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Diventa quello che sei. L'Académie. Amata phegea

Post n°952 pubblicato il 26 Giugno 2017 da giuliosforza

Post 875

   Sempre più mi confermo nell’idea che chi trova una fede l’ha sempre avuta, chi la perde non l’ha mai posseduta. Si diventa ciò che si è, si è ciò che si diventa.
*
   Un antico amico, che ha donato alla Bolivia la sua giovane vita di ottantatreenne da oltre cinquanta anni consacrata a Dio, mi fa osservare che io sono un semipanteista con qualche incoerenza. Si sbaglia, io sono un panteista totale, con molte incoerenze.

*
   Ancora curiosità su Jean d’Ormesson: il suo nome completo è Jean Bruno Wladimir François-de-Paule, comte D’Ormesson. Notare il Francesco di Paola, da una cui sorella egli dichiara di discendere.
   Come i miei cinque lettori sanno, io sono un bruniano verace, e come Bruno “academico di nulla Academia”. Eppure una bella feluca bicornuta non mi sarebbe dispiaciuta: sedere fra “i comuni Immortali”, come celia uno di essi, Jean d’Ormesson appunto, è stata sempre una mia malcelata ambizione. Ma nessuno, giustamente, s’è mai sognato di …accademizzarmi, anche perché, oltre che non facilmente domabile ed appigionabile, in nessun campo ho fatto qualcosa di così degno da farmi meritare un tale riconoscimento. Io sono pieno di boria, ma in sostanza sono quella che volgarmente dicesi una mediocrissima schiappa. Schiappa suona parola volgarotta, ma senza la s. Con la s è una grossa scheggia di legno, di quelle che allorquando, come avveniva anticamente, si abbatteva un albero con l’ascia, e poi con l’ascia si sbozzava il tronco per farne una trave (una di quelle travi possenti che ancora sorreggono i vasti soffitti dei palazzi principeschi, ben più resistenti nei secoli di un volgare cemento armato), veniva raccolta per alimentare nei lunghi inverni la fiamma del focolare: una degnissima fine. Ardere, ardere, ardere, questo avrei voluto fare nella mia vita e questo sono forse un poco riuscito a fare, almeno come umile attizzatore degli incendi appiccati al mondo da Bruno Nolano e da Friedriech Nietzsche di Röcken. Se esistesse dunque una accademia degli incendiari, mi ci vedrei, e potrei anche occupare uno dei più nobili scanni. (“Non ditelo alla plebe, che non capirebbe, ditelo soltanto ai veri saggi: ho una profonda predilezione per coloro che aspirano alla fiamma, che aspirano al rogo” – Goethe, Divan).

   Il conte d’Ormesson diventò uno dei Quaranta dell’Académie Française a 48 anni, uno dei più giovani della storia dell’Istituzione, e ancora adesso, a 92 anni, ne occupa degnamente il seggio numero 12. Le pagine che nell’Autobiografia dedica all’Accademia, rispondendo da IO giudicato alle sollecitazioni dell’ IO giudicante sono divertentissime, e alcune ne trascrivo per lo spasso dei miei cinque lettori.

   «Una sera della primavera del 1973 - un anno o due dopo l’uscita della Gloria dell’Impero- suona il mio telefono di casa. Era Morand, frettoloso come al solito. Faccio appena in tempo a rispondere che, sullo sfondo di un rumore di treno, si avvia una conversazione veloce e frammentata. ?Hai mandato la lettera?’ ‘Quale lettera?’ ‘La lettera di candidatura’. ‘Di candidatura a cosa?’ All’Académie’. ‘All’Académie?’ Non ci penso proprio’ ‘Mandala’. E riaggancia. Montherlant si era dato la morte con un veleno e un colpo di pistola in una data indimenticabile: il giorno dell’equinozio d’autunno, 21 settembre 1972. Ubbidii a Morand e mi candidai al seggio rimasto vacante in quai de Conti per la scomparsa dell’autore della Regina morta, del Gran maestro di Santiago e di Service inutile. Non mi sarebbe dispiaciuto parlare sotto la Coupole della grandezza di Roma, delle delizie dell’alternanza e di battute che mi avevano colpito: ‘Apritevi, porte della notte! Le porte si aprono. E dietro non c’è nulla’. Oppure: “In prigione! In prigione per mediocrità!’. Oppure: ‘Scorrete, torrenti dell’inutilità!’.Ma venni quasi subito a sapere che per il seggio di Monthérlant aveva in mente di presentarsi anche Claude Lévi-Strauss, che conoscevo ancora poco ma per il quale provavo una grande ammirazione. Claude Lévi-Strauss mi trattò con una cortesia stupefacente, come se fossi un suo pari. Non lo era. Mi ritirai.Poche settimane prima di Monthérlant, in una data anch’esse indimenticabile e assolutamente catastrofica per un personaggio pubblico – il 14 agosto 1972, nel pieno delle vacanze estive quando tutta la Francia pensa solo alla spiaggia e ai bagni – era morto un altro grande scrittore: Jules Romains.….Mi candidai al seggio di Jules Romains nel giugno 1973. Fui eletto in settembre. Mme Jules Romains, la seconda moglie dell’autore dei Copains, si chiamava Lise…Fu così gentile da regalarmi il mantello di suo marito.

   IO: Ci parli un po’ della Coupole del quai de Conti, traditore e mentitore bicornuto (accenno alla feluca, nota mia), dei suoi riti, dei suoi discorsi, delle sue bugie e delle sue liti, delle famigerate visite accademiche, alle quali, immagino, si sarà adeguato anche lei…
   IO: ho fatto quanto si doveva. Anche con un’ombra di ironia, non nei confronti dell’istituzione, ma di me stesso. Nessuno mi ha costretto a presentarmi all’Académie. Non mi ci hanno portato di forza, con le manette ai polsi. Nei confronti dell’Académie sono stato spesso critico. Non quanto Paul Valéry: ‘L’Académie è composta dalle più abile persone prive di talento e degli uomini di talento più ingenui’. Ancora da candidato ho raccontato alla radio o alla televisione la storiella dei due accademici che si incontrano; ‘Come sta il nostro collega Tizio?’ chiede il primo. ‘Oh! E’ mezzo rimbambito’ risponde l’altro. ‘Ah, replica il primo. Allora sta meglio’. Ma serbo solo buoni ricordi dell’Académie e mi guarderò bene dal dirne qualcosa di male.Al quai de Conti ho trovato anzitutto degli amici, forse quasi una famiglia. In pochi posti, gliel’assicuro, mi sono divertito così tanto. Lì le conversazioni sono sempre vivaci e molto libere, a volte persino brillanti.       All’Académie Française ho passato più di quarant’anni. Me lo ricordo benissimo che cosa pensavo da giovane degli accademici incanutiti nel loro mestiere: non erano cose tenere e loro avevano l’età che io ho adesso. Cerco di non sputare nel piatto dove mangio e al tempo stesso di non farmi delle illusioni sull’immortalità accademica. Lei, signore delle grandezze e delle cerimonie, se lo ricorderà certamente che cosa diceva Jean Cocteau: ‘Siamo immortali per la durata della nostra vita. Poi ci trasformiamo in seggio’». A questo punto d’Ormesson si diffonde, in maniera sempre spassosa, a parlare di molti suoi colleghi, della loro opera, dei loro pregi e dei loro difetti, dei loro tic, della loro storia pregressa, in alcuni dei quali compromessa col tragico periodo pétainiano, per altro mai rinnegato, delle reciproche invidie e cattiverie, piccolezze, manie… Passa a fare l’elenco dei grandi Accademici del passato, dal 1635, quando il cardinale di Richelieu la fondò per tenersi buoni gli artisti e gli intellettuali, ai giorni nostri, parla dei grandi esclusi Molière Rousseau Baudelaire, della grande rivoluzione da lui operata, facendo ammettere all’Académie la prima donna della sua storia , Margherite Yourcenar. «Diciamo, una volta di più, le cose come stanno; a torto o a ragione i miei stimabili colleghi non ne volevano sapere a nessun costo di una donna. L’Académie è una tribù. La tribù aveva i suoi riti. Non c’era alcun regolamento che vietasse l’accesso delle donne in seno alla vecchia istituzione. Ma c’era qualcosa di più forte del regolamento. Era la tradizione… Fu una battaglia durissima. Sono pariti insulti da tutte le parti. Mi trattavano come un mascalzone. Un collega mi ha accusato di sostenere la candidatura di una donna per farmi pubblicità». 
   Non mi diffonderò oltre, solo vi inviterò ancora una volta alla lettura dell’autobiografia d’ormessoniana, uno dei libri più belli, esilaranti, brillanti, ironici ed autoironici, insomma geniali, che vadano in giro in questo periodo di terribile secca, anche intellettuale. Un nobilissimo libro di un nobile di nome e di fatto capace di arrecarvi aliti di frescura nella canicola.

