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Ancora di Bruno. Goethe e Lutero

Post n°935 pubblicato il 19 Febbraio 2017 da giuliosforza

Post 864

Non cesso di essere “vir desideriorum”, continuo  a presumere e ad abusare di me stesso. Bramavo Nola, gli amici di Nola e le loro Giornate Bruniane con ‘ansietato desiderio’, ma un improvviso dispetto dell’infausta vecchiezza me ne tiene lontano. I temi di quest’anno dovrebbero essere particolarmente affascinanti (non è della stessa opinione Guido del Giudice): ‘L’umorismo di Bruno nella lettura di Pirandello’, trattato da Pasquale Sabatino e Marco Palumbo della Fededrico II di Napoli e, nel corso della tradizionale‘Cena delle Ceneri, convivio letterario” di sabato 18,  ‘Bruno nella cultura dell’Europa del ‘500’ con interventi di  dieci brunisti rappresentanti di ogni parte del mondo coordinati da Nuccio Ordine.  Peccato, ma non me la prendo col destino.  Goethe diceva, e forse aveva ragione: siamo noi il nostro proprio diavolo, siamo noi a scacciarci dal Paradiso.

*

Venerdì 17 2017 ore 17, 417esimo del Rogo. Che bella sfida alla superstizione in nome del Mago della Conoscenza! Sono a Campo dei Fiori  a ‘tradire’, costretto, Nola. Ma che piacevole tradimento! A parte (o forse anche per) gli impacci  della presidentessa dell’Associazione italiana del Libero Pensiero [(rispolvero in barba ad Eco anche le parentesi quadre) mai associazione fu più priva di senso: può mai un libero pensiero associarsi senza autocastrarsi, ag-gregarsi, ingreggiarsi, e perciò  autonegarsi? (per questo non mi  proclamerò  un  libero pensatore, sì un pensatore libero, libero come Lui e come Lui da rogo:  Sagt es niemand, nur denWeisen, /Weil die Menge gleich verhönet: /Das Lebendige will ich preisen /Das nach Flammentod sich sehnet, non ditelo a nessuno, solo ai saggi, perché la folla è pronta a canzonare: io voglio lodare il Vivente che aspira alla morte nel rogo –Goethe, West-Östlicher Divan, Selige Sehnsucht, Divano occidentale orientale, Beata nostalgia)] che fra le varie amene perle che infila afferma essere Bruno uomo da Piazza (ha mai letto  qualcosa del Satiretto del Cicala, sa qualcosa dello sfottitore, come il suo fratello gemello Fritz di Röcken, di plebi osannanti?). A parte (o forse per) la …non rappresentanza del Comune di Roma, che ha inviato (provocatoriamente, alla Grillo?) un mutolo, statuario, dal sorriso straniato, inebetito (come si chiedesse: ma che ci sto a fare io qui, che roba è mai questa?) assessore al commercio (sic); a parte le strimpellate passabili della Banda municipale (ho gradito, figlio di garibaldino doc,  l’Inno di Garibaldi, o Inno italiano che è così raro udire, di Mercantini e del quasi anonimo Olivieri –fra le benemerenze di Genova è anche questa, di aver ospitato, una sera del 1858 in una villa delle sue alture, una riunione in cui Garibaldi stesso chiese ai due un inno per le sue truppe ); a parte questo ho rivisto con sommo piacere  l’ancora in gamba e lucidissimo Giuliano Montaldo, per la millesima volta narrante la genesi tribolata del suo famoso film sul Nolano con Volonté, e ho lodato, e ne ho goduto, la partecipazione, in  rappresentanza della Città di Nola, di una numerosa scolaresca, due sezioni di una quarta elementare curatrici di un progetto d’argomento bruniano, accompagnata dalle insegnanti e dall’assessora (e?) alla Cultura (Sindaco assente per lutto).

Paola, venuta appositamente dalla Germania, avrebbe voluto che leggessi la mia Seconda Filastrocca di Zarathustra. Ma ho fatto bene a rifiutare. Male invece ho fatto a rifiutare l’invito di un giovane prof di filosofia che era in attesa dei suoi studenti e che avrebbe voluto dicessi loro qualcosa (s’era fatto tardi, minacciava di piovere, e s’avvicinava l’ora delle mie liturgie serali. Ma non me lo perdonerò mai). 

*

Una cosa sola si impara dalla storia: che nulla si impara dalla storia, perché nulla v’è da essa da imparare. Cinismo hegeliano? Certo che no, solo presa d’atto non esser il passato a dar senso al presente, ma questo a quello. Coincidenza di storia e storiografia.

*

Due tardive scoperte biografiche capaci di  farmi  cambiare prospettiva circa la mia lettura  di Sartre e di Proust. La madre del primo era cugina di Albert Schweitzer, il medico-musicista-filosofo-filantropo che, forse non a torto, fu detto il più grande uomo del Novecento, personificazione, nella concezione e nella pratica di vita, dell’antisartrismo; cugino acquisito del secondo fu Henri Bergson, il filosofo del tempo-durata coscienziale che ha più di una attinenza con la concezione proustiana della memoria.

*Il prof Luciano Pranzetti a commento delle mie osservazioni sul tomo di Esposito Selvaggi lettori ricorda un aforisma attribuito a Callimaco, méga biblìon méga kakòn, grosso libro brutto libro. Forse questo è il caso dei tomi di Esposito e di Albinati.

*

Dei molti anniversari ricorrenti quest’anno due, due cataclismi, non possono esser passati sotto silenzio e meriterebbero ben altro spazio che quello angusto di un blog: dico del quinto centenario della Riforma e del primo della Rivoluzione di Ottobre. Io spenderò una parola solo sul primo, non essendo il secondo né nelle mie competenze né, sinceramente nei miei interessi: ancora troppo accese sono le passioni, nonostante la caduta del Muro, e le situazioni anomale tardocomuniste cinese e cubana  . Di Lutero e delle sue tesi dissi qui già varie volte, soprattutto nel post 760, nel quale, citando un passo della mia Funzione didattica, osservavo:

Si usa normalmente parlare della rivoluzione luterana come uno dei fenomeni più prettamente rinascimentali. E’ una opinione che va brevemente discussa.

Se è indubitabile che essa nasce da una esigenza di libertà e di autenticità e dalla volontà di eliminare qualsiasi intermediario fra la coscienza e Dio, è altrettanto indubbio che finisce per immiserire ed umiliare la figura dell’uomo, quale abbiam visto emergere nel Rinascimento, nella figura dell’uomo peccatore, dell’uomo solo, dell’uomo cha ha nella grazia e nella fede l’unica via di salvezza. In questa maniera il Protestantesimo finisce per stare al Rinascimento come la bruma nordica al sole mediterraneo. Lo vediamo lottare contro la cultura classica come sconsacrata. Lo vediamo erigere nuovi roghi e contrapporre indici a indici. Che se non fosse stato per la grandezza d’animo e la lungimiranza del ‘Magister totius Germaniae’, di Melantone, che seppe moderare e correggere la furia iconoclastica di frate Martino e separare, nei di lui covoni, il grano dal loglio, i frutti della sua intelligenza geniale da quelli delle sue ansie nevrotiche, si sarebbe riproposto come una barbarie culturale peggiore di quella che presumeva combattere. E il ‘maestro’ protestante, per voler essere maestro a tutti di autentico cristianesimo, guida alla lettura diretta dell’unico libro da salvare, la Bibbia, avrebbe finito per essere maestro di nessuno: strumento di un nuovo oscurantismo culturale e remora alla marcia avanzante del libero pensiero.

Ma infinita è l’astuzia della Ragione.

Lutero volle, con la scuola per tutti, consegnare alle masse gli strumenti adatti poer la lettura del ‘Libro’. E consegnava, ahilui, gli strumenti per la lettura e la scrittura di tutti i libri: le chiavi di interpretazione della nuova civiltà; invitava gli uomini in massa a partecipare al banchetto della cultura. E così, senza volerlo, diventava uno dei più grandi benefattori, forse il più grande, del suo popolo, che stimolò a conquiste culturali che ancor oggi attendono di esser dagli altri popoli eguagliate, ed un maestro di libertà per l’umanità intera.” (pp. 92-93)

(Il Blättner, nella sua Storia della Pedagogia, Armando, Roma, 1968, pag. 53) si forza di vedere un legame, quasi una continuità, tra Umanesimo e azione luterana, dicendo che “l’Umanesimo sopravvisse come forma e non come contenuto: le lingue sono il fodero in cui è inguainato il coltello dello spirito”. Sottoscrive quanto affermato di Melantone, che “riforma la scuola nello spirito della fede e nello spirito del tempo  però assicura  la vittoria delle tendenze formali del Cristianesimo. L’affermazione blättneriana è in certo senso, e in parte, condivisibile).

 

 

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Chàirete Dàimones!

 

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)  

 
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Ancora di "Selvaggi lettori"

Post n°934 pubblicato il 02 Febbraio 2017 da giuliosforza

Post 863

Nel Post precedente ho commesso  una cattiveria denunciando con eccessiva severità la sciatteria  di due pagine di  Lettori selvaggi, l’opera giuntiana di Giuseppe Montesano. Non è che ne sia pentito, ma è anche vero che non è possibile e moralmente lecito estendere la condanna di due pagine a duemila prima ancora d’averle lette.  E’ quindi per onestà che trascrivo qui, a mo’ di riparazione, due delle pagine introduttive, che trovo (pur con qualche riserva su stile, chiarezza di concetti e d’espressione)  belle e in grado di correggere la primitiva impressione negativa. Quel che qui è scritto allarga, completa, se non rovescia, anche la prospettiva sull’ingresso nell’alfabeto da me precedentemente  espressa.

