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Chiesa dei Martiri Canadesi. Renzo Piano e lo ius soli. Mario Sforza pittore

Post n°965 pubblicato il 16 Ottobre 2017 da giuliosforza

Post 885

Nella Dolce vita felliniana una scena è ambientata nell’allora appena inaugurata, ma non ancora consacrata, chiesa di nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei Santi Martiri Canadesi, in Via Giovanni Battista de Rossi, nel quartiere Nomentano-Trieste, quasi all’incrocio di Viale 21 Aprile con la Nomentana, all’altezza del massiccio monumento al finanziere che guarda il comando generale della Finanza: si tratta della scena di un concerto d’organo, al quale Mastroianni assiste in non ricordo bene quale veste (immagino in quella di cronista, il ruolo che nel film interpreta). Il caso volle che fossi presente alla ripresa di quella scena: le circostanze,  in quel periodo della mia vita in cui la mia apostasia, da sempre latente, non era ancora esplosa, mi conducevano spesso in quella chiesa, sicuramente una delle più belle fra le nuove chiese di Roma, ricca di mosaici, maioliche e  pregiate opere in legno e vetro  (confessionali –oggi in disuso: ho visto confessare all’interno su normali panche coram populo e persino all’esterno, nel sagrato antistante , prete e penitente seduti su un muretto di cemento…-, panche, vetrate), ma soprattutto per l’architettura interna: una serie di arcate neogotiche ogivali  in cemento armato lavorato, che da terra attingono il soffitto, e creano uno straordinario effetto prospettico in direzione del grande baldacchino del presbiterio, totalmente ricoperto di preziose ceramiche policrome.

La chiesa è officiata dai Padri Sacramentini, addetti all’adorazione perpetua, fondati da San Julien Eymard, uno dei tre canonizzati della Congregazione della Società di Maria, o Padri Maristi, con Marcellin Champagnat, a sua volta fondatore dei Piccoli Fratelli di Maria o Fratelli Maristi delle Scuole, e Pierre Chanel, protomartire dell’Oceania. Curioso che il cofondatore e capo del…direttorio, Jean-Pierre Colin, non abbia fatto carriera, chissà per quale motivo, e si sia  fermato, se non vado errato, a Servo di Dio, che del processo è la prima tappa. La Società di Maria fu una delle tante congregazioni religiose sorte in Francia dopo la Rivoluzione con lo scopo preciso di ricristianizzarla. Quanto tal fine sia stato raggiunto non saprei giudicare.

*

Questa settimana l’illustrazione dei giornali italiani e il colloquio con gli ascoltatori di Mattino Rai Tre sono affidati a una mia parente assai brava, Francesca Sforza, che da molti anni lavora alla “Stampa”. La ascolto con curiosità comprensibile, con maggiore concentrazione di quella che normalmente l’orario, che è quello della toilette, consente. Tra le segnalazioni più curiose che Francesca ha fatto è quella di una intervista  di non so quale quotidiano a Renzo Piano, un personaggio che come uomo e come artista (lo ritengo, mi si perdoni la bestemmia, coi suoi celebratissimi interventi, dal Centre Pompidou al romano Auditorium, un deturpatore di ambienti) e come uomo “superimpegnato” non colloco nella mia dissacrante graduatoria  degli uomini illustri, e ne sarò punito. Considero poi il fatto che sia stato creato senatore è vita una delle ultime canagliate dello stalinista salottiero radical chic senza erre moscia Giorgio Napolitano. Dunque in quella intervista Piano non parlava di architettura ma diceva la sua sullo ius soli (e diceva tutto quello che uno s’attende dica uno come lui) e, se non ho sentito male,  intendeva lo ius latino come il Jus franco-inglese, e attorno all’accezione di succo bellamente ricamava. Io spero, ripeto, di aver male inteso, e che a intendere male non sia stato Piano, nuovo, in questo caso, belliano marchesino Eufemio che “latinizzando esercito distrutto / disse exercitus lardi ed ebbe il premio”.  

*

Mentana, l’antica Nomentun, ormai può dirsi un quartiere di Roma, pur respirandovisi, geograficamente e culturalmente, aria sabina. Raggiungerla non mi è stato difficile in questa mattina chiara come nessun altra, per una via Nomentana serpeggiante fra vigneti e oliveti (ormai, per la verità, quasi tutti scomparsi, avendo ceduto il posto a un nuovo grande comune, Fontenuova, che ha assorbito Santa Lucia e Tor Lupara e le molte ville ivi esistenti di noti personaggi  come lo storico dell’arte  Zeri, il canterino Morandi e Roberto Rossellini che proprio al limitare est del comune di Roma, in località Prato Lauto, ivi a lungo soggiornò all’epoca dei suoi amori con la Magnani prima, la Bergman poi e per ultima l’indiana Sonali das Gupta). Frequentai in tempi andati a lungo Mentana (la nonna materna delle mie figlie aveva oltretutto qui le sue radici), in occasione di incontri didattico- culturali nelle scuole, nella galleria Borghese e nel Museo garibaldino, che conserva i non gloriosi cimeli della disfatta del 1867, l’ultima prima di Porta Pia, dalla cui breccia non sarebbe entrata l’Italia in Roma, ma sarebbe uscito il Vaticano alla conquista dell’Italia.

Questa volta sono andato alla Galleria Borghese per un particolare Vernissage, non mondano e rutilante di colori di vesti di dame salottiere  e  di discorsi criptici di critici prezzolati, ma intimo, raccolto, intenso per ‘in-genuità’ e serenità, le stesse emergenti dall’autopresentazione dell’artista, un giovane  quarantenne dallo sguardo puro e splendente come quello di un che il mondo guarda con gli occhi di chi la bellezza del mondo sa cogliere, e di essa sa godere, anche sotto la scorza della realtà più ruvida e rude. Realtà ho scritto, e questo è il termine migliore per descrivere il mondo di Mario Sforza (questo anche il suo cognome, ma nessun rapporto di parentela, almeno recente, sì di conterraneità, con me e con la  Francesca di cui sopra). Realista infatti egli non ha paura di definirsi, pur non disdegnando, nella sua multiforme attività, che ingloba archeologia architettura restauro indagine scientifica, esperienze e metodologie d’avanguardia. I suoi maestri, superfluo dirlo, sono i più grande maestri del passato che egli rivisita: con l’amatissimo Caravaggio Correggio, Michelangelo, Bernini, il Volterra, David, Goya, Canova, Van Gogh, Cézanne e Monet, partendo dai quali il suo realismo spontaneamente trapassa nel surrealismo, nel tentativo di disvelare quella ‘realtà’ onirica che definisce la vita, se la vida es sueño, se we are such stuff as dreams are made on.

Sono grato a Mario Sforza (cell. 348 091 0440, mail mariosforza @yahoo.it, web mariosforza1977,facebook.it) per le emozioni che sa suscitare con la sua opera concepita nella gioia e partorita nel dolore: ché come tutti i veri artisti egli è sacerdote e vittima sacrificale insieme, immolante e immolantesi sull’altare dell’Arte  per la salvezza ( la Bellezza) del mondo.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  

 

 

 
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Meminisse iuvabit. "Eros e Magia nel Rinascimento". Culianu. Zolla

Post n°964 pubblicato il 30 Settembre 2017 da giuliosforza

Post 884

Meminisse iuvat, non solo iuvabit. Ricordare è vivere. Alla mia età è la sola forma del  vivere, l’unica maniera per tentare di conferir senso a quel non essente che diciamo presente, stranissimo risultato dell’incontro di ciò che non è più e di ciò che non è ancora, compendio dunque, essere, di due non-essere: un non essente alla seconda potenza (questo il paradosso che definisce l’Assurdo che chiamano esistere, e che logica vorrebbe non fosse consentito - ma ancor più assurdo dover parlare del non essere usando il verbo essere). Il passato è l’unica cosa che resta al Vegliardo, delle tre illusioni (inconsistenze) che determinano il tempo non restandogli che la terza.

Eppure quanto è bello ricordare. Quanto è dolce, nella illusione del reale, tuffarsi nella verità di quella fiaba incantevole (ché illusione per illusione -illusione alla seconda potenza- fa reale, negativo per negativo fa positivo) e insieme tragica che fu la vita. Quanto è tenero tuffarsi nell’oceano di immagini ammassatesi lungo il tempo nel caleidoscopio della mente (e dalla vista interiore organizzate in sempre nuove forme, mai a sé stesse identiche, mai fisse, mai immote) e farsene, come da onde, cullare.  

Ho trascorso buona parte della giornata a ricordare alcuni dei film della mia giovinezza. Con Judy Garland (bella era, e giovane, e bionda, non ancora distrutta dalla droga e dall’alcool) sono ripenetrato nel fantasmagorico mondo del Mago di Oz; con Bette Davis di Perdutamente tua ho rivissuto la profonda ed unica passione degli amori inconsumati e inconsunti, come veste inconsutili che nessun evento avverso potrà mai ridurre in brandelli; con Bogart ho navigato le acque maltesi alla ricerca del falcone e del suo mistero. Il sonno m’ha colto in compagnia di Amedeo Nazzari, già mio vicino di casa  a Talenti, ancora bello e prestante in una delle sue commediole strappalacrime (Dopo divorzieremo). E il mio sonno è stato profondo e insieme lieve, senza incubi, e il mio cuore senza sussulti.

.*

M’è giunto finalmente Eros e magia nel Rinascimento (Bollati Boringhieri, Torino 2006-2016, pp 423) di Ioan Petru Culianu, e ne inizio la lettura senza por tempo in mezzo. E subito mi imbatto in Bruno, che del testo sarà un assoluto protagonista. «Al massimo grado di sviluppo, raggiunto nell’opera di Giordano Bruno, la magia è un metodo di controllo dell’individuo e delle masse basato su una profonda conoscenza delle pulsioni erotiche individuali e collettive. Vi si può riconoscere non solo il lontano progenitore della psicoanalisi, ma anche quello della psicosociologia applicata e della psicologia di massa. Accanto a questo, però, v’è un altro aspetto fondamentale della manipolazione dei fantasmi, la meravigliosa arte della memoria: il nesso tra eros, mnemotecnica e magia è così indissolubile che sarebbe impossibile capire l’ultima senza avere prima studiato i meccanismi degli altri due”». E più oltre dall’Introduzione: «Certo sarebbe arduo sostenere che il metodo della magia ha qualcosa in comune con il metodo delle nostre scienze della natura: La struttura della materia viene completamente ignorata, e i fenomeni fisiochimici sono attribuiti a forze occukte agenti nel cosmo. Eppure la magia ha in comune con la tecnologia moderna la pretesa di pervenire, con altri mezzi, agli stessi risultati; comunicazione a distanza, trasporti rapidi, viaggi interplanetari fanno parte delle normali prodezze del mago» (pag. 7).

Dissi  nel precedente post 883 qualcosa sulla figura dello storico romeno, martire del libero pensiero (sempre più evidente che ad assassinarlo furono gli sgherri di Iliescu, succeduto al Ceausecu dal cui regime Culianu era pur fuggito, ma non meno di lui carnefice e più di lui volgare fino a seppellire in una fossa comune cadaveri sottratti agli obitori per poi spettacolarmente riscavarli e contrabbandarli per vittime del Dittatore). Dirò ora qualcosa di Elémire Zolla, altro grande Spirito ch’ebbi la fortuna di incrociare lungo la mia via, al quale si può applicare lo stesso apprezzamento che Culianu riserva a Mircea Eliade: «…è stato per me, durante gli ultimi quindici anni, una garanzia che la bontà, la semplicità e la serenità non sono del tutto scomparse dal mondo».

