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blog con diritto (e rovescio) a corta citazione di esperienze altrui e talvolta proprie

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sul sogno hai ragione, così pure hai ragione sul fatto che...
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il 19/11/2009 alle 20:48
 
 

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instancabil mente

 

instancabil mente

 

 

Giacché infine, quale spettacolo è più penoso di quello della vita che vuol cimentarsi con l'arte?

Post n°121 pubblicato il 20 Novembre 2009 da excerptum
 

© Caspar David Friedrich

Thomas Mann, Tonio Kröger (Tonio Kröger, trad. E.Castellani) Mondadori, 1983, pag 225

 Ma Tonio Kröger si eclissò: uscì di nascosto nel corridoio e lì si fermò, le mani incrociate sul dorso, presso una finestra dalle persiane abbassate, senza riflettere che attraverso quelle persiane non si poteva veder nulla, e che perciò era ridicolo starsene lì nell'atto di chi guarda fuori.
    Guardò invece dentro di sé, dov'era tanta angoscia, tanta malinconia. Perché, perché si trovava lì? Perché non era in camera sua, presso la finestra, a leggere Immensee di Storm, a sbirciare qua e là nel giardino invaso dalla sera? Quello sarebbe stato il suo posto; e ballassero pure gli altri, con tutta l'allegria e la foga che volevano!... Ma no, no, il suo posto era proprio qui, dove sapeva che Inge gli era vicina, anche se lui se ne stava solitario e lontano, intento a distinguere, frammezzo i sussurrìi, i tintinnìi e le risate che giungevano dalla sala, il caldo suono di vita della sua voce. O bionda Inge, coi tuoi occhi ridenti, lunghi e azzurri! Belli e sereni come te si può essere soltanto a patto di non leggere Immensee, a patto di non aspirare a far qualcosa di simile; questo è il triste destino!...
    Oh, perché non veniva? Come mai non si accorgeva della sua assenza, come non intuiva la sua pena? Avrebbe dovuto seguirlo di nascosto, anche soltanto per compassione, posargli la mano sulla spalla e dirgli: «Vieni qui insieme a noi, sii contento, ti amo». Ed egli origliava dietro di sé, attendeva con ansia assurda ch'ella venisse. Ma ella non venne per nulla. Cose simili non succedono sulla terra.


Due note:

  1. Il titolo è tratto da una citazione di Thomas Mann, una 'nticchia adattata ai nostri giorni:
    Sulla terra il reame dell'arte si estende, e quello della salute e dell'innocenza si restringe. Bisognerebbe perciò conservare con la massima cura quello che ancora ne rimane e non attirare alla poesia gente che preferisce di gran lunga la Domenica Sportiva - Giacché infine, quale spettacolo è più penoso di quello della vita che vuol cimentarsi con l'arte? Noi artisti non disprezziamo nessuno più del dilettante, l'uomo vivo che crede di poter essere all'occasione anche un artista.
  2. Contaminazione autobiografica:
    Ho letto il Tonio Kröger quando ero un fantolino non ancora aduso ai piaceri del peccato e da allora le ragazze non sono mai state più le stesse, ma tutte una sola: Inge, la bionda Ingeborg Holm.

 
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BA BA BA - Balenghi, balordi, baluba, barbuglioni, bardassi, basilischi, bauscia e bastardi dentro astengansi (Atto II)

Post n°120 pubblicato il 17 Novembre 2009 da excerptum
 

Disclaimer: Per capire qualcosa in questo post bisogna prima aver letto l'Ouverture e poi l'Atto I. La questione è: c'è veramente qualcosa da capire? Mah!
E in ogni caso: attenzione bambini non fatelo a casa!
 

