Creato da eledieci23 il 15/02/2009 |
<< Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l’uno dall’altro e non vivono soli… a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto:
Dall’età del livellamento, dall’età della solitudine, dall’età del Grande Fratello, dall’età del bispensiero: tanti saluti! >>
(George Orwell, 1984)
|
Il giorno è arrivato. Uno dei tanti, troppi, primi giorni di una guerra. Sembra un replay infinito di una schifezza iniziata quasi contemporaneamente all’avventura umana. Nonostante il manto di legittimità che accompagna l’intervento militare in Libia, non si può nascondere quel senso di smarrimento e fastidio che si prova nel vedere le bombe “legali” cadere dal cielo. E viene da chiedersi da che parte stanno i buoni, da che parte i cattivi e se è davvero necessario tutto questo. La risposta sembra elementare. I difensori della libertà, i “buoni” francesi, inglesi, olandesi, danesi, italiani e americani hanno dovuto intervenire su mandato delle Nazioni Unite per bombardare il “cattivo” Gheddafi che sta violando i diritti umani della sua popolazione. Aspettate un attimo, però. Tra i “buoni” non ci sono anche quei criminali di guerra degli americani e degli inglesi che nel 2003 erano andati ad impicciarsi negli affari di un altro Raìs, quel Saddam Hussein che tanto un santo non era e che trattava i suoi oppositori non meglio di quanto faccia ora Gheddafi? Il figlio dei beduini, appunto. Ora è un nemico da eliminare urgentemente ma fino a poche settimane fa sedeva al tavolo dei Grandi del mondo che non gli disdegnavano abbracci e strette di mano. E’ intollerabile, hanno detto, che si arroghi il diritto di sopprimere violentemente la rivolta dei ribelli al suo regime. E’ ora di dargli una lezione, di insegnargli la democrazia e di esportare il modello di libertà occidentale anche in Libia. Per questo, la Francia, che si era premurata di prendere le distanze dai “cattivi” Bush, Cheney e Rumsfeld, si è affrettata a riconoscere la legittimità del governo degli insorti libici. Lo hanno fatto anche i famigerati terroristi di Al Quaeda, alcuni dei quali combattono tra le file dei ribelli. Ma questo è un dettaglio che non rileva. Davanti alla tentazione di impossessarsi dell’energia libica il buon Nicolas non ci ha pensato un secondo ad indossare i panni del supereroe ed accorrere al capezzale dei martiri della libertà libici. Shakespeare ci aveva avvertito: “Guerra e lussuria non passeranno mai di moda”. D’altronde non c’è da stupirsi. Anche la bella Elena fu solo un pretesto per scatenare la guerra ai troiani e i propositi di Achille e compagni si rivelarono meno nobili di quelli che volevano far credere. E’ impossibile quando si è guidati dalla sola coerenza e non dalle fole ideologiche che appannano la mente di troppe persone, non chiedersi quando una guerra è giusta e a che condizioni. Esiste, poi, una guerra giusta? Ovviamente sì, ci dice la Carta delle Nazioni Unite. Nel caso che ci interessa, l’articolo 42 della Carta ci informa che il Consiglio di Sicurezza può autorizzare gli Stati Membri ad usare la forza per conseguire un obiettivo indicato dal Consiglio. Tutto a posto, dunque. Non proprio se si pensa ai principi fondamentali della Carta che considerano la guerra come un illecito e la giustificano solamente in casi estremi e nei soli casi di necessità e comunque rispettando il principio di proporzionalità. L’interpretazione delle norme secondo le idee e gli interessi degli Stati che contano è un po’ più di un’impressione. Una guerra non è quasi mai giusta e, in ogni caso, porta sempre con sé morte e distruzione. Occorre chiedersi se non sarebbe stato meglio trovare una soluzione diversa magari eliminando il diretto interessato Gheddafi senza azioni elefantesche augurandosi che una telefonata del Craxi di turno non gli salvasse nuovamente la vita. Può anche essere che la Libia del futuro sarà un paese migliore di quello presente e che lo spettro dell’avanzare verso Occidente del terrorismo islamico si rivelerà una previsione errata. I centinaia, forse migliaia, di cadaveri che rimarranno sui campi di battaglia di questa guerra avventata non si potranno però liquidare facilmente e peseranno come macigni sulla coscienza, non proprio immacolata, dell’Occidente. |