Zolla, amico lui stesso e in qualche modo discepolo di Eliade, fu tra noi certo il miglior cultore di misticismo e di esoterismo, ai quali aveva dedicato tutti i suoi interessi extraaccademici, in fine preponderanti. Insegnava letteratura angloamericana al Magistero di Roma, poi RomaTre, e la sua stanza era situata sopra la mia al terzo piano del palazzo che la facoltà di Scienze della Formazione (allora dell’Educazione) condivideva con Letterature anglo-americane. Suo vicino di stanza era Giorgio Melchiori, una delle più grandi, se non la somma, autorità negli studi scespiriani almeno in Italia (che tempi quelli per le Università e che Maestri!)  in Via del Castro Pretorio 20. Per anni ci si era incontrati e salutati velocemente in ascensore, per le scale o nei consigli di Facoltà, ma senza entrare in particolare confidenza, finché l’occasione di rompere il ghiaccio mi fu porta dalla necessità di trovare degli esperti per il convegno che nel 1990 stavo organizzando su “Religioni ed educazione. Dialogo delle Civiltà”. Avevo letto varie cose di Zolla. a partire  dal famoso e discusso Eclissi dell’intellettuale del ’59 e da I mistici dell’Occidente del ’63, e l’avevo trovato  spirito supremamente, aristocraticamente, libero, e me ne ero naturalmente innamorato. La sua stessa vita privata m’intrigava e suscitava invidia, le sue lunghe relazioni con la squisita poetessa Maria Luisa Spaziani prima,  con Cristina Campo (l’evanescente, eterea figura che mi ha sempre ricordato il  fiore azzurro, die blaue Blume, novalisiano, simbolo di quella Ahnung, di quella Sehnsucht d’assoluto destinate a mai sopirsi) poi; e infine con la esimia e sensibile studiosa di Estetica Grazia Marchianò, la Presenza che negli ultimi quindici anni della vita lo sostenne ed ora ne cura e tramanda la memoria, anche pubblicandone i numerosi inediti. Al nostro Colloquio Zolla trattò di “Sincretismo ed educazitone” nel salone del Castello Massimo di Arsoli. Ho negli occhi e nell’anima la sua solenne figura, la sua asma, il suo estraniamento dal mondo (egli come il poeta baudelairiano “planava sul mondo e comprendeva senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute”) il suo Stupore infantile, che sarà il titolo di un suo prossimo delicatissimo libro, la sua ironia, la sua compostezza, la sua dolcezza. Di quei giorni un episodio ancora ricordo che la dice tutta sul personaggio. Mi ero dato da fare per ospitare i relatori a Villa celeste, immersa nel fitto verde che circonda, poco più sopra, anche la Villa di Ricciotti Garibaldi, a Riofreddo. Un posto più tranquillo di quello non avrei potuto immaginare. Quando la mattina dopo salii a prelevare gli ospiti, trovai la prof Marchianò infuriata con me. “Non ha potuto chiudere occhio, eppure le avevo raccomandato di trovargli un posto silenzioso!”. Io non capivo e guardavo lui che pacatamente sorrideva. Ma quando  capii il motivo della giusta rabbia di Grazia, fui io ad infuriarmi con gli albergatori, ai quali  mi ero raccomandato in nome di Dio di non farmi far figuracce. “Qui sentiranno  solo gli uccelli che daranno loro all’alba la sveglia”, mi avevano risposto. In realtà i Vasselli, i ristoratori, forse discendenti di quei Vasselli che avevano dato in moglie la dolce Teresa allo sciupafemmine Gaetano Donizetti, avevano dimenticato (?) di  dirmi che quella sera una  squadra giovanile  di calcio sarebbe stata loro ospite per il ritiro. All’anima del ritirò! Quegli scalmanati avevano fatto fino all’alba un casino del diavolo ed Elémire, ma non solo lui, non aveva chiuso occhio. Mortificato, mi profusi in scuse, ma egli, sorridendo e tenendomi affettuosamente sottobraccio, replicò: non scusarti, Giulio, son io a doverti ringraziare per avermi fatto rivivere, dopo secoli, una notte goliardica.

Questo, ma tanto di più, era Zolla. Leggo che  Umberto Eco nella sua biblioteca aveva posto i suoi libri nella “sezione cretini”. E che Flaiano gli aveva dedicato l’epigramma “Zolla. Preferisco la folla”. Spero che il voltairiano Umberto in qualche luogo lo incontri, e si vergogni e si nasconda, e che invece il figlio del fornaio di Corso Manthoné (quello immortalato nei Racconti della Pescara del mio Gabri) gli dia, anche da parte mia, un forte bacio. Son sicuro che Elémire glielo renderebbe poiché, a differenza del suo borioso conterraneo, era umile e rispettoso delle opinioni. E quella del Pescarese non era solo una simpatica opinione  spiritosamente espressa, ma anche un implicito riconoscimento dell’ “aristocrazia” di un Uomo che non solo i sincretisti e gli esoteristi di tutto il mondo a lungo ricorderanno.

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Petru Culianu e Bruno ("Eros e magia nel Rinascimento"

Post n°963 pubblicato il 15 Settembre 2017 da giuliosforza

Post 883

Sul sito di Guido del Giudice, che non perde occasione per segnalare novità e curiosità riguardanti il suo  beneamato Nolano, leggo un articolo di Diego Gabutti pubblicato su ITALIAOGGI che trovo particolarmente interessante e per questo lo riprendo. Dice cose per me nuove di Bruno e di Culianu lettore di Bruno per  me, bruniano ‘non della ventura’ e per caso implicato in una delle ultime vicende della breve vita dello studioso romeno, particolarmente intriganti.

«Eros e magia nel Rinascimento (Bollati Boringhieri 2006, pp. 423, 17,00) uscì in prima edizione a Parigi nel 1984. Opera di Ioan Petru Culianu, o Couliano, che due anni più tardi avrebbe ereditato da Mircea Eliade, il grande storico delle religioni, la cattedra di storia del cristianesimo all'Università di Chicago, non era il libro d'un accademico. Era l'opera d'uno storico e d'un metafisico, d'un teorico della politica. Era un libro sulla violenza, sulle guerre segrete, sui rapporti tra religione, esoterismo, politica e sulle loro radici comuni. Per Culianu esoterismo, «magia» e religione erano politica tout-court. Erano le forme stesse, anzi, della politica - antiche come «la vita sulla Terra», tenute «segrete fin dalla fondazione del mondo». Eros e magia nel Rinascimento è un libro ironico, dotto, sconsolato e bellissimo. Soprattutto è uno dei rari libri che non indorano la pillola della convivenza umana su questo pianeta.

Culianu, che nel 1991 fu misteriosamente ucciso dalle revolverate d'un killer rimasto sconosciuto, incise questa speciale «gnosi», di cui fu uno studioso d'altissimo livello, nella sua stessa esistenza. Al pari del suo maestro, Mircea Eliade, anche Culianu era nato in Romania, che aveva lasciato a ventidue anni, nel 1972, riparando dapprima in Italia, dove si laureò con Ugo Bianchi alla Cattolica di Milano, poi in Olanda e infine negli Stati Uniti.

Insegnò e scrisse libri, per lo più saggi, ma anche narrativa. Poliglotta, scriveva in italiano, in francese e in inglese, oltre che in rumeno. Era un oppositore del regime comunista. Ma quando Ceausescu, alla fine degli anni ottanta, dopo la caduta del Muro di Berlino, fu finalmente sbalzato dal trono, Culianu non s'unì al coro dei rumeni esultanti, ma sentì subito odore d'imbroglio metafisico, di «magia rinascimentale». Diffidò soprattutto quando a Timisoara, mentre Ceausescu e signora venivano processati e condannati a morte in diretta tv, cominciò la macabra saga dei cadaveri: migliaia d'oppositori assassinati e sotterrati in un campo, che la polizia politica rumena disseppelliva uno dopo l'altro, a telecamere accese, nell'ora dei telegiornali.

Culianu aveva scritto Eros e magia soprattutto a partire da un'opera a torto ritenuta minore di Giordano Bruno, il De vinculis in genere (Biblioteca dell'Immagine 1991). Ragionando intorno al De vinculis, il giovane professore rumeno, che all'epoca aveva poco più di trent'anni, spiegò che la magia rinascimentale non era un «affare d'abracadabra». Nessun dimonio, niente magia bianca o nera. Per capire la magia rinascimentale, di cui Giordano Bruno era stato un oscuro e straordinario maestro, bisognerebbe essere al corrente dell'attività segreta dei vari ministeri della propaganda e poter dare un'occhiata ai manuali delle scuole di spionaggio. Se il Principe di Machiavelli», scriveva Culianu, «è l'antenato dell'avventuriero politico, la cui figura è in procinto di sparire, il mago del De vinculis è il prototipo dei sistemi impersonali dei mass media, della manipolazione globale e della censura indiretta».

A Timisoara, dove i cadaveri uscivano dal campo dei miracoli come piccioni dal cappello d'un mago, c'era odore di servizi segreti, odore di manipolazione globale, di ministeri della propaganda: magia rinascimentale purissima, la stessa magia teorizzata secoli prima da Giordano Bruno, una magia da lui detta «erotica» per le passioni che aveva lo scopo di suscitare e per i mezzi di cui si valeva per «vincolare» e manipolare il prossimo suo (altro che amarlo, come forse gli avevano insegnato in seminario).

Cacciatore d'anime, Bruno insegnava a creare vincoli. Ai suoi occhi la libertà era inverosimile. Alla fine, dopo l'esecuzione dei due mostri che avevano governato la Romania per vent'anni, saltò fuori che quella di Timisoara era stata davvero una sceneggiata: i cadaveri erano quelli d'un vicino obitorio, che i servizi segreti avevano sepolto in un campo per intortare i media internazionali e pilotare l'informazione. Fu poco dopo aver denunciato i maghi neri di Timisoara che Culianu, come in un action movie di serie B, fu ucciso da un killer mentre faceva pipì nei gabinetti dell'Università di Chicago. Era il 21 maggio del 1991. Culianu aveva quarantun anni».

Avevo conosciuto Culianu nel maggio del 1991, allorché intervenne, accompagnando il suo amico e secondo maestro Elemire Zolla, al Colloquio internazionale itinerante, il secondo della ventina che avrei organizzato con argomento di riferimento l’educazione estetica, dedicato al tema “Religioni, educazione, educazione estetica”, che tanta risonanza ebbe sulla stampa dell’epoca. Vi partecipavano Augustine Thottakara per l’induismo, Edda Ducci per il cattolicesimo, Paolo Ricca per i Valdesi, Abdal Wahid Pallacicini e Nur Dachan per l’islamismo, Abramo Alberto Piattelli per l’ebraismo, Zolla per il misticismo esoterico, Mario Maranzana, grande attore e cultore di varia umanità, con un ricordo della figura carismatica di Giovanni XXXIII e del suo zelo ecumenico. L’intervento di Culianu fu breve ma denso. Da storico affrontò il fenomeno delle fatali integrazioni delle civiltà («Se siamo disposti ad ammettere che la somma delle menti umane è il motore della nostra storia, e che questo motore non si blocca perle povere e spesso stupide differenze tra una civiltà e l’altra, una lingua e l’altra, ci troviamo evidentemente davanti un terreno il cui fondamento è l’unità»),  particolarmente il Cristianesimo e l’Islam, due grandi religioni che hanno spesso messo barriere fra di loro. «C’è chi di noi ha magari l’abitudine di andare in chiesa, fosse pure en touriste, di accendere candele o di guardare altri che lo fanno, e sentire odore di incenso. Ebbene questa è una prassi, da storico posso dirlo, che si instaurò nelle basiliche romane all’inizio del IV secolo. E’ esistita prima? Sì, questa prassi risale al culto nei templi romani all’epoca dell’impero: A quel tempo i sacrifici erano stati semplificati, e si usava perciò bruciare incenso e accendere candele. Ci sono delle lettere di Plinio il Giovane, quando era governatore di provincia in Asia minore, all’imperatore Triano, dove viene riportata la notizia del processo e dell’esecuzione di alcuni cristiani all’inizio del II secolo. Ebbene, quei cristiani erano perseguitati perché si erano rifiutati di bruciare incenso agli dei del pantheon romano e all’imperatore, e di accendere candele. Saremo sorpresi e farà tristezza venire a sapere che un rito che si adotta a partire dal IV secolo era lo stesso rito che era stato aborrito dai cristiani due secoli prima al punto di farne dei martiri. Si vede allora che il pensare produce un fatto straordinario, cancella i confini e dà al rito un nuovo significato: da quasi due millenni quel rito è ora di casa nel Cristianesimo.