Dove la realtà è solo ciò che accade

- Atto II -

Dopo qualche bracciata torno dai due ragazzotti. Sono ancora là, imbambolati, a tallonarmi con lo sguardo, stravaccati sulla panchina con i loro membri mosci. Il mio costoso vestito è per terra. Chissenefrega.
    — Beh? Siete già stanchi? — chiedo con aria di sfida strizzandomi i capelli.
    Fa caldo questa notte... Ho caldo.
    Ho voglia di reiterare.
    Mi inginocchio sulla sabbia davanti al russo e prendo in bocca il suo membro moscio e impiastricciato. Dopo l'esperienza con il moretto, il sapore non mi infastidisce più, tuttavia resto del principio incrollabile di non ingoiare nulla che proviene da uno sconosciuto.
    Oramai del tutto immersa nella parte, mi interrompo un momento e mi rivolgo al turco, ingiustamente disoccupato. — Masturbati con una mano sola! — gli ordino.
    Beh, forse "Fatti una sega" era più confacente, ma la mia è una inesattezza perdonabile, tutto considerato. Vorrei portare a difesa della mia scelta lessicale una citazione di Clive Barker: «Scrivere, come la masturbazione, si fa con una mano sola... e si lascia persino una macchia su di un foglio», ma all'ultimo momento decido che non è proprio il caso. Sono più che certa che nessuno dei miei due violentatori ha il giusto background formativo. Infatti, il moretto ignora il rimando extratestuale e comincia a masturbarsi, obbediente.
    All'inizio ha qualche difficoltà, ma lo spettacolo che gli offro lo aiuta molto e si riprende presto e bene.
    Nel frattempo, dopo qualche mia sorseggiata di buona fattura, il pisellino del russo si è gonfiato quanto basta, e finalmente posso gestirlo come avevo in animo di fare in apertura del secondo atto.
    — Sei una linfomane... — geme il russo, sbagliando termine. «Si dice ninfomane, cretino!», però lo penso soltanto: inutile gettare perle ai porci.
    — Guarda che se ti scoccia smetto! — gli comunico invece, piccata. L'orgoglio della categoria sempre più si anima in me.
    — No no! — si giustifica lui, allarmato, — Era così, tanto per dire...
    Io non replico, anche perché sono distratta dalla vista del moretto che è di nuovo in tiro. Si alza. Mi viene vicino. Me lo struscia su una guancia. M'implora: — Succhialo un po' anche a me...
    È così dolce il suo appello che abbandono il biondino e ipso facto m'ingoio l'amico. Sento che diventa più consistente. Era questo che voleva? Lo lascio andare e torno al biondino.
    Il turco si inginocchia dietro di me e con una mano mi fruga dove sono nuovamente viscida. Poi con le dita va a inumidirmi il buchetto.
    — Che intendi fare? — chiedo con simulata innocenza. Mi esce una vocina alla Cappuccetto Rosso (a proposito di cappuccetto, qualche preservativo sarebbe stato molto ma molto appropriato in questa deregulation sessuale, no?)
    — Voglio fotterti il culo! — dice lui strizzandomi un seno. Declama la sua dichiarazione programmatica e intanto mi ci infila dentro un dito, non senza una certa lupesca malvagità.
    — Toglilo! Non sopporto dita là dentro...
    — Occhei, occhei... — fa lui, ridendo. E con mia grande sorpresa con le mani mi allarga le natiche e ci punta in mezzo il membro.
    All'inizio spinge piano, con insospettabile garbo, fino a farlo scivolare dentro quel tanto che basta come aperitivo. La mia innata perspicacia mi suggerisce di rilassare i muscoli... È inutile resistere, quando ce l'hai nel culo.
    — Sei vergine dietro? — domanda il turco, incerto sulla portata morale del suo gesto.
    Non voglio concedergli gli onori che competono a un pioniere, perciò scuoto il capo e nego l'addebito. Evito di puntualizzargli la mia situazione personale e affettiva, perché questo significherebbe di fatto accettare il suo mediocre quanto audace fraintendimento.
    — Uhm... peccato... — mormora il turco, e me lo spinge dentro con un colpo secco.
    Questa svolta narrativa mi spiazza. Per quanto io sia una ragazza di larghe vedute, tutto ciò contrasta con le mie aspettazioni artistiche.
    Urlo, impreco, mi divincolo, cerco di cacciarlo via come farebbe una vacca senza coda con uno sciame di mosche sul dorso... Ma è tutto inutile. Non ci riesco. Anche perché il russo nel frattempo mi sta tenendo ferma per le spalle. Ecco: tutto avviene secondo la logica del branco. Uno schifoso, meschino, insignificante stereotipo che mi offende nell'intimo.
    — Bastardi, siete due bastardi! — impreco senza troppa convinzione. Del resto, a questo punto, è perfettamente inutile ribellarsi. Occorre stare al gioco, mi dico, esplorare tutte le vie del Signore, bere l'amaro calice. E così, visualizzando davanti a me il sacro Graal, mi abbandono alle spinte del turco e torno a succhiare il biondo.
    — Però non farmi venire, eh... — mi blandisce, — Voglio ripassarti anch'io di dietro.
    Dubito che la sua amabilità possa considerarsi solo una posa verbale. Pare sinceramente interessato a mettermelo nel culo anche lui.

