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Riflessione filosofico-poetico-musicale

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Io e il fascismo. Il Veltro

Post n°852 pubblicato il 05 Giugno 2015 da giuliosforza

Post 795

 

Chi come me non ha vissuto, come io ho vissuto, una infanzia e una preadolescenza  “fasciste”, non potrà capire quello che sto per scrivere, e ne sarà infastidito. Non potrà capire la struggente nostalgia, che è nostalgia dell’infanzia, che mi possiede di quei riti, di quelle retoriche, di quelle scuole, di quei sabati, di quelle adunate, di quelle befane, di quei canti, soprattutto di quei canti, di quei discorsi, di quelle esaltazioni per le opere realizzate dal regime (città, strade, monumenti, imprese, primati tuttora resistenti agli assedi del  tempo). Non potrà capire come un anarchico come me il quale, grande, sarebbe sicuramente finito al confino  in qualche amena città o isola del centro-sud, o in qualche dura prigione di massima sicurezza; come uno come me, che già nella primissima fanciullezza era talmente ribelle da rifiutarsi ai sacri riti del saluto al Duce, della partecipazione ai giochi di gruppo e alle attività ginnico-sportive e a qualunque altra attività che gli sapesse di in-greggiamento, di ag-gregazione, con la conseguenza di buscarsi sonore sberle e calci nel sedere dai federalini; come uno come me il quale, lungo tutto il corso della sua vita, avrebbe teorizzato una anti-pedagogia, o dis-educazione “estetica”, fondata sul senechiano rifiuto del costume pecoresco del seguire, “pecorum ritu, (…) antecedentium gregem, pergentes non quo eundum est, se qua itur” e finalizzata all’affrancamento di pecore dal gregge, servi dai padroni, schiavi dai tiranni (quelli esterni ma anche quelli annidati in interiore homine, gli idòla baconiani); costui non potrà capire come io possa cullare in me tali nostalgie, addirittura  ricordare senza particolare emozione un evento terribile come la guerra con tutte le sue le sue efferatezze: un evento rappresentatogli  come la giusta reazione  delle ‘nazioni proletarie’ alla tracotanza delle  ‘plutocrazie’ (ancora non capivo, come avrei poi capito, le guerre, quale ne sia la causa prossima scatenante, essere dei bubboni che scoppiano fatalmente allorchè gli organismi delle nazioni sono irrimediabilmente infetti, ed insensato essere l’attribuirne la causa  a questi o a quegli , meri strumenti nelle mani di una cinica schopenhaueriana Wille avente a cuore non la sorte degli individui ma la salvaguardia della Specie).

 

Ma perché tutto questo sproloquio?

Perché (coup de théâtre!) voglio farvi divertire con me narrandovi dettagliatamente del documento capitatomi casualmente tra le mani, dal quale appare in tutta la sua irresistibile comicità la piaggeria di cui all’epoca del Ventennio la maggior parte degli intellettuali si rese rea. Io conservo un buon numero di testi delle mie elementari i quali, pur essendo per il resto didatticamente notevoli, in quanto a piaggeria ducesca non scherzavano, e perciò avrei dovuto essere preparato. Ma troppo esilarante anche per me è il volume Il Veltro di un tal colonnello Decio De Minicis (uno pseudonimo?), che una mia figliola, educata come tutti dalla scuola postfascista al più fascista degli antifascismi, ha voluto darmi, a sua volta di esso donata (la costruzione  dell’accusativo della persona e dell’ablativo della cosa del verbo donare  qui è proprio di pertinenza) da una anziana badante-istitutrice ritiratasi in una casa di riposo e liberatasi di una gran quantità di interessanti  libri di ogni specie raccolti, da lei lettrice curiosa e vorace, nei lunghi anni della sua attività di casa in casa.

La copertina del volume è di un bel grigio-nero, come d’obbligo. Al centro campeggiano, insieme alla data del calendario di regime (A. IX, che sta per anno nono dell’Era Fascista, vale a dire 1931, nei monumenti marmorei pomposamente detta a fascibus restitutis ) i due profili scultorei di Dante e di Mussolini e sotto, in altro tono più marcato d’inchiostro, un cupo nero …camicia nera, l’indicazione ‘Terzo migliaio’ e  ‘Casa Editrice Pinciana-Roma’. La prefazione è di Paolo Orano, un intellettuale scrittore e professore universitario di tutto rispetto, teorico fra l’altro della demodoxalogia, che a guerra finita fu per le sue idee democraticamente epurato