Veniamo all’Islam. Uno dei momenti di gloria della civiltà islamica è stato il califfato Omaiade di Cordoba, in Andalusia. Lì, sulla fine del X secolo, un terzo grande califfo sognò di erigere  il più imponente palazzo mai fatto da mano d’uomo. In effetti fece erigere un intero villaggio capace di contenere ventimila abitanti, e lo chiamo Al Medina Al Sacrà, che vuol dire Città di Venere, perché Al Sacrà –questo non si trova nelle guide di Cordoba- è il pianeta Venere: Sulla porta d’ingresso del villaggio, quel califfo fece innalzare una splendida statua di Venere romana, che ho il forte sospetto sia quella ora custodita al Museo di Siviglia, ma la guida non dice nulla in proposito. Dunque, una stupenda statua di Venere ignuda, decapitata, finisce a Siviglia alla fine del XII secolo. Questo gesto è interessante perché voleva mostrare a un’altra gloriosa città, il Cairo (in arabo significa Il Vittorioso- ma è il nome del pianeta Marte), che la civiltà musulmana dell’Andalusia era più bella, più fastosa di quella del califfato fatimide dell’Egitto. Allora, questo gesto straordinario di edificare una città a Venere e di mettere sulle mura del più splendido palazzo mai realizzato da mano d’uomo una stupenda effigie della dea tutta ignuda, mostra che, tutto sommato, anche l’Islam si muove su più binari, che anche lì si pensa, e c’è motivo allora di alimentare una speranza» (AAVV, Religioni ed educazione. Dialogo delle civiltà, a cura di Giulio Sforza, Anicia, Roma, 1994, pagg. 97-98).

Con questa lunga citazione ho voluto  onorare la memoria di un Martire del pensiero libero che prima che  Mircea Eliade ed Elemire Zolla aveva avuto Maestro un tal Bruno Nolano, in arte Giordano.

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Muzio Clementi-Louis Raffy, 'Prélude funèbre'. Diderot, 'La Religieuse'. A che punto sta la musica in Italia.

Post n°962 pubblicato il 09 Settembre 2017 da giuliosforza

Post 882

Da molto tempo non rimettevo le mani sul mio organo Farfisa. Notato con piacere che il caldo non ha influito sulla intonazione. Ed ho riaperto il mio antico Raffy, Organistes célèbres et grands maîtres classiques, volume quarto, al “Prélude funèbre” (do minore, andante sostenuto) di Muzio Clementi, dall’aspetto assai curioso dovuto al suo ritmo sincopato che gli conferisce un carattere di una originalità poco comune: sembra dipingere un dolore rassegnato, quello di un’anima che si sottomette, senza riserve, alla volontà di Dio. Secondo il suo costume, Louis Raffy è solito premettere a ogni pezzo, per l’interprete, presunto dilettante, delle note didattico-esplicative che in questo caso recitano: “Suonare il brano lentamente e a media sonorità, osservando le sfumature del testo. Ai fini di una esecuzione ben legata il pezzo offre una certa difficoltà di esecuzione per la mano destra; in effetti, riunendo questa due parti che si muovono a intervalli molto distanziati, deve osservare numerosi scambi di diteggiatura  in posizioni spesso molto scomodi.  Si dovrà lavorare prima molto sulla mano destra sola, prima di riunire le due mani; agire diversamente complicare lo studio di questo pezzo.

Ho sempre amato il romano Clementi (1752-1832), e non ritenuto quel “cialtrone, come tutti gli italiani”, che un poco sbavando lo riteneva Mozart, geloso oltretutto del suo genio pianistico. Il Prélude funè bre (non so se sia il titolo originale) mi strappa il cuore. Oggi risonandolo mi sono commosso fino alle lacrime, immaginandolo suonato al mio funerale. Anche  da morto …mi ascoltavo e mi piangevo addosso. E Maria la romena, sospendendo le pulizie, piangeva con me.  

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Per tutti gli amici musicisti, musicofili e musicomani pubblico una recensione di Quirino Principe, (da molti, me compreso, ritenuto, spero non solo per simpatia di coetaneità, …principe -con Paolo Isotta, al quale l’accostano una sconfinata cultura non solo musicale, e una rara indipendenza di giudizio- dei musicologi e degli storici della musica) che da una vita dedica il suo multiforme ingegno alla causa dell’arte di Euterpe. Lo ammirai, e non smisi poi mai di seguirlo in ogni tipo della sua varia attività pubblicistica, dopo aver letto il suo compendioso Mahler. Questo non mi ha impedito di trovare alcune sua dissacrazioni eccessive, e le mie prese di distanza non è difficile trovar documentate qua e là in questo diario. Del breve articolo recensivo che qui riporto condivido, ad una prima veloce lettura, sostanzialmente tutto, contenuto e stile. Ma dovrei leggere il volume curato dalla Zarletti (Ars nova. Ventuno compositori italiani di oggi raccontano la musica, Castelvecchi, Roma, pagg.284) per confermarmi o no in questa opinione. Troppo pochi di fatti gli autori di cui Principe riporta qualche pur minima opinione  atta a far intendere quale davvero sia lo stato della musica italiana, se la scontata minima o nessuna attenzione riservatale dalle istituzioni in Italia basti a giustificare il suo stato di crisi. Troverete la recensione di Principe  sul Sole 24 Ore domenicale del 27 Agosto sotto titolo Come sta la musica italiana.

«Qui, tutto è difficile. Amaro, né potrebbe essere diversamente, è il vissuto dei compositori italiani, di quelli veri che conoscono la musica poiché l’hanno studiata come va studiata: tecnicamente, matematicamente, filosoficamente. Muniti di ferri del mestiere lucidi e collaudati, lavorano curiosi e animati dall’impegno didattico e comunicativo. Si ascolti come si commuovono, chiaroveggenti. Nicola Sani che tiene una conferenza, o Letizia Michelon che inaugura un convegno dalle idei fortissime. O Alessandro Solbiati che parla a Radio3 per “Lezioni di musica”, e la commozione, contagiosa. Si trasmette a chi ascolta. Eccoli con la schiena dritta e un bel sorriso malgrado tutto, pronti a motivare ogni particella del loro lavoro, reggendo, come reali e oscuri eroi di un V secolo dopo Cristo che oggi è revenant. Li vediamo come  reincarnazioni di Simmaco e Celso combattenti contro il vescovo impostore e i tre imperatori suoi lacchè. Oggi, l’incubo è un Occidente condannato a morte e già da tempo maleodorante di un’americanizzazione che è prodromo di una islamizzante putrefazione. Ci lascia senza fiato, in questo libro, la Lettera sulla Musica di Salvatore Sciarrino, o la dolente autoapologia di Mario Guido Scapucci che sembra volersi bruciare alla fiamma di un’ellenica lampada, in nome della propria verità, o Silvia Colasanti che narra il proprio metodo di lavoro. Eppure nessuno di loro nasconde, né vuole farlo, il senso di gelo, né la paurosa solitudine che circonda oggi gli autori di musica forte in questo infelice Occidente, “morto che cammina”, come direbbe quella cosa sempre un po’ mafiosa che è la Storia. Questa solitudine di artisti colti e civilissimi, che lanciano la propria musica in una cantina buia popolata da ciechi e sordomuti, guida vendetta contro l’oscena e miliardaria insipienza allo stato brado ostentata da buffoni ritinti e sgambettanti caricature che da altri cretini ricevono acclamazioni o il Nobel.

Difficilissimo è stato il compito che si è assunta la curatrice, Sara Zurletti: pensando a come questa studiosa, sorretta da una conoscenza di livello superiore e allenata all’interpretazione della cultura musicale, filosofica, letteraria e artistica di epoche diverse, ha organizzato negli ultimi anni simili imprese di testimonianza e di sintesi, diciamo che soltanto lei poteva scegliere, con tanto sottile equilibrio di diverse generazioni, tendenze e sensibilità filosofica, i ventuno compositori. Sara Zurletti apre la sua introduzione illuminandoci sull’idea originaria del libro, ed è una illuminazione destinata a ritornare in seguito: che l’attuale situazione della musica abbia tratti comuni con quella del XIV secolo, quando uscì “il più importante trattato musicale del passato”, Ars nova (1329) di Philippe de Vitry, il quale, liberandola musica della teologia, proponeva un esempio di quel “superare conservando”, prossimo all’’Aufhebung hegeliana, che la musica occidentale ha oiù volte rifiutato negli enunciati teorici, ma ha finito per accogliere nella realtà di fare musica. Aggiungiamo, ringraziando Sara Zurletti, che “superare conservando” significa Occidente e soprattutto Europa».

Attendo le opinioni degli amici compositori Federico Biscione e Alberto Cara, tra i più attivi rappresentanti della generazione che dirò dei più riflessivi, dediti ad una intelligente opera di innesto di classicità sui non sempre svelti virgulti delle nuove tendenze.

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Appena uscito dalla fornace ardente di una estate per il mio vecchio cuore tra le più inique (inutile la fuga-rifugio fra le colline del mio paese natio -800 metri sul mare, dirimpettaio il Velino) e ripiombato nel deserto popolatissimo d’impresenze in quel di Porta di Roma ove, ben lo avverto,  sono stato destinato a chiudere i miei giorni, torno alle mie dilette letture. Abbandono per un momento i contemporanei (ho appena terminato l’autobiografia di Jean d’Ormesson e il suo romanzo-saga sulla sua famiglia A Dio piacendo – al qual proposito andrò presto a visitare i luoghi romani da lui citati, soprattutto San Giovanni a Porta Latina e San Giovanni in oleo, legati alla sua origine) e torno a Diderot; ma non alla sua Encyclopédie, bensì a La Religieuse, storia di una monaca per forza senza vocazione e delle sevizie di ogni tipo, di una crudeltà inimmaginabile, fisiche e morali, a cui è sottoposta perché receda dalla sua volontà di rinuncia ai voti. Il lettore moderno resta allibito a quella lettura, dinanzi alla malvagità che superiora e consorelle son capaci di esercitare sulla povera vittima. Ma resta allibito solo se non conosce le vessazioni e le persecuzioni a cui gli/le attuali rinuncianti sono sottoposti, meno vistose e più sopraffine, ma capaci di distruggere la vita di chi, non appigionato e non appigionabile, “…non nato a percuotere/ le dure illustri porte / nudo accorrà, ma libero / il regno della morte”. Ma che costo, quella libertà, e quanto inutile! So di una mia ex allieva indiana suora che, decisa a “tornare nel mondo”, non per una crisi di fede ma per una crisi di identità, non solo non è stata aiutata economicamente a reinserirsi, ma le sono stati messi ogni sorta di bastoni tra lo le ruote perché non trovasse lavoro. Disperata, è finita sul marciapiede. Fossi Denis ne racconterei minuziosamente la storia che, fra tutte quelle che non fanno notizia in un periodo come il nostro in cui peraltro non fa che parlarsi (santissima causa, per carità) di violenze esercitate sulle donne, è sicuramente una delle più inumane ed anticristiane.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Notturno triste. Giovannino Di Pietro (fratel Alessandro). Loreto Michetti ("C'era vita alla vecchia fonte)

Post n°961 pubblicato il 25 Agosto 2017 da giuliosforza

Post 881

Tra i numerosi auguri che hanno allietato il mio compleanno, uno ve n’è di una ex allieva straniera che mi ha particolarmente emozionato,  e che voglio riportare, anche se con un po’ di imbarazzo,

 

“Lo sai, mettersi ad amare qualcuno, è un’impresa. Bisogna avere un’energia, una generosità, un accecamento. C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette, non lo si fa” (Sartre).