La philosophie dans le boudoir

    Che farebbe nella mia situazione Giovanna d'Arco? E Mme Curie? E Cleopatra? E Isadora Duncan? Ecco gli interrogativi fondamentali che ogni donna di cultura dovrebbe porsi in simili frangenti.
    Succhio il biondo accordandomi sul davanti con i colpi che dal moro ricevo da dietro. Lo sfintere comincia a dolermi. Mentalmente gli supplico di venire e di farla finita. Sono piena di stizza e, quel che è peggio, la ribellione m'è entrata dalla parte sbagliata.
    Il moretto sembra leggermi nel pensiero: lo sento mugolare di piacere e subito dopo tira fuori il suo arnese e si stende sulla sabbia con gli occhi chiusi. Quasi all'unisono il biondo mi si acquatta dietro, senza concedermi un istante di tregua. Del resto, si sa, dietro a un nemico in rotta tutti pretendono i loro sacrosanti trofei.
    — Fammi entrare... — sussurra, emettendo una specie di sibilo.
    — Fai piano però, eh! Comincia a farmi male... — riferisco senza dare nessun tono alla frase. Ogni coloritura timbrica potrebbe apparire come un'ammissione di schiavitù a pastoie moralistiche.
    Il russo mi scivola dentro facile, e penso che, oei, queste robe non le avevo proprio mai fatte prima. Chissà, se mai fossi andata via da Retrovia, non avrei vissuto tanto intimamente la strada, il mondo degli altri... Mi fa male al cuore pensarci, ma tanto io mica ci sto pensando...
    Non sto pensando a nulla.
    Ho perso la cognizione del tempo. Non so neanche se passa o se mi si sta coagulando negli orifizi, impedendomi ogni possibilità espressiva.
    Però è sempre notte, sempre buio, sempre caldo. Sono sudata e puzzo di mare, di sesso, di petrolio... puzzo di tutto.
    Quando il biondino mi viene dentro, non me ne accorgo nemmeno. Sono sfinita.
    Crollo la testa e dal basso, fra le mie gambe ancora aperte lo vedo sedersi sulla panchina, mentre il suo amico disteso sulla sabbia russa beatamente.
    Oh madonna! come mi brucia il culo!
    Mi lascio cadere di lato sulla sabbia e mi concedo qualche lacrima liberatoria. Il biondino se ne accorge e si avvicina.
    — Ti ho fatto male? — mi domanda. Mi asciuga il viso con una mano che sembra velluto. Avevo ragione, allora. Ha le mani grandi, ma non ruvide. Di ruvido stanotte c'era solo la sabbia.
    — No, macché, — rispondo apatica. Mi alzo, faccio fatica a stare in piedi, a stringere le cosce.
    Raccolgo il mio vestitino, lo scrollo e lo infilo dall'alto. Senza parlare, prendo i miei sandali e vado via. Il biondo mi guarda mentre mi allontano fra le cabine, nella notte.
    — Ti amo, Kate Starlet! Ti amo! — sento che mi urla alle spalle.
    Che sia sincero? Che mi ami per davvero?
    — Mi dispiace esserti antipatico, — aggiunge, sempre gridando, — D'altronde non posso rinunciare alla mia natura solo per essere simpatico a qualcuno, me stesso compreso. Tu invece mi sei simpatica, ho trovato originale lo spunto della quotidianizzazione di un personaggio letterario, con la conseguente perdita d'identità. Il tutto si colloca in un manierismo ben costruito, con un discreto uso della lingua. Volendo tentare un'operazione esegetica, si potrebbe ravvisare un'inconsapevole ricerca contenutistica dell'atto compulsivo dello scrivere.
    — Qui come altrove, — gli fa eco il turco, risvegliato dagli urli dell'amico, — è il femminile in tutte le sue dimensioni il punto focale da risolvere e anche, in qualche misura, da superare in una condizione umana strettamente uniformata al canone naturale. In altre parole, la tua femminilità non è autentica, in quanto si avverte nettamente la maschera. Certo, il tuo potrebbe essere un tentativo piacevole, ironico e quant'altro per denunciare il problema del personaggio della violentata-consenziente. La sua costruzione, però, non può non essere considerata altro che la creazione a tavolino di una finta donna che subisce genuini impulsi maschili, pur mantenendo una femminilità esteriore. Questo ovviamente crea un certo interesse per il suo comportamento ma non è strada percorribile per risolvere il problema, bensì solo adatta a denunciarne la presenza...
    Continuano a discutere così per un pezzo, ma ormai io non li ascolto più. Non mi volto. Me ne torno in albergo. Apro l'acqua della doccia e lavo via tutto, come se non fosse successo nulla. Come se fosse successo a un'altra. A Kate Starlet, per esempio, e non a Clarissa, non a me stessa.
    Mi asciugo. Mi butto sul letto. Negli ultimi barlumi del dormiveglia ripenso alle scarpe da tennis del russo. «Oh madonna!», mi dico, «m'ha scopata senza neanche togliersi le scarpe!»

Mi risvegliano delle voci.
    Apro gli occhi e vedo due ragazzi che mi guardano, uno ha capelli lunghi e biondi raccolti sulla nuca con un elastico e dice di chiamarsi Kostja; l'altro, Selim Ahmed, è nero e riccio, con occhi profondi e intelligenti e sembra un turco.
Mi stanno parlando, mi chiedono qualcosa in un inglese stentato. Sono studenti, e fanno l'autostop per Fuorivia. Occhei, nessun problema, ragazzi, avrete il vostro passaggio. Avevo giusto bisogno di un diversivo alla noia.
    — Alle dieci in punto davanti al Sergej Esenin. Puntuali, eh? Ma prima datevi una lavata...