«La vita è altrove, diceva Rimbaud, ma se la vita vera è altrove non vuol dire che questo mondo miracoloso va abbandonato! Al contrario: vuol dire amare ancora di più le apparenze e le superfici, l’ordine e la bellezza, il lusso, la calma e la voluttà. Il mondo falso che ci viene inflitto non basta a nessuno, a tutte le vite manca qualcosa di essenziale, e per trovare ciò che manca bisogna saperlo immaginare. Leggere vuol dire evocare apparizioni che ci mostrano tutte le vite che potremmo avere, e tutti i mondi che ci sono dentro il mondo. Non è una operazione facile, perché la solitudine in cui si attua quella sorta di stregoneria evocatoria che è la lettura viene temuta da chi può concedersela, e tolta a chi potrebbe desiderarla. Tutto sembra congiurare contro la magia che moltiplica il nostro io quando siamo l’avventuroso viaggio di Ulisse o quando siamo l’avventuroso pensiero di Platone, la magia che sale come un brivido estatico e voluttuoso quando siamo Beethoven o Coltrane, la magia che ci fa uscire da noi stessi quando l’occhio sprofonda nel mare da cui nasce eternamente la Venere di Botticelli e nella notte in cui si inabissa luminoso il campo di grano con i corvi di Van Gogh. La vita vera è altrove, eppure l’unico altrove che esiste è qui: bisogna trovarlo o si è morti. La lettura deve evadere dall’obbligo dell’attualità che è solo la decrepitudine che la nube mediatica vuole vendere come new: leggere è una delle poche armi rimaste a chi non voglia soccombere all’onnipresente sistema della menzogna che cambia persino il senso delle parole. Nell’immensa prigione a cielo aperto della Russia sovietica Platonov scriveva: “Da noi si decide ogni cosa a maggioranza, ma quasi tutti sono analfabeti, e una volta o l’altra andrà a finire che gli analfabeti stabiliranno di far dimenticare le lettere agli istruiti. Tanto più che far disimparare l’alfabeto è più comodo che insegnarlo daccapo a molti…” Le parole di Platonov sono confinate in uno ieri fisicamente totalitario? O sono attuali nell’oggi di un pensiero totalitario che domani sarà anche fisico? In questo che è ormai un post-mondo il gesto di sottrarsi per qualche ora alla giostra della realtà per vedere la realtà smascherata nelle pagine dei libri, è un gesto ribelle. Nella lettura il lettore si ferma, ferma il mondo  e lo guarda e lo ascolta nel silenzio, senza lasciarsi trascinare in esso a occhi bendati. Le opere di scrittori e musicisti e filosofi, quando raggiungono l’incandescenza sensuale e conoscitiva che hanno nei Maestri, sono una via concreta di fuga dal pensare e sentire da ipnotizzati: svelano come la menzogna delle parole imprigiona le nostre vite, ma mostrano anche come le parole in rivolta possono scioglierci dalla rete di una realtà spacciata come l’unica possibile da ipnotizzatori ipocriti e ipnotizzati consenzienti. Ma chi parla di letteratura e musica e filosofia oggi, in questo momento, in questo mondo, in questo orrore, non può fare a meno di sentirsi rintoccare in testa un’immagine di Céline: “A Bisanzio discutevano sul sesso degli angeli mentre i turchi stavano già spaccando le mura,,,”. Allora bisogna lasciar perdere tutto? No, perché c’è un’altra immagine che viene a visitarci in questo crepuscolo luccicante, quella di Socrate che, condannato a morte, certo della fine, pensa che sia venuto il momento di iniziare a suonare il flauto. Oggi la lettura somiglia molto a quel “suonare il flauto”: nel cono della lampada che chiude nel buio il mondo esteriore per qualche ora, nell’insonnia nevrotica che ci perseguita o in uno dei rari momenti di pace fatta con noi stessi e con tutto, si entra in altre realtà per scoprire chi siamo davvero. Forse il Sileno logico che vagava per Atene cercando una cura per la verità ammalata, voleva restare attento e vigile anche se tutto intorno a lui precipitava nell’insensato e nell’approssimativo: e fare una cosa inutile, o che a tutti sembrava tale, me farla con tutte le facoltà sveglie nonostante il pericolo, era per il vecchio Sileno logico la massima forza di resistenza, l’estremo modo per restare fedele a bellezza e verità» (pp. 7-8)

Non sono in grado ora di verificare l’esattezza delle citazioni di Platone, Platonov e Céline. Vorrei solo per curiosità osservare che le efficaci parole attribuite a Céline ricordano tanto quelle con cui si è soliti riassumere  l’amaro commento di Livio  alla descrizione del lungo assedio e della caduta di Sagunto da lui stesso fatta  nel libro XXI dei suoi Ab Urbe condita libri CXLII: «Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur».

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Lettera a un fanciullo al suo ingresso nell'alfabeto. Ancora di 'Selvaggi lettori'

Post n°933 pubblicato il 26 Gennaio 2017 da giuliosforza

Post 862

Lettera ad un bambino al suo ingresso nell’alfabeto.

Eccoti dunque entrato nel gregge. Fino a qualche mese fa vagavi libero per le valli i prati i boschi della bella Terra e  con tutte le altre creature in essa spiranti ne odoravi i profumi, ne udivi i suoni, ne gustavi i sapori, ne ammiravi i colori, ne percepivi  i moti interiori, con essa, tua grande Madre, in consonanza, ancor non rescisso il funicolo ombelicale che ad essa ti legava. Tutti i tuoi sensi, interni ed esterni, erano tesi come corde d’arpa a vibrare al primo alito della “Mente che il Tutto dall’interno alimenta e, diffusa  per la sua immensa mole, la agita vivificandola in ogni sua parte” (Eneide VI, 19-22). Leggevi, oh se leggevi, intendevi, oh se intendevi, “planando sul mondo,senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute” (Baudelaire, Fleurs du mal, Élévation), leggendo e intendendo nell’alfabeto della Natura-Dio, creatrice di sé e di se stessa ai tuoi sensi risuonante.  Ora sei entrato nel mondo dell’artificio, nell’alfabeto inventato dagli uomini per dire le cose, dar loro un nome che ‘de-finendole’ le mortifica al fine annullandole, se la essenza loro è il legame, anzi l’identità col diveniente Tutto sempre nuovo e sempre diverso e sempre con se stesso permanente identico; con quel Tutto nel quale, come suo porsi negli enti, l’Essere si significa. Ora sei entrato nel mondo della convenzionalità,  del plagio, dell’indottrinamento, di cui l’alfabeto degli umani è il veicolo; ora sei esposto al rischio più grande in cui un nato dall’uomo possa incorrere: quello  dell’ag-gregazione, dell’ingreggiamento, del plagio, dell’indottrinamento. In quel carcere che chiamano scuola ti trasmetteranno , variamente epurato, edulcorato, distorto, inventato, tutto quanto i predecessori hanno od avrebbero pensato, ma faranno poco per stimolarti a pensare con la tua testa. Ti trasmetteranno la storia scritta dai vincitori, selezioneranno per te, discrimineranno per te, falsificheranno per te, faranno di tutto perché, “ alla maniera delle mandrie, tu segua le orme degli antecedenti diretto non là dove tu senti di dover andare, ma là dove dalla massa si va” ( Seneca, De vita beata, I, 3).

Il vecchio Opa è preoccupato per te. Con tutte le sue forze ti scongiura di non offrirti alla massa dei belanti, di rifiutarti agli argomenti di autorità, di tutti i più fragili. E ai vari Prosperi che presumeranno di indottrinarti di gridare come Calibano: “Tu mi hai insegnato a parlare e io ne approfitto per maledirti. Che la peste ti colga”. Quel giorno potrai dire di essere veramente nato all’umanità, nel quale considererai  kantianamente  “la Razionalità che è in te e negli altri sempre come fine e mai come mezzo”.  

Caro Fanciullo inedito

quando, grande, leggerai queste  righe di  Opa ormai  ridiscioltosi nelle cose, capirai quanto di provocatorio le sue parole contengano e quanto di vero; e intenderai l’implicita , suprema lode dell’alfabeto che esse paradossalmente rappresentano.  

Benvenuto dunque a te, Fanciullo inedito, nato a “sforzare il mondo a esistere” , e buon viaggio nella letificante babele degli alfabeti.

*

Battuta di Morgan Freeman nel film The magic of belle isle, un’incantevole vacanza: “Il motivo per cui ho smesso di scrivere? Lo stesso per cui ho smesso di essere religioso: Dio mi ha confidato di essere anche lui ateo”. Esilarante.

