “critica”, nel senso di  disanima oggettiva,  del fatto corale, a una  analitica riflessione sulla fenomenologia dello spirito nel suo farsi lirico. Ma non di ciò fortunatamente si tratta, bensì di un vero e proprio, nella sua spassosità profondo e geniale trattatello di filosofia, pedagogia, sociologia e psicologia del Gruppo in generale, ove il fatto che il gruppo qui sia corale, se non è indifferente, non è di certo determinante. Ciò si fa intendere, e se ne chiarisce l’intento, in quarta di copertina, che non perfettamente, secondo me, rende giustizia al libro: “Avete mai avuto l’opportunità di vedere e ascoltare un coro? E’ una esperienza incredibile, perché agli occhi dello spettatore (soprattutto se un po’ inesperto) tutto sembra avvenire in maniera dinamicamente perfetta, e quando i componenti iniziano a cantare… beh, si entra in un’altra dimensione, quasi magica. Ma è sempre così? Cari lettori, dietro ad ogni piccolo momento c’è tantissimo lavoro ‘umano’ e soprattutto un mondo di sentimenti, azioni, pensieri che caratterizzano le belle famiglie quando creano qualcosa di speciale…ma sappiamo anche che la famiglia perfetta non esiste, e quante discussioni a volte! Sandro Arciello, con il suo delizioso libro, ci parla proprio di questo universo con uno stile non impegnativo e a tratti umoristico ma anche con tanta passione e dedizione, portandoci alla scoperta dei segreti del canto corale nella sua veste più profonda. La sottolineatura è qui mia, poiché non condivido l’opinione: lo scopo di Arciello, chiaro ad ogni lettore minimamente attento, non è di trascinarci con sé nei meandri della tecnica corale, né, magari, di propinarci morceaux di una filosofia del fatto corale quale, da Platone a Schopenhauer  a Nietzsche a Gabriel Marcel ad Adorno , si è andata delineando. Il fine di di Arciello è quello di  informare, e di informare divertendo, su  i ‘comportamenti’ del pre durante e dopo-concerto, su le ‘persone e i personaggi’ (coristi e direttori), i ‘rapporti e la vita di gruppo’, i ‘repertori’ nella loro varietà (a cappella, o con accompagnamento d’organo o di piano o d’ orchestra) e gli ‘eventi’. E questo fine Arciello meravigliosamente attinge: non avrebbe potuto essere più esaustiva le disamina di quelle dinamiche che , nei loro risvolti, come già notato, psicologici, sociologici, pedagogici,  attraversano il gruppo coro nel suo costituirsi e proporsi. Né maggiori avrebbero potuto essere lepidezza, chiarezza, trasparenza, proprietà e levità di linguaggio, sicché avverti  non di star leggendo un ennesimo saggio serioso e tedioso  di uno di quei  barbassori che anche in ambito musicale dilagano,  ma di star  vivendo dall’interno, come uno del gruppo, le emozioni gli entusiasmi le passioni le attese le tensioni di ciascuna delle dramatis personae  che quel gruppo compognono.

Ho letto le circa duecento pagine di Controcanto  d’un fiato, regalando a me stesso, alle mie senili inquietudini,  preziosi istanti di serenità. Ne rendo grazie ad Arciello.    

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 
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Dare in brocca. Novalis, Inni alla notte

Post n°939 pubblicato il 12 Aprile 2017 da giuliosforza

                                                                                                                                          Post 868

Dare in brocca, colpire il bersaglio al centro, come suona uno dei motti del Vate. Io vorrei dare in brocca al Destino, come Ludwig avrebbe voluto afferrarlo per la gola. Ma temo non mi sia dato, come a nessuno, nemmeno a Iddio, temo sia dato. E pensare che fui  negatore della Moira e celebratore del santissimo Caso!

*

Rileggo Novalis e Kafka, Heine e von Platen. La mia mente è capricciosa come questa primavera. Vaga di fiore in fiore, prima che vento pioggia e grandine li strappino ai rami e agli steli. Stamane il mio relitto d’auto, vecchio  come me, è tappezzato del  rosa dell’albero sotto cui sempre più a lungo ahimè riposa. Perché non anche io? Fulcite me floribus, coronate me rosis, quia amore langueo. Nostalgia della sposa del Cantico.

*

A proposito di nostalgia.

Gli Inni alla notte di Heinrich von Hardenberg, in arte Novalis (terra vergine  offerta alla seminagione), ‘fanciullo’ consumato dalla Sehnsucht (desiderio, brama, tensione, attesa, attesa di Casa, la casa  dell’assoluto che ha nome Dio, che ha nome Sophie) tornano a rischiarare e rasserenare le mie notti (i miei giorni). Li rigusto nella traduzione, testo originale a fronte, di Roberto Fertonani a cura di Virginia Cisolti (Biblioteca Mondadori 1982-84).

"Ora so quando sarà l'ultimo mattino - quando la luce non fugherà più la notte e l'amore - quando il sonno sarà eterno e Un  unico  inesauribile. Una celeste stanchezza sento in me.- Lungo e spossante fu per me il pellegrinaggio al sacro sepolcro, opprimente la croce. L’onda cristallina che, impercettibile ai sensi comuni, sgorga dall’oscuro grembo del tumulo, ai cui piedi si frange il flutto terrestre, chi l’ha gustata, chi stette in alto sulle montagne a discrimene del mondo, e ha guardato in giù nella nuova terra, nella sede della notte - in verità costui non tornerà più al tramestio del mondo, nella terra dove in perenne inquietudine la luce dimora" (ivi, IV, p.75).

Dopo un alternarsi irregolare di prosa poetica e di versi, gli Inni si concludono con un’ode, tale non posso non  dirla anche se dimesso ne è il  tono, alla Morte (Sehnsucht nach dem Tode, nostalgia, brama di morte) in strofe di sei versi,  ottonari tronchi  e settenari piani, i primi quattro in rima alternata, tronchi e a rima baciata gli ultimi due. Importante la metrica, quasi da ballata, in questa serena Danza della morte, cui la traduzione non  rende sempre giustizia.

Che cosa ritarda il nostro ritorno, / i più cari riposano già da lungo. / Ci sbarra la vita il loro sepolcro, / ci assale l’ansia e il cruccio. / Ogni nostro cercare è senza scopo (pessima traduzione del verso zu suchen haben wir nichts mehr, che significa semplicemente non abbiamo più nulla da cercare) - / il cuore è sazio – il mondo è vuoto. (vv.43-49)

Questa strofa conforta una riflessione che da sempre è la mia. Allorchè più cupo si fa il sentimento della morte come, per chi non creda nella sopravvivenza dell’anima individuale, il dissolversi della individuale coscienza (coscienza del proprio esserci nell’esserci di tutte le cose) nella impersonalità del Nulla-Tutto, il pensiero che tutti coloro che ho amato, che mi hanno generato e nutrito nel corpo e nella mente, quanti hanno alimentato in me l’ebbrezza della santa Terrestrità e quanti l’hanno con me condivisa, i filosofi i poeti i musicisti che ‘sforzarono’ per la mia gioia ‘il mondo a esistere’ e ispirarono il mio Inno alla Vita, lo sconforto si placa; e quando l’angoscia e il timore, pur superati a livello di concetto, tornano a premere a livello di sensibilità (…Ove più il sole / per me alla terra non fecondi questa / bella d’erbe famiglia e d’animali / e quando vaghe di lusinghe innanzi / a me non danzeran l’ore future /….. / né più nel cor mi parlerà lo spirto / della vergini Muse e dell’amore, / unico spirto a mia vita raminga, qual fia ristoro …) l’idea (l’illusione, la speranza?) di ritrovarmi, una volta ridissolto nell’insondabile Assoluto, in una diversa dimensione  con essi in una qualche comunione ontologica, se non basta a rasserenarmi del tutto, certo un poco lo vale. Gelobt sei dunque uns die ewige Nacht, / gelobt der ewge Schlummer. / Wohl hat der Tag uns warm gemacht / und welk der lange Kummer. / Die Lust der Fremde ging uns aus, / zum Vater wollen wir nach Haus. / Lodata sia tu, eterna notte, lodato sia l’eterno sonno. Se il giorno ci ha dato calore, ci ha avvizziti il lungo affanno. Non ci attirano più terre lontane, vogliamo tornare a casa dal Padre. (vv. 6-12)

Buona Pasqua di Morte e … Resurrezione!

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Chàirete Dàimones!

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Statuti traduce Lermontov. Primavera

Post n°938 pubblicato il 31 Marzo 2017 da giuliosforza

Post 867

Stanotte con Bruno Blanqui e Nietzsche ho riscoperto l’ “eternal vicissitudine” e l’ “eterno ritorno dell’identico”; e con Gérard de Nerval ho inseguito il mio doppio.

*

Gli aliti della Primavera mi penetrano le ossa e risvegliano i miei antichi dèmoni dai loro letarghi. I prati della mia anima rifioriscono e canti nuovi intonano le cose che erroneamente dicono inerti e gli esseri che si muovono in  terra in acqua in cielo. E il Dio stesso che quelle cose e quegli esseri è, che dall’interno li muove, par risorgere dal suo sepolcro e al suo soffio creatore di fiori rosa e bianchi esplode il giardino d’Arimatea. Santità delle Cose ad ogni cominciamento. Santità delle Cose a Primavera.