© Milo Manara

(FINE)

 
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BA BA BA - Babbioni, baccalà, bacherozzi, bagaglinari, bagarini, bagascioni, baggiani e baldracche sdrucite astengansi (Atto I)

Post n°119 pubblicato il 16 Novembre 2009 da excerptum
 

Oh My Manitu

Disclaimer: Il lettore attento si sarà accorto che l'inizio del pornazzo non è questo qua sotto e dunque per far le cose per bene prima dovrà leggersi l'Ouverture; per il lettore distratto, invece, la raccomandazione non vale: non capirebbe comunque, perciò è meglio che si risparmi un click.
Altra cosa: Clarissa a un certo punto dice di chiamarsi Kate Starlet; non si tratta di un refuso tipografico, ma di una necessità narrativa che non starò qui a spiegare.
Si badi bene infine che, in analogia con quanto pubblicato ieri, questo post porta con sé un'illustrazione provienente nientepopodimenoché da Le divin Marquis de Sade, onze eauxfortes originales pour illustrer La philosophie dans le boudoir ou Les instituteurs immoraux, del 1795.
Che Manitù ci protegga da sadici e divini.

 

Dove la realtà è solo ciò che accade

- Atto I -

 

Mi risvegliano delle voci.
    Apro gli occhi e vedo due ragazzi che mi guardano, uno ha capelli lunghi e biondi raccolti sulla nuca con un elastico, l'altro è nero e riccio, con occhi profondi e intelligenti. Uno sembra russo e l'altro sembra turco.
    Mi stanno parlando, mi chiedono qualcosa in un inglese stentato. Il mio io narrativo ha un sussulto. Penso che l'arte è libertà, che la letteratura è un succedaneo dell'esistenza e un canale di sfogo per pulsioni di bassa lega. Penso che quei due mi si vogliono fare.
    – Sei italiana? – chiede il biondino, con un forte accento russo.
    Non rispondo. Inutile sprecare il mio bel vocabolario con quei balordi. Sarei costretta a limitarmi all'uso del linguaggio comune, che mi permetterebbe solo di affermare, in totale liceità, che sono due stronzi. Ma non lo faccio, regalando loro una preterizione.
    Non apprezzano il mio dono, e mi accorgo con disappunto che sta succedendo ciò che temevo. Mi tirano su dalla panchina. Mi costringono a sedermi. Puzzano di alcool. Si mettono di fianco a me.
    – Cazzo volete... – replico io, con una voce tra l'addormentato e il seccato.
    – Ma allora sei italiana! – chiede quello che sembra un turco, – Sei ubriaca? Sei fatta?
    Gli mollo uno sganassone, tento l'effetto sorpresa. I colpi a effetto, gli argomenti provocatori, sono sempre raccomandabili in questi casi.
    – Vaffanculo! – diciamo all'unisono, tentando di esprimere nel minimalismo la forza dirompente della storia. Ma l'eccesso di oggettività distrugge il senso più profondo dell'opera d'arte, portando il fruitore su un altro piano di riscontro. Mansardato, direi. Insomma quello s'incazza di brutto e il biondino scoppia a ridere.
    – Cazzo ridi, scemo! M'ha fatto male 'sta troia! – si lamenta il moro.
    – Vaffanculo! – gli ripropongo, come una giocosa restituzione delle offese insite nel suo atteggiamento animalesco. Del resto, tutto ciò crea un ponte tra narrazione e fruizione individuale. Chissà se quello se ne rende conto.
    – Mah, per me è fatta di brutto... – arguisce lo russo, con una certa innocenza descrittiva, naif, per così dire. «Sì», penso io, turbata, «Sono proprio bell'e fatta!» Sbatto le ciglia. Mi spunta una lacrimuccia. Dopotutto sono una donna!
    – Perché piangi? – mi chiede riccioli–neri, sinistramente gentile.
    – Ma no, che dici, mica piango... è la pioggia...
    – Guarda che è già un po' che ha smesso.
    – Allora sarà l'acqua di mare.