*

Così ho deciso di acquistare Lettori selvaggi, di Giuseppe Montesano, 1924 pagine di riletture di letture. 50 euro che Giunti, per l’eleganza dell’ edizione, si merita tutti, ma non certo per le inesattezze  e le sciatterie che rilevo  appena aperto il volume a caso (!) alla voce Bruno. Già nell’indice alfabetico, a pag.1842, trovo  Bruno, Giordano, quasi Giordano fosse il nome, mentre è risaputo che il cognome del Nolano è sì Bruno, ma il nome è Filippo e Giordano il nome …d’arte, quello assunto al momento della vestizione nel noviziato domenicano di San Domenico Maggiore a Napoli. Andando al testo, a pagina 424, trovo riportato, anziché achademico di nulla achademia  (come  si legge in copertina del Candelaio nell’edizione parigina del 1582), hacademico  di nulla hacademia, e subito dopo il verso d’ogni legge nemico e d’ogni fede, preso come motto a prestito dall’Orlando Furioso, storpiato in  d’ogni legge privo e d’ogni fede; subito poi alla pagina appresso  physis diventa fusis. Piccolezze di poco momento, minuzzarie, come direbbe il Nolano?  Nulla affatto. Io non le sopporto e m’ innervosiscono. Se nelle restanti  pagine gli svarioni dovessero avere la stessa frequenza, povero me. Mi toccherebbe cestinare 2000 pagine.

P. S. Mi dite che fine han fatto i bravi correttori di bozze in epoca cibernetica?  

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Minette "apis argumentosa". Lady Macbeth. Maria Callas. Due suites (Salomé, Uccello di Fuoco). Georges Pretre

Post n°932 pubblicato il 10 Gennaio 2017 da giuliosforza

Post 861

  Atmosfera nivale.

Cessata la tramontana, nel piccolo parco delle tartarughe pesa un silenzio surreale. Risospinto al calduccio tra le mura domestiche, trascorro la mattinata, in un accesso di masochismo, con le note tragiche e ironiche della Lady Macbeth di Sostakovic,  e il pomeriggio con le parole disperate  del dramma shakespeariano, tra le infamie di una lady ambiziosa e sanguinaria, l’ombra vendicatrice di Banquo e una foresta che avanza. Davvero una bella conclusione del periodo natalizio, della quiete alcyonia, di Mitra,  del Sole invitto. Cupa tristezza, nefasti presentimenti. Fosse davvero, la vita,  “una favola… raccontata da un idiota, e che non significa nulla”?

 *

Quarant’anni dalla scomparsa  di Maria Callas

Stanotte ho improvvisamente capito perché Marias Callas mi incantasse  e mi emozionasse così tanto, e continui a incantarmi  ed emozionarmi:  fu certo a causa della  sua intelligenza e della sua classica maschera tragica, ma soprattutto della fluidità della compattezza della trasparenza, e naturalmente della dolcezza,  della sua voce, fluidità trasparenza compattezza e dolcezza che son quelle di una  colata di miele.

Il paragone  della colata di miele è perfetto: mi viene alla mente ricontemplando l’immagine fatta incidere per me da  Minette  su una medaglia argentea: un’ape dell’Imetto, di quelle che deposero  un favo di miele sul labbro di Platone bambino, assicurandone dolcezza e facondia. Generosa  Minette! Ella (a cosa non può condurre l’amore!), ardiva stabilire, nella dedica che accompagnava il dono, un paragone tra me e il Filosofo platùs, “dalle ampie spalle”!…(O forse Minette, la birbona di questo e d’altro  capace, accennava  a sé medesima, alle proprie labbra di apis…argumentosa, “che fruga per compilar melliflua dolcezza”?).

 *

La notte mi rifaccio, sempre per bocca della Divina, con Bellini e Donizetti, le due vette del melodismo italiano, l’una dell’estremo nord, l’altra dell’estremo sud. Le due vette dell’italico Elicona.

 *

Ineguagliabile regalo di Rai5: due suites (Salomé e Uccello di Fuoco) e una Carmen in forma di concerto diretti da uno sorprendente Georges  Prêtre, il cui Fantasma, da poco liberatosi della gabbia corporea, ormai plana negli spazi musicali delle Sfere. Che di più di Oscar Wilde e Richard Strauss insieme, di Igor Strawinski nelle sue pagane fantasie, e di un Bizet all’apice della sua creatività? Non ricordavo un Prêtre tanto partecipe, anima e corpo, tanto ispirato: ogni gesto della sua mano, ogni espressione del suo viso, carichi della sua quasi centenaria ironia, del suo quasi centenario distacco, non potevano essere più adeguati al momento lirico evocato, non potevano maggiormente coinvolgermi e con- muovermi . Che  fossi travolto e abbruciato dal magma sonoro è dir poco. Fui fiamma con Fiamma.

 *

Forse dovrei farmi un altro regalo, Lettori selvaggi, di Giuseppe Montesano, Giunti editore, Roma 2016, pp. 1950, euro 70,50

  Leggo:

  “Quest'opera-mondo, che racconta la creatività umana, la letteratura, il pensiero, le arti figurative e la musica, dai lirici greci a Bob Dylan, da Catullo a Maria Callas, dal Gilgamesh a Roberto Bolaño - ognuno può trovare il ''da/a'' che preferisce, il più divertente, il più coerente, il più assurdo, il più iperbolico - è forse, prima di tutto, un atto d'amore. Amore verso la vita, prima ancora che verso la lettura, perché non c'è pagina, che parli di poesia T'ang, di sapienti indiani, di Marziale o di Friedrich Nietzsche, in cui non si intraveda nitidamente la vita del ragazzo, del giovane, dell'uomo che su quelle pagine si è entusiasmato, si è interrogato e ha sognato, e che di quelle pagine si è nutrito fino a tramutarle in sua carne e suo sangue...”.

  E il primo capitolo, reperibile in rete:

  “La vita è altrove, diceva Rimbaud: ma se la vita vera è altrove non vuol dire che questo mondo miracoloso va abbandonato! Al contrario: vuol dire amare ancora di più le apparenze e le superfici, l’ordine e la bellezza, il lusso, la calma e la voluttà. Il mondo falso che ci viene inflitto non basta a nessuno, a tutte le vite manca qualcosa di essenziale, e per trovare ciò che manca bisogna saperlo immaginare. Leggere vuol dire evocare apparizioni che ci mostrano tutte le vite che potremmo avere, e tutti i mondi che ci sono dentro il mondo. Non è un’operazione facile, perché la solitudine in cui si attua quella sorta di stregoneria evocatoria che è la lettura viene temuta da chi può concedersela, e tolta a chi potrebbe desiderarla. 

  Tutto sembra congiurare contro la magia che moltiplica il nostro io quando siamo l’avventuroso viaggio di Ulisse o quando siamo l’avventuroso pensiero di Platone, la magia che sale come un brivido estatico e voluttuoso quando siamo Beethoven o Coltrane, la magia che ci fa uscire da noi stessi quando l’occhio sprofonda nel mare da cui nasce eternamente la Venere di Botticelli e nella notte in cui si inabissa luminoso il campo di grano con corvi di Van Gogh. La vita vera è altrove, eppure l’unico altrove che esiste è qui: bisogna trovarlo o si è morti. La letteratura deve evadere dall’obbligo dell’attualità che è solo la decrepitudine che la nube mediatica vuole vendere come new: leggere è una delle poche armi rimaste a chi non voglia soccombere all’onnipresente sistema della menzogna che cambia persino il senso delle parole. Nell’immensa prigione a cielo aperto della Russia sovietica Platonov scriveva: ”Da noi si decide ogni cosa a maggioranza, ma quasi tutti sono analfabeti, e una volta o l’altra andrà a finire che gli analfabeti stabiliranno di fare dimenticare le lettere agli istruiti. Tanto più che fare disimparare l’alfabeto a pochi è più comodo che insegnarlo daccapo a molti…”. 

  Le parole di Platonov sono confinate in uno ieri fisicamente totalitario? O sono attuali nell’oggi di un pensiero totalitario che domani sarà anche fisico? In questo che è ormai quasi un post – mondo il gesto di sottrarsi per qualche ora alla giostra della realtà per vedere la realtà smascherata nelle pagine dei libri, è un gesto ribelle. Nella lettura il lettore si ferma, ferma il mondo e lo guarda e lo ascolta nel silenzio, senza lasciarsi trascinare in esso a occhi bendati. Le opere di scrittori e musicisti e filosofi, quando raggiungono l’incandescenza sensuale e conoscitiva che hanno nei Maestri, sono una via concreta di fuga dal pensare e sentire da ipnotizzati: svelano come la menzogna delle parole imprigiona le nostre vite, ma mostrano anche come le parole in rivolta possono scioglierci dalla rete di una realtà spacciata come l’unica possibile da ipnotizzatori ipocriti e ipnotizzati consenzienti.  

  Ma chi parla di letteratura e musica e filosofia oggi, in questo momento, in questo mondo, in questo orrore, non può fare a meno di sentirsi rintoccare in testa un’immagine di Céline:”A Bisanzio discutevano del sesso degli angeli mentre i Turchi stavano già spaccando le mura…”. Allora bisogna lasciar perdere tutto? No, perché c’è un’altra immagine che viene a visitarci in questo crepuscolo luccicante, quella di Socrate che, condannato a morte, certo della fine, pensa che sia venuto il tempo di imparare a suonare il flauto. Oggi la letteratura assomiglia molto a quel “suonare il flauto”: nel cono della lampada che chiude nel buio il mondo esteriore per qualche ora, nell’insonnia nevrotica che ci perseguita o in uno dei rari momenti di pace fatta con noi stessi e con tutto, si entra in altre realtà per scoprire chi siamo davvero. Forse il Sileno logico che vagava per Atene cercando una cura per la verità malata, voleva restare attento e vigile anche se tutto intorno a lui precipitava nell’insensato e nell’approssimativo: e fare una cosa inutile, o che a tutti sembrava tale, e farla con tutte le facoltà sveglie nonostante il pericolo, era per il vecchio Sileno logico la massima forma di resistenza, l’estremo modo per restare fedele a bellezza e verità”.  