 

«Non so se la citazione sia effettivamente attribuibile a Sartre, ma mi ha fatto tornare in mente i ricordi delle sue lezioni, i riferimenti all'esistenzialismo e "i voli pindarici" che facevo ad occhi aperti seduta al mio banco.
Penso a Marcel, al metaproblematico, all'amore, alla musica..al canto intonato insieme in aula, ai versi della poesia di Goehte –Wie herrzlich leuchtet mir die Natur! Anche il ricordo dell'esame sostenuto con lei ha il tono della gioia e il sapore della "metanoesi".
Oggi prof, la ringrazio, ancora una volta, per il seme dell'entusiasmo che è riuscito a risvegliare in me.
Sarà il ricordo più ricco che porterò ovunque andrò
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Chàirete daimones!»

 

Anche il mio ricordo sarà indelebile e la mia nostalgia incolmabile. Per quell’amore vissi, per quello morirò.

 

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Alta è la notte, profondissima la quiete, e i miei pensieri annegano nell’eterno. E mi sovviene delle morte stagioni e delle nuove, e mi son compagni il genio triste del Recanatese, e l’Ecclesiaste e Cioran che ammiccano sbeffeggianti dai loro inferni. Eppure dovrei esultare, mille voci devote e beneauguranti mi espressero affetto, gratitudine, ammirazione, e dovrei esultare come un infante alle porte della nuova fanciullezza e della novella adolescenza che mi sarà dato a breve di vivere. Ma il mio attuale chimismo non me lo consente, dovrò attendere che il sangue torni pulito a fluire nelle vene e ad alimentare in fiotti potenti cervello e cuore. Fra poco la nuova alba fugherà le tenebre. Già mi giungono di tra gli aridi rami che nessuna rugiada da tempo irrora i suoi primi timidi bagliori.

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Due eventi m’hanno avuto in questi giorni protagonista.

Il 13 u. sc. m’è stato chiesto, dalla Sindaca, di ricordare, spero non solo per meri motivi anagrafici, nella nostra piccola biblioteca, la bella figura (in ogni senso, fisico e morale) di Giovannino Di Pietro,…in arte Fratel Alessandro, religioso della congregazione laicale dei Fratelli Maristi delle Scuole, direttore negli anni della seconda guerra mondiale, dell’Istituto San Leone Magno, una della scuole religiose allora più prestigiose di Roma, che aveva avuto dagli ultimi anni dell’Ottocento sede in Via Montebello 124 a ridosso delle mura aureliane (ora sede del Liceo Scientifico Plinio Seniore), e dal ’56 trasferitosi il Piazza Santa Costanza nel quartiere Nomentano -Trieste. L’Istituto, recentemente tornato all’onore delle cronache per le vicende narrate da Albinati nel suo discusso La scuola cattolica, premio Strega 2016, di cui mi sono a lungo occupato in questo diario. ospitò in quell’epoca tragica, come la maggior parte delle scuole religiose e dei conventi, col tacito consenso delle autorità fasciste, molti ebrei e personalità politiche della dissidenza, salvandoli dalla deportazione, e il suo direttore Fratel Alessandro  trovò negli anni Novanta per questo motivo posto fra i circa trentamila “Giusti tra le Nazioni”, l’albo d’Onore creato dalla Stato di Israele a perpetua memoria. Fratel Alessandro, nativo del mio stesso borgo, Di Pietro per parte di padre, Sforza per parte di madre, era entrato ancora fanciullo nel probandato marista di Mondovi, aveva fatto noviziato  e studentato e quindi pronunciato i suoi voti a Ventimiglia, e ben presto era stato chiamato ad occupare ruoli di dirigenza: non era nato per fare l’intellettuale e l’insegnante, il suo savoir faire e le sue doti diplomatiche, unite al suo prestante aspetto fisico, lo destinavano ad altra…carriera: ancor giovane, nel 1949 fu chiamato a rivestire la carica di Procuratore generale della congregazione, una sorta di ambasciatore presso il Vaticano che aveva il compito di patrocinare le Cause dei Santi (sotto di lui il Fondatore Marcellino Champagnat fu beatificato) e di seguire le varie pratiche burocratiche riguardanti vicende che vedevano implicati i membri della congregazione in ogni parte del mondo, comprese quelle abbastanza complesse e delicate dello scioglimento dai voti dei …rinuncianti fedifraghi. Alla sua decadenza Fratel Alessandro rientrò, come suol dirsi, nei ranghi, destinato per lo più ad umili ruoli di collaboratore di segreteria o di economato, ruoli che adempì con semplicità fin quasi al termine dei suoi giorni che avvenne, lui ormai quasi novantaquattrenne, nella squallida, stando alle parole di un testimone, casa di riposo di Carmagnola.

Il compito che m’ero scelto nella commemorazione era essenzialmente quello di tratteggiare con distacco e serena obiettività, con indipendenza e spregiudicatezza di giudizio, gli eventi storici e politici che avevano fatto da contorno alla Shoà quale fu vissuta in Italia e a Roma  e dei quali ero stato testimone, e stemperare, con riferimenti ‘lievi’ letterari ed estetici, la “durezza” della materia. Forse Fratel Alessandro meritava un ricordo più …devoto e compunto, ma mi ci fossi adeguato avrei tradito la mia natura di storico disincantato e non appigionato, corrotto la sostanza dei fatti e ridotto a pio sermone domenicale una disanima critica. Giovannino Di Pietro avrebbe gradito?

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L’altro evento era di tutt’altra natura. Si trattava di presentare un opuscolo assai originale, nello stile e nel contenuto, del mio eclettico ex allievo Loreto Michetti, la cui ingegnosità multiforme confina con la genialità: laureato con lode da me con una tesi sul colore e le sue implicazioni pedagogico-didattiche, è anche pittore non da crosta che promette di dedicarsi, nella sua splendida casa di campagna, ormai giovane pensionato, all’arte di Apelle con rinnovata e più continuativa passione. L’opuscolo, dal titolo C’era vita alla vecchia fonte, illustrato in copertina da una suggestiva immagine tratteggiata a matita dallo stesso autore, contiene una serie di brevi racconti evocanti scene bucolico-pastorali di cui il fanciullo Loreto fu testimone ed attore e che sotto la sua penna di forbitissimo, elegantissimo, dottissimo narratore splendidamente si rianimano. La “vecchia” fonte (ora, come tanti altri luoghi delle nostre terre, trasformata, meglio sarebbe dire offesa e deturpata, da improvvidi interventi restaurativi) è situata ai margini di un vecchio tratturo, ora asfaltato, tra i boschi di Nespolo, borgo dell’estremo lembo della bassa Sabina, ai confini dei territori degli Equi e dei Marsi, adagiato in una conca verde che immagino lo preservi dai rigidi inverni e dalle estati affocate; e posto  ad una altezza di circa mille metri, prossima a quella di Collalto Sabino, svettante, gigante solitario, di fronte al Cervia selvaggio (in una cui valletta amena, presso la cima, in un giorno fatato intonammo, io e il mio stuolo di baccanti inebriate, attorno a un gigantesco faggio solitario l’inno della Metanoesi sacra al Wotan mediterraneo). Picchiava sull’anfratto non più folto di fronde un sole ostinato tardo ad attenuare, in quei giorni di anomala canicola leonina, i suoi raggi, ma il numeroso pubblico accorso alla commemorazione e lo stesso antico oratore resistettero tetragoni, il loro fuoco interiore temperando (“vivere ardendo e non sentire il male”: così, ignara, per l’Arso immenso del Campo la sublime Gaspara Cortigiana d’Amore) anzi quasi spegnendo l’ardenza dell’aria. Non fui per Loreto Michetti scarso di elogi: “fannoti onore e di ciò fanno bene”; parafrasai per lui l’autoelogio vergiliano del Limbo dantesco; lodai la ricchezza d’annunziana di suoi lessici, la ricercatezza, la classicità, non la vecchiezza, del suo stile: ché classico è, dissi, ciò che è sempre attuale, sempreverde che resiste alle tramontane, non stipa di cui gli autunni del tempo faranno seccume; celebrai l’originalità aristocratica della sua prosa, che fa del suo opuscolo della memoria un unicum che toto coelo differt dai pur  numerosi memoriali dei borghi del circondario, in quanto traduzione in un linguaggio che può apparir aulico, ma è solo ricco e nobile, di emozioni nate dal profondo animo popolare, che la sua terra avverte come prolungamento della sua anima e del suo corpo, le cui linfe e forze recondite nella sua anima e nel suo corpo assorbe ed assimila a tal punto da sentirsi, rousseuaianamente, come “la sua terra che cammina””.

Un solo appunto ho fatto a Michetti: totalmente assente la musica fra le sue memorie. Eppure nulla come il canto popolare rende il canto delle acque, ed è impensabile una fonte senza che attorno ad essa si intonino cori che si disperdono nell’aria delle alte notti agostane, echeggiando per i profondissimi silenzi degli spazi ad accompagnare  il rito sacro delle braciolate di pecora (pagana comunione anch’esse con l’iddio panico che in ogni sua creatura si incarna) e in essa il vino sacro si immerga a rinfrescarsi per il brindisi bacchico. O fons Bandusaie, dulci digna mero non sine floribus!           

Michetti s’è impegnato a fare ammenda del fallo nel suo prossimo capolavoro.

 

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Grazie dei fior... Aragon per il mio compleanno

Post n°960 pubblicato il 19 Agosto 2017 da giuliosforza

Post 880

JE DIRAI MALGRE’ TOUT QUE CETTE VIE FUT BELLE…

Con questo breve post intendo ringraziare quanti oggi hanno avuto, hanno e avranno per me pensieri beneauguranti in occasione del mio compleanno

Alla mia mamma e al mio papà, che 84 anni or sono al mezzogiorno di oggi mi consegnavano alla luce

Un Trilussa che ignoravo.

Quann’ero reagazzino mamma mia / me diceva: ricordati, fijolo / quanno te senti veramente solo / tu prova a recità n’Ave Maria. / L’anima tua da sola spicca er volo / e te solleva come pe’ magia. / Ormai so vecchio, er tempo m’è volato; / da un pezzo s’è addormita la vecchietta, / ma quer consijo nun l’ho mai scordato. / Come me sento veramente solo / io prego la Madonna benedetta / e l’anima da sola pija er volo

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Aragon per il mio compleanno

C’est une chose étrange à la fin que le monde / Un jour je m’en irai sans en avoir tout dit / Ces moments di bonheur ces matin d’incendie / La nuit immense et noire aux déchirures blondes

Il y aura toujours un couple frémissant / Pour qui ce matin-là sera l’aube première / Il y aura toujours l’eau le vent la lumière / Rien ne passe après tout si ce n’est le passant

Je dirai malgré tout que cette vie fut telle / Qu’à qui voudra m’entendre à qui je parle ici / N’ayant plus sur la lèvre un seul mot que merci / Je dirai malgré tout que cette vie fut belle.

Cosa davvero strana infine questo mondo / Un giorno me ne andrò senza aver detto tutto / Quei momenti di felicità quelle albe infuocate /La notte immensa e nera dai biondi brandelli.

I sarà sempre una coppietta fremente / Per la quale quel mattino sarà come la prima alba del mondo / Ci saranno sempre l’acqua il vento la luce / Dopotutto nulla passa se non il passante

Dirò malgrado tutto che tale fu la mia vita / Che a chi vorrà ascoltarmi colui al quale sto parlando / Non avendo più sul labbro se non la parola grazie / dirò malgrado tutto che questa vita fu bella.