|
Succede di riscoprirsi grande in una sera d'autunno quando tutti ti danno per morta prima ancora di entrare in campo e le gambe ti tremano al solo pensiero di ritrovarti sul baratro su cui sei finita e da cui stai lentamente risalendo. Succede di diventare grande quando la squadra avversaria ti sembra gigantesca con il suo attacco atomico, decantato nelle calde notti di fine estate, che è lì, pronto a esaltarsi davanti ai tuoi limiti. Pensi al tuo giocatore migliore fuori per una squalifica tanto giusta quanto provvidenziale per i tuoi avversari e al tuo capitano in pectore, uno che lotta sempre anche quando tutto sembra inutile, costretto a lasciare prima ancora che la battaglia abbia inizio. Poi succede che la partita comincia e iniziano a prenderti a pallate da ogni parte e pensi che sia l’ennesima serata storta alla quale la storia non ti aveva abituato. Ti si proiettano davanti fantasmi recenti in cui pregavi perché la partita finisse per andare tutti in fretta sotto la doccia senza troppi gol su cui rimuginare. Ma d'un tratto capisci che la storia può anche andare diversamente. Che basta solo sputare sangue e buttarti su ogni pallone. Che quelle maglie bianconere in cui hanno sudato i Boniperti, i Platini, i Nedved non sono sbiadite come ti vogliono far credere e che dentro di loro forse soffia ancora quello spirito sfoderato in mille battaglie che ti hanno fatto essere la regina d’Italia e una delle squadre migliori d’Europa. Lo vedi gonfiare la maglia di un monumentale Felipe Melo che esulta come un bambino dopo aver murato un siluro di Ibrahimovic e animare il viso di Aquilani che, a testa bassa, tesse le trame della manovra che comincia a irretire il Milan, improvvisamente meno spavaldo. Ecco allora il buon De Ceglie, cresciuto a pane e Juve nelle tue giovanili, scendere veloce sulla fascia e mettere un cross da playstation sulla testa dell’uomo dai gol impossibili che anche questa volta non tradisce trovando un’elevazione stratosferica e una traiettoria pazzesca per colpire la sfera e gonfiare la rete all’incrocio dei pali. Guardalo Quagliarella che corre seguito dai compagni verso la panchina. Ed esplode l’abbraccio tra tutta la squadra. Ecco ci vedete, non siamo morti. Ammirateci siamo qui e più ostacoli ci sono più ce la mettiamo tutta per lottare e vincere. La paura è ora un ricordo lontano. Soltanto qualche mese fa avresti perso la testa e lasciato il campo agli avversari. Oggi invece metti la gamba in ogni contrasto perché le partite si vincono soprattutto con il cuore. Lo fa De Ceglie che si spezza la rotula contro la gamba di Bonera proprio nel bel mezzo degli esami di maturità da terzino degno della Juve. Lo fa Martinez che vuole ripagare la fiducia riposta in lui in estate dopo un avvio di stagione segnato da mille infortuni. Ma per l’ala sudamericana questo non è proprio l’anno giusto e l’ennesima botta lo costringe a uscire con il metatarso fratturato. E lo fa Del Piero, da buon capitano, che sfrutta una percussione del guerriero Sissoko e castiga Abbiati mettendo al sicuro il risultato e diventando il miglior cannoniere della storia bianconera. Non poteva esserci palcoscenico migliore. Ora devi solo rintanarti a difenderti con lo spirito della provinciale e il dna della Signora che sei. Ci si mette Ibrahimovic, protagonista dei tuoi ultimi trionfi, a tentare di rovinarti la festa saltando davanti a Pepe, terzino per necessità più che per virtù, e battendo l’eroico Storari. Il tempo scorre lento, fatichi a respirare e a far ripartire il gioco, prigioniera tra la voglia di tornare grande e la paura di restare incompiuta. Il cuore ti si ferma quando Inzaghi, un altro diventato campione alla tua scuola, cade in area. Ti giri e aspetti il fischio del rigore per guardare da vicino la tua fine ma vedi la bandierina del guardalinee alzata a indicare il fuorigioco. Il sangue riprende a scorrerti nelle vene e il battito del cuore segna il passare del tempo. Senti il fischio finale e capisci che ora puoi davvero gioire. Ora che San Siro, imbattuto da quasi un anno, è ancora una volta ai tuoi piedi e non può che farti i complimenti per bocca del suo Presidente. E succede che riscopri quella sensazione bellissima di sentirti grande mentre saluti il tuo pubblico che è venuto a sostenerti e imbocchi la via degli spogliatoi con il capo alto e fiero di chi è tornata sull’altare degli dei. |
