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Postefonica, un blog sulla telefonia di PosteMobile...

Post n°66 pubblicato il 26 Maggio 2012 da emmedicom
 
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ISTAT: le imprese italiane non rinnovano i business model e non investono in ICT

Post n°65 pubblicato il 24 Maggio 2012 da emmedicom
 
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ICT e attività innovative cruciali per la crescita e la competitività delle imprese. Nonostante questo nel Rapporto Istat si rileva che l’Italia registra dati inferiori a quelli dei principali paesi europei.

Forte contrazione della crescita negli ultimi dieci anni legata a una scarsa dinamicità. A dirlo è l’Istat nel suo Rapporto annuale dove si evidenzia anche che in Italia gli investimenti pubblici, importante fattore di crescita economica, sono inferiori alla media europea.

La conclusione è preoccupante: le imprese italiane, a differenza di quelle dei principali paesi europei, non rinnovano abbastanza i propri modelli organizzativi e non investono in nuove tecnologie.

 “L’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) e le attività innovative rappresentano due aspetti cruciali, spesso tra loro interconnessi, per la crescita e la competitività delle imprese”, sottolinea l’Istat.

Il progetto europeo denominato Esslimit, al quale partecipano gli Istituti nazionali di statistica di 15 paesi europei (compreso l’Istat) apre una prospettiva di analisi microeconomica del fenomeno attraverso la predisposizione di basi informative a livello di impresa e modelli di analisi che danno conto di alcuni importanti aspetti, non desumibili da statistiche aggregate.

Un primo rilevante risultato riguarda il rapporto tra l’adozione di tecnologie dell’informazione e comunicazione e la realizzazione di attività innovative. Per l’insieme dei paesi considerati, le imprese innovative dispongono con maggior frequenza di un collegamento a banda larga rispetto a quelle non innovative. Questo è confermato per tutti i tipi di innovazione (nei prodotti realizzati, nei processi produttivi, nell’organizzazione d’impresa) e nei diversi macro-settori d’attività, nonostante la connessione a banda larga rappresenti ormai un servizio di base, per il quale non dovrebbero più esservi differenze significative tra le imprese. Se si considera lo stesso indicatore misurato per gli addetti dell’impresa, indicatore che incorpora indirettamente alcune informazioni sull’organizzazione d’impresa e la ripartizione del personale tra le diverse funzioni aziendali, il differenziale a favore delle imprese innovatrici cresce notevolmente, soprattutto con riferimento all’innovazione di prodotto.

Tutte e tre le forme di innovazione, inoltre, risultano positivamente correlate con altre variabili sull’uso delle Ict. In particolare, considerando il commercio elettronico, la percentuale di imprese con vendite e, soprattutto, acquisti online, risulta significativamente maggiore tra quelle innovative.

Per le vendite online, le differenze maggiori rispetto alle imprese non innovatrici si hanno per le imprese che realizzano innovazioni di processo; per gli acquisti, tra le imprese che hanno intrapreso innovazioni organizzative. I maggiori divari nelle vendite si hanno per le imprese manifatturiere non-Ict con innovazioni organizzative; per gli acquisti, per le imprese innovatrici nell’aggregato delle produzioni Ict e dei servizi di mercato. Nella maggioranza dei paesi, compresa l’Italia, si osserva un differenziale positivo a favore delle imprese innovatrici rispetto a quelle non innovatrici superiore al 10 per cento per la realizzazione di acquisti o line (con un picco di oltre il 25 per cento per i Paesi Bassi) e inferiore a tale valore (in particolare in Finlandia e Italia) per le vendite.

 Guardando ai rapporti tra la crescita d’impresa (in termini di fatturato e addetti) e l’uso delle tecnologie dell’informazione, quest’ultimo è nettamente superiore tra le imprese ad alta crescita (definite in ambito europeo come le imprese con almeno 10 addetti con tassi di crescita del fatturato o degli addetti superiori al 20 per cento annuo per un triennio) rispetto al resto delle imprese.

 Nei paesi considerati si osservano differenze statisticamente significative nella diffusione dei principali strumenti Ict nelle imprese e, in particolare, per l’adozione di sistemi informatici di enterprise resource planning (che integrano la gestione dei processi d’impresa, dalle vendite, agli acquisti, alla gestione di magazzino, alla contabilità) per tutti i macro-settori considerati.

In Italia, l’incidenza è generalmente più bassa che nelle economie più avanzate, con differenze di ordine analogo, significative con un margine dell’uno per cento, per tutte le variabili di diffusione considerate. I differenziali nell’incidenza dell’attività innovativa a favore delle imprese ad alta crescita rispetto alle altre imprese – pur se in media appaiono tutti significativamente positivi – sono, invece, molto diversificati per tipologia di innovazione tra macro-settori d’attività e tra paesi.