Deciso. Mi regalerò Selvaggi lettori.

 

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Il mio Capodanno

Post n°931 pubblicato il 04 Gennaio 2017 da giuliosforza

Post 860

 

Mi si continua a chiedere se credo o non credo.

La mia  ‘religiosità’ è tale da non poter essere costretta dentro nessuna formula. Ma nessuna formula nell’essenzialità dei suoi simbolismi le è aliena.

*

Di débauches, donde bisboccia, baldoria, abbuffata, gozzoviglia, non posso certo dirmi inesperto; sì invece di veglioni, per il semplice motivo che odio le convenzioni, gli assembramenti, i luoghi e i tempi stabiliti, le feste comandate. E’ per questo motivo che ho sempre preferito trascorrere la notte di San Silvestro in solitudine, leggendo e scrivendo, e la mattina di capodanno passeggiando per le vie finalmente deserte della città addormentata. I veglionanti stravaccati nei loro letti in-violati (nulla di più innocuo del talamo di Dìoniso briaco, pur se contornato di schiere di discinte menadi) non sanno cosa si perdono, che pace panica, che quiete alcionia, finalmente, nel sonno degli uomini e delle cose!

Stamane ho rivisitato, ben intabarrato a causa del freddo polare che infittisce i silenzi, quella parte del quartiere Trieste  che mi è più familiare, delimitata da Via Nomentana, via di Santa Costanza, Piazza Istria, Corso Trieste, viale Gorizia, quella parte, all’incirca, che rappresenta il teatro degli episodi che sono al centro dell’epopea narrata da Edoardo Albinati  nel suo ultimo pseudo-romanzo (il premiato e chiacchierato La Scuola cattolica,  di cui se una cosa è sicuramente sbagliata questa è la dicitura ‘romanzo’ sotto il titolo di copertina). Parcheggiata la macchina in Piazza Santa Costanza, proprio di fronte all’ingresso del San Leone Magno (massimo degrado  intorno, a cominciare dai cadenti intonaci delle mura perimetrali, dalle scritte dei balordi su di esse, dall’ ingorgo delle auto in sosta, dai mucchi di foglie sui marciapiedi, sicuramente mai rimosse dall’inizio della loro  non più recente caduta, dai sanpietrini abbandonati dall’epoca della loro rimozione; inqualificabile degrado che, se si eccettuano le tre vie principali, riguarda ancor di più tutte le anguste  viuzze che se ne diramano: Via Bolzano, via Parenzo, Via Tolmino, via Gradisca, via Bellinzona,  via San Marino, via Appennini,  via Alberoni, via Pola, alla quale non basta la presenza dell’imponente villa che ospita il prestigioso, dicono, Ateneo della Confindustria, la LUISS, o Libera Università internazionale di Studi Sociali “ Guido Carli”, per esser salvata dallo sconcio) imbocco via Bolzano, giusto il tempo di osservare  l’irriconoscibile ingresso, deturpato da una posticcia appendice metallica, di  quel che fu il nobile Auditorium leonino, salgo per via Parenzo e subito mi imbatto in un nuovo edificio di cemento bianco che vagamente ricorda una moschea senza minareti o un teatro tenda di periferia: la nuova facoltà di ingegneria, mi spiega un’antica signora impellicciata con cagnolino, della LUISS. Ma è via Tolmino che mi interessa, e precisamente il numero 12, dove negli anni Sessanta, e credo fino alla morte, abitò Vasco Pratolini.

Vasco Pratolini (che ogniqualvolta capito a Firenze non manco di salire a salutare al Cimitero delle Porte Sante che circonda San Miniato al Monte – ove, se si eccettua Bargellini, sono ospitati   quasi tutti gli scrittori fiorentini di fine Ottocento metà Novecento-  nel piccolo riquadro ricavato  ai piedi dell’ultimo tratto della ripidissima scalinata, ove i suoi resti fanno compagnia a quelli di Spadolini,  di Mario Cecchi Gori e di Annigoni)  non è certo lo scrittore toscano di cui mi sia più nutrito in gioventù, ma con Renato Fucini, Papini, Prezzolini, Soffici, Bargellini, Lisi, Rosso di San Secondo, Paolieri, Tozzi, Palazzeschi, Pea, Tobino, Giuliotti…  (non ahimé Luzi)  sicuramente egli ha collaborato a formare in me se non un bello stilo che m’ha fatto onore (Inf., I, 87) quel poco almeno di gusto della lingua che mi sono sforzato negli anni di salvaguardare. Alla lettura pubblica di Pratolini dedicai nel 1960 le riunioni del Circolo culturale giovanile “Giovanni Papini” che proprio al San Leone Magno avevo fondato, e a Pratolini mi rivolsi personalmente per invitarlo ad un incontro al quale si scusò di non potere partecipare; ma in una breve lettera, datata Via Tolmino, 12, Roma 11 febbraio 1961, così laconicamente rispose (e sarebbe bene gli storici della letteratura ne prendessero atto) ad una mia precisa domanda:

“Accettando rigorosamente le sue domande, dirò che tra i miei libri, quello che preferisco  è “Il Quartiere”; e quello che ritengo migliore   è Lo scialo”.

“Mi auguro che, voi discutendone, le ragioni vi appaiano chiare.

Cordiali saluti, vs

                                                     Vasco Pratolinini

Le sottolineature sono  dell’autore.

Per quanto mi riguarda, dei due romanzi  preferisco il primo, più fresco e meno ideologico, ambientato nel vecchio popolare quartiere di Santa Croce prima che le ristrutturazioni urbanistiche ne trasformassero, non so quanto deformandolo, completamente il volto.

Proseguendo la mia passeggiata nel deserto dell’altro quartiere pratoliniano, quello romano, ho improvvisamente una strana apparizione: una vecchietta piegata letteralmente in due, vestita completamente di nero (e all’antica, dal fazzoletto triangolare  annodato al mento, al  corpetto e al guarnello) avanza spedita al centro della carreggiata, incurante delle poche auto sopravvenienti, un rosario nero nella mano sinistra, un cagnolino minuscolo nero al guinzaglio nella destra. Hoffman e Poe non arrivarono a tanto nelle loro allucinazioni. Ma questa allucinazione non è. Davvero la vecchia  Befana, in vesti funeree,  mi appare in anticipo in via Pola, di fronte alla LUISS, fabbrica di ben diverse allucinazioni. Proseguendo tra il divertito e il pensoso raggiungo via Nomentana, che inizia  ad animarsi, lentamente avviandomi verso Sant’Agnese e fermandomi ad osservare tutta la serie di splendide ville proprietà di ordini religiosi femminili (tra esse, non so da quanto tempo, anche la storica clinica Anglo-americana) e l’ala del già Liceo classico sanleonino diventato sede legale del Link Kampus, emanazione dell’Università di Malta, presieduto da Vincenzo Scotti, il mio coetaneo  più volte ministro, e retto dall’economista De Maio: una delle tante strane università private sorte come funghi a Roma e in Italia all’epoca della Gelmini. E un’altra strabiliante  visione ho all’altezza della dirimpettaia Via Carlo Fea: due pattuglie-fantasma di CC e di poliziotti  che ancora vegliano, dopo sessanta anni, sulla residenza privata di Giovanni Gronchi,  sui suoi festini e le sue partouzes (notoria la passione smodata del pio Presidente per le donne, giovani e meno giovani, e innumerevoli le signore, alcune delle quali a me note,  chiacchierate come sue amanti).

Abbandonata l’ombra del peraltro simpatico Pisano (ne ricordo il toscano brio all’inaugurazione degli anni scolastici dell’Istituto Manieri-Copernico di via Faleria  alle quali, presidente ormai emerito, fin che visse non mancò di partecipare, da amico personale di Gino Manieri), dopo una  capatina al Mausoleo di Santa Costanza e a Sant’Agnese, che il gregge turistico non è ancora tornato ad invadere, mi riavvio al mio tugurio di Vigne Nuove-Porta di Roma. Le strade sono ancora pressoché deserte, Viale Libia è ancora percorribile, il Ponte delle Valli ancora una pista per bolidi. Proseguirò nel pomeriggio i miei tuffi nei silenzi alla Marcigliana, la  riserva naturalistica che ancora, e sempre più numeroso, alleva l’irco selvaggio e, con esso, bestias et universa pecora.