|
Ancora ventiquattro ore e il mondiale sudafricano entrerà nella fase più calda. Le otto reduci dai gironi infernali e dalla prova d'esame degli ottavi torneranno in campo per continuare a cullare sogni di gloria. Da una parte del tabellone il superfavorito Brasile operaio di Dunga sfida un'Olanda mai così attenta alla fase difensiva che ha in Arjen Robben e nel talismano interista Snejder gli uomini in grado di fare la differenza. Una partita da 1X2 per il solo fatto che entrambe le squadre non hanno mai perso in questo mondiale e non sembrano avere punti deboli. Il nome della semifinalista dipenderà dagli episodi e dalla verve degli interpreti. Una cosa è certa: chi avrà la meglio metterà più di un'ipoteca sulla finale. Non sembra infatti che le altre candidate alla semifinale, il Ghana e l'Uruguay, siano in grado di impensierire tulipani o verdeoro. L'orgoglio dell'Africa ha avuto la meglio sugli USA solo nei tempi supplementari e ha dalla sua una buona squadra e il tifo e le speranze di un intero continente ma niente di più. La Celeste invece ha singoli in grado di fare la differenza come Forlan e Suarez ma, davanti a un portiere imbarazzante, c'è una difesa che soffre di qualche amnesia di troppo. Gli uomini di Tabarez partono con tutti i favori del pronostico che, se dovessero esser rispettati, li porterebbero a una semifinale da mission impossible. I miracoli però tante volte accadono (chiedere alla Svizzera per informazioni) e in ogni caso l'importante è arrivare a giocare le partite che contano dove tutto può succedere. Nell'altro ramo del tabellone la Germania giustiziera di Capello e della sua Inghilterra sfida l'Argentina di Maradona e Messi: passato, presente e futuro del calcio spettacolo e fantasia che piace ai tifosi di tutto il mondo. I ragazzi terribili di Löw, mix perfetto del gotha dell'under 21 dominatrice d'Europa nel 2009 e della squadra vicecampione d'Europa e semifinalista nel 2006, guidati dal giovane capitano Philippe Lahm hanno la spensieratezza dell'età e la convinzione dei propri mezzi che possono sospingerli nella difficile scalata alla coppa del mondo. Comunque vada i tedeschi sanno che il futuro è dalla loro parte e, vista la condizione delle altre europee, saranno con la Spagna la squadra destinata a dominare l'Europa per un decennio. Visto che si può, però, perchè non provare a vincere subito? La rivelazione Ozil, il predestinato Müller, il rinato Podolsky e la vecchia volpe Klose hanno tutte le carte giuste per dare un dispiacere alla Seleçon che, per la prima volta dopo vent'anni, ha la squadra giusta per arrivare in alto. Messi innanzitutto. Ha solo 23 anni ed è già il giocatore più forte del mondo. Maradona con parole e gesti l'ha designato ufficialmente suo erede e proprio al suo estro e ai suo gol si affida per far continuare a sognare una nazione. La Pulce non sarà solo. Al suo fianco agiranno il goleador di razza Higuain e il funambolo Tevez: fermarli per Metzelder & C non sarà facile. La vincente di questa finale anticipata si troverà di fronte con tutta probabilità la Spagna campione d'Europa che dovrebbe aver la meglio sul Paraguay, trionfatore sul Giappone solo ai calci di rigore. Prima del mondiale Xavi Hernandez, il cervello della squadra e uno dei migliori centrocampisti di sempre, ha definito la sua una “generazione di fenomeni” che mai come questa volta ha la possibilità di portare nel proprio paese per la prima volta la coppa del mondo. E' inutile nascondersi: difficilmente capiterà un'altra occasione simile perchè una squadra come questa non si trova ad ogni mondiale. L'unico difetto è forse la scarsità di gioco sulle fasce con David Silva o l'alternativa Jesus Navas sistematicamente sacrificati per lasciar convivere la coppia Xabi Alonso – Busquets nel cuore del centrocampo. E pensare che il gioiellino Fabregas ha giocato solo