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Post n°178 pubblicato il 21 Settembre 2011 da guerrinob

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Qui potete trovare la copia PDF del libro “La terra dei Gamberi – I sentieri dei Balanta”.

 
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PAW PAW

Post n°177 pubblicato il 20 Settembre 2011 da guerrinob

 

L'Asimina triloba è un albero da frutta appartenente alla famiglia delle Annonaceae. È detta volgarmente banano del nord, e dai nativi americani pawpaw o paw paw.


[modifica] Descrizione ed origine

La pianta del pawpaw (pronuncia inglese: [ˈpɔːpɔː][1]) è un albero di medie dimensioni a portamento ascendente (più alto che largo, se non è condotto altrimenti con potature), alto fino a 5–6 metri, ha grandi foglie alterne, lanceolate, caduche di 15–20 cm di lunghezza, pendenti, spesso tomentose (leggerissimamente pelose) al verso, corteccia grigia.

Nei luoghi d’origine (Stati Uniti) sono in atto impianti estensivi su maggior scala, anche ad effetto della recente rivalutazione di questo frutto, che ora è ritenuta di maggior pregio che in passato (era considerata frutto "selvatico”), e per il quale gli statunitensi ora stanno maturando una affezione verso un elemento considerato peculiare, appartenente alle loro stesse origini, e del loro paese.

La pianta è originaria della parte orientale (est) degli Stati Uniti dal corso del Mississippi fino all'Oceano Atlantico; dalla Florida al Canada (sponde meridionali dei Grandi Laghi).

Di norma la pianta è autosterile, occorrono almeno due piante di varietà (clone) diverse per avere frutti. Esistono alcune varietà autofertili

[modifica] Selezione

Sono state dichiarate come realizzate numerose selezioni (qualche decina), per la maggior parte facendo origine dalle piante selvatiche, ma anche partendo da selezioni precedenti. Si citano comunque le due selezioni più comuni:

  • Overleese: frutti a gruppi, ciascun frutto fino a 300–350 g, matura all'inizio di ottobre (USA). Selezionata da W. B. Ward, intorno al 1950.

  • Sunflower: frutti (spesso singoli) di 200–250 g, polpa color burro, buccia che ingiallisce a maturità, matura all'inizio di ottobre (USA). Selezionata da Milo Gibson intorno al 1970 (autofertile) .

Fiore

Fiore

 

Semi

Semi

[modifica] I fiori

I fiori, ermafroditi, di media dimensione (1,5–3 cm di diametro), sono pendenti su un picciolo peloso piuttosto sviluppato, sono singoli, raramente raccolti a gruppi, ascellari alle foglie, hanno simmetria rotata, con tre piccoli sepali verdi con pelosità brunastra e sei petali; tre interni racchiudenti le parti sessuali alternati a tre esterni, socchiusi in prima fase, successivamente i petali sono leggermente ripiegati verso l’esterno; la conformazione generale del fiore è quindi a “campanella”, di colore rossiccio–marrone scuro. Si schiudono in Aprile, prima delle foglie.

I fiori hanno odore leggerissimo e quasi impercettibile, leggermente putrido e certamente non gradevole (sono dedicati ad attirare insetti predatori o saprofaghi, come mosche ed altri Ditteri delle concimaie, formiche o coleotteri, che sono gli agenti impollinatori). In qualche caso si sono manifestati fenomeni di autosterilità, in tal caso la fecondazione avviene quindi solo tra piante (cioè cloni) diverse. In caso di assenza di insetti impollinatori (lontano dalle concimaie) può essere utile la impollinazione artificiale manuale (con un pennellino).

[modifica] I frutti

I frutti sono grandi bacche ovali, simili nella forma a pere più o meno cilindriche, lunghe di 6–18 cm ed oltre di lunghezza, e di 3–8 cm di larghezza, a volte a forma leggermente lobata. I frutti sono singoli o spesso riuniti a gruppi (gli ovari del fiore sono multipli) a costituire delle "mani" vagamente simili nella struttura a quelle delle banane (da cui i nomi locali che li associano, non propriamente, alle banane). Il peso dei frutti è ordinariamente da 50–100 g a 250–400 g ed oltre l'uno.

I frutti contengono numerosi semi bruni, disposti in due file, molto duri, anche di notevole dimensione (lunghi fino a 2–3 cm), simili a grossi fagioli allungati. La polpa del frutto è a consistenza densa, soda, cremosa, bianca, o a volte di colore tendente al giallo, è dolce e profumata, di sapore complesso e privo di acidità, a frutto immaturo invece è di sapore acre ed astringente. La polpa del frutto è anche ricca in vitamine e sali minerali, ha una quantità inconsuetamente alta di proteine (trattandosi di frutta).

La maturazione dei frutti è tardo estiva o autunnale, dalla fine agosto a settembre (ottobre nei paesi più freddi); dato che i fiori non si aprono tutti assieme ma in periodo di oltre un mese, così anche i frutti giungono a maturità gradualmente in un periodo di tempo di 30–45 giorni.

La maturazione differita nel tempo, la necessità di tagliare singolarmente il picciolo e la delicatezza dei frutti (si ammaccano facilmente), rendono poco probabile la coltivazione industriale.

[modifica] Ambiente

L'ambiente ideale è il clima temperato, costiero o continentale, con estati relativamente calde ma mai torride, ed inverni da freddi a molto freddi, resiste a temperature invernali di −20/−25 °C; la pianta non fruttifica in ambiente eccessivamente caldo. La pianta infatti per poter fiorire e fruttificare regolarmente ha la necessità di notevoli quantità di freddo invernale.

Dato l'ambiente naturale d'origine (piani alluvionali o greti di ruscelli o di torrenti, spesso stagionalmente sottoposti in superficie o in sottosuolo a scorrimento d’acqua, con terreno smosso e limoso, ricco di detriti e residui vegetali), è da considerare come pianta adatta ad ambiente e suoli piuttosto umidi, anche se ben drenati.

La pianta preferisce terreni a pH neutro, o sub-acido (da 5,5 a 7,5), non sopporta i terreni calcarei. La pacciamatura massiccia con foglie e detriti vegetali favorisce la conservazione di pH del suolo adeguatamente bassi.

La pianta presenta una inconsueta sensibilità delle radici, il loro danneggiamento ad esempio nelle lavorazioni del terreno, produce un tipo particolare d'arresto vegetativo repentino, che può permanere per molto tempo, anche anni.

Ad effetto della sensibilità radicale, nonostante sia a foglia caduca, la pianta non può essere trapiantata a radice nuda. Il periodo migliore per l'impianto è dopo le ultime gelate, prima del risveglio vegetativo.

[modifica] Riproduzione e moltiplicazione

La riproduzione si pratica agevolmente con seme, i semi se non immediatamente seminati alla raccolta vanno stratificati (seppelliti) in suolo umido ed esposto al freddo invernale, o se conservati vanno mantenuti in ambiente analogo (frigorifero). La moltiplicazione si effettua agevolmente solo per innesto. La pianta per sua natura tende a moltiplicarsi per polloni radicali.

[modifica] Particolarità

Tutte le parti della pianta (esclusa polpa dei frutti maturi) sono tossiche per sostanze (acetogenine) a spiccata attività antimitotica, che impediscono quindi la replicazione cellulare; tali sostanze sono allo studio per la loro particolare efficienza nella cura dei tumori.

I duri grossi semi non sono commestibili.

Tale caratteristica è comune ad altri fruttiferi della famiglia delle Annonaceae. Come con le altre Annonaceae, tra le quali si annoverano i più apprezzati fruttiferi pantropicali, tali sostanze non producono rischi particolari per la coltivazione della pianta, essendo pressoché impossibile la intossicazione fortuita.

Anche se la maggior parte delle persone sono assolutamente insensibili, si è notato molto raramente che alcune particolari persone sono allergiche al contatto con le foglie e le bucce dei frutti, con produzione di eritema (irritazione ed arrossamento della pelle).

La pianta, per le sostanze contenute, è straordinariamente resistente a parassiti e malattie, non necessita quindi di alcun trattamento.

Negli Stati Uniti a volte la pianta è coltivata nei butterfly gardens, (giardini destinati ad allevare farfalle) solo per il fatto che alloggia il bruco di una bella, grande, farfalla ad ali zebrate bianco-nere, a coda di rondine (Eurytides marcellus). Di norma il bruco non produce danni di rilievo alla pianta.

Il sito di documentazione della specie è presso la Kentucky State University, con sede a Frankfort[2].

[modifica] Note
  1. ^ pawpaw - pronunciation of pawpaw by Macmillan DictionaryURL consultato il 4 luglio 2011.

  2. ^ Kentucky State University Land Grant Program: Pawpaw Information Website

 

 
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Che si dice dell'Africa tropicale

Post n°176 pubblicato il 26 Maggio 2011 da guerrinob

da La Nuova Voce del 17 maggio 2011

LEINI Un libro per testimoniare  anni di volontariato in Africa. Lo ha scritto il leinicese Guerrino Babbini, assieme ai compagni Daniele Chiarella e Armando Cossa. Si intitola “La terra dei gamberi e i sentieri dei Balanta” ed è edito da Parole e Musica. Il testo è diviso in tre parti: le prime due sono diari dei recenti viaggi di Chiarella in Camerun e Babbini in Guinea Bissau, la terza è un approfondimento di Armando Cossa,  sulla società di quell’area africana.

La sezione opera di Babbini si intitola “Risaie Balanta”, e racconta del soggiorno del leinincese a Bissau, Fahne e altre cittadine e villaggi africani. <L’obiettivo della missione era impostare un progetto di collaborazione per la realizzazione di alcuni orti – racconta Babbini – Assieme ad altri membri dell’associazione mi sono recato laggiù, abbiamo collaborato con i nativi per scavare alcuni pozzi, in modo da “esportare” il concetto di orto, che da quelle parti non è molto praticato>. Sono ormai alcuni anni che l’associazione Abala lite (“Come stai” in lingua Balanta) si occupa di progetti per il rilancio dell’agricoltura e della società africana. <I Balanta hanno un’organizzazione sociale straordinaria, orizzontale, senza gerarchie. Non hanno il concetto di proprietà privata – spiega Babbini – Sono bella gente, intelligente, e sono anche molto puliti. Lo dico perché solitamente non lo si pensa. Nei villaggi si vive come 1000 anni fa, hanno le ruote ma non le usano molto>.

Contrariamente a quanto si può pensare, la Guinea Bissau non è un posto arido, anzi. <Il mare penetra su gran parte del territorio, costituendo ampie zone paludose. Sono stati costruiti lunghissimi argini. Hanno tantissime risaie, infatti io e i miei colleghi siamo andati laggiù proprio per “ristrutturarle”>. Sbaglia chi pensa che laggiù regni la miseria: <Se il raccolto di riso va bene hanno da mangiare, e a meno che non si prendano la malaria o qualcosa di peggio, laggiù sono felici e non ci pensano nemmeno a salire sui barconi e venire in Europa – commenta Babbini – Per questo sarebbe giusto investire su progetti di crescita locali>.

Cosa fa l’associazione Abala lite. Una ventina di soci, una dozzina di volontari attivi, da anni ormai sono impegnati nei vari progetti: <Abbiamo costruito una scuola, scavato molti pozzi per l’accesso all’acqua. Siamo laggiù almeno 6-7 mesi all’anno – spiega Babbini – Io personalmente ci vado una volta l’anno e ci sto un mese. In generale siamo abbastanza lontani dai problemi religiosi, ma collaboriamo con i missionari che lavorano là, sono gente molto seria>.

Il prossimo viaggio? <L’anno prossimo, ma prima di me altri andranno laggiù. Anche perché basta andarci una volta per prendersi il “Mal d’Africa” e voler subito tornare>.

Lorenzo Bernardi

 
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LA TERRA DEI GAMBERI E I SENTIERI DEI BALANTA

Post n°172 pubblicato il 05 Maggio 2011 da guerrinob

Recensione: La Terra dei Gamberi e i Sentieri dei Balanta, di Chiarella-Babbini-Cossa (Eco del Libro)

aprile 27th, 2011

26 / 04 / 2011 – Recensione numero trentuno per il settimanale appuntamento con la lettura da noi consigliata, attraverso la rubrica “Eco del Libro”.

Parole e Musica edizioni, la casa editrice di Borgaro Torinese annuncia l’uscita di un nuovo libro che si affianca ai nove già pubblicati in sei anni: di Daniele Chiarella, Guerrino Babbini e padre Armando Cossa, “La Terra dei Gamberi e i Sentieri dei Balanta”.
120 pagine nelle quali gli autori raccontano le loro esperienze africane in Camerun e in Guinea. Un libro scritto da persone che sanno mettersi in gioco e che non si fanno problemi. Si sono incontrati e hanno detto “scriviamo quello che abbiamo visto con i nostri occhi, quello che abbiamo provato e quello che possiamo costruire per l’Africa”.
Già, costruire per l’Africa! Un obiettivo che per Chiarella, tornato dal Camerun dove ha fatto conoscere la canzone d’autore italiana e suonato con bravi musicisti locali, è diventato un chiodo fisso. Raccogliere fondi per comprare strumenti e donarli ai musicisti camerunesi, per aprire scuole di musica ma non solo.

Daniele Chiarella ricorda infatti che “in particolar modo serviranno a finanziare un progetto di stampa di un opuscolo da colorare destinato ai bambini delle scuole inferiori africane con l’intento di divulgare 5 semplici regole di igiene basilare per diffondere e propagandare una cultura di salute e pulizia anche in condizioni disagiate”.
 Il libro porterà il lettore a conoscere anche l’impegno di Babbini, e i suoi amici di “Abalalite”, portato avanti in Guinea, insieme alla popolazione dei Balanta Brassa. Di questi ultimi padre Armando descrive al meglio le tradizioni.
 L’obiettivo, oltre a coinvolgere i lettori in un atmosfera unica, è quello di raccogliere fondi destinati ai progetti in Guinea e in Camerun. Gli autori sottolineano anche che “non tragga in inganno la prima parte del titolo “La terra dei Gamberi…” non vogliamo arretrare anzi la nostra volontà è quella di camminare fianco a fianco a queste popolazioni con reciproca dignità e rispetto”.

(Dario De Vecchis)

La Terra dei Gamberi e i Sentieri dei Balanta di Daniele Chiarella, Guerrino Babbini e padre Armando Cossa
Parole e Musica edizioni 
120 pagine 
5 euro

 
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GUERRA DEI MONDI IN AFRICA

Post n°171 pubblicato il 05 Maggio 2011 da guerrinob

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Guerra dei mondi in Africa
 
Pepe Escobar 
Al Jazeera
 
Dalle guerre per l’energia alle guerre per l’acqua, il XXI secolo sarà testimone di una feroce lotta per le risorse naturali che restano nel mondo. Lo scacchiere è globale. I rischi sono enormi. La maggior parte delle battaglie saranno invisibili. Tutte saranno cruciali.
 