Ebbene sì, Aragon non fu tra i miei poeti preferiti: troppo ideologica la sua poesia, troppo ‘impegnata’. Ed io almeno in questo, in poetica, sono crociano: la poesia che non sia pura intuizione lirica è didascalismo puro, è prosa ritmica  (so di condannare così anche buona parte della mia produzione, che è poco male per le patrie muse). Ma questi versi, riportati alla pagina 341 dell’autobiografia d’ormessoniana, mi piacciono assai nella loro estrema semplicità, direi nella loro nudità , spogliati come sono di ogni pur minimo orpello, persino della punteggiatura. E dicono tutto quanto v’è da dire sulla vita e sulla morte, sul senso dell’esserci intemporale e dell’esserci stati, sulla bella terra e sul dolce rimpianto del suo abbandono. Sono versi delicati d’un uomo al tramonto che vive serenamente, seppur nostalgicamente, i suoi giorni estremi ed è grato alla Vita per essersi voluta in lui celebrare. Sono versi trasparenti d’un’anima bella nei quali tutto il suo cosmico attonimento si svela. E’ per questo motivo che amo offrirli ai miei amici come ringraziamento per il loro ricordo in questo mio quasi centesimo genetliaco, risparmiando loro il mio retoricissimo Inno Inno alla Vita (Hymnus an das Leben, che apre i mie Canti di Pan e ritmi del thiaso, e che i curiosi potranno trovare su queste pagine (site:blog.libero.it/disincanti/ Inno alla vita).

 

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Charles Péguy

Post n°959 pubblicato il 14 Agosto 2017 da giuliosforza

Post 879

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    Alba al Frainile. "Comme de longs échos qui de loin se confondent / les parfums les couleurs et les sons se répondent" (Ch. B.)

 

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    Non so a quanti dei miei lettori possa  interessare Charles Péguy. Per me rappresenta una delle più belle figure della Francia a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo. Lo frequentai soprattutto come poeta, ma ora lo riscopro saggista di vaglia (probabilmente lessi in gioventù Notre jeunesse, ma non ne ho precisa memoria). Ed ora che avevo deciso, in queste affocate vacanze, di vacare anche dal pensare, eccomi proditoriamente piombare addosso l’ebreo “laico” di origine polacca Alain Finkelkraut, accademico di Francia e professore di Cultura generale e Storia delle idee all’École polytéchnique, col suo studio L’incontemporaneo. Péguy, lettore del mondo moderno (Lindau, Torino 2012, pp157) che, con lo scopo di recuperare l’Autore francese alla cultura libertaria contro tutti i fraintendimenti, ideologici e strumentali, della sua vita e del suo pensiero, obbliga ad un rilettura critica di tutti i personaggi  implicati nella vicenda, deyfusardi ed antidréyfisardi, progressisti e reazionari, socialisti e conservatori, filosofi e letterati, tutto il fior fiore della vita culturale dell’epoca, dai Taine, i Michelet, i Bergson, i Bernanos, gli Zola, le Arendt, gli Husserl ai Maurras, i Jauress, i Benda, i Renan, i Lazare....e quant’altri mai.  Gli anni della vita di P. furono tra i più difficili di tutta la storia di Francia, faticosamente  impegnata nel riprendersi dall’umiliante disastro di Sédan e travagliata dalla bagarre ideologica generatasi intorno all’Affaire Dreyfuss che per anni divise l’opinione pubblica risollevando non solo la questione ebraica ma alimentando un dibattito acceso su ogni tema ad essa collegato, economico, politico, sociologico, storico, estetico, religioso.

   

“Perché Péguy oggi?’, si domanda l’autore. “Che cosa hanno da dirci le inquietudini di questo scrittore francese, ‘morto sul campo dell’onore’ un secolo fa nella prima battaglia della Marna? Socialista, dreyfusardo, poi convertito al cattolicesimo, tradizionalista, patriota, Péguy appare agli occhi di Finkelkraut come un ‘profeta disperato’ del malessere spirituale moderno. Animo perennemente insoddisfatto, sempre alla ricerca di una verità più grande di quella contemplata dalla scienza e dalle ideologie del suo tempo e comunque non limitata all’orizzonte della storia e del sapere umano, Péguy è stato emarginato dalla cultura di sinistra cui pure appartenne, ma di cui rifiutò dogmi e pregiudizi. Eppure la sua riflessione sulla modernità – sulle implicazioni dell’affare Dreyfus, sul nazionalismo che avrebbe portato alla prima guerra mondiale, sui cambiamenti sociali prodotti dal progresso tecnologico, sulla scomparsa della tradizione, sul declino della religiosità, sulla miopia degli intellettuali, sulla decomposizione della famiglia – è imprescindibile per chiunque voglia capire la crisi di certezze che caratterizza il nostro tempo” (dalla nota editoriale).

«Impossibile essere moderni», scrive a sua volta Finkelkraut, «vale a dire lasciar fare al tempo. La guerra infligge alla religione del progresso un’impietosa sconfessione. Essa mostra a Péguy che tutto si muove senza che nulla cambi, che le scoperte si susseguono e le invenzioni si accumulano, ma la storia balbetta, che allo sviluppo sfolgorante della tecnica fa da contraltare il mantenimento opprimente dell’orrore: Bisogna dunque concludere che la barbarie non è la preistoria dell’umanità, ma l’ombra fedele che accompagna ciascuno dei suoi passi. Quando il nostro mondo, per il fatto stesso di dirsi moderno, afferma che dopo è sempre meglio che prima, generalizza il modello cumulativo delle scienze e delle tecniche estendendolo abusivamente a tutti i settori dell’esistenza”.

   

E Péguy: «A questo gioco oggi è giunta l’umanità, un mondo di barbari, di bruti, di villani; più che una panidiozia, più che la temibile panidiozia annunciata, più che la temibile panidiozia constatata, una panvillania senza limiti; (…) un mondo che non solo scherza, ma che non sa far altro che scherzare, che fa ogni genere di scherzi e si prende gioco di tutto».

   

    Fra le citazioni  di Finkelkraut trovano spazio anche due brani nicciani, uno tratto dall’Anticristo, l’altro da Al di là del bene e del male, che possono essere letti come ‘terribili obiezioni’ a Péguy. Ma così, naturalmente, non è, Nietzsche è l’altro spirito antimoderno di cui continua a farsi brandelli da quanti, spirti deboli, sono spaventati dalla verità tragica dei suoi paradossi. Le citazioni qui riportate sembrano scritte stamane:

«La conclusione di tutti gli idioti, che una causa per la quale taluno affronta la morte (o che, come quella del primo cristianesimo, genera addirittura bramosia di morte in forma epidemica), abbia un valore – questa conclusione è diventata una remora enorme all’indagine, allo spirito di indagine e di cautela (…). I martiri recarono danno alla verità. Ancora oggi basta un’asprezza della persecuzione per dare un nome rispettabile a un settarismo in sé ancora insignificante». E l’altra, che sconcerterà quanti, non avvezzi alle imprevedibili provocazioni (e alle benedette contraddizioni) del Folle di Röcken, contrabbandato dai grossi come antisemita (sol per aver avuto un cognato invasato ed una sorella di lui degna) e protonazista, con la quale, riferendosi alla febbre nazionalista che cominciava a infiammare l’Europa, la definì “crisi di ristupidimento”.

    Dopo aver riletto il saggio di Finkelkraut ho ancor meglio capito perché Péguy tanto piacesse al mio venerato e poi hegelianamente ‘superato’, mai rinnegato, ‘maestro’ Gabriel Marcel (al cui pensiero dedicai la mia tesi di laurea, poi pubblicata col titolo Metaproblematico e Pedagogia. Motivi pedagogici marceliani). Con Schelling fra i Romantici, Heidegger e Jaspers fra i così detti esistenzialisti (tra i quali Marcel stesso viene, contro la sua volontà, annoverato, preferendo egli dirsi un ‘socratico cristiano’) Péguy fu l’autore da Marcel più frequentato, condividendone l’antiscientismo precritico, colpevole di quel ‘trauma ontologico’ di cui è vittima il deluso adepto della religione positivistica, il concetto di ‘trascendenza, o Mistero, incarnata’, di Io assoluto, di lotta allo spirito di oggettivazione, di comunione ontologica e di molti altri che pari pari in ambedue si ritrovano.

     Se Finkelkraut sia molto o poco riuscito a recuperare ad una sinistra critica, ad un progressismo illuminato, Charles Péguy, non saprei. Ma una cosa è certa: l’aver riportato l’attenzione su di lui in epoca di Europa in crisi di identità, e averlo fatto con tanta sapienza e tanta passione, è aver fatto a tale Europa un enorme, impagabile servizio.

     

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Chàirete Dàimones!

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Elio Pandolfi a Vivaro Romano. Pensieri sparsi. "Lemmonio Boreo" di Soffici

Post n°958 pubblicato il 31 Luglio 2017 da giuliosforza

Post 878

Domenica 23 luglio abbiamo salutato al borgo il vigilissimo novantunenne Elio Pandolfi (nonna materna vivarese). Come al solito col suo multiforme ingegno tragicomico ci ha divertito, e ci ha anche commosso, evocando, con la sua mimica e la sua voce inimitabili, vicende della sua infanzia e dell’adolescenza a me note, perché in parte convissute, ma non alla maggior parte del pubblico, che ha avuto la felice ventura di nascere negli anni del riposo di Marte. Invitato cortesemente a rivolgergli parole di saluto, ho esordito forse per la prima volta in vita evocando in una circostanza non accademica Dante adattandolo, senza troppo sforzo, datasi la stazza del personaggio, e con un poco di ironia, all’uopo. Ho esordito con Onorate l’altissimo Poeta / l’ombra sua torna ch’era dipartita…Fannomi onore e di ciò fanno bene… Biondo era e bello, e di gentile aspetto. M’è bastato sostituire  ‘poeta’ con ‘maestro’,  ‘biondo’ con ‘bruno’ e il gioca era fatto. Porlo …  sesto tra cotanto senno, con Omero Virgilio Orazio Ovidio Lucano Dante nel Limbo, e assimilarlo al Manfredi del Purgatorio ha divertito l’Elio sornione, e ha divertito anche me per un attimo, autoproclamatomi (operazione per la verità alla mia gigioneria non nuova né difficile) tra cotanto senno settimo, e mi ha permesso di proseguire l’intervento  su una nota lirica giocosa che  l’umor nero, la melàine chole, l’atrabile che in dose eccessiva la mia milza in questi giorni va secernendo, non m’avrebbe consentito, non fosse stato costretto nella sua sede e impedito per una volta di traboccare.

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Alfonso Antoniozzi è quel grande baritono e regista d’Opera viterbese che tutti conosciamo. Seguirne il diario su fb,  nei suoi esilaranti, ironici ed autoironici, siano essi iconici o verbali, approfondimenti critici è uno dei migliori modi di dar senso alle nostre per lo più mediocri e tediose giornate. Nel recente incontro con Elio  a Vivaro, nel mio breve intervento ho dimenticato di citare un simpatico aneddoto da Antoniozzi riferito:

“Aneddoti di vita teatrale : una signora romana ricorda quante volte ha visto Daniela Mazzucato insieme a Elio Pandolfi. La sua amica dice: ah, ma non era morto Elio Pandolfi? Elio Pandolfi, seduto nella fila dietro e lucidissimo novantenne, fa: "Sì signora, so' morto ma c'ho le chiavi della tomba, esco quando me pare". Lo amo”.

Io li amo ambedue.

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Se fra tutte le religioni (quelle istituzioni che via via lungo i secoli si arrogano il diritto di ipotecare la cosmica religiosità, leggi il respiro cosmico del Sacro, co-stringendola  -soffocandola, boa constrictores- entro l’angustia delle loro gretole dogmatiche, entro la forza delle loro spire) il cattolicesimo sia la migliore, non so. Ma di certo mi sento di poter affermare la migliore in assoluto, per i miei gusti, essere le sua liturgia, che tutte le altre liturgie nella sua grandiosità assomma e magnifica. Questo mi vien da pensare rivedendo, mentre finalmente  Giove Pluvio riapre le cateratte del cielo e i verdi dei noci, degli ibiscus, delle ortensie, delle rose, delle lavande dei rosmarini del mio giardino già reviviscono , la registrazione di una delle Messe-Concerto che si celebrano nella basilica romana di Santa Maria Maggiore, alle quali spesso mi invita il mio ex allievo don Elio Lops, animate dalla storica Cappella Musicale Liberiana, fondata nel 1545  per volontà del cardinale Ascanio Sforza,  diretta ai suoi inizi da Pierluigi da  Palestrina e da Nanino, i due colossi della nascente scuola polifonica romana, ed oggi non indegnamente dallo spagnolo Monsignor Miserachs, preside dell’Istituto di Musica Sacra de Urbe.

