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DELL'ERITREA NON DOBBIAMO SAPERE

Post n°161 pubblicato il 13 Maggio 2010 da guerrinob

Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Tutto quello che non dovreste sapere sull’Eritrea (1/3)
 
di Mohamed Hassan*
 
27/04/2010
 
Il Corno d'Africa è una dei continenti più martoriato: incessanti guerre, fame, povertà ... Le immagini sono conosciute in tutto il mondo. Ma pochi sanno che l'Eritrea pensa di poter rompere questo circolo infernale, risolvendo i conflitti attraverso il dialogo e raggiungendo un alto livello di sviluppo. Si dovrebbe gioire, di tutto ciò. Eppure, agli occhi della comunità internazionale, l'Eritrea è uno stato “canaglia” messo sul banco degli imputati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite!  
Questo paese, di cui nessuno parla, minaccia le potenze occidentali? In questo nuovo capitolo della nostra serie “Comprendere il mondo musulmano”, Mohamed Hassan vi dirà tutto ciò che non dovreste conoscere dell'Eritrea.
 
Intervista di Lalieu Gregory e Michel Collon
 
L’Eritrea è la fonte di ogni violenza per il Corno d'Africa? E’ quello che sembra pensare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha recentemente approvato le sanzioni contro questo paese. L'Eritrea è accusata di fornire armi ai ribelli somali.
 
Le sanzioni si basano su una campagna ingannevole, il cui fine è destabilizzare il governo eritreo. In Somalia c’è l’embargo sulle forniture di armi dal 1992. Esperti internazionali sono sul posto per monitorare la situazione ed inoltre ora su ogni arma,c’è un numero di serie che garantisce la tracciabilità. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha più prove di questo presunto traffico di quanto non ne abbia sulle armi di distruzione di massa in Iraq!
 
C’è ancora Washington dietro questa campagna ingannevole. Lo stesso vicesegretario di Stato per gli affari africani degli Stati Uniti, Johnnie Carson, non ci crede. La verità, dice, è che la Somalia è in guerra da vent'anni ed è zeppa d’armi. Chiunque può vendere o comprare al mercato nero. I ribelli somali non hanno bisogno di essere riforniti dall’Eritrea.
 
L'Eritrea è anche accusata di mantenere tese le relazioni con Gibuti per una disputa di confine. Del resto, c’è stato un scontro tra i due eserciti nel 2008.
 
L’ Eritrea non ha mai vantato alcuna rivendicazione territoriale su Gibuti. Come la maggior parte delle frontiere africane, quella che separa i due paesi è stata tracciata dalle potenze coloniali molto tempo fa e non è mai stata messa in discussione. Questo “incidente” del 2008, è una pura invenzione di Bush.
 
Tutto è cominciato nel mese di aprile quando il presidente eritreo, Isaias Afwerkiha, ha ricevuto una telefonata dall’emiro del Qatar. Quest'ultimo riportava le lamentele del Presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh secondo il quale l’Eritrea stava ammassando le proprie truppe alle frontiere. Il presidente Afwerki non aveva dato nessun ordine in proposito al suo esercito ed era molto sorpreso di questa notizia. Perché il suo omologo dello Stato del Gibuti si avvaleva di una terza parte? Tuttavia Isaias Afwerki propose di incontrare Guelleh a Gibuti o in Eritrea oppure, se preferiva, nello stesso Qatar. Il presidente del Gibuti non rispose all'invito.
 
Poche settimane dopo, l’11 giugno 2008, i soldati dell'esercito di Gibuti attaccarono le truppe al confine eritreo. Ne seguì una breve guerra con una trentina di morti e decine di feriti da entrambe le parti. Il presidente di Gibuti accusò l'Eritrea di aver attaccato il suo paese. Con sorprendente rapidità, gli Stati Uniti emisero un comunicato che condannava “l'aggressione militare dell’Eritrea contro Gibuti”. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite fece presto eco a questa convinzione. Ed allora propose di inviare una commissione di esperti per analizzare la situazione in loco e accertare i fatti.
 
