
Ho ritrovato un articolo, a firma di Claudio Magris, pubblicato dal Corriere della Sera nei giorni dell'agosto 2000. Erano le pagine del Corriere Estate, dove scrittori famosi si divertivano e divertivano i lettori coll'eterno gioco degli amori, delle seduzioni, degli incontri, dei tradimenti. A me è piaciuto molto rileggerlo, e ho pensato che fosse un piacere da condividere anche nel blog:
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di CLAUDIO MAGRIS
«Mio schiavo! Le condizioni alle quali vi accetto come schiavo e vi tollero vicino sono le seguenti: Dovete rinunciare totalmente al vostro Io. Non avrete altra volontà che la mia. Siete, tra le mie mani, uno strumento passivo che esegue senza discutere tutti i miei ordini. Se per caso un giorno dimenticaste che siete mio schiavo e se non mi obbediste più in tutto e per tutto, avrò il diritto di punirvi secondo il mio capriccio e di frustarvi... e se vivo nel lusso lasciando voi nel bisogno, se vi schiaccierò sotto i piedi, dovrete, senza lamentarvi, baciare il piede che vi schiaccia...».
Questi paragrafi del minuzioso e ripetitivo contratto stipulato fra Leopold von Sacher-Masoch e sua moglie Wanda sono il documento di un' ossessione erotica febbrile e appassionatamente sincera - che lega per sempre lo scrittore austriaco al masochismo, termine coniato sul suo cognome dallo psichiatra Krafft-Ebing - e sono anche un plagio letterario e un falso.
Quel contratto, voluto dallo scrittore con la pedanteria rituale dei grandi maniaci, tanto più attenti all' ordine protocollare di regole ancorché abnormi quanto più devastati da furioso delirio, ricalca quello che egli aveva steso alcuni anni prima, nel 1869, con l'attrice Fanny Pistor, modello reale e concreto dell' eroina del suo romanzo più famoso, Venere in pelliccia, la donna indolente e crudele che, avvolta in un folto ermellino e calzando stivali o sfilandosi la pantofola dal piede nudo, asservisce, tradisce apertamente, umilia e scudiscia l'amante inebriato dalla voluttà del dolore e dell' umiliazione.
Ma quel contratto ricalca pure le parole di alcune lettere che Wanda - il cui vero nome era Aurora Rümelin - e una sua amica avevano indirizzato a Leopold, per eccitarlo e anche per il gusto del travestimento e della mistificazione, firmandole col nome di Wanda von Dunajew, la protagonista di Venere in pelliccia. Era il 1872; lo scrittore che le due donne vedevano passare per le strade di Graz - magro, vestito di nero, dal volto pallido e affilato, lo sguardo bruciante e tormentato «come un giovane teologo», secondo le parole della sua futura moglie, sultana e vittima - era un autore di fama europea e non certo soltanto o soprattutto per le opere nate dalla sua fissazione per le amanti infedeli e imperiose, quali, fra le altre, La divorziata e Venere in pelliccia, rielaborazioni delle sue storie sentimentali con l'avvenente e grossolana Anna von Kottowitz, la prima a usare con lui la frusta, piantata in asso dopo che si era presa la sifilide da un conte polacco fra le cui braccia era stata spinta, peraltro senza sue troppe obiezioni, da Leopold, e con la più demonica e rapace Fanny Pistor.
Nato nel 1836 a Leopoli, nella Galizia polacca facente parte dell' Impero asburgico, lo scrittore era noto e universalmente stimato per una vasta produzione letteraria: saggi sulla ribellione di Gand all' epoca di Carlo V, romanzi storici, storie romanzate e commedie su Kaunitz, il ministro di Maria Teresa, Federico di Prussia, sull' insurrezione polacca del 1846 e su altri temi. Progettava inoltre un ambizioso affresco narrativo in sei parti, il Lascito di Caino, che avrebbe dovuto abbracciare i problemi universali dell' umanità quali l' amore, la proprietà, lo Stato, la guerra, il lavoro e la morte, propugnando la liberazione degli uomini da ogni odio e schiavitù; in questo disegno cercava pure di trasfigurare le sue perverse fantasie sessuali, che lo costringevano a sognare e a spingere le donne amate e desiderate nelle braccia di altri, nel nobile proposito di liberare la donna da ogni sottomissione sociale e sensuale, da ogni possesso, e di darle piena autonomia.