*

Rileggere Rousseau (Contrat social), Tocqueville (La democrazia in America) Simone Weil (Manifesto per la soppressione dei partiti politici) per rendersi conto che ogni partito è tendenzialmente totalitario e totalitaria è la democrazia che su di essi si fonda. Soprattutto la riflessione più che anarchicheggiante della Weil, da taluno ritenuta forse non ingiustamente il più grande filosofo del Novecento,  è a tal riguardo illuminante.

*

Il Demone  di  Lermontov nella interpretazione di Paolo Statuti.

Conobbi Statuti in rete e ne nacque una amicizia intellettuale non indifferente. Discepolo di Angelo Maria Ripellino col quale si laureò in slavistica dopo una prima laurea in Scienze politiche,  cessato  un impiego in Alitalia si trasferì definitivamente in Polonia ove esercitò l’insegnamento in un Liceo ma soprattutto poetò musicò tradusse dipinse. Una delle sue ultime letificanti fatiche è stata una nuova resa nel nostro idioma de Il Dèmone di Lermontov,  vera e propria sua reinvenzione- trascrizione , come egli ama dire, in una sorta di sinfonia verbale: “Per tradurre questo poema ho indossato i panni del musicista e del poeta. Infatti, anziché con le note, penso di aver composto una sinfonia con le parole”.

Il 27 u. sc. Il volumetto è stato presentato in un’aula dell’Istituto di Russo a Villa Mirafiori, ove momentaneamente, insieme al corso di laurea in Lettere e Filosofia della Sapienza, è ospitato. Nell’attesa , vagando per i giardini e le aule, avevo avuto modo di lamentare lo scempio che l’uso didattico ha fatto della sfarzosa residenza della “bella Rosina”, amante poi moglie morganatica del Padre della Patria -le cui truculente imprese di talamo illustrai con Carlo Dossi circa due anni fa su queste stesse pagine. Presentavano il volume laconicamente una professoressa, e più diffusamente un non accademico, il poeta Antonio Sagredo (celebratore, tra l’altro, in una lunga ode, di Giulio Cesare Vanini, l’ex carmelitano  arso  dopo aver avuto  mozzata la lingua e subìto lo strangolamento -una delicatezza non usata col Nolano- a Tolosa nel 1619, l’anno di nascita, si dà il caso, del razionalismo moderno col Cogito cartesiano). Da quel poco che ho potuto intendere e godere (la mia ignoranza del russo non mi consentiva valutazioni) la scelta di Statuti è stata quella di rendere i novenari piani e tronchi  a rime baciate o variamente alternate dell’originale lermontoviano con una versificazione più libera e ariosa al fine dichiarato di esaltarne la musicalità. Una scelta secondo me discutibile: ritengo infatti che una poesia  vada tradotta o in prosa, il che consente una più fluida resa delle differenze linguistiche  e delle peculiarità fraseologiche, o con la fedeltà anche alla cifra ritmico-rimica originale.  A parte queste considerazioni, la bella rievocazione statutiana nella nostra lingua della vicenda dell’arcangelo decaduto cui è vietato l’amore ma che non resiste alle grazie di Tamara, la principessa caucasica destinata ad un principe orientale, la bacia alla vigilia delle nozze condannando lei alla morte e alla successiva glorificazione e sé all’eterna depressione, mi ha fatto bene, ha arricchito il ventaglio dei miei ritornanti  interessi romantici facendomi riscoprire quell’aspetto slavo del romanticismo, già osservato  in Puskin, di cui Lermontov è da taluni detto epigono, che va oltre i puri e semplici ossianismi  nelle loro derivazioni e interpretazioni occidentali, apporta ai temi una profondità maggiore, una carica psicologica precorritrice, un aggrovigliamento introspettivo, un sofferto quando non tetro misticismo, una “religiosità” inquieta ai limiti della nevrosi, quella che in Dostoevskij e Tolstoi raggiungerà l’acme.

Sono molto grato a Statuti per questo nuovo dono che s’aggiunge ai numerosissimi che egli nel suo ricco blog “Un’anima e tre ali” (https://musashop.wordpress.com/tag/paolo-statuti) va a larghe mani distribuendo.   

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Chàirete Dàimones!

 

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Romain Rolland, 'Jean-Christophe'. Rolland e D'Annunzio

Post n°937 pubblicato il 12 Marzo 2017 da giuliosforza

 

Post 866

Jean-Christophe

Poco, stranamente, m’è avvenuto in questo diario di parlare di Romain Rolland, per il suo folle idealismo ottimistico uno dei miei prediletti Autori. Eppure, tra i moderni, a nessun altro credo di aver dedicato continuativamente più tempo che a lui, se si esclude   D’Annunzio, apparentemente così’ diverso:  Romain pacifista internazionalista –il che non gli impedisce di dire Charles Péguy, il neoconvertito fondamentalista interventista e reazionario, suo commilito e di collaborare alla nascita dei combattivi Cahiers de la Quinzaine; interventista il Pescarese, poeta guerriero  e cultore del Superuomo; e due stili di scrittura intenzionalmente diversi se non opposti: elaboratissima, nel suo simbolismo,  la scrittura d’annunziana, se si esclude la giovanile fase realista, programmaticamente ‘prosaica’ quella  rollandiana (“Parle droit! Parle sans fard e sans apprêt! Parle pour être compris! Compris non pas d’un groupe de délicats, mais par les milliers, per les plus simples, par les plus humbles!”  J.-Ch. , introd., p.16). Così diversi nell’apparenza, ma così, nella sostanza, simili: stesso attonimento panico, stesso sentimento dell’Uno,  stesso brivido  dell’Universale come tensione interna del particolare, stesso immanentismo lirico, stesso culto della santa Terrestrità, stessa concezione della Bellezza goethianamente e dostoievskjanamente predicata  salvifica (e  giustamente Rolland, che ha fatto visita al  Vate al Vittoriale,  lo celebra  in occasione dei suoi funerali come ‘Colui che ha risvegliato la Terra alla bellezza’); e soprattutto stessa passione mistico-metafisica per la Musica, la cui presenza e il cui ruolo nella loro opera è talmente fondamentale che senza di essa sarebbe inconcepibile ed incomprensibile. Sono talmente convinto delle affinità dei due sommi  che, come altra volta scrissi di ‘Bruno e Nietzsche fratelli gemelli’  oggi potrei scrivere di ‘Rolland e D’Annunzio fratelli gemelli’, magari …dizigotici!

Dunque.  

Jean-Christophe  da solo occupò tre anni della mia vita ( lo ricavo da una nota scherzosa apposta in calce  a fine lettura: “Romain Romain!  Après trois ans j’achève de  lire ton J. Ch. Qui en eu jamais, comme moi, la patience et la joie? Au revoir, Romain, dans le Dieu-Tout. Rome le 21 Juillet à 18 h07 (1995”). Tre anni per leggerlo, quanti ne impiegò lui per scriverlo, dopo averlo pensato vent’anni

Di tornarvi su mi offre oggi l’occasione, inopinatamente, il solito  Gianfranco Ravasi, ex direttore dell’Ambrosiana oggi porporato, nel suo ‘Breviario’-occhiello del Sole di domenica 5 marzo con una citazione delle più banali che di quell’alato idealista sognatore  possano farsi :”Gli uomini fanno le opere, ma le donne fanno gli uomini’. Immagino voglia essere un omaggio all’8 Marzo. Prosegue Ravasi: “Non ho mai avuto il coraggio di leggere il suo romanzo fluviale Jean-Christophe, disteso in ben dieci volumi tra il 1904 e il 1912, ma la figura dello scrittore francese Romain Rolland, morto nel 1944, mi ha sempre incuriosito. Il suo genio eclettico lo faceva diventare ora scrittore, ora musicologo, ora filosofo, ora critico letterario e artistico, ora politico e gli concedeva anche l’alloro del Nobel nel 1915. Di quel monumentale romanzo, biografia di un immaginario musicista renano-parigino mi è stata segnalata questa bella frase che dovrebbe smitizzare le classificazioni che privilegiano il genio maschile…’