Chàirete

 

 

  

 

 

 

 
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Ola Gjeilo, Sunrise Mass

Post n°930 pubblicato il 27 Dicembre 2016 da giuliosforza

Post 859

Avete mai udito i silenzi dei suoni e i suoni dei silenzi? Quelli dei non spazi e dei non tempi del Principio, quando l’Essere si autoponeva in quanto Suono, e  ne nasceva la Musica mundi? Io li ho sentiti in Santa Croce in Gerusalemme (sì, quella romana delle memorie eleniane, di cui già non benevolmente  su questi spazi scrissi), in occasione di un Concerto polifonico tra i più interessanti che nella mia vita mi sia stato dato di godere (“Sì che m’inebriava il dolce canto / Ciò ch’io udiva mi sembrava un riso / de l’universo, perché mia ebbrezza / entrava per l’udito e per lo viso” –Par. XXVII. 6-9). Un Concerto polifonico per otto voci miste, dal quale, e può sembrar paradossale dato l’organico e il programma (quattro Cori: Entropie armoniche di Roma, direttore Claudia Gilli, Coro Città di Bastia Umbra, direttore Piero Caraba, Ensemble “Floriano Canal”, direttore Arnaldo Ridolfi, Coro Aurora, direttore Stefania Piccardi, e un’orchestra, l’orchestra da camera di Gubbio) tutto avresti potuto attenderti fuorché l’immersione in una rarefatta atmosfera mistico-metafisica fatta di lunghi pianissimi, di lunghissime, quasi statiche, armonie, via via gradualmente recuperanti la solennità di un rombo cosmico, quella che dicono si respiri attorno alla divinità, sugli Olimpi, su gli Oreb o sui Meru. Forse solo un compositore “artico” come Gjeilo, nato là ove la molteplicità delle luci e dei suoni si ricompone nell’unità generante l’attonimento panico, il “muto” fremito del Tutto, poteva scrivere questa Sunrise Mass che del poema sinfonico ha anche la struttura nelle indicazioni dei quattro movimenti, The spheres, Sunrise, The City, Identity and the Ground. Per questo son mio convincimento e  mia percezione (ovviamente discutibili), essere la Sunrise Mass in realtà, nonostante il testo tratto dalla liturgia cattolica, una creazione globalmente e positivamente “pagana”, sostanzialmente a- confessionale; convincimento e percezione confortati dal modo ”sbrigativo” con cui l’autore si disfà del Credo, di quel Simbolo di Nicea che un Cristianesimo per natura liberatorio dagli impacci della littera che occidit forza entro le rigide gretole del  dogmatismo trasformandolo in cattolicesimo: improvvisamente la polifonicità del Kyrie, del Gloria, e poi del Sanctus e dell’Agnus (le cui parole dissolvono la loro specificità amalgamandosi nella impersonalità dei restanti grumi sonori) si trasforma in una sorta di monodico recitativo gregorianeggiante che in pochi minuti recupera l’Amen.  

Una Sunrise Mass, una Messa-alba, più che messa dell’alba, che chiarori suoni e silenzi aurorali  restituisce nella loro purezza ed offre incontaminati al trionfo della luce diurna sulle tetre solitudini cosmiche incombente. Un oratorio sacro, oltre che poema sinfonico, in cui Odino Brama Jehova e Allah cantano insieme la loro metastorica essenza, identità ed unità, lanciando ai loro profeti e ai loro adoratori un messaggio di universale tregua, se non di definitiva quiete, ideologica in nome dell’Arte salvifica. Un messaggio rafforzato dagli altri due brani in programma: il Concerto Op. 6 n° 8 “fatto per la Notte di Natale” di Arcangelo Corelli, e l’Adeste Fideles di Anonimo per soli coro e arpa nell’elaborazione di Piero Caraba  sui quali non pesavano, nella fresca interpretazione dei quattro gruppi corali, l’usura e l’abuso del tempo.

Ancora una volta Gelobt sei jederzeit, Frau Musika!

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 
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Ancora di Hoffmann e di un adolescente. Albinati e il suo 'romanzo'. Hoelderlin

Post n°929 pubblicato il 17 Dicembre 2016 da giuliosforza

Post 858

Un  maturo adolescente di mia conoscenza, molto intelligente e sensibile, che non ha avuto, come la maggior parte dei suoi coetanei, la fortuna di amare la carta stampata e di scoprire i tesori che in essa si celano,  corre il felice rischio di essere da me ad essa recuperato, complice  E. T. A. Hoffmann.

Si dà il caso che il suddetto maturo adolescente sia abituale consumatore delle orrifiche vicende dei personaggi virtuali che lo schermo del computer e dei video-giochi gli propina, vada pazzo per il genere horror in tutte le sue componenti, il fantastico, il farsesco, il burlesco, lo spaventoso, il vaneggiante, il tenebroso: tutte componenti, guarda caso, reperibili nell’opera del königberghese, l’antesignano di tutti quei grandi che, da Poe in poi, si sarebbero col genere confrontati. Ebbene, gli ho appena donato i Racconti e Gli Elisir del diavolo e pare il miracolo stia avvenendo. Il giovanotto legge, e ne è conquistato. Soprattutto Gli Elisir lo attraggono, “questo capolavoro di un romanticismo dilacerato e ormai al tramonto, scritto tra il 1814 e il 1815, che esibisce nelle sue pagine, secondo le parole di Heinrich Heine, un campionario delle ‘immagini più terribili e spaventose che lo spirito possa ideare’ e introduce nella letteratura europea la figura del sosia; tenebroso fantasma e inquietante proiezione dell’Io, emblematica rappresentazione del male e metafora del lato oscuro dell’uomo moderno; narrazione faustiana e dongiovannesca, il primo grande romanzo di Hoffmann che è anche una lucida rappresentazione della catastrofe che minaccia l’individuo abbandonato dalle certezze dell’età illuminista e della stagione romantica: un requiem per i miti e le mitologie del soggetto che costellano l’alba della modernità” (dalla quarta di copertina).

        Se ai miei tempi avessi messo tra le mani di un adolescente un libro di cotal fatta, sarei stato radiato dall’albo dei pedagogisti. Ma quante cose, grazie agli dei, sono da allora cambiate! Quali mutamenti nella visione dell’uomo e del mondo di cui anche le psicologie dell’età evolutiva son chiamate a prendere atto! Vere e proprie mutazioni genetiche , che rendono ancora più abissali gli iati fra le generazioni. Amo ritenere che attraverso una così anomala iniziazione alla lettura il maturo adolescente  si  innamori della carta stampata, dei profumi dei suoni dei sapori dei colori, addirittura dei fremiti sensuali che al solo tatto da essa emanano e che nessun esclusivo frequentatore di algidi schermi di ebook sarà mai in grado di immaginare.  

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Ripresa la lettura del malloppo di Edoardo Albinati La Scuola cattolica, non tanto per motivi letterari (non riesco a riconoscere a quel dispersivo centone dai mille stili un valore che i giudici dello ‘Strega’, di bocca evidentemente assai più buona della mia, gli hanno riconosciuto, non ne amo la lingua ,di una sciattezza programattica  che fa di una enfatica antienfasi il suo orgoglio)  ma per una curiosità autobiografica, avendo io, per circa tre anni, a cavallo tra il cinquanta e il Sessanta, insegnato nella scuola attorno a cui ruotano le vicende, fra le quali il delitto del Circeo (che tra i suoi protagonisti ebbe anche un condiscepolo dell’Albinati) narrate nel ‘romanzo’: il SLM di Roma. Quella scuola aveva fatto parlare molto di sé già a metà degli anni cinquanta, all’epoca dello scandalo Montesi, allorché era ancora ospitata nei locali dell’edificio di via Montebello che dà su piazza della Croce Rossa, addossato alle  mura aureliane, sui cui spaziosi camminamenti un prof di botanica aveva ricavato un ameno giardino. Quella costruzione era stata poi acquistata dallo Stato per ospitarvi il liceo scientifico statale Plinio Seniore che immagino ancora vi abbia sede. Il padre di uno degli implicati maggiori in quel caso, il musicista Piero Piccioni fratello di Leone, fine critico, collaboratore e poi storico di Ungaretti, era Attilio, allora ministro degli esteri, se ben ricordo, obbligato dallo scandalo a dimettersi; lo ricordo frequentatore assiduo del San Leone, non so se in qualità di ex alunno o di padre di ex alunni. Altro particolare che sarebbe stato interessante per Albinoni: il falegname del San Leone, abitante in Tagliamento verso piazza Verbano, e quindi ancora in zona Trieste, era il padre della Montesi, la povera ragazza trovata morta sulle sabbie di Torvaianica: delitto rimasto in parte insoluto, dopo anni e anni di dibattito in tribunale, la cui maggiore attrazione era rappresentata dalle perorazioni dell’avvocato Carnelutti, grande oratore, scrittore e poeta: per andarlo ad ascoltare  si faceva la fila dinnanzi al ‘Palazzaccio’, ora sede della Corte di Cassazione, ma allora ospitante il tribunale penale.  Mi chiedo cosa avrebbe potuto scrivere Albinati se ne fosse stato testimone. Le mille e trecento e passa pagine del suo ‘romanzo’ fiume sarebbero diventate minimo duemila! Intestardendomi a leggerlo, sto sottraendo del tempo prezioso alla mia senescente vita per un puntiglio: voglio vedere quanti, come me, che hanno iniziato la lettura de La scuola cattolica, riusciranno ad arrivare alla fine.

Nella speranza di vivacizzare un po’ questo blog ho chiesto aiuto ad una mia ex allieva per anni educatrice a Rebibbia, attendendomi da essa notizie fresche e originali di prima mano sull’Autore, da un ventennio insegnante di lettere in quel carcere. Mi ha solo saputo dire di averlo visto e di avergli parlato  poche volte, e che le era oltretutto antipatico, troppo cosciente della sua bravura e della sua fisica prestanza, che non passava indifferente in un ambiente come quello carcerario. Metto perciò fine a questa chiacchierata non senza avere prima, per onestà morale e intellettuale, reso omaggio alla vastissima informazione, in ogni campo, non so fino a che punto maturata in cultura, dell’Albinati, e della sua facilità di comunicazione, fin troppo ostentata, in una lingua, come ho detto, programmaticamente  antiretorica, a tal punto da decadere  nella retorica dell’antiretorica, e perciò in un realismo sfiorante una fastidiosa piattezza.  Albinati può scrivere, nelle sue lunghe divagazioni, di tutto, di sesso, di famiglia, di scuola, di  psicologia, di sociologia, di letteratura con una competenza ed una profondità invidiabili, con originalità e indipendenza di giudizio: un vero e proprio, ma a ragion veduta, bastian cuntrari l’Albinati ; le sue disamine, lunghe lunghe lunghe e così precise da rasentar la pignoleria, sono davvero impressionanti. Solo mi chiedo se per arrivare al clou della narrazione, che inizia intorno a pagina 450, era proprio necessaria  una tal profusione di divagazioni e di incisi, perdonabili solo a un Balzac.