Era un illuminista tardivo, di sinceri sentimenti umanitari e sovrannazionali, come si conveniva a un aristocratico del declinante impero asburgico, che si sentiva profondamente austriaco e insieme polacco e più specificamente galiziano, legato a quelle terre, ai confini orientali dell' Impero che gli ispirarono i più bei racconti, dedicati soprattutto agli ebrei dai caffettani bisunti, la cui vita - dice una sua novella - era tutta «ascoltare, tacere, soffrire».
Guardava con simpatia al risveglio delle oppresse «nazioni senza storia», si batteva contro i residui della servitù della gleba e a favore dei contadini ruteni angariati; avversava soprattutto il nazionalismo tedesco e l'antisemitismo, con uno spirito progressista che gli avrebbe meritato la stima di uomini come Zola o Ibsen.
«Slavo fino all' ultima goccia di sangue, ma della più pura tinta giallonera» (ossia asburgica), come egli si definiva, era un vero gentiluomo; nel contratto con Fanny Pistor, che lo rendeva succube di tutti i capricci e le volontà più crudeli della donna, aveva inserito la clausola che impegnava la sua tiranna «a non esigere da lui azioni contrarie al suo onore di cittadino e di uomo».
Il contratto successivo con Wanda è privo di queste garanzie e suona come una copia appesantita e pasticciata del primo. Tutta la storia con Wanda è segnata da questa goffaggine. Quando Leopold la incontra, mascherata, per riavere le sue lettere scambiate nell' iniziale truffaldina corrispondenza, è affascinato dalle mani robuste e dalla carnosa volgarità, che cercava in tutte le dispotiche amanti e che dominava la sua fantasia sin dall' infanzia, dal bacio dato alla scarpina della zia Zenobia, adultera e (almeno nei suoi ricordi probabilmente alterati) fustigatrice del consorte, alle fiabe truculente della sua procace bambinaia rutena, Handscha.
I progressi delle relazioni fra i due furono rapidi e il 15 novembre 1872 fu celebrato una sorta di «matrimonio privato», più tardi sanzionato da una cerimonia secondo tutte le regole. Da quel momento inizia una storia ben più grottesca di quelle precedenti con Anna o con Fanny, che erano rigorosamente circoscritte alla sfera erotica, mentre questa intreccia le frustate e i sospirati tradimenti alla quotidianità familiare, alla nidiata di bambini vezzeggiati dai genitori con tenerezza spesso sdolcinata, alle difficoltà di far quadrare il bilancio.
«I bambini - scrive il celebrato romanziere in una lettera alla moglie - stanno tutti bene e sono buoni. Quanto sarei felice di ricevere anche solo un calcio da te, non occorre che te lo dica. Saluti affettuosi, il tuo Leopold».
Nelle sue Confessioni, scritte dopo la separazione, Wanda si ritrae innocente, ignara delle malizie del sesso, madre e moglie esemplare che si rassegna solo per amore a compiacere alle stravaganti richieste del marito, ma talvolta le scappa qualche frase involontariamente rivelatrice: «Da allora non passò giorno senza che io frustassi mio marito. All' inizio ciò mi costò un grande sforzo, ma a poco a poco mi abituai».
Oppure: «Mi chiese apertamente di essergli infedele. Dapprima gli risposi con un rifiuto netto...».