Perché il Consiglio di sicurezza ha messo il carro davanti ai buoi? Su che cosa si basavano le sue accuse? Non vi è era mai stata alcuna controversia tra Eritrea e Gibuti. I popoli di questi due paesi sono sempre stati in buoni rapporti. Ma ancora una volta, gli Stati Uniti hanno manipolato la comunità internazionale e il Consiglio di Sicurezza per esercitare pressioni sull’Eritrea.
 
Come si spiega l’atteggiamento di Gibuti?
 
Il presidente Ismail Omar Guelleh non ha praticamente base sociale. E’ mantenuto al potere grazie al sostegno delle potenze straniere. Pertanto, non poteva rifiutare. Questo spiega anche perché ci sono così tante truppe straniere a Gibuti. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno una base militare in Africa e questa si trova a Gibuti. Questo piccolo paese è anche sede di truppe di altre nazioni ed la più grande base francese del continente.
 
Guelleh è quindi totalmente dipendente da Washington. Se gli Stati Uniti hanno bisogno di lui per creare una nuova crisi nella regione, lui obbedisce. E' diventata una specialità degli Stati Uniti: fomentare problemi e poi proporre soluzioni. In questo caso, gli Stati Uniti hanno cercano di fare passare l'Eritrea per un paese bellicoso, causa di tutti i problemi nel Corno dell'Africa.
 
Perché gli Stati Uniti vogliono emarginare Eritrea?
 
Il governo eritreo ha un’idea per il suo paese e tutta la regione: è possibile raggiungere un buon livello di sviluppo e risolvere i conflitti attraverso il dialogo, sbarazzandosi delle interferenze delle potenze straniere.
 
Se si guarda alla crisi in Somalia, l’Eritrea ha sempre sostenuto di voler riunire tutti i soggetti politici di questo Paese intorno a un tavolo a parlare. Per trovare una soluzione al conflitto e ricostruire la Somalia, l'Eritrea si propone anche di coinvolgere la società civile: le donne, gli anziani, i capi religiosi ... Raccogliere tutto il mondo al di là delle divisioni, per ricostruire un paese che non ha governo da venti anni. Questo metodo è sicuramente efficace nel ripristinare la pace. Ma, da parte loro, gli Stati Uniti, hanno continuato a mantenere volontariamente la Somalia nel caos. Nel 2007 hanno anche ordinato all'esercito etiope di attaccare Mogadiscio quando ormai la pace era stata ristabilita. E alla fine dei conti è l'Eritrea ad essere sanzionata dalle Nazioni Unite!
 
In effetti, gli Stati Uniti temono che la visione dell'Eritrea faccia proseliti nel Corno dell'Africa. Ciò significherebbe la fine dell'ingerenza americana in questa regione strategica. Washington,dunque, cerca di mettere in quarantena l'Eritrea per evitare che il “virus” si propaghi… È questa una tecnica che gli Stati Uniti hanno sempre applicato e che Noam Chomsky ha studiato. In proposito egli parla di “teoria della mela marcia”: se una mela marcisce in un cesto, bisogna rapidamente toglierla prima che anche le altre mele marciscano. Questo spiega perché gli Stati Uniti hanno sempre cercato di rovesciare governi, con o senza successo: Castro a Cuba, Allende in Cile, il Laos negli anni ‘60... Chomsky nota che Washington interviene sempre col pretesto di assicurare “stabilità” nel mondo. Ma questa “stabilità”, ci spiega, significa “sicurezza” per le multinazionali e le classi dirigenti.
 
Per Washington l’Eritrea è dunque la mela marcia nel Corno d'Africa?
 
Assolutamente. Ma il vero nemico della regione è l'imperialismo, in particolare l’imperialismo degli Stati Uniti. L'Eritrea si augura dunque che i paesi del Corno dell'Africa si sbarazzino delle ingerenze dei poteri neocoloniali e sviluppino un progetto comune. Il Corno d'Africa gode di una posizione geografica molto vantaggiosa: è connessa, al tempo stesso, ai paesi del Golfo ed all'Oceano Indiano dove si svolge la maggior parte del commercio marittimo mondiale. Dispone anche di numerose risorse: minerali, gas, petrolio, biodiversità...
 
