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19 Agosto. Levana

Post n°919 pubblicato il 17 Agosto 2016 da giuliosforza

Post 848

Io nacqui un 19 di agosto, anniversario della morte di Augusto e della intuizione del ‘Cogito’ (padre della Ragione oggettivante, infausta per le sorti della Ragione partecipativa) da parte di Renato delle Carte. Era mezzogiorno, il solleone picchiava sulle case del borgo, le cicale frinivano sui platani della Peschiera, le pecore ammusavano negli stazzi,  l'oistros non dava tregua alle giovenche distese all’ombra dei salici delle ‘Vagli’ e una calma panica posava  sulle cose. Raccontano che il mattino seguente, se non lo stesso giorno, il gigantesco mio padre, afferratomi con una sola delle sue vaste mani (così ripentendo, forse inconsciamente, il rito antichissimo del riconoscimento  paterno ufficiale del neonato, al cospetto della invisibile Levana), col braccio levato mi portasse al poco distante Comune e mostrandomi all’impiegato esterrefatto esclamasse : eccolo, è nato, e si chiamerà Giulio Cesare Augusto Francesco, poiché in esso rivivranno le spirito del fondatore dell’Impero  e della sforzesca Signoria milanese. Aveva le idee chiare, mio padre! Avesse solo immaginato di aver messo al mondo un altro innocuo, superfluo, inutile ‘poeta’!

L’episodio è credibile. Mio padre era aduso ad atti del genere e sicuramente sognava, per quello che avrebbe dovuto essere il sesto dei suoi nati (e presumibilmente l’ultimo, ma così  non fu) un futuro di gloria. Immagino mia madre subisse tra le lacrime l’ennesima rodomontata del marito, cui era abituata, e non si placasse che riavutomi tra le braccia per coprirmi di baci (anche di quelli di cui presto per il mio lunghissimo esilio mi avrebbe privato) nel vasto e prezioso letto della mia concezione e della mia nascita, sotto lo sguardo benedicente di Sant’Anna. Saranno miei commensali, alla mia festa, fra i tanti, di sicuro Augusto, che morendo nella per me fatidica Nola (acta comoedia est, le sue ultime parole) mi diventò famiglio, il buon Delle Carte, Goethe e Luigi Volpicelli mio maestro che a Goethe mi iniziò e come lui concluse il suo ciclo terrestre  a ottantatre anni, quanti io me ne appresto a compiere. Inviterò naturalmente anche Ludwig e, per far dispetto al geloso Francofortese, ne intonerò il Wie herrzlich leuchtet mir die Natur, che ho per gioco adattato alle note del Canto di ringraziamento dei contadini dopo la tempesta della Sesta Sinfonia alle quali così bene s’adatta da sembrare essere stato per esse concepito.

*

Ho sognato me principe, prigioniero di in una casa scura, scavata in una roccia tufacea dai mille cunicoli labirintici, senza finestre ma dalle mille feritoie minuscole come di fortezza, dalle quali osservavo con animo placato, senta lacrime e senza lai, la Liza turgeneviana del Diario di un uomo superfluo(sì, proprio lei) fuggire da me, attraverso boschi e radure, presa da un borghesuccio danaroso (nel racconto del russo avviene il contrario). 
Il curioso è che, placato nel sogno, il mio animo al risveglio è turbato ed irato. Come, si chiede, può accostarsi a un omuncolo chi toccò Zarathustra?
Cose da vanesii, a dir poco.

Questo messaggio, pubblicato su fb, ha suscitato varie reazioni. Cito quella, esagerata, di Alberto Marchetti: “Se intendi superfluo per non omologato tu sei allora il loro, me compreso, comandante. E di Liza ne hai raggiunte così tante nella vita che forse sarebbe giusto iniziare un tuo diario, la tua Recherche, quel viaggio di studi infiniti, di amori infuocati, di lotte ideali, di sguardi febbrili e di bellezze abbracciate, che ti hanno reso il Maestro assoluto che sei. Sei la misura, inarrivabile per me nelle tue sorprendenti qualità, delle divine e infinite potenze di un uomo”.

Troppo buono, Alberto! Non sono superbo e luciferino a tal punto da credere di meritare le tue, un poco anche birbone, parole. Da lodare sei tu per la tua purezza, la tua  sagacia, il tuo ingegno e il tuo impegno civile di combattente indefesso per le cause che ritieni giuste. In quanto alle Lize…quelle reali (ché infinite, sì, furono le agognate, ‘che nella mente e nel cuor mi finsi’), si contano sulle dita di una mano. L’evità è stata da me celebrata in ogni modo, in  versi e in prosa, ma poco nel…talamo (ricordi? “La femme / j’en sors / la mort / dans l’ȃme…). E in quanto alla Recherche…mai se ne avrà da me una sistematica: sono bruniano e nicciano,  non sono amante, forse perché  incapace, di sistemi. Ma chi è davvero interessato alla mia vita in ogni suo aspetto (intellettuale, morale, estetico, politico, affettivo), ne avrà ad abundantiam ricomponendo i frammenti di tutta la mia opera “scientifica” o letteraria, che è tutta, per principio, autobiografica. Soprattutto le ormai migliaia di pagine di questo mio diario virtuale  altro non sono che minutissima e dettagliatissima  autobiografia, lo ho già scritto qualche post fa rispondendo a una richiesta simile. Se una ricerca dovessi, ma è ormai troppo tardi, intraprendere, dovrebbe essere quella dell’abisso del mio cuore, destinato a rimanere insondato, forse perché insondabile. 

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 
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Puzzle di Goethe. Jean Paul. Stefan George

Post n°918 pubblicato il 05 Agosto 2016 da giuliosforza

Post 847

Circa un ritratto goethiano trasformato in puzzle.

Non è l'immagine che preferisco di Goethe, un Goethe ormai "vecchio", compassato, medagliato, olimpico, venerato e osannato in tutto il mondo come una icona vivente. Ma trattandosi di un puzzle creato da allieve del mio corso 2015-2016 sui Wanderjahe, che mi ha permesso di ricomporre forse per la prima volta in vita mia un puzzle, questa immagine finirà per essermi particolarmente cara. In più l'avervi inserito tre strofe di una delle più belle e "ingenue" liriche del Francofortese (che abbiamo cantato sulle note del ‘Canto di ringraziamento dei contadini dopo la tempesta" della Sesta Sinfonia beethoveniana) celebrante la primavera, l'amore, e l'universale risorgente Vita, la rende particolarmente originale, unica e dunque preziosa. Grazie, fanciulle, e...Chàirete!

Ecco le tre strofette:

Wie herrzlich leuchtet / mir di Natur! / Wie glänzt die Sonne, / Wie lacht die Flur!

Es dringen Blühten / Aus jeder Zweig, / Und tausend Stimmen / Aus dem Gesträuch:

Und Freud’ und Wonne / Aus jeder Brust: / O Erd’ o Soinne, / O Glück o Lust!

Come magnificamente risplende per me la Natura, come irraggia il sole, come tutta la vegetazione sorride!  Spuntano fiori da ogni ramo e mille voci si levano da ogni cespuglio. E gioia e tripudio da ogni cuore. O Terra, o Sole, o Felicità, o Voluttà!