Le differenze sono particolarmente significative nell’aggregato Ict e nella manifattura. Nel caso dell’Italia, tra le imprese a rapida crescita l’incidenza di imprese innovative è decisamente minore nel settore Ict, e anche nella manifattura quelle con innovazioni di prodotto e processo sono meno rappresentate. Per l’aggregato dei servizi di mercato, invece, in tutti i paesi tutte le forme di innovazione risultano significativamente più diffuse nelle imprese ad alta crescita, con alcune eccezioni per Norvegia, Regno Unito e Paesi Bassi.

 L’uso delle tecnologie ICT appare, quindi, generalmente connesso con attività innovative. In particolare, le prime evidenze riscontrate segnalano nel gruppo delle imprese più dinamiche per crescita dimensionale una maggiore presenza di imprese che fanno un uso intensivo delle Ict e che realizzano innovazioni (sia pure con maggiori differenze tra le economie e le aree d’attività). Inoltre, le stime econometriche mostrano la presenza di un effetto generalmente positivo delle variabili d’uso delle tecnologie utilizzate sulla produttività. Per l’Italia, in particolare, risultano produrre un effetto significativo sulla produttività l’adozione di sistemi di gestione delle relazioni coi clienti (Customer relationship management) e di condivisione delle informazioni coi fornitori, la dotazione di connettività in mobilità e, in particolare, l’incidenza della connettività (in banda larga) tra gli addetti, che, come accennato sopra, rappresenta un indicatore indiretto della struttura d’impresa in termini di qualifiche del personale impiegato.

 

 

 
 
 

L'e-commerce batte la crisi: fattori di successo (e di criticità) del commercio elettronico

Post n°64 pubblicato il 24 Maggio 2012 da emmedicom
 
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La crisi economica mondiale continua a farsi sentire in Italia (con conseguenze drammatiche sull'economia e sulla vita delle persone), ma quando parliamo di crisi bisogna ricordare che le difficoltà non si manifestano orizzontalmente nel paese ma spesso sono verticali, riguardano cioè in maggior misura certi settori economici e, conseguentemente, altri ne risultano solo parzialmente toccati mentre altri ancora ne risultano addirittura rafforzati (cd. settori anticiclici).

Tra i settori economici del Belpaese ad aver retto efficacemente l'impatto della crisi c'è sicuramente quello dell'e-commerce che, anzi, continua a crescere a dispetto delle difficoltà del paese (oppure proprio grazie a queste).

In questo articolo mi propongo di analizzare con voi i fattori di successo dell'e commerce nel contesto economico attuale nella speranza che possiate trarne spunto nel creare un'attività on-line di successo.

Situazione dell'e-commerce in Italia

Come detto il commercio elettronico sta conoscendo un ottimo periodo di salute in Italia eppure, se alziamo lo sguardo, ci rendiamo conto che su scala europea il peso dell'e-commerce in Italia sull'economia è molto inferiore rispetto ad altri paesi: in Germania, Francia e Gran Bretagna l'incidenza dell'e-commerce rispetto al volume complessivo delle vendite, infatti, è decisamente superiore rispetto al mercato italiano... ma perché questa differenza col resto dei paesi evoluti del continente?

Beh, i motivi sono molteplici e vanno ricercati in fattori sia culturali (il nostro e' un paese molto legato alle tradizioni che fatica a cambiare) che strutturali (il problema mai risolto del digital divide e della arretratezza della Rete) che politici (sicuramente non è stato d'aiuto il non aver mai predisposto un'Agenda digitale per l'Italia).

Quanto detto, oltre a rivelare una situazione di obiettiva arretratezza del nostro paese, tuttavia, lascia presagire un futuro prospero per l'e-commerce con margini di crescita a due cifre anche negli anni a venire dove una riduzione di questo gap culturale e tecnologico sembra decisamente inevitabile.

A testimoniare il fermento del settore, inoltre, le recenti proposte di una aliquota IVA agevolata per chi vende on-line nonché la recente presa di coscienza dell'esecutivo circa la necessita del rafforzamento della banda larga quale fattore decisivo per il superamento della crisi nel nostro paese.

E' il momento giusto per buttarsi nell'e-commerce?

Sì, senza ombra di dubbio.

I dati degli ultimi anni (+32% del 2011 rispetto al 2010, un giro d'affati di 18 miliardi di Euro) dimostrano inequivocabilmente che l'e-commerce non è più un'opportunità: l'e-commerce è un indispensabile strumento di vendita nonchè un'ottima risorsa per resistere alla crisi.

Mentre le vendite tramite i canali tradizionali sono "al palo", i canali distributivi on-line segnano numeri positivi con trend di crescita a due cifre. Avere un canale di vendita on-line, quindi, diventa indispensabile all'interno delle strategie distributive delle imprese italiane.

Perché l'e-commerce funziona?

In linea di massima, il commercio elettronico funziona perché è comodo e conveninte. E' possibile comprare qualsiasi cosa senza uscire di casa, senza girovagare alla ricerca di un parcheggio, senza fare code alle casse. Ma non solo, col commercio elettronico è possibile accedere ad un magazzino di prodotti virtualmente sterminato (difficilmente nella realtà è possibile avere una così vasta scelta di prodotti) ed approfittare di prezzi particolarmente concorrenziali.