pochi minuti...Gli episodi parlano chiaro: dovendo scommettere gli iberici sono i maggiori indiziati per alzare la coppa nel cielo di Johannesburg. Non solo perchè hanno un gioco spettacolare e possono contare sui gol di uno stratosferico David Villa. Gli dei del calcio, che nel 2006 hanno trascinato Cannavaro e compagni a una vittoria insperata, sembrano proprio essere con le furie rosse. Prima l'uscita indenne dal KO iniziale con la Svizzera che avrebbe tagliato il morale a chiunque oltre a rovinare la classifica, poi la qualificazione come prima per differenza reti che ha evitato un prematuro scontro tra titani con il Brasile e infine i gol incredibilmente (e inspiegabilmente) sbagliati dai portoghesi che hanno condizionato favorevolmente il derby iberico. Certo la finale è ancora lontana. Un episodio o una giornata storta possono cambiare la storia di interi paesi che si ritrovano trepidanti davanti alle TV a incitare i loro eroi all'inseguimento di un sogno chiamato Johannesburg. |
|
Sarà l’inizio del calciomercato o semplicemente l’aria mondiale che contagia un po’ tutti tanto che almeno ogni quattro anni anche i profani parlano di calcio. Ho deciso di occuparmene anch’io che lo mastico un giorno sì e l’altro anche aprendo una rubrica su questo blog dal titolo “Fenomeni di domani” nella quale parlerò dei calciatori magari già militanti in squadre importanti o in nazionale ma che a mio parere nei prossimi anni saranno dei Top Players. LUIS ALBERTO SUAREZ Il nome ricorda quello della celebre stella dell’inter targata Angelo Moratti ed Helenio Herrera ma la nazionalità e soprattutto la data di nascita fanno capire che l’atleta in questione è un altro. Conosciamolo. Luis Alberto Suarez, talento uruguagio di 23 anni, è il giovane capitano dell’Ajax con il quale nel 2009 ha realizzato ben 47 gol guadagnandosi il titolo di attaccante più prolifico del mondo. Destro naturale può giocare come prima o seconda punta ma anche come ala offensiva. Il tecnico dell’Ajax Martin Iol l’ha schierato indifferentemente a destra o a sinistra nel suo scacchiere offensivo ma sembra più a suo agio sulla sinistra da dove può rientrare e far partire il suo poderoso tiro. Dotato di un dribbling ubriacante, è bravo anche nel colpo di testa. In campo è un vero leader tanto che al terzo anno all’Amsterdam Arena gli è stata affidata la fascia di capitano preferendolo a giocatori più esperti come Rommedhal o Stekelemburg e a prodotti del vivaio in rampa di lancio come Van der Wille. Tatticamente irreprensibile è cercato insistentemente dai compagni che passandogli il pallone lo mettono in cassaforte. L’unico difetto è il temperamento a volte aggressivo che gli fa commettere qualche fallo di troppo o addirittura, come è successo al debutto nella sua nazionale con la Colombia, raggiungere in anticipo gli spogliatoi. Selezionato dal commissario tecnico Tabarez per far parte della spedizione della “Celeste” in Sudafrica dovrebbe partire titolare al fianco del “Cacia” Forlan. I difensori della Francia già tremano. Avranno ragione? |
|
Prendete due città del profondo nord italiano, divise da pochi chilometri di colline, prati e paesini con le loro casette colorate. Città alle quali la natura non ha fatto mancare nulla: compresi laghi e paesaggi da film e le cui genti hanno col lavoro e con le industrie creato la fortuna di quest’isola felice a pochi passi dal confine svizzero. La vecchia Como, fondata da un certo Giulio Cesare più di due millenni fa, Comune protagonista durante le guerre con il Barbarossa, città d’origine di Volta e di altri personaggi illustri e la giovane Varese, borgo divenuto capoluogo da nemmeno cent’anni e importante centro economico. Ebbene, fino alla metà dello scorso secolo la piccola Varese soffriva di un mai nascosto complesso di inferiorità nei confronti della cugina più famosa. Aveva iniziato a risentirne già negli anni napoleonici quando era riuscita ad emanciparsi dalla sua diretta referente, poi durante la Restaurazione che l’aveva condannata nuovamente ad essere subalterna fino alla promozione a capoluogo nel 1927. Seguirono anni di relativa pace tra le due città ostili solamente sui campi da