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Mi rifaccio con Hölderlin.

        “Essere uno con il tutto, questo è il vivere degli dei; questo è il cielo per l’uomo.

        Essere uno con tutto ciò che vive e ritornare, in una felice dimenticanza di se stessi, al tutto della natura, questo è il punto più alto del pensiero e della gioia, è la sacra cima del monte, è il luogo dell’eterna calma, dove il meriggio perde la sua afa, il suono la sua voce e il mare che freme e spumeggia somiglia all’onde di un campo di grano.

        Essere uno con tutto ciò che vive! Con queste parole la virtù depone la sua austera corazza, lo spirito umano lo scettro e tutti i pensieri si disperdono innanzi all’immagine del mondo eternamente uno, così come le regole di un artista davanti alla sua Urania, e la ferrea fatalità rinuncia al suo potere e la morte scompare dalla società delle creature e indissolubilità ed eterna giovinezza rendono felice e bello il mondo.

        Sovente mi innalzo a questa altezza, ma un momento di riflessione mi butta giù. Rifletto e mi ritrovo, così come ero prima, solo con tutti i dolori di ciò che è mortale, e infranto è l’asilo del mio cuore, il mondo eternamente uno, e la natura mi chiude le sue braccia e io sto davanti a lei come un estraneo e non la comprendo.

        Oh! Non avessi mai frequentato le vostre scuole! La scienza che ho seguito fino al fondo del suo pozzo e dalla quale io, giovanilmente folle, attendevo la conferma della mia pura gioia, mi ha sciupato ogni cosa:

        Sono diventato, presso di voi, un individuo così ragionevole, ho imparato a distinguermi perfettamente da ciò che mi circonda e sono ormai isolato in questo mondo bello, sono stato scacciato dal paradiso della natura, dove ho vissuto e sono fiorito, e mi inaridisco nel sole del meriggio.

        Oh! Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette e, quando l’estasi si è dileguata, si ritrova come un figlio fuorviato che il padre cacciò via di casa e contempla i miseri centesimi che la pietà gli ha dato per il suo cammino” (Friedrich Hölderlin, Iperione, traduzione e cura di Giovanni V. Amoretti, Feltrinelli, Milano, 1991, pp 29-30).

 

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Chàirete Dàimones!

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I perché di un No. Castro. Reimverse auf den Tod. Vittoria Lepanto

Post n°928 pubblicato il 02 Dicembre 2016 da giuliosforza

 

Post 857

 

Quale dunque la posizione di un anarchico, non solo mentale, nei confronti dell'aut-aut Sì No, di fronte al quale è posto in questi giorni il popolo italiano?

Di un che non crede nelle immutabilità di nulla, nemmeno della Veritas Domini (quae) manet in aeternum; figurarsi delle Costituzioni, registrazioni di una nuova temperie politica e storica (la Francia  è alla Quinta repubblica, cioè alla V Costituzione, e noi si rimarrebbe abbarbicati alla prima?) e dell'autoregolamentazione che un popolo attraverso essa si dà?

Di un teorico della dis-educazione "estetica", cioè di quel processo di de-gregazione (de grege) che s'oppone a quello di aggregazione (ad gregem) che lo stato persegue: processo di affrancamento "estetico" del gregge, innalzamento di esso a popolo, che si dà come programma  strappare  pecore al gregge, servi ai padroni, schiavi ai tiranni, a cominciare da quelli a noi interiori, retaggi e sedimentazioni storiche dei baconiani idola specus tribus fori theatri?

"La costituzione non si tocca" non può dunque essere il mio grido insensato.

Ma quando e perché si tocca una costituzione?

Ogni qualvolta si renda necessario  fovere quod est frigidum, flectere quod est rigidum, regere quod est devium, lavare quod est sordidum, rigare quod est aridum; quando si voglia ulteriormente promuovere il processo di liberazione, cioè di umanizzazione, dell'uomo, e non quando si tenda a mortificarlo, tale processo, operando svolte autoritarie, con la scusa dell'uscita dal caos, che un burattino di turno (tale  da noi il bamboccione fiorentino, certamente furbetto, ma ridicolmente manovrato dalle abili mani della prussiana virago di pomerania che fa splendidamente gli affari delle sua gente) sta tentando di far con ogni mezzo (fiorentino era Machiavelli) passare, spinto dalle plutocrazie bancarie che hanno procurato il terremoto politico finanziario che non accenna a placarsi, delle cui conseguenze nefaste lautamente si nutrono.

Nella riforma della costituzione proposta da Renzi non trovo una , dico una sola parola che  possa spingere un come me a sottoscrivere il fatidico, ora sempre più... 'inestetico', in senso lato e in senso stretto, perché anche prodiano, Sì. L'abatello toscano e la sua Venere cloacina, come direbbe l'amico Thirsenos, possono gabbare chiunque, non me, non l'esercito composito del No, col quale è, sia beninteso, momentanea quiete strategica, non pace!

 Il mio è dunque un No. Un no talmente convinto che andrò, contro il mio consolidato costume, a votare nella speranza, in caso di vittoria, che possa qualcosa di davvero nuovo, in quest'Italia stucchevolmente ripetitiva, accadere.

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Qualunque opinione si abbia di Castro una cosa è innegabile: di tutti gli ex alunni dei gesuiti di questo secolo egli, che frequentò il gesuitico Colegio de Belèn de l'Avana dal '41, suo quindicesimo anno di età, alla maturità, uscendone con lode soprattutto per quanto riguarda le discipline letterarie e lo sport, è indiscutibilmente il più illustre, e colui che meglio ha assorbito, indirizzandolo a fini rivoluzionari, lo spirito combattivo della 'Compagnia di Gesù', come volle denominare l'Ordine da lui fondato il capitano Ignazio di Loyola. I Gesuiti, che poi egli avrebbe giustamente cacciato da Cuba, e soprattutto il gesuita Bergoglio, celebrino il loro più illustre e coerente discepolo non solo con preghiere, ma dedicandogli il loro collegio, se ancora o di nuovo esiste, e magari qualcuna delle loro numerose università sparse nel Nuovo Mondo. Dàje, Bergoglio, spiazziaci ancora una volta: quando ti si ripresenterà una occasione come questa?

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Anche novembre declina, e non disdice un altro pensiero sulla morte,  vanamene esorcizzato dalla stolida insipienza, dal vano affaccendarsi dei morituri. E mi piace farlo ancora col distacco, l'ironia , la saggezza stoico-epicurea, in una parola lucreziana, del giovane maestro, con Hegel, di Marx. Luwig Feruerbach.

Im grossen Buch der Werd ich's lass / Der Tod ist aller Dingen Mass. (p. 64) Nel gran libro del mondo ho letto: la morte è la misura di tutte le cose.

Dann kommt von selbst in dein Gedärme / Des sanfte Friedens linde Wärme / Beiz' erst im Tod vom Selbst dich rein / Versöhnungs kommt schon hiterdreim. (p. 98) Allora verrà da sé nelle tue viscere il soave calore della morbida pace. Prima tu disinfèttati del Sé nella morte. Appresso verrà certo  la riconciliazione.

        In calce a questi che son gli ultimi versi del poemetto feuerbachiano trovo una mia nota a matita: Beizen significa anche metter in salamoia. Il Sé messo in salamoia nella morte, esilarante!

*

Saracinesco è un paesetto dei monti Ruffi, non distante da Roma, che dai suoi circa mille metri incombe sulle vie Tiburtina ed Empolitana. Con Anticoli Corrado fu  noto per fornire bellissime modelle ai pittori (del solo Michetti restano una ventina di bozzetti) che numerosi, italiani e stranieri, nell'Ottocento fino a metà del Novecento vi affluivano. Una di queste, Vittorina Lepanto, nome d'arte probabilmente suggerito dal Vate di Vittoria Proietti, figlia  di genitori adottati , bellissima e vivacissima, era destinata a fare anche carriera nel cinema muto. Nel 1917 interpretò Elena Muti, e pare assai bene, nella riduzione cinematografica de Il Piacere per la regia di Amleto Palermi.

Tra le tante commemorazioni proposte da Guerri, non sarebbe il caso di includere quella della delle bella ...saracina?

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che incombe sulla propaggini dei monti Rufi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 sulla tiburtina nei presi dell'oraziana Mandela

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Il Palazzo. Merezkovskij. Alberto Magno. Freuden des junges Werters

Post n°927 pubblicato il 24 Novembre 2016 da giuliosforza

Post 856

Cinque volte credo d’aver varcato nella mia vita le soglie del Palazzo.