Dedico all’alba di questo 5 di Agosto canti voci gioie tripudi felicità e voluttà della Natura alla Vergine Illuminata, splendidior Sole, che il mio popolo oggi festeggia, commosso omaggio d’un panico all’Iside cristiana.

*

I miei Libri per le vacanze.

Oltre al Bandello (Novelle) e a Zola (Rome, troppo bello e troppo cristiano  per non finire nell’Index librorum prohibitorum dell’ Inquisizione romana) mi faranno compagnia l’ancora fresco di stampa Mundus furiosus di Giulio Tremonti (un’analisi lucidissima della crisi del mondo occidentale, soprattutto dell’Europa, il cui declino ricorda nei tratti e nelle caratteristiche quello dell’Impero romano d’Occidente) e Levana e altri scritti di Jean Paul Richter in una vecchia edizione  UTET curata da Clara Bovero e introdotta da Egli Becchi. Questo grande spirito rousseauiano, contemporaneo e pressoché coetaneo di  Goethe  Schiller Herder Heine Novalis,  Fichte Hegel Schelling, il filosofo a lui più spiritualmente affine, Haydn Mozart Beethoven  Schubert... (che avreste dato per nascere nell’epoca e nella patria della più alta epifania dell’Assoluto nel suo autoporsi come supremi Pensiero poetante e Arte pensante?) animerà il mio prossimo corso accademico, se mi sarà richiesto, e me ne sentirò l’animo, di proseguire nell’insegnamento. Spirito tra i più elevati della Germania a cavallo tra il XVIII e XIX secolo, romanziere filosofo pedagogista fra i più liberi,  academico di nulla academia, pecora di nessun gregge, fedele di nessun tempio, adepto di nessuna sètta, inappigionato e inappigionabile, supremamente “religioso” epperciò alieno da gabbie dogmatiche, riproporre Jean Paul a una gioventù cui tocca vivere in  una delle epoche più buie aride e meno feconde (se non di ferina violenza e di bellum omnium contra omnes) della storia, non immotivatamente perciò tentata di disincanto se non di disperazione, può essere utile per tentarne un recupero alla speranza, il cui fiorire in questo deserto di visioni e di valori è più insensato attendersi, direbbe Marcel, che dall’asfalto di un marciapiede fosse solo un fil d’erba.

Altro libro, impegnativo nel suo simbolismo, per il mio vacare, le Poesie  di Stefan George, altro spirito supremamente libero,  tradotte, con testo originale a fronte, da Leone Traverso, il tanto celebrato Traverso che per me possiede l’arte di rendere complicate le cose semplici, oscure quelle chiare, per il suo intestardirsi nel tradure (tradire l’originaria musicalità) in rima e ritmo. Tra le cose che amo di George è  il suo affetto per Eliogabalo, come Nerone Caracalla Caligola  sognatore di un impero “estetico”, e perciò bistrattato dai soliti storici moralisti e acrimoniosi, non necessariamente o solo cristiani.

 

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Chàirete Dàimones!

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Del suicidio. Autobiografia

Post n°917 pubblicato il 30 Luglio 2016 da giuliosforza

Post 846

Sto pensando seriamente al suicidio.

Sì. Sto pensando seriamente al suicidio.  Rifletto molto sul suo senso filosofico, non prendendo in considerazione quello religioso, che non mi appartiene. E Il succo dei miei pensamenti è il seguente: scegliere di nascere non ci è concesso; sì, per chi ne abbia il coraggio e sia abbastanza stoico da farlo, di morire. Il suicidio, per chi non accetti il determinismo cosmico, che prevede pur esso una sorta di trascendenza che elimina in partenza il problema,  per il quale la stessa libertà è una illusione in quanto ogni suo atto è anch’esso predeterminato (inutile cavillo: traverso la mia libertà la  causa determinante si auto determinerebbe, eliminando in radice la questione) è’ l’unico vero atto di libertà consentitoci da una Natura, una cieca Voluntas, per lo più interessata solo, schopenhauerianamente,  alla conservazione della  specie, e completamente indifferente nei riguardi dell’individuo, vittima sacrificale sull’altare della Totalità.  A ben riflettere ogni scelta volontaria e cosciente di rinuncia è una scelta di morte (se scelta è rinuncia a ciò che non si sceglie), un esercizio di suicidio. E c’è chi crede opportuno  rinunciare a tale stillicidio e assommare in un unico gesto di autodistruzione un suicidio…in pillole!

Non tema, il mio affezionato lettore! Sto in parte celiando e non ho, per ora, pur tentazione e motivi cominciando ad esserne numerosi, di togliermi ex abrupto la vita. Ma sto decidendo di cominciare ad abituarmi all’idea rinunciando, in piena avvertenza e deliberato consenso, prima cioè che la baudelairiana ala del rimbambimento io avverta alitarmi intorno  e un esecrabile evento cerebrale decida per me, a quella parte determinante della mia vita consistita nell’operazione il più delle volte di imbonimento e di affabulazione ma più, nei miei intenti almeno, di provocazione e de-gregazione in che consiste la funzione didattica. Insomma : dopo sessantaqattro anni di insegnamento in scuole di ogni ordine e grado, la maggior parte dei quali all’Università, sto seriamente pensando di recedere, pur nel pieno ancora  delle mie forze cerebrali e nella quasi integrità , grazie ad Asclepio e a Ippocrate, di quelle fisiche. Non dunque perché sia   timidus et formidolosus (Qui timidus est et formidolosus recedat, ancora recita il detto antico, inciso nel peperino della porta  d’ingresso del deturpato convento cappuccino della Palanzana, immerso nel verde dei Cimini occidentali, ove un 26 luglio di or sono mill’anni  fui spergiuro) recedo, ma perché l’istinto di morte comincia a farsi avvertire e  la matera inizia a esser sorda a rispondere.

*

A quei pochi curiosi di me, che mi amano e stimano e mi chiedono di scrivere la mia autobiografia (i turbolenti eventi della mia vita si presterebbero a un racconto esilarante; ma qualcosa ho già pubblicato, quale intermezzo ad Aquae nuntiae Aquae iuliae col titolo Infanzia puerizia e prima adolescenza di Atem)  rispondo: che è questo mio blog, giunto già all’ottavo anno e che, stampato, riempirebbe otto volumi di fitte pagine, se non una lunghissima, appassionata e pletorica autobiografia, in cui ogni evento della mia vita, soprattutto intellettuale ma anche affettiva e professionale, è ‘spiattellato” coram universo mundo,  senza pudore alcuno affidato all’etere in edizione virtuale, generosamente e disinteressatamente offerto alla bramosia di terrestri e, perché no, di alieni? Messo t’ho inanzi, omai per te ti ciba, lettore avido e curioso di conoscenza! Mi manca il tempo, ma soprattutto mi manca la voglia, di ‘mettere ordine’ (vale a dire di tradire) a questi disordinati, ma colti nell’atto del loro vivo farsi, sentimenti e pensieri dei quali la trama della mia vita si intessé e continuerà, chissà, anche post mortem a intessersi: ché se Piaga per allentar d’arco non sana, la freccia dei pensieri e dei sentimenti per allentar d’arco, per il venir meno dello slancio vitale, non frena il suo corso, e  procede inarrestabile per la sua via, per la sua vita eterna.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

   

 

 

 

 