La vicenda di Leopold e Wanda è intrisa di tristezze, miserie, deliri preparati a tavolino, furberie, rozzezze, lampi di straziata e voluttuosa sofferenza, tanto Kitsch (pellicce, stivali, pose insolenti) e tanta non voluta comicità: Leopold si fa estrarre un dente e obbliga la moglie ad atteggiarsi davanti a lui, durante l'estrazione, avvolta in un sontuoso ermellino e brandendo lo staffile, con immaginabile imbarazzo dell'odontoiatra; un'altra volta egli spia un corteggiatore che spera seduca la moglie e lo vede, con disappunto, inciampare e ruzzolare malamente a terra, prendendosi una bella botta, proprio quando le cose sembravano avviarsi bene.
Nel gioco sessuale entra, naturalmente, la letteratura. Quando la critica si stanca dei suoi racconti erotici, di tutte quelle donne sfrontate, vampiresche e belluine, Leopold invita la moglie a infierire più crudelmente, sperando in tal modo di soddisfare i suoi fantasmi nella pratica, lasciando così la fantasia libera per l' invenzione letteraria, la ricerca storica, l' impegno civile. In effetti, Leopold von Sacher-Masoch è uno scrittore modesto ma non privo di interesse e di colore nei racconti non erotici, quando narra degli huzuli, i montanari dei Carpazi, o degli haydamak, i leggendari briganti.
L'eros, nelle sue pagine, è un piatto stereotipo, parole scritte per eccitarsi, così come si può per lo stesso motivo guardare una fotografia oscena; il cliché della donna divoratrice scade a paccottiglia, nonostante l'ambizione di mostrare la nuda vita degli istinti senza finzioni sociali o morali. Giulio de Angelis, traduttore dell'Ulisse di Joyce, ha tradotto Venere in pelliccia dandole, con la sua maestria, un' eleganza incisiva e serpentina che il grossolano testo originale non possiede.
È la studiata messinscena letteraria, da ambo le parti, che rende talora artificiosa la storia di Leopold e Wanda, il calcolato sfruttamento - da ambo le parti - di gusti e rapporti sessuali che altrimenti potrebbero essere anche di più, una storia di sesso e forse d'amore fra due persone, insindacabile nei suoi modi e nelle sue forme. Anche se Wanda sa approfittarne con scaltrezza talora ipocrita, è vero che è lei la vittima, perché è Leopold che domina il gioco e ne detta le regole con energia demoniaca, facendo di lei una pedina dalle mosse obbligate, costringendola a ruoli e ad azioni che non possiamo sapere quanto le piacessero o l'offendessero ma che comunque non era lei a scegliere né a discutere.
Il masochista è un prepotente che umilia la donna e stabilisce cosa lei deve fare, come e quando, al pari del cliente di un bordello. Ciò che colpisce, in questa storia, è la monotonia, la meccanica ripetizione, l' incapacità di fantasia, di reale avventura erotica. La perversione, ossia l'isolamento completo di un dettaglio dalla totalità di una persona e di un rapporto fra due persone, è sempre noioso e banale e le sue pretese trasgressioni, celebrate da tanta banale letteratura, sono innocue masturbazioni penosamente protratte oltre la pubertà.
Solo l'amore, l'esistenza condivisa, la passione vissuta a fondo, il desiderio dell'altro divenuto indissolubilmente desiderio del suo bene, possono veramente rischiare, trasgredire, essere salvezza o perdizione.
La fissazione maniacale, apparentemente trasgressiva, è cauta e sorvegliata; si circonda di rituali coatti, ha un ossessivo bisogno di regole e di ordini; è un' oculata burocrazia del sesso, non una sua creativa avventura.