L’Africa, un continente ricco di risorse, è oggetto di una complessa trama nel Nuovo Grande Gioco di Eurasia. Vi sono tre importanti avvenimenti correlati.
 
1- La maggiore età dell’Unione Africana (UA) nel decennio del 2000 
2- L’offensiva d’investimenti cinesi in Africa nello stesso decennio 
3- La creazione del Comando Militare per l’Africa del Pentagono (Africom) nel 2007.
 
Pechino è ben consapevole che il bombardamento anglo-franco-statunitense [e italiano, ndr] della Libia - a parte le sue innumerevoli implicazioni geopolitiche - mette in pericolo migliaia di milioni di dollari d’investimenti cinesi, senza parlare del rischio di una - seppur discreta - evacuazione di più di 35.000 cinesi che lavorano nel paese. E qualcos’altro - per esempio, nel caso di un eventuale rinnovo dei contratti compiuto da un governo docile filo-occidentale - può mettere in pericolo le importazioni cinesi di petrolio (3% del totale delle importazioni nel 2010). Quindi, non stupisce che il giornale China Military, edito dall’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) cinese, così come qualche settore del mondo accademico, affermino apertamente che la Cina deve abbandonare la politica di basso profilo adottata dall’epoca di Deng Xiaoping e puntare su di un esercito capace di difendere i suoi interessi strategici in tutto il mondo (i cui bilanci attivi contano su più di 1,2 bilioni di dollari). Bisognerebbe fare il confronto con un dettagliato esame della strategia di Africom, che dimostra che l’energia costituisce la proverbiale agenda segreta e la sua decisa intenzione di isolare la Cina dal Nord Africa. Una relazione intitolata: “China's New Security Strategy in Africa” (Nuova Strategia di Sicurezza della Cina in Africa) tradisce il timore del Pentagono che l’EPL decida di mandare truppe in Africa per proteggere gli interessi cinesi. Non succederà in Libia, non succederà subito in Sudan; ma più in là non vi è certezza.
 
Intromissioni
 
Il Pentagono, di fatto, si è intromesso nelle questioni africane da più di mezzo secolo. Secondo uno studio dell’anno scorso dell’US Congressional Research Service, lo ha già fatto non meno di 46 volte, prima di questa guerra civile in Libia. Fra altre imprese, il Pentagono ha partecipato a una fallita invasione in grande scala della Somalia ed ha appoggiato l’infame regime del Ruanda che ha compiuto il genocidio. Il governo di Bill Clinton si è immischiato in Liberia, Gabon, Congo e Sierra Leone, ha bombardato il Sudan e ha inviato consiglieri in Etiopia per aiutare alcuni satelliti di dubbia reputazione a ottenere una parte della Somalia (di fatto, la Somalia è in guerra da 20 anni).
 
La National Security Strategy (Strategia di Sicurezza Nazionale - NSS), concepita dal governo di Bush, è esplicita: “L’Africa é una priorità strategica nella lotta contro il terrorismo”.
 
Senza dubbio, l’interminabile “guerra contro il terrore” è uno spettacolo marginale nel vasto programma di militarizzazione che favorisce i regimi satelliti, la creazione di basi militari e di cooperazione” secondo la neolingua del Pentagono. Africom ha dei rapporti bilaterali di collaborazione militare con 53 paesi africani, per non parlare degli oscuri programmi multilaterali con West African Standby Force e Africa Partnership Station. Le navi da guerra statunitensi visitano tutti i giorni i paesi africani tranne quelli che circondano il Mediterraneo.
 
Eccezioni: Costa d’Avorio, Sudan, Eritrea e Libia. La Costa d’Avorio ora è già controllata: così come la parte meridionale del Sudan. La Libia può essere la prossima. Gli unici a restar ancora fuori da Africom saranno Eritrea e Zimbabwe.
 
La reputazione di Africom non è proprio ineccepibile. Quanto successo a Tunisi e in Egitto nella Rivolta Araba del 2011, l’ha colto di sorpresa. In fin dei conti, quei soci erano fondamentali per la vigilanza del Mediterraneo meridionale e del Mar Rosso. La Libia però aveva delle attrattive particolari: un dittatore facilmente demonizzabile, un docile regime post Gheddafi, una base militare cruciale per Africom, un bel po’ di petrolio a basso costo e di eccellente qualità e la possibilità di buttare fuori la Cina dalla Libia. Così è cominciata, sotto il governo Obama, la prima guerra africana. Le parole del suo comandante in capo il generale Carter Ham: “Abbiamo completato una missione operativa in Libia complessa e affrettata, e l’abbiamo… girata alla Nato”.
 
Il che ci porta al passo seguente. Africom dividerà tutti i suoi successi africani con la Nato. Africom e la Nato sono, di fatto, la stessa cosa: il Pentagono, come noto, è un’idra con molte teste.
 
Pechino assiste a ciò che sta capitando al Mediterraneo, trasformato in un lago della Nato (col colonialismo principalmente franco-britannico), l’Africa militarizzata e gli interessi cinesi esposti a un alto rischio.
 
Cinafrica
 
Masse di lavoratori e imprenditori cinesi lanciati alla scoperta di grandi spazi vergini vuoti; questa miscela di emozioni selvagge, dall’esotismo al rifiuto, dal razziamo all’avventura pura. Cittadini cinesi hanno superato l’incosciente collettivo dell’Africa e hanno fatto sognare gli africani, mentre la Cina, la grande potenza, dimostra di essere capace di fare miracoli lontano dalle sue coste.
 
Per l’Africa, questa sindrome di opposti è stata un grande impulso dopo la decolonizzazione degli anni 60’ e del terribile disordine che è seguito. La Cina ha pavimentato strade e riparato ferrovie, ha costruito dighe in Congo, Sudan e Etiopia; ha dotato tutta l’Africa di fibra ottica, ha inaugurato ospedali e orfanotrofi; e - proprio prima dei fatti di piazza Tahrir - era sul punto di aiutare l’Egitto a rilanciare il suo programma nucleare civile.
 
L’uomo bianco in Africa è stato, per lo più, arrogante e condiscendente; l’uomo cinese, umile, capace, efficace e discreto. La Cina presto diventerà il maggior socio commerciale dell’Africa, davanti a Francia e Regno Unito, e la sua principale fonte d’investimento straniera. Significativo è il fatto che quanto di meglio ha saputo fare l’Occidente per contrastare questo terremoto geopolitico sia stata la via militare. Il modello cinese e di commercio estero, aiuto e investimento - per non parlare del modello interno cinese d’investimenti statali su grande scala in infrastrutture - ha fatto sì che l’Africa si dimenticasse dell’Occidente, man mano che aumentava l’importanza strategica dell’Africa nell’economia mondiale. Perché un governo africano dovrebbe avere fiducia nelle modifiche strutturali del FMI e della Banca Mondiale quando la Cina non pone nessun condizione politica e rispetta la sovranità, aspetto che Pechino considera il principio più importante del diritto internazionale? Inoltre, la Cina non è ostacolata dal bagaglio storico coloniale africano. In poche parole, grandi settori dell’Africa hanno rifiutato la terapia shock offerta dall’Occidente e hanno abbracciato quella cinese. Com’era prevedibile, le elite occidentali non lo hanno gradito.
 
Pechino ora vede chiaramente che nel contesto più ampio del Nuovo Gran Gioco in Eurasia, il Pentagono si é schierato per rilanciare la Guerra Fredda, questa volta contro la Cina in tutta l’Africa, usando tutti i trucchi da manuale, dalle oscure associazioni fino al caos preordinato.
 
La leadership a Pechino continua ad osservare in silenzio. Per il momento, il detto del piccolo timoniere Deng: “attraversare il fiume tastando le pietre”, é ancora valido.
 
Il Pentagono dovrebbe aprire gli occhi. Il meglio che Pechino ha da offrire è aiutare l’Africa a compiere il suo destino. Agli occhi degli stessi africani, questa offerta supera qualunque missile da crociera.
 

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CORSO PER MIGRANTI DI COMPRENSIONE DELLA LINGUA ITALIANA

Post n°170 pubblicato il 29 Gennaio 2011 da guerrinob

 

CORSO PER MIGRANTI DI COMPRENSIONE DELLA LINGUA ITALIANA

 

La recente legislazione, che obbliga gli immigrati a superare test di conoscenza della lingua italiana per ottenere permessi di soggiorno, interpella la nostra disponibilità a favorire, con aiuti didattici, l’integrazione nel nostro paese di queste persone, che accettando qualunque lavoro cercano una opportunità di vita libera, onesta e legale

Molti immigrati non avranno difficoltà a superare questi test perché hanno una scolarità analoga alla nostra e una intelligenza vivace. Altri arrivano da situazioni dove la povertà o la guerra non lasciano spazi alla scuola.

 

La onlus Parole&Musica e l’Associazione di volontariato Abalalite organizzano incontri gratuiti a Borgaro via Diaz 5, aperti a tutti i migranti che vogliono essere aiutati alla comprensione della lingua italiana.

Gli aiuti didattici saranno offerti da un gruppo di insegnanti coordinati dalle prof.sse Nunzia Di Gioia, docente di scuola secondaria, Anita Beltramo, docente di scuola primaria, Margherita Dotta Rosso, docente di scuola secondaria, da Michelangelo Bertuglia e Babbini Guerrino.

I metodi didattici saranno definiti in base alle esigenze dei partecipanti avendo cura di seguire tutti nel modo migliore possibile.

Si accettano volontari capaci di insegnare, disponibili a dedicare una sera alla settimana a questo progetto.

 

Gli orari saranno serali o preserali se ci saranno richieste.

Per adesioni ci si può recare, ogni lunedì alle 20,30 dal 7 febbraio, alla sede di Parole&musica in via Diaz 5 a Borgaro.

 

Gli incontri didattici avranno luogo tutti i

 

LUNEDI' ore 20,30

A Borgaro Via Diaz 5

a partire da LUNEDI' 7 FEBBRAIO 2011

 
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ADELINHA

Post n°169 pubblicato il 23 Novembre 2010 da guerrinob

 

Mi scrive Manuela, “che notizie hai di Adelia, quella bambina nata cieca”?

Qualcosa avevo sentito. Anche per riferire, mi informo.

Tre anni fa, dice padre Cossa, ero appena arrivato in luglio a Nhoma, mi chiamano subito dopo la messa del mattino e mi dicono che hanno trovato una bambina nel bosco, nata senza occhi.

Corro al villaggio e trovo una donna che stringe al seno quel corpicino credendolo senza vita. Al tepore del seno la bimba si rianima. Aveva la testa bianca di vermi e insetti erano entrati nelle orecchie, per fortuna senza lesionare i timpani. In macchina la porto subito all'ospedale di Cumura”. Cumura Ospedale gestito dai frati, ha preso origine da un ex lebbrosario ed ora è il più importante ospedale delle nazioni africane che convergono sul golfo di Guinea.

I medici riescono a tenerla in vita. Si viene a sapere che questa bimba era già stata vista tre giorni prima dai bambini delle vacche, i pastorelli, che ci hanno giocato, ma a sera non ne hanno parlato con i genitori, quasi ritenendola una creatura del bosco. Ritrovandola il giorno dopo cominciano a diventare perplessi. Era Agosto, fortunatamente pioveva e la bimba non ha rischiato la disidratazione e le formiche carnivore non l'hanno trovata . A sera ancora silenzio con i grandi. Al terzo giorno la bimba dà pochi segni di vita. I pastorelli, a sera, al ritorno con le vacche finalmente ne parlano. All'alba le donne partono alla ricerca e trovatala, corrono a chiamarmi”.

Ho visto il bosco dove Adelia è stata buttata senza alcun indumento. Non è foresta. E' un bosco di cajù, piantati dall'uomo 30 anni fa, accanto alla strada principale del paese.

In ospedale, dovendo dare un nome, padre Cossa non trova di meglio che dargli il nome della sua sorellina, che ora ha 21 anni e sta per venire in Italia a studiare medicina.

Adelinha ora ha tre anni, parla e cammina e dimostra un'intelligenza non comune. Vive in un orfanotrofio a Bissau per bambini ciechi.

Il padre non l'ha voluta riconoscere perchè cieca e la madre l'ha buttata.

Per lei ora si cerca un'adozione almeno a distanza, ma mi sembra poco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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CONFERENZA DONATORI E INVIO TRUPPE

Post n°168 pubblicato il 05 Agosto 2010 da guerrinob

sabato, luglio 24, 2010

CPLP punterà sulla conferenza dei donatori 'per la Guinea-Bissau

 

 

Il presidente angolano ha difeso oggi la chiusura del vertice dell'ottava dei paesi membri CPLP dovrebbero concentrare i loro sforzi in una conferenza dei donatori per la Guinea-Bissau.

"Dobbiamo concentrare i nostri sforzi per promuovere la Conferenza dei donatori per questa nazione sorella che ha bisogno di risorse finanziarie per garantire i loro programmi di sviluppo a sostegno della pace e della democrazia", ha osservato.

La questione della Guinea-Bissau era presente l'intervento di Jose Eduardo dos Santos, ha annunciato che come "non meno importante" sarà un '"attività da sviluppare con altri partner internazionali per la sicurezza, la stabilità e il normale funzionamento delle sue istituzioni democratiche" .

 venerdì, luglio 30, 2010

CPLP: invio di truppe in Guinea-Bissau è subordinato alla esplicita richiesta delle autorità della Guinea

 

Il segretario esecutivo della CPLP oggi ha detto che è d'accordo con il presidente angolano, sulla possibile distribuzione di un intervento militare in Guinea-Bissau, dove una esplicita richiesta delle autorità della Guinea.

 

Il segretario esecutivo della CPLP oggi ha detto che è d'accordo con il presidente angolano, sulla possibile distribuzione di un intervento militare in Guinea-Bissau, dove una esplicita richiesta delle autorità della Guinea.

 

"Non solo sono d'accordo, in quanto corrisponde a quello che abbiamo detto a partire da aprile 2009," ha detto Domingos Simões Pereira, accanto al rilascio di una suite di strumenti linguistici società Priberam a Lisbona.

 

"Dopo la riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri del CPLP, che ha avuto luogo presso la City Beach (luglio 2009) sosteniamo la decisione del ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale) mobilita qualche capacità di intervento, ma abbiamo detto era condizionato ad una richiesta esplicita da parte delle autorità della Guinea ", ha dichiarato Simoes Pereira.

 

fonte: expresso.pt

 

 
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ONU, KAGAME, ZAPATERO

Post n°167 pubblicato il 22 Luglio 2010 da guerrinob

 

L’ONU promuove una grande farsa
 
L'ONU indica Paul Kagame, insieme a Zapatero, promotore della lotta alla povertà, come esempio e modello per il mondo.
 