 

 

 
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Canicola ...algida

Post n°916 pubblicato il 17 Luglio 2016 da giuliosforza

Post 845

Irruzione improvvisa e assassina dell'inverno nel bel bezzo della canicola. Alla Peschiera soffia una tramontana simile a quella che nei giorni del forzoso riposo di Proserpina fra le braccia di Pluto nel suo talamo ctonio, dopo aver sorvolato i ghiacciai di Gran Sasso Velino Sirente e Maiella ed essersi ben congelata si precipita coi suoi algidi soffi a squassare alberi e persone e cose nella piazza e pei vicoli del mio borgo. Mi rifugio al caldo della mia cella nel romitorio del Frainile. E penso e penso e scrivo e scrivo, e dei lontani urli del vento di settentrione beatamente mi infischio. Caldo è il mio corpo, e ancor più calda è l'anima, arsa dai fantasmi che da mill'anni l'inabitano.
*
Sono un simbolista e non mi piace il realismo, in nessun tipo di arte. Ma leggere in Rome di Zola le pagine descrittive di un tramonto dal Pincio mi crea una tale emozione quale solo le migliori pagine dello specialista Gabriele sono capaci di procurarmi. Non c'è nulla da fare: dove è grande arte non è realismo simbolismo neorealismo surrealismo impressionismo che contino. Mi godo l'arte viva nella sua "totalità attuosa". Lascio ai notomisti della critica le loro vivisezioni.
*
A proposito di realismo
In una di queste notti ho rivisto, in mancanza di meglio, Ladri di biciclette di De Sica, un classico per antonomasia del genere. Non mi sono divertito ma in compenso ho rivissuto alcuni momenti della storia urbanistica di Roma di cui fui testimone. In una delle scene del film, per esempio, apparivano uno dei caratteristici camion a cilindro per la raccolta dell'immondizia gestita dall'impresa Tudini -Talenti, e uno dei caratteristici autobus Sira, sempre di Talenti, che collegavano Monte Sacro col nuovo quartiere di Monte Sacro Alto dal Talenti costruito, e che da lui prese il nome che tutt'ora vanta. Quando io andai ad abitarvi nel 1965 la zona era ancora tutta un cantiere. Fino ad allora non v'erano che isolate cooperative della polizia e delle ferrovie, il resto era ancora tutta campagna adibita a pascolo e ad uliveti. La Tudini -Talenti, poi solo Talenti, era in forte credito col Comune per il servizio di nettezza urbana e il Comune si era sdebitato concedendole migliaia di ettari di terreno fabbricabile compreso tra la Nomentana e la Bufalotta, fino alla Marcigliana, ora riserva naturale, e alla Cesarina. Ne nacque Il nuovo quartiere, con pretese di medio-alta borghesia, detto Talenti o Monte Sarto Alto, che crebbe velocemente attorno all'asse via Ojetti- via Renato Fucini che la tagliano a Croce, e Via Capuana e Via Romagnoli. che con via della Bufalotta lo delimitano ad ovest. Con l'andare del tempio il quartier si allargò e continua ad allargarsi a dismisura, fino a comprendere tutta l'area dell'ex IV Circoscrizione, ora terzo Municipio, che si estende ben oltre il GRA fino a lambire Mentana Monterotondo e più a ovest la salaria e il Tevere.
Nella zona dove ora abito, con le mie figlie piccole in lunghe passeggiate si veniva a raccogliere le olive da metter in salamoia e i fiori campestri da portare alla mamma. Dalla finestra dello studiolo ove in questo momento scrivo guardo i pioppi folti e svettanti, le acacie robuste e contorte e le vaste chiome ad ombrello dei pini, forse gli stessi alla cui ombra si faceva merenda, e che ora formano il piccolo parco delle tartarughe, con immenso amore curato dai volontari della zona. Poco distante era un bosco semi selvaggio, forse là dove ora l'ultimo orto coltivato s'è salvato dal cemento, nei cui anfratti ombrosi, in un piccolo spazio ove filtrava qualche raggio di sole, mentre le bimbe giocavano io leggevo Hölderlin Trakl Rilke. Per il piccolo parco delle Tartarughe ora darei tutto il celebrato nuovo parco delle Sabine, che le ditte costruttrici ancora non consegnano al Comune, e che già sembra avvertire la sorte di decadenza che è, prima o poi, il triste destino di tutti i giardini e parchi pubblici di Roma.
*
Fra tutto il chiacchiericcio umorale, punto politico e culturale, fatto intorno al Mein Kampf hitleriano in occasione della furbesca iniziativa sallustiana di pubblicarlo in allegato al suo 'Giornale', poche cose m'è accaduto di leggere che meritasse considerazione. Le cose più intelligenti m'è ancora una volta toccato di trovarle sul 'Sole 24 Ore' domenicale del 19 giugno, in un articolo di Armando Massarenti dal titolo Hitler secondo l'anarchico Feyerabend. Spero di far cosa utile riportandolo qui.

"Dopo la recente affermazione della destra xenofoba in Austria, a un passo dal vincere le elezioni, ho ripensato a ciò che scriveva Paul K. Feyerabend nella sua splendida autobiografia, intitolata Ammazzando il tempo e uscita per Laterza nel 1994, anno della sua morte, a 70 anni di età. Esordiva fin dalle prime pagine avvertendo degli strani scherzi che può fare la memoria: quelli in forza dei quali magari oggi ci si stupisce del rinascere di certe idee che pensavamo del tutto tramontate.. Aveva deciso di scrivere quel libro nel 1988, durante il cinquantenario dell'unificazione tra Austria e Germania.

"Ricordavo che gli austriaci avevano accolto Hitler (che era austriaco di nascita, per chi l'avesse dimenticato nota mia) con straordinario entusiasmo, ma ora mi ritrovavo ad ascoltare condanne secche e toccanti appelli umanitari. Non che fossero tutti in malafede, eppure suonavano vuoti; lo attribuii alla loro genericità e pensai che un resoconto in prima persona sarebbe stato un modo migliore di fare storia. Ero anche piuttosto curioso. Dopo aver tenuto per quarant'anni lezioni in università inglesi e americane, mie ero quasi dimenticato dei miei anni nel Terzo Reich, dapprima come studente, poi da soldato in Francia, Iugoslavia Russia e Polonia".

Persino lui, Paul K. Feyerabend, dunque, già allora quello spirito libero che poi sarebbe divenuto famoso come l'epistemologo dell'anarchismo metodologico, aveva subito una forma di attrazione per il regime, e aveva anche meditato di entrare nelle SS,

"Perché? Perché un uomo delle SS aveva un aspetto migliore, parlava meglio e camminava meglio di un comune mortale: le mie ragioni erano estetiche, non ideologiche".

Finalmente un democratico, un libertario capace di non cadere nelle trappole dell'ipocrisia! Ho pensato ai tempi leggendo Ammazzando il tempo. E che ci fa capire meglio perché il nazismo potesse attrarre le giovani generazioni. Anche rivedere l'immagine stereotipata di Hitler era per Feyerabend un modo per capire meglio la realtà. Abbiamo visto mille volte spezzoni di documentari che ce lo mostrano come una macchietta in preda all'ira. Si tratta di una precisa scelta della propaganda post bellica. Feyerabend descrive invece così la sua arte oratoria:

"Hitler accennava ai problemi locali e a quanto era stato fatto fino ad allora, faceva battute, alcune abbastanza buone. Gradualmente cambiava il modo di parlare: quando si riferiva a ostacoli i inconvenienti aumentava il volume e la velocità del parlare: Gli accessi violenti che sono le uniche parti dei suoi discorsi conosciute in tutto il mondo, erano preparati con cura, ben interpretati e utilizzati con un umore più calmo una volta finiti; erano il risultato di controllo, non di rabbia, odio o disperazione".