    – Certo che sei una strana tipa, tu... Sei triste?
    – No, sono felice, – sostengo in modo asciutto, quasi sarcastico.
    – E allora che hai? Che ti manca? – interviene il biondino, e mi poggia una mano a ventosa sul ginocchio.
    Io non so che rispondere, è successo tutto così in fretta. Non c'è stato il tempo per una rilettura critica e distaccata degli ultimi accadimenti. E intanto quello ne approfitta. La sua mano sale sotto il mio vestito.
    – E non porti neanche le mutandine! – aggiunge il russo con finta sorpresa.
    – Se ti interessano quelle, le trovi a riva, – rispondo. E penso che, in fondo, stanotte non sono una gran conversatrice.
    Il moretto intanto ha preso a baciarmi il collo, a leccarmi. Poi mi bacia l'incavo del gomito e penso che proprio là mi baciava anche Marcello, ma mi trattengo dal chiosarglielo.
    – Mi hai fatto male prima, lo sai, cattivella?... – dice cantilenando come un deficiente, – E adesso devi farti perdonare...
    Mi tira giù le spalline del vestito. Mi scopre il petto e con le dita prende a stuzzicarmi i capezzoli. Non so perché, ma lo lascio fare, rivelando in pieno la mia natura curiosa, da vera protagonista. Incomincio a figurarmi un prevedibile sviluppo dei loro disegni nell'ottica di una narrazione di genere.
    – Non per dire, – butta lì il biondino, – ma pretendo anch'io un po' di perdono...
    Mi fa allargare, mette una mia gamba sopra la sua. Sfoggia carezze più intime, da specialista del settore. Mi piace sentirmi addosso le sue mani grandi e ruvide... Oppure forse le sue mani sono lisce, e di ruvido c'è solo la sabbia. Però mi piace, apprezzo sempre la competenza, in tutte le occasioni.
    – Ma perdono di che? – dico quasi in falsetto, – Chi t'ha chiesto niente...
    Ciò detto prendo atto di una mia grave imprecisione semantica: avrei dovuto usare l'espressione: Chi t'ha detto niente... E allora si palesa alla mia mente tutta la gravità della situazione. Me la sono cercata, me la sono voluta, è mia l'urgenza di risarcimento, mia sarà la vendetta.
    Tant'è mi sento sbronza senza aver bevuto. Sarà colpa dell'alito dei due balordi? Macché! Sono sbronza di dolore. La verità è che penso ancora a Marcello e non riesco a rassegnarmi all'idea che mi abbia lasciato... Era stata una così bella giornata, ieri, e proprio allora l'onnipossente violenza del nostro compito ci spinse di nuovo l'uno lontano dall'altro, in diversi mari e zone di sole e forse non ci rivedremo mai...
    E, dopotutto, non era ciò che mi proponevo con questo corpo nuovo che ha attirato più maschio interesse in un giorno che in tutta la mia non-vita con l'altro? Rischiare d'essere miele per gli orsi? Spezzare la tirannia dell'abitudine? Lavar via le scorie della mediocrità fisica? Sfidare il maschio prevaricatore sul terreno delle sue stesse debolezze?
    – Ti piace, eh? Guarda come ti stai bagnando... – dice il russo, mentre mi spinge un dito dentro. Fa un po' male. Forse è per via della sabbia. Forse è perché di dita ne sta usando non una ma due o tre. In ogni modo, comincia anche lui a leccarmi il collo, mentre l'altro mi volta la testa e mi bacia con la lingua. È un bacio dolce, appassionato come quelli di Marcello. Però sa di whisky di pessima qualità e tanto basta a interrompere la suspension of disbelief teorizzata da Coleridge, che è poi il cardine di tutta la narrativa.
    Per la verità comincio effettivamente a sentire brividi per tutto il corpo. Loro se ne accorgono e con perfetta cooperazione mi sfilano il vestito dal basso, senza alcun riguardo per la sua ottima fattura.