L’edizione del Jean-Christophe in mio possesso è quella tascabile di Albin Michel del 1931 in tre volumetti fittissimi di circa 500 pagine l’uno: edizione integrale, copertine e bordi gialli, immagini di copertina riproducenti, nei primi due volumi, acquarelli di due città da J. Ch. predilette, la sua natale e la Bonn beethoveniana, e, nel terzo, uno scorcio di panorama montano con folta vegetazione cascate e ruscelli, la natura da lui più amata e frequentata. Se dovessi riprodurre tutte le annotazioni e le sottolineature apportate lungo la lettura ai testi nei tre anni che mi tennero compagnia, per lo più nel corso di  viaggi ai luoghi dell’anima di Francia Svizzera e Turingia,  potrei scrivere un quarto volume di commento, magari a una edizione italiana  fino ad oggi, per quanto mi risulta, inesistente; e non è detto che un giorno non lo faccia, tanto è l’affetto che provo per l’eroe rollandiano, di cui mi trovo a condividere per patrimonio innato tensioni morali e gusti letterari, esaltazioni poetiche e musicali (“Vedi che cosa straordinaria è il mestiere del musicista? Creare tali meraviglie, c’è qualcosa di più glorioso? E’ essere Dio in terra!”- I, 84)|, gli stessi dèmoni, quelli di cui, secondo il Francofortese, è difficile liberarsi (Dämonen, ich weiss, wird man schwerzlich los…).  Tra tanti più o meno inutili libri fiume che oggi si pubblicano, possibile non si trovi un editore coraggioso per il capolavoro rollandiano, dedicato “ Alle anime libere di tutte le nazioni, che soffrono, che lottano e che vinceranno”? La contemporaneità di J.-Ch. è impressionante, il recupero  della Bellezza è impellente per un mondo che le Muse hanno disertato (“Che ci stanno a fare i poeti nell’epoca della miseria?”, è il grido rilkiano). “Ho scritto la tragedia di una generazione che sta per scomparire. Ho cercato di non dissimulare nulla dei suoi vizi e delle sue virtù, della sua pesante tristezza, del suo orgoglio caotico, dei suoi sforzi eroici e delle sue prostrazioni. Uomini d’oggi, giovani di oggi, calpestateci e proseguite. Siate più grandi e più felici di noi. Anch’io dico addio alla mia anima sorpassata, la rigetto come un involucro vuoto. La vita è un susseguirsi di morti e di resurrezioni. Moriamo, Christophe, per rinascere” (Adieu a J.-Ch. III 485).   Mi limito qui a riportare in veloce traduzione, per le cui eventuali imperfezioni chiedo in anticipo scusa, due passi dal terzo volume, il primo dei quali dice di una donna e di una madre neopuerpera infelice, che par scritto apposta  per un 8 marzo fuor di  retoriche e di luoghi comuni.

Jacqueline ha appena donato un figlio a Olivier.

“Quand’ella udì il suo primo grido lanciato alla luce, quando vide quel corpicino pietoso e toccante, tutto il suo cuore si sciolse. Ella conobbe, in un attimo di vertigine, la gloriosa gioia della maternità, la più potente che si dia al mondo: aver creato dalla propria sofferenza un essere della propria stessa carne, un uomo. E la grande onda d’amore che percorre l’universo la strinse, l’avvolse dalla testa ai piedi, la sballottò, la sollevò fino ai cieli… O Dio, la donna che crea è il tuo uguale; e tu non conosci una gioia pari alla sua: perché tu non hai sofferto…

Poi l’onda ricadde, e l’anima ritoccò il fondo.

Olivier, tremante d’emozione, si chinava sul bambino e, sorridendo a Jacqueline, cercava si capire qual legame di vita misterioso ci fosse tra essi due e quell’essere miserabile ancora a stento umano. Teneramente, con un po’ di disgusto, sfiorò con le labbra quella piccola testa gialla e rugosa. Jacqueline lo guardava: con gelosia lo respinse, prese il bambino, lo strinse al seno, lo coprì di baci: Il bambino gridò, ella lo ripose e, la testa girata verso il muro, pianse. Olivier corse verso di le, l’abbracciò, bevve le sue lacrime; essa l’abbracciò a sua volta  e si sforzò di sorridere, poi pregò che la si lasciasse riposare col bimbo accanto… Ahimè che fare, quando l’amore è morto? L’uomo, che abbandona all’intelligenza più della metà di se stesso, non perde mai un sentimento forte senza conservarne nel cervello una traccia, una idea: Egli può pure non amare più, ma non puà dimenticare che ha amato. Ma la donna che ha amato, senza ragione, tutta intera e che cessa di amare, senza ragione, tutta intera, che può essa farci? Volere? Illudersi? E quando è troppo debole per volere, troppo vera per farsi delle illusioni?...

Jacqueline, i gomiti sul letto, guardava il bambino con tenera pietà. Chi era? Chiunque fosse, non era suo per intero. Era anche «l’altro», e l’«altro», essa non l’amava più. Povero piccolo! Caro piccino! Essa  provava sentimenti di irritazione verso quell’essere che voleva riallacciarla a un passato morto; e frattanto, chinandosi su di lui, l’abbracciava, l’abbracciava…    

E che direste di quel che segue, da dedicare a tutte le donne nel loro giorno, dato che a cent’anni di distanza nulla della sua paradossale verità sembra cambiato?

“La grande sventura delle donne d’oggi è che sono troppo libere e non abbastanza libere. Più libere, cercherebbero dei legami, nei quali troverebbero fascino e sicurezze. Meno libere, si rassegnerebbero a dei legami che saprebbero non potersi spezzare; e soffrirebbero meno. Ma il peggio è aver dei legami che non vi legano, e dei doveri dai quali ci si può affrancare (III, 148)”.

Tornerò naturalmente su Jean-Christophe. Ma non voglio dimenticare di rilevare subito  un’altra sua caratteristica che me lo rende particolarmente godibile: trabocca di cultura classica, tedesca e italiana. E le citazioni, tutte in lingua, son sempre efficacissime e puntualissime.  Anche esse potrebbero raccogliersi, e ne risulterebbe una bella appendice degli Essais montaigniani  e delle raccolte hoepliane. Oggi m’accontenterò dell’iscrizione scolpita sullo zoccolo delle statue di San Cristoforo, all’ingresso della navata delle chiese del Medio, particolarmente di Notre-Dame, simbolicamente ripresa da Rolland e figurante alla fine di ogni volume dell’edizione originale negli accennati Cahiers de la Quinzaine:

Christofori faciem die quacumque tueris, / Illa nempe die non morte mala morieris. (I, 41 e passim)

Che San Cristoforo ci scampi da mala morte!

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Rétif de la Bretonne. Alphonse Rabbe. D'Annunzio e Padre Pio. Versi blasfemi

Post n°936 pubblicato il 28 Febbraio 2017 da giuliosforza

Post 865

Grazie a Selvaggi lettori scopro, insieme ad altri refusi ( un divertente ‘pece della notte’ per pace della notte,  un meno divertente  ‘arcaizzanti’ per arcaicizzanti) due personaggi fuori dell’ordinario che a uno come me non sarebbero dovuti sfuggire: Rétif, o Restif, de la Bretonne, e Alphonse Rabbe, l’uno feticista del piede femminile (donde retifismo), l’altro, “bello come un Antinoo…alto atletico sbruffone esibizionista”, autore d’un sol testo, e postumo, Album d’un péssimiste,  lodatore del demone della perversità, apologeta del diritto al suicidio,  devastato in volto da una terribile sifilide, poco simpatico  retaggio d’un viaggio in Spagna, per una sbornia di oppio finito suicida nel 1829, a quarantaquattro anni, l’ultima notte dell’anno. Due autori da approfondire. Il feticismo tetifiano del piede femminile mi ricorda quello del mio Gabri della mano femminile, e  tra i due non saprei quale scegliere. Ma è proprio necessario scegliere?

Dall’ Album d'un Pessimiste, che piacque a Baudelaire, e se ne può ben capire il perché, apparso postumo nel 1835, mi piace riprodurre  parte della prosa poetica   La pipe, ove è una critica feroce dei vizi di quell'epoca che potrebbe parola per parola pensarsi scritta stamane per la nostra:

Jeune homme, allume ma pipe ; allume et donne, pour que je chasse un peu l'ennui de vivre ; pour que je me livre à l'oubli de toutes choses, tandis que ce peuple imbécile, avide de grossières émotions, précipite ses pas vers la pompeuse cérémonie du sacré coeur, dans l'opulente et superstitieuse Marseille. Pour moi, je hais la multitude et son stupide empressement : je hais ces tréteaux sacrés ou profanes, ces fêtes, aux prix desquels un peuple malheureux consent si aisément à l'oubli des maux qui l'accablent. Je hais ces marques d'un servile respect, que la foule abusée prodigue à qui la trompe et l’opprime. Je hais ce culte d'erreur qui absout le crime, contriste l'innocence et pousse au meurtre le fanatique, par ses inhumaines doctrines d'exclusion.

Pardonnons aux dupes ! Tous ceux qui vont là, se sont promis du plaisir. Infortunés humains ! nous poursuivons sur toutes les routes ce fantôme attrayant. N'être pas où l'on est, changer de place et d'affections, quitter le supportable pour le pire ; voguer de nouveautés en nouveautés pour obtenir une sensation de plus ; vieillir chargé de désirs non satisfaits, mourir enfin d'avoir vécu, telle est notre destinée.

Que cherché-je moi-même au fond de ton petit fourneau, ô ma pipe ? Je cherche, comme un alchimiste, à transmuer les chagrins du présent en passagères délices. Je pompe ta vapeur à coups pressés, pour porter dans mon cerveau une heureuse confusion, un rapide délire préférable à la froide réflexion. Je cherche le doux oubli de ce qui est, le rêve de ce qui n'est pas, et même de ce qui ne peut pas être.