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Chàirete Dàimones!Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 
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Pellegrinaggi. Ancora su D'Ormesson

Post n°951 pubblicato il 15 Giugno 2017 da giuliosforza

 Post 874

Nelle mie zone in questo periodo impazzano i pellegrinaggi, vivacissimi di colori e di canti urlati a piena gola, al Santuario montano (e ‘grottesco’, nel senso, absit iniuria, che è ricavato in una grotta, scavata a metà pendice sud del Monte Autore, sulle cui pareti è rozzamente dipinta da secoli una effigie trinitaria da sempre veneratissima -ci vorrebbe la penna del D’Annunzio del Trionfo della Morte per descrivere adeguatamente l’invasamento che possiede le ‘Compagnie’, giunte a piedi dia più remoti paesi del Lazio centrale e meridionale, e delle ‘plebi’ pellegrinanti che le compongono: di fronte a Vallepietra Casalbordino impallidisce) della Santissima Trinità. Ho spesso anche su queste pagine irriso consimili tradizioni e la loro ‘volgare ’ teatralità. Ma ora ci ripenso. Al di là dell’aspetto religioso (e superstizioso, la superstizione appartenendo essa stessa in qualche maniera alla sfera del sacro) dell’evento, che merita rispetto. in epoca di globalizzazione feroce ogni peculiare tradizione assume grande importanza: rappresenta una auspicabile salvaguardia delle individualità etniche al cospetto di un fenomeno che rischia di appiattire le sante diversità che stanno al mondo come l’individuo sta al gruppo, che di individui si determina e si sostanzia.Griderò dunque anch’io a squarciagola con le folle invasate (non son forse un dionisiaco?): evviva la Santissima Trinità!
*
Ancora su D’Ormesson.
Dei testi di cui sto mandando avanti la lettura, l’autobiografia di Jean D’Ormesson (quella che, romanzata, semplicemente coi nomi delle persone e dei luoghi cambiati e con qualche lecita operazione fantastica, è sostanzialmente già tutta in A Dio piacendo) rischia di essere il più interessante. In essa, i cui eventi appartengono a un periodo di storia da me convissuto (appena otto anni di differenza corrono tra me e lo scrittore francese) non solo ho conferma di notizie già a me note ma altre ne apprendo assai curiose circa personaggi che ho frequentato ed eventi di cui sono stato testimone. Innamorato per tante ragioni (anche afferenti alla mia vita privata) della Calabria, mi è avvenuto spesso di sostare a Paola , la città di quel Francesco che intese restaurare il primitivo spirito francescano, e a tal fine fondò un ordine religioso, quello dei Minimi, che ebbe larga diffusione in Italia e nel mondo. Francesco di Paola, vissuto a cavallo fra il XV e XVI secolo, fu famosissimo e veneratissimo per i molti miracoli che gli si attribuivano, il più noto e caratteristico dei quali fu l’aver attraversato lo stretto di Messina, in barba ad un pescatore che gli aveva negato un passaggio, scivolando sulle onde sul suo mantello, ragion per cui è invocato come protettore dei pescatori (perché non, in particolare, dei…surfisti?). Francesco visse gli ultimi venticinque anni della sua vita in Francia, chiamatovi da Luigi XI per farsi curare dai suoi numerosi malanni. Una sua sorella, che l’aveva seguito, avrebbe sposato, stando a D’Ormesson, un suo antenato, dando origine al ramo della nobile stirpe cui egli appartiene. Jean è una persona seria e documentata, e perciò credibile. La sua ironia non prevede il mendacio. Leggo: l’attuale Costanza romena non è che l’antica Tomi di Tracia, ove morì l’esiliato Ovidio. Ora si dà il caso che la vicenda ovidiana sia splendidamente romanzata dal romeno anche lui esiliato Vintila Horia nel famoso libro Dio è nato in esilio, scelto dai lettori per il premio Goncourt, poi negatogli per l’opposizione di alcuni membri ottusi dell’allora ultrarossa giuria. In quella occasione inviai a Horia, anche a nome del Circolo culturale giovanile ‘Giovanni Papini’ , una lettera di solidarietà alla quale ripose con un lungo scritto, redatto in perfetto italiano, che conservo tra i miei più cari cimeli. Leggo che predecessore di suo padre come ambasciatore in Brasile fu il ‘pio’ Paul Claudel, uno degli scrittori, col Gide maudit celebrato alla sua morte da Civiltà Cattolica come ‘avvelenatore di anime’, a me più cari, non tanto per essersi convertito, come egli stesso narra, al suono dell’organo in una notte di Natale a San Pietro (era in quel tempo ambasciatore presso la Santa Sede), ma per aver scritto, tra l’altro, quell’Annonce faite à Marie in cui il personaggio centrale Viviane ‘avverte’, nella notte di Natale, ‘le cose esistere in sé’. Quel Claudel che, sempre in Brasile, aveva voluto come addetto culturale il grande musicista Darius Milhaud. E leggo del Castello avito di Saint- Margeau, che nel romanzo diventa Plessis-lez-Vaudreuil, dei castelli della Loira forse il solo da me non visitato, ma più di una volta scoperto come ambientazione di alcuni episodi della serie televisiva Une femme d’honneur, reso in italiano il Comandante Florent la cui protagonista , la bella e brava Corinne Touzet in arte Isabelle, ha fatto e continua a fare compagnia (incredibile dictu!) ai miei ozi pomeridiani. E leggo di Buñuel e di Dalì’ e del loro Chien andalou (riferimento a Garcia Lorca?). E leggo dello zio Wladimir, negli anni Cinquanta ambasciatore presso la Santa Sede, rappresentante del Governo francese alla beatificazione, nel 1955, del Fondatore dei Frères Maristes des Écoles Marcellin Champagnat, alla quale ebbi anch’io modo di assistere.E leggo… Si parva licet, mi par di star leggendo la mia autobiografia!

 
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"Un immenso desiderio di festa"

Post n°947 pubblicato il 03 Giugno 2017 da giuliosforza

Post 873

Diario di tre giorni di Fuoco. “Desiderio immenso di festa”.

31 Maggio, ore 9

Dopo un anno il Wagner del foulard, come èdegli Immortali, ringiovanisce, io declino ma non mollo. Domani andremo dalVate (che, ne 'Il Fuoco', di luicelebrò da par suo morte ed esequie a Venezia) al Vittoriale a vivere un altrogiorno insieme, auspice l‘imaginifico’ Giordano Bruno Guerri.

(Questoconciso  messaggio, trasmesso, su fb, eraaccompagnato, di qui il suo senso, da una foto che mi ritrae con un foulardmusicale rosso, acquistato or sono trent’anni a Salisburgo, fermato da unanello  ritraente il Lipsiense. Senzaessa foto, che qui non mi riesce di riprodurre, il messaggio risulta criptico).

31 Maggio ore 21

"Non c'è via più sicura per evadere dal mondo chel'arte, non v'è legame più profondo con esso che l'arte". 
Così sul piedistallo di un bel bronzo moderno raffiguranteuna 'Venere sdraiata' situato lungo la gardesana occidentale di fronte al GrandHotel di Gardone, ai piedi del Vittoriale. Il detto è attribuito dallo scultorea Goethe, e nulla di più verosimile. Sto per salire dal Vate, per un incontrodi studi e d'arte ('Un immenso desideriodi festa') che si svolgerà al chiuso e all'aria aperta, nella magia di un giardinorestituito da Guerri a tutto il suo splendore, fino a notte alta nella quale lanuova illuminazione competerà col fulgore stellare.

1 Giugno ore 17

Leggo Jean D 'Ormesson (Au plaisir de Dieu) in un posto di cui presumo esistano pochi altrialtrettanto suggestivi al mondo:  unaveranda, la cui esistenza fino ad oggi m’era stata stranamente ignota, circondante il retro della chiesa di SanNicola, la parrocchia del Vate a Gardone alto, giustamente per tale motivo dalui detta, apprendo, più bella fuori che dentro.  A sinistra è il Vittoriale immerso nel verde,di fronte  il lago ‘fallico’ visibile daRiva fino a Sirmione, a nord il  monteBaldo dominatore. Gli ultimi turisti sono partiti, lo spettacolo è per me solo,solitario come un dio, e per una eterea fanciulla contemplante, solitaria comeuna dea. Che al confronto la piccola siepe leopardiana? L' infinito dilaga inme, si fa me, e non mi spaura.

1 Giugno, ore 20

Si riaprono i cancelli del Vittoriale, e lafolla irrompe a popolare il colle delle Arche che fan corona a quella di Lui, iclivi dolci che ne discendono, le vallette amene, i ruscelli canori  dell'’acqua savia’ e dell'’acqua pazza’, daMaroni convogliati, per volontà del Poeta, a formare il recuperato laghettodelle danze, i viali che fra breve si illumineranno di nuova luce, le stanzeesoteriche della Prioria. Dopo la 'cena al volo' che dovrò…sorvolare, inizieràla festa musicale, che, anch’essa, non mi potrò consentire. E’ tardi per ilVegliardo, e troppa per lui la folla. E mentre attraverso pensoso il piazzaledalmata nella mia foggia di lino bianco (coppola, pantaloni, lunga sciarpa) perrecuperare l’uscita , un bimbo, sulle spalle al babbo che s’avvia, invece, insenso inverso all’ingresso per la visita notturna,  indicandomi esclama: D'Annunzio! Gli sorridoaffettuoso e me ne esco con un banale: magari! Eppure non forse..."ex ore infantium veritas'?...