Ma andiamo per gradi e vediamo, in modo schematico, gli elementi di successo e quelli di criticità dello shopping on-line dal punto di vista sia del cliente che del venditore.

Fattori di successo e di criticità dal punto di vista del cliente
  • Elementi di successo
    • Possibilità di acquistare in ogni momento (24h, 7 giorni su 7)
    • Possibilità di scegliere ed acquistare senza uscire di casa
    • Risparmio di tempo (non si deve fare la strada per recarsi al punto vendita ne perdere tempo in coda alle casse)
    • Enorme possibilità di scelta all'interno di cataloghi prodotti davvero vastissimi e ricchi di prodotti introvabili o di nicchia
    • Risparmio economico (prezzi piu bassi e azzeramento dei costi legati agli spostamenti cioè carburante, parcheggi, pedaggi, ecc)
  • Elementi di criticità
    • Non si ha un contatto diretto col venditore
    • Non si ha un contatto fisico col bene che si acquista
    • Spesso si paga prima di avere il bene tra le mani (è determinante avere fiducia nei confronti di chi vende)
Fattori di successo e di criticità dal punto di vista del venditore
  • Fattori di successo
    • Minori costi rispetto ad uno store tradizionale (non si paga l'affitto del negozio, si necessita di meno personale, gestione ottimale del magazzino e delle scorte)
    • Maggiore efficenza rispetto ad uno store tradizionale (aperto 24h 7 giorni su 7, non esistono scioperi ne festività: il sistema di vendita e' perennemente attivo anche a Natale e Ferragosto!)
    • Possibilità di vendere mediante dropshipping (senza cioè avere alcuna necessita di gestire un magazzino)
  • Fattori di criticità
    • Non tutti i clienti sono disposti a concludere transazioni on-line per paura di cadere vittima di truffe
    • Gestione di un rapporto regolato dalle norme sui contratti a distanza che offrono maggiori tutele agli acquirenti (tra cui, soprattutto, un diritto di recesso piuttosto rafforzato)
    • Gestione delle spedizioni e dei resi che necessitano di un efficiente sistema di logistica
    • L'utilizzo di una piattaforma di e-commerce necessita dell'assistenza di un esperto che sappia guidare il venditore nell'utilizzo delle funzionalità dello store e nella predisposizione delle giuste strategie di marketing on-line.

In linea di massima è possibile concludere che, tanto per il cliente che per il venditore i vantaggi sono senza dubbio superiori agli elementi di criticità, tuttavia un'attenta analisi di questi ultimi può essere determinante nello studio di strategie di vendita on-line di successo.

Consigli per creare un e-commerce di successo
  • Avere un sito effeciente e facile da usare
    Credo che questa sia la prima regola: se abbiamo un e-commerce sgangherato su un server poco affidabile non potremo certamente sperare di cavalcare l'onda del successo del commercio elettronico. Un sito web di qualità, altamente usabile e performante è garanzia di successo in Rete (regola universale valida non solo per i siti di e-commerce).
  • Lavorare sul proprio Brand
    Lo dico da sempre: "La gente in Rete compra dai marchi di cui si fida". Su Internet, ancora più che nel "mondo reale", la popolarità del Brand è una chiave determinante per il successo di un'attività di commercio elettronico (a confermarlo sono i dati di una recente rilevazione di Casaleggio e Associati che attribuisce al brand un peso del 49% tra i fattori determinanti di successo). Se la gente conosce il vostro brand sarà portata a fidarsi di voi e non avrà timore di incorrere in qualche brutta sorpresa.
  • Offrire una vasta scelta di prodotti
    Come detto, l'ampiezza della scelta è uno dei fattori chiave del successo dell'e-commerce. Gli utenti spesso vanno in Rete alla ricerca di prodotti che è difficile trovare sugli scaffali dei negozi e dei grandi magazini. Se avete intenzione di aprire una libreria on-line non pensate di poter lanciare il vostro business vendendo solo i best seller del momento! Avere un catalogo ampio e ricco di prodotti di nicchia può sicuramente risultare un fattore vincente all'interno di una strategia di vendita on-line.
  • Offrire prezzi concorrenziali
    Il fattore prezzo è determinante ed essere concorrenziali su Internet significa riuscire a confrontarsi con migliaia di altri store che vendono il nostro stesso prodotto. Il prezzo, in realtà, non è il vero elemento discriminante (conta molto di più il brand del venditore) ma è certamente un aspetto centrale di ogni processo di vendita.
  • Offrire un sistema di consegna efficente e rapido
    Se vendete dei prodotti avete bisogno di consegnarli ai vostri clienti. In questa fase è determinante garantire rapidità, sicurezza e costi contenuti. Un efficente sistema di gestione del magazino merci e del processo di spedizione rappresentano due fasi determinanti per il successo di uno store on-line.
  • Offrire un servizio di assistenza pre e post vendita
    Lavorare in Rete non significa escludere il contatto coi clienti, anzi! Per vendere on-line è molto importante offrire un adeguato servizio di assistenza sia pre che post vendita in modo da garantire all'acquirente il giusto supporto durante le diverse fasi della sua esperienza di acquisto.
Conclusioni

Se avete deciso di portare on-line il vostro business avete scelto il momento giusto. Ritardare ulteriormente potrebbe significare perdere un'occasione importante di crescita.