Umoya
 
09/07/2010
 
Il prossimo 16 luglio Paul Kagame, presidente del Ruanda, visiterà la Spagna, su invito di José Luis Rodríguez Zapatero, per preparare il vertice sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM) che si terrà nel settembre del 2010 nella sede delle Nazioni Unite (ONU). Zapatero è stato designato da Ban Ki Moon, Segretario Generale (ONU), come presidente del gruppo internazionale che promuoverà l’effettivo compimento degli OSM e il co-presidente, in rappresentanza dei paesi in via di sviluppo, sarà Paul Kagame, attuale presidente del Ruanda.
 
Tanto questa designazione quanto l'adesione, l’invito e l’accoglienza spagnola a Paul Kagame, sono una gravissima mancanza di rispetto nei confronti del popolo ruandese, del popolo congolese, degli spagnoli assassinati, della Giustizia spagnola, della pace e stabilità mondiale così come dell’“istituzione” stessa dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
 
Per conto dei Comitati di Solidarietà con l'Africa Nera (UMOYA) vi chiediamo che sottoscriviate la richiesta che il presidente Zapatero cancelli la visita di Paul Kagame in Spagna, non si riunisca con lui, ascolti i familiari dei nove cittadini spagnoli assassinati, collabori con la giustizia spagnola, rivendichi la pace nella Regione dei Grandi Laghi e solleciti le Nazioni Unite, come istituzione garante della pace e dei diritti umani, perchè faccia pressione sul Governo ruandese affinchè cessi la sistematica violazione dei diritti umani e le continue aggressioni al Congo, e ci basiamo sulle seguenti argomentazioni:
 
1. Dal momento che Paul Kagame assunse il comando del gruppo militare FPR [Fronte Patriottico Ruandese] nel 1990 e successivamente alla presidenza del Ruanda nel 1994, il conflitto armato da lui promosso ha causato la morte violenta di 5 milioni di congolesi e 2 milioni di ruandesi, divenendo il conflitto più grave e che ha causato più vittime dopo le due guerre mondiali... E la cosa più grave e sorprendente: queste cifre sono state ignorate dalla comunità internazionale e dai mezzi di comunicazione.
 
2. Constatiamo che la causa principale che ha generato questo conflitto è il saccheggio da parte del suo esercito delle ingenti risorse minerarie della Repubblica Democratica del Congo: coltan, cassiterite, oro, rame, diamanti... Sia direttamente che indirettamente, mediante gruppi armati che finanzia e appoggia, nell’interesse di grandi multinazionali.
 
3. Allo stesso modo Paul Kagame ordinò l’assassinio di 9 cittadini spagnoli che furono testimoni dei massacri perpetrati dal suo esercito sulla popolazione civile indifesa. Basandosi su queste 9 morti, il Forum Internazionale per la Verità e la Giustizia nell’Africa dei Grandi Laghi, presentò una denuncia penale presso la Audiencia Nacional (Alta Corte Nazionale) contro la cupola militare ruandese. Il 6 febbraio del 2008, il giudice dell'Audiencia Nacional D. Fernando Andreu Merelles, emise ordini di arresto internazionali nei confronti di 40 alti ufficiali del comando militare accusandoli, tra gli altri, di crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La carica di Presidente conferisce a Kagame l’immunità.(http://www.umoya.org/images/stories/documentos/querella/auto_procesamiento_militares_ruandeses.pdf) .
 
4. Zapatero non si è degnato di incontrare i familiari dei cittadini spagnoli assassinati ma sembra disponibile a stringere la mano di Paul Kagame per rappresentare questa grande farsa.
 
Per sottoscrivere questo comunicato, singolarmente o come gruppo, cliccare sul seguente collegamento: https://spreadsheets.google.com/viewform?formkey=dHNMeDhPTE5ESVY0cE1lZGVUM2lMOXc6MQ
 
Federazione dei Comitati di Solidarietà con l’Africa nera - UMOYA
Ulteriori informazioni su http://www.umoya.org (speciale Ruanda).

 

 
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REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

Post n°166 pubblicato il 08 Luglio 2010 da guerrinob

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Il 50° anniversario dell’indipendenza della RDC - Repubblica Democratica del Congo
 
di Jesús García Pedrajas
 
04/07/10
 
Ricorrono i 50 anni dalla formazione del primo governo democratico e autoctono della Repubblica Democratica Congolese (RDC) e pure i 50 anni da uno dei discorsi più coraggiosi mai pronunciati in un parlamento: il discorso di Patrice Lumumba di fronte al parlamento appena costituito della RDC.
 
Durante i discorsi che in quel giorno lo hanno preceduto, il giovane primo ministro deve aver sentito crescere in lui la rabbia; non poteva permettere che un giorno così importante, di felicità e successi si trasformasse in un perverso omaggio al passato da parte di re Baldovino condito con l’umiliante riconoscimento da parte del presidente Kasavubu della superiorità morale e intellettuale dei suoi amici bianchi.
 
Il re aveva sorvolato sul suo criminale predecessore, Leopoldo II, per cancellare la vittoria del popolo congolese contro uno stato coloniale che al colmo del cinismo era stato chiamato “Stato libero del Congo”. Aveva perfino parlato dei benefici dello stato coloniale, della civilizzazione e della modernità portati in quell’angolo del continente nero. Non aveva detto una parola sul numero (incerto) dei milioni di vittime provocate dalla schiavitù per ottenere il massimo profitto nel saccheggio di caucciù, avorio e minerali. Non aveva neppure parlato delle “legioni di monchi del re Leopoldo”, i mutilati che erano stati così puniti per non aver raccolto la loro quota di caucciù, né aveva ricordato gli stupri e i maltrattamenti.
 
Il discorso del presidente Kasavubu non fu meglio; parlò molto di Dio e pochissimo degli uomini e dei loro peccati, lasciò intendere che lui era un negro obbediente, non come quell’altro con cui condivideva il governo, più carismatico ma meno affidabile per le multinazionali, meno docile per Belgio e Stati Uniti.
 
Pare che non fosse stato previsto un intervento di Lumumba, ma i presenti poterono notare che mentre il re Baldovino e Kasavubu parlavano prendeva freneticamente nota, quindi si alzò si avvicinò alla tribuna e prese a parlare, lasciando uscire non solo la sua l’ira, quella personale, ma attraverso le sue parole quella di tutto il popolo congolese, troppo abituato soffrire e a morire in silenzio. Parlò freddamente di tutte le crudeltà inflitte al suo popolo, di tutte le umiliazioni patite, parlò della vera storia del Congo.
 
Un effetto delle sue parole fu immediato: gli assistenti bianchi della vecchia metropoli coloniale e i suoi futuri collaboratori in Congo si giravano irrequieti sulle loro sedie, parlavano fra loro, si agitavano per le parole di quel negro che osava uscire dal suo ruolo, dal ruolo che gli avevano dato nella piantagione. La voce di Lumumba si mescolò con gli applausi del pubblico, almeno di quelli che amavano il loro paese.
 
L’altro effetto del discorso di P. Lumumba fu ugualmente rapido ma non si notò al momento; si poté vedere l’espressione del viso del re, del presidente, degli inviati di governi e aziende, che esprimevano odio e sorpresa insieme per quella dichiarazione di intenti del primo ministro ma che suonava pure come la sua sentenza di morte. Non potevano lasciare vivere un simile cattivo esempio per i nascenti stati indipendenti in tutto il continente africano, era un pericolo troppo grosso. Non bastava allontanarlo dal potere, lo si doveva eliminare, come dissero nelle comunicazioni fra le agenzie d’intelligence e la Segreteria di Stato degli Stati Uniti. E fu così.
 
Da lì a pochi mesi, nel settembre del 1960, Lumumba fu cacciato dal governo da Kasavubu e nel gennaio dell’anno seguente torturato e assassinato dalle truppe al comando del futuro dittatore Mobutu. Del primo ministro assassinato rimasero le sue parole e il suo ricordo.

 
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MAREE DI PETROLIO

Post n°165 pubblicato il 01 Luglio 2010 da guerrinob

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org
a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Le maree di petrolio che non si vedono in televisione
 
Nel delta del Niger ogni anno una Exxon Valdes
 
di Manuel Ansede - Público
 
22/06/2010
 
Il presidente degli USA, Barack Obama, è arrivato a dire che vuole "prendere a pedate nel culo" i dirigenti della BP, l’impresa petrolifera responsabile della piattaforma che è scoppiata lo scorso 20 aprile provocando una fuga di petrolio che a oggi è arrivata a più di 400 milioni di litri di greggio. I suoi attacchi contro la multinazionale di origine britannica ne hanno fatto cadere la sua quotazione in borsa della metà del suo valore. Per due mesi c’è stato solo un versamento. Non una sola parola per quello che capita a migliaia di chilometri, nel delta del fiume Niger. Si potrebbe obiettare che Obama deve preoccuparsi di quanto capita nel suo paese, ma il 40% del petrolio che gli Stati Uniti importano proviene dal delta del Niger. E la marea nera del Golfo del Messico ha coperto le negligenze delle aziende petrolifere in quest’angolo del mondo.
 
Martedì scorso, il ministro dell’ambiente della Nigeria, John Odey, ha manifestato la sua "preoccupazione" di fronte alla quantità di greggio sparso dalla compagnia statunitense Exxon Mobil nel delta del fiume Niger. Negli ultimi quattro anni ben 2.400 fughe di greggio hanno tinto di nero la regione; secondo l’Agenzia nazionale per le emergenze petrolifere, la maggior parte sono causate da sabotaggi. Una marea nera come quella che inonda i telegiornali di tutto il mondo, in Nigeria non sarebbe una vera notizia. Ogni anno, nell’ultimo mezzo secolo, sulle sue coste sarebbero state versate quasi 40.000 tonnellate di greggio. E’ come se ogni anno una petroliera tipo Exxon Valdez naufragasse nel delta del fiume Niger.
 
"Bisogna che la Exxon Mobil sia più prudente nella gestione dei suoi versamenti" ha tiepidamente chiesto Odey durante una riunione con i dirigenti dell’impresa petrolifera. Si tratta di un cambio di strategia in un governo abituato a stare ben zitto di fronte ai disastri ambientali causati dalle aziende petrolifere. Niente a vedere con Obama e le sue pedate nel culo. L’85% dei profitti nigeriani dipendono dal gas e dal petrolio.
 
Pesce contaminato
 
"In Nigeria le cose funzionano in maniera diversa, Il governo normalmente non si disturba a emettere nemmeno un comunicato, figurarsi se sente il bisogno di minimizzare le fughe di greggio". Lo ha denunciato qualche giorno fa il professore nigeriano Anene Ejikeme, della Trinity University di San Antonio (Texas), sulle pagine del The New York Times.
 
La direttrice di Amnesty International, Audrey Gaughran, autrice ora di un reportage sul disastro ambientale nel Golfo di Guinea, ha descritto così la situazione un anno fa: "Chi abita il delta del Niger deve bere, cucinare e lavarsi con acqua contaminata. Mangiano pesce contaminato da petrolio e altre tossine, se riescono ancora a trovare del pesce, giacché, pure la terra che coltivano si sta degradando. Dopo i versamenti di greggio l’aria che respirano puzza di petrolio, gas e altri agenti contaminanti. La popolazione lamenta problemi respiratori e lesioni alla pelle, ma né il governo né le aziende petrolifere vigilano sugli effetti dell’inquinamento petrolifero sugli esseri umani".
 
La responsabilità della tragedia in Nigeria non è solo della Exxon Mobil. La compagnia anglo-olandese Shell, il maggior operatore nel paese, ha ammesso in maggio che solo nel 2009 più di 100.000 barili del suo petrolio (14.000 tonnellate) sono stati riversati in Nigeria . Un’altra marea nera della Shell ogni quattro giorni. "La maggior parte delle fughe di petrolio (il 70% , secondo i calcoli) nel delta del Niger sono il risultato di sabotaggio o dovuto a fori prodotti da furti lungo gli oleodotti" afferma la Shell per difendersi, e assicura che "è impegnata a ripulire l’ambiente il più rapidamente possibile".
 
L’opinione di Amnesty International e diversa. "Anche se Shell assicura di essere un’azienda sociale e responsabile sul piano ecologico, continua a danneggiare direttamente i diritti umani per non prevenire e provvedere a mitigare i danni all’ambiente nella zona del delta del Niger", ha denunciato Gaughran. Shell nel 2009 ha pagato poco più di tre milioni di euro in compensazioni ai proprietari di terre danneggiate.
 
280.000 milioni di entrate e una vita a 80 centesimi al giorno
 
Nell’Arabia Saudita d’Africa, la Nigeria, dove i politici corrotti si riempiono i portafogli con rotoli di petrodollari, la speranza di vita di un cittadino è di 48 anni, 33 meno di uno spagnolo, e quasi 100 bambini su 1.000 muoiono prima di compiere un anno.
 
Una vecchia analisi del 2003, ma ancora attuale, spazza via il discorso sull’effetto benefico delle aziende petrolifere per la società. L’economista spagnolo Xavier Sala y Martín, dell'università statunitense di Columbia, e Arvind Subramanian, del Fondo Monetario Internazionale, hanno svelato che la percentuale di persone che vivevano con meno di un dollaro (0,8 euro) al giorno in Nigeria era salito dal 36% al 70% della popolazione (circa 140 milioni di persone tra il 1970 e il 2000). Nello stesso periodo di tempo i governi nigeriani hanno incassato circa 280.000 milioni di euro grazie al petrolio.
 
La principale azienda petrolifera nel paese, la Shell, ammette che il denaro del greggio non arriva ai cittadini: "La corruzione è stata una barriera che ha impedito di trasformare i benefici del petrolio in benefici alla popolazione nigeriana".
 
Nel documento di qualche giorno fa si dice anche che l’azienda ha firmato contratti con imprese nigeriane per un valore di 720 milioni di euro nel 2009 e di aver messo a disposizione altri 36 milioni in un fondo per migliorare l’educazione nel paese.
 
La multinazionale assicura che l’oro nero non basta per creare ricchezza: "Anche se si investisse bene, i proventi del petrolio in Nigeria non avrebbero effetto duraturo nel pese più popoloso dell’Africa. Le entrate provenienti da petrolio e gas divisi fra i 140 milioni di abitanti si riducono a meno di un dollaro al giorno per persona", spiega Shell nel suo comunicato.
 
L’analisi di Sala y Martín è molto meno auto compiacente: "Il petrolio esercita un impatto negativo sulla crescita del paese a causa del suo effetto negativo sulla qualità delle istituzioni".
 
Fonte: http://www.publico.es/ciencias/322129/nigeria/shell/vertido/petroleo 27-06-2010
 
 

 
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ESPERIENZE SOCIALISTE IN AFRICA

Post n°164 pubblicato il 21 Giugno 2010 da guerrinob

Le esperienze socialiste in Africa
 
di Leyde E. Rodriguez Hernández
 
04/05/2010
 
Il 50° anniversario dell’indipendenza africana è stata l’occasione per la presentazione, a Parigi, del libro: Le esperienze socialiste in Africa 1960 - 1990. Il dibattito animato dagli scrittori Henri Alleg e Francis Arzalier, ha messo in chiaro che l’indipendenza dei paesi africani non è stata un regalo delle metropoli coloniali, in quanto dal 1945 sono nati all’interno del continente movimenti e forze sociali che hanno lottato per la liberazione dei loro popoli.
 