Tu me fais payer tes consolations faciles : le cerveau s’use et s'alanguit peut‑être, par le retour journalier de ces mouvements désordonnés. La pensée devient paresseuse, et l'imagination se fait vagabonde, par l'habitude d'ébaucher en vacillant d'agréables fictions.

La pipe est la pierre de touche des nerfs : le véritable dynamomètre de la fibre déliée. Jeunes gens qui cachez une organisation délicate et féminine sous des vêtements d'hommes, ne fumez pas, ou redoutez de cruelles convulsions ; et, ce qui serait plus cruel encore, la perte des faveurs de Vénus.

Fumez, au contraire, amants malheureux, esprits ardents et inquiets, obsédés du poids de vos pensées.

*

Un’altra cosa che ignoravo

Da un Veggente a un Veggente.

Non vorrei risultasse irriverente l’accostamento . Ma la curiosa notizia, riportata  nel gruppo Il Vittoriale di FB, me non meraviglia affatto: solo chi  non conosce il tanto da ogni parte e con ogni intento  discusso  “francescanesimo” del Vate, e non ne intende la natura, può meravigliarsene (per quanto mi riguarda io in certi versi blasfemi ma traboccanti d’amore, che possono leggersi qui in calce, scritti sotto i fumi di una ubriacatura nicciana, glielo rimproverai, prendendomela con un Francesco presunto traditore, nell’opera, della sua più vera natura, in quanto allevatore di greggi e dispregiatore, in senso nicciano-d’annunziano, della Vita: “)

 

 

 Leggo:

«Il Vate scrisse da Gardone Riviera il 28 novembre 1924 la seguente lettera a Padre Pio.

“Mio fratello, so da quante favole mondane, o stupide o perfide, sia offuscato l’ardore verace del mio spirito. E perciò m’è testimonianza della tua purità e del tuo acume di Veggente l’aver tu consentito a visitarmi nel mio Eremo, l’aver tu consentito ad un colloquio fraterno con colui che non cessa di cercare coraggiosamente se medesimo. Caterina la Senese mi ha insegnato a “gustare” le anime. Già conosco il pregio della tua anima, Padre Pio. E son certo che Francesco ci sorriderà come quando dall’inconsueto innesto prevedeva il fiore ed il frutto inconsueti. Ave. Pax et bonum. Malum et pax”

Questa lettera è stata rinvenuta nell'archivio del Vittoriale, a Gardone Riviera, dal ricercatore Antonio Motta, autore del libro Scrittori per Padre Pio nel 1999, anno della beatificazione del Frate. Doveva essere consegnata a mano a Padre Pio da un ex legionario pugliese dell’impresa di Fiume, fattosi frate con il nome di “Fra’ Luciano” ma non fu recapitata.

Padre Gerardo de Flumeri, assistente di Padre Pio, disse che la ricevette solo nel 1955, trent’anni dopo, e che non fu portata prima per motivi imprecisati.
Il 28 novembre 1924, sull'onda di letture di giornali popolari, D'Annunzio con questa epistola invitava, con toni affettuosi e confidenziali, il frate di Pietrelcina a fargli visita. E se il religioso avesse ritenuto quell'invito scomodo, a causa delle tanti voci che lo riguardavano, relative a eccessi e scandali, il poeta lo rassicurava: il suo scopo era solo benefico e l'incontro sarebbe avvenuto nella massima riservatezza.

La Chiesa non ha voluto mai pubblicizzare l’incontro tra due soggetti Veggenti ‘sotto indagine’ da parte delle autorità vaticane.

All’epoca, nel 1924, D’Annunzio , le cui opere erano state messe all’indice , venne preso da improvviso misticismo e visitava i conventi nei dintorni di Gardone. Cronicamente malato e oppresso da dolori e soprattutto impreparato al declino il poeta si trova in uno stato depressivo: si sente un «invalido».

In questo momento critico , fu aiutato dal suo amico l’architetto Maroni; cultore di studi esoterici egli diventa riferimento spirituale e fonte letteraria per il suo misticismo e lo supporta nella ripresa intellettuale e spirituale e nell’ ’elaborazione della sua ultima opera: “Il libro segreto”.

Gabriele si avvia verso un percorso mistico e, come volesse dare il buon esempio scelse, quale prima mèta di pellegrinaggio, l’antica abbazia benedettina di Maguzzano (BS) sede dei Frati trappisti algerini. Ricevuto con grande deferenza, donò loro il proprio ritratto e disse di volersi considerare un terziario francescano . A questo proposito Antona Traversi, biografo del vate ,nella sua opera “Vita di Gabriele d’Annunzio” ammette : “Più d’uno credette che il Poeta avesse intenzione d’entrar in un vero e proprio ordine religioso, e si parlò a dirittura di ‘conversione”.

Anche Piero Chiara, autore di una circostanziata “Vita di Gabriele d’Annunzio” ci rivela che il ‘vate’ “ Fu occupato, in quei mesi del 1924 dai lavori di ampliamento e di adattamento del Vittoriale … nel fervore di motivi francescani che lo aveva preso e che lo animava a trasformare il Vittoriale in un convento, mettendo il cordone a tutti: amanti, servi, giardinieri e perfino agli ospiti per il tempo in cui si trattenevano nel suo mistico castello. “Orbene, continua il Chiara, sembra che Padre Pio abbia risposto al Poeta, “consentendo ad un colloquio fraterno”, come chiede nella lettera , probabilmente aspirava a convertire il Vate.

Ma l’incontro non avvenne, a meno d’un miracolo di ‘bilocazione’ che non è noto, non estraneo al francescano di San Giovanni Rotondo. D’altra parte al pescarese interessava mettere in risalto “l’acume di Veggente” del Frate di Pietrelcina, suo ‘fratello’ in spirito, essendo lui ‘vate veggente’ nell’intelletto”.

La lettera, piccolo ma significativo capolavoro, ha come suggello il motto francescano “Pax et Bonum”, seguito subito da quello personale, di chiaro stampo dannunziano: “Malum et Pax”. Così sia».

(Ricerca storiografica a cura di Elisabetta Mancinelli)

*

Ecco ora i miei versi, satanici ma fino a un certo punto:

Frate Francesco non ti canterò. / Te cantarono in coro il Ghibellino / il Maremmano e il Pescarese, ahimé! / Non io te canterò / che la vita sprezzasti, pur il Sole / e la Luna e la Morte celebrando / e gli uccelli ed i lupi / proh pudor fatti agnelli; che di greggi / vasta schiera educasti / (ed a Chiara i capelli / belli tondesti!) prone / mandrie per l’indefesso / Pastore Caifa che di Cristi strage / fa nei secoli e il lieto Iddio bestemmia / che gioca con la luce e di colori / in cielo in terra e in mare disfavilla. / Frate Francesco te sognai bambino / di nudità vestito, confidato / come un profuno agli elementi. Ed ecco / ammorbare la Terra ora te sento / di pestiferi umori: ria ventura / a chi auscultò sopra la nuda terra / il cuore della Terra, a chi il fugace / fu simbolo d’eterno, di mammona / l’epa immane impinguare della lupa / famelica che il Tevere / troppo tardi nel ventre limaccioso / accoglierà. Francesco pellegrino, / come la plebe ignava / non scacci dai tuoi templi? / Il pesante suo fiato i giotti ammorba / del luogo santo a monte / ove il pugno di ceneri che fosti / (tu che vivi nel vento ed Ariel sei) / tetra tomba di vermine nutrisce / e d’ombra stigea inghiotte.  Ed a valle di germi fa corrotta / quant’aria tra sue vaste mura accoglie / la basilica chiara del Vignola. / E sull’ombrato clivo che sirocchia / Chiara allietò di mistici sospiri / del chiostro silenzioso le pie rose / dissecca. /Ed erra la mia mente e l’ombra / di fra Ginepro dentro un verde anfratto / lungi dal guardo barbaro a me viene / e dilatando la pupilla chiara / fasci di luce intorno spande ed apre / al canto le sue labbra  ed ecco tutta / la Terra intorno di sua forza antica / riesplodere, di voci e di presenze / ancor la Selva risuonare e il vario / stormo cui predicasti nella sera / dolce subasia il coro melodioso / alla Vita intonare e delle cose / il Signore osannare nel tripudio / delle cose che Egli è splendidamente. / Frate Francesco abbattere / ora è d’uopo. Distruggi in San Damiano / ogni chiesa, riscopri l’universo / tempio santo del Dio che a te apparì / nelle albe nei tramonti nei gorgogli / dell’acque dentro al fremito / dei venti e di sirocchie / chiare negli occhi di passione accesi. / Frate Francesco, o animula / o titano che sono!