Se vi siete determinati nel fare questo passo valutate con calma ed attenzione gli aspetti salienti del vostro business e cercate di individuarne gli aspetti vincenti (da valorizzare) e quelli di criticità (da eliminare o attenuare).

Fatto questo stanziate dei budget consoni alla vostra realtà ed alle vostre aspettative; rivolgetevi ad un esperto e studiate insieme a lui la giusta strategia per affacciarvi in Rete ricordando che il successo, anche on-line, è frutto di lavoro, sacrifici ed investimenti. In bocca al lupo!

(fonte: mrwebmaster.it)

 

 

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Post n°63 pubblicato il 23 Maggio 2012 da emmedicom
 
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Editoria: quasi 2 milioni di italiani hanno comprato libri online mentre il 54% dei giovani scarica notizie dal web

Post n°62 pubblicato il 22 Maggio 2012 da emmedicom
 
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Nel Report Istat, produzione e lettura di libri in Italia.

Lo stato di salute dell’editoria italiana, 2010-2011, in un Report dell’Istat pubblicato ieri. Dia dati raccolti emerge che nel 2010 c’erano 2.700 case editrici che evidenziano un saldo negativo rispetto all’anno precedente: il numero di nuovi editori è, infatti, inferiore a quello degli editori che hanno cessato l'attività.

Il 2010 segna però un incremento complessivo della produzione libraria, interrompendo la tendenza negativa degli ultimi anni. Rispetto al 2009, le opere pubblicate passano da 57.558 a 63.800, con un aumento del 10,8%.

In crescita anche le tirature, la cui ripresa è più contenuta: da 208 milioni di copie a oltre 213 milioni (+2,5%). Si è poi ridotta del 7,6% la tiratura media di ciascuna opera (da oltre 3.600 copie per titolo del 2009 a poco più di 3.340 nel 2010).

 Le case editrici si orientano verso una maggiore offerta per varietà e quantità delle opere e un contenimento dell'attività di stampa. Tra il 2005 e il 2010, si registra una crescita dei titoli del 6,8% e una contestuale decrescita del 23,6% delle tirature medie.

Nel 2010, la quota più consistente, tanto dei titoli (26,2%) quanto delle tirature (40%), è rappresentata dalla categoria di prezzo fino a 10 euro.

Sempre in testa nella produzione libraria risulta la categoria della letteratura moderna: i romanzi e i racconti pubblicati nel 2010 rappresentano il 20% dei titoli e il 28% delle copie stampate. Si conferma una crescita sostenuta delle opere per ragazzi, che rispetto al 2009 aumentano del 13,7% per numero di titoli e del 12,6% per tiratura.

 

Nel 2011 poco meno di 26 milioni di Italiani di 6 anni e più dichiarano di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l'intervista, per motivi non strettamente scolastici e/o professionali. Rispetto al 2010 i lettori di libri diminuiscono, passando dal 46,8% al 45,3% della popolazione.

 

Le donne confermano di essere lettrici più assidue degli uomini: leggono almeno un libro il 51,6% delle femmine rispetto al 38,5% dei maschi. Le differenze di genere sono massime tra i 15 ed i 44 anni e tendono a ridursi significativamente con l'avanzare dell'età, dopo i 60 anni.

 

La quota più alta di lettori si riscontra tra i ragazzi e le ragazze con età compresa tra 11 e 17 anni (60,5%). Avere genitori che leggono rappresenta un fattore che influenza i comportamenti di lettura dei figli. Leggono libri il 72% dei ragazzi tra 6 e 14 anni con entrambi i genitori lettori, contro il 39% di quelli i cui genitori non leggono.

 

Si legge di più al Nord e nel Centro del Paese, dove la percentuale di lettori è superiore al 48% della popolazione di 6 anni e più. La propensione alla lettura è minore nel Sud e nelle Isole, dove la quota di lettori scende sotto il 35%.

 

In Italia, anche chi legge, legge molto poco: il 45,6% dei lettori non ha letto più di 3 libri in 12 mesi, mentre soltanto i "lettori forti", cioè chi ha letto 12 o più libri nello stesso lasso di tempo, è il 13,8% del totale.

Nel 2011, il 9,9% delle famiglie dichiara di non possedere alcun libro in casa; il 63,7% ne ha almeno 100, l'11,8% da 101 a 200 e il 14,4% più di 200.

 

Oltre un milione e 900 mila persone con età compresa tra 16 e 74 anni ha comprato libri, giornali, riviste o ebook, su Internet: sono oltre un quarto (27,8%) di coloro che effettuano acquisti online.