Ancora oggi, se del nazismo cerchiamo di capire le ragioni interne, e magari non ci spaventiamo a rileggere il Mein Kampf, non sapremo mai perché esso ha appassionato così tante persone. E sarà anche più difficile difendere i nostri valori più cari: libertà, pluralismo, democrazia. Benché l'intelligenza critica di Geyerabnd fosse già piuttosto acuta, al punto di commentare la lettura di Mein Kampf (ad alta voce alla famiglia riunita) come un "modo ridicolo di esporre un'opinione, "rozzo, ripetitivo, più un abbaiare che un parlare", egli stesso, pochi giorni dopo, avrebbe concluso un tema scolastico su Goethe legandolo proprio a Hitler. Non solo la memoria collettiva può fare brutti scherzi: anche la nostra attenzione critica è qualcosa di quanto mai fragile. Ma lo è ancora di più se ci rifiutiamo di rileggere senza ipocrisia le pagine più buie della nostra storia".

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Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno
(Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 
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Biscion e Cara. Pan-ina. Goethe e Constant

Post n°915 pubblicato il 05 Luglio 2016 da giuliosforza

Post 844
Importante evento musicale a Roma, all'UNAR di via Ulisse Aldovrandi, nella raccolta sala alla quale s'accede per una terrazza aperta sui pini e sul mare di verde e di colori di Villa Borghese e di Valle Giulia. Ivi per "Percorsi contemporanei" un trio di Clarinetto (Irene Tiberini), violoncello (Francesco Malerba), pianoforte (Annie Corrado) ha eseguito egregiamente musiche di Paolo Coggiola (Quattro interludi sottomarini"), Alessandro Cusatelli (Trio per clarinetto, violoncello e pianoforte), Alberto Cara (Piccole contraddizioni), Federico Biscione (Preludio, Notturno e Finale).
Se è questa la musica contemporanea, che essa sia benedetta, e Frau Musika sempre se ne compiaccia. Tutta l'ho gustata, trovandola né d'avanguardia né di retroguardia, ma felicemente attuale ("attuosa", dirò meglio col Filosofo dell'Atto), viva e presente, in grado di assimilare il meglio del passato e di preavvertire ( ahnen, più icasticamente) le aure dei paesaggi musicali avvenire. In particolare (e non solo per motivi affettivi) ho amato i brani di Federico e di Alberto, il più giovane dei quattro, convertitosi anima e corpo ormai al culto dell'Isi Velata. Nei loro brani freschezza ironia potenza (il diabolico ‘finale' di Federico, oltretutto una sfida per la capacità tecnica degli esecutori, m'è ancora nell'orecchio sano) si risolvono in un godibilissimo intreccio di emozioni ove ‘musica pensante' e ‘pensiero musicante', mi si passi la parafrasi heideggeriana, felicemente s'abbracciano consentendo il disposarsi delle ragioni della mente con quelle del cuore
Complimenti, e grazie, Maestri e amici! E che Euterpe vi sia sempre più intima.
*
Di tanto in tanto, per esercitare il mio intelletto e sentirmi ancora battere in petto un cuore, torno alle rime petrose ("ei dice cose e voi dite parole", così il Berni ai petrarchisti)) di Michelangelo, che amo, e che posseggo di varie edizioni fra le quali una della insel taschenbuch curata, nelle note critiche e nella traduzione tedesca ritmata e rimata -che oltre tutto possiede il pregio, non ci crederete, di rendere chiari molti concetti ostici nel duro italiano del Gigante corrucciato- da Michael Engelhard. Stamane ho riletto alcune delle liriche ove si accenna a Vittoria Colonna, colei che teneva, amore altissimo e purissimo, ambo le chiavi del cuore del Capresano; e tra queste quella breve (tre strofe di tre versi, un endecasillabo e due settenari, più una coda di due) che inizia col famoso verso "Un uomo in una donna, anzi uno dio". Una mia alunna femminista ebbe da ridire su questo verso: non celebrerebbe la donna di per se stessa. Per la verità io non credo si possa meglio inneggiare alla "evità" ( m'inventai questo neologismo per la mia seconda raccolta poetica: trovavo il termine più intenso che femminilità), e celebrare nella donna il compendio della creazione, creatore compreso. Se è vero che a Eva si deve la Conoscenza, ottenuta mediante una trasgressione all'ordine d'un improbabile Iddio (che prima farebbe l'uomo a sua immagine e somiglianza poi gli vieterebbe la sua "scienza", se non l'onniscienza, che è una vera e propria insensatezza), nessuna meglio della Principessa di Ischia e di Pescara (sangue sforzesco per via di nonna materna) ne incarna la figura. Non di una diminutio dunque, si tratta, se mai di una sopravvalutazione dettata da Amore, che nessuna donna meritava più della vedova di Francesco d'Aragona, animatrice a Roma e nel castello ischitano di uno dei più celebrati circoli culturali del Rinascimento.
Un uomo in un donna, anzi uno dio / per la sua bocca parla, / ond'io per ascoltarla / son fatto tal che ma' sarò più mio. / I' credo ben, po' ch'io / a me da lei fu' tolto, / fuor di me stesso aver di me pietate; / sì sopra il van desio / mi sprona il suo bel volto, / ch'i' veggio morte in ogni altra beltade: / O donna che passate / per acqua e foco l'alme ai lieti giorni, / deh, fate c'a me stesso più non torni.
*
Leggo nei Diari di Benjamin Constant che egli era solito rivolgersi a Madame de Staël, all'epoca della loro intensa e contrastata relazione, col vezzeggiativo di Minette. Mi plagiava! Minette io chiamai, ignaro, una mia donna, realissima e immaginaria, con la quale concepii una bimba, realissima e immaginaria, dal nome Pan-ina che ancora, in forma di ciottolino ben levigato, vive la sua immaginaria, quanto reale, vita dentro una minuscola teca d'argento sul mio pianoforte. Oltre vent'anni ha ormai Pan-ina, ma ella preferisce non crescere e non uscire dal suo bozzolo d'argento, dal suo argireo sogno, felice accanto alla sua immaginaria e reale sorella di padre nomata Désirée.
*
Afferma il Francofortese:
"Wer Wissenschaft und Kunst besitzt der hat auch Religion. Wer jede beiden nicht besitzt der habe Religion (Goethe, Zahme Xenien IX) che mi pare di poter correttamente così rendere: "Chi possiede scienza e arte, ha già (in esse) la sua religione. Chi non possiede nessuna delle due abbia una Religione". Si tratta sostanzialmente della stessa interpretazione dei bruniani tedeschi della Giordano Bruno Stiftung che esplicitano meglio, nella logica della distinzione bruniana tra religione del dotto e religione dell'ignorante, il concetto sostituendo il "der hat auch Religion" con "der braucht keine Religion", non ha bisogno di alcuna religione. Nell'illuminista Benjamin Constant trovo una opinione alquanto diversa. In Adolphe, riferendosi ai riti dell'estrema unzione richiesta da Eléonore, egli scrive: "La lasciai e non rientrai che con tutta la sua gente per assistere alle ultime solenni preghiere. In ginocchio in un angolo della sua camera, a volta a volta mi inabissai nei miei pensieri, o guardai con una sorta di curiosità involontaria, tutte quelle persone riunite; il terrore degli uni, la distrazione degli altri e quella strana indifferenza che l'abitudine introduce in tutte le pratiche prescritte e che fa riguardare le cerimonie più solenni ed auguste come delle cose convenzionali e puramente formali: intesi quella gente ripetere macchinalmente le parole funebri come se essi non dovessero mai essere attori di una scena consimile, come se anch'essi non dovessero morire un giorno! Io era ben lungi dal disdegnar quelle pratiche, ve ne è dunque una sola, di cui l'uomo, nell'abisso della sua ignoranza possa proclamare l'inutilità? Esse davano a Eleonora un poco di calma; esse l'aiutavano a varcare quel terribile passo verso il quale noi tutti marciamo senza che nessuno di noi possa presentire ciò che proverà in quell'or! La mia sorpresa non è nel fatto che l'uomo abbia bisogno di una religione: ciò che mi stupisce è che egli possa talvolta credersi così forte, così al riparo dalla sventura da osare di rifiutarne una: mi sembra che egli dovrebbe essere portato dalla sua debolezza a invocarle tutte; nella notte fonda che ci avviluppa vi è forse una luce che noi possiamo respingere? Nel gorgo del torrente che ci trascina vi è una mano a cui possiamo rifiutare di abbrancarci?" (pp. 93-94) .
Molto ci sarebbe da riflettere su questi concetti (concetti poi od emozioni?) di Constant... Sul piano del sentimento non è difficile concordare. Ma su quello della ragione qualcosa stride. L'affermazione pascaliana che "esistono delle ragioni che la ragione non può comprendere", combinata con quella del Piccolo Principe ("non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi"), afferma qualcosa che può facilmente rovesciarsi nel suo contrario: si danno delle ragioni che il cuore non può avvertire, un'essenza che non sfugge agli occhi della mente e che il cuore vela. Oggi non mi sento però di prender parte per l'una o per l'altra opinione. Raccontano che il cardinale Cusching si dimettesse e si recasse missionario in Africa dopo aver confessato un vegliardo sul letto di morte alla maniera tradizionale chiedendogli conto della sua fede nei dogmi contenuti nel Simbono niceno. A un certo punto il vegliardo non rispose più; e al cardinale che lo scuoteva per accertarsi se fosse ancor vivo disse: padre, io sto morendo e lei si diverte con gli indovinelli...
Ecco, oggi i lascerei le Essenze al loro Mistero.
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Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (
Bruno Nolano)

