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Nino Manfredi

Post n°541 pubblicato il 21 Gennaio 2012 da giuliosforza

Post 518

 

La memoria di Mario Maranzana mi spinge a ricordare un’altra mia frequentazione, quella di un altro noto attore, in ambito cinematografico molto più conosciuto: Nino Manfredi.

Triestino il primo, ciociaro il secondo: per origine e carattere non avrebbe potuto esserci maggiore differenza fra i due.

Conobbi Nino ed il fratello, il noto oncologo, in casa del loro cugino Dante Grossi,  mio alunno all’università, già Direttore didattico e valido scrittore di cose pedagogiche, direttore della Biblioteca Gabrieli di Roma, iscrittosi a Pedagogia per completare con la laurea, a quei tempi non richiesta per dirigere una scuola, il diploma in Vigilanza scolastica (allora una sorta di laurea breve, ma molto specialistica).

Nino, che avrei rivisto in molte altre occasioni (matrimoni, presentazione di libri, cerimonie ufficiali) appariva nel privato, cosa per altro nota, assai diverso dal personaggio pubblico. Abitava una bellissima casa sull’Aventino arredata con gusto semplice ed insieme ricercato (all’ingresso per cassapanca era un antico sarcofago marmoreo preziosamente scolpito). Era molto schivo, non aveva un carattere facile, ed era arduo fargli accettare i suoi “obblighi” di personaggio pubblico, come rilasciare autografi o farsi fotografare insieme a qualche ammiratore: perdeva facilmente la pazienza e bistrattava malamente i postulanti (ricordo scene  imbarazzanti al matrimonio di una sua nipote: era seduto a tavola vicino a me e non vi dico come trattò alcuni suoi parenti e conterranei – era originario di Pastena e non di Ceccano-  che avevano osato avvicinarsi a lui per una foto o per avere una semplice firma su un tovagliolo di carta).

Più a lungo lo frequentai all’epoca in cui stava rilanciando  Tanto pe’ cantà di Petrolini, che tanta fortuna gli avrebbe portato. Gli servivano delle informazioni di carattere storico da allegare al cofanetto del cd che stava preparando. Gli feci il nome di un grande specialista mio amico, Livio Jannattoni, studioso notissimo di cose romane, dal caratterino pepato non meno di quello del ciociaro. Passai a prendere Manfredi a casa con la mia vecchia gtv alfa romeo rossa, acquistata in terza mano da un vigile urbano di Vallinfreda, che se ne era disfatto perché troppo dispendiosa (anche io presto me ne sarei liberato, proprio allorché stava diventando auto d’epoca -non sono mai stato molto bravo negli affari- per tornare, io fedelissimo in amore nonostante quel che si dice in giro, alle mie dilette piccole cilindrate citroën), andammo a prelevare  Livio a piazza Bologna ed insieme raggiungemmo un ristorante (quasi vuoto perché era in corso una partita internazionale di calcio) prossimo al Teatro delle Vittorie, dove in quel periodo l’attore registrava non ricordo quale programma. Lì ebbe da Livio tutte le preziose informazioni necessarie e promise che l’avrebbe tenuto al corrente degli sviluppi e l’avrebbe anche ben compensato. Al momento del conto io e Livio ci si aspettava di essere suoi ospiti, ma egli non propose memmeno il pagamento alla romana, si fece semplicemente fuori. Quando mesi dopo lo risentii e gli ricordai Jannattoni fece quasi finta di non ricordarlo. Chiesi poi a Livio se si fosse fatto vivo. Non s’era fatto vivo.

Questo era uno degli aspetti più…e silaranti e simpatici di Nino, i quali per altro, anziché mortificarle, magnificavano, umanizzandole, le sue eccelse doti di artista, sicuramente uno dei sommi. Avermi concesso la sua amicizia ha rappresentato per me un grande dono.