La prima fu negli anni Sessanta per assistere ad un dibattito parlamentare, e ne godetti. Era  l’epoca in cui il Parlamento era popolato da personaggi  d’uno spessore e d’una cultura politica oggi inimmaginabili, che avevano appreso nelle scuole del Fascismo (pochi di essi, anche di Sinistra,  quelli non provenienti  dai Littoriali della Cultura) o dell’Antifascismo , dai Togliatti  ai Longo ai Paietta ai Berlinguer ai Fanfani ai Moro agli Andreotti agli  Scelba ai Tambroni (non ebbi occasione di sentire De Gasperi e Croce, premorti),  ai Nenni ai Pertini ai Saragat  ai La Malfa ai Pacciardi agli Almirante, ai Michelini ai Romualdi ai Rauti ai De Marsanich ai Covelli ai Lauro agli Spadolini ai La Malfa… Negli anfiteatri di Montecitorio e di Palazzo Madama avevano luogo agoni dialettici, magnifici anche nelle invettive, non indegni delle epoche dei Catoni e dei Ciceroni.

La seconda volta mi recai a Palazzo Chigi per ricevere un premio letterario da me non sollecitato.

La terza, sempre a Palazzo Chigi, per onorare le spoglie di La Malfa ivi esposte (ai morti si perdona e noi, i pacciardiani, gli perdonavamo il tradimento della causa repubblicana mazziniana), e rischiai brutto : avevo nel borsello una pistola a salve appena comprata  e destinata a spaurire i cani randagi  durante le  mie passeggiate solitarie pei colli  le valli le selve della mia terra. Accortomi che la polizia ispezionava le borse, tentai di  uscir  dalla lunga fila per evitar l’imbarazzo delle spiegazione, ma fui fermato, e non vi dico la scena tragicomica che ne seguì. Allora ero capellone e barbuto, e fui scambiato per un terrorista. Dovetti inventarmi una bugia e dire d’essere atteso dal capo dell’Ufficio stampa, il dott.  I.  Non era vero, ma conoscevo il dottore. E tanto bastò perché mi si introducesse con mille scuse senza farmi fare la fila.

La quarta, qualche anno fa, per portare ad un mio amico direttore didattico, diventato consigliere d’un sottosegretario, i volumi delle mie poesie destinate alle biblioteche di parlamento e senato (sarei curioso di vedere se vi son finite!).

La quinta recentemente, invitato alla presentazione del libro Teresina Tua, l’angelo del violino, di Luca Bianchini e Anna Trombetta. L’incontro si svolgeva nella nuova sala dei gruppi parlamentari al ’74 di via di Campo Marzio. Non conoscevo la Tua, enfant prodige, vissuta novanta anni dal 1866 al 1966, concertista già dai cinque, osannata in tutto il mondo, lodata da Wagner, Liszt, Verdi, Bossi, Toscanini, andata sposa giovanissima prima a un Valletta, poi al conte Quadrio di Sondrio che le avrebbe alla sua morte prematura lasciato un patrimonio sconfinato, madre suicida, due gemelli morti in tenerissima età, dal ‘15 al ’40 insegnante ai Conservatori di Milano poi di Santa Cecilia, e dal ’40 fino alla morte suora, col nome di Suor Maria di Gesù, nel convento delle Adoratrici del Sacramento a Porta Pia. L’incontro era patrocinato dall’on. Bechis, giovane donna dimessa ed illetterata (diploma di istituto tecnico alberghiero)  ex cinque stelle, passata direttamente dalla guardiola di una portineria allo scanno di Montecitorio, il che le fa sommamente onore.

La nuova sala dei gruppi parlamentari, ad anfiteatro, ha una architettura essenziale, con scanni assai scomodi (vi è difficile sonnecchiare e smanettare coi cellulari!) ma dotati di tutti i più moderni accessori elettrici ed elettronici. Un’aula dal tono francescano, senza alcuno sfarzo e alcun ornamento. Ma per accedervi (si era non più di quaranta invitati, per lo più vecchiotti), il solito cerimoniale che mi fa saltare i nervi: giacca e cravatta obbligatori (che risibile anacronismo!) uscieri bardati come ammiragli (e come ammiragli, mi si dice, remunerati), stretto servizio di sicurezza, controlli di identità, metal detector, check in...  Mancando registrazioni dell’Artista, una giovanissima violinista, la cui esibizione lasciava molto a desiderare, suonò qualche pezzo degli autori dalla Tua preferiti, mentre una attrice-doppiatrice di cui non ricordo il nome,con una impostazione eccessiva per la natura  dell’evento ne ripercorreva le tappe  fondamentali dell’esistenza dal violino sottolineate.

M’aspettavo assai di più. Qualcuno lamentava l’assenza della stampa, che a me invece piacque. La seconda giornata di celebrazioni si sarebbe tenuta nella cappella del Convento del Sacramento il sabato successivo, con la partecipazione, tra l’altro, dell’ottimo coro “ Entropie armoniche” . Ma l’ora tarda della manifestazione mi impedì di partecipare. Un  peccato?

*

Terminata la lettura del romanzo storico di Merezkovskij su Giuliano l’Apostata, che ho trovato persino più avvincente  del capolavoro di Gore Vidal;  e la ricomincerei, se non mi restassero da leggere altre mille cose per le quali potrei non aver tempo. Il tentativo di restituzione  di un paganesimo filosofico e religioso illuminato e tollerante operato dal nipote di quel Costantino le cui, e di sua madre Elena,  infinte crudeltà non impedirono che fosse annoverato, come  la madre stessa, fra i santi, era destinato a fallire; ma non  certo avrebbe, il colpo di giavellotto che giovanissimo come Alessandro lo trapassò, cancellato l’orma indelebile da lui impressa nella storia. Leggere i libri dell’Imperatore filosofo, di una attualità sconcertante, può fare immenso bene all’uomo di un secolo che intolleranza fanatismo  e oscurantismo minacciano di ridurre ad uno dei più bui della storia.

Fossi vissuto nei primi anni del cristianesimo paolino, e avessi partecipato ai primi accesi dibattiti teologici, fossi stato pusillanime mi sarei allineato all’arianesimo del sanguinario  Costanzo secondo, che non fece in  tempo ad eliminare il suo consanguineo Giuliano, contentandomi di negare la consostanzialità del Cristo col  Dio delle Trascendenze. Ma da non pusillanime mi sarei  spinto più in là e avrei già detto di Lui quel che adesso dico: Lui essere, con Lao Tse, Zarathustra, Buddha e pochi altri, uno dei più grandi, forse il maggiore,  degli Oltre-uomini (super-Uomini?),  in questo senso perciò “divino”; Lui, il Gran Ribelle, umiliato dai suoi seguaci ad allevatore di greggi.

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Nel corso della mia breve passeggiata mattutina, per la seconda volta sono entrato nella chiesa parrocchiale del mio quartiere dedicata ad Alberto Magno, il grande filosofo e teologo di Colonia di cui per tre anni fu discepolo Tommaso d’Aquino, quel “bue muto” (così schernito, visti la sua stazza e il suo carattere, dai condiscepoli), il cui muggito, nelle previsioni di Alberto, avrebbe riecheggiato in tutto l’orbe terracqueo. Trovo la chiesa  orrenda, una di quelle chiese nuove di pessimo gusto, tra il garage e grande magazzino, che dovrebbero abbellire le periferie romane. Non male invece tre grandi  affreschi classicheggianti  e il piccolo organo a canne, le cui sonorità si usa oggi collegare, per accrescerne ricchezza e potenza, a quelle di un organo elettronico, con esito per la verità non disprezzabile. E orrende le via crucis in acquerello, ognuna replicata, non so perché, da   una sottostante sculturina , non ho ben capito se lignea o in terracotta dipinta, in grezzo stile etnico.

Delle sette donne presenti componenti il pubblico cinque, assai anziane, occupavano il secondo banco  e due, di mezza età, il primo, accanto a un giovane prete, difficile dire se  italiano meridionale o  mediorientale, assai sciatto nei modi e nel vestire. Stavano recitando il Mattutino, la prima delle Ore canoniche. In ciò nulla di strano. Ciò che in un primo momento invece mi è apparso esilarante, divertente  e irriverente insieme è che degli otto oranti il prete e le due donne di mezza età smanettavano  col cellulare mentre ginocchioni recitavano i salmi. Pensavo: ma dove siamo arrivati? Nemmeno durante una funzione sacra si può fare a meno dell’aggeggio diabolico? Non avevo capito che il cellulare sostituiva il breviario, tutto il breviario essendo stato in esso scaricato. Potenza della figlia maggiorata della Scienza, la Tecnologia! Sacrilegio e miracolo della risoluzione del sacro nel profano e viceversa! Ché se il medium è il messaggio, come vuole il buon  Mc Luhan luminare, dopo la conversione al cattolicesimo,  della prestigiosa gesuitica  University of St Louis, nasce un grave problema epistemologico e insieme teologico: la liturgia del Libro divino può così semplicemente converti in quella laicissima della tecnologia digitale? Può apparire un falso problema di lana caprina, ma non lo è. Almeno per il trascendentista cattolico legato al concetto metafisico del Logos come arché.