La quota di giovani lettori che scaricano giornali, news, riviste da Internet è pari al 53,9% e quella di coloro che consultano un Wiki online è del 69%.

 

 

 
 
 

Librerie italiane vuote diminuiscono i lettori

Post n°61 pubblicato il 22 Maggio 2012 da emmedicom
 
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Sempre meno italiani leggono almeno un libro all'anno, nonostante l'aumento della produzione libraria complessiva. Leggono di più le donne, i giovani e i laureati, specialmente se abitano al centro nord Passano sempre meno libri tra le mani degli italiani. I lettori, di tutte le età, sono diminuiti. Secondo l'Istat, nel 2011 sono poco meno di 26 milioni quelli che hanno letto almeno un libro, il 45,3% della popolazione. L'1,5% in meno rispetto al 2010. Di questi 26 milioni quasi la metà non ha letto più di tre libri che non fossero legati a motivi scolastici o professionali. Solo il 13,8% appartiene alla categoria dei lettori "forti", quelli che cioè hanno letto almeno un libro al mese. Il primato resta alle donne, il 51,6% legge almeno un libro all'anno, contro il 38,5% degli uomini. Una differenza marcatissima tra i 15 e i 44 anni, ma che tende a stabilizzarsi oltre i 60 anni.

I lettori più assidui sono i ragazzi tra gli 11 e i 17 anni (60,5%). L'ambiente familiare è importantissimo: legge il 72% dei ragazzi tra sei e 14 anni, figli di lettori, mentre la percentuale cala al 39% se i genitori non leggono. Anche il titolo di studio influisce fortemente sui livelli di lettura, specialmente a parità di età: si va da un massimo dell'81,1% tra i laureati a un minimo del 27,9% tra chi ha la licenza elementare o nessun titolo di studio. Rispetto al 2010 la quota di lettori tra le persone in possesso di un diploma di scuola secondaria inferiore o superiore è diminuita di circa due punti percentuali. Con riferimento alle persone di 15 anni e più, se si tiene conto della condizione professionale, si evidenziano livelli di lettura superiori alla media tra dirigenti, imprenditori e liberi

professionisti (69%), direttivi, quadri e impiegati (66,3%) e studenti (65,3%). I più bassi livelli di lettura si registrano tra gli operai (32%), i ritirati dal lavoro (33,6%) e le casalinghe (34,4%).
 
DIFFERENZE TERRITORIALI - Al Centro-Nord si legge di più. La percentuale di lettori è superiore al 48% della popolazione, mentre al Sud e nelle Isole si scende sotto il 35%. Un'eccezione tra le regioni del Mezzogiorno è la Sardegna, dove la quota dei lettori è superiore alla media nazionale (46,7%). La differenziazione geografica non è solo nella lettura, ma anche nella produzione: due libri su tre sono pubblicati e stampati a Milano, Roma o Torino. Lombardia, Lazio e Piemonte sono infatti, rispettivamente, la prima, la seconda e la terza regione per produzione di titoli e tirature. Bene anche l'Emilia-Romagna e la Toscana. Grossa contrazione invece in Puglia, Calabria e Sardegna.

LA RIVINCITA DELL'ONLINE - Più di un milione e 900 mila persone tra 16 e 74 anni, il 27,8% delle persone che effettuano acquisti online, ha comprato libri, giornali, riviste o ebook su internet. Di questi due milioni circa, oltre la metà (53,9%) sono giovani tra 16 e 24 anni, più abituati all'utilizzo delle nuove tecnologie. L'e-commerce poi, rileva l'Istat, può essere un metodo per avvicinare la popolazione ai prodotti culturali e alla lettura. Un non lettore su tre (32,4%) ha letto o scaricato prodotti editoriali digitali dalla rete e il 43,3% ha consultato un'enciclopedia online, o wiki. La propensione rimane però legata al grado di alfabetizzazione culturale: i lettori deboli che leggono o scaricano libri e riviste online sono il 48,8%, il 69% quelli che consultano un wiki, mentre tra i lettori forti le percentuali salgono rispettivamente al 68,5% e all'85,5%.

EDITORIA - La crisi non risparmia gli editori, che registrano un saldo negativo. Nel 2010 si contano 2.700 case editrici, ma rispetto all'anno precedente il numero dei nuovi editori è inferiore al numero di quelli che hanno cessato l'attività. Bene invece la produzione libraria complessiva. Il 2010 segna un incremento passando da 57.558 opere pubblicate nel 2009 a 63.800, un aumento del 10,8%. Leggermente in crescita anche le tirature: un aumento del 2,5%, da 208 a 213 milioni di copie. Ma le case editrici puntano a offrire una scelta maggiore al lettore: aumentano i titoli del 6,8% e diminuiscono le tirature medide del 23,6%. Ampia preferenza poi per il lowcost: le edizioni il cui costo è inferiore ai dieci euro sono, sia per titoli (26,2%) che per tirature (40%), le pubblicazioni più consistenti. Complessivamente però il valore della produzione libraria è in calo. Nel 2010 è quantificabile in poco più di 4.052 milioni di euro: il 9,3% in meno rispetto all'anno precedente e il 16,4% rispetto al 2005.