La philosophie dans le boudoir

    Resto nuda.
    Mi sento oscena.
    Sono tecnicamente in balia delle loro voglie, ora più di prima. Mi fanno distendere di lato e il moro me lo mette in bocca. Ma quando è successo che l'ha tirato fuori dalle braghe? Questa è proprio quel che si dice un'agnizione da manuale.
    – Dài, succhia... Lo so che ti piace, – opina il moretto, come chi giudica a seguito di contestualizzazioni arbitrarie.
    Del resto, io obbedisco senza discutere, mi assoggetto passivamente alle loro voglie. Anzi, intuisco una sorprendente condiscendenza da parte mia, un'arrendevolezza che va ben al di là dell'intelligente impulso alla ritorsione che ipotizzavo pocanzi. Ecco, a dirla tutta, non mi facevo così puttana.
    Quell'uccello mi fa schifo, puzza da far rivoltare lo stomaco. Però lo succhio lo stesso: credo sempre molto in quello che faccio, e lo difendo coi denti se necessario. «Per me la letteratura è una questione di vita o di morte, di realizzazione o di fallimento», mi dico, con l'intenzione di affermare il mio ruolo predominante nella storia.
    – Come ti chiami? – domanda il russo, senza alcun tempismo teatrale.
    È ovvio che non posso rivelargli il mio nome, non certo con la bocca piena. D'altronde forse il suo era solo un pour parler e non è sinceramente interessato alle mie generalità. Anche perché, senza aspettare risposta, mi apre le cosce e ci affonda la faccia.
    Mi lecca, e quello mi piace sul serio.
    Mi sento frastornata dalla duplice concomitante novità. Mi lascio sfuggire un gemito. Profondamente, dentro me stessa, vedo sbiadire l'immagine di Marcello... forse potrà anche darsi che ci si veda, ma senza riconoscerci: i diversi mari e soli ci hanno mutati!
    Quasi per riconoscenza, oppure per una forma di cortesia, libero la bocca, sputo un po' di saliva, rispondo con voce roca: – Mi chiamo Starlet, Kate Starlet.
    Il biondino approfitta del mio temporaneo disimpegno sul lato A, per cambiare occupazione.
    Peccato.
    Smette di leccarmi e mi obbliga, senza molti riguardi, a piegarmi in ginocchio, o per meglio dire a pecorina, tanto per usare un gergo confacente al contesto. L'altro, invece, indifferente alle mie generalità, con fare scocciato ripropone alla mia attenzione il suo stucchevole argomento.
    – Detesto le ragazze quando non si piegano al volo, – puntualizza il russo, più che sconvenientemente.
    Cazzo! Voglio essere considerata una Donna, non una ragazzina pieghevole.
    Ma comunque il punto è un altro: dovrei sentirmi quantomeno imbarazzata dalla mia condizione flessa, umiliata nella mia dignità di figlia di Eva, mortificata dall'assenza di spiritualità della sceneggiatura. Però non ora. Ora non me ne frega niente. Non penso a niente. Non voglio pensare a niente. E poi non c'è il tempo...
    Mi sento spingere da dietro. Il russo entra facile, fino in fondo. Mi fa un po' male, però mi piace: eterna contraddizione femminile! D'altronde, mi sto quasi liberando della mestizia di poco fa, sto entrando nella parte, agguanto il ritmo, scateno la smania imposta dal ruolo.
    Il turco geme e sussulta quando lo aspiro fino in gola. Mi congratulo con me stessa per la mia facilità di apprendimento: sembra che non abbia mai fatto altro nella vita.
    Mercé le mie sorbite, il moro non ce la fa più a tenerselo dentro. Sento i suoi singhiozzi, e subito dopo avverto un abbondante schizzo sulle tonsille. Allontano immediatamente dalla bocca quell'asta vuota.
    E adesso?
    – Manda giù, – mi ordina lui, perentorio. Io lo fisso negli occhi e sputo sulla sabbia, proprio ai suoi piedi.
    Anche il biondo nel frattempo mi viene dentro: la simultanea deve essere un'usanza del branco, arguisco.
    Il russo si siede e io mi appoggio a lui con tutto il corpo. Ho male alle ginocchia. La sabbia ci ha lasciato sopra un bassorilievo dal disegno enigmatico, una vera sfida interpretativa che però al momento non raccolgo.
    – E già! – gli rispondo acida, – Sta' a vedere che mando giù lo sperma del primo che passa!
    È pur vero che la letteratura funziona solo ed esclusivamente quando coinvolge, ma c'è un limite anche all'ignobile! Soprattutto quando si discute di gusto personale. L'ingoio, del resto, è l'aspetto meno a rischio per quel che concerne la trasmissione di malattie perché lo stomaco è ben difeso dal suo naturale pH acido e dalle immunoglobuline IgE. La questione del sapore è ovviamente soggettiva.
    Frattanto sento colarmi lungo le cosce ciò che prima stava nel biondino. Provo ribrezzo e fastidio.
    Mi fa il solletico.
    Mi sento lurida.
    – Mi avete sporcata... – denuncio con sdegno.
    Sono un po' schizzinosa, lo ammetto. Più che una donna, ora mi sento ridotta a una figura cenciosa e sporca.
    Mi allontano dai due zozzoni e attraverso la spiaggia. Mi butto in acqua. Mi lascio ripulire la pelle dalle onde. È bellissimo fare il bagno nuda di notte... Certo, non capita spesso in una cornice così smaccatamente caratterizzata, ma resta discutibile se ciò sia un bene o un male, in assoluto.

© Milo Manara

(continua)

 
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BA BA BA - Babbei, bacchettoni e baciapile astengansi dalla lettura del forse porno prosieguo (Ouverture)

Post n°118 pubblicato il 15 Novembre 2009 da excerptum
 

Disclaimer: Nonostante abbia scelto un titolo pruriginoso, in realtà questo non è un porno strictu sensu (ablativo all'amatriciana) e pertanto il conseguente testo non è da intendersi soggetto a scomunica urbi et orbi.