2 Giugno ore 9.

Son forse un bipolare? Dopo le esaltazioni ledepressioni, dopo il Vate, Giobbe: "putredinidixi: pater meus es; mater mea et soror mea vermibus”.

Questele brevi note di diario. Ma il programma previsto per la sera e la notte èricchissimo. Alle 18,30 acquisizione di documenti e  donazioni di opere pittoriche ispirate allafigura e all’opera d’annunziana da parte dei maestri Miki Carone, IginioIurilli, Mauro Poponesi. Particolarmente significativa la restituzione alVittoriale, da parte della Biblioteca di Torino, di opere e documentitrafugati  da uno dei Presidenti, di cuiGuerri si rifiuta di fare il nome, succedutisi alla guida della Fondazione.  A seguire “Magnifiche Presenze. GiovanniPascoli e Gabriele D’Annunzio” a cura di Alessandro Adami presidente dellaFondazione Giovanni Pascoli e di Marco Bonini sindaco di Barga.

IlGemellaggio Barga-Vittoriale fu tenacemente voluto da Guerri nonostante la suaevidente anomalia: nulla di fatti di più distante, in apparenza, fra i duepoeti, fra il loro stile d’arte e di vita e le loro concezioni politiche. Dicoin apparenza, perché se il rapporto dialettico fra i due protagonisti avevamesso in evidenza, pur sempre nel grande rispetto e nella grande stimareciproci, le diverse concezioni estetiche, nell’opera altri aspetti emergevanoche li rendeva più che sodali consanguinei, vedi la dilatazione e l’affinamentodel linguaggio, il panismo naturalistico e cosmico, i temi della natura, predominantinel Poeta di Alcyone e in quello di Myricae, e, in politica, la identicaposizione circa le aspirazioni colonialistiche dell’Italia. Non irrivelante chefosse il mite Poeta di Myricae, il‘socialista dell’umanità’, a perorare a Barga la ‘sacrosante’ ragionidell’impresa libica col famoso discorso “Lagrande proletaria si è mossa”, antecedendo nei contenuti e nel tono ild’annunziano proclama interventista di Quarto dei Mille. Fu decisamente unpeccato che la prematura morte, sopraggiunta l’anno seguente, impedisse  al Poeta di San Mauro di Romagna di prenderposizione nel dibattito già in quegli anni accesissimo fra artisti eintellettuali circa la questione dell’interventismo. Pur se i doppi,tenerissimi, melanconici, nostalgici (sehnsüchtige)quinari de l’ora di Barga non sisarebbero, con tutta probabilità, trasformati in guerreschi decasillabi (s’ode a destra uno squillo di tromba / asinistra risponde uno squillo), probabilmente  una bella ode classica magari in latino, diquelle che gli fecero vincere più di un concorso internazionale e  gli consentirono di costruirsi Barga - Carmina … dant panem!)- gliel’avrebbededicata.

Secondoprogramma la serata al Vittoriale proseguiva, me assente, con la Cena al volo, l’accensione del secondotratto dell’illuminazione notturna e il Notturnaletener-a-mente che prevedeva, alle 22,30,sulla Regia Nave Puglia,l’esibizione della Banda Osiris (“Le dolenti note”), alle 23,30, alla Fontanadel Delfino, quella del pianista Andrea Vizzini (“Silent WiFi Concert), e alle00’30nell’Anfiteatro, quella di Cesare Picco, ospite Piné Cuardelli (“Cronology ofBach). Troppo alta per me la notte, per potervi assistere. Ma già da due ore,dalla finestrella del B&B Taverna prospiciente il lago, io confidavo alleonde placate del Benaco i miei notturni pensamenti, le mie senilimalinconie,  per una volta più pascolianoche d’annunziano. perché li recassero all’Ombra del Veronese ancora vagante, nel rimpianto di Lesbia, fra i ruderidella sua villa  di Sirmio, poene insularum  insularumqueocellus. E ripetevo ai silenzi i versi che mille anni orsono, in quellabenedetta scuola dalla quale l’esercizio della memoria (memoria minuitur nisi eam exerceas) non era esecrato e bandito,mandai a mente e che solo ora, alle soglie dell’Orco, posso veramente intenderee pacatamente gustare.

Almio cantuccio, donde non sento / se non le reste brusir del grano, / ilsuon dell'ore viene col vento /dal non veduto borgo montano: / suonoche uguale, che blando cade, /come una voce che persuade. / Tudici, E` l'ora; tu dici, E` tardi, /voce che cadi blanda dal cielo. / Maun poco ancora lascia che guardi /l'albero, il ragno, l'ape, lo stelo, / cosech'han molti secoli o un anno /o un'ora, e quelle nubi che vanno. / Lasciamiimmoto qui rimanere / fra tanto moto d'ale e di fronde; /eudire il gallo che da un podere /chiama, e da un altro l'altro risponde, / e,quando altrove l'anima è fissa, /gli strilli d'una cincia che rissa. / Esuona ancora l'ora, e mi manda /prima un suo grido di meraviglia / tinnulo,e quindi con la sua blanda /voce di prima parla e consiglia, / egrave grave grave m'incuora: /mi dice, E` tardi; mi dice, E` l'ora. / Tuvuoi che pensi dunque al ritorno, /voce che cadi blanda dal cielo! / Mabello è questo poco di giorno /che mi traluce come da un velo! Lo so ch'è l'ora, lo so ch'è tardi; / maun poco ancora lascia che guardi. /Lascia che guardi dentro il mio cuore, / lasciach'io viva del mio passato; /se c'è sul bronco sempre quel fiore, / s'iotrovi un bacio che non ho dato! /Nel mio cantuccio d'ombra romita / lasciach'io pianga su la mia vita! /E suona ancora l'ora, e mi squilla / duevolte un grido quasi di cruccio, /e poi, tornata blanda e tranquilla, / mipersuade nel mio cantuccio: /è tardi! è l'ora! Sì, ritorniamo / doveson quelli ch'amano ed amo. 

Dove sono ancheGabriele e Giovanni.


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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, emagnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima etabsolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)




 
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Reincarnazioni. Ancora di Albinati. Ultimi acquisti

Post n°943 pubblicato il 26 Maggio 2017 da giuliosforza

Post 872

Dei quattro quarti in cui è divisa al mia giornata, uno è dedicato al sonno, o al tentativo di dormire, un altro alla lettura e alla scrittura, un terzo ai vagabondari nello spazio reale e in quello virtuale, il quarto alla ricerca di senso dei vari segnali che la turpe, e meravigliosa, vecchiezza mi invia, per individuare quello che presumibilmente sarà il definitivo segnale di morte. Di quale dei miei acciacchi io debba morire, di quale morte morirò: è questa la domanda che  più di frequente ricorre in questa fase conclusiva della mia vita: una domanda, e una preoccupazione, a pensar bene, tra le più inutili e insensate. Del dopo , che è quello che più dovrebbe preoccupare il genere umano, sostanzialmente –stranamente?- mi disinteresso. Che sia in ciò la mia suprema saggezza? Ché, ove non è ‘tempo’, non è ‘dopo’. Le categorie spazio -temporali non s’applicano all’i-tempo che diciamo eternità.  Almeno in questo mi riconosco kantiano.

*

Con grande lentezza e fatica (sono a pagina 1090) procedo nella lettura, a salti , del centone albinatiano. Pagine autobiografiche d’un erotismo estremo ai limiti del porno s’alternano con altre di svariatissimo argomento che apparentemente nulla hanno a che fare con quello  che vorrebbe essere del volume, vale a dire col delitto del Circeo ed il rapporto che esso può avere avuto con la formazione proposta da quella scuola cattolica, il San Leone Magno di Roma, nel cui seno i tre stupratori assassini , e lo stesso Albinati, si formarono. Perch’io insista nella lettura non saprei. Probabilmente un inconscio senso di mia inadeguatezza, e d’umiltà, mi spinge nei confronti di un lavoro portentoso che non avrei saputo nemmeno lontanamente concepire e intraprendere, tanta la mia pigrizia e così diversi il mio gusto, il mio stile di scrittura  e la maniera di intendere natura e fine del fatto letterario. O forse continuo a leggere perché Albinati davvero merita, tanto merita che la sua vincita dello Strega pare fosse già stata decisa mesi prima della …decisione? Strega  In mente Dei.

