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Morte di Mario Maranzana

Post n°539 pubblicato il 15 Gennaio 2012 da giuliosforza

 

Post 516

!3 Gennaio.

Mattinata tra le più belle delle mia vita, di cui non dirò il motivo, per custodirne il segreto nel profondo del mio cuore.

Pomeriggio tra i più tristi della mia vita.

Intorno alle 19 mi si chiama al telefono da Luisa Maranzana. Mio Dio, esclamo prima ancora di sentire cosa abbia da dirmi. Sì, proprio mio Dio,  ella conferma. Quello che ho intuito è purtroppo avvenuto. Mario è morto, il nostro grande Mario, l’attore, il saggista, l’autore (ho sotto gli occhi copia dattiloscritta, con dedica 16 dicembre 2008,  dell’ultimo suo dramma, Nero su Bianco, che non ha fatto in tempo a portare sulle scene), l’intellettuale, ma soprattutto l’amico fraterno (la cui  voce, bellissima e stentorea anche negli ultimi giorni che la malattia gli attorceva i visceri, mi è ancora negli orecchi, per averla intesa pochi giorni innanzi quando gli promettevo che mi sarei presto recato a fargli visita per gli auguri di buon anno), il padre della nostra Anna, l’Anima bella che ci aveva uniti e continuerà a tenerci unitì per l’eternità.

Non aver potuto partecipare alle sue esequie nella Chiesa degli Artisti  a Piazza del Popolo (ne avrà sorriso, lui non credente ma spirito, alla nostra maniera, profondissimamente “religioso”) , mi rattrista, ma forse è stato meglio così: ne celebrerò le  esequie (non “esequie”, anzi, vale a dire freddo, esteriore, di maniera, rumoroso, sovente ipocrita ex-sequi – o tu, patito di filologie!-di un freddo feretro vuoto di vita, ma prosecuzione ed approfondimento d’un dialogo con un’anima viva  durato oltre venti anni) nel tempio, di cui egli seppe ogni meandro, della mia coscienza.

Un pomeriggio di fine anni ottanta. Nel mio angusto studio del terzo piano del Dipartimento dei Scienze dell’Educazione in via del Castro Pretorio 20 si presenta una studentessa, occhi intensi e ridenti. E’ l’anno del mio corso sulla lettura pedagogica del Bhagavad Gîta, del ciclo de “La Pedagogia dei grandi Libri”, e lei è interessatissima alla letteratura vedica. Voglio che conosca mio padre, mi dice, l’attore che sotto tanti aspetti le somiglia.  Ci incontrammo per non lasciarci mai più. Per oltre vent'anni, fino all’epoca del mio pensionamento ed oltre, Maranzana avrebbe rappresentato la Presenza nobile, amatissimo da collaboratori e studenti, del “Laboratorio di Educazione Artistica Estetica” da me voluto quale appendice naturale dei miei insegnamenti di Pedagogia generale e di Metodologia dell’Educazione musicale e intitolato a sua figlia Anna, tragicamente scomparsa (oh le lunghe strazianti attese nell’astanteria della sala di rianimazione del San Camillo- oh il commovente addio alla salma entro le mura domestiche); ed avrebbe arricchito le nostre “Giornate internazionali itineranti di Studi e d'Arte” coi suoi dotti interventi. Indimenticabili i seminari su Pirandello, D’Annunzio, Joyce, Saba, in cui rivelò, in tutta la loro vastità, erudizione, perizia didattica, capacità di coinvolgimento. L’Aula Magna della Sapienza, Palazzo Massimo di Arsoli, Palazzo Teocoli di Ciciliano, i ruderi della Rocca Borghese di Vivaro, Palazzo Barberini di Palestrina, Palazzo Orsini di Castel Madama e poi Riofreddo, Roviano, Tivoli, Bellegra… lo accolsero relatore sui più disparati argomenti, da lui porti, oltre che  con la verve dell’attore provetto, con la padronanza dello studioso dalla curiosità mai appagata.  Poiché,  oltre che attore ineguagliabile, egli fu fine intellettuale ed una delle menti e degli ingegni più liberi in cui mi sia stato dato di imbattermi. Oltretutto musicista sensibile e raffinato, per la sua poliedricità, la sua versatilità e la sua straordinaria attività, anche come ambasciatore di Cultura e teatro italiani nel mondo (toccò fra l’altro a Lui commemorare in Cina Matteo Ricci con un lavoro originale dedicato al grande Gesuita veneratissimo anche oggi nella terra che fu dei mandarini) la sua memoria resterà imperitura, e destinata a crescere negli anni.

Io per mia parte cercai di non perdere nessuna delle sue grandi esibizioni nei teatri  sia di Roma che delle città toccate nelle varie tournées. Fui al Ghione, all’Argentina, all’Italia (ove trionfò con l’ultima grande fatica dedicata, su testi propri, a Tiziano Terzani e troppo presto, per la meschinità e la cecità di impresari e direttori, uscita dai cartelloni), al  Margherita di Genova,  alla Pergola di Firenze (indimenticabile ed esilarante “Bella Figlia dell’amore” con Proclemer Masiero e Bellei” del 2001).

Ora hai pensato bene di andartene. Ma il tuo scioglierti nelle cose mi ti renderà ancora più prossimo. Ti respirerò con l’aria, ti udrò stormire nelle foreste, agitarti nelle onde, spirare coi venti; ti vedrò fiorire calla sensuale sul mio verone, planare aquila altera sui miei monti. E non ridere, maledetto satiro, come fosti aduso a fare, del mio panismo. Ora sai che ho ragione.   

14 gennaio all’alba.

Ho passato la notte intera con te. Ti ho cantato, su un prato verdissimo, soli io e tu  in una sconfinata solitudine, la Missa gregoriana pro Defunctis. E tu m’accompagnavi, sdoppiato, all’harmonium.

Sia pace a Te.

 
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