Premessa forse inutile e certo non assolutamente necessaria: Ho scritto questo divertissement nel periodo (o filone) cosiddetto delle Grandi Riscritture; certo, a fronte della Genesi, in questo caso il testo di partenza era mooolto modesto (mediocre, ordinario, insignificante); anche l'Autore/trice era (è) alquanto modesto (dimesso, schivo, ritroso) perché nel frattempo è completamente scomparso dalla scena del crimine: esattamente un anno fa ho cercato di contattarlo/a per chiedergli/le l'autorizzazione a fare scempio del suo racconto originale (negli archivi di Google c'è ancora) ma egli/ella non mi ha mai risposto, dal che debbo dedurre che è (nel frattempo) diventato/a un irreprensibile buon padre/madre di famiglia che si vergogna del proprio passato di scrittore hard o, in alternativa, che ha cambiato casella di posta elettronica; quale che sia stata la sorte dell'Artefice (della Genesi come del pornazzo quipresente in edizione uncensored) se quaccheduno ha da ridire quaccheccosa a cagione della mia audacia narrativa, si faccia vivo, mi dia un segno della Sua/sua esistenza e io prometto e garantisco di ipso facto far ammenda (possibilmente non pecuniaria) e di comportarmi dal gentiluomo, qual io nacqui, sottraendo illico et immediate questa mia modesta riscrittura agli occhi concupiscenti di navigatori infoiati.

Precisazio sine qua non: per quanto possa sembrare inconcepibile, io il latino non lo conosco affatto; solo, ogni tanto sparo qualche trombonata per fingermi l'intellettuale che sempre avrei voluto diventare se non avessi scelto il corso di laurea in Scienze Biologiche, notoriamente frequentato da incolti e illetterati.

Firmami 'sta manleva, orsù: Mio buon (e paziente) lettore/trice, se dichiari di avere più di 18 anni (21 in alcuni stati a maggioranza papalina) vai pure giù di scroll, altrimenti cambia pagina, blog, portale, computer o pianeta, basta che poi un domani non vieni a rompermi il cazzo che ti  ho traumatizzato l'adolescenza segaiola.

D'oh!: Ah, dimenticavo, quello della Genesi non era una boutade per far spessore spirituale: agli inizi della mia carriera di Patron del Mestolo e Gran Visir del Colabrodo (© by Randy) ho effettivamente fatto una riscrittura sia della Creazione che del Cantico dei Cantici e forse anche dell'Apocalisse.

Antefatto: E qui parlo del mio testo, non dell'originale. Dunque c'è 'sta ragazza qua, Clarissa, che s'è appena lasciata tragicamente con il convivente, Marcello, con il quale aveva una storia un po' complicata che di fatto costituisce l'oggetto stesso del testone da cui ho espunto il quipresente brano; allora dicevo Clarissa prima di andare a dormire, stanca del viaggio che l'ha portata lontana dagli affetti domestici, cerca di rilassarsi con una passeggiatina esplorativa in questo paese che le è del tutto estraneo e/o sconosciuto...

Alcuni nomi: La città che ha appena lasciato si chiama Retrovia, quella dove è diretta si chiama Fuorivia; il paese dove si svolge la scena si chiama Pian dell'Erba e l'albergo dove alloggia per la notte è il Sergej Esenin; si fa cenno a una certa Ylenia che ha venduto alla protagonista dei vestiti e delle mutandine di seta, ma... glissons!

Il titolo del capitolo e perciò anche dell'excerptum che qui propongo è: Dove la realtà è solo ciò che accade. Comincerò con una mezza paginetta tanto per scaldare i motori, dopodiché, a seconda del gradimento della popolazione, posterò il rimanente materiale.

L'illustrazione qua sotto proviene da Le divin Marquis de Sade, onze eauxfortes originales pour illustrer La philosophie dans le boudoir ou Les instituteurs immoraux, del 1795.

La philosophie dans le boudoir

Dove la realtà è solo ciò che accade

- Ouverture -

 

