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L'inizio di "Prima che sia tardi"

Post n°381 pubblicato il 21 Maggio 2012 da egos3

Mi girai ancora una volta nel letto, guardando la poca luce della mattinata nuvolosa attraverso le fessure della tapparella, la finestra era schiusa, il rumore della pioggia mi convinse a restare a letto ancora un poco. Allungai le gambe e distesi i muscoli e mi sentii totalmente a mio agio, le coperte sistemate nel modo corretto mi regalavano un riparo discreto dalla poca aria umida e fresca del mattino piovoso di maggio. Stavo indugiando, avrei voluto leggere qualche pagina del mio libro posato sul comodino ma la sveglia, puntualissima per sua indole, suonò alle cinque e cinquanta, convincendomi ad alzarmi. Trascorsero ancora pochi minuti, poi, mi sedetti sul bordo del letto, infilai i piedi nelle Birkenstock, aprì il cassetto del comodino per prendere dell’intimo pulito, mi alzai distendendo ed inarcando la schiena e mi diressi in cucina con gli slip puliti nella mano sinistra, tutto nella semi oscurità, tenendo il braccio destro davanti al volto per evitare di prendere una porta lasciata mezza aperta sul naso. Perché più di tutto, quando capita di prendere una porta sul viso o sbattere con il mignolo del piede contro uno spigolo di un mobile, oltre al dolore ci si sente idioti, è una di quelle situazioni che innervosiscono e incattiviscono la giornata dal primo mattino. Meglio evitare quindi. Arrivai in cucina, presi la spina della corrente del tosta pane e la infilai nella ciabatta fissata di lato ai mobili della cucina, sganciai le tapparelle e tirai su, prima la finestra e poi la portafinestra, guardai fuori per avere la conferma certa dell’origine del rumore di pioggia e in effetti, pioveva logicamente. Con le tapparelle alzate e le tende tirate di lato la cucina prese luce e si definì in modo nitido e ovvio il locale che ben conoscevo. Mi recai in bagno, accesi la piccola luce posta sullo specchio, appoggiai gli slip sul coperchio della lavatrice con carica dall’alto, alzai la tapparella a metà, alzai il coperchio del wc ed espletai i bisogni biologici del mattino. Me ne stetti lì seduto guardando fuori fissando il nulla, la finestra socchiusa mi ripeteva che fuori pioveva e vedevo il giardino bagnato fradicio: probabilmente pioveva da tutta la notte. Persi più di qualche minuto non facendo nulla, seduto lì guardando fuori e osservando quella piccola porzione di mondo che potevo vedere. Attimi duranti i quali non si pensa e non si agisce, come se si fosse in trance. Poi mi alzai, tirai l'acqua dello sciaccuone, misi il tappo e feci correre l’acqua nel bidet, prima calda e poi corressi con un po’ di quella fredda e alla fine, mi stavo già asciugando sempre colto da quella specie di assopimento mattutino durante il quale non si riceve nulla dal mondo esterno. Poco dopo ero davanti allo specchio, mi osservavo mentre la mano sinistra stava stendendo uno strato di schiuma da barba, girando attorno alla bocca e al pizzetto pieno, sciacquai le mani dall’eccesso di schiuma e presi il rasoio tri lama usa e getta, tolsi il piccolo coperchio trasparente ed inizia a radermi, con i soliti movimenti di sempre, partendo dal lato destro come sempre, arrivando fin sul collo e senza mai staccarlo dalla pelle, arrivai a radermi perfettamente anche il lato sinistro del viso. Movimenti ripetuti ormai da una vita, sempre nello stesso modo senza fare troppa pressione, in modo automatico, quasi robotico, poi mi sciacquai e mi asciugai con la salvietta ancora umida dalla sera prima. Durante la notte la poca acqua contenuta nel tessuto della salvietta non si era asciugata e questa dava la poco piacevole sensazione di non asciugare perfettamente. Una volta tolto l’eccesso di umidità presi la crema dopo barba contenuta nel vasetto di vetro e me ne spalmai sul viso usando diue dita, sempre allo stesso modo e sempre nella stessa quantità misurata a occhio con precisione. Asciugai nuovamente le mani nella salvietta di prima sempre più bagnata e sempre meno efficace e spensi la piccola luce posta sullo specchio ed uscì dal bagno chiudendo la porta alle mie spalle e mi diressi verso la cucina per preparare la colazione. Tutto sempre senza far rumore. Erano passati circa venti minuti da quando mi ero alzato dal letto e dalla porta d’ingresso non si udiva alcun rumore provenire dalle scale. I led rossi illuminavano il soggiorno con una luce molto tenue, erano i led degli apparecchi elettronici come la tv, il lettore multimediale e il pc posto su di un tavolino davanti alla mia personalissima poltrona in finto cuoio vendutomi per cuoio autentico. Sempre col braccio destro davanti al viso per aprire la strada nel buio,  osservai i cuscini abbandonati la sera prima sul divano e sulla poltrona, testimoni muti della serata trascorsa in solitudine al pc e varcai la soglia della porta della cucina. Accesi la luce, nonostante dalla finestra filtrasse la debole luce esterna, mi recai alla porta finestra e aprì l’anta per uscire fuori sul balcone in mutande e maglietta, scostai la tenda esterna a trecce e l'aria fresca del mattino mi colpì piacevolmente sul petto come una caramella balsamica frizzante. guardai come d'abitudine, da ambo i lati della strada sotto il balcone e rientrai. Il fornetto era caldo e mi preparai un toast con formaggio e prosciutto, dal frigo presi il contenitore del latte me ne versai una mezza scodella, aprì la moka e la lavai sotto il getto dell’acqua e mi preparai un caffè. Mi sedetti al tavolo e vidi un biglietto bianco appena sotto il cesto della frutta, era un volantino pubblicitarrio in carta lucida su cui erano scritte delle parole a biro sul lato dietro, lasciato in bianco dalla stampa. Lo presi, lo guardai e lessi il breve testo che vi era scritto sopra:” E’ stato un piacere fare la tua conoscenza. Grazie di tutto”.