 

 

 
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Trunken muss wir alle sein

Post n°914 pubblicato il 27 Giugno 2016 da giuliosforza

Post 843
Leggo nel Diario di Benjamin Constant una lode di Vincenzo Monti, fra noi per lo più irriso (basti pensare all'acido epigramma foscoliano: Questi è Vincenzo Monti cavaliero / gran traduttor dei traduttor d'Omero). Così invece il Losannese del disinvolto voltagabbana di Alfonsine: "Vado a Coppet, dove Madame de Staël è di ritorno. E vi giunge con me Vincenzo Monti. Egli ha una magnifica figura, dolce e fiera ad un tempo. Le sue declamazioni di versi sono interessantissime. Egli è un vero poeta, focoso, violento, debole, timido e incostante; un Andrea Chénier italiano, sebbene egli valga assai più di Chénier" (Diaro, p.137)
Esagerato. A meno che queste parole non celino del sarcasmo.
Amo Chénier, il martire della Terreur che scrisse: Sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques, che è la summa dell'ars poetica che preferisco, quella che salva dalle imposture dei falsi neoteroi.
*
Così sinteticamente in quarta di copertina di una delle tante traduzioni italiane è presentato il capolavoro lirico goethiano, l'Östwestlicher Divan:
"Composto tra il 1814 e il 1827, Il Divano occidentale orientale è l'unico canzoniere del diciannovesimo secolo che si possa avvicinare, per ricchezza, densità e profondità di orizzonti, ai Fiori del male di Baudelaire. Goethe stesso lo definì come "contemplazione serena della mobile attività terrena, che si ripete sempre in cerchio o a spirale, inclinazione che ondeggia tra due mondi, tutto il reale spiegato e risolto nel simbolo". Con grande eleganza, e con un metodo compositivo allusivo e combinatorio, Goethe costruisce un libro concepito come un avventuroso e sperimentale viaggio poetico nei generi - Massime, Riflessioni, Parabole - e nei temi - Amore, Paradiso, Nulla - che molto deve alla tradizione dei Divani lirici arabi e persiani. Cambiando registro, tono e musicalità di sezione in sezione e di verso in verso, la traduzione di Ludovica Koch e Ida Porena è straordinariamente mutevole e insieme fedele nel rendere in italiano questo indimenticabile capolavoro".
Io ne posseggo l'edizione francese Aubier (1950) nella traduzione, con testo originale a fronte e una ricchissima serie di dotte annotazioni, del prof Henri Lichteberger della Sorbona. E non vi dico il piacere di una lettura che riserva sempre nuove sorprese, tanto, sotto i tuoi occhi, il poetico dialogo fra Atem e Suleika (una vera e propria amorosa tenzone) vive e si trasforma, sempre in nuove e più alte e sottili forme evolvendo, in un testo in cui lirismo misticismo pensiero pensante e poesia poetante si fondono e nel quale ogni metafora rimanda a un'altra sicché un caleidoscopio si genera di metafore di metafore rimandantisi e intrecciantisi senza posa come tu fossi immerso in un processo eterno di invenzione e reinvenzione.
Dall'Östwestlicher Divan sono tratti i versi che leggo in uno dei numerosi cartigli incollati sulla facciata interna della mia porta d'ingresso a ricordarmi, con Goethe Beeth Mann Hesse Lutero Nietzsche D'Annunzio... di dedicare, nulla dies sine linea, ogni giorno un momento di meditazione agli autori di cui più s'è alimentata la mia vita spirituale.

Trunken müssen wir alle seyn!
Jugend ist Trunkenheit ohne Wein;
Trinkt sich das Alter wieder zu Jugend,
So ist es wundervolle Tugend.
Für Sorgen sorgt das liebe Leben
DobbiamUnd Sorgenbrecher sind die Reben.

(Dobbiamo essere tutti sempre ubriachi! / La giovinezza è una ebbrezza senza vino; / il vecchio trincando ridiventa giovane, / è una virtù meravigliosa. / Alle preoccupazioni ci pensa la cara vita / e gli scacciapensieri sono le viti).

Le sbornie cui Goethe accenna son certo metaforiche, ma anche reali. Egli è un bevitore raffinato e incallito, vizio, o virtù, che passerà al figlio Augusto premortogli, di cirrosi epatica, a Roma nel 1830.
Non c'è bisogno di ricordare che l' Il faut être toujours ivres di Baudelaire è la traduzione letterale del primo dei versi sopra riportati.