Se i popoli di questa regione si liberassero dal neocolonialismo ed unissero i loro sforzi, riuscirebbero ad uscire della povertà. E’ questo che si augura l'Eritrea per il Corno dell'Africa. Ma gli Stati Uniti non si augurano che questo progetto veda la luce, perché dovrebbero rinunciare al controllo di questa regione strategica e alle sue materie prime. Washington , dunque, fa pressione sul presidente Isaias Afwerki affinché cambi la sua politica. In fin dei conti, l'Eritrea che ha dovuto condurre una lunga lotta per ottenere la sua indipendenza nel 1993, lotta tutt’oggi per proteggere la sua sovranità nazionale.
 
La lotta per l'indipendenza condotta dall'Eritrea, è la più lunga della storia dell'Africa. Il paese è stato colonizzato per primo dagli italiani, nel 1869. Come mai l'Italia, che non era un grande impero coloniale, si è ritrovata in Eritrea?
 
Bisogna ricollocare questo avvenimento nel contesto dell'Europa del diciannovesimo secolo. All'epoca, il vecchio continente era teatro di una lotta senza pari tra i poteri imperialistici per il controllo delle colonie e delle loro materie prime. C'era già una forte rivalità tra la Francia e la Gran Bretagna. L’unificazione dell'Italia nel 1863, poi quella della Germania nel 1871, misero in campo nuovi concorrenti.
 
Inoltre il mondo capitalista conobbe la sua prima grande crisi nel 1873. Questa crisi causò lo smantellamento progressivo dell'impero ottomano ed inasprì ancor più gli appetiti rivali dei poteri europei. La Germania, per esempio, voleva approfittare dello smantellamento dell'impero ottomano per acquisire nuove colonie. Da parte loro i britannici sostenevano Istanbul per bloccare l'espansione tedesca.
 
Il cancelliere Bismarck decise di organizzare la conferenza di Berlino nel 1885. Questo è il più grande evento nella storia del colonialismo: mentre fino ad allora le colonie erano state installate soprattutto sulle coste dell'Africa, per acquisire principalmente degli sbocchi commerciali, in questa conferenza i poteri europei dell’epoca, progettarono di colonizzare gradatamente il continente nel suo insieme.
 
Così, per evitare dei nuovi conflitti e rilanciare l'economia capitalista, l'Europa si accordò sulla divisione della “torta” africana. Fu durante queste discussioni, che la Gran Bretagna incoraggiò gli italiani ad installarsi nel Corno dell'Africa. La strategia dei britannici era di invitare un potere coloniale non particolarmente minaccioso, l'Italia, per bloccare l'espansione di concorrenti più seri, la Francia e la Germania.
 
L'Europa si divise l'Africa ma all'inizio del ventesimo secolo l'Etiopia era il solo paese indipendente del continente. Perché?
 
Questa particolarità è il risultato di un compromesso tra i francesi e britannici. I primi avevano progettato di allargarsi da Dakar a Gibuti. Ora, i secondi ambivano a spingere il loro impero dal Cairo a Città del Capo in Sudafrica. Se osservate una carta dell'Africa, vedrete che, immancabilmente, questi progetti coloniali erano destinati a scontrarsi. Per evitare un conflitto che avrebbe prodotto grosse perdite a tutte e due le parti, la Francia e la Gran Bretagna, hanno deciso di non colonizzare l'Etiopia. Ma gli imperialisti non hanno però facilmente rinunciato a questo territorio. Hanno sostenuto ed armato Menelik II, che regnava su una delle regioni più ricche dell'Etiopia. Col sostegno dei poteri coloniali, Menelik II ha preso il potere in tutta l'Etiopia e permesso francesi e britannici, di avere accesso alle risorse del suo impero.
 