Quei movimenti popolari ebbero anche l’appoggio solidale del Partito Comunista Francese (PCF) e della CGT, elementi della politica francese che all’epoca svolsero un’influenza favorevole nella genesi e lo sviluppo delle forze progressiste africane.
 
Il libro edito da "Les Temps des Cerises" fornisce le valutazioni sulle cause che diedero inizio ai cambiamenti rivoluzionari in Mali, Ghana, Guinea, Egitto, Algeria, Angola, Etiopia, Burkina Faso e Congo Brazzaville, come anche il bilancio storico di successi, errori e sconfitte nel contesto del confronto della "Guerra fredda", scatenata dagli Stati Uniti e dalla destra mondiale per far retrocedere e distruggere i progressi dei popoli del Terzo mondo e dell’Unione Sovietica.
 
L’opera s’impegna nella ricostruzione storica per un nuovo socialismo africano, che non può eludere lo studio dei processi di emancipazione svoltisi nel XX secolo. Gli autori indicano in questa via, l’unica che permetta di creare le condizioni soggettive indispensabili a una prospettiva socialista per una regione del pianeta sempre al centro delle mire imperialiste a causa delle sue risorse naturali.
 
Questo sforzo d’integrazione di contenuti su paesi e processi di quella regione geografica è stato possibile grazie all’iniziativa del Collettivo comunista sulla politica estera (Polex), al lavoro di Francis Arzalier e alla partecipazione di accademici africani e francesi, allo scopo di fornire uno sguardo obiettivo, scevro di nostalgie verso le principali trasformazioni di orientamento socialista in Africa. Ogni riga delle 300 pagine di questo volume traspira le percezioni militanti dei loro autori e a volte la ricca esperienza di essere stati testimoni della maggioranza dei fatti narrati e analizzati.
 
Questo lavoro ha permesso a intellettuali francesi e africani di riconoscere la leadership internazionalista di Cuba, così come i suoi contributi ai movimenti di liberazione del sud e centro Africa, oltre al mantenimento di programmi di cooperazione.
 
Finalmente una indagine storica che ci stimola al lavoro teorico-pratico per una via di progresso socialista che stabilisca la definitiva indipendenza politica ed economica dei paesi africani.
 
Leyde E. Rodriguez Hernández é giornalista e professore cubano. .

 
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AFRICA

Post n°163 pubblicato il 27 Maggio 2010 da guerrinob

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura di F.R. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

 
Africa, Africa
 
di Juan Gelman - Pagina 12
 
23/05/2010
 
Si stanno svolgendo grandi manovre militari che coinvolgono le forze armate statunitensi e di 22 paesi africani ed europei. Si tratta di esercitazioni per truppe da sbarco di Liberia, Ghana e Senegal, e comporta il libero accesso del Pentagono a porti e aeroporti di Kenia, Etiopia, Marocco, Namibia, Sao Tomé e Principe, Senegal, Tunisia, Uganda e Zambia, operazioni coperte in Somalia e altre nazioni. Il Comando Africa degli Stati Uniti è incaricato di gestire queste manovre col dichiarato proposito di combattere il terrorismo attraverso i suoi rapporti militari con i 53 paesi del continente nero. In realtà, questo interesse è cominciato a Washington prima dell'11 Settembre.
 
L’allora vicepresidente Dick Cheney, nel maggio 2001, ebbe una riunione segreta con consulenti e rappresentanti dei monopoli petroliferi che rese pubblica giorni dopo. Fu emesso un comunicato in cui si raccomandava al presidente di assegnare alle segreterie di Stato, dell’Energia e del Commercio il compito di "approfondire gli accordi bilaterali e multilaterali (con i paesi africani) al fine di promuovere la creazione di un ambiente recettivo per gli investimenti e le operazioni commerciali statunitensi di petrolio e gas naturale" (www.whitehouse.gov/energy, 21/05/01). In seguito, il repubblicano Ed Royce si occupò della questione in qualità di presidente del Sottocomitato per l’Africa della Camera dei Rappresentanti: "Il Sottocomitato ha esaminato l’argomento in un’udienza svoltasi nel 2000. E nell'interesse nazionale diversificare le nostre fonti di rifornimento di petrolio. L’espansione della produzione energetica africana serve a questo scopo"(www.accra-mail.com, 30/03/10). La "guerra antiterrorista" di W. Bush è venuta dopo.
 
L’Istituto di Studi politici e strategici avanzati (Iasps) - un think tank israeliano con sede a Gerusalemme e una filiale a Washington - ha svolto un ruolo da protagonista nella creazione di Africom: nel gennaio del 2001 ha convocato un simposio a Washington che raccomandava la creazione di un sottocomando statunitense per garantire la sicurezza regionale (www.iasps.org, 16/05/01), cioè la sicurezza degli investimenti petroliferi. In Angola - per esempio - la Chevron controlla il 75% della produzione dell’oro nero, e lo Iasps stima che verso il 2015 il 5% del consumo di energia fossile arriverà dall’Africa. Questo spiega alcune cose.
 
Il finanziamento di Africom dai 50 milioni di dollari del 2007 è passato ai 310 nel 2010, e solo per le spese ordinarie. L’aiuto militare ai paesi africani è un altro aspetto: "Africom sta investendo migliaia di milioni di dollari in addestramento e armi. Si calcola che questi investimenti nel 2010 non saranno inferiori ai 20.000 milioni e beneficerà gli eserciti di molti regimi repressivi africani" (www.accra-mail.com, 30/03/10). In questo consiste "l’invasione tranquilla" degli USA, come diceva un giornale nigeriano (www.vanguardngr.com, 30/09/02). Una "tranquillità" inquietante; nonostante abbia condannato il Sudan per il genocidio del Darfur, Washington ha portato clandestinamente il capo dello spionaggio sudanese, il maggiore generale Abdallah Gost, alla CIA per consulenze sugli interessi militari statunitensi nel Corno d’Africa (//articles.latimes.com, 29/04/05). Questo è successo mentre il generale era ricercato dalla Corte Penale Internazionale per delitti contro l’umanità. La lotta di Pentagono e Casa Bianca per la libertà e la democrazia nel mondo, in realtà, ha degli aspetti molto peculiari.
 
Il continente nero oggi produce più di 4 milioni di barili di petrolio al giorno, tanto quanto Iran, Venezuela e Messico messi insieme. In dieci anni l’incremento della produzione è stata del 36%, contro il 16% nel resto del mondo. Sudan, Nigeria, Angola, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Ciad e altri paesi possiedono circa il 10% delle riserve mondiali di greggio, e per gli Stati Uniti offrono due vantaggi: eccezion fatta per la Nigeria, nessuno di quei paesi fa parte dell’Opec e la crisi che soffrono è esente dalle complicazioni di un Medio Oriente inconquistabile.
 
L’Etiopia ha invaso la Somalia nel 2006 a causa della spinta crescente dell’estremismo musulmano somalo. Africom ha fornito l’appoggio logistico, il denaro, la supervisione e l’addestramento alle truppe etiopi per un’operazione destinata a garantire il futuro sfruttamento delle riserve petrolifere somale, che sono considerate ingenti. Non ci sono stati soldati statunitensi nel campo di battaglia, ma non ce n’era bisogno: era una guerra a spese del Pentagono.
 
Forze dell’Uganda, della Repubblica Democratica del Congo e del Sudan nel 2008 hanno attaccato una base dei ribelli dell’Esercito della Resistenza del Signore in un parco nazionale congolese:17 consulenti di Africom hanno partecipato alla pianificazione dell’operazione e rifornito le truppe ugandesi di cellulari e di benzina per un milione di dollari (www.nytimes.com, 07/02/09). E’ chiaro che questa presunta operazione antisovversiva è servita a liberare il terreno dei giacimenti petroliferi.
 
C’è ancora petrolio e gas naturale nei paesi africani: il Congo accumula l’80% delle riserve mondiali di cobalto, elemento chiave per l’industria elettronica. Africom s’incarica di far sì che non manchi nulla alle aziende occidentali del settore.
 

 
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resistenze.org

Post n°162 pubblicato il 23 Maggio 2010 da guerrinob

Tutto quello che non dovreste sapere sull’Eritrea (2/3)

 
di Mohamed Hassan*
 
Annessa all'Etiopia, l'Eritrea affronta la più lunga guerra per l'indipendenza del continente africano. La resistenza eritrea ha lottato praticamente da sola contro tutti. Come alcuni combattenti africani si sono imposti alle più grandi potenze mondiali: Stati Uniti, Europa, Unione Sovietica? Qual era la posta in gioco in questa guerra? In questo seconda parte dell’intervista, Mohamed Hassan ci racconta le avventure epiche della liberazione dell'Eritrea.
 
Nel 1950, su decisione delle Nazioni Unite in seguito alla volontà degli Stati Uniti, l'Eritrea diventa un'entità autonoma federata con l'Etiopia. Come fu la convivenza?
 
Piuttosto difficile. Questa decisione non aveva senso perché obbligò a convivere due sistemi incompatibili. Da un lato l'Eritrea che aveva beneficiato dello sviluppo del colonialismo italiano e dove emergeva una certa classe operaia con una coscienza politica. Dall'altro, l'Etiopia, dell’imperatore Hailé Sélassié: un regime feudale, senza costituzione che praticava ancora la schiavitù e dove non esistevano diritti politici. Ma, come sistema federale, l'Eritrea custodiva da una parte la propria bandiera ed il suo parlamento e dall’altra i suoi sindacati, i suoi giornali indipendenti ... tutte cose che erano vietate in Etiopia!
 
Questa strana coabitazione avrebbe condotto indirettamente ad un tentativo di colpo di stato contro l'imperatore Sélassié. Gli ufficiali etiopi viaggiavano infatti per l’Eritrea e constatavano grosse differenze rispetto al loro paese. Inoltre, il movimento panafricano e l'ondata indipendentista producevano cambiamenti nella mentalità di tutto il continente. Certi etiopi cominciavano a percepire che il loro regime era arretrato. Tra questi, il giovane Girmame Neway. Egli aveva studiato negli Stati Uniti e aveva prestato servizio come governatore in alcune province dell'impero etiope. Con l'aiuto di suo fratello, che faceva parte delle guardie del corpo di Sélassié, tentò un colpo di stato nel 1960, quando l'imperatore era in visita in Brasile. Ma l'esercito non lo seguì ed il colpo di stato fallì. Al suo ritorno, Sélassié si trovò di fronte a due possibilità: mantenere la federazione con l'Eritrea ed offrire a quel popolo gli stessi diritti di cui godevano gli eritrei; oppure annettere completamente l'Eritrea. La prima opzione sarebbe stata un suicidio politico per Sélassié. Così, nel 1962, l'Etiopia annesse totalmente l'Eritrea.
 
Col sostegno implicito delle Nazioni Unite… Perché la comunità internazionale non protestò?
 
Sì, è abbastanza stupefacente. Quando Sélassié ha annesso l'Eritrea, ha ordinato l'arresto degli editori giornalistici, ha inviato in esilio i leader nazionalisti, vietato i sindacati e l'uso delle lingue originarie dell'Eritrea nelle scuole e negli atti ufficiali. Ha anche trasferito le industrie con sede in Addis Abeba ad Asmara. L'idea era di fare arrivare i lavoratori eritrei in Etiopia e spopolare l'Eritrea per farne una base militare. Inoltre, mentre le truppe etiopi accerchiavano l’Assemblea e i jet sorvolavano la città di Asmara, il parlamento eritreo fu costretto, in modo umiliante, a votare il proprio scioglimento.
 
L'Eritrea protestò vigorosamente chiedendo la mediazione dell'ONU, che rispose: "La vostra richiesta deve passare prima dal governo federale", vale a dire dallo stesso imperatore Sélassié! In altre parole, il regime etiopico aveva la benedizione delle potenze imperialiste, in particolare gli Stati Uniti che dominano le Nazioni Unite. L'imperatore Sélassié era sostenuto da tutte le parti e ne approfittava per crearsi un’ottima immagine, quella di padre del continente africano. Nessuno si oppose al suo volere, per disgrazia degli eritrei.
 
Come ha fatto l'Etiopia a diventare un alleato privilegiato degli Stati Uniti?
 
Negli anni 40, gli Stati Uniti volevano indebolire i loro concorrenti europei e hanno cominciato a interessarsi all'Africa. Ma i francesi e i britannici possedevano già numerose colonie in questo continente. L’Etiopia, invece, non era stata colonizzata. Per Washington rappresentò la porta attraverso cui entrare in Africa per consolidare la propria influenza e poter quindi competere con le potenze coloniali. L'Etiopia feudale, partecipando alle guerre nel Congo e in Corea, diventò un fantoccio degli Stati Uniti. Poi, quando negli anni 50 e 60 la maggior parte dei paesi africani diventò indipendente, Washington esercitò delle pressioni affinché l'Organizzazione per l'Unità Africana, nata in quegli anni [Maggio 1963], si stabilisse in Etiopia. Ciò permise agli Stati Uniti di esercitare un controllo su tutto il continente. Come per lo Scià in Iran o Israele in Medio Oriente, l'Etiopia rappresentava il "gendarme" in Africa, anche se un gendarme arretrato.
 
Dopo avere esaurito i mezzi diplomatici della comunità internazionale ed organizzato manifestazioni pacifiche, l'Eritrea porterà avanti una lunga lotta armata.
 
Sì, inizialmente condotta dal Fronte per la Liberazione dell'Eritrea (FLE). Il FLE riuniva diversi gruppi nazionalisti che volevano l'indipendenza. Sul piano politico, questo movimento era dominato dagli interessi borghesi e la sua analisi socioeconomica era debole. Sul piano militare, il FLE riprendeva il modello di resistenza algerina, un sistema di gruppi armati divisi nella regione. Fu un errore tattico grossolano. In primo luogo, perché le unità ripartite sulle differenti regioni non parlavano la stessa lingua. Quindi, mentre si combatteva per l'indipendenza di uno stato, già si contribuiva a creare le divisioni che un giorno avrebbero minacciato lo stato stesso! Inoltre, questa scissione della resistenza in gruppi autonomi, provocava dei problemi di coordinamento che il nemico poteva sfruttare. Per esempio, quando un gruppo di una regione era attaccato, i suoi vicini non gli venivano in aiuto. Per l'esercito etiope, fu dunque molto più facile combattere separatamente gruppi isolati gli uni dagli altri.
 