Aveva fatto parte della stupenda banda delle “teste pazze”, quella della generazione immediatamente post bellica, composta da lui, Maranzana, Gassman, Vitti e   innumerevoli altri giovani ingegni frequentanti l’Accademia d’Arte Drammatica, allora situata (s’era negli anni quarantotto -cinquanta)  nel palazzetto liberty di Piazza della Croce Rossa e diretta dal grande Silvio D’Amico. Teste calde e pazze le chiamava l’usciere-bidello Antonio Di Pietro detto ‘Ntoniu ‘e Zarlenga, ivi “sistemato”, come allora usava dirsi, da un suo parente religioso direttore del vicino Liceo Collegio San Leone Magno di via Montebello (i religiosi facevano giardinaggio e passeggio sulle mura antiche, sui cui ruderi il complesso in parte poggiava), ora scomparso per far posto al Liceo Scientifico Statale “Plinio Seniore”, che mi pare abbia chiuso esso pure i battenti. Raccontava Antonio, mio compaesano e lui stesso personaggio esilarante, che quella “banda di pazzi” una ne pensava e cento ne faceva, soprattutto nei suoi riguardi, bidello-zimbello. Il più scatenato era naturalmente Vittorio, ma Monica pare non fosse da meno. Nino era un po’ più serio: se non già laureato, era avanti negli studi di giurisprudenza.

 

In morte potei salutarlo, cosa che con mio sommo dispiacere non mi è stato  possibile fare con Mario, in Santa Maria in Monte Santo, la così detta Chiesa degli Artisti. Celebrava il musicista Frisina, che ne fece anche l’elogio. Altri, non ricordo di preciso chi, presero la parola: quel che ricordo è che si trattava per lo più delle solite  ovvietà e dei soliti luoghi comuni, almeno da me insopportabili. La chiesa era, come può immaginarsi, stipatissima, mia vicina di gomito era Claudia Kohl, figlia del brigadiere in pensione Manfredi in una serie televisiva di successo, fresca di conversione, bellissima nel suo sincero e composto dolore e nel suo profondo raccoglimento, indifferente alla curiosità della folla che la circondava, quella folla che  in simili circostanze  s’accalca in chiesa o fa ala al passaggio del feretro solo per vedere la sfilata delle celebrità. In una delle mie raccolte poetiche, L’Evità,  ho fissato la memoria di Lui e di quel giorno in versi che evocano alcuni dei nostri incontri, a cominciare da una cena indimenticabile in un ristorante incombente sul lago di Albano. Spero non se ne vergogni, che anzi dai suoi Elisi ne sorrida.

 

7/6/2004

Chiesa degli Artisti ore 9.15

Addio a Nino Manfredi

 

S’ increspavano l’onde

del lago Albano alla brezza serotina,

e pregavano al Nume

celato, e dal Palazzo

di Caifa risuonava tristemente

l’ora di Pan dalla campana antica;

o tremava la sera

nell’aula fredda ove dell’improbabile

vate le note querule

del verso stanco lamentevolmente

cadevano nell’ombra;

o di Livio nel vuoto

ristorante (la plebe

teneva negli stazzi

il rito del pallone)

sonava la cadenza

romanesca ed ironica la voce

che sé intonava col silenzio lieve

delle cose assopite; o l’imeneo

la ciociara nepote

celebrava nel vario stornellare

dei cafoni: io te sempre

ebbi allegro sodale, triste solo

della malinconia

della tua terra, t’ebbi

profondamente prossimo

alla Wehmut e all’Ahnung

romantiche che spesso in me irridesti.

Ora t’ha nella Chiesa

degli Artisti una folla variamente

compunta, variamente motivata,

per l’estremo saluto

a te che ormai disciolto nelle cose

disincantatamente

già te irridi e nel feretro

te vedi presto a diventar “concime

pe’ ceci” nella tua spoglia mortale.

E già alitante te per l’aria avverto

sul nostro capo, un  tenero sorriso

su la nostra miseria sorridente.

 

Chàirete Dàimones!

 
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