E a proposito di sbornie, reali e metaforiche.
Sopra l'archetto in mattoni rossi della porta dell'osteria del mia paese era scritto in vernice nera su intonaco bianco: Chi beve poco è un agnello, chi beve giusto è un leone, chi beve troppo è un maiale. Firmato Mussolini.
Tutti i frequentatori dell'Osteria del Grottino, contadini artigiani boscaioli, reduci da tre guerre e da una massacrante giornata lavorativa di venti ore e tutti avvinazzati, non tenevano conto del moralistico richiamo ducesco. Ogni sera una sbornia, fra canti di guerra, del lavoro e d'amore, unico sfogo a una vita di stenti e di bestiali fatiche. Io, piccino, m'univo a quei canti, finché non venivo richiamato a casa dalla mamma infuriata. Su La scuola del Grottino scrissi per un giornale romano un articolo poi incluso in Studi Variazioni Divagazioni, che intendo riproporre in uno dei prossimi post.
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Chàirete Dàimones!
Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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...e Sindaco fu!

Post n°913 pubblicato il 12 Giugno 2016 da giuliosforza

Post 842
Ricevo da un anonimo e volentieri pubblico.
"Ebbene sì. Da vivarese puro sangue, che nessuna culturale contaminazione è riuscito a corrompere, vado superbo di Beatrice, il neo- sindaco di Vivaro, plebiscitariamente chiamata alla guida della piccola comunità. Perché, più che di un voto, si è trattato di una presa d'atto, di un riconoscimento per quanto finora Beatrice per Vivaro ha rappresentato. A Vivaro ella ha dedicato i suoi anni migliori, come pubblica amministratrice, per circa vent'anni, e come animatrice culturale; sempre dimessa umile sorridente, disponibile e onnipresente, ha saputo contemperare i suoi doveri civici con quelli gravosi scolastici e familiari, con una forza che la sua gracilità non avrebbe mai lasciato immaginare. Non solo: da donna di cultura animata da una grande passione per la ricerca, innamorata della terra dei suoi avi, al recupero e alla salvaguardia delle tradizioni e dei costumi di essa ha dedicato, raccogliendo l'eredità del suo amico ed estimatore Don Gioacchino Di Nicola, numerosi volumi, curando la ripubblicazione di vecchi documenti (vedi la storia di Vivaro sotto la dominazione francese dell'Alessandri e la Vita del Cardinal Di Pietro del Presutti), la pubblicazione della voluminosa raccolta di poesie dialettali, curata e tradotta da Gabriele Moglioni e da Giulio Sforza introdotta, Sòle ranena e pennecchie, di Vittorio Peruzzi, e del Vocabulariu ‘ella lengua iuarana antica del prof Giuseppe Peruzzi; o lei stessa scrivendoli, come Vivaro la Terra la Gente, I Vivaresi e il canto popolare (in collaborazione con Francesco Petrucci), Me parea mill'anni, cronaca delle vicende della scuola elementare di Vivaro tra gli anni venti e cinquanta, quali risultano dai diari e dai resoconti di fine anno degli insegnanti; senza contare la ventina di calendari-almanacchi da lei compilati, e pubblicati dall'Associazione culturale di Varia Umanità e Musica ‘Vivarium' in collaborazione con Comune e Pro-Loco, ognuno illustrante un aspetto della civiltà contadina vivarese. Come si vede, una robusta serie di produzioni che rappresentano non solo un prezioso materiale di riflessione per l'antropologo culturale, ma la testimonianza di un tempo-che-fu guardato non tanto col commosso rimpianto, l' inutile geremiade di chi lo ritenga definitivamente perduto, ma con la passione di chi lo vede recuperabile nei suoi valori fondamentali, quali nuovi punti di partenza, pedane di lancio per un salto verso un futuro che almeno freni ed arresti la fatale decadenza a cui la nostra beata terra equa sembra dai nefasti eventi di una malintesa globalizzazione condannata.
Complimenti dunque a Beatrice e alla sua squadra, ai suoi leali avversari, al popolo tutto di Vivaro che, infrangendo secolari tabù, le ha concesso ampia fiducia; ed auguri infiniti perché le difficoltà, inevitabili anche nell'amministrazione di una pur minima comunità, alle quali andrà incontro, non ne fiacchino impegno ed entusiasmo; che anzi la corroborino nella sua volontà indomita e la ricarichino di energie. Come del gigante Anteo, si possa di lei dire che vires resumit in nuda tellure iacens, riprende energia e vigore abbandonata e distesa, anima e corpo, fra le braccia della sua Terra, sua Madre".
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Chàirete Dàimones!

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Ricordi ed altro

Post n°912 pubblicato il 04 Giugno 2016 da giuliosforza

Post 841
Albeggia. Ed io, recluso nella mia cella al Frainile (fuori diluvia, par che sia Novembre non primavera avanzata, anche la Natura piange con me lo sfascio di una Repubblica inutilmente nel suo settantesimo celebrata, rabbrividiscono dalle loro pareti Bach Beethoven Schubert Verdi Wieland Goethe Bruno Nietzsche Courbet Kodaly D'Annunzio...Sforza) m'abbandono, in uno strano stato d'animo misto di malinconia, nostalgia, sereno e ironico disincanto, ai ricordi.

In un giorno uggioso, simile a questo, dell'ottobre 1944, qualche mese dopo la ‘liberazione' di Roma, in groppa a uno dei cavalli di zio Amedeo (lo storico cavallo caprino di nome Pippo che in quella circostanza tentò nuovamente ma inutilmente di strapparmi al destino scaraventandomi in una scarpata di pietre e rovi tra il primo e il secondo ponte di Vallinfreda, in località detta Cupaiu, dopo averci provato, qualche anno prima, con una zampata assestatami in fronte, mal sopportando che gli tirassi per gioco la coda), abbandonai i miei colli per recarmi al collegio, situato nei pressi di Porta Pia, nel quale s'era deciso che io proseguissi gli studi. Ivi s'usava, due volte a settimana, nei pomeriggi del giovedì e della domenica, uscire ‘a passeggio', diretti per lo più in una delle ville romane, la Borghese l' Ada la Glori, frequentate soprattutto da soldati ‘alleati' avvinazzati e da ragazze di vita che offrivano, tra trilli e frullii (quelli dei respighiani Pini di Roma) i loro amori venali coram populo tra le folte siepi, dalle quali si scorgevano emergere giovanottoni sbracati, per lo più di colore nero od olivastro, americani africani indiani, in atto di ricomporsi dopo la foia dell'atto carnale: per l'undicenne collegiale una davvero simpatica ‘educazione sentimentale'', una delicata iniziazione al sesso. Qualche altra volta si percorreva, cantando, tutta la via Nomentana fino ai prati della Bufalotta, della Cesarina, della Marcigliana, ove si picniccheggiava attorno a rozzi tavoli sorretti da bossoli di proiettili di cannoni antiaerei, di cui era stata colà una postazione, da noi stessi incoscientemente con mezzi rustici svuotati, s'immagini con quali rischi, delle polveri. Di quei prati ora ben poco rimane, disordinati quartieri popolari, borghesi e medioborghesi, ne hanno preso il posto; e in uno di questi quartieri il caso ha voluto ch'io venissi a trascorrere la mia vecchiaia, dopo avervi a lungo vissuto amato, procreato, ma anche molto sofferto e sacrato, tra gli anni sessanta e novanta. In uno dei volumi delle mie poesiole (pomposamente sottotitolate Liriche dell'immanenza), quello che s'intitola Aqua Nuntia Aquae Iuliae, trova spazio anche una breve autobiografia, Puerizia infanzia fanciullezza e prima adolescenza di Atem, ove con più dovizia di particolari gli eventi dei miei anni infantili sono narrati. E non è detto che, gli iddii permettendo, non riprenda a narrare gli eventi della mia turbinosa e meravigliosa vita da essi ripartendo, fino ai giorni di questa turpe e stupenda vecchiezza, ad maiorem Dei gloriam e ad perennem ...mei memoriam. Anche non ne venisse una Dichtung und Warheit, il vecchio amor nostro Goethe forse non se ne dispiacerebbe; e non se ne dispiacerebbero nemmeno, forse, fra tanto altro abbondante ciarpame autobiografico, le patrie lettere!