La mancanza di visione politica del FLE, la sua strategia militare e le sue divisioni interne trascinarono il movimento verso il declino. Ma, negli anni 70, alcuni musulmani e cristiani progressisti membri del FLE decisero di fondare un proprio gruppo. Nasceva il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (FLPE). Di ispirazione marxista, questo movimento aveva imparato tutte le lezioni dal suo predecessore. Il FLPE sapeva che era necessario mobilitare tutta la popolazione invece di creare ulteriori divisioni. Aveva anche una visione politica più chiara che si basava sull'analisi della società eritrea. Il FLPE iniziò qualcosa di più di una lotta armata, quindi, una vera rivoluzione: emancipazione delle donne, organizzazione di consigli democratici nei villaggi, riforma agraria, istruzione… Tutto contribuì a mobilitare il popolo eritreo dietro i combattenti del FLPE. Ciò era assolutamente necessario affinché l'Eritrea ottenesse la sua indipendenza.
 
Tuttavia la battaglia sembrava persa in anticipo. L'Etiopia era sostenuta da ogni parte e l'Eritrea lottava praticamente sola contro tutti.
 
L'Etiopia era sostenuta dagli Stati Uniti, ma anche da Israele, che voleva costruire alleanze con i paesi non arabi della regione. Del resto, durante il tentativo di colpo di stato contro Sélassié nel 1960, fu grazie a Israele che l'imperatore, in viaggio in Brasile, poté stabilire velocemente un contatto con un generale e far deragliare la rivolta. Inoltre l'Etiopia presentò la resistenza eritrea come una minaccia per la regione araba potendo contare anche per questo sul sostegno dello stato ebraico. Gli esperti israeliani in contro-rivoluzione formarono la forza di élite etiope di circa cinquemila uomini conosciuta con il nome di "Brigata Fiamma".
 
Anche l’Europa sosteneva l'Etiopia, fornendo armi. Inoltre il governo etiope è stato in primo luogo il principale beneficiario degli aiuti comunitari per l'Africa. Infine, l'imperatore Sélassié era una presenza molto forte nel continente africano, questo non giocava in favore degli eritrei. Ho spiegato come gli Stati Uniti hanno spinto affinché l'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA) si insediasse in Etiopia. Negli anni 60, per evitare che le guerre civili esplodessero in tutto il continente, questa organizzazione decretò che le frontiere ereditate del colonialismo non venissero messe in discussione. Ovviamente, questa decisione non è stata applicata nel caso dell’Eritrea. Le rivendicazioni dell'Etiopia su questo territorio non avevano tuttavia nessuna legittimità. Sarebbe stato come se l'Italia rivendicasse la Francia con il pretesto che la Gallia aveva fatto parte dell'impero romano! Ma Sélassié aveva tutto l'Occidente dietro di sé e la sua influenza in Africa era tale che l'OUA chiuse gli occhi.
 
Nel 1974, dopo 44 anni di regno, l'impero di Sélassié viene finalmente rovesciato da una rivoluzione socialista. Ma il nuovo governo etiope non accorda l’indipendenza all'Eritrea. Perché?
 
La rivoluzione etiope fu il risultato di un'alleanza tra idee progressiste di civili e soldati. Ma ben presto le divisioni emersero. In effetti, quando i soldati presero il potere, gli studenti rivoluzionari e gli intellettuali richiesero che l'esercito compisse una transizione verso un governo civile. Inoltre, sostenevano il diritto all'indipendenza dell'Eritrea. Ma la giunta militare al potere, chiamata Derg, era ancora molto sciovinista: di abbandonare il territorio eritreo non se ne parlava. Inoltre, i soldati non avevano intenzione di dare il potere ai civili. L'esercito lanciò poi una campagna di arresti e omicidi che, secondo Amnesty International, coinvolse più di diecimila persone, per lo più intellettuali e studenti. La rivoluzione etiope fu purgata così dei suoi elementi più progressisti ed i militari presero definitivamente il potere.
 
Alla testa del Derg, c'era il tenente colonnello Mengistu Haile Mariam. Arrivava da una condizione sociale umile, suo padre era soldato e sua madre una serva. Al potere fino al 1991, Mengistu impose un regime totalitario ed intraprese la militarizzazione del paese. Ovviamente, non voleva sentire parlare di autonomia dell'Eritrea e represse duramente la resistenza. Infine con questa rivoluzione, l'Etiopia passò da una dittatura all’altra. Ed in piena guerra fredda, questo paese che era stato un alleato strategico degli Stati Uniti fino ad allora, si rivolse ai sovietici. Mosca portò un sostegno militare molto importante a Mengistu nella sua repressione verso la resistenza eritrea.
 
Venti anni prima, l'Unione Sovietica aveva sostenuto l'indipendenza dell'Eritrea. Come si spiega questo cambiamento?
 
Innanzitutto, all'indomani della Seconda guerra mondiale, Mosca sosteneva l'indipendenza dell'Eritrea perché l'annessione di questo paese all'Etiopia rappresentava un vero affare per gli Stati Uniti. Ovviamente quando l'Etiopia divenne un alleato dell'Unione Sovietica, Mosca vide le cose diversamente. Inoltre, i sovietici avevano una migliore conoscenza del mondo e del Corno d'Africa dopo la seconda guerra mondiale. All'epoca, sapevano che, in quanto vecchia colonia, l'Eritrea aveva delle rivendicazioni legittime. Ma in seguito la politica estera di Mosca cambiò e diventò poco intelligente. La sua visione del mondo ristretta.
 
Difatti, sul finire degli anni 50, Nikita Chruščëv sviluppò una nuova teoria particolare sul modo in cui l'Unione Sovietica doveva sostenere le rivoluzioni socialiste in Africa: i paesi africani non avevano bisogno di un partito di avanguardia per guidare la loro rivoluzione, l'Unione Sovietica sarebbe stata il loro partito di avanguardia! Chruščëv volle trasporre il modello di rivoluzione russa ai paesi africani, senza dunque tenere veramente conto delle loro specificità. Si potrebbe diversamente affermare che i sovietici avevano fabbricato una scarpa per il loro piede e pensavano che questa scarpa sarebbe andata bene a tutti; e se il vostro piede fosse stato troppo grande, allora bastava tagliare l’alluce per adattarlo! La teoria di Chruščëv era ridicola tanto quanto questa affermazione. Ciò spiega perché l'Unione Sovietica non aveva una reale visione di ciò che accadeva nel Corno d'Africa e sosteneva l'Etiopia. Fu un grave errore.
 
Quale fu l'impatto sulla resistenza in Eritrea?
 
Fino ad allora, i combattenti eritrei avevano ottenuto notevoli successi. La popolazione sosteneva la resistenza. Molti ingrossarono le file dei combattenti, soprattutto quando l'esercito etiope attaccava regolarmente la popolazione: villaggi incendiati, civili massacrati… Invece di spaventare gli eritrei, queste rappresaglie rinforzavano l'idea che la coabitazione con l'Etiopia non era possibile e che la lotta per l'indipendenza era indispensabile. Nel 1975, per esempio, numerosi giovani si unirono al FLPE , in particolar modo dopo l'esecuzione di 56 studenti eritrei.
 
In più la strategia sviluppata dalla resistenza era diventata molto sofisticata. Per esempio: l'Eritrea non aveva praticamente nessuno sostegno e lottava sola contro tutti, ciò creava problemi per l'approvvigionamento di armi. In mancanza di alleati, il FLPE fece del suo nemico il suo principale sostegno! La resistenza attaccava i soldati etiopi e ad ogni vittoria ottenuta, recuperavano le armi dei suoi nemici. Ciò permise alla resistenza, col passare degli anni, di diventare molto più attrezzata e di disporre anche di un'artiglieria pesante. Immaginate: i soldati etiopi lottavano contro i propri carri armati! Grazie a questa tecnica, il FLPE passò dallo stato di esercito di guerriglia a quello di esercito meccanizzato.
 
Ma non aveva previsto che l'Unione Sovietica sarebbe venuta in soccorso del Derg nel 1977!
 
Fu un periodo difficile: la marina dell'esercito rosso batteva le posizioni del FLPE lungo le coste, Mosca mandò consiglieri militari ed un ponte aereo verso Addis Abeba che scaricava una gran quantità di armi. Si stima che l'esercito etiope abbia ricevuto all'epoca 1.000 carri armati, 1.500 veicoli blindati, 90 aerei da caccia ed elicotteri da combattimento. Forte del sostegno sovietico, Mengistu lanciò nel febbraio 1982 una grande offensiva contro l'Eritrea: la campagna "Stella Rossa" con 150.000 uomini, la più grande battaglia che l'Africa conobbe dalla Seconda guerra mondiale.
 
Malgrado tutto ciò, Mengistu non riuscì a domare il FLPE…
 
E' stato comunque il più duro periodo della lotta per l'indipendenza. Il FLPE dovette abbandonare le posizioni che aveva conquistato per compiere una ritirata strategica. Peraltro, Mengistu aveva ottenuto dal Sudan la chiusura completa della sua frontiera con l'Eritrea: per settimane, non passò petrolio, cibo né altri tipi di rifornimenti inviati abitualmente dal Sudan. Svanì la possibilità per i profughi di raggiungere le terre oltre frontiera. Malgrado tutto, l'esercito etiope non riuscì ad eliminare il FPLE. Bisogna dire che questo movimento era molto organizzato. I soldati etiopi erano certo più numerosi e molto meglio attrezzati, ma ubbidivano solamente agli ordini di un dittatore. Dal canto loro, i combattenti del FPLE erano meglio addestrati e soprattutto molto motivati. 
 
La campagna "Stella Rossa" segnò una svolta in questa lunga lotta per l'indipendenza: fu l'ultima volta che il governo etiope minacciò realmente la resistenza. Quando l'offensiva si concluse dopo mesi di combattimento, il FLPE cominciò a recuperare le posizioni che aveva dovuto abbandonare. Alcuni anni più tardi, l'Unione Sovietica, al limite del collasso, annunciò a Mengistu che avrebbe interrotto le forniture di armi. Il governo etiope cominciava a vacillare. Doveva affrontare non solo la resistenza eritrea, ma anche di altri gruppi nazionalisti che si erano formati altrove in Etiopia. Tra questi gruppi, il Fronte di Liberazione Popolare del Tigrai (FLPT) combattè a fianco degli eritrei. All’inizio questo movimento voleva l'indipendenza degli abitanti della regione del Tigray. Ma il FLPE sapeva quanto poteva essere pericoloso operare delle divisioni per nazionalità e sentenziò: "Siete innanzitutto etiopi ed è in quanto etiopi che dovete battervi incoraggiando tutti i vostri compatrioti a rovesciare la dittatura militare". Nel 1991 il Derg cadde, Mengistu fuggì e dopo trent'anni di guerra, l'Eritrea diventò indipendente.
 
Dopo tutti questi cambiamenti, come si è evoluto il rapporto tra l'Etiopia e l'Eritrea?
 
L'Etiopia è un paese composto da diverse etnie. Sia con Menelik II, Sélassié e Mengistu, il regime al potere non ha mai rappresentato la diversità del popolo etiope. Il paese è sempre stato diretto dalle minoranze che agivano nei loro interessi, creando delle disuguaglianze molto forti in seno alla popolazione. Quando un nuovo governo etiope prese il potere nel 1991, tutti pensavano che le cose sarebbero cambiate. Io stesso, ho accettato di lavorare come diplomatico per questo governo. Anche l'Eritrea nutriva molte speranze. Diventando indipendente, aveva privato l'Etiopia di un accesso al Mar Rosso. Ma il presidente eritreo, Isaias Afwerki, propose di creare una zona di libero scambio tra i due paesi. Così gli etiopi poterono disporre dei porti dell'Eritrea con grande facilità. Le basi di una cooperazione tra i paesi del Corno d'Africa erano poste e sembrava che la pace stesse per ritornare.
 
Ma la delusione è arrivata presto?
 
Nel 1991, Meles Zenawi, leader del Tigray, dirigeva l’Etiopia. Ma non aveva una visione politica. Ha perpetuato la tradizione, governando per i suoi interessi e quelli del suo entourage senza tenere conto della diversità etnica del paese. Inoltre, piuttosto che cercare di adeguare le istituzioni ereditate da Mengistu, il nuovo governo ha fatto semplicemente che distruggere. Per esempio, ha smobilitato l'esercito del Derg, piuttosto che aprire un dialogo democratico per vedere come le cose si sarebbero potute evolvere. Molti ufficiali che avevano passato la loro vita sotto le armi, si ritrovarono così senza lavoro. Il nuovo governo ha semplicemente distrutto il corpo dello stato etiope. Di fronte a ciò l'ambasciatore degli Stati Uniti non poteva che essere felice: l'Etiopia era di nuovo alla mercé degli interessi imperialistici.  
La settimana prossima, nell'ultima parte della nostra intervista, Mohamed Hassan ci svelerà la ricetta dello sviluppo eritreo, quali possibilità presenta per salvare l'Africa e perché è mal visto dalle potenze neo-coloniali. Vedremo perché le relazioni tra Eritrea ed Etiopia sono sempre tanto controverse. Infine, affronteremo l’argomento dei diritti dell'uomo e dei diritti politici: l'Eritrea è una dittatura?
 
*Mohamed Hassan è un esperto di geopolitica e del mondo arabo. Nato ad Addis Abeba (Etiopia), ha partecipato ai movimenti studenteschi nel quadro della rivoluzione socialista del 1974 nel suo paese. Ha studiato scienze politiche in Egitto, prima di specializzarsi in amministrazione pubblica a Bruxelles. Diplomatico per il suo paese di origine negli anni '90, ha lavorato a Washington, Pechino e Bruxelles. Co-autore di L’Irak sous l’occupation (EPO, 2003), ha partecipato anche a opere sul nazionalismo arabo e i movimenti islamici, e il nazionalismo fiammingo. Uno dei migliori conoscitori del mondo arabo contemporaneo e musulmano.
 
 
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DELL'ERITREA NON DOBBIAMO SAPERE

Post n°161 pubblicato il 13 Maggio 2010 da guerrinob

Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Tutto quello che non dovreste sapere sull’Eritrea (1/3)
 
di Mohamed Hassan*
 
27/04/2010
 
Il Corno d'Africa è una dei continenti più martoriato: incessanti guerre, fame, povertà ... Le immagini sono conosciute in tutto il mondo. Ma pochi sanno che l'Eritrea pensa di poter rompere questo circolo infernale, risolvendo i conflitti attraverso il dialogo e raggiungendo un alto livello di sviluppo. Si dovrebbe gioire, di tutto ciò. Eppure, agli occhi della comunità internazionale, l'Eritrea è uno stato “canaglia” messo sul banco degli imputati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite!  
Questo paese, di cui nessuno parla, minaccia le potenze occidentali? In questo nuovo capitolo della nostra serie “Comprendere il mondo musulmano”, Mohamed Hassan vi dirà tutto ciò che non dovreste conoscere dell'Eritrea.
 
Intervista di Lalieu Gregory e Michel Collon
 
L’Eritrea è la fonte di ogni violenza per il Corno d'Africa? E’ quello che sembra pensare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha recentemente approvato le sanzioni contro questo paese. L'Eritrea è accusata di fornire armi ai ribelli somali.
 