Non perdetevi una liturgia in Santa Maria Maggiore. Da essa, se credenti, scuramente uscirete rafforzati nella fede, se non credenti tentati di credere, se non più credenti tentati di tornare a credere. Ma una cosa è certa: tutti ne uscirete con cuore e sensi dilatati.

Gelobt seist du jederzeit, Frau Musika!

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In questi giorni di particolare sofferenza della natura vegetale, mi vengono in mente dei famosi versi di Ronsard per i quali composi una delle più tristi melodie tra quelle da me composte a fini didattici. Son quelli che dicono: "E'coute bûcheron...ascolta boscaiolo, ferma il tuo braccio, non è legno quello che stai tagliando: non vedi il sangue che sgorga a fiotti dalle vene delle ninfe che vivevano sotto la dura scorza?". 
Panismo puro, puro panvitalismo.

 

 

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Fine moduloSognata una luminosa figura di giovane suora che intende conciliare voti e libertà, il meglio della vita monacale col meglio della vita laicale. Sogno impossibile? Forse il mio inconscio sta ancora elaborando immagini, pensieri, emozioni tratti dalla lettura de 'il silenzio dei chiostri', il bel giallo della Jimenez-Bartlett

 

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Ho appena terminata la lettura di quello che ho detto essere forse il primo thriller poliziesco della mia vita (non mi sono mancate naturalmente le riduzioni cinematografiche dei Simenon e delle Christie, che mi dicono per altro tutt’altra cosa dagli originali), Il silenzio dei chiostri della spagnola Alicia Gimenez Bartlett. Mi sono divertito. La Jimenez-Bartlett è garbata e misurata a tal punto e a tal punto finemente ironica che le 527 paginette dell’elegante e curata edizione Sellerio (nemmeno un refuso, nemmeno una virgola fuori posto) si leggono d’un fiato e, come suol dirsi, non vorresti finissero mai. Per la mia confessata ignoranza nel campo non posso naturalmente far paragoni e nessuna presunzione critica possono avere le mie osservazioni. La Spagna che esce dalle pagine della Bartlett somiglia talmente all’Italia per tanti secoli dalla Spagna dominata che par di non uscire dall’uscio di casa: ignoranza, oscurantismo, superstizioni, che l’autrice denuncia esclusiva prerogativa del suo Paese, sono pari pari quelli che noni lamentiamo patrimonio della nostra penisola, in special modo di quelle regioni, le meridionali, che più a lungo furono dalla Spagna dominate e abbrutite, e nelle quali ogni traccia, e fin il ricordo, della Magna Grecia, dello splendore del califfato islamico e dell’illuminato impero federiciano furono  ignobilmente e barbaramente cancellate. La vicenda del romanzo, che ruota tutta attorno ad un macabro delitto avvenuto entro le mura di un convento femminile (uccisione di un monaco e sottrazione del corpo mummificato di un santo sul cui stato di conservazione il monaco è chiamato a indagare) si dipana sotto l’abile penna (l’abile…tasto, ormai bisognerebbe dire!) di Alicia con una garbatezza e una levità che invano cercheresti nella romanzeria moderna del genere, e non solo, pur là dove si fa riferimento ai momenti più intimi della vita privata della protagonista narrante.

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Tra gli scrittori toscani del primo Novecento ho sempre prediletto, con Papini e Prezzolini, Ardengo Soffici, dei tre probabilmente il più dotato ed eclettico. Tra i libri che ho smarrito e che inutlmente sto ricercando nell’edizione originale Vallecchi 1912, v’è il Lemmonio Boreo (non v’è chi non riconosca nel titolo l’ironica italianizzazione del moine bourru, il fantasma della favolistica francese, lo spauracchio dei bambini). Dei cento episodi esilaranti di cui il romanzo si compone, io ho spesso citato quello dei quattro turisti che chiedono a Lemmonio se parli inglese o francese, e che si sentono rispondere: fuori di qui sì, a casa mia parlo solo italiano. Uno dei modi per dichiarare l’amore per le propria terra.

Trovo in rete un interessante riassunto del Lemmonio Boreo nel sito di Bartolomeo Di Monaco, e lo trscrivo per il piacere dei lettori.

“Lemmonio Boreo ovvero l’allegro giustiziere” (1912)

«Animatore culturale, attento osservatore, forte polemista: la prima parte del Novecento, non solo italiano, ha in questo artista, pittore e scrittore, un autentico protagonista dei dibattiti intorno ai nuovi movimenti che si andavano affacciando in quegli anni. Clamorosa fu l’aggressione che subì a Firenze, alle “Giubbe rosse”, per aver scritto un articolo aspramente critico nei confronti dei Futuristi, da parte di Marinetti, Carrà e  Boccioni.
Collaboratore delle riviste più importanti del tempo, tra cui “La voce” di Prezzolini, egli portò in Italia le novità e l’aria nuova che si andavano respirando a Parigi. Fu amico di Apollinaire, Max Jacob, Picasso, Braque e tanti altri. Quando il cubismo faceva le prime mosse, Soffici fu uno dei primi a prendere le difese di Picasso e Braque e ad esaltare il loro lavoro. Numerosi sono i suoi saggi su movimenti ed artisti del suo tempo.
Si avvicinò alla narrativa con opere quali: “Ignoto toscano“, Firenze 1909; “Lemmonio Boreo“, Libreria de “La Voce”, Firenze 1912; “Arlecchino“, Firenze 1914; “La giostra dei sensi“, Firenze 1918; “Taccuino di Arno Borghi“, Firenze 1933; “Autoritratto d’artista italiano nel quadro del suo tempo” (in quattro volumi usciti con i seguenti titoli: “L’uva e la croce”, Firenze 1951, “Passi tra le rovine”, Firenze 1952, “Il salto vitale”, Firenze 1954, “Fine di un mondo”, Firenze 1955); “D’ogni erba un fascio. Racconti e fantasie“, Firenze 1958; “Diari 1939-1945″ (in collaborazione con G. Prezzoloni), Milano 1962.
Riguardo a “Lemmonio Boreo”, dopo avermene consigliato la lettura, Giorgio Bárberi Squarotti mi scrive, il 23 dicembre 2007: “Quanto al Lemmonio Boreo, per una vera interpretazione è necessario mettere a confronto l’edizione del 1912 con quella del 1923 (quasi uguale a quella del 1943)
Messomi in cerca delle due edizioni suggerite, non sono riuscito a trovarle presso gli antiquari se non a costi troppo elevati per le mie tasche, cosicché ho dovuto ripiegare sull’edizione del maggio 1943, assai più accessibile. Mi scuso quindi con il lettore e con lo stesso amico Giorgio se la mia lettura mancherà degli indispensabili raffronti con le importanti edizioni surrichiamate.

Intanto, sin dalle prime pagine, ci viene subito in mente il fortunato romanzo che Aldo Palazzeschi scrisse nel 1934: “Le sorelle Materassi”. Non vi è dubbio, anche per i rapporti che esistevano tra i due, animatori dei dibattiti letterari del primo Novecento, che Palazzeschi conosceva il romanzo di Soffici, pubblicato nel 1912 e deve averlo tenuto a mente nel redigere il suo vent’anni dopo.
Le sore Borghi e il figlio d’una di loro, Ermanno, sono i protagonisti dell’opera di Soffici, come le sorelle Materassi e il nipote Remo lo sono di quella di Palazzeschi. Con la differenza che mentre Remo è un gaudente e dissipatore, Lemmonio è un trentenne inquieto in cerca della sua strada. Le somiglianze, tuttavia, si fermano qui.
Anche Oblomov, il personaggio di Gonciarov, può essere richiamato. Infatti, come egli ozia tutto il giorno, stando sdraiato nel suo letto, così Lemmonio, “sdraiato nella sua poltrona”, trascorre le sue giornate immerso nella lettura dei libri d’ogni genere, trovando in essi un segno nettissimo di decadenza dell’uomo e della società.
Ciò dà l’occasione a Soffici di lanciare le sue frecciatine contro il mondo della letteratura, così come si veniva esprimendo in quegli anni: “Sembrava che tutta la logorrea del trovatorismo, del petrarchismo, dell’arcadismo, del barocchismo, e del romanticismo meneghino fosse ringorgata da tutta l’Europa su l’Italia, allagandola dall’Alpi alla Sicilia.”
Vi è dunque sintonia con la battaglie di rinnovamento in cui l’autore si trovava coinvolto attraverso la collaborazione a riviste combattive come, soprattutto, “La Voce” (nata nel 1908), e, più tardi, “Lacerba”, da lui fondata, insieme con l’amico Giovanni Papini, nel 1913, a causa di alcuni dissensi con la linea editoriale seguita per “La Voce” da Prezzolini.
Anche il fiorentinismo, che la faceva da padrona, trova in Soffici un ardente propugnatore, non mancando questo romanzo, e i suoi scritti in generale, di nutrirsene: “Per questa volta, messo mi sia, come disse quello; ma un giorno o l’altro gli fo il buccio. Gli è troppo che la bolle.”
Non v’è dubbio, d’altronde, che si respira nell’opera l’atmosfera di una specie di nuovo umanesimo che il personaggio Lemmonio va cercando, umanesimo che torna ad avere come nel Rinascimento il suo punto focale in Firenze e nella toscanità.
Lemmonio è anche un nuovo Prometeo che vagheggia e s’illude di liberare l’uomo (“gli era cresciuto nel cuore un amore sviscerato per il suo popolo e per la sua terra”) dalla nebbia delle falsità e delle ipocrisie che lo hanno imprigionato: “Governanti, uomini politici, impiegati, giornalisti, preti, signori, soldati, artisti, scrittori, mercanti, facevano a chi ne commetteva delle più belle.”; “Tutto si presentava, agli occhi di Lemmonio, avvolto di fariseismo e di meschineria.”
Smette di leggere libri e riviste e decide di partire, ma i primi incontri in cui cerca di riparare alle ingiustizie lo fanno apparire come un novello Don Chisciotte, sconfitto e deriso. In lui vi sono tuttavia i segni di un impeto e di una determinazione ben lontani dal candore seducente che anima l’eroe cervantesco, e mai una qualche illusione ingannevole attenua in lui la consapevolezza delle difficoltà dell’impresa. In ciò resta più Prometeo che Don Chisciotte. In ogni caso, come Don Chisciotte s’accompagnò al saggio Sancho Panza, così Lemmonio scelse per compagno “il bastone” che gli serviva, ossia un certo Zaccagna, un giovane vigoroso e collerico in grado di menar botte ad un ordine di lui, “per raddrizzare, come si dice, le gambe ai cani.” Lemmonio, quando lo prende al suo servizio, gli dice: “Non basta avere un’idea esatta della giustizia, capisci? Per farla valere ci vuol la forza.”
Il fascino del racconto sta molto nell’ambiente rurale in cui si svolge, tra strade impolverate, osterie frequentate da contadini affaticati dal lavoro e dagli stenti; la natura gonfia di una salute primitiva, sotto un cielo ancora capace di riflettere le stagioni.