Sarà perché in tutto l'albergo è vietato fumare, sarà perché comincio a sentire il peso di una giornata di viaggio, sarà perché è sera, ma il mio umore adesso è piuttosto crepuscolare.
    Ci si è messa anche la pioggia. Il portiere dell'albergo ha detto che è normale da queste parti. È una pioggerella che non bagna, però rompe le balle, quello sì.
    Non so che ore sono, ma tanto non m'importa. Ho portato con me solo le sigarette. Faccio un giretto qui intorno e poi a nanna.
    Cammino per il viale che rasenta la spiaggia. Dalle aiuole sale il profumo dell'erba e si mescola a quello di salsedine, particolarmente intenso con questa brezza.
    Oh madonna! che tristezza passeggiare da sola in una città sconosciuta, di notte, con la pioggia. I pochi passanti che incontro hanno tutti la faccia da assatanati. Lo vedo da come mi guardano... Il mio vestitino di cotone svolazza e quei porci mi sbirciano le gambe, si voltano: che vogliono da me?
    D'un tratto mi si affianca un tipo magro, rinsecchito, con le labbra sottili e crudeli e lo sguardo assassino. Che mi sta dicendo? Voilà... Lo sapevo! Mi tocca il culo... Altro stereotipo notturno della serie: tutto il mondo è paese.
    Mi volto e gli sferro un calcio in mezzo alle gambe. Lo lascio a terra. Così impara.
    È ridicolo! È la seconda volta, oggi, che sono costretta a difendermi da assalti di maniaci sessuali. A questo mentecatto qua gli è andata bene che non avevo con me la '22, sennò stava fresco...
    Però adesso devo scappare, prima che si rialzi e sia lui ad ammazzarmi di botte.
    Mi butto in spiaggia. La consapevolezza di muoversi nell'ambito di una finzione scenica non salva la vita, in questi casi.
    Corro e corro sulla sabbia, nell'ombra, tra sdraio e ombrelloni chiusi. Corro finché ho fiato in gola e quando non ne ho più continuo a correre lo stesso. Sento la milza come in uno spremiagrumi. Il cuore sta per esplodermi. Meglio così! Se esplodo smetterò di pensare a Marcello... Noi siamo due navi, ognuna delle quali ha la sua meta e la sua strada; possiamo benissimo incrociarci e celebrare una festa tra di noi, come abbiamo fatto...
    Inciampo su una gomena e finisco lunga distesa sulla sabbia. Ho il petto in tumulto, ma non provo paura, solo un'enorme fame d'aria.
    Mi guardo intorno: nessuno. Sono riuscita a seminare quel porco, se pure mi ha rincorso. Con quel suo fisico da mezzasega non aveva nessuna possibilità di competere con le mie belle gambe nuove di zecca...
    Nel frattempo ha smesso di piovere. Menomale: un problema di meno.
    Mi rialzo e scrollo via la sabbia dal vestito. Accidenti! È uno di quelli che ho appena comprato. Forse facevo meglio ad accettare l'invito di Ylenia. A quest'ora magari ce ne stavamo a chiacchierare sul divano con lo spumante e della buona musica.
    Ho bisogno di lavarmi via il sudore della corsa. Ho bisogno di una doccia vera. O magari di un bagno. In mare? Perché no...
    Mi spoglio ed entro in acqua. È fresca e piacevole, l'acqua di Pian dell'Erba. Mi tira su, mi fa galleggiare nell'ottimismo. Mi sento bene.
    Torno a riva e mi rivesto. Lascio sul bagnasciuga i sandali e le mutandine di seta. Sono piene di sabbia, tornerò a prenderle più tardi, tanto qua in giro non c'è nessuno.
    Mi stendo su una panca di uno stabilimento chiuso, dietro una siepe di pittosporo, al riparo dalla luce dei lampioni del viale. Mi andrebbe una sigaretta, ma le ho perdute nella corsa. Aspiro lunghe boccate dell'aroma che arriva ai fiori della siepe.
    Sono bagnata, stanca, però mi sento stranamente felice. Mi assopisco pensando a quando abitavo con Marcello... allora i due bravi vascelli se ne stavano così placidamente all'ancora in uno stesso porto e sotto uno stesso sole, avevano tutta l'aria di essere già alla meta, una meta che fino a poco fa era stata la stessa per tutti e due...

Manara-VanGogh Patchworked by myself

(continua)

 
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Gehe, Verschmähe Die Treue; Die Reue Kommt nach

Post n°117 pubblicato il 13 Novembre 2009 da excerptum
 

Fonte: Internet

Søren Kierkegaard, Diario del seduttore (Forfoererens dagbog, trad. A.Veraldi) Rizzoli, 1994, pag. 88

 Io non desidero affatto di possedere una ragazza in senso tutto esteriore, bensì di goderla artisticamente. Perciò l'inizio dev'essere quanto più possibile artistico. L'inizio dev'essere quanto più indeterminato possibile, dev'essere aperto a tutti gli sviluppi. Se ella vede subito in me un ingannatore, mi avrà frainteso, perché io non sono uno dei soliti ingannatori; se vede in me un amante ideale, anche mi avrà frainteso. Ciò è dovuto al fatto che la sua anima di fronte a un tale avvenimento resta quanto meno determinata possibile. In un siffatto momento, l'anima di una fanciulla ha la stessa sensibilità poetica di un moribondo. E questo dev'essere impedito. Mia amabile Cordelia! io t'inganno per qualcosa di bello, e non può essere altrimenti, per cui io cercherò di compensarti come meglio potrò. Bisogna dare all'avvenimento, quanto più è possibile, poca importanza; in modo che lei, allorché avrà detto il suo «sì», non sarà in grado di chiarire minimamente ciò che può nascondersi nel mio contegno. Tale infinita possibilità è appunto l'interessante. Se ella sarà in grado di prevedere qualche cosa, l'errore sarà stato mio e la nostra relazione perderà di significato. Che ella debba dire di sì perché mi ama, è improbabile, giacché ella non mi ama affatto. Meglio sarebbe se riuscissi a trasformare il matrimonio da un negozio in un'avventura, da qualcosa che ella fa, in qualcosa che le succede, di cui ella debba dire: Dio sa, come veramente è andata.


Nota: Nel titolo i versi di Goethe citati a pag 24.

 
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