Le sanzioni si basano su una campagna ingannevole, il cui fine è destabilizzare il governo eritreo. In Somalia c’è l’embargo sulle forniture di armi dal 1992. Esperti internazionali sono sul posto per monitorare la situazione ed inoltre ora su ogni arma,c’è un numero di serie che garantisce la tracciabilità. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha più prove di questo presunto traffico di quanto non ne abbia sulle armi di distruzione di massa in Iraq!
 
C’è ancora Washington dietro questa campagna ingannevole. Lo stesso vicesegretario di Stato per gli affari africani degli Stati Uniti, Johnnie Carson, non ci crede. La verità, dice, è che la Somalia è in guerra da vent'anni ed è zeppa d’armi. Chiunque può vendere o comprare al mercato nero. I ribelli somali non hanno bisogno di essere riforniti dall’Eritrea.
 
L'Eritrea è anche accusata di mantenere tese le relazioni con Gibuti per una disputa di confine. Del resto, c’è stato un scontro tra i due eserciti nel 2008.
 
L’ Eritrea non ha mai vantato alcuna rivendicazione territoriale su Gibuti. Come la maggior parte delle frontiere africane, quella che separa i due paesi è stata tracciata dalle potenze coloniali molto tempo fa e non è mai stata messa in discussione. Questo “incidente” del 2008, è una pura invenzione di Bush.
 
Tutto è cominciato nel mese di aprile quando il presidente eritreo, Isaias Afwerkiha, ha ricevuto una telefonata dall’emiro del Qatar. Quest'ultimo riportava le lamentele del Presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh secondo il quale l’Eritrea stava ammassando le proprie truppe alle frontiere. Il presidente Afwerki non aveva dato nessun ordine in proposito al suo esercito ed era molto sorpreso di questa notizia. Perché il suo omologo dello Stato del Gibuti si avvaleva di una terza parte? Tuttavia Isaias Afwerki propose di incontrare Guelleh a Gibuti o in Eritrea oppure, se preferiva, nello stesso Qatar. Il presidente del Gibuti non rispose all'invito.
 
Poche settimane dopo, l’11 giugno 2008, i soldati dell'esercito di Gibuti attaccarono le truppe al confine eritreo. Ne seguì una breve guerra con una trentina di morti e decine di feriti da entrambe le parti. Il presidente di Gibuti accusò l'Eritrea di aver attaccato il suo paese. Con sorprendente rapidità, gli Stati Uniti emisero un comunicato che condannava “l'aggressione militare dell’Eritrea contro Gibuti”. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite fece presto eco a questa convinzione. Ed allora propose di inviare una commissione di esperti per analizzare la situazione in loco e accertare i fatti.
 
Perché il Consiglio di sicurezza ha messo il carro davanti ai buoi? Su che cosa si basavano le sue accuse? Non vi è era mai stata alcuna controversia tra Eritrea e Gibuti. I popoli di questi due paesi sono sempre stati in buoni rapporti. Ma ancora una volta, gli Stati Uniti hanno manipolato la comunità internazionale e il Consiglio di Sicurezza per esercitare pressioni sull’Eritrea.
 
Come si spiega l’atteggiamento di Gibuti?
 
Il presidente Ismail Omar Guelleh non ha praticamente base sociale. E’ mantenuto al potere grazie al sostegno delle potenze straniere. Pertanto, non poteva rifiutare. Questo spiega anche perché ci sono così tante truppe straniere a Gibuti. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno una base militare in Africa e questa si trova a Gibuti. Questo piccolo paese è anche sede di truppe di altre nazioni ed la più grande base francese del continente.
 
Guelleh è quindi totalmente dipendente da Washington. Se gli Stati Uniti hanno bisogno di lui per creare una nuova crisi nella regione, lui obbedisce. E' diventata una specialità degli Stati Uniti: fomentare problemi e poi proporre soluzioni. In questo caso, gli Stati Uniti hanno cercano di fare passare l'Eritrea per un paese bellicoso, causa di tutti i problemi nel Corno dell'Africa.
 
Perché gli Stati Uniti vogliono emarginare Eritrea?
 
Il governo eritreo ha un’idea per il suo paese e tutta la regione: è possibile raggiungere un buon livello di sviluppo e risolvere i conflitti attraverso il dialogo, sbarazzandosi delle interferenze delle potenze straniere.
 
Se si guarda alla crisi in Somalia, l’Eritrea ha sempre sostenuto di voler riunire tutti i soggetti politici di questo Paese intorno a un tavolo a parlare. Per trovare una soluzione al conflitto e ricostruire la Somalia, l'Eritrea si propone anche di coinvolgere la società civile: le donne, gli anziani, i capi religiosi ... Raccogliere tutto il mondo al di là delle divisioni, per ricostruire un paese che non ha governo da venti anni. Questo metodo è sicuramente efficace nel ripristinare la pace. Ma, da parte loro, gli Stati Uniti, hanno continuato a mantenere volontariamente la Somalia nel caos. Nel 2007 hanno anche ordinato all'esercito etiope di attaccare Mogadiscio quando ormai la pace era stata ristabilita. E alla fine dei conti è l'Eritrea ad essere sanzionata dalle Nazioni Unite!
 
In effetti, gli Stati Uniti temono che la visione dell'Eritrea faccia proseliti nel Corno dell'Africa. Ciò significherebbe la fine dell'ingerenza americana in questa regione strategica. Washington,dunque, cerca di mettere in quarantena l'Eritrea per evitare che il “virus” si propaghi… È questa una tecnica che gli Stati Uniti hanno sempre applicato e che Noam Chomsky ha studiato. In proposito egli parla di “teoria della mela marcia”: se una mela marcisce in un cesto, bisogna rapidamente toglierla prima che anche le altre mele marciscano. Questo spiega perché gli Stati Uniti hanno sempre cercato di rovesciare governi, con o senza successo: Castro a Cuba, Allende in Cile, il Laos negli anni ‘60... Chomsky nota che Washington interviene sempre col pretesto di assicurare “stabilità” nel mondo. Ma questa “stabilità”, ci spiega, significa “sicurezza” per le multinazionali e le classi dirigenti.
 
Per Washington l’Eritrea è dunque la mela marcia nel Corno d'Africa?
 
Assolutamente. Ma il vero nemico della regione è l'imperialismo, in particolare l’imperialismo degli Stati Uniti. L'Eritrea si augura dunque che i paesi del Corno dell'Africa si sbarazzino delle ingerenze dei poteri neocoloniali e sviluppino un progetto comune. Il Corno d'Africa gode di una posizione geografica molto vantaggiosa: è connessa, al tempo stesso, ai paesi del Golfo ed all'Oceano Indiano dove si svolge la maggior parte del commercio marittimo mondiale. Dispone anche di numerose risorse: minerali, gas, petrolio, biodiversità...
 
Se i popoli di questa regione si liberassero dal neocolonialismo ed unissero i loro sforzi, riuscirebbero ad uscire della povertà. E’ questo che si augura l'Eritrea per il Corno dell'Africa. Ma gli Stati Uniti non si augurano che questo progetto veda la luce, perché dovrebbero rinunciare al controllo di questa regione strategica e alle sue materie prime. Washington , dunque, fa pressione sul presidente Isaias Afwerki affinché cambi la sua politica. In fin dei conti, l'Eritrea che ha dovuto condurre una lunga lotta per ottenere la sua indipendenza nel 1993, lotta tutt’oggi per proteggere la sua sovranità nazionale.
 
La lotta per l'indipendenza condotta dall'Eritrea, è la più lunga della storia dell'Africa. Il paese è stato colonizzato per primo dagli italiani, nel 1869. Come mai l'Italia, che non era un grande impero coloniale, si è ritrovata in Eritrea?
 
Bisogna ricollocare questo avvenimento nel contesto dell'Europa del diciannovesimo secolo. All'epoca, il vecchio continente era teatro di una lotta senza pari tra i poteri imperialistici per il controllo delle colonie e delle loro materie prime. C'era già una forte rivalità tra la Francia e la Gran Bretagna. L’unificazione dell'Italia nel 1863, poi quella della Germania nel 1871, misero in campo nuovi concorrenti.
 
Inoltre il mondo capitalista conobbe la sua prima grande crisi nel 1873. Questa crisi causò lo smantellamento progressivo dell'impero ottomano ed inasprì ancor più gli appetiti rivali dei poteri europei. La Germania, per esempio, voleva approfittare dello smantellamento dell'impero ottomano per acquisire nuove colonie. Da parte loro i britannici sostenevano Istanbul per bloccare l'espansione tedesca.
 
Il cancelliere Bismarck decise di organizzare la conferenza di Berlino nel 1885. Questo è il più grande evento nella storia del colonialismo: mentre fino ad allora le colonie erano state installate soprattutto sulle coste dell'Africa, per acquisire principalmente degli sbocchi commerciali, in questa conferenza i poteri europei dell’epoca, progettarono di colonizzare gradatamente il continente nel suo insieme.
 
Così, per evitare dei nuovi conflitti e rilanciare l'economia capitalista, l'Europa si accordò sulla divisione della “torta” africana. Fu durante queste discussioni, che la Gran Bretagna incoraggiò gli italiani ad installarsi nel Corno dell'Africa. La strategia dei britannici era di invitare un potere coloniale non particolarmente minaccioso, l'Italia, per bloccare l'espansione di concorrenti più seri, la Francia e la Germania.
 
L'Europa si divise l'Africa ma all'inizio del ventesimo secolo l'Etiopia era il solo paese indipendente del continente. Perché?
 
Questa particolarità è il risultato di un compromesso tra i francesi e britannici. I primi avevano progettato di allargarsi da Dakar a Gibuti. Ora, i secondi ambivano a spingere il loro impero dal Cairo a Città del Capo in Sudafrica. Se osservate una carta dell'Africa, vedrete che, immancabilmente, questi progetti coloniali erano destinati a scontrarsi. Per evitare un conflitto che avrebbe prodotto grosse perdite a tutte e due le parti, la Francia e la Gran Bretagna, hanno deciso di non colonizzare l'Etiopia. Ma gli imperialisti non hanno però facilmente rinunciato a questo territorio. Hanno sostenuto ed armato Menelik II, che regnava su una delle regioni più ricche dell'Etiopia. Col sostegno dei poteri coloniali, Menelik II ha preso il potere in tutta l'Etiopia e permesso francesi e britannici, di avere accesso alle risorse del suo impero.
 
Se l'Etiopia era il solo paese a non essere colonizzato, lo stesso non si può dire per quanto riguarda la sua indipendenza! Quello che si faceva chiamare Menelik II, Negusse Negest dell'Etiopia, “leone” conquistatore della tribù di Judah, eletto da Dio, era solamente un agente dei poteri imperialistici, incapace di costruire un Stato moderno. Era stato scelto apposta perché cristiano ortodosso e proveniente da una delle regioni più ricche dell'Etiopia. Menelik II dirigeva un regime minoritario in un sistema feudale dunque, dove la maggioranza delle nazionalità non aveva nessuno diritto e si praticava la schiavitù. Tutto ciò ha creato molte delle disuguaglianze di cui risente, ancora oggi, l’Etiopia.
 
L'Eritrea, invece, fu colonizzata dall'Italia. Mussolini arrivò a dichiarare più tardi che sarebbe stato il cuore del nuovo impero romano. Quali furono gli effetti della colonizzazione italiana in Eritrea?
 
Quando colonizzò l'Eritrea, la popolazione italiana contava troppi contadini. Molti emigravano in Svizzera o in Francia. Altri partirono per l'Eritrea. Col suo paesaggio da cartolina ed il suo clima piacevole, la nuova colonia italiana ne faceva sognare più di uno. I coloni si stabilirono insieme ai contadini del posto. La borghesia italiana ha, allora, investito molto in Eritrea. La situazione geografica di questa colonia l'interessava particolarmente. Infatti, il paese ha delle lunghe coste lambite dal Mar Rosso; è vicino al Canale di Suez a nord ed allo stretto di Bab-el-Mandeb a sud: uno dei corridoi di navigazione più praticati del mondo, che collega il Mar Rosso all'Oceano Indiano. Gli italiani hanno investito in Eritrea dunque ed investito in piantagioni, porti, infrastrutture. Per darvi un'idea del livello di sviluppo di questa colonia, quando i britannici invasero l'Eritrea durante la Seconda Guerra mondiale smontarono addirittura le fabbriche per portarle nel loro paese!
 
Sembra di essere lontani dai saccheggi abituali o dalle mani tagliate del Congo belga. L'Eritrea era un'eccezione nel mondo spietato del colonialismo?
 
Ci sono degli aspetti positivi, ma non bisogna farsi ingannare; il colonialismo italiano si basava su un concetto discriminatorio dove i neri non avevano diritti rispetto ai bianchi. Perché? In effetti, quando l'Italia si è impossessata dell'Eritrea e di una parte dell'attuale Somalia alla fine del diciannovesimo secolo, ha tentato di spingere la sua espansione in Etiopia. Ma i soldati italiani sono stati vinti da Menelik II durante la battaglia di Adua nel 1896.
 
Negli anni seguenti, l'ideologia fascista si è sviluppata in seno all'intellighenzia italiana con la volontà di restituire l'onore del paese che era stato vinto dai neri. Il colonialismo italiano era molto razzista verso questi ultimi dunque. La popolazione eritrea era stata integrata al progetto coloniale, ma in quanto classe inferiore. Del resto, il fascismo italiano che arriva al potere nel 1922, era basato innanzitutto su un razzismo anti-nero, non era antisemita come il fascismo tedesco.
 
Degli ebrei hanno lavorato in seno ad organizzazioni fasciste in Italia! E Mussolini aveva un'amante ebrea. Immaginate questo per Hitler! E’ solamente più tardi, verso la fine degli anni trenta, che l'Italia incomincia ad osteggiare gli ebrei. Mussolini si era avvicinato ad Hitler ed il partito fascista italiano aveva bisogno di vento nuovo. Utilizzò la comunità ebraica dunque, come capro espiatorio per mobilitare la popolazione italiana.
 
Finalmente, i fascisti italiani hanno avuto la loro rivincita sull'Etiopia: nel 1935, le truppe di Mussolini invasero il solo paese non colonizzato dell'Africa.
 
Anche se l'occupazione dell'Etiopia non durò molto tempo. Nel 1941, in piena guerra mondiale, l'esercito britannico cacciò gli italiani dalla regione e gli alleati presero il controllo del Corno dell'Africa. All'indomani della guerra, se l'Etiopia ritrovò la sua “ indipendenza”, invece la sorte dell'Eritrea fu molto dibattuta.
 
L'Unione Sovietica si augurava che questa colonia ottenesse la sua indipendenza. Da parte loro, come avevano fatto un po' dovunque, i britannici puntavano a dividere il paese in due in base alla religione: i musulmani dovevano raggiungere il Sudan ed i cristiani ortodossi l'Etiopia. È interessante notare che la chiesa etiope era favorevole a questa opzione e faceva pressione sui cristiani dell'Eritrea affinché l'accettassero. Diceva loro che se avessero rifiutato, non sarebbero stati seppelliti e la loro anima non avrebbe così raggiunto il paradiso.
 