calcio. Poi nel 1998 la decisione di fondare insieme un’università che si sarebbe chiamata Insubria, emancipandosi da Milano e Pavia. Gli accordi erano per giurisprudenza a Como e medicina ed economia a Varese con i corsi di scienze divise tra entrambe. Sembrava la ratifica della definitiva pace ed invece si è rivelato terreno minato. Ma andiamo per gradi. E, come sempre, la questione è politica. Varese è l’indiscusso simbolo della Lega nord che qui è nata e ha trovato i suoi esponenti più illustri mentre Como città ha resistito al fascino padano e si è mantenuta roccaforte dell’ormai defunta Alleanza Nazionale. Le prime avvisaglie della contesa si sono avute con la nomina di un varesino alla guida dell’ospedale comasco ma qui la Lega centra davvero poco (chiedete informazioni dettagliate all’ex assessore ed ex leghista Cè). Poi si è aggiunta la vicenda dei rinforzi alle forze dell’ordine che, secondo le intenzioni del ministro varesino Maroni, avrebbero dovuto andare nella sua città ma l’insurrezione del senatore Butti e di tutta Como con lui ha fermato l’operazione. Infine è arrivata la vicenda dell’università. Si è minacciata la chiusura della facoltà di scienze comasca visto i pochi iscritti, la poca competitività e la voglia dei professori di trasferirsi nella città giardino. Poi si è aggiunta la ribellione guidata dagli studenti di giurisprudenza e appoggiata dal gotha della facoltà contro la disparità di fondi distribuiti tra i due poli universitari. In mezzo c’è il disinteresse, dicono gli studenti, della città di Como che ha perso l’occasione di essere città universitaria rinunciando a istituire servizi per coloro che volevano recarsi lì a studiare. A Varese le cose, nonostante le lamentele comasche, non sembrano andare meglio anche se vi è una meglio formata volontà politica di far crescere l’università. Nonostante l’insegnamento d’eccellenza e le sedi invidiabili, l’impressione è che Milano e Pavia siano ancora lontane. Forse è il caso che, invece di farsi la guerra, ci si metta a rincorrerle tutti insieme. |
|
Post n°9 pubblicato il 29 Marzo 2009 da eledieci23
Da più di un anno ormai ne sentiamo parlare ma in realtà soltanto oggi il Partito della Libertà è ufficialmente tale. Presidente, senza sorprese, è stato eletto il premier Berlusconi, artefice di questo nuovo soggetto politico che ha scompaginato la campagna elettorale del 2008. Ora anche l’Italia è un Paese maturo con due grandi contenitori che polarizzano da un lato gli interessi di centrodestra e dall’altro quelli di centrosinistra e che si candidano a riprodurre in piccolo quello che sono il PPE e il PSE nel parlamento europeo. Ma siamo sicuri che tutto questo funzionerà? Ma è davvero questa la nostra mentalità? La stabilità politica ha un suo prezzo. Altissimo. E’ la democraticità. Ovvero la possibilità che anche un partito che rappresenta una piccola parte dell’elettorato sieda in parlamento e partecipi alla vita politica del Paese. Nei grandi partiti, nonostante i vari orientamenti, alla fine prevale il contemperamento degli interessi. E’ più facile fare compromessi con il risultato di fare una politica mediocre lontana anni luce da quello che chiedono i cittadini. Un rischio di cui non si può non tenere conto. Ma tutti questi interrogativi avranno presto una soluzione. Per il PD già alle elezioni europee, da tempo designate come ultimo appello per la giovane formazione di centrosinistra. Se il risultato non dovesse essere soddisfacente non si esclude una spaccatura interna tra le varie correnti. Per il PdL si dovrà attendere qualche anno e in particolare il pensionamento di Berlusconi. La Storia insegna che dopo i grandi Imperatori come Costantino e più tardi Carlo V il Regno è stato diviso tra gli eredi.Dopo l’abdicazione del Cavaliere ci saranno molti pretendenti al trono. A partire da Gianfranco Fini che ha caldeggiato l’adesione di AN al nuovo partito con lo scopo, neanche troppo velato, di arrivare a Palazzo Chigi. Ma non solo. Formigoni non ha intenzione di governare la Lombardia in eterno. E poi ci sono Schifani, Galan , Tremonti e qualche outsider. Sarà una lotta senza esclusioni di colpi. Forse allora il Partito delle Libertà non sarà solido come sembra. Staremo a vedere. |