*

Due recentissimi acquisti: Homo Deus (Saggi Bompiani 2017, pagine 665), del giovane Yuval Noah Harari, professore di Storia della Hebrew University di Gerusalemme; e  A Dio piacendo (Neri Pozza editore, Vicenza, 2016, pp. 426), di Jean d’Ormesson, il nobile di stirpe e di fatto, ora splendido  ironico ed autoironico 92enne (basta osservarlo nella foto di copertina, rimpollaiato su una sorta di trespolo,  gambe accavallate, minuta la statura, naso grosso, vestito  elegantissimo, sorriso ed occhi furbescamente ammiccanti fissati sullo spettatore) del quale ho già forse riferito di star leggendo la spiritosa autobiografia Malgrado tutto direi che questa vita è stata bella (Neri Pozza 2017). Jean D’Ormesson può veramente dirsi nato con la camicia, e una camicia di seta. Figlio d’ambasciatore, discendente di una delle famiglie più titolate della aristocrazia francese, infanzia trascorsa tra un castello avito e l’altro, soprattutto quello di Saint- Fargeau, fanciullezza al seguito del padre nelle tre  sedi diplomatiche di Monaco di Baviera, Bucarest, Rio de Janeiro, ove ha modo di formarsi la cultura cosmopolita che lo distinguerà. Di questo libro riferirò diffusamente a parte,  e perciò torno ai nuovi acquisti, che ancora non ho avuto modo di sfogliare e di cui perciò mi limito a riportare, dietro sollecitazione della mia amica curiosa Maria Salvi, le presentazioni editoriali .

Di Homo Deus trovo scritto:

Sapiens, il precedente libro di Harari, ci ha mostrato da dove veniamo. Homo Deus ci mostrerà dove stiamo andando.

Nella seconda metà del XX secolo l’umanità è riuscita in un’impresa che per migliaia di anni è parsa impossibile: tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre. Oggi è più probabile che l’uomo medio muoia per un’abbuffata da Mc Donald’s piuttosto che per la siccità, il virus Ebola o un attacco di al-Quaida. Nel XXI secolo, in un mondo ormai libero dalle epidemie, economicamente prospero e in pace, coltiviamo con strumenti sempre più potenti l’ambizione antica di elevarci al rango di divinità, di trasformare Homo Sapiens in Homo Deus.

E allora cosa accadrà quando robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica saranno messe al servizio della ricerca dell’immortalità e della felicità eterna?  Harari racconta sogni e incubi che daranno forma al XXI secolo in una sintesi audace e lucidissima di storia, filosofia, scienza e tecnologia, e ci mette in guardia: il genere umano rischia di rendere se stesso superfluo. Saremo in grado di proteggere questo fragile pianeta e l’umanità stessa dai nostri nuovi poteri divini?”.

Di tutt’altro genere A Dio piacendo,l’in buona parte autobiografico (una sorta di manniano Buddenbrook). Le Figaro così l’ha presentato: “La fragilità delle vicende umane in un romanzo che narra della sopravvivenza della tradizione in un mondo destinato a congedarsi da essa”.  E la Repubblica: “Come Teseo che segue il filo del labirinto, Jean d’Ormesson ripercorre il grande romando del mondo, quella storia iniziata oltre tredici miliardi di anni fa e sulla cui fine continuiamo a interrogarci”. Così invece l’esaustivo risvolto di copertina:

“A Dio piacendo è la storia di un’antica famiglia aristocratica francese, una di quelle famiglie apparse al tempo delle crociate, con un maresciallo della fede e dell’esercito di Dio che non deve aver goduto di buona fama nei dintorni di Damasco. Una famiglia nella quale chiunque nasca è di colpo consegnato a un mondo che guarda indietro, dove il passato conta più del futuro.

Un mondo custodito nei pensieri di un bel vecchio, diritto come un fuso, che vive nel ricordo. Sua madre ha ballato alle Tuileries con il duca di Nemours, sua moglie a Compiègnes con il principe imperiale.

La vita, per lui, è una cosa estremamente semplice, dove hanno peso il curato, la caccia a cavallo, il culto della bandiera bianca e il nome della famiglia. Dove non passa mai per la testa di nessuno di partire per la Siria, per le Indie, per il Messico, poiché negli spostamenti c’è sempre qualcosa di confuso e di impercettibilmente volgare.

L’unico luogo degno in cui è aggirarsi è il castello e i dintorni del castello in cui la famiglia ha vissuto attraverso i secoli e le generazioni, una dimora stipata dei lasciti del passato: i comò, i secrétaires  a cilindro, le consoles a intarsio o a mezzaluna, gli arazzi di Aubusson o delle Fiandre, i quadri di antenati in grande uniforme negligentemente appoggiati a uno scrittoio.

Nei suoi momenti di ottimismo, che si alternano alle crisi di abbattimento, per la degradazione dei costumi, il vecchio sogna un tempo in cui l’ordine delle cose si ristabilisca intorna alla Chiesa e al trono, dove ciascuno ritrovi il proprio posto e il proprio rango di ufficiale, soldato, artigiano, contadino, pittore e letterato, e il cognome della famiglia sia di nuovo venerato….

Romanzo che ha consacrato il talento di Jean d’Ormesson.  A Dio piacendo  è una delle opere più importanti della narrativa francese contemporanea. Al suo centro figurano un personaggio –il nonno, fedele al passato, refrattario al progresso e ai suoi cambiamenti, custode della tradizione e dei costumi degli avi- e un luogo: il castello di Plessis-lez-Vaudreuil, la culla della famiglia, dove dalle Crociate ai giorni nostri si avvicendano gli eventi del casato. Matrimoni d’amore e di interesse, imprese eroiche e viltà, fedi e passioni, tutto ciò in cui la famiglia ha creduto, e che ha fatto suo, viene passato in rassegna, finché ogni cosa si sgretola. Subentrano i costumi e i furori della modernità, e si aprono via via delle brecce nella fortezza della tradizione”.

Nell’affollata sala d’attesa d’un reparto d’ospedale romano, leggo oggi le prime cinquanta pagine. Puro godimento per un che,  fra le mille vite tutte diverse che ha sognato d’aver  vissuto, una particolarmente risalta, quella che lo vede Condottiero e Castellano d’un maniero, magari  di quello ormai diruto del suo paese, o di qualcuno dei numerosi  dei suoi omonimi Sforza; e che, reincarnato o no, avverte fra il vecchio del romanzo, i suoi turbamenti e il sentimento estremo del vanitas vanitatum et omnia vanitas (il d’annunziano tutta la vita è senza mutamento, / ha un solo volto la malinconia…) una profonda corrispondenza. Spero, quando ne ridirò al termine della lettura, di non aver cambiato opinione. Ma di D’Ormesson ho grande fiducia. Quando lo guardo fissarmi sornione dalla foto di copertina di  Je dirais malgré tout que cette vie fut belle, sento che non mi tradirà.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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La visita del merlo. Berenson, Viaggio in Sicilia. Wilde

Post n°942 pubblicato il 15 Maggio 2017 da giuliosforza

Post 871

Dopo il passero, un grosso merlo dal becco giallo (preso in un primo momento per un corvo imperiale, il difensore del nido dell’aquila reale che plana sui faggi del mio Pellecchia) ha visitato me assente lo studio, smerdandolo in ogni angolo di pavimento ma risparmiando rispettosamente, incredibile a dirsi, suppellettili e libri.  Al mio rientro, come un caccia impazzito, di quelli che scortavano le formazioni di bombardieri anglo americani  solcanti con rombi cupi i cieli della mia infanzia diretti a distruggere ogni traccia di civiltà al di sopra della Linea Gotica, nel tentativo di uscire si impigliava nella tenda, e invece di farsela sotto dalla la paura, come avviene normalmente agli umani, stringeva lo sfintere e cessava dallo scacazzamento. Il primo istinto fu quello di punirlo e di finirlo a colpi di scopa, poi la mia pietà prese il sopravvento e l’aiutai a riprender la sua libertà. Finirà che lo immortalerò, su di esso poetando come, primo forse fra i poeti, feci per il porco ed il geco,  ambedue celebrati nei Canti di Pan e ritmi del thiaso con versi …immortali.