Malgrado tutto, i cristiani dell'Eritrea rifiutarono: si sentivano eritrei prima di ogni cosa! Questo sentimento di appartenenza si spiega per il fatto che gli italiani, al contrario di molti altri poteri imperialistici, avevano integrato il popolo eritreo al loro progetto coloniale, senza distinzione etnica particolare. Alla fine arrivò la terza opzione portata dagli Stati Uniti: l'Eritrea doveva essere integrata all'Etiopia in un sistema federale.
 
Perché gli Stati Uniti sostenevano questa opzione?
 
La sua posizione geografica aveva conferito all'Eritrea un’importanza agli occhi di Washington durante e dopo la Seconda Guerra mondiale. Fin dagli anni ‘40, il Pentagono e le aziende private di armi svilupparono importanti progetti nel paese: una fabbrica di aerei, officine di riparazione, una forza navale... E soprattutto, negli anni 50, i servizi di informazione americani stabilirono nella sua capitale Asmara, una delle loro più importanti basi estere di telecomunicazioni. All'epoca, non c'era sorveglianza satellitare come oggi ed i sistemi di ascolto avevano una portata limitata. Ma dall'Eritrea, si poteva sorvegliare ciò che accadeva in Africa, in Medio Oriente, nel Golfo e anche in certe parti dell'Unione Sovietica.
 
Gli Stati Uniti si batterono dunque, affinché l'Eritrea fosse annessa all'Etiopia, alleata di Washington. John Foster Dulles, una figura eminente della politica americana, dirigeva l'ufficio degli Affari Esteri. Riconobbe in un dibattito del Consiglio di Sicurezza: “Dal punto di vista della giustizia, le opinioni del popolo eritreo devono essere prese in considerazione. Tuttavia, gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo, rendono necessario che questo paese sia annesso al nostro alleato, l'Etiopia”. Ecco come fu decisa la sorte dell'Eritrea. Con pesanti conseguenze: la più lunga lotta per l'indipendenza in Africa, infatti, aveva inizio...
 
A seguire nelle prossime settimane, la seconda e terza parte della nostra intervista sull'Eritrea. Con Mohamed Hassan, descriveremo i trent' anni di un combattimento epico condotto dai resistenti. Scopriremo la posta pagata dalla rivoluzione eritrea, le sue similitudini con Cuba. Spiegheremo anche la richiesta di diritti umani in Eritrea, oggetto di attacchi dei poteri occidentali. Infine, analizzeremo questo famoso paradosso africano: tanta ricchezza per una popolazione così povera.
 
* Mohamed Hassan è un esperto di geopolitica e del mondo arabo. Nato ad Addis Abeba (Etiopia), ha partecipato ai movimenti studenteschi nel quadro della rivoluzione socialista del 1974 nel suo paese. Ha studiato scienze politiche in Egitto, prima di specializzarsi in amministrazione pubblica a Bruxelles. Diplomatico per il suo paese di origine negli anni '90, ha lavorato a Washington, Pechino e Bruxelles. Co-autore di L’Irak sous l’occupation (EPO, 2003), ha partecipato anche a opere sul nazionalismo arabo e i movimenti islamici, e il nazionalismo fiammingo. Uno dei migliori conoscitori del mondo arabo contemporaneo e musulmano.
 

 
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AFRICA COMMAND

Post n°160 pubblicato il 29 Aprile 2010 da guerrinob

 

La Guinea-Bissau (República da Guiné-Bissau) è uno Stato dell'Africa Occidentale ed è una delle più piccole nazioni dell'Africa continentale. Confina col Senegal a nord, con la Guinea a sud e a est e con l'Oceano Atlantico ad ovest. Al largo della capitale, Bissau, è situato l'arcipelago delle isole Bijagos, centinaia di isole di varie dimensioni, molte delle quali disabitate.

 

L'attuale territorio della Guinea-Bissau coincideva un tempo con il regno di Gabù, a sua volta parte dell'Impero del Mali; gli ultimi resti di questo regno sopravvissero fino al XVIII secolo. Le coste e le rive dei fiumi furono tra le prime terre ad essere colonizzate dal Portogallo (che le sfruttò per procurarsi schiavi sin dal XVII secolo) le zone più interne rimasero inesplorate sino al XIX secolo

 

 La Guinea-Bissau cominciò la sua lotta per l'indipendenza nel 1956, anno in cui il PAIG (Partido Africano da Independência da Guiné e Cabo Verde) riuscì, in seguito ad una ribellione armata, a consolidare le proprie posizioni nel paese. Diversamente dai movimenti anticoloniali avutisi nelle altre colonie portoghesi, il PAIGC riuscì ad estendere rapidamente il suo controllo militare su ampie zone del paese: ciò
fu possibile grazie alle caratteristiche del territorio, coperto perlopiù dalla giungla, e ai grandi quantitativi di armi forniti dalla Cina, dall'Unione Sovietica
e dagli altri paesi africani. Il PAIGC riuscì persino a dotarsi di una forza contraerea. Entro il 1973, pressoché tutta la Guinea-Bissau era nella mani del PAIGC.

L'indipendenza fu dichiarata unilateralmente il 24 settembre del 1973 e riconosciuta nel novembre dello stesso anno dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. [1], Il Portogallo riconobbe l'indipendenza dell'ormai ex colonia in seguito al colpo militare con cui culminò la Rivoluzione dei garofani portoghese

Il colpo di stato portoghese fu anomalo, in quanto i militari ebbero immediatamente l'appoggio della popolazione (nonostante, peraltro, che i comunicati dell'MFA chiedessero ai civili di restare in casa). Il nome di Revolução dos Cravos deriva dal gesto di una fioraia, che in una piazza di Lisbona offrì garofani ai soldati. I fiori furono infilati nelle canne dei fucili, divenendo simbolo della rivoluzione e insieme segnale alle truppe governative perché non opponessero resistenza.

 

Nel suo comunicato del 19 aprile 1975, l'assemblea dell'MFA difese un sistema pluripartitico per il socialismo, che prevedeva la costruzione di una società socialista, la collettivizzazione dei mezzi di produzione e la fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo mediante la collaborazione di tutti i partiti politici del paese all'interno di un contesto democratico. Veniva ripudiata qualsiasi forma violenta di costruzione del socialismo. Angola, Mozambico, Guinea-Bissau e Capo Verde ottennero l'indipendenza in un breve lasso di tempo, in seguito ad accordi tra i movimenti di liberazione nazionale e il governo portoghese.

La Guinea-Bissau fu poi governata da un consiglio rivoluzionario sino al 1984. Nel 1994 si tennero le prime elezioni multi-partitiche. Nel 1998 una sollevazione dell'esercito portò alla caduta del presidente Vieira: la Guinea Bissau precipitò così nella guerra civile. Nel 2000 Kumba Ialá fu eletto presidente. Nel settembre 2003, tuttavia, un nuovo colpo di stato portò all'arresto, da parte dei militari, di Ialá, definito "incapace di risolvere i problemi
del paese". Dopo numerosi rinvii, le elezioni legislative furono finalmente tenute nel marzo del 2004. Un ammutinamento dell'esercito nell'ottobre del 2004 portò alla morte del capo delle forze armate stesse, contribuendo così ad accrescere lo stato di agitazione nella nazione.

Nel giugno 2005 si tennero nuove elezioni presidenziali, le prime dopo la caduta di Ialá, il quale si ripresentò come candidato del PRS, sostenendo di essere il legittimo presidente del paese. A vincere fu invece il candidato del PAIGC João Bernardo Vieira, il presidente deposto nel 1998. Vieira superò Malam Bacai Sanha a seguito di un ballottaggio: inizialmente Sanha rifiutò di riconoscere la sconfitta, accusando brogli elettorali in
due circoscrizioni (tra cui la capitale Bissau).

Tuttavia, malgrado una certa influenza delle forze armate durante le settimane precedenti il voto e alcuni "disordini" (fra cui l'attacco al palazzo presidenziale e a quello del Ministero
dell'Interno ad opera di alcuni armati non identificati), gli osservatori europei hanno definito le ultime elezioni in Guinea-Bissau "calme e ben organizzate".  (da Wikipedia)

 

Cinque decenni dopo il suo "anno" l'Africa lotta ancora contro l'imperialismo

Nel 2010 ricorre il 50° anniversario "dell'Anno dell'Africa", quando 17 ex territori coloniali conquistarono la loro indipendenza nazionale nel corso del 1960.

 

I movimenti di liberazione in Africa avevano preso slancio dopo la seconda guerra mondiale, quando le potenze coloniali europee si trovavano indebolite a causa della reciproca distruzione del 1939-1945.

Il neo-colonialismo soffoca l'indipendenza nazionale

 Nonostante gli enormi risultati conseguiti dai popoli africani, gli imperialisti occidentali hanno escogitato metodi per mantenere il controllo economico e politico sui Nuovi Stati Indipendenti e per soffocare il processo di liberazione delle colonie ancora esistenti. L'esempio emblematico di questi sforzi è stata l'inversione del processo di indipendenza dell'ex Congo belga.

 

Il 30 giugno 1960, il popolo del Congo proclamò l'indipendenza con il primo ministro Patrice Lumumba e il Movimento nazionale congolese. Nel giro di tre mesi, tuttavia, gli stati imperialisti guidati dagli USA rioccuparono il paese sotto la bandiera delle Nazioni Unite e utilizzarono un movimento secessionista nel sud del Congo per minare la sovranità della nuova nazione.

 

Nel settembre 1960, le forze ONU misero Patrice Lumumba agli arresti domiciliari da cui riuscì a fuggire verso la regione orientale del paese, dove fu rapito, torturato e giustiziato da Stati Uniti, Belgio e agenti congolesi. Per i cinque decenni successivi, il Congo è rimasto un serbatoio di risorse minerali e manodopera a basso costo per i paesi imperialisti.

 

Nkrumah nel suo libro Neo-colonialismo: l'ultima fase dell'imperialismo, pubblicato nel 1965, ha dichiarato: "L'essenza del neo-colonialismo risiede nel fatto che lo Stato assoggettato ad esso è, in teoria, indipendente e dispone di tutti gli orpelli esteriori della sovranità internazionale. In realtà il sistema economico e quindi la sua politica è eterodiretta".

 

Gli stati indipendenti dell'Africa hanno subito numerose battute d'arresto tra il 1960 e il 1980. Insieme all'assassinio di Lumumba in Congo, il governo rivoluzionario di Nkrumah fu rovesciato da un golpe militare reazionario, sostenuto e orchestrato dall'imperialismo statunitense nel 1966.

 

Poi fu la volta della Nigeria sempre nel 1966, dove il colpo di stato determinò una guerra civile tra il 1967 e il 1970. In Mali il governo progressista di Modibo Keita fu rovesciato nel 1968. In Guinea nel 1984, dopo l'improvvisa morte del presidente Ahmed Sekou Toure, ebbe luogo l'ennesimo colpo di stato militare sostenuto dagli occidentali.

 

A partire dalla metà degli anni 1980, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, istituzioni finanziarie dominate dagli USA, esercitarono pressioni perché gli Stati africani avviassero programmi di aggiustamento strutturale, che indebolirono il ruolo dei governi sotto il profilo dei servizi sociali e dell'istruzione per le popolazioni.

 

L'Africa Command statunitense o AFRICOM ha tentato negli ultimi due anni di stabilire una base militare per le operazioni nel continente. L'Unione Africana, le organizzazioni regionali e gli stati con maggior autonomia si sono opposti a questi piani, considerando AFRICOM un pericolo per l'indipendenza e la sovranità del continente.

 

Tuttavia, gli Stati Uniti mantengono una base militare nel paese di Gibuti nel Corno d'Africa e sono impegnati in giochi di guerra e numerosi programmi di formazione per vari stati, con il pretesto di combattere il "terrorismo" e di migliorare la sicurezza regionale. Anche se alcuni regimi fantoccio favoriscono l'appoggio militare degli Stati Uniti, le masse in Africa e le loro organizzazioni popolari continuano a sforzarsi per un'indipendenza genuina, per l'unità e la non ingerenza negli affari interni del continente.

 

Alla luce dell'attuale crisi economica mondiale, la disperazione dell'imperialismo degli Stati Uniti spinge la classe dirigente ad impegnarsi in nuove avventure militari in Africa. Tuttavia, se la storia degli ultimi cinque decenni presagisce gli avvenimenti a venire, gli operai e i contadini africani continueranno a lottare contro l'intervento occidentale e cercheranno di determinare il destino del popolo del continente in base ai propri interessi nazionali e di classe.(Diritti d'autore del Workers World 1995-2010. La copia letterale e la distribuzione di questo articolo nella sua integrità sono permesse con qualsiasi mezzo, a condizione che questa nota sia riprodotta.)

L’AFRICOM STA INSEDIANDO LA PROPRIA BASE OPERATIVA A VICENZA, AL DAL MULIN.

 

 
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PATTI AFRICANI

Post n°159 pubblicato il 26 Aprile 2010 da guerrinob

24/4/2010

L'Africa sigla un patto tra business e ideali

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BONO
Ho passato marzo con una delegazione di attivisti, imprenditori e forzati della politica trasferendomi nell’Africa dell’Ovest, del Sud e dell’Est e facendo ogni sforzo per ascoltare, impresa sempre difficile per un irlandese chiacchierone. E, tappandomi la bocca, sono riuscito a raccogliere melodie interessanti un po’ ovunque, dal palazzo al marciapiede. Malgrado il rombo assordante dell’entusiasmo per l’Africa che quest’estate ospiterà la Coppa del mondo di calcio, siamo riusciti ad ascoltare qualcosa di sorprendente. Un accordo nato tra due parti che in passato spesso in Africa sono state dissonanti: la classe imprenditoriale emergente e gli attivisti della società civile. Non è un mistero quanto possano essere tesi i rapporti tra gli impegnati di sinistra e le élite degli affari. In tutto il mondo. La società civile di regola considera gli affari un po’ incivili. E gli uomini d’affari tendono a pensare che gli attivisti siano fin troppo attivi. Ma in Africa, almeno per quel che ho visto, le cose stanno cominciando a cambiare.

L’energia di queste forze contrapposte confluisce e satura gli uffici, i consigli d’amministrazione e le associazioni. Il motivo è che entrambi questi gruppi – il settore privato e la società civile – vedono nel cattivo governo il principale ostacolo sulla loro strada. Così, stanno lavorando per ridefinire le regole della partita africana. Gli imprenditori sanno che anche una buona relazione con una amministrazione scadente allontana gli investimenti stranieri; la società civile sa che un Paese ricco di risorse può ottenere qualcosa di più che qualche problema in meno se si contrasta la corruzione. Questa unione di forze è guidata da alcune splendide personalità, poche delle quali sono note in America. Permettete che vi presenti alcuni di questi catalizzatori: John Githongo, il più famoso tra quanti denunciano i mali del Kenya, ha dovuto lasciare il suo Paese un paio di volte in gran fretta; era stato ingaggiato dal governo per un’operazione trasparenza e aveva svolto troppo bene il suo lavoro.