(da  Giulio Sforza, Canti di Pan e ritmi del thiaso. Liriche neoclassiche)

 

 

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Ancora di Bruno. Goethe e Lutero

Post n°935 pubblicato il 19 Febbraio 2017 da giuliosforza

Post 864

Non cesso di essere “vir desideriorum”, continuo  a presumere e ad abusare di me stesso. Bramavo Nola, gli amici di Nola e le loro Giornate Bruniane con ‘ansietato desiderio’, ma un improvviso dispetto dell’infausta vecchiezza me ne tiene lontano. I temi di quest’anno dovrebbero essere particolarmente affascinanti (non è della stessa opinione Guido del Giudice): ‘L’umorismo di Bruno nella lettura di Pirandello’, trattato da Pasquale Sabatino e Marco Palumbo della Fededrico II di Napoli e, nel corso della tradizionale‘Cena delle Ceneri, convivio letterario” di sabato 18,  ‘Bruno nella cultura dell’Europa del ‘500’ con interventi di  dieci brunisti rappresentanti di ogni parte del mondo coordinati da Nuccio Ordine.  Peccato, ma non me la prendo col destino.  Goethe diceva, e forse aveva ragione: siamo noi il nostro proprio diavolo, siamo noi a scacciarci dal Paradiso.

*

Venerdì 17 2017 ore 17, 417esimo del Rogo. Che bella sfida alla superstizione in nome del Mago della Conoscenza! Sono a Campo dei Fiori  a ‘tradire’, costretto, Nola. Ma che piacevole tradimento! A parte (o forse anche per) gli impacci  della presidentessa dell’Associazione italiana del Libero Pensiero [(rispolvero in barba ad Eco anche le parentesi quadre) mai associazione fu più priva di senso: può mai un libero pensiero associarsi senza autocastrarsi, ag-gregarsi, ingreggiarsi, e perciò  autonegarsi? (per questo non mi  proclamerò  un  libero pensatore, sì un pensatore libero, libero come Lui e come Lui da rogo:  Sagt es niemand, nur denWeisen, /Weil die Menge gleich verhönet: /Das Lebendige will ich preisen /Das nach Flammentod sich sehnet, non ditelo a nessuno, solo ai saggi, perché la folla è pronta a canzonare: io voglio lodare il Vivente che aspira alla morte nel rogo –Goethe, West-Östlicher Divan, Selige Sehnsucht, Divano occidentale orientale, Beata nostalgia)] che fra le varie amene perle che infila afferma essere Bruno uomo da Piazza (ha mai letto  qualcosa del Satiretto del Cicala, sa qualcosa dello sfottitore, come il suo fratello gemello Fritz di Röcken, di plebi osannanti?). A parte (o forse per) la …non rappresentanza del Comune di Roma, che ha inviato (provocatoriamente, alla Grillo?) un mutolo, statuario, dal sorriso straniato, inebetito (come si chiedesse: ma che ci sto a fare io qui, che roba è mai questa?) assessore al commercio (sic); a parte le strimpellate passabili della Banda municipale (ho gradito, figlio di garibaldino doc,  l’Inno di Garibaldi, o Inno italiano che è così raro udire, di Mercantini e del quasi anonimo Olivieri –fra le benemerenze di Genova è anche questa, di aver ospitato, una sera del 1858 in una villa delle sue alture, una riunione in cui Garibaldi stesso chiese ai due un inno per le sue truppe ); a parte questo ho rivisto con sommo piacere  l’ancora in gamba e lucidissimo Giuliano Montaldo, per la millesima volta narrante la genesi tribolata del suo famoso film sul Nolano con Volonté, e ho lodato, e ne ho goduto, la partecipazione, in  rappresentanza della Città di Nola, di una numerosa scolaresca, due sezioni di una quarta elementare curatrici di un progetto d’argomento bruniano, accompagnata dalle insegnanti e dall’assessora (e?) alla Cultura (Sindaco assente per lutto).

Paola, venuta appositamente dalla Germania, avrebbe voluto che leggessi la mia Seconda Filastrocca di Zarathustra. Ma ho fatto bene a rifiutare. Male invece ho fatto a rifiutare l’invito di un giovane prof di filosofia che era in attesa dei suoi studenti e che avrebbe voluto dicessi loro qualcosa (s’era fatto tardi, minacciava di piovere, e s’avvicinava l’ora delle mie liturgie serali. Ma non me lo perdonerò mai). 

*

Una cosa sola si impara dalla storia: che nulla si impara dalla storia, perché nulla v’è da essa da imparare. Cinismo hegeliano? Certo che no, solo presa d’atto non esser il passato a dar senso al presente, ma questo a quello. Coincidenza di storia e storiografia.

*

Due tardive scoperte biografiche capaci di  farmi  cambiare prospettiva circa la mia lettura  di Sartre e di Proust. La madre del primo era cugina di Albert Schweitzer, il medico-musicista-filosofo-filantropo che, forse non a torto, fu detto il più grande uomo del Novecento, personificazione, nella concezione e nella pratica di vita, dell’antisartrismo; cugino acquisito del secondo fu Henri Bergson, il filosofo del tempo-durata coscienziale che ha più di una attinenza con la concezione proustiana della memoria.

*Il prof Luciano Pranzetti a commento delle mie osservazioni sul tomo di Esposito Selvaggi lettori ricorda un aforisma attribuito a Callimaco, méga biblìon méga kakòn, grosso libro brutto libro. Forse questo è il caso dei tomi di Esposito e di Albinati.

*

Dei molti anniversari ricorrenti quest’anno due, due cataclismi, non possono esser passati sotto silenzio e meriterebbero ben altro spazio che quello angusto di un blog: dico del quinto centenario della Riforma e del primo della Rivoluzione di Ottobre. Io spenderò una parola solo sul primo, non essendo il secondo né nelle mie competenze né, sinceramente nei miei interessi: ancora troppo accese sono le passioni, nonostante la caduta del Muro, e le situazioni anomale tardocomuniste cinese e cubana  . Di Lutero e delle sue tesi dissi qui già varie volte, soprattutto nel post 760, nel quale, citando un passo della mia Funzione didattica, osservavo:

Si usa normalmente parlare della rivoluzione luterana come uno dei fenomeni più prettamente rinascimentali. E’ una opinione che va brevemente discussa.

Se è indubitabile che essa nasce da una esigenza di libertà e di autenticità e dalla volontà di eliminare qualsiasi intermediario fra la coscienza e Dio, è altrettanto indubbio che finisce per immiserire ed umiliare la figura dell’uomo, quale abbiam visto emergere nel Rinascimento, nella figura dell’uomo peccatore, dell’uomo solo, dell’uomo cha ha nella grazia e nella fede l’unica via di salvezza. In questa maniera il Protestantesimo finisce per stare al Rinascimento come la bruma nordica al sole mediterraneo. Lo vediamo lottare contro la cultura classica come sconsacrata. Lo vediamo erigere nuovi roghi e contrapporre indici a indici. Che se non fosse stato per la grandezza d’animo e la lungimiranza del ‘Magister totius Germaniae’, di Melantone, che seppe moderare e correggere la furia iconoclastica di frate Martino e separare, nei di lui covoni, il grano dal loglio, i frutti della sua intelligenza geniale da quelli delle sue ansie nevrotiche, si sarebbe riproposto come una barbarie culturale peggiore di quella che presumeva combattere. E il ‘maestro’ protestante, per voler essere maestro a tutti di autentico cristianesimo, guida alla lettura diretta dell’unico libro da salvare, la Bibbia, avrebbe finito per essere maestro di nessuno: strumento di un nuovo oscurantismo culturale e remora alla marcia avanzante del libero pensiero.

Ma infinita è l’astuzia della Ragione.

Lutero volle, con la scuola per tutti, consegnare alle masse gli strumenti adatti poer la lettura del ‘Libro’. E consegnava, ahilui, gli strumenti per la lettura e la scrittura di tutti i libri: le chiavi di interpretazione della nuova civiltà; invitava gli uomini in massa a partecipare al banchetto della cultura. E così, senza volerlo, diventava uno dei più grandi benefattori, forse il più grande, del suo popolo, che stimolò a conquiste culturali che ancor oggi attendono di esser dagli altri popoli eguagliate, ed un maestro di libertà per l’umanità intera.” (pp. 92-93)

(Il Blättner, nella sua Storia della Pedagogia, Armando, Roma, 1968, pag. 53) si forza di vedere un legame, quasi una continuità, tra Umanesimo e azione luterana, dicendo che “l’Umanesimo sopravvisse come forma e non come contenuto: le lingue sono il fodero in cui è inguainato il coltello dello spirito”. Sottoscrive quanto affermato di Melantone, che “riforma la scuola nello spirito della fede e nello spirito del tempo  però assicura  la vittoria delle tendenze formali del Cristianesimo. L’affermazione blättneriana è in certo senso, e in parte, condivisibile).

 

 

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Ancora di "Selvaggi lettori"

Post n°934 pubblicato il 02 Febbraio 2017 da giuliosforza

Post 863

Nel Post precedente ho commesso  una cattiveria denunciando con eccessiva severità la sciatteria  di due pagine di  Lettori selvaggi, l’opera giuntiana di Giuseppe Montesano. Non è che ne sia pentito, ma è anche vero che non è possibile e moralmente lecito estendere la condanna di due pagine a duemila prima ancora d’averle lette.  E’ quindi per onestà che trascrivo qui, a mo’ di riparazione, due delle pagine introduttive, che trovo (pur con qualche riserva su stile, chiarezza di concetti e d’espressione)  belle e in grado di correggere la primitiva impressione negativa. Quel che qui è scritto allarga, completa, se non rovescia, anche la prospettiva sull’ingresso nell’alfabeto da me precedentemente  espressa.