|
La notizia della condanna all’ergastolo di Josef Fritzl ha lasciato tutta l’Italia senza parole. No, non fraintendete. La pena detentiva a vita (che peraltro verrà probabilmente scontata in un ospedale psichiatrico) era il minimo per le mostruosità compiute da quest’uomo. Piuttosto stupisce che la Corte austriaca in quattro giorni abbia deliberato sulla sorte dell’imputato. In 96 ore la giustizia ha fatto il suo corso e se entro martedì non verrà proposta impugnazione la sentenza diventerà definitiva. A pochi metri dal confine nazionale, non in un posto utopico inventato da qualche sognatore, c’è una giustizia che funziona e che dà fiducia ai cittadini. Il solo stupirsi di questo, che dovrebbe essere la normalità, è già un male. Nell’antica Roma i processi duravano dall’alba al tramonto quando l’imputato conosceva la sua sorte. Dentro o fuori. Senza tante perdite di tempo. Ora siamo nell’età dei diritti, il nostro processo penale è un ibrido tra accusatorio e inquisitorio. Tradotto: le prove raccolte fuori dal processo non valgono nulla e vanno riprodotte davanti ai giudici. Gli avvocati sollevano eccezioni su tutto: anche sulla presenza della pioggia invece del sole che potrebbe mettere di cattivo umore la Corte. Poi ci sono i continui rinvii perché, se permettete, i giudici hanno anche (o soprattutto?) altro da fare che passare il loro tempo tra le carte dei processi ad amministrare la giustizia. Tempo fa, all’epoca in cui era ministro della giustizia, Roberto Castelli fece sostituire la frase che spicca nelle aule dei tribunali La legge è uguale per tutti con La giustizia è amministrata in nome del popolo. Uno dei primi provvedimenti del ministro Mastella fu quello di annullare la modifica. Il problema è che né l’una né l’altra sono vere in questo paese. Spieghiamoci. Formalmente è vero che la legge è la stessa per tutti: per chi scrive come per chi legge, per il mio vicino di casa e per i ministri della Repubblica. Altra cosa è dire che vi sia un’applicazione uniforme con il gioco del bilanciamento delle circostanze attenuanti o aggravanti che fanno divertire giudici e avvocati (un po’ meno gli studenti!). L’assunto che la giustizia dovrebbe essere amministrata in nome del popolo fa poi sorridere. Prendete una sentenza qualsiasi e leggete l’incipit. Suona più o meno così: “In nome del popolo italiano il giudice x ha pronunciato la seguente sentenza nei confronti dell’imputato…”. Rifletteteci. I giudici non stanno facendo il proprio interesse o un lavoro qualsiasi ma stanno mettendo la loro competenza professionale al servizio dei cittadini italiani. In un certo senso siamo tutti noi a scrivere le sentenze. Ovviamente non è, o almeno non solamente, colpa loro se la giustizia italiana va male. Urge una riforma seria con la quale vengano assicurati i diritti degli imputati ma anche dei cittadini onesti. L’ordinamento giudiziario austriaco ha dimostrato che in quattro giorni si può comminare una pena equa per punire un colpevole di omicidio, stupro e violenza psicologica, incesto, sequestro di persona e riduzione in schiavitù. Gli otto giurati non sono degli alieni ma persone che hanno un sistema penale serio e voglia di esercitare il loro compito. Da ogni parte del nostro Paese giunge dunque una domanda di giustizia. Di certezza della pena. Che non vuol dire ergastolo a ogni delinquente. Piuttosto che ogni condanna, anche breve, sia eseguita interamente. Le teorie penali più serie affermano che il reo, per espiare la sua colpa, ha bisogno di essere punito. La giustizia prima che un dovere è un diritto. Anche e specialmente per i cittadini che vogliono vivere tranquilli e non nella paura. La giustizia deve dare loro risposte certe e veloci. Si potrebbe partire dalla modificazione del sistema impugnatorio penale che risale all’epoca fascista. Sarebbe un primo passo. Poi come spesso si dice: le leggi ci sono ma vanno fatte rispettare (e possibilmente rispettate!). Per una volta sarebbe bello importare dall’estero questo modello positivo visto che in quelli negativi siamo dei professionisti. Proviamoci. |
|