P. S. Dovessi davvero scriverla, la mia autobiografia, la titolerei Dichtung Musik und Wahreit, Poesia Musica e Verità; si tratterebbe così solo di un mezzo plagio, Musik non essendo presente nel titolo goethiano. Oppure potrei dirla Vitam impendere Pulchro, spendere la vita per il Bello, se non avessi già dato questo titolo ad un altro dei miei libercoli semiautobiografico. Preoccupazione superflua: decido di rimandare la mia autobiografia alla prossima vita, nella speranza che sia più meritevole di esser narrata.
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Benjamin Constant. Orff. Byron. Hoelderlin

Post n°911 pubblicato il 27 Maggio 2016 da giuliosforza

Post 840
Un amico , di due anni di me più giovane, membro di una congregazione religiosa laicale, che non ha perso la fede e da sei anni è "missionario" in Bolivia (raffinitissimo letterato, storico, saggista e critico, fui io ad iniziarlo - ma ben presto mi sopravvanzò - alla letteratura toscana di fine ottocento primo novecento, in primis Papini e Prezzolini, per lui punto di partenza per ben più vaste esplorazioni, italiane europee mondiali: dopo essersi laureato in pedagogia discutendo con Volpicelli relatore e me correlatore una ponderosa tesi su Sartre e in filosofia con Franco Lombardi con un a tesi su Camus, con la stessa acribia e lodevole, soprattutto in un cattolico, apertura mentale propose, svecchiando non poco e non poco provocando e scandalizzando, i più moderni autori agli studenti dei licei nei quali insegnò, a Viterbo, Genova, Roma, lasciando della sua cultura davvero universale -ed ebbe colleghi-competitori del calibro di Walter Mauro - un ricordo indelebile); un amico dunque, col quale son solito celiare di mille argomenti, dai più seri ai più faceti molto apprendendo da lui (come,ad esempio, si faccia a conciliare religione cattolica romana e sostanzialmente ancora pagana religione cattolica india), che si vanta essere state le sue uniche medicine, nei suoi ormai ottantuno, quattro o cinque aspirine (è di ceppo buono, l'amico, sua madre e sua nonna hanno attinto e superato ambedue i cento) e di avere ancor fiato per le scalate (ma in Bolivia, la cui altezza media è di tre quattromila metri, parte avvantaggiato) ho risposto che mi sento più forte di lui, se negli ultimi quindici anni dei miei ottantatre (intorno ai settanta soltanto iniziai a curare i malanni della vecchiezza) baldamente ho resistito e resisto ai numerosi impasticcamenti chimici ai quali giornalmente mi sottopongo: fegato cuore polmoni reni pancreas stomaco prostata stanno tetragoni agli assalti della chimica, non si lasciano avvelenare, gagliardamente salvaguardando le loro funzioni. Ne sia lode agli dei cattolici e a quelli indii.
P. S.
Questo lungo tribolato periodo, zeppo di parentesi e di rimandi, non sarebbe piaciuto alla buon'anima di Eco, poiché contravviene gravemente a più di una delle sue...Regulae ad directionem ingenii...bene scribendi. Con tutto rispetto, Je m'en fiche e procedo diritto per la mia strada.
*
Di Benjamin Constant teorico della politica non mi interessai mai troppo: mi bastava il rousseauiano Contrat. Ma amai l' Adolphe e il Journal intime, in cui si avvertiva e si respirava già un'atmosfera pre-romantica. Il breve romanzo soprattutto, che lessi, il che è tutto dire, subito dopo il Paul et Virginie di Bernardin de Saint-Pierre, mi impressionò per la novità e la profondità dell'indagine psicologica dei personaggi e l'essenzialità del racconto dedicato a una tragica vicenda d'adulterio i cui protagonisti, il giovanissimo Adolphe appunto e la matura madre di due figli, Eléonore, vivono una passione bruciante che presto in lui si esaurisce lasciando nell'animo di Eléonore una insanabile dilacerazione che la condurrà alla morte. Oltre che un romanzo romantico antelitteram, Adolphe sembra anche, ed è un paradosso, un romanzo verista, che anticipa stile e moduli di Zola e Maupassant. L'ho riletto nell'edizione UTET del 1944, collana ‘I grandi scrittori stranieri' nella traduzione e cura di Giulia Gerace; una edizione elegante nella sua carta quasi paglia.
*
Non so come abbia potuto, nella mia veste di direttore di coro amatoriale, trascurare Orff e i suoi Carmina burana. Eppure la loro ‘paganità' (e i ragazzi del mio pagus erano in grado di respirarla tutta), non meno di quella del Trionfo di Afrodite, dei Catulli Carmina, e del Prometheus desmotes, era da sempre la mia paganità', di essa nacqui impastato, essa respirai nel ventre di mia madre. Proverò, in riparazione, a proporre Orff al coro angelico che spero mi sarà dato di dirigere. ¬
*
Ritrovo un piccolo cuscino da divano blu lapislazzuli, il colore della Perugina, con su trapunti un cuore rosso trapassato dalla freccia e la scritta ‘stringimi accarezzami coccolami'. Manca baciami, ma sarebbe stato pleonastico, ché la funzione del cuscino era di contenere, nella piccola sacca posteriore, i Baci.
Mi fu donato o me lo autodonai? Sono più per la seconda ipotesi. In un angolo della sacca ho rinvenuto uno di quei fogliettini rettangolari che una volta erano contenuti nell'involucro di ciascun Bacio e che riportavano in sei lingue una citazione con stretto o lato riferimento al tema dell'amore. In questo è riportato un pensierino che si vorrebbe di Byron, che così suona: " Il Piacere è Peccato, ma il Peccato è Piacere". La coincidenza è che ho ritrovato il biglietto in concomitanza con le riflessioni che andavo facendo su Orff e sulla sua paganità, e il pensiero mi è perciò subito corso sì agli Anni di pellegrinaggio del giovane Aroldo, ma soprattutto al Prometo liberato, la risposta del romantico biondo eroe alcionico al dramma eschileo. Alla lettura pedagogica del Prometeo liberato avevo dedicato uno dei miei primi corsi accademici, associato a quella dell'Iperione di Hölderlin, e ricordo con emozione l'intensità della partecipazione della maggior parte degli studenti, pur già disincantati dopo le sbornie sessantottine.
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Federico Biscione e Alberto Cara all'UNAR di via Aldovrandi