Anche il Pickwick di Dickens vi si respira, in quella prudente giocosità che suscita il contatto con le situazioni ad opera di due personaggi che restano alfine un po’ astratti e strampalati come i due eroi cervanteschi e dickensiani. L’autore ad un certo punto fa menzione d’un personaggio boccaccesco, sciocco e credulone, Calandrino, protagonista della terza novella dell’ottava giornata nel “Decamerone”, al quale Lemmonio teme di rassomigliare. Della novella toscana, in vero, spesso si condisce questo romanzo che, partito con lo scopo di moralizzare i popoli sconfiggendo il male (una “specie di assurdo apostolato”), si arricchisce via via dei sapori dell’ilarità e dell’arguzia popolari. Si veda, come esempio tra i molti, la storia dell’avaro Morrucci. E tra i personaggi, quel Memmo, che è una sorgente inesauribile di racconti e pettegolezzi.
Alla compagnia si aggiunge ad un certo punto Spillo, un furbo matricolato, che Zaccagna suggerisce a Lemmonio di arruolare per condire di un po’ di astuzia il loro lavoro e non finire sempre per essere scornati dalla gente.
Se, alla fine, si dovesse scegliere tra i richiami letterari più vicini a questo romanzo, senz’altro esso va sempre di più completandosi degli echi dickensiani, per saporosità e leggerezza di scrittura. Lemmonio, se non nell’aspetto, nello spirito almeno, rassomiglia sempre di più al celebre Pickwick.
Che Dickens sia oltremodo presente lo dimostra anche la storia che Spillo racconta sul conto dell’avvocato Ghiozzi, imbroglione e uso ad allungare le cause per taglieggiare i propri clienti e ridurli al lastrico. Ricordate “Casa desolata“?
Ghiozzi è un socialista e Soffici lo tratteggia impietosamente, come fa coi suoi seguaci, tutti dipinti come autentici ceffi e manigoldi. Lemmonio non si perde una parola del comizio, per il quale ha organizzato certi disordini, e infatti qualcosa trascende ed ecco che scoppiano dei petardi causando un fuggi fuggi generale, lasciando il Ghiozzi senza il suo pubblico.
È il momento in cui la brigata dei tre consegue successi uno dopo l’altro, suscitando quadretti di gustosa comicità, in certi casi ricordando perfino il nostro Manzoni, il suo don Abbondio e la Perpetua, con un pizzicore in più. La scena della folla di viaggiatori che per protesta ribalta, su istigazione di Lemmonio, lo scalcagnato tranvai che ogni giorno li lasciava a piedi, dà la misura di una scrittura fresca ancora oggi, intrisa di quella sana popolarità con la quale si riesce ad affrontare senza troppa ambascia le ostilità della vita: “Un urlo generale mescolato a risa e battimani accompagnò il fragore della vettura, che rotolando giù per la scarpata andò a rovesciarsi col tetto in una siepe e le ruote per aria.”
Ecco ora un altro esempio di toscanismo presente nella scrittura di Soffici e che la rende godibile e vigorosa ad un tempo. Si sta combuttando per svelare ciò che Spillo (il furbacchione, il “manfano”) ha scoperto, ossia la tresca di una “vezzosa donzella” che vuol attirare nella trappola della sua finta onestà un ricco babbeo: “Ma allora – saltò su qui Zaccagna che da un pezzo ascoltava senza batter ciglio – O che rob’ella? La figliola che in un posto fa la mammamia e in un altro si fa mantrugiare e mette un povero cristo nel bertaello; i genitori e i parenti che tengono il lume e l’aiutano ad imbrogliar la gente. Per la madonna, qui mi par che sia tutt’un troiaio, altro che storie! E questo manfano che aspetta a ora a dirci come stanno le cose!…”

Il romanzo continua a riserbarci sorprese, e finalmente, nella storia di questa tresca, noi sentiamo tutti i profumi de “La mandragola” del Machiavelli, così che possiamo convenire che Soffici ha condito la sua opera delle migliori tradizioni della letteratura, non solo italiana, facendoci percorrere, in un rinvigorimento e aggiornamento ai nostri tempi, tutti gli snodi inventivi che l’hanno caratterizzata e resa grande.
Non poteva fare omaggio migliore alla sua toscanità, e alla sua Toscana, allorché, attraverso il pensiero di Lemmonio, dedica questi accenti alla sua terra: “Dolce e grande terra! – pensava – beato colui che sa strapparti il tuo segreto, godere della tua magnificenza per più vigorosamente amarti e servirti. Il tuo suolo ferace e adorno, come è prodigo di mèssi, di frutti e di fiori, così è il più propizio ispiratore delle forme della bellezza; l’aria sottile che ti avviluppa stimola il pensiero e l’immaginativa di chi è nato a vivere e operare umanamente nel tuo grembo; tu sei ricca di salute e di forza come sempre fosti, come sempre sarai, perché nessuna virilità, nessuna giovinezza, nessuna infanzia è meglio di questa tua, creata per una fiera esistenza nel mondo; per la lotta vitale dell’ingegno, del lavoro, o delle armi.”
Lo scherzo che Lemmonio ed i suoi compagni combinano a danno dei quattro stranieri che vogliono salire al castello della Pietraia, si colloca a corredo di questo esuberante amore per la propria terra. Ad essi che gli domandano se parli l’inglese o il francese, Lemmonio risponde: “Fuori di qui sì, ma a casa mia parlo italiano.”
Tutto ciò, tuttavia, è destinato ad un fiammata che subito si attenua. L’entusiasmo, infatti, di Lemmonio viene reso dubbioso da uno scrittore, un tempo famoso, che l’esperienza della vita ha indotto a rassegnarsi e a non opporsi al corso naturale degli eventi. Insomma, qualunque buona intenzione di migliorare le cose del mondo, e di sconfiggere l’ingiustizia, gli rivela, è vana; solo gli ingenui possono pensare di riuscirci. Ma dalle parole di un tale artista deluso, Lemmonio trae, infine, il convincimento che la vita e l’arte possono avere un significato solo se sono conquistate a prezzo di sacrificio e di sofferenza. E qui, l’esperienza parigina di Soffici, così legato agli artisti della rive gauche, ha senza dubbio il suo peso e il suo riflesso.
La soluzione che troveranno per scuotere l’ex scrittore famoso, rimasto deluso della vita, sarà tale che lo costringerà a ricominciare tutto da capo.
Quando i tre moralizzatori decideranno di continuare la loro opera in città, e precisamente entrando in Firenze, sanno già che un lavoro più impegnativo li attende, che darà loro, insieme allo stimolo per le difficoltà da superare, quella pace interiore e quella gran soddisfazione che sempre premiano una vita spesa per il bene del prossimo».

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 

 
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Silone e Fontamara. D'Annunzio in TV. Eventi musicali a Tivoli

Post n°957 pubblicato il 20 Luglio 2017 da giuliosforza

 

Post 877

“Il primo di giugno dell’anno scorso Fontamara rimase per le prima volta senza illuminazione elettrica. Il due di giugno, il tre di giugno, il quattro di giugno, Fontamara continuò a rimanere senza illuminazione elettrica. Così nei giorni seguenti e nei mesi seguenti, finché Fontamara si riabituò al regime del chiaro di luna. Per arrivare dal chiaro di luna alla luce elettrica, Fontamara aveva messo un centinaio di anni, attraverso l’olio di oliva e il petrolio. Per tornare dalla luce elettrica al chiaro di luna bastò una sera”.

Strapaese.

Alla simpatica citazione dell’incipit di Fontamara, il capolavoro di Ignazio Silone, fatta  dall’amico Franco su fb, qualche malizioso ’morzaiolo’ (le Morze, al mio natio borgo selvaggio, sono un angolo della piazza, un angusto passaggio tra un antico fontanile e una casa, per il quale si  procede verso la montagna, e per estensione ognuno dei tre o quattro luoghi della ‘Pischera’ ove si fa capannello; e mi piace perciò far derivare il termine da morse, evocanti forche, forche caudine: dalle morse-forche caudine in cui sono appostati i morzaioli -e le morzaiole: all’avanguardia, almeno in una cosa, vivaddio, è il mio benedetto borgo nei confronti degli altri paesi del circondario: le donne hanno strappato agli uomini, il monopolio delle ‘Morze’, e giorno e notte vi s’appostano al fresco per le loro esilaranti chiucchiurlaie, e guai a chi incappa nella morsa-forca delle loro lingue, quasi come quelle degli uomini più taglienti di una spada) ha voluto veder sottesa una sottile ironia nei confronti dell’amministrazione a motivo dell’oscuramento fortuito di alcune zone di ‘Palaterra’ (il rione sud). A me, che malizioso non sono, la citazione ha offerto l’opportunità di ripensare a Ignazio Silone, uno di quegli illustri figli d’Abruzzo (da Ovidio e Sallustio a Delfico, a D’Annunzio, ai due Spaventa, a Croce a Flaiano, per non dire di Tosti e Michetti) che l’Abruzzo agricolo e pastorale han fatto ricco di altissima cultura; quell’Abruzzo al quale geograficamente e culturalmente, se non amministrativamente, la mia terra appartiene. Silone, ramingo come Ovidio, ‘socialista senza partito, cristiano senza chiesa’, e perciò ‘a Dio spiacente e a li nimici sui’, è un modello dis-educativo eccellente all’interno della mia teoria pedagogica della dis-educazione estetica, una teoria la quale al classico fine dell’educazione come ag-gregazione (reductio ad gregem) contrappone quello della liberazione dal gregge, della de-gregazione, appunto, principalmente attraverso la frequentazione, ma soprattutto l’esercizio, dell’Arte. Nel brano di Fontamara in questione è oltretutto una garbatissioma, in stile siloniano, difesa del chiaro di luna, contro la retorica futurista che ne proponeva,  nel Manifesto ungarettiano, l’abolizione; chiaro di luna finalmente, dopo tanto imperversare di luci artificiali, rivisibile e rigodibile per un provvidenziale infortunio tecnologico (non si dimentichi che Silone, come molti filosofi e letterati suoi coevi, diffidava della scientismo, della  religione cioè di una scienza e di una tecnica, della scienza figlia maggiorata, rischianti di procurare un trauma ontologico, con esiti, dopo un primo momento di infatuazione e di esaltazione, deleteri per l’umano equilibrio). Proporrei ai miei compaesani, così proclivi ai pellegrinaggi, un pellegrinaggio laico a Pescina presso la tomba che, nella roccia sottostante ai ruderi della rocca che fu mazzariniana, custodisce i resti mortali dell’Esule finalmente reso alla sua Terra. Non si adonterebbero la Madonna dell’Oriente a Tagliacozzo, il Sacro Volto a Manoppello, San Tommaso con le sue reliquie a Ortona, la sacra Teca con le testimonianze del miracolo eucaristico a Lanciano, San Gabriele dell’Addolorata  a Isola del Gran Sasso. Dio è grande.

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Tra gli inni e le sequenze della liturgia cattolica, sublimi ritengo, per dottrina e lirismo, i pentecostali "Veni Creator Spiritus" e il "Veni Sancte Spiritus". l'uno attribuito a Rabano Mauro di Magonza l'altro a Notker Balbulus di San Gallo, due prototedeschi, e non è un caso. Da lì all'hegeliano Geist della Phaenomnologie e al gentiliano Spirito come Atto puro il passo è breve.

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Questo mio diario oggi registra un evento quasi miracoloso: ieri sera, e in replica oggi in mattinata, su Rai5 è stato trasmesso un programma dal titolo “L’Attimo fuggente” (titolo abusato e per la verità in questo caso improprio, a meno che non si voglia fare riferimento a quel passo del Libro Segreto ove è scritto “Questa è la mia certezza. non vale se non il momento, non importa nell'ordine dell'Universo se non il momento: quello che l'arte profonda esprime, che forse l'arte futura esprimerà convinta che tutto il resto è nulla"), un programma tanto inatteso da lasciar increduli. Per la prima volta sento dire in Rai del Vate come mai in passato, per oscurantismi e moralismi beceri, si era detto; sento dire dell’unicità dell’Uomo, del Poeta, del Guerriero dell’Amante d’Annunzio, restituitoci nella sua straordinaria complessità senza i cedimenti ai luoghi comuni, alle meschinerie, ai pettegolezzi  che già in vita, ma soprattutto in epoca postbellica, contornarono e deformarono la sua immagine. Da quel documentario su D’Annunzio e i suoi luoghi la straordinarietà di  Colui in cui  Iddio volle “del creator suo spirito /  più vasta orma stampar”, per dirla rubando a quel ‘tal Sandro, autor d’un romanzetto, ove si tratta di promessi sposi’, emerge in tutta la sua ineguagliabile ed inimitabile grandezza. Come abbiano potuto, gli autori di quel servizio, sfuggire alla censura subdola dei servi del potere e dei bigotti non so. Sta di fatto che questa volta l’Astuzia della Ragione ha fatto vendetta della meschineria degli invidiosi e dei pavidi e un primo barlume di verità sul Pescarese ha illuminato gli schermi. Un promettente inizio.