L’arte di trarre profitto dai propri peccati, di un Autore che si rifaceva a Francesco di Sales, e l’Imitazione di Cristo del Da Kempis col suo terrorismo psicologico e culturale, furono solo due dei numerosi libretti con cui si tentò, senza riuscirci, per la verità, di avvelenare  la mia adolescenza, di oscurare l’alba della mia vita; quando ben altro avrei avuto bisogno di leggere, per esempio il Versuch über die Kunst stets frölich zu sein, Ricerca sull’arte di esser sempre felici di J. Peter Uz, l’ Ars semper gaudendi, l’Arte di sempre godere  di Alfonso De Sarasa, e magari il Freuden des jungen Werters, Le gioie del giovane Werter, parodia del Nicolai del Werter goethiano. Suggestioni venutemi dalla lettura de Gli elisir del diavolo di Hoffmann, che sto rileggendo con grande diletto: sembra la mia autobiografia.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Kant. Buttafuoco. Collalto. Congedo

Post n°926 pubblicato il 11 Novembre 2016 da giuliosforza

Post 855

Molti scrivono libri coi libri, pochi con la propria testa. Io son dei pochi.  Mi viene in mente questa celebre affermazione kantiana  scorrendo l’ennesimo libro di un “amico” dove si trova tutto quel che altri sull’argomento di cui egli dice han pensato, nulla di ciò che egli pensa. La dicono oggettività.

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Pierangelo Buttafuoco, 53enne siciliano di Catania, è un giornalista, romanziere, saggista, opinionista assai  curioso e  farouche , in ogni accezione del termine. Da giovane l’abbiamo letto sul ‘Secolo d’Italia’, poi su ‘Panorama’, poi sul ‘Giornale’, poi su l ‘Foglio’, poi su ‘Repubblica’ poi su ‘Il Fatto Quotidiano’. Non può certo negarsi che sia uno spirito vivace ed irrequieto (o solo un versipelle?). Partito cattolico tradizionalista missino è finito musulmano, e in quanto tale,  si è scelto il nome di Giafar el-Siquilli, Giafar il Siciliano. Del mistico sufi ha l’aspetto, ma lo vedrei meglio come un derviscio danzante. Sotto la sua maschera affiorano un sorriso,  una serenità , finti o veri non saprei,  forse frutto della sua nuova fede. Ma non voglio dilungarmi sulle vicende private del personaggio Buttafuoco, anche se in lui ‘arte’ e vita coincidono.  Ne parlo qui solo per una battuta che ho udito dalla sua bocca in tv, che mi è molto piaciuta. Richiesto dal conduttore di una nota trasmissione de La7 di scegliere fra Trump e Ilary Clinton ha risposto sornione: non mi sbilancio, peggio di Trump c’è solo la Clinton. Non si tratta semplicemente di una battuta, di una risposta ad effetto. Io condivido in pieno.

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Che io non sia un patito dell’Opera, a men che non si tratti di Beethoven e di Wagner, nei quali la voce non è a servizio della musica o viceversa ma strumento fra strumenti, sì da rientrare perciò totalmente nel gioco sinfonico, è notorio; ma ciò non significa che la disdegni. Ogni aspetto della complessa figura di Frau Musica mi alletta. Ma gli è che sono stato retto a battesimo dal Corrucciato di Bonn (donde il mio soprannome infantile ‘ ngrifone, -grifone, ingrifato?) che anziché bagnarmi il capo con acqua benedetta mi inoculò stille di suo sangue nelle vene. Dunque l’Opera non mi è aliena, soprattutto quella romantica, colma di tragiche e possenti  passioni, di tensioni, di aneliti, in altra parola di Sehnsüchte, irrisolte ed irrisolubili  se non dopo l’affogamento nella Notte novalisiana, nel gran mare dell’Assoluto wagneriano (isotteo  Ertrinken Versinken, Unbewusst, Höchste Lust!).

Queste considerazioni mi sono suggerite da una delle tante trasmissioni, più o meno divulgative, dedicate da Rai5 al fenomeno musicale in tutti i suoi aspetti. Fra di esse  una ve n’è ( si tratta di una serie curata dall’ex baritono spagnolo Ramon  Gener Sala, garbatissimo e informatissimo, che va in onda già da qualche stagione, di fronte alla quale molti barbassori accademici storcono il naso, dal titolo This is Opera) che, nonostante la mia concezione fondamentalmente esoterica del fatto musicale ed estetico in generale (vedrei la musica  volentieri vietata per legge, come celia il mio amico Antonino Riccardo Luciani, sicché solo noi  iniziati se ne possa celebrare in catacombe  i Misteri) apprezzo molto, e mi sentirei di condividerla. Come invito essoterico all’opera, come educazione all’ascolto per i non addetti la trasmissione di Gerner è fantastica. Poche di più efficaci ne ho trovato nella mia lunga esperienza nel campo. 

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Le tante, troppe,  manifestazioni estive promosse da Comuni e Pro loco del contado, avviene raramente  che vadano oltre il mangereccio, che non depreco, naturalmente, ma che, non inserito in un più ampio contesto culturale, fine perciò a se stesso, non fa che vieppiù ingaglioffire chi s’accontenta del  “panem et circenses”. Lodevoli eccezioni, tra i paesi da me frequentati, Roviano, di cui ho già abbondantemente detto di recente , Arsoli, più volte ricorso in questo mio diario come uno dei centri della Valle dell’Aniene dove comune e proloco fanno a gara a chi organizza i migliori eventi, e Collalto Sabino, del quale voglio dire brevemente qui.

Collalto è con Nespolo l’estremo borgo del reatino ai confini con l’Abruzzo aquilano. Appartiene ad uno dei “borghi più belli d’Italia”, possiede un palazzo baronale ancora in ottimo stato, dall’alto dei suoi mille metri offre uno splendido panorama, dominando insieme la Valle del Turano col suo lago e la Piana del Cavaliere. A Collalto, la sera del 18 agosto, si tenne un “Gran Galà Lirico” dal titolo “La Musica es Vida”, un noto brano dell’argentino Rolando Nicolosi maestro concertatore ed accompagnatore al pianoforte dei pezzi d’opera e delle romanze e canzoni in programma, per lo più napoletane, cantate da Giada Bruni, Silvia Lo Giudice, ambedue soprani, Fabio Serani tenore, Cristian German Alderete baritono e Pietro Colucci tenore, in maggioranza del Nicolosi stesso allievi. I brani eseguiti quelli tra i più popolari di Verdi, Puccini, Rossini, una decina in tutto , e, nella seconda parte , assieme a un brano di C. Gardel elaborato per il piano dal Nicolosi, “El dia que me quieras”, di Bovio-Lama “Reginella”, di C. A. Bixio “Mamma”, di Furnò-De Curtis “Non ti scordar di me”, di Di Giacomo Tosti “Marechiaro”, di Leoncavallo “Mattinata”, ancora di Tosti “’L’alba separa dalla luce l’ombra”, di De Curtis-De Curtis “Torna a Surriento, di Di Lazzaro “Chitarra Romana”.

Vista la destinazione popolare del concerto la scelta non originalissima del materiale era del tutto giustificata. E meritatissimo ne fu dunque il successo. Ma anche l’orecchio più esigente del critico poteva ritenersi soddisfatto, per l’ attenuante rappresentata dalla difficoltà di una perfetta diffusione del suono all’interno di un cortile assai suggestivo ma non certo progettato per tale scopo. Particolarmente lodevoli le prove della bella soprano (“noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle”, Purgatorio XXXI, 106), assai giovane di età, ma molto matura di voce e di stile, Silvia Lo Giudice, e del baritono Cristian German Alderete. Complimenti sentiti a tutti, dunque, agli artisti, agli organizzatori, ai ragazzi della Proloco ed alla neo Sindaca  prof.  Maria Pia Mercuri, che ebbi il piacere di avere allieva all’Università, della quale già, ad appena due mesi dall’insediamento, si avverte quel tanto di grinta e determinazione necessari  non solo per la salvaguardia dell’esistente, ma per una sempre sua maggiore valorizzazione, e per l’avvio di un nuovo ciclo che farà di Collalto, già modello  per le realtà circostanti, una perla sempre più rilucente della Valle del Turano.

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CONGEDO

“Nulla esiste. E se qualcosa esiste non è conoscibile. E se qualcosa è conoscibile non è comunicabile”.
Con questo, per nulla sofistico e nichilistico, aforisma di Gorgia di Leontini chiudo una vita dedicata a quella comunicazione di niente a nessuno chiamata insegnamento, che a me peraltro ha consentito di esaudire l’innato bisogno di affabulazione, la narcisistica necessità di ascoltarmi nell’atto di creare, o di creare nell’atto di ascoltarmi: ché per me supremo atto creativo ha sempre rappresentato il discorso a braccio, e quelle poche cose che ho scritto per dovere professionale (non dico perciò dei miei diari, delle mie poesie e dei ludicoli musicali, mediante i quali mi divertii -Ihr steifen Weisen, mir ward alles Spiel, come al Dioniso dei Ditirambi - a tradurre liricamente in versi neoclassici la mia filosofica neo pagana visione del mondo) sono quasi sempre state di essi discorsi a braccio la trascrizione rielaborata, riveduta e corretta. 
Insomma, il grande dilemma, lascio o non lascio, è risolto. Lascio. Me ne convince un incidente fisico non nuovo e che spero non letale, mediante il quale prendo finalmente atto che il mio corpo è stanco, e che non mi è più consentito abusarne. Decido di lasciare sereno, salutando col Chàirete Dàimones e l’Es lebe das Leben, che riassumono il senso della nostra provocazione culturale, quanti mi hanno ascoltato, spontaneamente o per obbligo, lodandomi o vituperandomi, amandomi od odiandomi, dandomi del genio o del cialtrone, dell’ispirato o dell’esaltato. La mia voce (la cosa di me a me e non solo a me più cara) da oggi tacerà. Favète linguis, ché iniziano i riti…

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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