Post n°910 pubblicato il 18 Maggio 2016 da giuliosforza

Post 839

Giovedì prossimo 19 maggio, alle 20.30, all'UNAR di via Ulisse Aldovrandi in Roma , si terra un concerto di musiche contemporanee, tra cui figurano brani degli amici Federico Biscione e Alberto Cara, dei quali intendo riferire a suo tempo. Frattanto mi piace ripubblicare un articolo che l'8 Giugno 1994 scrissi per un giornale tiburtino, hinterland, nel quale riferivo di un concerto beethoveniano diretto dal giovanissimo Federico, di cui tessevo le lodi e sul cui futuro giuravo. Federico ha mantenuto le promesse, è oggi uno dei più noti compositori in Italia e insegna composizione al Conservatorio di Bari. Di Alberto Cara dirò a parte, e mi sarà difficile trovare per il suo straordinario talento parole adeguate.

Zum erstaunen sind wir da.
Lo annotò nei suoi Quaderni di Conversazione il grande Sordo. Ed io non cesso di es¬sere stupito da Federico Biscione, il cui poliedrico talento musicale di pianista, compositore, direttore non persi occasione, pubblica o privata, di celebrare fin dai tempi in cui, ancora studente, da cantore sopportava le intemperanze del direttore di quel Coro Polifonico Tiburtino (ora muto, ma non indegnamente, spero, sopravvivente, nel mio diletto Gruppo Corale «Metanoesi») cui tanta passione dedicai e tanto tempo, faticosamente e testardamente sottratto agli impegni accademici.
Già allora emergevano i tratti della personalità artistica di Federico. Musicista autentico, edel, purosangue (egli è dei pochi che pensino musicalmente), intenso ed antiretorico, aristocraticamente composto, già allora mi si rivelava l'artista capace di intendere, uma-nisticamente e romanticamente, la natura «musica» del reale che solo una Ragione partecipativa, fondamento della Comunione ontologica, per l'Arte in generale e la Musica in particolare è in grado di penetrare (quella musica che sa le vie dell'Assoluto, avrei detto in altri tempi, quando l'ala dell'aquila di Zarathustra non era ancor scesa ad avvivare la santa Terrestrità del mio Fuoco).
Già allora egli (me lo dicevano le sue prime composizioni ed esecuzioni) pellegrinava all'Isi velata con l'animo del novalisiano discepolo di Sais ignaro (ma quanto poi veramente?) di essere in procinto di scoprire nel volto della dea le fattezze dell'amata, o del bruniano Atteone che, lanciati i suoi cani all'inseguimento di Diana, viene infine da questi sbranato, riconosciuto per quel dio che egli fuori di sé va cercando. Federico chiede alla musica ciò che egli già in sé possiede ed è, la musica è la sua autocoscienza, per la musica l'essenza lirica del reale si fa in lui chiara a sé medesima. Che egli poi condivida o no questa mia musicale estetica è di minimo momento: solo per essa egli pure, la sua «musica» natura, può in me puntualmente, attuosamente pensarsi!

Il recente Concerto in S. Lorenzo ed il suo successo hanno felicemente confermato le mie intuizioni. Debuttare con il Ludwig «corrucciato e doglioso che non credeva se non nella Bontà» (così un D'Annunzio confidenziale a Daniele Luise) dell'Ouverture op, 62 e dell'Eroica rappresentava una temibile sfida. Ma Federico l'ha vinta con sovrana disinvoltura e con grande stile, pur no avendo a disposizione il migliore degli organici.
La musica beethoveniana del Coriolano , pensata per il modesto dramma di H. Collin, ha in realtà un respiro scespiriano. L'intimo conflitto dell'animo del leggendario Generale romano, dapprima tempestoso poi profondamente patetico, trova in essa compiti espressione. V'è, secondo Walter Kirchler, «un accanimento, una intensità, una tenebrosità rischiarata soltanto per qualche istante dalla melodie in maggiore; ma c'è anche la forza, altrettanto grande, di dominare l'oscurità». Farsi prendere la mano, in simili circostanze, è fin troppo facile. Costante è il pericolo di forzare o di attenuare i toni, di cadere di volta in volta nell'artificiosità vuoi di un titanismo trionfalìstico, vuoi di un intimismo edulcorato, ambedue estranei alla particolare drammaticità beethoveniana sostanziata classicamente d'epicità. Interpretare Beethoven è sempre rischiare di tradirne la «demonicità», che è in lui sempre, goethianamente sto per dire, controllata.
Federico Biscione ha avvertito il pericolo ed ha dominato la massa sonora plasmandola con perizia e saggiamente distribuendola ove densità o levità lo richiedessero. Il suo dirigere poi a mente, vezzo inutile in chi non sia pregiudizialmente in grado di padroneggiare comunque la materia orchestrale, gli ha consentito un dialogo serrato con gli interlocutori giovani e valenti del Complesso ascolano sen-za pause e senza cadute. Notevolissimo Coriolano davvero, uno dei migliori che mi sia stato dato d'ascoltare.
Quanto all'Eroica, che dire? Destinata ad intitolarsi in un primo tempo Bonaparte essa può veramente ritenersi opera prometeica in grado di celebrare, nella figura del Corso, l'hegeliano «spirito del mondo che cavalca attraverso la Storia». Sentitosi poi Ludwig-Bruto tradito dal cesarismo napoleonico, correggerà la dedica della Sinfonia, la caricherà di sensi nuovi, l'animo rivolto alla glorificazione dell'eroe purissimo che ha in Prometeo il prototipo. Prometeo che invola il fuoco agli dei per illuminare la notte degli uomini, Prometeo che paga il suo ardimento con il supplizio atroce su gli speroni del Caucaso: questi i motivi che la musica beethoveniana attraversa e scava, scandaglia ed illumina, esalta e compiange.
La sua vicenda si celebra tra un epinicio e un epicedio. Quella immane trenodia che è la Marcia funebre sovrasta i restanti movimenti a tal punto che avrebbe potuto introdurli e coronarli. Ma anche se ne sostanzia, se ne lascia penetrare come corpo traslucido, e fa del compianto canto, del lamento peana. Davvero suprema espressione della beethoveniana tensione, l'Eroica fonde divinamente materia e forma, forgia il ferro alle esigenze dello spirito duttile, alle volute, alle trine dell'anima. Impresa davvero da far tremare le vene e i polsi rendere l'anima dell'Eroica!
E Federico ne è stato cosciente, forse troppo cosciente. E per tema di prevaricare ha temuto di osare. Qualche slancio in più, qualche spericolata arditezza, qualche ulteriore approfondimento avrei gradito. Ma infine ho condiviso la scelta prudente. Sarebbe stata in grado la pur brava, ma giovane e ridotta orchestra di rispondere adeguatamente? Ne è risultata un'Eroica polita e forbita, formalmente ineccepibile: E soprattutto non tradita. Che è sempre un esito straordinario.
Ricordatevi di questo nome: Federico Biscione. Potreste un giorno rimpiangere di non averlo conosciuto.

 

 

 

 
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