 

 

 
 
 

Dall’Agenda Digitale nuova linfa al lavoro

Post n°60 pubblicato il 21 Maggio 2012 da emmedicom
 
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Nelle società “avanzate” europee l'occupazione dovrà diventare sempre più ad alto contenuto di conoscenza e di tecnologia. Parametri quali tempi e orari saranno sempre meno significativi

 

Nella parte introduttiva del report annuale dell’International Labour Organization (Ilo), è riportata un’affermazione illuminante: “In breve, questo rapporto chiede ai Paesi di mettere in pratica le condizioni necessarie per un deciso cambiamento nell’attuale approccio politico. Mette in risalto la necessità di un approccio che riconosce l’importanza di porre il lavoro in cima all’agenda politica e la necessità della coerenza tra politiche macroeconomiche, dell’occupazione e del sociale”.

Il lavoro in cima. Ma quale lavoro? Se sono vere le proiezioni dell’Ue, nei prossimi anni il tipo di lavoro è destinato a trasformarsi radicalmente. Soprattutto nelle società “avanzate” europee il lavoro dovrà diventare sempre più un lavoro ad alto contenuto di conoscenza e di tecnologia, e quindi lavoro in cui i parametri “tempi e orari” saranno sempre meno significativi, l’identificazione della “sede” sempre meno possibile, la dimensione del “dipendente” e del “subordinato” sempre meno diffusa. Lavoratori nomadi, che si connettono dai propri computer, dagli smartphone, ma anche costantemente in viaggio per realizzare idee e contenuti, per i quali il telelavoro non è un’eccezione, ma la normalità. Lavoratori fragili, perché per loro natura indipendenti e in continua relazione con le diverse comunità, ma non parte di una struttura. E per questo non salvaguardati.

In Italia lavoratori della conoscenza è sinonimo di precarietà. E chi è precario è un passo avanti, perché i giovani, che in gran parte sono naturalmente “lavoratori della conoscenza”, di lavoro non ne trovano. E finiscono per non cercarlo più. Sempre dal Rapporto dell’Ilo, in Italia “ la disoccupazione giovanile, salita al 32,6% durante il 4° trimestre del 2011, è più che raddoppiata dall’inizio del 2008. [..]  Inoltre, molti lavoratori escono completamente dal mercato del lavoro: nello scorso anno, il tasso dei lavoratori che non cercano più lavoro ha raggiunto il 5% del totale della forza lavoro. Il numero dei Neet ha raggiunto il livello allarmante di 1,5 milioni.” 

Se la crescita italiana dipende anche in gran parte dalla sua capacità di innovare nei prodotti e nei servizi, i lavoratori della conoscenza e in particolare i giovani non possono essere ai margini. Anche perché non esiste un “destino di progresso”. Lo sappiamo, il futuro bisogna costruirselo.

Questo ci aspettiamo anche dall’Agenda Digitale Italiana in corso di elaborazione. Che delinei una visione di società, di futuro a cui tendere, a cui il piano strategico (l’agenda digitale, appunto) sia funzionale.

L’Ilo ci avverte che questa visione deve mettere al centro il lavoro. Il nuovo lavoro, un lavoro del tutto diverso da quello oggi regolamentato e salvaguardato. Basato su un modello che privilegi la creatività, la libera circolazione delle idee, la condivisione, il riuso, il remix, come pilastri della creazione di valore. In cui la contaminazione di comunità e di lavoratori di aziende diverse diventa un presupposto per innescare processi creativi e per stimolare miglioramenti nella qualità della vita.

L’attuale declinazione degli obiettivi dell’Agenda si sofferma su questo nodo: non è delineato un nuovo modello di lavoro, non ci sono i nuovi lavoratori, non c’è un nuovo welfare. Non ancora, almeno. Eppure, è proprio nel documento strategico dell’Agenda Digitale che si devono porre le condizioni per la trasformazione sociale di cui abbiamo bisogno e che è alla base della possibilità di riprendere a migliorare la qualità della vita. I tempi sono stretti. E senza una visione organica del futuro non ci sono strategie vincenti.

 

 

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ICT e ambiente: anche l’Italia nel progetto EARTH. Obiettivo, ridurre le emissioni delle reti 4G

Post n°59 pubblicato il 16 Maggio 2012 da emmedicom
 
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Smartphone e tablet saranno sempre più onnipresenti nelle nostre vite e saranno presto gli strumenti più utilizzati per navigare in internet: già oggi, 1,2 miliardi di persone nel mondo accedono al web da un dispositivo mobile e la cifra è destinata a crescere di centinaia di milioni di unità all’anno.

Un trend positivo, non solo per le casse delle società produttrici di device, ma anche per la gente che li utilizza, che ha più servizi a portata di mano e – in un futuro si spera non troppo lontano – potrà interloquire con le pubbliche amministrazioni anche attraverso questi strumenti, risparmiando tempo e denaro.