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Tre eventi musicali di rilievo a Tivoli.

Il CDM (Centro Diffusione Musica) ha celebrato il suo quarantesimo anniversario con un bel concerto, tenutosi nell’aula magna del Convitto Nazionale ‘Amedeo di Savoia’, dell’orchestra dei giovani allievi diretti da Federico Biscione, di cui ho goduto soprattutto  ‘Danza degli Spiriti beati’ e ‘Danza delle Furie’ dall’Orfeo di quel Gluck di cui Miger giustamente scrisse «De l'art d'aller au cœur par des accords touchants/Nul autre mieux que lui n'a montré la puissance,/Et de tous ses rivaux c'est le seul dont les chants/Ayent charmé son pays, l'Italie et la France»[1]. Le ho particolarmente godute forse perché mi ricordavano l’harmonium di Provenza della mia adolescenza sul quale ne studiavo le trascrizioni. Al Tempio dell’Ercole Vincitore il complesso corale romano ‘Entropie armoniche’ si è esibito, con la sua solita bravura, nella cornice della Festa europea della Musica. E infine, ciliegina sulla torta, nella Chiesa di San Francesco il giovane ’ensemble “Les Petits Riens” (spiritosi i ragazzi!) formatosi durante gli studi specialistici al Conservatorio reale di Den Haag (L’Aia) (tutt’altro che piccoli nulla il Tiziano Teodori al flauto traversiere, la Sakura Goto al violino, la Garance Boizot alla viola da gamba, il Gabriele Lievi al clavicembalo!) ha eseguito raffinatissima musica barocca di Telemann, Bach, Händel. Tivoli si ri-muove, dunque, anche musicalmente, e sicuramente, dietro la spinta dell’assessore alla cultura Urbano Riario Sciarra Sforza Barberini, non si fermerà più.

Quod est in votis.

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Chàirete Dàimones!

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Annamaria Andreoli, Più che l'amore. Libri per le vacanze- Pensieri sparsi.

Post n°953 pubblicato il 05 Luglio 2017 da giuliosforza

Post 876

Completo l'elenco della piccola scorta di libri per le letture delle mie vacanze all’ombra dei noci e dell’ibiscus frainileschi.

Oltre a d’Ormesson (Malgrado tutto direi che questa vita è stata bella e A Dio piacendo, NeriPozzi), mi faranno compagnia il giovane storico israeliano  della Hebrew University di Gerusalemme Youval Noah Harari con Homo Deus (Saggi Bompiani), Alicia Jimenez-Bartlett con Il silenzio dei chiostri (Sellerio), forse il primo thriller della mia vita, e il più impegnativo Glenn Gould con L’ala del turbine intelligente. Scritti sulla musica (Adelphi), Del volume di Harari ho già iniziato la lettura delle oltre seicento pagine, di cui cinquanta di fittissima bibliografia, e sono assai curioso degli sviluppi. L’argomento,ultramoderno, è avvincente, e così è riassunto nel risvolto di copertina:

Sapiens ci ha mostrato da dove veniamo. Homo Deus ci mostrerà dove stiamo andando.

Nella seconda metà del XX secolo l’umanità è riuscita in un’impresa che per migliaia di anni è parsa impossibile: tenere sotto controllo carestie, pestilenze, guerre: Oggi è più probabile che l’uomo medio muoia per un’abbuffata da Mc Donalds piuttosto he per la siccità, il virus Ebola o un attacco di di al-Quaida. Nel XXI secolo, in un mondo ormai libero dalle epidemie, economicamente prospero e in pace, coltiviamo con strumenti sempre più potenti l’ambizione antica di elevarci al rango di divinità, di trasformare Homo sapiens in Homo Deus: E allora cosa accadrà quando robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica saranno messe al servizio della ricerca dell’immortalità e della felicità eterna? Harari racconta sogni e incubi che daranno forma al XXI secolo in una sintesi audace e lucidissima di storia, filosofia, scienza e tecnologia,e ci mette in guardia: il genere umano rischia di rendere se stesso superfluo.Saremo in grado di proteggere questo fragile pianeta  e l’umanità stessa dai nostri nuovi poteri divini?”.

Ne troverò di belle alle mie rinascite!

PS

Ma per le mie estive divagazioni non poteva mancare Lui, riproposto da uno dei suoi più autorevoli biografi, Annamaria Andreoli, che ha insegnato letteratura italiana nelle università di Bologna e della Basilicata e che per circa undici anni(1997-2008) è stata presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani. L’ultimo suo libro, Più che l’amore (Marsilio,collana Nodi, 2017, pp 382), intende fare il punto sulla vexata quaestio dei rapporti fra Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio:fu vero amore? E intende dimostrare  che la leggenda dei divi amanti, narrata e rinarrata da oltre un secolo, era un castello di carta destinato a crollare. Leggo al proposito nel risvolto di copertina:

« Venezia 1894.Trentasei anni lei, trentuno lui: Un incontro fortuito, quello tra Eleonora  Duse e Gabriele d’Annunzio, che segna l’inizio di una storia lunga un decennio.Un breve tratto nell’arco di una vita, ma per entrambi capitale. Gabriele offrirà alla sua nuova musa una serie di capolavori: Eleonora li metterà inscena. Nasce con questo giuramento il motto araldico “More than love”. Lui,infatti, è perentorio: esige ‘più che l’amore’. Lei lo corrisponde a oltranza,recitando un trasporto da Baccante orgiastica: “Vorrei potermi disfare tutta!Tutto donare di me, e dissolvermi”. Al banco di prova, però, la verità sarà un’altra.Occorreranno anni prima che d’Annunzio prenda atto che l’attrice simula un consenso che si guarda bene dall’accordargli. In questo libro Annamaria Andreoli mette in discussione la vulgata, confermata da oltre un secolo, che dipinge la Diva come sottomessa al Vate. Se corrispondono al vero passione, tradimenti e umiliazioni, sono da ribaltare i ruoli: fu lui la vittima e lei il carnefice.E’ quanto emerge dai numerosi documenti, sottoposti a nuovo esame con un’avvertenza: a varare la favola dei divi amanti fu Gabriele, maestro nel creare leggende.La personalità carismatica di una donna lontana dai clichés dell’epoca e lo sfolgorio di una società europea in cui il teatro e la cultura italiana erano protagonisti sono i cardini di una vicenda che non smette di affascinare».

 

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Uno dei tanti interventi del rovianese Artemio Tacchia su fb (sottolineo rovianese per dare risalto al fatto che egli sembra chiuso, sì, nella sua Valle, quella dell’Aniene, di cui conosce ed illustra ogni segreto e che osserva sornione dall’alto di una delle propaggini  del Monte Sant’Elia, ma  è uno dei pochi storici-antropologi-poeti della zona ad essersi accorto “che oltre la sua valle c’è del mondo”), mi porge l’occasione per tornare a dire dell’Amata phegea, la farfallina delle falene dal caratteristico corpicino affusolato nero a pois bianchi e caratteristico anello giallo in coda, che i tedeschi dicono simpaticamente Weissefleck Widderchen, piccolo montone dalle macchie gialle, e i francesi sphynx du pissenlit, sfinge del soffione, del dente di leone, alla lettera piscialletto come, per le sue qualità diuretiche, il dente di leone è denominato: nomi importanti, troppo importanti, ma assai appropriati per un insettino che vola quasi sempre accoppiato, in stato di perenne copula, quasi il suo compito nella sua breve stagione altro non sia che il riprodursi. E noi bambini forse per questo infilavamo al pruncichittu, questo il suo nome nel nostro dialetto, un lungo stecco nel di dietro e godevamo nell’osservarlo agitare freneticamente le alucce, non saprei quanto per il dolore o quanto,forse, per il piacere (o, sadomasochisticamente, per ambedue le cose insieme).In questi giorni di riposo al fresco del mio piccolo giardino immerso nel verde, mi soffermo ad osservarlo a lungo e a meditare sulla sua  sorte e sulla complessa metafora della vita che essa  rappresenta. E penso anche che a noi a infilarci là lo stecco e ad agitarci per gli universi sia quella essenza birichina,  infantile divinità giocosa, detta destino che si diverte con noi al gioco impudico, ma non poi così crudele, ‘egliu zipponculu, per dare forse un senso alla sua diversamente monotona eternità.

 

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Quelle che raduno qui di seguito sono fronde sparse, già disperse in rete per gli amici difb. Non intendo privarne quelli del blog.    

Saltimbanco del sapere, funambolo della cultura. E’ questo che io sono?

Omnia vincit amor et nos cedamus amori.
In questo verso di Virgilio (Bucoliche) e in questi quattro altri del VI libro dell'Eneide (principio coelum ac terras camposque liquentes / lucentemque globum lunae titaniaque astra / spiritus intus alit, totamque effusa per artus / mens agitat molem totoque se corpore miscet) fu e ancora è la summa della mia filosofia. (Una lettrice mi chiede su fb di tradurre -ho fatto il Liceo artistico, si giustifica-. Sia curiosa, le rispondo. Cerchi in rete).

Rituali pellegrinaggi alle Sue case.
Chi cerca D'Annunzio vada a Gardone. Chi cerca Gabriele (anzi Gabbriele, anzi Gabbri) vada a Pescara in Corso Manthoné. Io li cerco ambedue e perciò presto tornerò nei due luoghi dell’annuncio: nel primo spinto da “un immenso desiderio di festa”, come suona l’invito…’guerri-ero’, nel secondo per lasciarmi guidare, dalla Sua Ombra uscita dalle pagine del Notturno, stanza per stanza a respirarne l'aura sacrale da cui tutto ancora è avvolto. 
Gardone e Pescara, Cor unum et Anima una!


Ogni tanto mi avviene di scendere dalle mie nuvole e di guardare freddamente alle cose di questo mondo.
Penso, e il pensiero non è molto originale, che il IV Reich, un IV Reich per ora relativamente pacifico, sia in atto già da prima dell'avvento dell'euro, il quale non ha fatto che rafforzarlo e consacrarlo. La Germania con la sua strapotenza ha ormai invaso economicamente l'Europa tutta,e non solo, acquiescente o per impotenza o per viltà. L'Inghilterra con la sua uscita fa intendere di voler prendere le distanze e di prepararsi, col supporto degli Stati Uniti, ad una reazione decisa che, alla prima scintilla (una nuova Danzica) potrebbe diventare, gli dei ce ne scampino, anche armata. L'incognita sarebbe solo la posizione della Cina, nuova superpotenza, che pesa sempre di più per gli equilibri del mondo. 
A questo punto deve far riflettere il fatto che due Guerre Mondiali, una più disastrosa dell'altra per la Germania, non son bastate a impedirle di risorgere più forte dalle sue ceneri. Quali sono stati gli errori dei suoi avversari? Non tentano di ripeterli con una politica cieca che si rifiuti di riconoscere l'oggettiva superiorità, in termini di genio, di tenacia, di lavoro, e non ultimo di ricchezza, del popolo tedesco, e di lasciargli di conseguenza nel mondo lo spazio di cui necessità, purché non prevarichi? Che l'Assoluto, come direbbe il tedesco Hegel, sia per tornare a fare il suo nido in Europa, e precisamente in Germania, anche geograficamente suo cuore? La Merkel non mi piace, per mille motivi, e l'ho anche più di una volta scritto. Ma non farci i conti, come vorrebbero in molti, è impossibile, e intestardirsi a non volerceli fare è ancor peggio, è da mentecatti.

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ChàireteDàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima,altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)




 

 

 

 
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