«La vita è altrove, diceva Rimbaud, ma se la vita vera è altrove non vuol dire che questo mondo miracoloso va abbandonato! Al contrario: vuol dire amare ancora di più le apparenze e le superfici, l’ordine e la bellezza, il lusso, la calma e la voluttà. Il mondo falso che ci viene inflitto non basta a nessuno, a tutte le vite manca qualcosa di essenziale, e per trovare ciò che manca bisogna saperlo immaginare. Leggere vuol dire evocare apparizioni che ci mostrano tutte le vite che potremmo avere, e tutti i mondi che ci sono dentro il mondo. Non è una operazione facile, perché la solitudine in cui si attua quella sorta di stregoneria evocatoria che è la lettura viene temuta da chi può concedersela, e tolta a chi potrebbe desiderarla. Tutto sembra congiurare contro la magia che moltiplica il nostro io quando siamo l’avventuroso viaggio di Ulisse o quando siamo l’avventuroso pensiero di Platone, la magia che sale come un brivido estatico e voluttuoso quando siamo Beethoven o Coltrane, la magia che ci fa uscire da noi stessi quando l’occhio sprofonda nel mare da cui nasce eternamente la Venere di Botticelli e nella notte in cui si inabissa luminoso il campo di grano con i corvi di Van Gogh. La vita vera è altrove, eppure l’unico altrove che esiste è qui: bisogna trovarlo o si è morti. La lettura deve evadere dall’obbligo dell’attualità che è solo la decrepitudine che la nube mediatica vuole vendere come new: leggere è una delle poche armi rimaste a chi non voglia soccombere all’onnipresente sistema della menzogna che cambia persino il senso delle parole. Nell’immensa prigione a cielo aperto della Russia sovietica Platonov scriveva: “Da noi si decide ogni cosa a maggioranza, ma quasi tutti sono analfabeti, e una volta o l’altra andrà a finire che gli analfabeti stabiliranno di far dimenticare le lettere agli istruiti. Tanto più che far disimparare l’alfabeto è più comodo che insegnarlo daccapo a molti…” Le parole di Platonov sono confinate in uno ieri fisicamente totalitario? O sono attuali nell’oggi di un pensiero totalitario che domani sarà anche fisico? In questo che è ormai un post-mondo il gesto di sottrarsi per qualche ora alla giostra della realtà per vedere la realtà smascherata nelle pagine dei libri, è un gesto ribelle. Nella lettura il lettore si ferma, ferma il mondo  e lo guarda e lo ascolta nel silenzio, senza lasciarsi trascinare in esso a occhi bendati. Le opere di scrittori e musicisti e filosofi, quando raggiungono l’incandescenza sensuale e conoscitiva che hanno nei Maestri, sono una via concreta di fuga dal pensare e sentire da ipnotizzati: svelano come la menzogna delle parole imprigiona le nostre vite, ma mostrano anche come le parole in rivolta possono scioglierci dalla rete di una realtà spacciata come l’unica possibile da ipnotizzatori ipocriti e ipnotizzati consenzienti. Ma chi parla di letteratura e musica e filosofia oggi, in questo momento, in questo mondo, in questo orrore, non può fare a meno di sentirsi rintoccare in testa un’immagine di Céline: “A Bisanzio discutevano sul sesso degli angeli mentre i turchi stavano già spaccando le mura,,,”. Allora bisogna lasciar perdere tutto? No, perché c’è un’altra immagine che viene a visitarci in questo crepuscolo luccicante, quella di Socrate che, condannato a morte, certo della fine, pensa che sia venuto il momento di iniziare a suonare il flauto. Oggi la lettura somiglia molto a quel “suonare il flauto”: nel cono della lampada che chiude nel buio il mondo esteriore per qualche ora, nell’insonnia nevrotica che ci perseguita o in uno dei rari momenti di pace fatta con noi stessi e con tutto, si entra in altre realtà per scoprire chi siamo davvero. Forse il Sileno logico che vagava per Atene cercando una cura per la verità ammalata, voleva restare attento e vigile anche se tutto intorno a lui precipitava nell’insensato e nell’approssimativo: e fare una cosa inutile, o che a tutti sembrava tale, me farla con tutte le facoltà sveglie nonostante il pericolo, era per il vecchio Sileno logico la massima forza di resistenza, l’estremo modo per restare fedele a bellezza e verità» (pp. 7-8)

Non sono in grado ora di verificare l’esattezza delle citazioni di Platone, Platonov e Céline. Vorrei solo per curiosità osservare che le efficaci parole attribuite a Céline ricordano tanto quelle con cui si è soliti riassumere  l’amaro commento di Livio  alla descrizione del lungo assedio e della caduta di Sagunto da lui stesso fatta  nel libro XXI dei suoi Ab Urbe condita libri CXLII: «Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur».

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Lettera a un fanciullo al suo ingresso nell'alfabeto. Ancora di 'Selvaggi lettori'

Post n°933 pubblicato il 26 Gennaio 2017 da giuliosforza

Post 862

Lettera ad un bambino al suo ingresso nell’alfabeto.

Eccoti dunque entrato nel gregge. Fino a qualche mese fa vagavi libero per le valli i prati i boschi della bella Terra e  con tutte le altre creature in essa spiranti ne odoravi i profumi, ne udivi i suoni, ne gustavi i sapori, ne ammiravi i colori, ne percepivi  i moti interiori, con essa, tua grande Madre, in consonanza, ancor non rescisso il funicolo ombelicale che ad essa ti legava. Tutti i tuoi sensi, interni ed esterni, erano tesi come corde d’arpa a vibrare al primo alito della “Mente che il Tutto dall’interno alimenta e, diffusa  per la sua immensa mole, la agita vivificandola in ogni sua parte” (Eneide VI, 19-22). Leggevi, oh se leggevi, intendevi, oh se intendevi, “planando sul mondo,senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute” (Baudelaire, Fleurs du mal, Élévation), leggendo e intendendo nell’alfabeto della Natura-Dio, creatrice di sé e di se stessa ai tuoi sensi risuonante.  Ora sei entrato nel mondo dell’artificio, nell’alfabeto inventato dagli uomini per dire le cose, dar loro un nome che ‘de-finendole’ le mortifica al fine annullandole, se la essenza loro è il legame, anzi l’identità col diveniente Tutto sempre nuovo e sempre diverso e sempre con se stesso permanente identico; con quel Tutto nel quale, come suo porsi negli enti, l’Essere si significa. Ora sei entrato nel mondo della convenzionalità,  del plagio, dell’indottrinamento, di cui l’alfabeto degli umani è il veicolo; ora sei esposto al rischio più grande in cui un nato dall’uomo possa incorrere: quello  dell’ag-gregazione, dell’ingreggiamento, del plagio, dell’indottrinamento. In quel carcere che chiamano scuola ti trasmetteranno , variamente epurato, edulcorato, distorto, inventato, tutto quanto i predecessori hanno od avrebbero pensato, ma faranno poco per stimolarti a pensare con la tua testa. Ti trasmetteranno la storia scritta dai vincitori, selezioneranno per te, discrimineranno per te, falsificheranno per te, faranno di tutto perché, “ alla maniera delle mandrie, tu segua le orme degli antecedenti diretto non là dove tu senti di dover andare, ma là dove dalla massa si va” ( Seneca, De vita beata, I, 3).

Il vecchio Opa è preoccupato per te. Con tutte le sue forze ti scongiura di non offrirti alla massa dei belanti, di rifiutarti agli argomenti di autorità, di tutti i più fragili. E ai vari Prosperi che presumeranno di indottrinarti di gridare come Calibano: “Tu mi hai insegnato a parlare e io ne approfitto per maledirti. Che la peste ti colga”. Quel giorno potrai dire di essere veramente nato all’umanità, nel quale considererai  kantianamente  “la Razionalità che è in te e negli altri sempre come fine e mai come mezzo”.  

Caro Fanciullo inedito

quando, grande, leggerai queste  righe di  Opa ormai  ridiscioltosi nelle cose, capirai quanto di provocatorio le sue parole contengano e quanto di vero; e intenderai l’implicita , suprema lode dell’alfabeto che esse paradossalmente rappresentano.  

Benvenuto dunque a te, Fanciullo inedito, nato a “sforzare il mondo a esistere” , e buon viaggio nella letificante babele degli alfabeti.

*

Battuta di Morgan Freeman nel film The magic of belle isle, un’incantevole vacanza: “Il motivo per cui ho smesso di scrivere? Lo stesso per cui ho smesso di essere religioso: Dio mi ha confidato di essere anche lui ateo”. Esilarante.