 Esistono però, eccome, anche i risvolti preoccupanti di questo sviluppo, soprattutto in termini di impatto ambientale: i video mobili e i tanti altri servizi dati consumano più energia delle ‘vecchie’ chiamate e degli sms e questo genera non solo costi aggiuntivi per gli operatori – che si riflettono, poi, sui consumatori – ma anche un forte aumento delle emissioni di anidride carbonica.

Dal 2007 al 2020, calcola la Ue, le emissioni del settore mobile saranno il triplo di quelle attuali e corrisponderanno a quelle prodotte in un anno dal Lussemburgo.

 In questo contesto si inserisce il progetto EARTH: finanziato dalla Ue con 10 milioni dei 15 complessivi, ha ricevuto il premio ‘Future Internet Award’ 2012 per l’apporto fornito alle soluzioni per il risparmio energetico nel settore della telefonia mobile, in particolare per quanto riguarda l’ottimizzazione dei consumi delle base station 4G/LTE, che rappresentano gli elementi più voraci di energia della rete. Nel mondo ci sono attualmente circa 5 milioni di base station e saranno almeno 11 milioni da qui al 2020.

 Al progetto hanno partecipato Alcatel-Lucent, Ericsson, Telecom Italia, DoCoMo e le università di Belgio, Francia, Finlandia, Germania, Ungheria, Italia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito.

 I risultati di questo progetto arriveranno sul mercato nel 2014 e contribuiranno a ridurre la bolletta energetica degli operatori, a mantenere i costi dei servizi su livelli accettabili e a limitare l’inquinamento e le emissioni di carbonio, il tutto aprendo la strada all’utilizzo di fonti di energia rinnovabili.

Il settore dell’Information and Communication Technology rappresenta circa il 2% delle emissioni globali di CO2. Tra i target dell’Agenda digitale anche il taglio del 20% dei gas a effetto serra e del consumo di energia primaria, , più un aumento del 20% dell’uso di energie rinnovabili.

 Per il Commissario Ue Neelie Kroes “Il settore ICT sta crescendo ma le sue emissioni non devono seguire lo stesso trend. Mi congratulo con i partner del progetto EARTH che hanno trovato nuovi metodi per ridurre le emissioni di CO2 dei servizi di cui tutti abbiamo bisogno”.

 

 

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Editoria: in Italia si legge poco. Dal 19 al 23 maggio sconto del 20% sui libri per incentivare la lettura

Post n°58 pubblicato il 16 Maggio 2012 da emmedicom
 
Foto di emmedicom

Interessante iniziativa degli editori, in collaborazione con i librai indipendenti, le catene, le librerie online e la Grande distribuzione, per sostenere l’acquisto dei libri e far crescere la lettura in Italia.

Dal 19 al 23 maggio, centinaia di migliaia di libri verranno messi in vendita con il 20% di sconto, per “festeggiare” il Maggio dei Libri.

Secondo i dati Istat, in Italia i lettori sono, infatti, il 45,3% della popolazione con più di 6 anni di età (25,9 milioni). Di questi, circa la metà (il 45,6%, pari a 11,8 milioni di italiani) non legge più di tre libri all'anno.

Per l’AIE (Associazione Italiana Editori), “sono persone che hanno un rapporto debole con gli autori, i generi, i marchi editoriali, che entrano con fatica nei vari canali di vendita e nelle librerie”.

 

E’ in primo luogo a loro che si rivolge - in questi cinque giorni in tutta Italia e in tutti i punti vendita aderenti - la campagna “Leggere fa crescere”, organizzata con il contributo operativo dell’AIE e il sostegno dell’Associazione Librai Italiani (ALI): la maggior parte dei libri saranno così disponibili con uno sconto importante, solo per questi cinque giorni e solo in occasione del Maggio dei Libri.

 

I numeri dell’iniziativa sono imponenti: 308 i marchi editoriali aderenti, oltre 1000 le librerie fisiche (indipendenti e di catena), 12 quelle online, 2500 i punti vendita della grande distribuzione (supermercati e ipermercati).

La campagna pubblicitaria sui media (radio, quotidiani e internet) partirà giovedì 17 maggio per culminare nel 23 maggio, la Giornata conclusiva del Maggio e vera e proprio Festa del libro. In tutta Italia saranno esposti oltre 12mila locandine e cartelloni per identificare i punti vendita che aderiscono alla promozione.

 

 

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Come investire soldi a breve termine e basso rischio?

Post n°57 pubblicato il 16 Maggio 2012 da emmedicom
 
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Come investire soldi a breve termine e a basso rischio? Questa è una delle domande più ricorrenti nei siti web dedicati ai mercati finanziari, oltre al fatto che è la prima richiesta che, qualunque persona non avvezza del campo, fa a un consulente finanziario quando se lo trova a tiro.

La soluzione su come investire soldi a breve termine e a basso rischio, in realtà, è molto semplice. Il problema, semmai, è che il risultato finale, essendo inferiore alle aspettative, potrebbe lasciare delusi.