Se l'Etiopia era il solo paese a non essere colonizzato, lo stesso non si può dire per quanto riguarda la sua indipendenza! Quello che si faceva chiamare Menelik II, Negusse Negest dell'Etiopia, “leone” conquistatore della tribù di Judah, eletto da Dio, era solamente un agente dei poteri imperialistici, incapace di costruire un Stato moderno. Era stato scelto apposta perché cristiano ortodosso e proveniente da una delle regioni più ricche dell'Etiopia. Menelik II dirigeva un regime minoritario in un sistema feudale dunque, dove la maggioranza delle nazionalità non aveva nessuno diritto e si praticava la schiavitù. Tutto ciò ha creato molte delle disuguaglianze di cui risente, ancora oggi, l’Etiopia.
 
L'Eritrea, invece, fu colonizzata dall'Italia. Mussolini arrivò a dichiarare più tardi che sarebbe stato il cuore del nuovo impero romano. Quali furono gli effetti della colonizzazione italiana in Eritrea?
 
Quando colonizzò l'Eritrea, la popolazione italiana contava troppi contadini. Molti emigravano in Svizzera o in Francia. Altri partirono per l'Eritrea. Col suo paesaggio da cartolina ed il suo clima piacevole, la nuova colonia italiana ne faceva sognare più di uno. I coloni si stabilirono insieme ai contadini del posto. La borghesia italiana ha, allora, investito molto in Eritrea. La situazione geografica di questa colonia l'interessava particolarmente. Infatti, il paese ha delle lunghe coste lambite dal Mar Rosso; è vicino al Canale di Suez a nord ed allo stretto di Bab-el-Mandeb a sud: uno dei corridoi di navigazione più praticati del mondo, che collega il Mar Rosso all'Oceano Indiano. Gli italiani hanno investito in Eritrea dunque ed investito in piantagioni, porti, infrastrutture. Per darvi un'idea del livello di sviluppo di questa colonia, quando i britannici invasero l'Eritrea durante la Seconda Guerra mondiale smontarono addirittura le fabbriche per portarle nel loro paese!
 
Sembra di essere lontani dai saccheggi abituali o dalle mani tagliate del Congo belga. L'Eritrea era un'eccezione nel mondo spietato del colonialismo?
 
Ci sono degli aspetti positivi, ma non bisogna farsi ingannare; il colonialismo italiano si basava su un concetto discriminatorio dove i neri non avevano diritti rispetto ai bianchi. Perché? In effetti, quando l'Italia si è impossessata dell'Eritrea e di una parte dell'attuale Somalia alla fine del diciannovesimo secolo, ha tentato di spingere la sua espansione in Etiopia. Ma i soldati italiani sono stati vinti da Menelik II durante la battaglia di Adua nel 1896.
 
Negli anni seguenti, l'ideologia fascista si è sviluppata in seno all'intellighenzia italiana con la volontà di restituire l'onore del paese che era stato vinto dai neri. Il colonialismo italiano era molto razzista verso questi ultimi dunque. La popolazione eritrea era stata integrata al progetto coloniale, ma in quanto classe inferiore. Del resto, il fascismo italiano che arriva al potere nel 1922, era basato innanzitutto su un razzismo anti-nero, non era antisemita come il fascismo tedesco.
 
Degli ebrei hanno lavorato in seno ad organizzazioni fasciste in Italia! E Mussolini aveva un'amante ebrea. Immaginate questo per Hitler! E’ solamente più tardi, verso la fine degli anni trenta, che l'Italia incomincia ad osteggiare gli ebrei. Mussolini si era avvicinato ad Hitler ed il partito fascista italiano aveva bisogno di vento nuovo. Utilizzò la comunità ebraica dunque, come capro espiatorio per mobilitare la popolazione italiana.
 
Finalmente, i fascisti italiani hanno avuto la loro rivincita sull'Etiopia: nel 1935, le truppe di Mussolini invasero il solo paese non colonizzato dell'Africa.
 
Anche se l'occupazione dell'Etiopia non durò molto tempo. Nel 1941, in piena guerra mondiale, l'esercito britannico cacciò gli italiani dalla regione e gli alleati presero il controllo del Corno dell'Africa. All'indomani della guerra, se l'Etiopia ritrovò la sua “ indipendenza”, invece la sorte dell'Eritrea fu molto dibattuta.
 