Il biglietto era piegato in quattro parti lasciando visibile la parte bianca con la scritta blu in biro, era la pubblicità della pizzeria d’asporto che magnificava sulle possibilità che ci venivano poste a noi, potenziali clienti, se avessimo acquistato tre pizze e tre birre, il volantino ci garantiva una pizza e una birra gratis, dietro c’erano le parole in stampatello scritte a biro “E’ stato un piacere… eccetera eccetera” e il toast era pronto, anzi stava quasi per bruciarsi nel fornetto tosta pane. La cosa incredibile era che il biglietto non l’avevo messo lì io e in casa mia, non entrava nessuno da parecchio tempo, l’ultima persona ad entrare era stata la signora del secondo piano due settimane prima per la bolletta della corrente elettrica. Conoscevo la signora da oltre vent’anni, lei aveva più di sessant’anni e non ci davamo del “tu” da sempre, quindi escludendo la signora Roberta del piano di sopra, non sapevo di chi fosse il biglietto. Bevvi un sorso di latte freddo dalla tazza, mescolando così il sapore del toast al formaggio con quello della bevanda bianca ricca di panna. Posai la tazza, diedi un morso al toast, e rilessi nuovamente il volantino dal lato della scritta a biro. La calligrafia non mi sembrava femminile, le donne di solito scrivono bene e ordinato, con lettere piene e tondeggianti, qui le lettere erano irregolari, leggermente piegate a destra e strette come se fossero delle lettere troppo magre e, secondo me, il messaggio l'aveva scritto decisamente un uomo. Posai il volantino più o meno nella stessa posizione dove l'avevo trovato, diedi l'ultimo morso al toast e mi pulì la bocca con uno strappo di carta preso dal rotolone asciuga tutto. La caffettiera mi stava comunicando con il rumore e con l'aroma che il caffè era pronto, quindi mi alzai dal mio posto a sedere a bordo tavola e, alzando gli occhi mi accorsi che sull'anta del frigo in acciaio inox, nell'angolo in alto a sinistra, trattenuta da una mia calamita souvenir della città di Londra, c'era la stampa di una foto digitale che raffigurava la mia auto ferma al semaforo. Dentro l'auto c'ero logicamente io, col braccio sinistro appoggiato sul bordo del finestrino aperto, in attesa del semaforo verde. La foto era stata scattata forse un mese prima a Milano. prima di versarmi il caffè, andai verso la porta d'ingresso, posai la mano destra sulla maniglia, girai in senso antiorario come per aprire una porta con la serratura aperta ma la porta, risultò chiusa e la cosa, indubbiamente, mi fece molto piacere.

 
 
 
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