Infatti, anche se nessuno lo dice chiaramente, a quell’investire soldi a breve termine e basso rischio si aggiunge una terza richiesta probabilmente lasciata come sottintesa: “…e che abbia un buon rendimento.”

 

Da quanto ho appena detto forse avrai già intuito che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, poiché occorre fornire una lista delle preferenze in ordine di importanza, altrimenti un consulente non può operare per fornire la soluzione migliore.

Inoltre, tengo a precisare che chiunque si prende la briga di studiare una soluzione sa già che il cliente vuole guadagnare il più possibile e quindi non c’è bisogno che venga richiesto appositamente. Un esperto (che sia veramente tale) darà direttamente la soluzione che, fermo restando le prime due richieste, darà il rendimento migliore.

Fatta questa necessaria premessa, passo a una possibile soluzione alla domanda iniziale (come investire soldi a breve termine e a basso rischio?). Devi sapere che il tasso d’interesse fornito dai prodotti finanziari dipende sempre da 3 fattori:

  1. Per quanto tempo i capitali rimangono vincolati
  2. Il tipo di difficoltà che si riscontrerebbe nel volersi liberare prima dei termini del contratto
  3. I rischi che si corrono aderendo a un determinato tipo d’investimento

Passo al primo punto: è logico che un prodotto che ti obbliga a tenere fermi col cemento per 10 anni i tuoi soldi, deve fornirti un tasso d’interesse sicuramente maggiore rispetto a una soluzione che vincola le tue risorse finanziarie solo un anno. Da ciò si evince che un investimento a breve termine mal si concilia con un alto rendimento.

Il secondo punto riguarda la facilità o meno di poter ricollocare il contratto che hai stipulato, se tu dovessi avere una qualche urgenza di avere subito denaro liquido. Un prodotto finanziario facile da ricollocare ha tassi d’interesse minori rispetto a uno che, al contrario, ti rimarrà sul groppone per anni.

…Questo è uno dei motivi per cui un BTP (obbligazione statale a tasso fisso) ha tassi migliori rispetto a un CCT (obbligazione a tasso variabile). Il tasso fisso, proprio perché non cambia col tempo, diventa un’arma a doppio taglio!

Infatti, se i tassi scendono il possessore di un BTP guadagna più del mercato e probabilmente non ha problemi a rivenderlo, ma se i tassi salgono si ritroverà con un prodotto di scarso valore che nessuno comprerà (in quanto chiunque potrebbe comprare una nuova emissione più vantaggiosa).

Quindi, siccome chi prende un BTP si fa carico di un rischio maggiore, lo Stato ricompensa tale rischio con una remunerazione migliore.

Da ciò che ti ho appena detto per il punto 2, discende che una soluzione a breve termine non ha un rischio di rimanerti sul groppone e quindi tale rischio basso non verrà di certo premiato con chissà quale ricompensa…

Il terzo punto è quello fondamentale! Infatti i compensi di un investimento sono strettamente legati al rischio che corri quando li tieni in portafoglio.

Le obbligazioni italiane danno rendimenti legati alla stabilità del nostro paese, quelle tedesche daranno rendimenti legati alla stabilità economica della Germania (che nella fattispecie è migliore e quindi le cedole sono più basse) e le obbligazioni dei paesi del terzo mondo – avendo rischi elevatissimi – daranno cedole sostanziose.

Anche il mercato azionario fornisce interessi parecchio elevati e difatti le azioni, se utilizzate in modo errato, possono diventare molto rischiose. In definitiva, più aumenta il rischio di perdere i soldi con un certo investimento e più questa soluzione può, potenzialmente, fornire rendimenti maggiori. Quindi, abbiamo che un investimento “sicuro” non può sicuramente dare interessi decenti.

In conclusione, investire soldi a breve termine e a basso rischio significa affidarsi a un investimento che NON DEVE presentare forti oscillazioni di valori: quindi no azioni, forex, commodities e simili, in quanto non c’è nessuna garanzia che alla fine del termine essi presentino valori maggiori o uguali a quelli di partenza.

Bisogna quindi andare su un investimento ad andamento lineare tipo obbligazioni, fondi immobiliari, eccetera. Inoltre il breve termine taglia fuori quasi tutti gli investimenti ad andamento lineare, ad esclusione delle obbligazioni in liquidità (obbligazioni di tipo trimestrale, semestrale o massimo annuale).

Il fatto che cerchi un investimento sicuro, suppongo intendi che non deve esserci il rischio di perdere soldi, di conseguenza non puoi affidare i tuoi soldi a nazioni o aziende traballanti e quindi devi muoverti nel range di soggetti ritenuti solidi.

Se vuoi davvero investire soldi a breve termine e basso rischio, la soluzione migliore è il BOT (a 3 , 6 o 12 mesi a seconda delle tue esigenze), oppure puoi anche inserire i soldi in un conto di deposito a rendimento elevato (qualora i soldi che devi depositare non siano tantissimi).

 

 

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