L'Unione Sovietica si augurava che questa colonia ottenesse la sua indipendenza. Da parte loro, come avevano fatto un po' dovunque, i britannici puntavano a dividere il paese in due in base alla religione: i musulmani dovevano raggiungere il Sudan ed i cristiani ortodossi l'Etiopia. È interessante notare che la chiesa etiope era favorevole a questa opzione e faceva pressione sui cristiani dell'Eritrea affinché l'accettassero. Diceva loro che se avessero rifiutato, non sarebbero stati seppelliti e la loro anima non avrebbe così raggiunto il paradiso.
 
Malgrado tutto, i cristiani dell'Eritrea rifiutarono: si sentivano eritrei prima di ogni cosa! Questo sentimento di appartenenza si spiega per il fatto che gli italiani, al contrario di molti altri poteri imperialistici, avevano integrato il popolo eritreo al loro progetto coloniale, senza distinzione etnica particolare. Alla fine arrivò la terza opzione portata dagli Stati Uniti: l'Eritrea doveva essere integrata all'Etiopia in un sistema federale.
 
Perché gli Stati Uniti sostenevano questa opzione?
 
La sua posizione geografica aveva conferito all'Eritrea un’importanza agli occhi di Washington durante e dopo la Seconda Guerra mondiale. Fin dagli anni ‘40, il Pentagono e le aziende private di armi svilupparono importanti progetti nel paese: una fabbrica di aerei, officine di riparazione, una forza navale... E soprattutto, negli anni 50, i servizi di informazione americani stabilirono nella sua capitale Asmara, una delle loro più importanti basi estere di telecomunicazioni. All'epoca, non c'era sorveglianza satellitare come oggi ed i sistemi di ascolto avevano una portata limitata. Ma dall'Eritrea, si poteva sorvegliare ciò che accadeva in Africa, in Medio Oriente, nel Golfo e anche in certe parti dell'Unione Sovietica.
 
Gli Stati Uniti si batterono dunque, affinché l'Eritrea fosse annessa all'Etiopia, alleata di Washington. John Foster Dulles, una figura eminente della politica americana, dirigeva l'ufficio degli Affari Esteri. Riconobbe in un dibattito del Consiglio di Sicurezza: “Dal punto di vista della giustizia, le opinioni del popolo eritreo devono essere prese in considerazione. Tuttavia, gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo, rendono necessario che questo paese sia annesso al nostro alleato, l'Etiopia”. Ecco come fu decisa la sorte dell'Eritrea. Con pesanti conseguenze: la più lunga lotta per l'indipendenza in Africa, infatti, aveva inizio...
 
A seguire nelle prossime settimane, la seconda e terza parte della nostra intervista sull'Eritrea. Con Mohamed Hassan, descriveremo i trent' anni di un combattimento epico condotto dai resistenti. Scopriremo la posta pagata dalla rivoluzione eritrea, le sue similitudini con Cuba. Spiegheremo anche la richiesta di diritti umani in Eritrea, oggetto di attacchi dei poteri occidentali. Infine, analizzeremo questo famoso paradosso africano: tanta ricchezza per una popolazione così povera.
 
* Mohamed Hassan è un esperto di geopolitica e del mondo arabo. Nato ad Addis Abeba (Etiopia), ha partecipato ai movimenti studenteschi nel quadro della rivoluzione socialista del 1974 nel suo paese. Ha studiato scienze politiche in Egitto, prima di specializzarsi in amministrazione pubblica a Bruxelles. Diplomatico per il suo paese di origine negli anni '90, ha lavorato a Washington, Pechino e Bruxelles. Co-autore di L’Irak sous l’occupation (EPO, 2003), ha partecipato anche a opere sul nazionalismo arabo e i movimenti islamici, e il nazionalismo fiammingo. Uno dei migliori conoscitori del mondo arabo contemporaneo e musulmano.
 

 
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