*

Finito di leggere il breve Viaggio in Sicilia (Leonardo editore, Milano, 1992, pp. 91) di Bernard Berenson, lo storico dell’arte lituano trapiantato prima negli Stati Uniti poi in Italia, sulle colline fiesolane, dove è ancora visitabile la sua bellissima villa ‘I Tatti’ a Settignano. Si tratta di un diario di viaggio (compiuto, lui beato, a ottantotto anni!) che non solo ci restituisce le emozioni estetiche intensamente vissute in quel museo a cielo aperto che è la Sicilia, ma anche ci rallegra con numerosissimi richiami culturali attinti in ogni ambito del sapere nel corso della lunghissima vita. Giustamente si scrive nel risvolto di copertina: “Non è uno svagato adoratore di armonia e purezza delle forme classiche, il Berenson che, nella primavera 1953, gira per la Sicilia andando incontro a paesaggi mutevoli, a opere d’arte sorprendenti, a testimonianze piccole e grandi di un glorioso passato che puntigliosamente, come un grande viaggiatore dei bei tempi, annota e commenta nel suo taccuino. E anche se si lascia rapire volentieri da un sogno impossibile al cospetto di tanta bellezza (“Se soltanto uno potesse impadronirsene e serbarla entro sé sarebbe un dio”, così chiude l’opuscolo), il suo resta il tempo della storia, non quella del mito. Un tempo misurabile, creatore di contesti e produttore di cronache, dove c’è spazio per Antonello da Messina e per Alcide De Gasperi”.  E c’è spazio per Goethe, Heine e August von Platen, guardati con ironico disincanto ma anche con spirito critico. Un Goethe che gira per la Trinacria incurante di tutto ciò che non sia memoria classica (paradossale la limitatezza dei suoi gusti rispetto alle arti visive), alla ricerca spasmodica della sua principale fissazione, la Urpflanzt, la Pianta archetipo primigenia. Un Heine e un von Platen che si sferrano vicendevolmente acerrimi assalti, irridendo di volta in volta l’uno dell’altro l’ebraismo o l’omosessualità.

P. S.

Ho appena finito di stendere queste note che apprendo dal Sole 24 Ore domenicale, in una lunga recensione di Marco Carminati dal limitativo e in qualche modo fuorviante titolo ‘Tutte le donne di Berenson’, essere disponibile  presso Adelphi la traduzione italiana del saggio di Rachel Cohen Bernard Berenson tra Boston e Firenze (pagg.336, euro 32), una biografia che promette di far luce su una esistenza segnata sì dalla sorella Senda, dalla moglie Mary, dalla mecenate Isabella e dalle amanti, fino a Nicky Mariano, ultimo angelo custode, ma anche su tutta la frenetica attività estetica ed interpretativa (e…mercantile) di colui che fu, con Roberto Longhi e Federico Zeri, meno di lui fortunati, il più grande storico d’arte del nostro Novecento. Da non perdere.

*

… e continuo con Lettori selvaggi, mi diverto e mi irrito. Mi irrito ad esempio quando vedo trattati D’Annunzio e Richard Strauss con la solita prevenzione figlia per lo più di ideologie oscurantiste (del primo son salvate e lodate solo alcune liriche di Alcyone - in particolare ‘Meriggio’, la cui citazione non poteva essere immune dal solito refuso, questa volta particolarmente esilarante,  poiché trasforma il ‘verzicante’”del terzo verso in ‘vendicante’-, e riconosciute, guarda un po’, e osannate la vibratilità e la novità della lingua;  del secondo si esaltano gli ultimi Lieder, a proposito dei quali è detto “…dopo aver scritto musica sempre raffinatamente e inconsapevolmente volgarotta da grande Esteta, tra il 1946 e il 1948, superati gli ottant’anni, fuori del suo tempo, compose i Vier Letzte Lieder: in quei quattro Lieder della fine  avvenne qualcosa che lo portò al di là di se stesso con tutto se stesso, come se l’esteta non fosse sparito ma si fosse infine liberato dall’occhiolino  strizzato all’appariscente, lasciando infine che la pura bellezza delle superfici riflettesse la nostalgia della più abissale Romantik… (p.1071). I Poemi sinfonici e le opere all’Esposito non dicono niente, e peggio per lui.  Mi diverto, e mi erudisco, quando scopro un Wilde inatteso che non conoscevo, quello dell’Anima dell’uomo sotto il socialismo ove il frivolo dandy si fa critico spietato dei nuovi falsi miti democratici (“Democrazia significa semplicemente bastonatura del popolo da parte del popolo in nome del popolo”) e dei luoghi comuni che celebrano come progresso e civiltà scienza e tecnologia, quest’ultima già trasformata in tecnocrazia  inaugurante la schiavitù meccanica, la schiavitù della macchina da cui dipende il futuro del mondo; ma come nel Capitale non la macchina è il nemico, il nemico è la schiavitù dell’uomo asservito al lavoro mediante la macchina. 

Gli  inattesi paradossi economici di Wilde mi fan prima pensare poi mi divertono, i suoi celebrati  aforismi prima  mi divertono poi mi  fan pensare. Ma in ambedue i casi lo stile del dandy non si smentisce.

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Riccardo Riki, 'Tè a New York' e 'L'ultimo amore'

Post n°941 pubblicato il 03 Maggio 2017 da giuliosforza

Post 870

 

Riccardo Riki, Tè a New York e L’ultimo amore

Quando, tanto tempo è passato da parer mill’anni, conobbi il giovane Barboni in una scuola serale dove insegnavo per quattro lire e segretamente languivo per l’alunna Myriam Davidovic, sfolgorante bellezza ebreo-slava, presto volontaria paracadutista nella Guerra dei Sette giorni e non più tornata, mai avrei immaginato che dietro o dentro il giovanottone dall’aria sorniona, la grande passione politica e la splendida inflessione romanesca (quella classica,  aristocratica, del romano autentico), che strappava al sonno le ore migliori per recuperare allo studio quelle che il lavoro gli sottraeva (si sarebbe poi laureato in Sociologia ed avrebbe operato in un settore poeticamente asettico: ma non forse Novalis e Kafka furono per mestiere l’uno contabile nell’impresa mineraria del padre, l’altro impiegato in una società d’assicurazione?)  si celasse l’anima delicata di un poeta, quella che poi mi si rivelò quando ritrovai Riccardo Barboni, in arte Riki, tra i firmatari, nel 1996, del Manifesto della Nuova Poesia Metafisica, apparso sul numero 7 di «Poiesis», e già autore delle raccolte Dietro di me (Ed. Babuino 1972), Vivien (Oximoria  1988, del testo teatrale Amore blu  (1989) e de L’alba rossa di Hailey – Omaggio ad Ezra Pound, (editorecroce 2013).

Ora Riki raccoglie in un elegante cofanetto di due volumi le sue ‘rime sparse’ dal titolo Tè a New York e L’ultimo amore (edizionicroce 2017) e me ne fa dono. M’accingo a leggere con l’animo dell’amico antico, che insieme condivise nelle aule buie di Via Manin i prodromi delle frenesie sessantottine, e dell’amatore, verseggiatore neoclassico, che pur frequentando le avanguardie ha sempre fatto fatica a intenderne e condividerne i linguaggi,  non certo gli intenti.

Quello che a prima vista mi colpisce sfogliando il testo è la differenza di stile fra queste liriche e quelle della precedente produzione di Riki, simbolista  quanto bastava per farne riconoscere i toni georgeiani e rilkiani, se non trakliani. Qui decisamente Riki recupera temi e scrittura nostalgicamente autobiografici in  cui prevalgono amori ed inquietudini ‘adolescenziali’, di quella adolescenza, intendo, che è sì una fase evolutiva ma soprattutto un’atmosfera poetica per eccellenza, quella di cui si nutre la Sehnsucht ‘romantica’, tensione verso la heideggeriana‘casa dell’essere’, verso il profondo sé, che il linguaggio poetico per antonomasia rappresenta. I viaggi di Tè a New York, realtà e simbolo insieme, e gli amori che ne son contorno, travalicano il loro immediato riferimento e si traducono in una sorta di Itinerarium mentis (et cordis) in Deum, un iddio immanente, magari quel crudo iddio che col poeta penetra il corpo dell’amata nella camera-dark a New York.

I viaggi del giovane  Wanderer, che lo guidano con Marilù in ogni parte del globo ‘a divenir del mondo esperto’ con l’ansia conoscitiva d’un ulisside, sono soprattutto viaggi intorno all’anima e l’ubriacatura dei sensi (e del sesso onnipresente, vissuto e descritto in tutte le sue disinibite forme) è l’ebrezza di una libertà via via conquistata, affinata, sofferta in ogni vicissitudine di vita.

E tutto  all’amore è dedicato il secondo volumetto, L’ultimo amore. Qui la vis poietica, creatrice di simboli, non è che si attenui, ma torna nell’alveo di una scrittura scorrevolmente e familiarmente ‘senza guaina’ (…e dove i nervi senza guaina / mescolavano ogni giorno / da posizioni enigmatiche / l’impasto definitivo / della carne in movimento -p.90) che recupera piacevoli accenti di verismo carnale, a me assolutamente non discaro.

Questo elegante volumetto, contenitore e contenuto, rappresenta una  novità di cui Autore ed editore possono dirsi fieri, indipendentemente da quanto i barbassori della critica (di quella canettiana ‘vendetta dell’intelligenza sterile nei confronti dell’arte creatrice’) possano pensarne e dirne. L’dea poi della traduzione inglese a fronte (perché, celio, non tedesca, per fare un dispetto all’odioso imperialismo linguistico albionico?) rappresenta una trovata davvero geniale: sfottò …d’autore, d’un che conoscendo il proprio valore non attende che da altri sia riconosciuto. Devo prenderne esempio.