Ora ha messo su un gruppo chiamato Inuka, che affianca i poveri urbanizzati ai capitani d’industria creando alleanze tra comunità interetniche per combattere la povertà e vigilare sui governi locali. E’ il leader che dà ai kenioti una speranza per il futuro. A tavola con Githongo e con me una notte a Nairobi c’era DJ Rowbow. La sua emittente, Ghetto Radio, è stata la voce della ragione durante le tensioni etniche esplose in Kenya nel 2008. Mentre c’era chi incoraggiava gli abitanti di Kibera, uno dei più grandi slum dell’Africa, ad andare all’attacco, questo uomo decodificava la disinformazione e si poneva come intermediatore e pacificatore. La radio trasmette Bob Marley e una specie di frizzante reggae locale in parte Clash, e in parte Marvin Gaye. L’unica bugia che ha detto in tutta la sera era che amava gli U2. Da parte mia, potevo giocarmi la carta di Jay-Z e Beyoncé. «Sono miei amici» gli spiegai, eh, ottimi amici.

Ora, detto da me può sembrare scontato, ma vi dico che il migliore esempio di queste nuove regole è un musicista senegalese. Youssou N’Dour — forse il miglior cantante del mondo — è proprietario di un giornale ed è impegnato in una complicata trattativa per comprarsi una tv. La sua forza, la sua visione sono folgoranti. Sta creando la colonna sonora del cambiamento e sa come usare la sua voce (ho provato giusto a immaginare come potrebbe essere se io fossi proprietario del New York Times e anche della Nbc. Magari, un giorno...) A Maputo, in Mozambico, ho incontrato Activa, un gruppo di donne che, tra le altre cose, aiuta gli imprenditori a trovare capitali. Qui pubblico e privato si fondono facilmente sotto la guida di Luisa Diogo, ex primo ministro che ora è la matriarca di questo affascinante scorcio di Est Africa. Nota per la sua acconciatura in stile Guerre stellari e per il suo genio politico, ha la stessa energia da leonessa di Ellen Johnson Sirleaf, Ngozi Okonjo-Iweala o Graça Machel. La vera star del viaggio è un uragano fatto uomo: Mo Ibrahim, un imprenditore sudanese che ha fatto fortuna con la telefonia mobile.

Ho fantasticato di essere il ragazzo prodigio per questo Batman, ma via via che il viaggio proseguiva, ho capito in fretta che potevo al massimo essere Alfred, il suo maggiordomo. Dovunque fossimo, vecchi e giovani sgomitavano per avvicinarsi alla rockstar dell’innovazione e alla sua figlia bellissima e spaventosamente intelligente, Hadeel, che guida la fondazione di Mo ed è suo padre sputata (con un vestito di Alexander McQueen). I discorsi di Mo sono da posti in piedi perché anche quando è seduto è il tipo di persona che sa trascinare e coinvolgere. Mo fuma la pipa e chiama tutti «ragazzi». Dice: «Sentite ragazzi se questi problemi nascono da noi avremo anche la soluzione»: o, rivolto a me: «Ragazzi, se non ci avete ancora fatto caso, non siete africani». E già. E anche: «Ragazzi, voi americani siete investitori pigri. Qui c’è un sacco da fare ma voi volete crogiolarvi nelle acque stagnanti Dow Jones o del Nasdaq».

Ho interrogato a lungo gli africani sull’attivismo internazionale. Dovremmo fare i bagagli e tornarcene a casa? ho chiesto. Qualcuno ha detto di sì. Ma molti di più hanno detto no. Perché la maggior parte degli africani che abbiamo incontrato sembravano avvertire l’esigenza di nuove alleanze, non solo tra governi ma anche tra cittadini, tra imprenditori, con gente come loro. Credo che la solita relazione fra donatore e bisognoso abbia fatto il suo tempo. Gli aiuti, è chiaro, fanno parte del quadro. E’ fondamentale se hai l’Aids e stai lottando per sopravvivere o se sei una madre che si chiede perché non puoi proteggere i suoi figli da assassini dai nomi impronunciabili, o se sei un agricoltore e sai che nuove varietà di semi significa avere prodotti che si possono vendere al mercato in tempi di siccità o di inondazioni. Un aiuto intelligente che non chiede di meglio che sparire nel giro di una o due generazioni. Relegare gli aiuti ai libri di storia è l’obiettivo.

Voglio vivere per vedere realizzarsi le profezie di Mo Ibrahim. «Sì ragazzi - ha detto - il Ghana ha bisogno di sostegno in questi prossimi anni ma in un futuro non troppo lontano potrà offrirne e lei, Mr Bono, potrà venire qui giusto in vacanza». Ho già prenotato il biglietto. Sono tornato a casa con la mia famiglia... appena in tempo, stavo cominciando a perdermi. Mi stavo acclimatando, eccitato dal pensiero di ferrovie e cementifici, di un diverso tipo di febbre da Coppa del mondo, di giocatori avversari che si uniscono in una sola squadra, con una nuova formazione e nuove tattiche. Chi è del nostro fan club lo sa, me ne sono andato strabiliato (al solito) dalla diversità del continente, ma con la profonda sensazione che il popolo africano stia riscrivendo le regole del gioco.

copyright 2009 Bono/ The New York Times (Distributed by The New York Times Syndicate)
Traduzione a cura di Carla Reschia

 
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Vertce Fao: parla Mamadou Cissoko, rete contadini Africa occidentale

Post n°158 pubblicato il 14 Aprile 2010 da guerrinob

 

17 novembre 2009 (da Vita): "La terra è la vita per noi contadini. È la nostra storia, la nostra identità. Noi di Roppa diciamo che non è vero che la terra in Africa è disponibile per essere acquistata. L’urbanizzazione, la desertificazione fanno già diminuire la terra coltivabile. Le persone da sfamare aumentano ma la terra è sempre la stessa». Mamadou Cissokho, senegalese, è il presidente onorario della Rete delle organizzazioni contadine e dei produttori agricoli dell’Africa Occidentale (Roppa), il più grande network di agricoltori del continente africano.

Il summit della Fao si sta svolgendo a Roma. Quali sono le priorità da affrontare secondo voi di Roppa?
Le priorità dell’Africa non verranno decise con un summit a Roma. Spetta ai governi e alle società civili africane fissarle. La sicurezza alimentare è una responsabilità innanzitutto dei governi e dei popoli africani. E la priorità più importante in questo momento è la sovranità alimentare. Per noi sono più importanti gli incontri della Comunità Economica degli stati dell'Africa dell'Ovest (CEDEAO) o dell’Unione africana, perché sono in queste sedi che i capi di stati africani prendono decisioni e si impegnano per le loro comunità.

L’agricoltura e l’alimentazione sono temi scottanti in questo periodo, a causa della speculazione sui prodotti agricoli che ha prodotto negli ultimi anni una grave crisi alimentare e a causa del land grabbing, l’acquisizione di vaste porzioni di terra da parte di multinazionali e Stati esteri. Pensa che il vertice Fao affronterà questi problemi?
Durante vertici come questi si parla dell’aiuto nei confronti dell’Africa ma si parla poco della speculazione e di come modificare questi meccanismi. Penso che i problemi dello sviluppo dell’Africa riguardino prima di tutto i nostri responsabili che devono prendere in mano la situazione e difendere gli interessi delle loro popolazioni. In tutti i Paesi del mondo non è il settore privato a garantire la sicurezza alimentare, ma sono i governi. Sono loro ad avere il compito di elaborare delle politiche per sostenere l’agricoltura. Oggi invece i governi in Africa vendono la terra ai privati. Questa non è una buona politica.

Perché i governi africani non pongono delle condizioni a chi viene in Africa per acquistare la terra?
Il settore privato è fatto dalle multinazionali, da compagnie forti. In Africa i governi non hanno il potere di contrastare le multinazionali, la realtà è questa. Quindi non credo che possano mettere delle condizioni. I nostri governi ora devono proteggere la nostra terra, questa è la priorità. Devono introdurre delle politiche di sostegno agli agricoltori locali, non svendere la terra a compagnie straniere interessate solo al profitto. Il costo del credito è alto in Africa. Se lo Stato in Africa vuole che i contadini continuino a coltivare la terra deve sostenerli con dei finanziamenti e investire in infrastrutture. È indispensabile anche promuovere delle politiche agricole a livello regionale e sostenere un mercato interno al continente africano.

Non è possibile secondo lei governare questo fenomeno a vantaggio anche delle popolazioni africane?
Le compagnie straniere non vengono in Africa per investire a vantaggio della popolazione locale, vengono per fare profitto, questo è il loro obiettivo. Quindi è ora di smettere di raccontare favole. Mi faccia solo un esempio di una compagnia che è venuta in Africa a coltivare cibo o prodotti agricoli per produrre biofuel che abbia investito anche in infrastrutture. Non succede. Le multinazionali portano via i prodotti della terra con l’aereo. Bisogna essere realisti. In Madascar 300 mila agricoltori sono scese in piazza per dire no a chi voleva svendere la loro terra, e hanno vinto.

Cosa pensa dei sussidi con i quali l’Europa sostiene i propri prodotti sui mercati africani?
Il movimento contadino africano non chiede ai Paesi europei di smantellare i sussidi. Non esiste agricoltura senza sussidi, e questo vale, o dovrebbe valere, anche in Africa. I governi devono costruire mercati regionali e proteggerli dal dumping, devono sostenere i piccoli agricoltori e garantire cibo per la popolazione locale. La priorità, lo ripeto, è la sovranità alimentare.

 

 
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AFRICA AGLI AFRICANI

Post n°157 pubblicato il 10 Aprile 2010 da guerrinob

 

 

“Se ti piace l’Africa vacci come turista”.

Ho fatto il turista molte volte, una in Russia, quando il popolo non era visibile. Sono anche andato a Cuba, ne avevo un gran desiderio, ma me ne vergogno ancora adesso, nonostante che sia arrivato con la consueta valigia piena di doni. Mi son vergognato di essere ricco e non ho più trovato il coraggio di andare in Sudamerica, dove anche desideravo andare, perché ho capito che nel cortile degli Usa la povertà è peggiore assai.

Questo in un dialogo in cui si parlava di cooperazione internazionale, dove si è anche affermato che l’Africa è casa loro.

Si,  è casa loro, ma ci vanno tutti e anche loro vengono da noi. Per me tutta la terra  è casa di tutti, è la casa madre. Io in Africa mi sento a casa.

Però io sono incapace di guardare e non toccare. Quando sono andato a fare l’operaio, l’ho fatto perché, avendo visto dei valori che mi interessavano, parlo dell’uguaglianza e della solidarietà, volevo cambiarmi, e volevo portare il mio contributo di opposizione alla sistematica distruzione della vita dei lavoratori, purtoppo ancora in atto.

Andare come turista in Africa mi sembra inadeguato. E’ vero che le condizioni dell’Africa è più facile migliorarle cambiando le esigenze dei paesi sviluppati, in particolare il consumismo e il profitto, l’infelicità di tutti.

Dal momento che la colonizzazione prima e la globalizzazione ora con le leggi del mercato, le famose leggi del più forte, stanno rendendo l’Africa come l’isola di Pasqua e gli Africani come i Pellerossa d’America, qualcosa bisogna fare, se si può. Certo non andare a dettare leggi o a proporre i nostri valori culturali, che hanno già fallito da noi

Gli Africani sono fratelli, dopo aver  contribuito ad ammazzarli, non posso dire: guardo, non interferisco, se la caveranno meglio da soli. O forse si.

Di fatto l’Africa, ma anche l’Italia e tutto il modo, non è più degli Africani, ma delle multinazionali. Abbiamo un problema comune.

Hanno campato migliaia di anni con i loro tempi e modi, con la loro cultura. Ora però la globalizzazione ha cambiato e continuerà a cambiare la loro vita, la qualità della loro esistenza. Per depredarli devono velocizzare il loro modo di vivere, ecco le strade, i tocatoca, i lavori forzati, i cartelli stradali e le comunicazioni scritte. Lo esigono le leggi del mercato.

Bisogna almeno dimostrare che non è vero che nei paesi sviluppati c’è il paradiso terrestre e di stare alla larga dai gommoni e  dalle aggressive illusioni del mondo consumista.

In questo può essere d’aiuto l’accesso a un tipo di scuola che possa consentire loro di leggere le nostre culture che vogliono stravolgere la loro vita.

Dal momento che ritmo e abitudini della loro esistenza sarà comunque cambiato, devono cambiare in meglio, raggiungendo l’accesso all’acqua, l’autonomia alimentare e la salute. In questi cambiamenti devono favorire l’eguaglianza e la dignità di tutte le persone, in particolare delle donne, che in questi secoli hanno pagato duramente la sopravvivenza di tutti.

Quindi non basta fare il turista, bisogna, insieme,  imbrigliare le cause della loro e della nostra distruzione.

 
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GEMELLI

Post n°156 pubblicato il 05 Aprile 2010 da guerrinob

02/02/2010   
Guinea Bissau
Un progetto contro la strage dei gemelli
A Suzana a causa di povertà estrema e credenze ancestrali quando nascono due gemelli uno viene nutrito più dell'altro perché sopravviva. Ora un missionario del Pime lancia un progetto per salvarli entrambi

Nell’area rurale di Suzana in Guinea-Bissau (provincia di S.Domingos-Varela, al confine con il Sud del Senegal), quando nei villaggi si verificano parti gemellari, uno dei due nascituri viene regolarmente nutrito più scarsamente a vantaggio dell’altro. Questo avviene per assicurarsi che almeno uno dei due sopravviva e per scongiurare il rischio che nessuno dei due possa farcela. Lo si fa a motivo di credenze ancestrali e di circostanze sfavorevoli in cui, purtroppo, la madre non ha effettivamente i mezzi sufficienti per nutrirsi in maniera adeguata.

È proprio per contrastare questo stato di cose e sostenere le famiglie - che, comunque, dimostrano un grande desiderio nel volere la sopravvivenza di entrambi i gemelli - che è nato un progetto alla Missione di Suzana. L'idea è quella di un Centro di recupero nutrizionale per i gemelli (e anche per gli orfani). A promuovere l'iniziativa è padre Franco Beati, missionario del Pime. Un gesto semplice, che promuove in maniera molto concreta la difesa della vita. La suora e le levatrici del centro distribuiscono alimenti come latte in polvere, riso, zucchero, olio.

«Noi lavoriamo - si legge nella scheda di presentazione del progetto - per contrastare questo modo di agire nei confronti dei gemelli. E sappiamo che da parte delle famiglie vi è un desiderio grandissimo, seppure non manifestato, di volere la sopravvivenza di entrambi i gemelli».

 
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