e morì solo e abbandonato per non aver creduto opportuno, o per non averne avuto il tempo, di riciclarsi  rifacendosi una verginità, come la maggioranza dei suoi colleghi. In nove capitoli (L’Italia di Dante, L’enigma forte, Il vaticinio. Poema romagnolo, La Croce e l’Aquila, Il Veltro, L’oroscopo di Mussolini, La lupa, Tra feltro e feltro) per duecentocinquantadue pagine di carta aristocraticamente rozza, ventidue brevi righe a pagina di larga spaziatura per facilitare la lettura, attraverso dotte citazioni l’autore sviluppa la tesi esilarante secondo la quale  il Veltro dantesco coinciderebbe con Benito Mussolini (quale meraviglia, se già da ben altro pulpito il Predappiano era stato consacrato  ‘Uomo della Provvidenza’?). E a tal fine si serve di una serrata analisi del testo dantesco, procedente parallela con quella dei famosi versi virgiliani (IV Ecloga) profetizzanti, nella interpretazione cristiana, la venuta del Messia, e recitanti:

 

“Ultima Camaei venit iam carminis aetas:

Magnus ab integro saeculorum nascitur ordo.

Jam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna

……………

 

Il parallelo Gesù-Duce mi mancava, io ero fermo a quello Cesare Augusto-Benito Mussolini.

L’identificazione Veltro-Duce era per altro già tutta annunciata nella Dedica:

 

ALLA GIOVINEZZA DELLA NUOVA ITALIA

PERCHE’

NEL POETA DIVINO AMMIRI ED ESALTI

IL GRANDE PROFETA DELLA PATRIA

E RICONOSCA COME DANTE RICONOSCEREBBE

NEL DUCE MAGNIFICO

INCARNAZIONE DEL SUO IDEALE

IL VELTRO LIBERATORE

 

Non posso terminare queste amene divagazioni senza divertire il lettore con l’integrale riproduzione delle due ultime pagine del saggio, ove il ridicolo raggiunge il suo culmine e ove si fa, tra l’altro, curioso riferimento ai Silenziari delle Camicie nere, di cui m’era ignota l’esistenza, “idealmente fasciati di … feltro, specialisti nella tacita azione rivoluzionaria”.

 

“Questo silenzio, il quale ha un che di mistico e di sacro, ci porta facilmente alla rivelazione ultima e definitiva del simbolo del Veltro; e chi ce ne darà il modo sarà ancora un poeta. I poeti italici ci hanno guidato lungo il cammino dei secoli per arrivare al Veltro; e un poeta italico lo mostrerà, lui presente, a noi presenti.

Ludovico Ariosto, descrivendo la Casa del sonno. Nel canto XIV dell’Orlando Furioso, dice:

 

‘Lo spaventoso oblio sta sulla porta 

non lascia entrar né riconosce alcuno,

non ascolta ambasciata né risposta,

e parimenti tien cacciato ognuno. 

Il Silenzio va intorno e fa la scorta  

ha le scarpe di feltro e il mantel bruno….’.

 

Così i Silenziari delle Camice (sic) nere, come il Silenzio ariostesco ammantellato di bruno, furono idealmente calzati di feltro per condurre, alla muta,  una rivoluzione profonda, salutare e definitiva, e per smorzare il rumore della marcia che non doveva arrestarsi dentro le porte di Roma, ma andare a percuotere le porte dell’avvenire; e tutto e tutti siamo idealmente fasciati di feltro per concentrarci, isolati dai clamori esterni, in fervore di vita intensa, operosa e feconda: il Re Silenzioso, il Duce dei Silenziari e la Nazione dei Silenziosi Operanti:

 

‘e sua nazion sarà tra feltro e feltro’.

 

Carlo Delcroix annunciò che ‘forse era venuto l’uomo che  della solitaria visione dei poeti e della struggente passione degli apostoli doveva fare il mito e il canto della nostra età’.

Il cieco veggente, evangelista e poeta del Fascismo (Carlo Delcroix, e non l’Orbo veggente del Vittoriale, l’amor nostro Gabri -nota mia) aveva già nel Duce riconosciuto il Veltro dell’enigma secolare, e noi abbiamo potuto vederne il volto a traverso il pensiero di tutti gli esegeti della Divina Commedia, aggiungendo quella prova che i tempi si sono spontaneamente incaricati di offrirci.

Che se malgrado ciò, Benito Mussolini non è il Veltro profetato dal Divino Poeta, allora vuol dire che le prove hanno perduto ogni efficacia di dimostrazione, anche se tutte concordi e unanimi; e il Veltro non verrà mai più, e Dante avrà mentito per l’eternità”.

 

Delirio puro.

 

______________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 
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