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Sunt lacrimae rerum. "Controcanto" di Sandro Arciello

Post n°940 pubblicato il 19 Aprile 2017 da giuliosforza

Post 869

Pasqua grigia, pasqua triste. Sunt lacrimae rerum. Distillano lacrime i ramoscelli nuovi del noce che lambiscono il vetro della finestrella della mia cella al Frainile,  piangono dimessamente i bocci nuovi delle rose e i tulipani del mio giardino. E sullo sfondo, oltre i verdi novelli, i muri fatiscenti d’ una casa deserta di presenze,  e i ruderi del castello Borghese incombenti su la Piana del Cavaliere, lago di nebbia, stamane, che sale a lambire le pendici stesse della Lacciara. Problematico in questo clima risorgere, eppure m’è d’obbligo tentarlo, docile all’Oportet nasci denuo, conscio che il ri-nascere presuppone il morire. E così  il ‘memento mori’ non mi suonerà più  funereo  e antivitalistico , ma  si trasformerà nel goethiano  Gedenke zu leben, ricordati di vivere. E nuovi risuoneranno i canti.

*

Controcanto

C’è un bel gruppo corale romano, del quale mi è avvenuto di parlare qui spesso, ‘Entropie Armoniche’, da qualche anno  oramai maggiorenne, ma dallo spirito sempre giovanilmente goliardico e  non ingrigito come  i capelli dei suoi componenti.  Son felice di ridirne ora, in occasione dell’uscita di uno spigliato volumetto intitolato Controcanto (Albatros editore, Roma) dovuto alla penna felice  di uno dei suoi membri, da sempre voce ufficiale del gruppo di cui fu, con la maestra Claudia Gili , uno dei padri fondatori. Dico di Sandro Arciello, torinese trapiantato a Roma, tecnologo in una società internazionale. E patito di Euterpe Tersicore e Polimnia (non è raro che un che per mestiere eserciti una professione di per sé in-estetica si trovi poi a suo perfetto agio in Elicona fra le muse  danzanti, corifeo l’Elio solare). E’ in buona compagnia, l’Arciello: potrei porlo, e non è tutta celia, accanto  a un tal Heinrich von Hardemberg, in arte Novalis, per mestiere contabile nella paterna miniera di Heissenfels, e a un tal Franz Kafka, ancor più prosaicamente impiegato  nella filiale di una società assicuratrice, ambedue immolatisi giovani –sacerdoti e vittime insieme- sull’altare dell’arte per l’elevazione di una  per lo più immeritevole e prona (non in adorazione, ma pecorum ritu) umanità.

 

La magia legata alla parola canto, verbo e sostantivo, e ai suoi composti e derivati (incanto, discanto, controcanto, disincanto…) mi catturò  fin dall’ infanzia e non fa dunque meraviglia che io mi getti con curiosità su un libro che dal  titolo potrebbe far pensare a una  “critica”, nel senso di  disanima oggettiva,  del fatto corale, a una  analitica riflessione sulla fenomenologia dello spirito nel suo farsi lirico. Ma non di ciò fortunatamente si tratta, bensì di un vero e proprio, nella sua spassosità profondo e geniale trattatello di filosofia, pedagogia, sociologia e psicologia del Gruppo in generale, ove il fatto che il gruppo qui sia corale, se non è indifferente, non è di certo determinante. Ciò si fa intendere, e se ne chiarisce l’intento, in quarta di copertina, che non perfettamente, secondo me, rende giustizia al libro: “Avete mai avuto l’opportunità di vedere e ascoltare un coro? E’ una esperienza incredibile, perché agli occhi dello spettatore (soprattutto se un po’ inesperto) tutto sembra avvenire in maniera dinamicamente perfetta, e quando i componenti iniziano a cantare… beh, si entra in un’altra dimensione, quasi magica. Ma è sempre così? Cari lettori, dietro ad ogni piccolo momento c’è tantissimo lavoro ‘umano’ e soprattutto un mondo di sentimenti, azioni, pensieri che caratterizzano le belle famiglie quando creano qualcosa di speciale…ma sappiamo anche che la famiglia perfetta non esiste, e quante discussioni a volte! Sandro Arciello, con il suo delizioso libro, ci parla proprio di questo universo con uno stile non impegnativo e a tratti umoristico ma anche con tanta passione e dedizione, portandoci alla scoperta dei segreti del canto corale nella sua veste più profonda. La sottolineatura è qui mia, poiché non condivido l’opinione: lo scopo di Arciello, chiaro ad ogni lettore minimamente attento, non è di trascinarci con sé nei meandri della tecnica corale, né, magari, di propinarci morceaux di una filosofia del fatto corale quale, da Platone a Schopenhauer  a Nietzsche a Gabriel Marcel ad Adorno , si è andata delineando. Il fine di di Arciello è quello di  informare, e di informare divertendo, su  i ‘comportamenti’ del pre durante e dopo-concerto, su le ‘persone e i personaggi’ (coristi e direttori), i ‘rapporti e la vita di gruppo’, i ‘repertori’ nella loro varietà (a cappella, o con accompagnamento d’organo o di piano o d’ orchestra) e gli ‘eventi’. E questo fine Arciello meravigliosamente attinge: non avrebbe potuto essere più esaustiva le disamina di quelle dinamiche che , nei loro risvolti, come già notato, psicologici, sociologici, pedagogici,  attraversano il gruppo coro nel suo costituirsi e proporsi. Né maggiori avrebbero potuto essere lepidezza, chiarezza, trasparenza, proprietà e levità di linguaggio, sicché avverti  non di star leggendo un ennesimo saggio serioso e tedioso  di uno di quei  barbassori che anche in ambito musicale dilagano,  ma di star  vivendo dall’interno, come uno del gruppo, le emozioni gli entusiasmi le passioni le attese le tensioni di ciascuna delle dramatis personae  che quel gruppo compognono.

Ho letto le circa duecento pagine di Controcanto  d’un fiato, regalando a me stesso, alle mie senili inquietudini,  preziosi istanti di serenità. Ne rendo grazie ad Arciello.    

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Dare in brocca. Novalis, Inni alla notte

Post n°939 pubblicato il 12 Aprile 2017 da giuliosforza

                                                                                                                                          Post 868

Dare in brocca, colpire il bersaglio al centro, come suona uno dei motti del Vate. Io vorrei dare in brocca al Destino, come Ludwig avrebbe voluto afferrarlo per la gola. Ma temo non mi sia dato, come a nessuno, nemmeno a Iddio, temo sia dato. E pensare che fui  negatore della Moira e celebratore del santissimo Caso!

*

Rileggo Novalis e Kafka, Heine e von Platen. La mia mente è capricciosa come questa primavera. Vaga di fiore in fiore, prima che vento pioggia e grandine li strappino ai rami e agli steli. Stamane il mio relitto d’auto, vecchio  come me, è tappezzato del  rosa dell’albero sotto cui sempre più a lungo ahimè riposa. Perché non anche io? Fulcite me floribus, coronate me rosis, quia amore langueo. Nostalgia della sposa del Cantico.

*

A proposito di nostalgia.

Gli Inni alla notte di Heinrich von Hardenberg, in arte Novalis (terra vergine  offerta alla seminagione), ‘fanciullo’ consumato dalla Sehnsucht (desiderio, brama, tensione, attesa, attesa di Casa, la casa  dell’assoluto che ha nome Dio, che ha nome Sophie) tornano a rischiarare e rasserenare le mie notti (i miei giorni). Li rigusto nella traduzione, testo originale a fronte, di Roberto Fertonani a cura di Virginia Cisolti (Biblioteca Mondadori 1982-84).

"Ora so quando sarà l'ultimo mattino - quando la luce non fugherà più la notte e l'amore - quando il sonno sarà eterno e Un  unico  inesauribile. Una celeste stanchezza sento in me.- Lungo e spossante fu per me il pellegrinaggio al sacro sepolcro, opprimente la croce. L’onda cristallina che, impercettibile ai sensi comuni, sgorga dall’oscuro grembo del tumulo, ai cui piedi si frange il flutto terrestre, chi l’ha gustata, chi stette in alto sulle montagne a discrimene del mondo, e ha guardato in giù nella nuova terra, nella sede della notte - in verità costui non tornerà più al tramestio del mondo, nella terra dove in perenne inquietudine la luce dimora" (ivi, IV, p.75).

Dopo un alternarsi irregolare di prosa poetica e di versi, gli Inni si concludono con un’ode, tale non posso non  dirla anche se dimesso ne è il  tono, alla Morte (Sehnsucht nach dem Tode, nostalgia, brama di morte) in strofe di sei versi,  ottonari tronchi  e settenari piani, i primi quattro in rima alternata, tronchi e a rima baciata gli ultimi due. Importante la metrica, quasi da ballata, in questa serena Danza della morte, cui la traduzione non  rende sempre giustizia.

