espe dixit
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I fiori di ottobre (cap 6)
Non credetegli, mai. Non credete a quelli che vi descrivono la giovinezza come un’età felice, vuol dire che non sono mai stati giovani. Le mie notti sono colme di dubbi e misteri che si fanno buio, dalle quali cado sollevato da un’altezza infinita. I miei sensi si fanno braccia che ghermiscono le mie certezze e si fanno gioco di loro. D’un tratto l’amore, il sesso, e una cifra imprecisata di altre questioni, si fanno sentieri nei quali mi perdo e non so più da dove vengo, dove vado, e tutto, ma proprio tutto, mi appare come il sogno isterico di un pazzo in preda alle sue febbri. Poi viene la morte con le sue domande, l’esistere che non sa rispondergli, e io in mezzo schiacciato tra quello che la mia età mi chiede e quello che io so dargli. Non basta mai. Per la vita non siamo mai sufficienti, né lei per noi. Mi assale la nausea se penso che da ora in poi sarà sempre così. Ma mamma, quando nota il mio sguardo triste smarrirsi dentro la tazza di latte con i cereali, mi rassicura, mi dice che è solo l’adolescenza. E omette volutamente di dirmi quando finirà.
Perché lei sa, che non finirà mai. Sa, che non si smette più di cercare la via mentre quella cambia percorso al nostro mutare che sposta sempre un metro più in là i nostri desideri. A questo punto le idee si fanno dense come pongo, il loro peso si rende insopportabile per le mie povere spalle da quattordicenne, e trovano rifugio solo nel più futile, inutile, dei cantucci del mio essere.
E’ quando mi viene in mente mia zia, le sue tette, le sue labbra morbide ricoperte di profumato rossetto da pompeiane velleità avvolto. Le sue caviglie che mostrano il percorso che deve seguire la mia bocca per arrivare al suo segreto umido. Solo allora la mia angoscia si placa, e diventa qualcosa che assomiglia a un nuovo desiderio da compiere, e io rimango solo con le mie voglie. Afferro il cuscino piazzandolo tra le gambe, come mi ha insegnato Lady Gaga, e sfogo su di lui tutta la mia impotenza.
Ma questo, ad un età in cui il tempo corre più veloce perché leggero, è già passato remoto. Ieri zia si è avvicinata a me con uno sguardo strano, cioè diverso. Ho temuto di essere stato scoperto, ma non era quello che mi faceva terrore. La paura derivava dal fatto che rivelato il gioco, lei si facesse realtà e quindi essere finito. Non più assoggettata alle regole della mia voluttuosa fantasia, piuttosto donna reale, fallibile, imperfetta come solo la realtà sa essere. Le ho guardato dentro la scollatura. I suoi seni ballavano flosci in un reggiseno rinforzato che aveva mollato la sua presa, e solo in quel momento ho notato le striature delle smagliature. Due capezzoli maciullati dalle poppate non avevano timore nell’illustrarmi tutti i limiti che gli anni impongono, impietosi scontrini del nostro passato. Poi si è avvicinata alla mia fronte. L’olezzo delle ascelle mischiato a quello di un deodorante, ha fatto da colonna sonora a questo funerale dei sensi. E nel momento stesso in cui smetteva per me di essere l’obiettivo al quale tutto il mio corpo mirava, ho capito di averla persa.
Il mio pisello ha smesso di battere per lei prima ancora del mio cuore. E lui, complice, ha taciuto.
Avrei voluto trovare le parole adatte per spiegargli tutto il piano che mi ero ripromesso di applicare, delle mie buone intenzioni infrante sulle mie considerazioni in continuo mutamento. Ma ho solo quattordici anni, mi sono ripetuto. Si possiede sempre un numero di anni insufficiente per farsi carico di tutte le responsabilità che le nostre azioni ci impongono.
La soluzione più adeguata che mi venne in mente, fu finire con lo stesso metodo con il quale tutto aveva avuto inizio. Così le scrissi un nuovo biglietto, ma questa volta pensato da me. Mi concentrai a lungo su come condensare tutta questa storia in poche righe, e mi augurai di trovare il succo di lettere con il quale avrei potuto far capire a mia zia la verità. Mi venne in mente che in fondo tutti gli amori non sono altro che viaggi che ci concediamo per distrarci, a volte reali a volte no, come quando si sognano le Hawaii e ci si ritrova a Torvajanica. Di tutti questi viaggi conserviamo una cartolina mai spedita, con un messaggio che non è mai arrivato a destinazione, come in questo caso. E allora scrissi:
“L’amore è una cartolina”.
Firmai con lo pseudonimo di Karl Voyager, perché in quel momento stavo vedendo il programma di Giacobbe. Glielo lasciai agganciato al tergicristallo della sua auto.
Nello stesso posto dove abbandonai per sempre la mia infanzia.
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OGGI HO IMPARATO CHE:
posso perdonare un idiota, ma non chi mi fa sentire tale.
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Qual è il colmo per un assessore alla cultura della Lega Nord?
Promuovere scambi gutturali
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Questo blog è
ANTI TAV
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FISIONOMIA DI UN AMICO

SMANIPOLIAMOCI
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ANGELO VASSALLO
Sindaco di Pollica (SA)
ucciso il 5 settembre 2010

Uccidendo Vassallo, la mafia non ha voluto solo difendere le attività legate al narcotraffico e all'edilizia. Ha ucciso un profeta. Un eletto dal popolo che affrontava con intensità e coraggio le disfunzioni più evidenti ella società contemporanea.
Alain Faure - direttore di ricerca Istituto di studi politici di Grenoble - LE MONDE
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A PEPPINO IMPASTATO
UOMO LIBERO
LORO NON AVEVANO LA SCORTA
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(se non rispondo al citofono mi trovate lì)










Inviato da: card.napellus
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Inviato da: solsimi
il 27/05/2012 alle 23:12
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Inviato da: esperiMente
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il 27/05/2012 alle 07:38