Leopold von Sacher-Masoch si riscatta a tutto questo nella furia che dilania la psiche più di quanto la frusta di Wanda e delle altre dilaniasse le sue carni, nel crescendo della sua mania che alla fine lo trascina nella follia da lui sempre temuta. I suoi ultimi anni - trascorsi con la seconda moglie, Hulda Meister, con la quale mette al mondo altri figli - sono un delirio sempre più incontrollato, che lo porta a vaneggiare soltanto della Vergine di Norimberga, l'automa femminile d'acciaio che trafigge l'uomo fra le sue braccia con le lame affilate, di Iside, Astarte e delle altre Grandi Madri datrici di vita e di morte, il cui grembo è tanto più grande dell' uomo come ogni madre lo è per il bambino al suo seno.
Il delirio diviene violenza; uccide un gatto con le sue mani, tenta di strangolare Hulda Meister, finché, nel 1895, viene da lei ricoverato nel manicomio di Mannheim, mentre al mondo viene annunciata ufficialmente la sua morte, compianta sui giornali più importanti di numerosi Paesi europei. Leopold morirà, in quel manicomio, dieci anni più tardi.
Di questi anni non sappiamo nulla; quel silenzio è tragedia pura, dopo tante operette in pelliccia, stivali, colbacchi e alamari colorati. Wanda, nel frattempo, pubblicava le sue Confessioni e polemizzava con gli studiosi che scrivevano libri su Sacher-Masoch, rendevano noti stralci dei suoi diari calunniosi per lei e replicavano ai suoi libelli. La letteratura, come un avvoltoio - pur tante volte benemerito, come del resto gli avvoltoi che fanno sparire le carogne - può nutrirsi di tutto.
I PROTAGONISTI
«Venere in pelliccia», il romanzo galeotto che avvelenò il loro matrimonio.
Leopold von Sacher-Masoch nasce a Lemberg (Leopoli, in Ucraina) - periferia orientale dell' impero asburgico - nel 1836. Suo padre è un alto funzionario dell' amministrazione austriaca. Sua madre è figlia di un noto medico della città. Dal 1856 al 1870 lavora presso l' università di Graz come docente di storia. I suoi primi scritti sono dei saggi storico-politici (Il Conte Donski, L' agente segreto, L' ultimo re dei magiari). In Francia, dove è molto apprezzato, i suoi scritti appaiono sulla celebre Revue des Deux Mondes. Ma il vero successo arriva con il primo romanzo erotico, intitolato Venere in pelliccia. L' incontro con la futura moglie, Aurora Rümelin, risale al 1872. Lui ha trentasei anni ed è uno scrittore di successo. Lei ne ha ventotto e un carattere deciso. E' povera, fa la guantaia, ma ha una certa cultura.
Entra in corrispondenza con lo scrittore firmandosi con lo pseudonimo di Wanda von Dunaiew, l' eroina di Venere in pelliccia. Poi accetta un appuntamento a cui si presenta coperta da un fitto velo. Leopold dapprima le si propone come mentore, quindi la chiede in sposa.
Dall' unione nasceranno tre figli, ma la vita della coppia sarà profondamente segnata dalla confusione con il romanzo cui si era ispirata Aurora per entrare in contatto con il futuro marito. In particolare, come lei racconterà nell' autobiografia uscita in Germania nel 1906 con il titolo Le mie confessioni (Adelphi), Leopold è perseguitato dalla mania di cercare un amante per la moglie (il famoso «greco», dal nome del personaggio dell' amante nel romanzo). Finché, dopo dieci anni di matrimonio, Wanda decide di abbandonare il marito per seguire a Parigi il giornalista di «Le Figaro» Armand Rosenthal, di dieci anni più giovane di lei. Mentre nel frattempo il marito ha intrecciato una relazione con la signorina Hulda Meister, che diventerà sua moglie e gli darà due figli.
Nel 1895 von Sacher Masoch fu internato nel manicomio di Mannheim dove si spense nel 1905 (due anni dopo Krafft-Ebing, lo psichiatra che utilizzò la figura di Masoch per definire il comportamento perverso oggi universalmente noto proprio come masochismo).
da Corriere della Sera, 4 agosto 2000, pagina 31