Che cosa ritarda il nostro ritorno, / i più cari riposano già da lungo. / Ci sbarra la vita il loro sepolcro, / ci assale l’ansia e il cruccio. / Ogni nostro cercare è senza scopo (pessima traduzione del verso zu suchen haben wir nichts mehr, che significa semplicemente non abbiamo più nulla da cercare) - / il cuore è sazio – il mondo è vuoto. (vv.43-49)

Questa strofa conforta una riflessione che da sempre è la mia. Allorchè più cupo si fa il sentimento della morte come, per chi non creda nella sopravvivenza dell’anima individuale, il dissolversi della individuale coscienza (coscienza del proprio esserci nell’esserci di tutte le cose) nella impersonalità del Nulla-Tutto, il pensiero che tutti coloro che ho amato, che mi hanno generato e nutrito nel corpo e nella mente, quanti hanno alimentato in me l’ebbrezza della santa Terrestrità e quanti l’hanno con me condivisa, i filosofi i poeti i musicisti che ‘sforzarono’ per la mia gioia ‘il mondo a esistere’ e ispirarono il mio Inno alla Vita, lo sconforto si placa; e quando l’angoscia e il timore, pur superati a livello di concetto, tornano a premere a livello di sensibilità (…Ove più il sole / per me alla terra non fecondi questa / bella d’erbe famiglia e d’animali / e quando vaghe di lusinghe innanzi / a me non danzeran l’ore future /….. / né più nel cor mi parlerà lo spirto / della vergini Muse e dell’amore, / unico spirto a mia vita raminga, qual fia ristoro …) l’idea (l’illusione, la speranza?) di ritrovarmi, una volta ridissolto nell’insondabile Assoluto, in una diversa dimensione  con essi in una qualche comunione ontologica, se non basta a rasserenarmi del tutto, certo un poco lo vale. Gelobt sei dunque uns die ewige Nacht, / gelobt der ewge Schlummer. / Wohl hat der Tag uns warm gemacht / und welk der lange Kummer. / Die Lust der Fremde ging uns aus, / zum Vater wollen wir nach Haus. / Lodata sia tu, eterna notte, lodato sia l’eterno sonno. Se il giorno ci ha dato calore, ci ha avvizziti il lungo affanno. Non ci attirano più terre lontane, vogliamo tornare a casa dal Padre. (vv. 6-12)

Buona Pasqua di Morte e … Resurrezione!

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Statuti traduce Lermontov. Primavera

Post n°938 pubblicato il 31 Marzo 2017 da giuliosforza

Post 867

Stanotte con Bruno Blanqui e Nietzsche ho riscoperto l’ “eternal vicissitudine” e l’ “eterno ritorno dell’identico”; e con Gérard de Nerval ho inseguito il mio doppio.

*

Gli aliti della Primavera mi penetrano le ossa e risvegliano i miei antichi dèmoni dai loro letarghi. I prati della mia anima rifioriscono e canti nuovi intonano le cose che erroneamente dicono inerti e gli esseri che si muovono in  terra in acqua in cielo. E il Dio stesso che quelle cose e quegli esseri è, che dall’interno li muove, par risorgere dal suo sepolcro e al suo soffio creatore di fiori rosa e bianchi esplode il giardino d’Arimatea. Santità delle Cose ad ogni cominciamento. Santità delle Cose a Primavera.

*

Rileggere Rousseau (Contrat social), Tocqueville (La democrazia in America) Simone Weil (Manifesto per la soppressione dei partiti politici) per rendersi conto che ogni partito è tendenzialmente totalitario e totalitaria è la democrazia che su di essi si fonda. Soprattutto la riflessione più che anarchicheggiante della Weil, da taluno ritenuta forse non ingiustamente il più grande filosofo del Novecento,  è a tal riguardo illuminante.

*

Il Demone  di  Lermontov nella interpretazione di Paolo Statuti.

Conobbi Statuti in rete e ne nacque una amicizia intellettuale non indifferente. Discepolo di Angelo Maria Ripellino col quale si laureò in slavistica dopo una prima laurea in Scienze politiche,  cessato  un impiego in Alitalia si trasferì definitivamente in Polonia ove esercitò l’insegnamento in un Liceo ma soprattutto poetò musicò tradusse dipinse. Una delle sue ultime letificanti fatiche è stata una nuova resa nel nostro idioma de Il Dèmone di Lermontov,  vera e propria sua reinvenzione- trascrizione , come egli ama dire, in una sorta di sinfonia verbale: “Per tradurre questo poema ho indossato i panni del musicista e del poeta. Infatti, anziché con le note, penso di aver composto una sinfonia con le parole”.

Il 27 u. sc. Il volumetto è stato presentato in un’aula dell’Istituto di Russo a Villa Mirafiori, ove momentaneamente, insieme al corso di laurea in Lettere e Filosofia della Sapienza, è ospitato. Nell’attesa , vagando per i giardini e le aule, avevo avuto modo di lamentare lo scempio che l’uso didattico ha fatto della sfarzosa residenza della “bella Rosina”, amante poi moglie morganatica del Padre della Patria -le cui truculente imprese di talamo illustrai con Carlo Dossi circa due anni fa su queste stesse pagine. Presentavano il volume laconicamente una professoressa, e più diffusamente un non accademico, il poeta Antonio Sagredo (celebratore, tra l’altro, in una lunga ode, di Giulio Cesare Vanini, l’ex carmelitano  arso  dopo aver avuto  mozzata la lingua e subìto lo strangolamento -una delicatezza non usata col Nolano- a Tolosa nel 1619, l’anno di nascita, si dà il caso, del razionalismo moderno col Cogito cartesiano). Da quel poco che ho potuto intendere e godere (la mia ignoranza del russo non mi consentiva valutazioni) la scelta di Statuti è stata quella di rendere i novenari piani e tronchi  a rime baciate o variamente alternate dell’originale lermontoviano con una versificazione più libera e ariosa al fine dichiarato di esaltarne la musicalità. Una scelta secondo me discutibile: ritengo infatti che una poesia  vada tradotta o in prosa, il che consente una più fluida resa delle differenze linguistiche  e delle peculiarità fraseologiche, o con la fedeltà anche alla cifra ritmico-rimica originale.  A parte queste considerazioni, la bella rievocazione statutiana nella nostra lingua della vicenda dell’arcangelo decaduto cui è vietato l’amore ma che non resiste alle grazie di Tamara, la principessa caucasica destinata ad un principe orientale, la bacia alla vigilia delle nozze condannando lei alla morte e alla successiva glorificazione e sé all’eterna depressione, mi ha fatto bene, ha arricchito il ventaglio dei miei ritornanti  interessi romantici facendomi riscoprire quell’aspetto slavo del romanticismo, già osservato  in Puskin, di cui Lermontov è da taluni detto epigono, che va oltre i puri e semplici ossianismi  nelle loro derivazioni e interpretazioni occidentali, apporta ai temi una profondità maggiore, una carica psicologica precorritrice, un aggrovigliamento introspettivo, un sofferto quando non tetro misticismo, una “religiosità” inquieta ai limiti della nevrosi, quella che in Dostoevskij e Tolstoi raggiungerà l’acme.

Sono molto grato a Statuti per questo nuovo dono che s’aggiunge ai numerosissimi che egli nel suo ricco blog “Un’anima e tre ali” (https://musashop.wordpress.com/tag/paolo-statuti) va a larghe mani distribuendo.   

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Romain Rolland, 'Jean-Christophe'. Rolland e D'Annunzio

Post n°937 pubblicato il 12 Marzo 2017 da giuliosforza

 

Post 866

Jean-Christophe

Poco, stranamente, m’è avvenuto in questo diario di parlare di Romain Rolland, per il suo folle idealismo ottimistico uno dei miei prediletti Autori. Eppure, tra i moderni, a nessun altro credo di aver dedicato continuativamente più tempo che a lui, se si esclude   D’Annunzio, apparentemente così’ diverso:  Romain pacifista internazionalista –il che non gli impedisce di dire Charles Péguy, il neoconvertito fondamentalista interventista e reazionario, suo commilito e di collaborare alla nascita dei combattivi Cahiers de la Quinzaine; interventista il Pescarese, poeta guerriero  e cultore del Superuomo; e due stili di scrittura intenzionalmente diversi se non opposti: elaboratissima, nel suo simbolismo,  la scrittura d’annunziana, se si esclude la giovanile fase realista, programmaticamente ‘prosaica’ quella  rollandiana (“Parle droit! Parle sans fard e sans apprêt! Parle pour être compris! Compris non pas d’un groupe de délicats, mais par les milliers, per les plus simples, par les plus humbles!”  J.-Ch. , introd., p.16). Così diversi nell’apparenza, ma così, nella sostanza, simili: stesso attonimento panico, stesso sentimento dell’Uno,  stesso brivido  dell’Universale come tensione interna del particolare, stesso immanentismo lirico, stesso culto della santa Terrestrità, stessa concezione della Bellezza goethianamente e dostoievskjanamente predicata  salvifica (e  giustamente Rolland, che ha fatto visita al  Vate al Vittoriale,  lo celebra  in occasione dei suoi funerali come ‘Colui che ha risvegliato la Terra alla bellezza’); e soprattutto stessa passione mistico-metafisica per la Musica, la cui presenza e il cui ruolo nella loro opera è talmente fondamentale che senza di essa sarebbe inconcepibile ed incomprensibile. Sono talmente convinto delle affinità dei due sommi  che, come altra volta scrissi di ‘Bruno e Nietzsche fratelli gemelli’  oggi potrei scrivere di ‘Rolland e D’Annunzio fratelli gemelli’, magari …dizigotici!