*

Così ho deciso di acquistare Lettori selvaggi, di Giuseppe Montesano, 1924 pagine di riletture di letture. 50 euro che Giunti, per l’eleganza dell’ edizione, si merita tutti, ma non certo per le inesattezze  e le sciatterie che rilevo  appena aperto il volume a caso (!) alla voce Bruno. Già nell’indice alfabetico, a pag.1842, trovo  Bruno, Giordano, quasi Giordano fosse il nome, mentre è risaputo che il cognome del Nolano è sì Bruno, ma il nome è Filippo e Giordano il nome …d’arte, quello assunto al momento della vestizione nel noviziato domenicano di San Domenico Maggiore a Napoli. Andando al testo, a pagina 424, trovo riportato, anziché achademico di nulla achademia  (come  si legge in copertina del Candelaio nell’edizione parigina del 1582), hacademico  di nulla hacademia, e subito dopo il verso d’ogni legge nemico e d’ogni fede, preso come motto a prestito dall’Orlando Furioso, storpiato in  d’ogni legge privo e d’ogni fede; subito poi alla pagina appresso  physis diventa fusis. Piccolezze di poco momento, minuzzarie, come direbbe il Nolano?  Nulla affatto. Io non le sopporto e m’ innervosiscono. Se nelle restanti  pagine gli svarioni dovessero avere la stessa frequenza, povero me. Mi toccherebbe cestinare 2000 pagine.

P. S. Mi dite che fine han fatto i bravi correttori di bozze in epoca cibernetica?  

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Minette "apis argumentosa". Lady Macbeth. Maria Callas. Due suites (Salomé, Uccello di Fuoco). Georges Pretre

Post n°932 pubblicato il 10 Gennaio 2017 da giuliosforza

Post 861

  Atmosfera nivale.

Cessata la tramontana, nel piccolo parco delle tartarughe pesa un silenzio surreale. Risospinto al calduccio tra le mura domestiche, trascorro la mattinata, in un accesso di masochismo, con le note tragiche e ironiche della Lady Macbeth di Sostakovic,  e il pomeriggio con le parole disperate  del dramma shakespeariano, tra le infamie di una lady ambiziosa e sanguinaria, l’ombra vendicatrice di Banquo e una foresta che avanza. Davvero una bella conclusione del periodo natalizio, della quiete alcyonia, di Mitra,  del Sole invitto. Cupa tristezza, nefasti presentimenti. Fosse davvero, la vita,  “una favola… raccontata da un idiota, e che non significa nulla”?

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Quarant’anni dalla scomparsa  di Maria Callas

Stanotte ho improvvisamente capito perché Marias Callas mi incantasse  e mi emozionasse così tanto, e continui a incantarmi  ed emozionarmi:  fu certo a causa della  sua intelligenza e della sua classica maschera tragica, ma soprattutto della fluidità della compattezza della trasparenza, e naturalmente della dolcezza,  della sua voce, fluidità trasparenza compattezza e dolcezza che son quelle di una  colata di miele.

Il paragone  della colata di miele è perfetto: mi viene alla mente ricontemplando l’immagine fatta incidere per me da  Minette  su una medaglia argentea: un’ape dell’Imetto, di quelle che deposero  un favo di miele sul labbro di Platone bambino, assicurandone dolcezza e facondia. Generosa  Minette! Ella (a cosa non può condurre l’amore!), ardiva stabilire, nella dedica che accompagnava il dono, un paragone tra me e il Filosofo platùs, “dalle ampie spalle”!…(O forse Minette, la birbona di questo e d’altro  capace, accennava  a sé medesima, alle proprie labbra di apis…argumentosa, “che fruga per compilar melliflua dolcezza”?).

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La notte mi rifaccio, sempre per bocca della Divina, con Bellini e Donizetti, le due vette del melodismo italiano, l’una dell’estremo nord, l’altra dell’estremo sud. Le due vette dell’italico Elicona.

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Ineguagliabile regalo di Rai5: due suites (Salomé e Uccello di Fuoco) e una Carmen in forma di concerto diretti da uno sorprendente Georges  Prêtre, il cui Fantasma, da poco liberatosi della gabbia corporea, ormai plana negli spazi musicali delle Sfere. Che di più di Oscar Wilde e Richard Strauss insieme, di Igor Strawinski nelle sue pagane fantasie, e di un Bizet all’apice della sua creatività? Non ricordavo un Prêtre tanto partecipe, anima e corpo, tanto ispirato: ogni gesto della sua mano, ogni espressione del suo viso, carichi della sua quasi centenaria ironia, del suo quasi centenario distacco, non potevano essere più adeguati al momento lirico evocato, non potevano maggiormente coinvolgermi e con- muovermi . Che  fossi travolto e abbruciato dal magma sonoro è dir poco. Fui fiamma con Fiamma.

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Forse dovrei farmi un altro regalo, Lettori selvaggi, di Giuseppe Montesano, Giunti editore, Roma 2016, pp. 1950, euro 70,50

  Leggo:

  “Quest'opera-mondo, che racconta la creatività umana, la letteratura, il pensiero, le arti figurative e la musica, dai lirici greci a Bob Dylan, da Catullo a Maria Callas, dal Gilgamesh a Roberto Bolaño - ognuno può trovare il ''da/a'' che preferisce, il più divertente, il più coerente, il più assurdo, il più iperbolico - è forse, prima di tutto, un atto d'amore. Amore verso la vita, prima ancora che verso la lettura, perché non c'è pagina, che parli di poesia T'ang, di sapienti indiani, di Marziale o di Friedrich Nietzsche, in cui non si intraveda nitidamente la vita del ragazzo, del giovane, dell'uomo che su quelle pagine si è entusiasmato, si è interrogato e ha sognato, e che di quelle pagine si è nutrito fino a tramutarle in sua carne e suo sangue...”.

  E il primo capitolo, reperibile in rete:

  “La vita è altrove, diceva Rimbaud: ma se la vita vera è altrove non vuol dire che questo mondo miracoloso va abbandonato! Al contrario: vuol dire amare ancora di più le apparenze e le superfici, l’ordine e la bellezza, il lusso, la calma e la voluttà. Il mondo falso che ci viene inflitto non basta a nessuno, a tutte le vite manca qualcosa di essenziale, e per trovare ciò che manca bisogna saperlo immaginare. Leggere vuol dire evocare apparizioni che ci mostrano tutte le vite che potremmo avere, e tutti i mondi che ci sono dentro il mondo. Non è un’operazione facile, perché la solitudine in cui si attua quella sorta di stregoneria evocatoria che è la lettura viene temuta da chi può concedersela, e tolta a chi potrebbe desiderarla. 

  Tutto sembra congiurare contro la magia che moltiplica il nostro io quando siamo l’avventuroso viaggio di Ulisse o quando siamo l’avventuroso pensiero di Platone, la magia che sale come un brivido estatico e voluttuoso quando siamo Beethoven o Coltrane, la magia che ci fa uscire da noi stessi quando l’occhio sprofonda nel mare da cui nasce eternamente la Venere di Botticelli e nella notte in cui si inabissa luminoso il campo di grano con corvi di Van Gogh. La vita vera è altrove, eppure l’unico altrove che esiste è qui: bisogna trovarlo o si è morti. La letteratura deve evadere dall’obbligo dell’attualità che è solo la decrepitudine che la nube mediatica vuole vendere come new: leggere è una delle poche armi rimaste a chi non voglia soccombere all’onnipresente sistema della menzogna che cambia persino il senso delle parole. Nell’immensa prigione a cielo aperto della Russia sovietica Platonov scriveva: ”Da noi si decide ogni cosa a maggioranza, ma quasi tutti sono analfabeti, e una volta o l’altra andrà a finire che gli analfabeti stabiliranno di fare dimenticare le lettere agli istruiti. Tanto più che fare disimparare l’alfabeto a pochi è più comodo che insegnarlo daccapo a molti…”. 

  Le parole di Platonov sono confinate in uno ieri fisicamente totalitario? O sono attuali nell’oggi di un pensiero totalitario che domani sarà anche fisico? In questo che è ormai quasi un post – mondo il gesto di sottrarsi per qualche ora alla giostra della realtà per vedere la realtà smascherata nelle pagine dei libri, è un gesto ribelle. Nella lettura il lettore si ferma, ferma il mondo e lo guarda e lo ascolta nel silenzio, senza lasciarsi trascinare in esso a occhi bendati. Le opere di scrittori e musicisti e filosofi, quando raggiungono l’incandescenza sensuale e conoscitiva che hanno nei Maestri, sono una via concreta di fuga dal pensare e sentire da ipnotizzati: svelano come la menzogna delle parole imprigiona le nostre vite, ma mostrano anche come le parole in rivolta possono scioglierci dalla rete di una realtà spacciata come l’unica possibile da ipnotizzatori ipocriti e ipnotizzati consenzienti.  