La Juventus esce sconfitta da Standford Bridge. Il Chelsea passa di misura e, pur non brillando, si impone sui bianconeri che mostrano ancora una volta tutti i loro limiti nonostante quel carattere che non manca mai e che ha evitato un passivo più severo. Avvio devastante degli inglesi con la squadra di Ranieri che nel primo quarto d’ora non vede il pallone. Kalou sulla destra è incontenibile ma il protagonista assoluto è il redivivo Drogba che prima spaventa Buffon con un colpo di testa poi viene atterrato in area reclamando un rigore e infine al 12’ porta in vantaggio i blues imbeccato da Kalou sul filo del fuorigioco. Dedicato a Scolari. La Juve è imbambolata e stenta a reagire. Il tracollo sembra vicino ma, su una ripartenza, Tiago imbecca capitan Del Piero che scalda le mani a Cech. Finalmente i bianconeri capiscono che la partita è iniziata e prendono le misure ma la porta inglese resta un miraggio lontano per il resto della prima frazione. Il secondo tempo si apre con il Chelsea che domina: la Juve è a un passo dalla capitolazione. Ci si mette pure la grana Camoranesi che al 51’ è costretto a uscire per infortunio. Ma il sostituto Marchionni supera il maestro mettendo ordine sulla fascia destra e facendo sussultare i tifosi con un tiro alto di poco sopra la traversa. Entra Marchisio per Tiago mentre nel Chelsea Malouda rileva l’invisibile Anelka. Il giovane centrocampista bianconero sfiora il gol della vita con un destro da lontano. La partita diventa nervosa e Molinaro e Ballack rischiano un cartellino rosso che non sarebbe fuori luogo . Poi anche Sissoko rimedia il giallo e dopo l’ennesimo pallone perso Ranieri lo sostituisce con Trezeguet. La Juve si scuote e proprio il francese ha sul piede l’occasione più nitida del match per pareggiare. Il tiro è sporco e Cech para senza difficoltà. I bianconeri sono padroni del campo ma i minuti scorrono. Al 94’ Nedved ha sul piede la palla della beffa. Il tiro è perfetto ma Alex mette il corpo e devia fuori. Il Ceco reclama giustamente il calcio d’angolo ma l’arbitro commette forse l’unico errore della partita negandoglielo. Arriva il fischio finale. Ora l’appuntamento è a Torino il 10 marzo. Il risultato è ribaltabile ma difficile da ribaltare. Perché segnare due gol al Chelsea è impresa ardua. Perché contenere Drogba e Kalou sarà un problema se il reparto difensivo bianconero mostrerà le amnesie di ieri sera. Perché se il centrocampo non fa gioco non si vincono le partite. Non è possibile consentire che Chiellini sia il regista della squadra con lanci alla cieca in avanti sperando nei miracoli di Amauri o Del Piero. E non è possibile soprattutto che una squadra che vuole essere tra le otto migliori d’Europa sbagli il 42% dei passaggi tentati. Non si può chiedere a Sissoko di essere il regista che non è e, per di più, farlo sfiancare a correre in ogni zona del campo. E non si deve concedere fiducia illimitata a Tiago che è ancora l’ombra, e forse resterà tale, del giocatore ammirato proprio nel Chelsea e che si è mostrato, ancora una volta ma non solo per colpa sua, estraneo al gioco bianconero. Sarà un caso ma con l’ingresso di Marchisio, la squadra ha cambiato passo. Dalla serata di Standford Bridge è emerso ancora una volta il problema del regista mancante. Il Diego ammirato contro il Milan in Coppa Uefa sarebbe l’uomo giusto per far fare a una squadra discreta e caratterialmente indomita quel salto di qualità invocato dai tifosi. Serve qualcuno che detti i passaggi, che faccia salire la squadra e che gestisca il pallone togliendo l’affanno ai compagni. Speriamo che poi non arrivi Cassano. Intanto, per questa stagione, Ranieri si deve accontentare degli uomini che ha e sono questi a dover tentare l’impresa tra due settimane. Serve una Juve “alla Signora” e il coraggio di Ranieri di schierare il tridente Amauri-Del Piero-Trezeguet per impensierire la non impeccabile retroguardia blues. Bisogna segnare. Per il mercato che potrà essere migliore quanto più avanti si andrà, per la stagione, per la storia. O semplicemente per poter dire di avercela fatta. |


Inviato da: scrivisulmioblog
il 19/02/2009 alle 18:37
Inviato da: a_glock_17_for_me
il 15/02/2009 alle 18:54