Dunque.  

Jean-Christophe  da solo occupò tre anni della mia vita ( lo ricavo da una nota scherzosa apposta in calce  a fine lettura: “Romain Romain!  Après trois ans j’achève de  lire ton J. Ch. Qui en eu jamais, comme moi, la patience et la joie? Au revoir, Romain, dans le Dieu-Tout. Rome le 21 Juillet à 18 h07 (1995”). Tre anni per leggerlo, quanti ne impiegò lui per scriverlo, dopo averlo pensato vent’anni

Di tornarvi su mi offre oggi l’occasione, inopinatamente, il solito  Gianfranco Ravasi, ex direttore dell’Ambrosiana oggi porporato, nel suo ‘Breviario’-occhiello del Sole di domenica 5 marzo con una citazione delle più banali che di quell’alato idealista sognatore  possano farsi :”Gli uomini fanno le opere, ma le donne fanno gli uomini’. Immagino voglia essere un omaggio all’8 Marzo. Prosegue Ravasi: “Non ho mai avuto il coraggio di leggere il suo romanzo fluviale Jean-Christophe, disteso in ben dieci volumi tra il 1904 e il 1912, ma la figura dello scrittore francese Romain Rolland, morto nel 1944, mi ha sempre incuriosito. Il suo genio eclettico lo faceva diventare ora scrittore, ora musicologo, ora filosofo, ora critico letterario e artistico, ora politico e gli concedeva anche l’alloro del Nobel nel 1915. Di quel monumentale romanzo, biografia di un immaginario musicista renano-parigino mi è stata segnalata questa bella frase che dovrebbe smitizzare le classificazioni che privilegiano il genio maschile…’

L’edizione del Jean-Christophe in mio possesso è quella tascabile di Albin Michel del 1931 in tre volumetti fittissimi di circa 500 pagine l’uno: edizione integrale, copertine e bordi gialli, immagini di copertina riproducenti, nei primi due volumi, acquarelli di due città da J. Ch. predilette, la sua natale e la Bonn beethoveniana, e, nel terzo, uno scorcio di panorama montano con folta vegetazione cascate e ruscelli, la natura da lui più amata e frequentata. Se dovessi riprodurre tutte le annotazioni e le sottolineature apportate lungo la lettura ai testi nei tre anni che mi tennero compagnia, per lo più nel corso di  viaggi ai luoghi dell’anima di Francia Svizzera e Turingia,  potrei scrivere un quarto volume di commento, magari a una edizione italiana  fino ad oggi, per quanto mi risulta, inesistente; e non è detto che un giorno non lo faccia, tanto è l’affetto che provo per l’eroe rollandiano, di cui mi trovo a condividere per patrimonio innato tensioni morali e gusti letterari, esaltazioni poetiche e musicali (“Vedi che cosa straordinaria è il mestiere del musicista? Creare tali meraviglie, c’è qualcosa di più glorioso? E’ essere Dio in terra!”- I, 84)|, gli stessi dèmoni, quelli di cui, secondo il Francofortese, è difficile liberarsi (Dämonen, ich weiss, wird man schwerzlich los…).  Tra tanti più o meno inutili libri fiume che oggi si pubblicano, possibile non si trovi un editore coraggioso per il capolavoro rollandiano, dedicato “ Alle anime libere di tutte le nazioni, che soffrono, che lottano e che vinceranno”? La contemporaneità di J.-Ch. è impressionante, il recupero  della Bellezza è impellente per un mondo che le Muse hanno disertato (“Che ci stanno a fare i poeti nell’epoca della miseria?”, è il grido rilkiano). “Ho scritto la tragedia di una generazione che sta per scomparire. Ho cercato di non dissimulare nulla dei suoi vizi e delle sue virtù, della sua pesante tristezza, del suo orgoglio caotico, dei suoi sforzi eroici e delle sue prostrazioni. Uomini d’oggi, giovani di oggi, calpestateci e proseguite. Siate più grandi e più felici di noi. Anch’io dico addio alla mia anima sorpassata, la rigetto come un involucro vuoto. La vita è un susseguirsi di morti e di resurrezioni. Moriamo, Christophe, per rinascere” (Adieu a J.-Ch. III 485).   Mi limito qui a riportare in veloce traduzione, per le cui eventuali imperfezioni chiedo in anticipo scusa, due passi dal terzo volume, il primo dei quali dice di una donna e di una madre neopuerpera infelice, che par scritto apposta  per un 8 marzo fuor di  retoriche e di luoghi comuni.

Jacqueline ha appena donato un figlio a Olivier.

“Quand’ella udì il suo primo grido lanciato alla luce, quando vide quel corpicino pietoso e toccante, tutto il suo cuore si sciolse. Ella conobbe, in un attimo di vertigine, la gloriosa gioia della maternità, la più potente che si dia al mondo: aver creato dalla propria sofferenza un essere della propria stessa carne, un uomo. E la grande onda d’amore che percorre l’universo la strinse, l’avvolse dalla testa ai piedi, la sballottò, la sollevò fino ai cieli… O Dio, la donna che crea è il tuo uguale; e tu non conosci una gioia pari alla sua: perché tu non hai sofferto…

Poi l’onda ricadde, e l’anima ritoccò il fondo.

Olivier, tremante d’emozione, si chinava sul bambino e, sorridendo a Jacqueline, cercava si capire qual legame di vita misterioso ci fosse tra essi due e quell’essere miserabile ancora a stento umano. Teneramente, con un po’ di disgusto, sfiorò con le labbra quella piccola testa gialla e rugosa. Jacqueline lo guardava: con gelosia lo respinse, prese il bambino, lo strinse al seno, lo coprì di baci: Il bambino gridò, ella lo ripose e, la testa girata verso il muro, pianse. Olivier corse verso di le, l’abbracciò, bevve le sue lacrime; essa l’abbracciò a sua volta  e si sforzò di sorridere, poi pregò che la si lasciasse riposare col bimbo accanto… Ahimè che fare, quando l’amore è morto? L’uomo, che abbandona all’intelligenza più della metà di se stesso, non perde mai un sentimento forte senza conservarne nel cervello una traccia, una idea: Egli può pure non amare più, ma non puà dimenticare che ha amato. Ma la donna che ha amato, senza ragione, tutta intera e che cessa di amare, senza ragione, tutta intera, che può essa farci? Volere? Illudersi? E quando è troppo debole per volere, troppo vera per farsi delle illusioni?...

Jacqueline, i gomiti sul letto, guardava il bambino con tenera pietà. Chi era? Chiunque fosse, non era suo per intero. Era anche «l’altro», e l’«altro», essa non l’amava più. Povero piccolo! Caro piccino! Essa  provava sentimenti di irritazione verso quell’essere che voleva riallacciarla a un passato morto; e frattanto, chinandosi su di lui, l’abbracciava, l’abbracciava…    

E che direste di quel che segue, da dedicare a tutte le donne nel loro giorno, dato che a cent’anni di distanza nulla della sua paradossale verità sembra cambiato?

“La grande sventura delle donne d’oggi è che sono troppo libere e non abbastanza libere. Più libere, cercherebbero dei legami, nei quali troverebbero fascino e sicurezze. Meno libere, si rassegnerebbero a dei legami che saprebbero non potersi spezzare; e soffrirebbero meno. Ma il peggio è aver dei legami che non vi legano, e dei doveri dai quali ci si può affrancare (III, 148)”.

Tornerò naturalmente su Jean-Christophe. Ma non voglio dimenticare di rilevare subito  un’altra sua caratteristica che me lo rende particolarmente godibile: trabocca di cultura classica, tedesca e italiana. E le citazioni, tutte in lingua, son sempre efficacissime e puntualissime.  Anche esse potrebbero raccogliersi, e ne risulterebbe una bella appendice degli Essais montaigniani  e delle raccolte hoepliane. Oggi m’accontenterò dell’iscrizione scolpita sullo zoccolo delle statue di San Cristoforo, all’ingresso della navata delle chiese del Medio, particolarmente di Notre-Dame, simbolicamente ripresa da Rolland e figurante alla fine di ogni volume dell’edizione originale negli accennati Cahiers de la Quinzaine:

Christofori faciem die quacumque tueris, / Illa nempe die non morte mala morieris. (I, 41 e passim)

Che San Cristoforo ci scampi da mala morte!

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano) 

 

 
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