  Ma chi parla di letteratura e musica e filosofia oggi, in questo momento, in questo mondo, in questo orrore, non può fare a meno di sentirsi rintoccare in testa un’immagine di Céline:”A Bisanzio discutevano del sesso degli angeli mentre i Turchi stavano già spaccando le mura…”. Allora bisogna lasciar perdere tutto? No, perché c’è un’altra immagine che viene a visitarci in questo crepuscolo luccicante, quella di Socrate che, condannato a morte, certo della fine, pensa che sia venuto il tempo di imparare a suonare il flauto. Oggi la letteratura assomiglia molto a quel “suonare il flauto”: nel cono della lampada che chiude nel buio il mondo esteriore per qualche ora, nell’insonnia nevrotica che ci perseguita o in uno dei rari momenti di pace fatta con noi stessi e con tutto, si entra in altre realtà per scoprire chi siamo davvero. Forse il Sileno logico che vagava per Atene cercando una cura per la verità malata, voleva restare attento e vigile anche se tutto intorno a lui precipitava nell’insensato e nell’approssimativo: e fare una cosa inutile, o che a tutti sembrava tale, e farla con tutte le facoltà sveglie nonostante il pericolo, era per il vecchio Sileno logico la massima forma di resistenza, l’estremo modo per restare fedele a bellezza e verità”.  

Deciso. Mi regalerò Selvaggi lettori.

 

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 
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Il mio Capodanno

Post n°931 pubblicato il 04 Gennaio 2017 da giuliosforza

Post 860

 

Mi si continua a chiedere se credo o non credo.

La mia  ‘religiosità’ è tale da non poter essere costretta dentro nessuna formula. Ma nessuna formula nell’essenzialità dei suoi simbolismi le è aliena.

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Di débauches, donde bisboccia, baldoria, abbuffata, gozzoviglia, non posso certo dirmi inesperto; sì invece di veglioni, per il semplice motivo che odio le convenzioni, gli assembramenti, i luoghi e i tempi stabiliti, le feste comandate. E’ per questo motivo che ho sempre preferito trascorrere la notte di San Silvestro in solitudine, leggendo e scrivendo, e la mattina di capodanno passeggiando per le vie finalmente deserte della città addormentata. I veglionanti stravaccati nei loro letti in-violati (nulla di più innocuo del talamo di Dìoniso briaco, pur se contornato di schiere di discinte menadi) non sanno cosa si perdono, che pace panica, che quiete alcionia, finalmente, nel sonno degli uomini e delle cose!

Stamane ho rivisitato, ben intabarrato a causa del freddo polare che infittisce i silenzi, quella parte del quartiere Trieste  che mi è più familiare, delimitata da Via Nomentana, via di Santa Costanza, Piazza Istria, Corso Trieste, viale Gorizia, quella parte, all’incirca, che rappresenta il teatro degli episodi che sono al centro dell’epopea narrata da Edoardo Albinati  nel suo ultimo pseudo-romanzo (il premiato e chiacchierato La Scuola cattolica,  di cui se una cosa è sicuramente sbagliata questa è la dicitura ‘romanzo’ sotto il titolo di copertina). Parcheggiata la macchina in Piazza Santa Costanza, proprio di fronte all’ingresso del San Leone Magno (massimo degrado  intorno, a cominciare dai cadenti intonaci delle mura perimetrali, dalle scritte dei balordi su di esse, dall’ ingorgo delle auto in sosta, dai mucchi di foglie sui marciapiedi, sicuramente mai rimosse dall’inizio della loro  non più recente caduta, dai sanpietrini abbandonati dall’epoca della loro rimozione; inqualificabile degrado che, se si eccettuano le tre vie principali, riguarda ancor di più tutte le anguste  viuzze che se ne diramano: Via Bolzano, via Parenzo, Via Tolmino, via Gradisca, via Bellinzona,  via San Marino, via Appennini,  via Alberoni, via Pola, alla quale non basta la presenza dell’imponente villa che ospita il prestigioso, dicono, Ateneo della Confindustria, la LUISS, o Libera Università internazionale di Studi Sociali “ Guido Carli”, per esser salvata dallo sconcio) imbocco via Bolzano, giusto il tempo di osservare  l’irriconoscibile ingresso, deturpato da una posticcia appendice metallica, di  quel che fu il nobile Auditorium leonino, salgo per via Parenzo e subito mi imbatto in un nuovo edificio di cemento bianco che vagamente ricorda una moschea senza minareti o un teatro tenda di periferia: la nuova facoltà di ingegneria, mi spiega un’antica signora impellicciata con cagnolino, della LUISS. Ma è via Tolmino che mi interessa, e precisamente il numero 12, dove negli anni Sessanta, e credo fino alla morte, abitò Vasco Pratolini.

Vasco Pratolini (che ogniqualvolta capito a Firenze non manco di salire a salutare al Cimitero delle Porte Sante che circonda San Miniato al Monte – ove, se si eccettua Bargellini, sono ospitati   quasi tutti gli scrittori fiorentini di fine Ottocento metà Novecento-  nel piccolo riquadro ricavato  ai piedi dell’ultimo tratto della ripidissima scalinata, ove i suoi resti fanno compagnia a quelli di Spadolini,  di Mario Cecchi Gori e di Annigoni)  non è certo lo scrittore toscano di cui mi sia più nutrito in gioventù, ma con Renato Fucini, Papini, Prezzolini, Soffici, Bargellini, Lisi, Rosso di San Secondo, Paolieri, Tozzi, Palazzeschi, Pea, Tobino, Giuliotti…  (non ahimé Luzi)  sicuramente egli ha collaborato a formare in me se non un bello stilo che m’ha fatto onore (Inf., I, 87) quel poco almeno di gusto della lingua che mi sono sforzato negli anni di salvaguardare. Alla lettura pubblica di Pratolini dedicai nel 1960 le riunioni del Circolo culturale giovanile “Giovanni Papini” che proprio al San Leone Magno avevo fondato, e a Pratolini mi rivolsi personalmente per invitarlo ad un incontro al quale si scusò di non potere partecipare; ma in una breve lettera, datata Via Tolmino, 12, Roma 11 febbraio 1961, così laconicamente rispose (e sarebbe bene gli storici della letteratura ne prendessero atto) ad una mia precisa domanda:

“Accettando rigorosamente le sue domande, dirò che tra i miei libri, quello che preferisco  è “Il Quartiere”; e quello che ritengo migliore   è Lo scialo”.

“Mi auguro che, voi discutendone, le ragioni vi appaiano chiare.

Cordiali saluti, vs

                                                     Vasco Pratolinini

Le sottolineature sono  dell’autore.

Per quanto mi riguarda, dei due romanzi  preferisco il primo, più fresco e meno ideologico, ambientato nel vecchio popolare quartiere di Santa Croce prima che le ristrutturazioni urbanistiche ne trasformassero, non so quanto deformandolo, completamente il volto.

Proseguendo la mia passeggiata nel deserto dell’altro quartiere pratoliniano, quello romano, ho improvvisamente una strana apparizione: una vecchietta piegata letteralmente in due, vestita completamente di nero (e all’antica, dal fazzoletto triangolare  annodato al mento, al  corpetto e al guarnello) avanza spedita al centro della carreggiata, incurante delle poche auto sopravvenienti, un rosario nero nella mano sinistra, un cagnolino minuscolo nero al guinzaglio nella destra. Hoffman e Poe non arrivarono a tanto nelle loro allucinazioni. Ma questa allucinazione non è. Davvero la vecchia  Befana, in vesti funeree,  mi appare in anticipo in via Pola, di fronte alla LUISS, fabbrica di ben diverse allucinazioni. Proseguendo tra il divertito e il pensoso raggiungo via Nomentana, che inizia  ad animarsi, lentamente avviandomi verso Sant’Agnese e fermandomi ad osservare tutta la serie di splendide ville proprietà di ordini religiosi femminili (tra esse, non so da quanto tempo, anche la storica clinica Anglo-americana) e l’ala del già Liceo classico sanleonino diventato sede legale del Link Kampus, emanazione dell’Università di Malta, presieduto da Vincenzo Scotti, il mio coetaneo  più volte ministro, e retto dall’economista De Maio: una delle tante strane università private sorte come funghi a Roma e in Italia all’epoca della Gelmini. E un’altra strabiliante  visione ho all’altezza della dirimpettaia Via Carlo Fea: due pattuglie-fantasma di CC e di poliziotti  che ancora vegliano, dopo sessanta anni, sulla residenza privata di Giovanni Gronchi,  sui suoi festini e le sue partouzes (notoria la passione smodata del pio Presidente per le donne, giovani e meno giovani, e innumerevoli le signore, alcune delle quali a me note,  chiacchierate come sue amanti).

Abbandonata l’ombra del peraltro simpatico Pisano (ne ricordo il toscano brio all’inaugurazione degli anni scolastici dell’Istituto Manieri-Copernico di via Faleria  alle quali, presidente ormai emerito, fin che visse non mancò di partecipare, da amico personale di Gino Manieri), dopo una  capatina al Mausoleo di Santa Costanza e a Sant’Agnese, che il gregge turistico non è ancora tornato ad invadere, mi riavvio al mio tugurio di Vigne Nuove-Porta di Roma. Le strade sono ancora pressoché deserte, Viale Libia è ancora percorribile, il Ponte delle Valli ancora una pista per bolidi. Proseguirò nel pomeriggio i miei tuffi nei silenzi alla Marcigliana, la  riserva naturalistica che ancora, e sempre più numeroso, alleva l’irco selvaggio e, con esso, bestias et universa pecora.

Chàirete

 

 

  

 

 

 

 
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